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Il secolo breve che sembra infinito
di Alberto Burgio
Esistono legami sotterranei tra quanto di più sinistro accade sotto i nostri occhi in queste ore sulla scena politica mondiale, dalla brutale stretta repressiva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla proliferazione di ultranazionalismi fascisti in tutta Europa?
Rispondere non è semplice, forse è azzardato. Una prospettiva che consideri unitariamente fenomeni radicati in contesti differenti non è falsificabile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impressioni. Inoltre, molto, se non tutto, dipende dalle dimensioni del quadro storico di riferimento, definite con qualche rischio di arbitrarietà. Resta il fatto. Minacciosi segnali di tensione investono non soltanto quelli che nella guerra fredda erano blocchi contrapposti, ma anche (si pensi al diffondersi nell’eurozona di un sordo rancore anti-tedesco) gli stessi stati europei che hanno vissuto questi sessant’anni in pace.
E a tali segnali si accompagna la ricomparsa dei più cupi fantasmi (nazionalismo e populismo, xenofobia e razzismo) della modernità «avanzata». La storia del Novecento sembra ripresentarsi in blocco sulla scena, come per un brusco ritorno del rimosso. E se è naturalmente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scoppio della prima guerra mondiale, è vero anche che gli anniversari offrono spesso spunti istruttivi. Proviamo a vedere che cosa suggerisce questa non fausta ricorrenza.
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Martin Heidegger e il nostro tempo
di Francesca Brencio
Numquam se plus agere quam nihil cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset Catone
Pagine heideggeriane è un progetto che nasce con l’intenzione di fornire uno strumento per l’approfondimento del pensiero di Martin Heidegger, fornendo una selezione di testi del filosofo tedesco selezionati per temi, affiancati da una letteratura critica ragionata sia italiana sia straniera, che offra al lettore delle indicazioni bibliografiche iniziali con cui approfondire lo studio di questo pensatore.
Heidegger è un filosofo molto discusso, nel bene e nel male, uno degli ultimi esponenti del pensiero che ha riproposto i grandi interrogativi della metafisica nutrendo l’ambizione di oltrepassarla: fortemente critico verso un uso disincantato della tecnica, spesso tacciato di esser più incline a pensare all’essere che non all’uomo, implicato nei fatti politici della Germania nazista, assertore della fine della filosofia e della necessità di un pensiero poetante. Capita così che Heidegger diventi o il maggior esponente del nichilismo nell’epoca contemporanea, o uno dei più genuini pensatori che abbiano tematizzato problemi teologici nel dibattito corrente; o, ancora, che diventi un intellettuale al servizio di un’ideologia.
Eppure Heidegger è molto più di questo.
Karl Löwith non ha mai risparmiato ad Heidegger nessuna critica; egli scrive esplicitamente, all’inizio della seconda edizione dell’opera Saggi su Heidegger, che l’intento del libro era quello di rompere il silenzio e l’aura che attorniava la figura del “maestro” Heidegger da parte di tutti coloro che se ne ritenevano discepoli.
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La metafisica del comune
Toni Negri
Dopo Marx. Prénom : Karl, Pierre Dardot e Christian Laval ci offrono un «Proudhon. Prénom : Pierre-Joseph». In Italia, questo finto titolo basterebbe a liquidare il libro, ricorderebbe l’operazione reazionaria condotta, fra gli altri da Pellicani e Coen su Mondo Operaio negli anni Settanta, su ispirazione di Craxi. Ma questo libro non sta certo da quella parte, esso introduce in Francia, e riapre – speriamo – in Europa, il dibattito sul «comune». Torniamo dunque al libro. Mentre il Marx era caratterizzato da una risoluta «de-teleologizzazione» del socialismo (vale a dire da una ragionata critica di ogni teoria socialista che volesse incapsulare nello sviluppo capitalista il progetto finale e la forza della liberazione comunista), questo secondo libro (Commun. Essai sur la révolution au XXIe siècle, La Découverte, pp. 593, euro 25) è caratterizzato da una risoluta «de-materializzazione» del concetto di socialismo — tale è l’operazione sviluppata in questo «Saggio sulla rivoluzione»: una vera e propria liquidazione del materialismo storico, della critica marxista dell’economia politica del capitalismo maturo, in nome di un nuovo «principio». «Comune»: non commons, non «il» comune, ma «comune» come principio che anima sia l’attività collettiva degli individui nella costruzione di ricchezza e della vita, sia l’autogoverno di queste attività.
