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La favola dell'euro: "Boulevard of broken dreams"
Francesco Ruggeri, Giuliano Thosiro Yajima
Sono ormai passati 5 anni dalla scoppio della crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo e che ha travolto le economie più avanzate, dimostrando quanto fragile fosse il periodo di crescita che l’occidente stava vivendo e facendo emergere tutte le contraddizioni del sistema economico e sociale in cui viviamo.
L’Europa è al centro di questa “tempesta perfetta”. I paesi facenti parte dell’Unione Monetaria Europea (UME), in particolare, sono quelli che stanno trovando maggiori difficoltà nel fronteggiare questa situazione. Lo dimostra il continuo aumento dei tassi di disoccupazione e il deterioramento della produzione che danno vita ad una spirale recessiva che apparentemente sembra non avere fine.
I paesi che stanno ricevendo le maggiori attenzioni sono quelli definiti “periferici”, che possono essere identificati con quelli del sud europa, che hanno ricevuto l’appellativo di PIIGS ( ai quali si aggiunge anche l’Irlanda). Sotto accusa sono gli elevati debiti pubblici accumulati da questi paesi, che li sottopongono ad attacchi speculativi da parte dei mercati finanziari, come è successo ad Italia e Grecia nel Novembre del 2011. Le misure che questi paesi hanno adottato, sotto indicazione di Commissione Europea, Banca Centrale europea e Fondo monetario internazionale, sono state all’insegna dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento della tassazione per diminuire i disavanzi.
I risultati di queste misure, come molti avevano previsto, sono stati disastrosi: in un momento di calo dei consumi e della produzione, con disoccupazione in aumento, tagliare le spese, quindi agire in modo pro-ciclico, comporta un aggravamento della situazione, perché tagliando le spese si tagliano redditi, quindi consumi; ciò fa diminuire ancora di più la produzione e porta ad un aumento della disoccupazione, aggravando la spirale recessiva.
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Italian Theory? Note sullo stato della filosofia italiana*
di Sandro Chignola
Considerate la vostra semenza
Inferno, XXVI, 118
Mi è stato chiesto di intervenire, se ho ben capito, sulla circolazione dell’Italian theory. Operazione preliminare necessaria sarebbe tuttavia quella di chiedersi se un’Italian Theory esista, quale ne sia lo statuto, di quale teoria e di quale italianità si parli, quando ne vengono evocati i termini. Quando Paolo Virno e Michael Hardt, alla metà degli anni ’90, pubblicano Radical Thought in Italy. A Potential Politics, la «difference of italian thought» che viene posta in primo piano e, in qualche modo, rivendicata, non pertiene alla specificità di una tradizione, né ad un particolare orientamento nel dibattito filosofico: essa pertiene, piuttosto, a uno stile. A uno stile di pensiero come pratica collettiva e come militanza rivoluzionaria; due opzioni che impongono una determinata attitudine sperimentale al lavoro intellettuale.
Facile sarebbe ricordare come questo stile si sia forgiato nelle lotte e sia stato messo alla prova nelle galere. Come, cioè, esso si sia prodotto non sulla linea di sorvolo della riflessione, ma attraverso un’immersione nel reale capace di imporre e di registrare discontinuità e rotture. Meno scontato, forse, il chiedersi quanto di questo stile sia «italiano» – e cioè: inscritto in una specifica prassi e in una determinata serie, quella, all’interno del secolo breve, del lungo ’68 universitario e operaio che si prolunga sino al marzo 1977 e che costruisce la differenza italiana contro la tradizione gramsciana del PCI – e quanto invece gli derivi da «fuori», in quella che, mi sembra, può davvero essere intesa come una linea di circolazione nella quale l’Italian Theory non sta come un soggetto, ma, piuttosto, in una modalità contemporameamente attiva e ricettiva, sperimentale e trasformativa.
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Riunire l’unione monetaria
Una proposta per contrastare gli squilibri della zona euro
di Luca Fantacci, Università Bocconi
Gli squilibri commerciali persistenti minacciano di far deragliare l’economia europea. Luca Fantacci propone una European Clearing Union per promuovere un modello sostenibile di commercio in tutta l’Eurozona
Quasi quattro anni dopo l’inizio della crisi dell’euro, siamo riusciti a scongiurare un collasso, ma non favorire un progressivo recupero. Per troppo tempo ci siamo basati sulla ricetta dell’austerità come unica cura possibile. Ma il trattamento si è rivelato inefficace e persino dannoso, perché era basato sulla diagnosi sbagliata. Sono stati messi sotto accusa i debiti pubblici, i bilanci sono stati tagliati, la recessione approfondita. Solo di recente l’opinione degli esperti ha riconosciuto che i debiti pubblici sono, semmai, solo parte di un problema più ampio e diverso: i debiti esteri.
Infatti, nonostante la richiesta di convergenza che ha espresso a parole sin dal suo inizio, l’unione monetaria ha paradossalmente portato ad una crescente divergenza nelle economie dei paesi membri: dopo l’introduzione dell’euro, alcuni paesi hanno accumulato surplus commerciali, anno dopo anno, mentre altri hanno simmetricamente accumulato deficit.
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I buoni, i cattivi e i quasi buoni
E. Ferrara incontra Luca Rastello
Il romanzo I buoni di Luca Rastello inaugura una collana di Chiarelettere dedicata alla narrativa: non libri sentimentali, psicologici o di intrattenimento – ha spiegato l’editore – ma racconti e testimonianze controversi, filtrati dalla fantasia per permettere agli autori di raccontare in libertà quanto sta loro a cuore. La letteratura può osservare la realtà lucidamente, senza farsene travolgere. Può essere incisiva e quando ci riesce influenza l’immaginario più di mille denunce. Ci sono poi vicende sulle quali la storia si avvita perché esprimono cambiamenti che travalicano gli individui e che si riferiscono ai modelli culturali, ai gruppi sociali o ai cicli economici e istituzionali. È impossibile fornirne spiegazione o fare bilanci mentre sono in corso, si può al più provare a raccontarle. È quanto ha sempre fatto Rastello, con narrazioni dirette e vissute. Il suo primo libro, La guerra in casa (Einaudi 1998), divenne un riferimento per la cooperazione internazionale e diede voce ai dubbi sul ruolo del volontariato dopo la guerra in Jugoslavia. Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) è un ritratto dell’Italia schizofrenica degli anni settanta vissuta da un adolescente attraverso il conformismo dei genitori. Binario morto (Chiarelettere 2013) scritto con Andrea De Benedetti, racconta con ironia e sofferenza le bugie del Tav. Io sono il mercato (Chiarelettere 2009) è la storia (vera) di un narcotrafficante: uno sguardo criminale sul mondo.
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La finale del tifoso mezzo morto
nique la police
La letteratura antropologica sulle tifoserie italiane gode, da quasi un decennio, della presenza del libretto di Valerio Marchi, Il derby del bambino morto (Castelvecchi, 2005) utilissimo per cominciare a rintracciare le dinamiche comportamentali e comunicative delle culture dal basso presenti nel calcio. Per un inquadramento teorico del contesto risulta poi ancora molto utile il saggio di Armstrong e Giulianotti, di prevista pubblicazione in Italia presso la Casa Usher, Avenues of contestation. Football hooligans running and ruling urban spaces (presente nel numero 10, volume 2 di Social Anthropology, 2002). Messi assieme i due testi ci presentano due strumenti di lettura dei fatti attorno, e ben dentro, alla finale romana di Coppa Italia. Marchi ci parla del particolare processo di formazione di convinzioni collettive, leggende metropolitane, imperativi etici all’interno del comportamento da stadio. Mentre il testo di Armstrong e Giulianotti, oltre ad essere una preziosa ricognizione del dibattito inglese sull’oggetto tifo degli anni ’80 e ’90, aiuta a leggere un passaggio che è alla nascita del governo del calcio contemporaneo. Quello che porta il calcio ad essere governato, prima di processi di segregazione delle tifoserie, in spazi dedicati ma sempre valicati, poi da quelli dominati dalla sorveglianza a distanza. Processo di governo necessario nel momento in cui, a cavallo degli anni ’80 e ’90, la sorveglianza del territorio si fa capillare perché tecnologica e viceversa.