Un preciso quadro ideale viene presentato e discusso a questo scopo – esso parte «dalla priorità del comune come principio di trasformazione del sociale, affermata prima di stabilire l’opposizione di un nuovo diritto d’uso al diritto di proprietà».
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Euro e Austerity: la tenaglia che ci stritola
Vladimiro Giacchè
Credo che il primo dovere nei confronti di noi stessi sia quello della chiarezza.
In primo luogo sulla gravità della situazione. Il nostro paese ha perso, dall’inizio della crisi, poco meno del 10% del prodotto interno lordo, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti. A chi paventa catastrofi nel caso di un’eventuale fine dell’euro va risposto che al punto in cui siamo l’onere della prova va rovesciato, perché la catastrofe c’è già. E la prima cosa da fare è di comprendere come ci siamo finiti e cosa fare per uscirne.
Ci troviamo, molto semplicemente, nella peggiore crisi dopo l’Unità d’Italia: peggiore di quella del 1866, e peggiore di quella del 1929 (Rapporto CER n. 2/2013).
Peggiore per tre motivi: perché il livello di prodotto pre-crisi – che negli altri casi era già stato recuperato dopo 6 anni– in questo caso non sarà recuperato neppure in 10 anni; perché gli indicatori di cui disponiamo non segnalano alcun miglioramento significativo della situazione (al contrario, quanto alla disoccupazione, essi ne prevedono un ulteriore aumento nel corso del 2014). E anche perché la situazione attuale è caratterizzata da due elementi di rigidità che privano il nostro Paese di margini di manovra.
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Ciò che ti distrugge, non va riparato!
Pamphlet per la buona vita
Redazione della rivista Streifzüge
Non si può costruire alcuna alternativa attraverso la politica. La politica non ci aiuta a realizzare le nostre possibilità e capacità: con essa tuteliamo solo gli interessi legati al nostro ruolo nell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni sua mossa ed ogni sua azione è sempre in relazione allo Stato e al mercato. Essa modera la società, il suo medium è il denaro. Segue regole simili a quelle del mercato. Qui come là vi è, al centro, la pubblicità; qui come là ne va della valorizzazione e delle sue condizioni.
Il soggetto moderno ha completamente interiorizzato i vincoli di valore e denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È veramente il “padrone” di se stesso, Signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa niente più che l’auto-controllo del ruolo sociale che ci è stato imposto. Dal momento in cui siamo sia contro il governo che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere proprio per il governo del popolo?
Essere per la democrazia, questo è il consenso totalitario, il credo collettivo del nostro tempo. È insieme appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia, che può essere solo migliorato, ma oltre il quale niente più si può dare. La democrazia è parte del regime del denaro e del valore, dello stato e della nazione, del capitale e del lavoro. La parola è vuota , tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
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Nuovo capitalismo e nuovi schiavi
Luciano Canfora
Mondializzazione dell'economia. Il ritorno in grande stile di forme estreme di dipendenza
Una delle grandi novità del XXI secolo è il riapparire su larga scala delle forme di dipendenza schiavile e semischiavile. Un segnale in tal senso, sia pure espresso con disarmante ingenuità, si è avuto, in sede ufficiale, quando «da Oslo è partita una delegazione guidata da Ole Henning, allarmata dalle notizie sulla diffusione del caporalato nella raccolta del pomodoro nel Sud Italia» («Corriere della Sera», 23 ottobre 2013). Il riferimento è alla condizione semischiavile dei neri impiegati nelle campagne della Capitanata, di Villa Literno o di Nardò.
Beninteso, il pomodoro poco «etico» è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno mondiale, nel quale rientrano le maestranze schiave del Sud-Est asiatico o del Bangladesh, per non parlare dei minatori neri del Sud Africa, sui quali spara ad altezza d'uomo una polizia, anch'essa fatta di neri, per i quali la meteora Mandela è passata invano. È chiaro che il profitto si centuplica se il lavoratore è schiavo (schiavo di fatto, se non proprio formalmente). E il profitto è più sacro del Santo Graal nell'etica del «mondo libero».
La mondializzazione dell'economia e il venir meno di qualunque movimento - o meglio collegamento - internazionale dei lavoratori ha creato le condizioni per questo ritorno in grande stile di forme di dipendenza che in verità non erano mai scomparse del tutto. Basti ricordare che soltanto «nel febbraio del 1995 il Senato del Mississippi, uno dei baluardi storici del razzismo Usa, ha approvato il XIII emendamento della Costituzione americana, siglato nel 1865, secondo cui la schiavitù volontaria o involontaria non potrà esistere entro i confini degli Stati Uniti» («Corriere della Sera», 19 febbraio 1995).