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Verso una storia della critica del valore
di Anselm Jappe
Nel 1991, cadde il Muro di Berlino e l'Unione Sovietica era sul punto di esalare l'ultimo respiro. L'euforia della vittoria si spandeva fra coloro che erano sempre stati, o almeno da qualche tempo, convinti che il libero mercato e la democrazia occidentale fosse l'ultima parola nella storia. Fra la sinistra radicale, inclusi coloro che non avevano mai nutrito alcuna illusione circa "il socialismo attualmente esistente", c'era molta costernazione. Era davvero impossibile superare il capitalismo? Era necessario limitarsi d'ora in poi a fare solo occasionali modeste riforme? In tale contesto, la comparsa di un libro scritto in tedesco, intitolato "Il crollo della modernizzazione: dalla caduta del socialismo da caserma alla crisi economica mondiale" (Kurz 1991) poteva non sembrare bizzarro. Non di meno, questo libro, pubblicato da una grande casa editrice, ebbe un sostanziale impatto su una recentemente "riunita" Germania.
Fino ad allora, l'autore del libro, Robert Kurz (1943-2012), era conosciuto solo nei ristretti circoli marxisti per una sua piuttosto oscura rivista che di recente aveva cambiato il suo nome da "Marxistische Kritik" a "Krisis". Kurz sosteneva nel suo libro che, lungi dall'essere il segnale del trionfo finale del capitalismo occidentale, la caduta dell'Europa dell'Est era solo una tappa del crollo graduale dell'economia mondiale basata sulla merce, sul valore, sul lavoro astratto e sulla moneta.
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Finanza globale e Europa
Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli intervistano Christian Marazzi
ANDREA FUMAGALLI: Vorremmo trattare principalmente tre argomenti con Christian Marazzi.
Fare prima di tutto una veloce discussione sulle dinamiche e le tendenze in atto nell’ambito del capitalismo globale finanziarizzato, a partire dalle scelte di politica economica sia valutarie che monetarie, partendo dal fatto che le tensioni valutarie iniziano a essere percepibili in alcune parti del globo (vedi crisi indiana della rupia e le tensioni in Argentina e in sud America). Il discorso sulle tensioni valutarie è propedeutico a una discussione più specifica sui rischi di dinamiche speculative, ovvero quali nuove bolle speculative si possono sviluppare di fronte a una chiusura di un anno come il 2013 che ha inciso molto di più in termini di crisi economica in Europa rispetto a quanto successo nel 2009, all’indomani della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Un 2013 in cui, nonostante il calo del PIL in Italia intorno all’1,7%, le ripercussioni sulla situazione dei redditi, sui processi di impoverimento, sulla perdita di potere di acquisto, sulla dinamica negativa del consumo e della domanda aggregata, sulla capacità dell’export di compensare la perdita della domanda interna, ebbene questi effetti sono stati di gran lunga superiori rispetto al 2009 quando il PIL in Italia e negli altri paesi era calato in proporzioni molto superiori (ad esempio del 5,1% in Italia).
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Il problema è la Nato
di Tommaso Di Francesco
Crisi Ucraina. A bordo dei tank di Majdan si sono posti anche Obama e l'Unione europea
L’offensiva sanguinosa dell’esercito di Kiev non si ferma. Corre sul bordo sottile non solo della guerra civile, perché la portata dell’azione militare rischia l’intervento militare russo. Siamo sul baratro d’una guerra europea. Vanno in fretta i carri armati del governo di Majdan.
Devono sventare il referendum convocato per l’11 maggio nelle città della regione orientale del Donbass sull’indipendenza dall’Ucraina, per riaffermare l’autorità di Kiev con la forza dei tank e confermare a ogni costo, contro i «terroristi», la data delle elezioni centrali ucraine del 25 maggio. Fatto singolare, la seconda data richiama quella delle elezioni europee nelle quali, ahimé, l’argomento della pace non ha il benché minimo ascolto. Così la repressione non s’arresta. È più organizzata e perfino peggiore di quella del corrotto Yanukovitch contro i rivoltosi di Majdan, ma è sostenuta da tutto l’Occidente e continua ad essere praticata con il concorso dell’estrema destra che, a Odessa, ha assaltato il presidio dei filorussi, bruciando poi l’edificio dei Sindacati dov’erano riparati in fuga e dove hanno trovato la morte almeno 40 persone.
Un massacro che non ferma la repressione. Anche se a praticarla sono gli stessi che si sono legittimati per quattro mesi denunciando, in un coro greco di media, la repressione di piazza Majdan.
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Le riforme, il debito, la crisi, l’Europa
ForexInfo intervista Sergio Cesaratto
Sergio Cesaratto (Roma, 1955) è Professore ordinario di Politica fiscale e monetaria dell’Unione Monetaria Europea e di Economia della crescita e dello sviluppo presso il Dipartimento di Economia Politica e Statistica (DEPS) dell’Università degli Studi di Siena.