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Destra e Sinistra
Fabrizio Marchi
E’ consuetudine che il direttore di un giornale che si presenti per la prima volta al pubblico, esordisca con un editoriale per spiegare le ragioni che lo hanno indotto (e hanno indotto i suoi amici e collaboratori) a prendere la decisione di dar vita a quello stesso giornale.
Ho scelto volutamente di non farlo perché sono convinto che la cosa migliore non sia quella di parlare di noi stessi o di spiegare quello che siamo e che abbiamo intenzione di fare (un modo di procedere che generalmente tende a sconfinare nell’autoreferenzialità), ma di esprimerci direttamente sulle cose. Ergo, tutti/e potranno conoscere le nostre idee e le nostre finalità semplicemente leggendo ciò che scriviamo.
Coerentemente con l’assunto di cui sopra, ho scelto per questa occasione di affrontare un tema che ormai da tempo è stato da più parti sollevato e che a mio parere deve assolutamente essere approfondito e chiarito, per lo meno dal mio punto di vista.
Mi riferisco alla dialettica che oppone destra e sinistra e che molti sostengono essere storicamente e politicamente superata. La questione, come è evidente,è assai complessa e ha necessità di essere affrontata, per poter essere compresa, da diversi punti di approccio: storico-politico, meta-storico e meta-politico, concettuale e linguistico.
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La favola dell'euro: "Boulevard of broken dreams"
Francesco Ruggeri, Giuliano Thosiro Yajima
Sono ormai passati 5 anni dalla scoppio della crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo e che ha travolto le economie più avanzate, dimostrando quanto fragile fosse il periodo di crescita che l’occidente stava vivendo e facendo emergere tutte le contraddizioni del sistema economico e sociale in cui viviamo.
L’Europa è al centro di questa “tempesta perfetta”. I paesi facenti parte dell’Unione Monetaria Europea (UME), in particolare, sono quelli che stanno trovando maggiori difficoltà nel fronteggiare questa situazione. Lo dimostra il continuo aumento dei tassi di disoccupazione e il deterioramento della produzione che danno vita ad una spirale recessiva che apparentemente sembra non avere fine.
I paesi che stanno ricevendo le maggiori attenzioni sono quelli definiti “periferici”, che possono essere identificati con quelli del sud europa, che hanno ricevuto l’appellativo di PIIGS ( ai quali si aggiunge anche l’Irlanda). Sotto accusa sono gli elevati debiti pubblici accumulati da questi paesi, che li sottopongono ad attacchi speculativi da parte dei mercati finanziari, come è successo ad Italia e Grecia nel Novembre del 2011. Le misure che questi paesi hanno adottato, sotto indicazione di Commissione Europea, Banca Centrale europea e Fondo monetario internazionale, sono state all’insegna dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento della tassazione per diminuire i disavanzi.
I risultati di queste misure, come molti avevano previsto, sono stati disastrosi: in un momento di calo dei consumi e della produzione, con disoccupazione in aumento, tagliare le spese, quindi agire in modo pro-ciclico, comporta un aggravamento della situazione, perché tagliando le spese si tagliano redditi, quindi consumi; ciò fa diminuire ancora di più la produzione e porta ad un aumento della disoccupazione, aggravando la spirale recessiva.
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Italian Theory? Note sullo stato della filosofia italiana*
di Sandro Chignola
Considerate la vostra semenza
Inferno, XXVI, 118
Mi è stato chiesto di intervenire, se ho ben capito, sulla circolazione dell’Italian theory. Operazione preliminare necessaria sarebbe tuttavia quella di chiedersi se un’Italian Theory esista, quale ne sia lo statuto, di quale teoria e di quale italianità si parli, quando ne vengono evocati i termini. Quando Paolo Virno e Michael Hardt, alla metà degli anni ’90, pubblicano Radical Thought in Italy. A Potential Politics, la «difference of italian thought» che viene posta in primo piano e, in qualche modo, rivendicata, non pertiene alla specificità di una tradizione, né ad un particolare orientamento nel dibattito filosofico: essa pertiene, piuttosto, a uno stile. A uno stile di pensiero come pratica collettiva e come militanza rivoluzionaria; due opzioni che impongono una determinata attitudine sperimentale al lavoro intellettuale.
Facile sarebbe ricordare come questo stile si sia forgiato nelle lotte e sia stato messo alla prova nelle galere. Come, cioè, esso si sia prodotto non sulla linea di sorvolo della riflessione, ma attraverso un’immersione nel reale capace di imporre e di registrare discontinuità e rotture. Meno scontato, forse, il chiedersi quanto di questo stile sia «italiano» – e cioè: inscritto in una specifica prassi e in una determinata serie, quella, all’interno del secolo breve, del lungo ’68 universitario e operaio che si prolunga sino al marzo 1977 e che costruisce la differenza italiana contro la tradizione gramsciana del PCI – e quanto invece gli derivi da «fuori», in quella che, mi sembra, può davvero essere intesa come una linea di circolazione nella quale l’Italian Theory non sta come un soggetto, ma, piuttosto, in una modalità contemporameamente attiva e ricettiva, sperimentale e trasformativa.
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Riunire l’unione monetaria
Una proposta per contrastare gli squilibri della zona euro
di Luca Fantacci, Università Bocconi
Gli squilibri commerciali persistenti minacciano di far deragliare l’economia europea. Luca Fantacci propone una European Clearing Union per promuovere un modello sostenibile di commercio in tutta l’Eurozona
Quasi quattro anni dopo l’inizio della crisi dell’euro, siamo riusciti a scongiurare un collasso, ma non favorire un progressivo recupero. Per troppo tempo ci siamo basati sulla ricetta dell’austerità come unica cura possibile. Ma il trattamento si è rivelato inefficace e persino dannoso, perché era basato sulla diagnosi sbagliata. Sono stati messi sotto accusa i debiti pubblici, i bilanci sono stati tagliati, la recessione approfondita. Solo di recente l’opinione degli esperti ha riconosciuto che i debiti pubblici sono, semmai, solo parte di un problema più ampio e diverso: i debiti esteri.
Infatti, nonostante la richiesta di convergenza che ha espresso a parole sin dal suo inizio, l’unione monetaria ha paradossalmente portato ad una crescente divergenza nelle economie dei paesi membri: dopo l’introduzione dell’euro, alcuni paesi hanno accumulato surplus commerciali, anno dopo anno, mentre altri hanno simmetricamente accumulato deficit.
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I buoni, i cattivi e i quasi buoni
E. Ferrara incontra Luca Rastello
Il romanzo I buoni di Luca Rastello inaugura una collana di Chiarelettere dedicata alla narrativa: non libri sentimentali, psicologici o di intrattenimento – ha spiegato l’editore – ma racconti e testimonianze controversi, filtrati dalla fantasia per permettere agli autori di raccontare in libertà quanto sta loro a cuore. La letteratura può osservare la realtà lucidamente, senza farsene travolgere. Può essere incisiva e quando ci riesce influenza l’immaginario più di mille denunce. Ci sono poi vicende sulle quali la storia si avvita perché esprimono cambiamenti che travalicano gli individui e che si riferiscono ai modelli culturali, ai gruppi sociali o ai cicli economici e istituzionali. È impossibile fornirne spiegazione o fare bilanci mentre sono in corso, si può al più provare a raccontarle. È quanto ha sempre fatto Rastello, con narrazioni dirette e vissute. Il suo primo libro, La guerra in casa (Einaudi 1998), divenne un riferimento per la cooperazione internazionale e diede voce ai dubbi sul ruolo del volontariato dopo la guerra in Jugoslavia. Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) è un ritratto dell’Italia schizofrenica degli anni settanta vissuta da un adolescente attraverso il conformismo dei genitori. Binario morto (Chiarelettere 2013) scritto con Andrea De Benedetti, racconta con ironia e sofferenza le bugie del Tav. Io sono il mercato (Chiarelettere 2009) è la storia (vera) di un narcotrafficante: uno sguardo criminale sul mondo.
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La finale del tifoso mezzo morto
nique la police
La letteratura antropologica sulle tifoserie italiane gode, da quasi un decennio, della presenza del libretto di Valerio Marchi, Il derby del bambino morto (Castelvecchi, 2005) utilissimo per cominciare a rintracciare le dinamiche comportamentali e comunicative delle culture dal basso presenti nel calcio. Per un inquadramento teorico del contesto risulta poi ancora molto utile il saggio di Armstrong e Giulianotti, di prevista pubblicazione in Italia presso la Casa Usher, Avenues of contestation. Football hooligans running and ruling urban spaces (presente nel numero 10, volume 2 di Social Anthropology, 2002). Messi assieme i due testi ci presentano due strumenti di lettura dei fatti attorno, e ben dentro, alla finale romana di Coppa Italia. Marchi ci parla del particolare processo di formazione di convinzioni collettive, leggende metropolitane, imperativi etici all’interno del comportamento da stadio. Mentre il testo di Armstrong e Giulianotti, oltre ad essere una preziosa ricognizione del dibattito inglese sull’oggetto tifo degli anni ’80 e ’90, aiuta a leggere un passaggio che è alla nascita del governo del calcio contemporaneo. Quello che porta il calcio ad essere governato, prima di processi di segregazione delle tifoserie, in spazi dedicati ma sempre valicati, poi da quelli dominati dalla sorveglianza a distanza. Processo di governo necessario nel momento in cui, a cavallo degli anni ’80 e ’90, la sorveglianza del territorio si fa capillare perché tecnologica e viceversa.