Dopo gli studi nelle università di Roma La Sapienza e di Manchester si è occupato nella sua attività di ricerca di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa.
Ha pubblicato numerosi contributi scientifici su riviste italiane e internazionali, fra queste Research Policy, Cambridge Journal of Economics e Review of Political Economy, oltre che contributi a volumi in lingua inglese e un libro di economia dei sistemi pensionistici con l’editore Edward Elgar. Ha scritto numerosi articoli su Il Manifesto, Economia e Politica e Micromega.
È anche curatore dei blog http://politicaeconomiablog.blogspot.com/ e http://documentoeconomisti.blogspot.com/ e, insieme a Massimo Pivetti, dell’e-book "Oltre l’austerità" scaricabile gratuitamente online.
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La Governabilità del lavoro
di Giovanna Cracco
La riforma del lavoro è tornata a tenere banco. nel marzo scorso il governo Renzi ha approvato un decreto legge che mette mano ai contratti a termine e all’apprendistato: i primi possono essere rinnovati per tre anni senza causale (prima erano 12 mesi) e senza alcuna pausa tra un rinnovo e l’altro, mentre per il secondo non esiste più l’obbligo di confermare almeno il 30% dei precedenti apprendisti per poterne assumere di nuovi. Contemporaneamente l’esecutivo ha annunciato la futura presentazione in Parlamento di un disegno di legge delega, il famigerato Jobs Act, per riorganizzare “l’intero sistema”, dagli ammortizzatori sociali al riordino delle tipologie contrattuali al nuovo codice del lavoro.
La CGIL si è scagliata contro il decreto legge, affermando, con ovvia ragione, che aumenta ulteriormente la precarietà, mentre Cisl e Uil hanno avuto tiepide reazioni positive. Il problema è la mossa in due tempi, decreto e legge delega, che mette il sindacato di ‘sinistra’ in una scomoda posizione. La Cgil attendeva infatti una riforma unica e complessiva, che contenesse anche la riduzione della miriade di forme contrattuali ‘flessibili’ e la creazione di un contratto unico di inserimento con raggiungimento progressivo delle varie garanzie nell’arco di tre anni, come più volte Renzi aveva annunciato; la riforma unica le avrebbe dato la possibilità di valorizzare alcuni aspetti rispetto ad altri e di farla digerire ai propri iscritti come un compromesso necessario, visti i tempi di crisi e disoccupazione dilagante.
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Uno spaccato dell’Europa
di Davide Gallo Lassere
A un mese dalle elezioni europee, il dibattitto sul futuro (destino?) del’Europa stenta a decollare. I punti di vista nazionali prevalgono sulla declinazione di un punto di vista europeo autonomo. E’ anche l’esito del ruolo strumentale che le istituzioni europei hanno svolto da Maastricht in poi al servizio dei potentati finanziari. Le politiche di austerity sono state la ciliegina sulla torta. E possibile creare un punto di vista europeo autonomo e alternativo in grado di sperimentare nuovi circuiti di valorizzazione e di creazione monetaria?
* * * * *
Che la crisi europea provenga da fuori e che solo ricollocandola all’interno delle giuste coordinate storiche e geografiche la si possa cogliere nella sua reale portata, non v’è dubbio alcuno. Che proprio nel presente dell’Unione europea, però, la crisi pluridecennale del capitalismo globale raggiunga vertici parossistici, sembra ancora più evidente.
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La sofferenza dei pochi che decide la "maggioranza" dei... pochissimi
Tra Padoan e Bentham, spiegando la Grecia
Quarantotto
Molti ricorderanno questa dichiarazione di Padoan, rilasciata in un'intervista al Wall Street Journal: "Il consolidamento fiscale sta producendo risultati, la sofferenza sta producendo risultati.
Riferita, com'è, al consolidamento fiscale nell'area euro, per la sua provenienza, non costituisce una sorpresa.
Nella sua visione, più volte espressa in diversi studi, l'indebitamento pubblico è il problema e un consolidamento, "amichevole" per la crescita, consiste nel backstop al default sovrano (stile ESM o, ancor, meglio l'ERF), che si unisca ad una condizionalità tale da portare alla riforma strutturale del mercato del lavoro, garantendo la flessibilità verso il basso dei salari e il taglio della spesa pubblica e dei "buchi" nel prelievo fiscale (ergo, da inasprire per presunzione assoluta).