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Verso una storia della critica del valore
di Anselm Jappe
Nel 1991, cadde il Muro di Berlino e l'Unione Sovietica era sul punto di esalare l'ultimo respiro. L'euforia della vittoria si spandeva fra coloro che erano sempre stati, o almeno da qualche tempo, convinti che il libero mercato e la democrazia occidentale fosse l'ultima parola nella storia. Fra la sinistra radicale, inclusi coloro che non avevano mai nutrito alcuna illusione circa "il socialismo attualmente esistente", c'era molta costernazione. Era davvero impossibile superare il capitalismo? Era necessario limitarsi d'ora in poi a fare solo occasionali modeste riforme? In tale contesto, la comparsa di un libro scritto in tedesco, intitolato "Il crollo della modernizzazione: dalla caduta del socialismo da caserma alla crisi economica mondiale" (Kurz 1991) poteva non sembrare bizzarro. Non di meno, questo libro, pubblicato da una grande casa editrice, ebbe un sostanziale impatto su una recentemente "riunita" Germania.
Fino ad allora, l'autore del libro, Robert Kurz (1943-2012), era conosciuto solo nei ristretti circoli marxisti per una sua piuttosto oscura rivista che di recente aveva cambiato il suo nome da "Marxistische Kritik" a "Krisis". Kurz sosteneva nel suo libro che, lungi dall'essere il segnale del trionfo finale del capitalismo occidentale, la caduta dell'Europa dell'Est era solo una tappa del crollo graduale dell'economia mondiale basata sulla merce, sul valore, sul lavoro astratto e sulla moneta.
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Finanza globale e Europa
Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli intervistano Christian Marazzi
ANDREA FUMAGALLI: Vorremmo trattare principalmente tre argomenti con Christian Marazzi.
Fare prima di tutto una veloce discussione sulle dinamiche e le tendenze in atto nell’ambito del capitalismo globale finanziarizzato, a partire dalle scelte di politica economica sia valutarie che monetarie, partendo dal fatto che le tensioni valutarie iniziano a essere percepibili in alcune parti del globo (vedi crisi indiana della rupia e le tensioni in Argentina e in sud America). Il discorso sulle tensioni valutarie è propedeutico a una discussione più specifica sui rischi di dinamiche speculative, ovvero quali nuove bolle speculative si possono sviluppare di fronte a una chiusura di un anno come il 2013 che ha inciso molto di più in termini di crisi economica in Europa rispetto a quanto successo nel 2009, all’indomani della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Un 2013 in cui, nonostante il calo del PIL in Italia intorno all’1,7%, le ripercussioni sulla situazione dei redditi, sui processi di impoverimento, sulla perdita di potere di acquisto, sulla dinamica negativa del consumo e della domanda aggregata, sulla capacità dell’export di compensare la perdita della domanda interna, ebbene questi effetti sono stati di gran lunga superiori rispetto al 2009 quando il PIL in Italia e negli altri paesi era calato in proporzioni molto superiori (ad esempio del 5,1% in Italia).
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Il problema è la Nato
di Tommaso Di Francesco
Crisi Ucraina. A bordo dei tank di Majdan si sono posti anche Obama e l'Unione europea
L’offensiva sanguinosa dell’esercito di Kiev non si ferma. Corre sul bordo sottile non solo della guerra civile, perché la portata dell’azione militare rischia l’intervento militare russo. Siamo sul baratro d’una guerra europea. Vanno in fretta i carri armati del governo di Majdan.
Devono sventare il referendum convocato per l’11 maggio nelle città della regione orientale del Donbass sull’indipendenza dall’Ucraina, per riaffermare l’autorità di Kiev con la forza dei tank e confermare a ogni costo, contro i «terroristi», la data delle elezioni centrali ucraine del 25 maggio. Fatto singolare, la seconda data richiama quella delle elezioni europee nelle quali, ahimé, l’argomento della pace non ha il benché minimo ascolto. Così la repressione non s’arresta. È più organizzata e perfino peggiore di quella del corrotto Yanukovitch contro i rivoltosi di Majdan, ma è sostenuta da tutto l’Occidente e continua ad essere praticata con il concorso dell’estrema destra che, a Odessa, ha assaltato il presidio dei filorussi, bruciando poi l’edificio dei Sindacati dov’erano riparati in fuga e dove hanno trovato la morte almeno 40 persone.
Un massacro che non ferma la repressione. Anche se a praticarla sono gli stessi che si sono legittimati per quattro mesi denunciando, in un coro greco di media, la repressione di piazza Majdan.
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Le riforme, il debito, la crisi, l’Europa
ForexInfo intervista Sergio Cesaratto
Sergio Cesaratto (Roma, 1955) è Professore ordinario di Politica fiscale e monetaria dell’Unione Monetaria Europea e di Economia della crescita e dello sviluppo presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica (DEPS) dell’Università degli Studi di Siena.
Dopo gli studi nelle università di Roma La Sapienza e di Manchester si è occupato nella sua attività di ricerca di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa.
Ha pubblicato numerosi contributi scientifici su riviste italiane e internazionali, fra queste Research Policy, Cambridge Journal of Economics e Review of Political Economy, oltre che contributi a volumi in lingua inglese e un libro di economia dei sistemi pensionistici con l’editore Edward Elgar. Ha scritto numerosi articoli su Il Manifesto, Economia e Politica e Micromega.
È anche curatore dei blog http://politicaeconomiablog.blogspot.com/ e http://documentoeconomisti.blogspot.com/ e, insieme a Massimo Pivetti, dell’e-book "Oltre l’austerità" scaricabile gratuitamente online.
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La Governabilità del lavoro
di Giovanna Cracco
La riforma del lavoro è tornata a tenere banco. nel marzo scorso il governo Renzi ha approvato un decreto legge che mette mano ai contratti a termine e all’apprendistato: i primi possono essere rinnovati per tre anni senza causale (prima erano 12 mesi) e senza alcuna pausa tra un rinnovo e l’altro, mentre per il secondo non esiste più l’obbligo di confermare almeno il 30% dei precedenti apprendisti per poterne assumere di nuovi. Contemporaneamente l’esecutivo ha annunciato la futura presentazione in Parlamento di un disegno di legge delega, il famigerato Jobs Act, per riorganizzare “l’intero sistema”, dagli ammortizzatori sociali al riordino delle tipologie contrattuali al nuovo codice del lavoro.
La CGIL si è scagliata contro il decreto legge, affermando, con ovvia ragione, che aumenta ulteriormente la precarietà, mentre Cisl e Uil hanno avuto tiepide reazioni positive. Il problema è la mossa in due tempi, decreto e legge delega, che mette il sindacato di ‘sinistra’ in una scomoda posizione. La Cgil attendeva infatti una riforma unica e complessiva, che contenesse anche la riduzione della miriade di forme contrattuali ‘flessibili’ e la creazione di un contratto unico di inserimento con raggiungimento progressivo delle varie garanzie nell’arco di tre anni, come più volte Renzi aveva annunciato; la riforma unica le avrebbe dato la possibilità di valorizzare alcuni aspetti rispetto ad altri e di farla digerire ai propri iscritti come un compromesso necessario, visti i tempi di crisi e disoccupazione dilagante.
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Uno spaccato dell’Europa
di Davide Gallo Lassere
A un mese dalle elezioni europee, il dibattitto sul futuro (destino?) del’Europa stenta a decollare. I punti di vista nazionali prevalgono sulla declinazione di un punto di vista europeo autonomo. E’ anche l’esito del ruolo strumentale che le istituzioni europei hanno svolto da Maastricht in poi al servizio dei potentati finanziari. Le politiche di austerity sono state la ciliegina sulla torta. E possibile creare un punto di vista europeo autonomo e alternativo in grado di sperimentare nuovi circuiti di valorizzazione e di creazione monetaria?
* * * * *
Che la crisi europea provenga da fuori e che solo ricollocandola all’interno delle giuste coordinate storiche e geografiche la si possa cogliere nella sua reale portata, non v’è dubbio alcuno. Che proprio nel presente dell’Unione europea, però, la crisi pluridecennale del capitalismo globale raggiunga vertici parossistici, sembra ancora più evidente.