Anche la logica del "rinvio" circa il pareggio di bilancio era perfettamente scontata, in base a precedenti prese di posizione, come strumento pragmatico di miglior realizzazione dello scenario di consolidamento fiscale (Padoan ha detto, prosegue Reuters - ed eravamo nel 2013 -, che l'OCSE, da molto tempo un tifoso delle politiche economiche che hanno dettato la risposta di forte austerità dell'UE alla crisi del debito (!), sta chiedendo a Bruxelles di consentire all'eurozona un periodo di rinvio agli obiettivi di deficit per tenere conto della prolungata crisi ...
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La tenaglia di mercato e finanza
Riccardo Petrella
L’altra Europa. La Bce come sovrano assoluto e l’euro come suo braccio armato sono il completamento di un sistema strutturato per affondare diritti e uguaglianza
Non è ragionevole confondere lo strumento (la moneta “comune” europea, l’euro) con le cause strutturali del fallimento delle politiche di “crescita”, di convergenza economica e d’integrazione politica dell’Europa. Essendo un simbolo forte della Mala Europa, l’euro è diventato un bersaglio troppo facile e immediato su cui scaricare la giusta rabbia dei cittadini europei per una Unione europea i cui gruppi dominanti hanno sbagliato tutto. Ma ciò non è sufficiente per costruire un’Altra Europa: bisogna andare al cuore dei problemi ed attaccare il sistema edificato ed imposto nel corso degli ultimi trent’anni, di cui l’euro è uno degli ingranaggi più recenti.
Il punto critico è distruggere la tenaglia mercato/finanza che ha stretto in una morsa mortale le società europee soffocando lo Stato dei diritti e la giustizia sociale, devastando la ricchezza collettiva (i beni comuni), demolendo le già deboli forme di democrazia rappresentativa e partecipata. Distruggere la tenaglia significa ridare ai cittadini europei la capacità di costruire un futuro hic et nunc.
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Che cos’è la crisi? La questione è semplice
(con qualche considerazione sulla Banca d’Inghilterra)
di Domenico De Simone
Il nuovo Chief Economist della Banca d’Inghilterra, Andrew Haldane ha recentemente dichiarato che l’intero sistema economico deve essere ripensato dalle fondamenta. Qui trovate il saggio dal quale sono tratte le sue affermazioni. La sua dichiarazione segue il report della Banca d’Inghilterra nel quale si afferma (finalmente!) che la gran parte del denaro in circolazione viene creato dalle Banche commerciali mediante i prestiti e che pertanto la creazione del denaro dipende dall’incremento del debito. Insomma, gli Inglesi che hanno fatto dell’innovazione dei sistemi bancari la loro arma vincente, si sono accorti che qualcosa non funziona e che il sistema sta sul punto del collasso e cercano soluzioni diverse. ovviamente in un’ottica di potere come hanno sempre fatto. Mentre per noi la soluzione va nella opposta direzione dello smantellamento del potere. E allora ripropongo questo articolo di un anno fa che spiega, in questa chiave interpretativa di cui ora si è accorta la Banca d’Inghilterra, che cos’è la crisi e come funziona. L’alternativa, come già avvertivo quindici anni fa è tra un cambiamento del sistema in una chiave di potere e un cambiamento in una direzione opposta di riduzione e di svuotamento del potere. Il resto segue necessariamente.
Grande è la confusione che regna sotto il cielo: la situazione è eccellente. Questa frase che Mao Dse Dong pronunziò durante la rivoluzione culturale, rende perfettamente l’idea del momento che stiamo vivendo.
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Invalsi e altre storie
Emanuela Annaloro intervista Giorgio Israel
Da oggi apriamo un dibattito sulla valutazione. Il campo di analisi, come è noto, è molto vasto. Secondo Giancarlo Cerini, ad esempio, possiamo “rintracciare i diversi profili di una valutazione strettamente didattica (rivolta ad apprezzare i processi e gli esiti dell’apprendimento), una di istituto (volta a rilevare le caratteristiche del servizio erogato da uno “stabilimento” scolastico), una valutazione di sistema, orientata a cogliere le grandi tendenze, il rapporto costi/benefici, i macro-indicatori, il peso delle variabili geografiche e territoriali."
Qui ce ne occuperemo seguendo tre prospettive: 1) la logica culturale della valutazione 2) la valutazione di sistema 3) la valutazione nella didattica.