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La sofferenza dei pochi che decide la "maggioranza" dei... pochissimi
Tra Padoan e Bentham, spiegando la Grecia
Quarantotto
Molti ricorderanno questa dichiarazione di Padoan, rilasciata in un'intervista al Wall Street Journal: "Il consolidamento fiscale sta producendo risultati, la sofferenza sta producendo risultati.
Riferita, com'è, al consolidamento fiscale nell'area euro, per la sua provenienza, non costituisce una sorpresa.
Nella sua visione, più volte espressa in diversi studi, l'indebitamento pubblico è il problema e un consolidamento, "amichevole" per la crescita, consiste nel backstop al default sovrano (stile ESM o, ancor, meglio l'ERF), che si unisca ad una condizionalità tale da portare alla riforma strutturale del mercato del lavoro, garantendo la flessibilità verso il basso dei salari e il taglio della spesa pubblica e dei "buchi" nel prelievo fiscale (ergo, da inasprire per presunzione assoluta).
Anche la logica del "rinvio" circa il pareggio di bilancio era perfettamente scontata, in base a precedenti prese di posizione, come strumento pragmatico di miglior realizzazione dello scenario di consolidamento fiscale (Padoan ha detto, prosegue Reuters - ed eravamo nel 2013 -, che l'OCSE, da molto tempo un tifoso delle politiche economiche che hanno dettato la risposta di forte austerità dell'UE alla crisi del debito (!), sta chiedendo a Bruxelles di consentire all'eurozona un periodo di rinvio agli obiettivi di deficit per tenere conto della prolungata crisi ...
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La tenaglia di mercato e finanza
Riccardo Petrella
L’altra Europa. La Bce come sovrano assoluto e l’euro come suo braccio armato sono il completamento di un sistema strutturato per affondare diritti e uguaglianza
Non è ragionevole confondere lo strumento (la moneta “comune” europea, l’euro) con le cause strutturali del fallimento delle politiche di “crescita”, di convergenza economica e d’integrazione politica dell’Europa. Essendo un simbolo forte della Mala Europa, l’euro è diventato un bersaglio troppo facile e immediato su cui scaricare la giusta rabbia dei cittadini europei per una Unione europea i cui gruppi dominanti hanno sbagliato tutto. Ma ciò non è sufficiente per costruire un’Altra Europa: bisogna andare al cuore dei problemi ed attaccare il sistema edificato ed imposto nel corso degli ultimi trent’anni, di cui l’euro è uno degli ingranaggi più recenti.
Il punto critico è distruggere la tenaglia mercato/finanza che ha stretto in una morsa mortale le società europee soffocando lo Stato dei diritti e la giustizia sociale, devastando la ricchezza collettiva (i beni comuni), demolendo le già deboli forme di democrazia rappresentativa e partecipata. Distruggere la tenaglia significa ridare ai cittadini europei la capacità di costruire un futuro hic et nunc.
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Che cos’è la crisi? La questione è semplice
(con qualche considerazione sulla Banca d’Inghilterra)
di Domenico De Simone
Il nuovo Chief Economist della Banca d’Inghilterra, Andrew Haldane ha recentemente dichiarato che l’intero sistema economico deve essere ripensato dalle fondamenta. Qui trovate il saggio dal quale sono tratte le sue affermazioni. La sua dichiarazione segue il report della Banca d’Inghilterra nel quale si afferma (finalmente!) che la gran parte del denaro in circolazione viene creato dalle Banche commerciali mediante i prestiti e che pertanto la creazione del denaro dipende dall’incremento del debito. Insomma, gli Inglesi che hanno fatto dell’innovazione dei sistemi bancari la loro arma vincente, si sono accorti che qualcosa non funziona e che il sistema sta sul punto del collasso e cercano soluzioni diverse. ovviamente in un’ottica di potere come hanno sempre fatto. Mentre per noi la soluzione va nella opposta direzione dello smantellamento del potere. E allora ripropongo questo articolo di un anno fa che spiega, in questa chiave interpretativa di cui ora si è accorta la Banca d’Inghilterra, che cos’è la crisi e come funziona. L’alternativa, come già avvertivo quindici anni fa è tra un cambiamento del sistema in una chiave di potere e un cambiamento in una direzione opposta di riduzione e di svuotamento del potere. Il resto segue necessariamente.
Grande è la confusione che regna sotto il cielo: la situazione è eccellente. Questa frase che Mao Dse Dong pronunziò durante la rivoluzione culturale, rende perfettamente l’idea del momento che stiamo vivendo.