E.A: Gli insegnanti di scuola sono alle prese con due spinte contrastanti: da un lato si richiede loro di rendere misurabili, oggettivabili e dunque valutabili gli apprendimenti, dall'altro gli si richiede di tener conto nella prassi didattica, e dunque anche in sede valutativa, di tutte le soggettività e individualità presenti nella classe. Si direbbe che a scuola esiste una cultura dello standard oggettivo che convive con una cultura della soggettività discrezionale.
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Il bluff della ripresa e il triste primato dei mercati
di Alfonso Gianni
Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole 24 Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.
Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.
In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio.
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Ritornare a crescere stabilizzando il debito
Sergio Cesaratto
Nonostante l’esperienza di 6 anni di crisi e le molte false promesse da parte dei governi che si sono succeduti non sembra vi sia ancora piena consapevolezza nel dibattito politico della gravità della situazione e della inadeguatezza delle politiche economiche proposte in piena continuità con le passate e fallimentari ricette. Questo anche nella sinistra che da anni è puntello, per forza o per amore, di queste politiche.
Nel recente DEF si ammette che la crescita italiana sarà assai debole nel 2014 (punto otto si dice, per evitare di anteporre la parola zero), peccando probabilmente di qualche ottimismo. Le previsioni per gli anni successivi sono più rassicuranti (si sale dall’1,3% del 2015 all’1,9% del 2018), ma la giustificazione economica di tanto ottimismo è ridotta al balbettio di una paginetta in cui non si dimostra da dove tale ripresa dovrebbe provenire – a parte il generico richiamo a una generale ripresa dell’economia globale. Né grandi rassicurazioni provengono dagli effetti delle “riforme strutturali” illustrati nell’allegato Piano Nazionale di Riforme che in un crescendo rossiniano mostra effetti cumulativi sul Pil in aggiunta allo “scenario base” che vanno dal +0,8% nel 2015 sino al +2,4% nel 2018. Le stime degli effetti delle “riforme” sono ottenute con metodi piuttosto opinabili e nella maggior parte dei casi le passate previsioni sono state non solo smentite, ma rovesciate come dimostrato da un prezioso e certosino lavoro condotto da Maurizio Zenezini dell’Università di Trieste pubblicato da Economia e società regionale (13/2 2013), una rivista legata all’IRES-CGIL veneta, dedicato a “Le riforme e l’illusione della crescita”.
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Costanzo Preve e Diego Fusaro
Esempi di un marxismo bifronte?
di Jacopo E. Milani
Le riflessioni di Costanzo Preve e Diego Fusaro pongono indubbiamente le premesse di un percorso originale. Esse portano all’attenzione della scena culturale italiana il pensiero di Marx, attualizzandolo e interpretandolo come filosofo idealista, seguace di Hegel e superatore di Fichte, fondatore di un sistema di pensiero e di un’ideologia che rimette al centro della storia un attore collettivo – la classe o, nel caso di questi ultimi epigoni di Marx, la comunità – che supera il ruolo di quella borghesia che ha rivoluzionato il sistema politico ed economico creandone uno proprio, su base individualistica, finalizzato a un’infinita accumulazione di ricchezze: il capitalismo.
Preve, nel suo Elogio del Comunitarismo (Controcorrente edizioni, 2006), evidenzia i passaggi che hanno portato il capitalismo a essere dominante dopo il crollo dell’Urss, con il trionfo del sistema di mercato e la sua riorganizzazione su scala mondiale, attraverso la globalizzazione e la delocalizzazione produttiva. Per rendere efficiente e solido il progetto, Stati Uniti e Paesi europei hanno adeguato l’offerta politica, rimodellando le proposte elettorali: niente più partiti ideologicamente fondati nel secolo scorso ma nuove formazioni in linea con il neoliberismo.
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Le imprese non creano il lavoro
di Frédéric Lordon*
Non passa giorno senza che il governo francese dichiari fedeltà alle strategie economiche più liberiste: «politica dell’offerta», tagli alla spesa pubblica, stigmatizzazione degli «sprechi» e degli «abusi» nella previdenza sociale. Tanto che il padronato esita sulla condotta da tenere. E la destra confessa il proprio imbarazzo davanti a un tale livello di plagio…
Bisogna aver esagerato con gli alcolici, che ci fanno sembrare sinuose tutte le strade, per vedere, come fa il coro quasi unanime dei commentatori, una svolta neoliberista nel «patto di responsabilità» di François Hollande (1). Senza innalzare troppo gli standard della sobrietà, la verità richiama piuttosto una di quelle affascinanti immagini di Jean-Pierre Raffarin (2): la strada è dritta e la discesa è ripida – molto ripida (e i freni non funzionano). In effetti, l’ossimoro del tornante rettilineo non fa che approfondire la logica del quinquennio, manifestatasi sin dai primi mesi. Una logica debole, che lascia trasparire strategie di disperazione e rinuncia. Le antiche propensioni al tradimento ideologico si mescolano con i calcoli smarriti del panico quando, avendo abbandonato del tutto il progetto di riorientare le disastrose politiche europee, e di conseguenza qualunque possibilità di ripresa, per salvarsi dal naufragio totale si vede solo la zattera della Medusa: «l’impresa» come provvidenza, cioè… il Movimento delle imprese di Francia (Medef) come scialuppa di salvataggio. Trovata geniale, mentre si sta per essere ingoiati dai flutti: «La sola cosa che non è stata tentata, è dar fiducia alle imprese (3)». Che bella idea! Dar fiducia alle «imprese»... Come ostaggi che danno fiducia ai rapitori e si gettano nelle loro braccia, senza dubbio convinti che l’amore chiama indubbiamente amore – e disarma le richieste di riscatto.
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La Comune della cooperazione sociale
F.Tomasello intervista Antonio Negri sulla metropoli
(Domanda). Ormai diversi anni fa, alcuni tuoi scritti riguardanti l’oggetto di questa intervista sono stati raccolti in un testo il cui titolo, Dalla fabbrica alla metropoli, rimanda all’adagio secondo cui la metropoli sta alla moltitudine come, una volta, la fabbrica stava alla classe operaia. Vorrei oggi parlare con te di cosa le trasformazioni, i movimenti e la crisi globale di questi anni ci dicono rispetto all’analisi della metropoli intesa come griglia analitica attraverso cui è possibile rileggere e interpretare molte categorie di lettura del presente. Recentemente – in particolare nell’intervento Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa – hai fatto cenno all’esigenza di sottoporre a verifica critica alcune categorie consolidate dell’esperienza post-operaista: vorrei chiederti anzitutto se ritieni che anche questo schema di lettura del rapporto fra metropoli e moltitudine debba essere sottoposto a verifica e aggiornamento.
(Risposta). Ci troviamo oggi di fronte a una situazione completamente aperta per quanto riguarda la metropoli: per questo credo che il discorso vada sottoposto a verifica, ma continuerei comunque a insistere sul tema metropoli-fabbrica, pur senza interpretarlo in modo lineare. Evidentemente la metropoli è qualcosa di radicalmente diverso dalla fabbrica, è un luogo di produzione che va analizzato in tutta la sua specificità, ma è altrettanto vero che essa è il luogo di produzione per eccellenza.
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Sorridete, siete sorvegliati
di Tonino D’Orazio
Diventa sottile il filo che separa la fantascienza, o la scienza vera, dalla realtà, quella sconosciuta. In ogni film di quel tipo il canovaccio è sempre uguale: il dittatore, megalomane dichiarato che vuole governare il mondo, e i metodi sempre più robotici e brutali per riuscirvi. Lo sviluppo delle macchine-uomo, se non degli uomini-macchine. Il falso ideologico? E’ che c’è sempre un uomo, un eroe, un individuo che riesce a vincere. Siamo quindi tranquilli e tranquillizati che il dittatore non ce la farà mai.
C’è oggi una attività scientifica frenetica in molti settori, di macro e di micro conoscenze, di nano tecnologie, di fughe in avanti, che sfugge anche ai cittadini che cercano di seguirla, pur tenendo conto dell’ignoranza complessiva sul suo sviluppo e sulla sua direzione e persino degli strumenti critici di decodificazione necessari. Dico direzione perché questa parola rappresenta regole e quindi democrazia. Libertà individuale e privacy, se si può ancora sperare, perché l’elemento chiave è che tutto si svolge “per il nostro bene” e con il nostro consenso, spesso ignaro o dolcemente estorto, se non addirittura tramite il libero mercato “della paura”, molto efficace e ridondante dopo l’11 settembre nord americano.