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Invalsi e altre storie
Emanuela Annaloro intervista Giorgio Israel
Da oggi apriamo un dibattito sulla valutazione. Il campo di analisi, come è noto, è molto vasto. Secondo Giancarlo Cerini, ad esempio, possiamo “rintracciare i diversi profili di una valutazione strettamente didattica (rivolta ad apprezzare i processi e gli esiti dell’apprendimento), una di istituto (volta a rilevare le caratteristiche del servizio erogato da uno “stabilimento” scolastico), una valutazione di sistema, orientata a cogliere le grandi tendenze, il rapporto costi/benefici, i macro-indicatori, il peso delle variabili geografiche e territoriali."
Qui ce ne occuperemo seguendo tre prospettive: 1) la logica culturale della valutazione 2) la valutazione di sistema 3) la valutazione nella didattica.
E.A: Gli insegnanti di scuola sono alle prese con due spinte contrastanti: da un lato si richiede loro di rendere misurabili, oggettivabili e dunque valutabili gli apprendimenti, dall'altro gli si richiede di tener conto nella prassi didattica, e dunque anche in sede valutativa, di tutte le soggettività e individualità presenti nella classe. Si direbbe che a scuola esiste una cultura dello standard oggettivo che convive con una cultura della soggettività discrezionale.
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Il bluff della ripresa e il triste primato dei mercati
di Alfonso Gianni
Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole 24 Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.
Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.
In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio.
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Ritornare a crescere stabilizzando il debito
Sergio Cesaratto
Nonostante l’esperienza di 6 anni di crisi e le molte false promesse da parte dei governi che si sono succeduti non sembra vi sia ancora piena consapevolezza nel dibattito politico della gravità della situazione e della inadeguatezza delle politiche economiche proposte in piena continuità con le passate e fallimentari ricette. Questo anche nella sinistra che da anni è puntello, per forza o per amore, di queste politiche.
Nel recente DEF si ammette che la crescita italiana sarà assai debole nel 2014 (punto otto si dice, per evitare di anteporre la parola zero), peccando probabilmente di qualche ottimismo. Le previsioni per gli anni successivi sono più rassicuranti (si sale dall’1,3% del 2015 all’1,9% del 2018), ma la giustificazione economica di tanto ottimismo è ridotta al balbettio di una paginetta in cui non si dimostra da dove tale ripresa dovrebbe provenire – a parte il generico richiamo a una generale ripresa dell’economia globale. Né grandi rassicurazioni provengono dagli effetti delle “riforme strutturali” illustrati nell’allegato Piano Nazionale di Riforme che in un crescendo rossiniano mostra effetti cumulativi sul Pil in aggiunta allo “scenario base” che vanno dal +0,8% nel 2015 sino al +2,4% nel 2018. Le stime degli effetti delle “riforme” sono ottenute con metodi piuttosto opinabili e nella maggior parte dei casi le passate previsioni sono state non solo smentite, ma rovesciate come dimostrato da un prezioso e certosino lavoro condotto da Maurizio Zenezini dell’Università di Trieste pubblicato da Economia e società regionale (13/2 2013), una rivista legata all’IRES-CGIL veneta, dedicato a “Le riforme e l’illusione della crescita”.
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Costanzo Preve e Diego Fusaro
Esempi di un marxismo bifronte?
di Jacopo E. Milani
Le riflessioni di Costanzo Preve e Diego Fusaro pongono indubbiamente le premesse di un percorso originale. Esse portano all’attenzione della scena culturale italiana il pensiero di Marx, attualizzandolo e interpretandolo come filosofo idealista, seguace di Hegel e superatore di Fichte, fondatore di un sistema di pensiero e di un’ideologia che rimette al centro della storia un attore collettivo – la classe o, nel caso di questi ultimi epigoni di Marx, la comunità – che supera il ruolo di quella borghesia che ha rivoluzionato il sistema politico ed economico creandone uno proprio, su base individualistica, finalizzato a un’infinita accumulazione di ricchezze: il capitalismo.
Preve, nel suo Elogio del Comunitarismo (Controcorrente edizioni, 2006), evidenzia i passaggi che hanno portato il capitalismo a essere dominante dopo il crollo dell’Urss, con il trionfo del sistema di mercato e la sua riorganizzazione su scala mondiale, attraverso la globalizzazione e la delocalizzazione produttiva. Per rendere efficiente e solido il progetto, Stati Uniti e Paesi europei hanno adeguato l’offerta politica, rimodellando le proposte elettorali: niente più partiti ideologicamente fondati nel secolo scorso ma nuove formazioni in linea con il neoliberismo.
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