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Il regime del salario 2
Naspi, ovvero del triste tramonto del welfare
di Lavoro Insubordinato
C’era una volta il progetto di mettere al lavoro l’intera società italiana senza eccezioni e senza possibilità di sottrazione. Nel 2001 l’allora ministro Maroni in un celebre libro bianco proponeva una «società attiva e una nuova qualità del lavoro». Dopo quasi 15 anni di lotte e di resistenze quel progetto sembra oggi realizzarsi grazie al nuovo regime del salario che il governo Renzi sta progressivamente instaurando. Sarebbe perciò quanto mai sbagliato leggere le politiche del lavoro del nuovo governo come la trovata estemporanea e vagamente populista di un decisionista allo sbaraglio. Non si tratta nemmeno della truffa di un giocoliere più abile di altri. Non basta cioè denunciare l’ingiustizia o la furbizia dell’imbonitore, affinché i truffati si rendano conto dei loro diritti violati. Tutte queste misure sono invece il compimento di un processo e pretendono di registrare lo spostamento dei rapporti di forza che è oramai avvenuto all’interno della società italiana ed europea. Il regime del salario che il governo sta imponendo mira a stabilire le condizioni grazie alle quali la coazione del lavoro investa anche il non lavoro, stabilendo una paziente disponibilità a una nuova occupazione, in altri termini all’occupabilità. Questo regime del salario non punta a una salarizzazione dell’intera società, non fa cioè corrispondere un salario certo a un lavoro sicuro, esso stabilisce piuttosto le basi di un’incertezza generalizzata che investe tanto il salario quanto il reddito, facendo di quella stessa incertezza il solo e unico criterio di giustizia.
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In each other we trust
Coniare alternative al capitalismo
di Jerome Roos
Nello scorso marzo si è svolta la conferenza MoneyLab ad Amsterdam, organizzato dall’Institute of Network Cultures. Dopo il workshop svoltosi il 20 gennaio al Goldmiths College di Londra e l’incontro di metà febbraio nell’ambito del progetto D-Cent, sempre a Londra, è questo il terzo appuntamento europeo sul tema delle monete digitali. Riportiamo in anteprima in italiano (grazie alla traduzione di Lorenzo Fé) un articolo di Jerome Roos, animatore della Roar Magazine (qui nella versione originale), che descrive ciò di cui si è discusso ad Amsterdam. Ricordiamo che sul tema delle monete digitali e in particolare sulla proposta della Moneta del Comune e della creazione di una Istituzione finanziaria del Comune, Effimera sta organizzando un incontro internazionale a Milano il prossimo 21-22 giugno. Ringraziamo Jerome per la pubblicazione.
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Oltre dio e lo stato, è il denaro che comanda. È ancora possibile immaginare delle alternative?
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Il mondo scopre Piketty, l'economista superstar
di Marc Tracy
Thomas Piketty non è solo il brillante economista che riscrive la storia della disuguaglianza degli ultimi secoli; ma un fantastico narratore, ora di estrema attualità
Mercoledì sera, nell'ascensore che portava giù all'auditorium da 400 posti presso la City University del New York Graduate Center, un uomo di mezza età che sembrava un economista si vantava così con una coppia di persone di mezza età che sembravano economisti: «io in realtà ho visto per la prima volta Pikettygià nel 2001. Un posticino al Village. Suonava "Capitalismo Patrimoniale", versione acustica, e Emmanuel Saez è uscito per il bis».
Sto scherzando, naturalmente. Ma non si può evitare di essere presi alla sprovvista nel vedere quale accoglienza da rockstar abbia ricevuto Thomas Piketty, un economista francese, da quando il suo libro "Il Capitale nel XXI secolo " è stato pubblicato nella sua traduzione in inglese il mese scorso.
Se il mondo dei giornali e riviste di centro-sinistra fosse una stanza, non si potrebbero far oscillare le braccia lì dentro senza urtare una recensione del libro di Piketty (quasi certamente positiva).
Paul Krugman sulla New York Review of Books e nella sua rubrica.
Matthew Yglesias su Vox ("Puoi darmi il ragionamento di Piketty in quattro punti chiave?").
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Renzi e Valls: bilancio in ordine
Marco Assennato
Qui l’unico che proviamo a sezionare accomuna lo stivale e l’esagono, e cerca regolarità istituzionali tra le sorti probabili del governo di Matteo Renzi e le avventure e tribolazioni del prode Manuel Valls. Si potrebbe iniziare dal profilo: politico per entrambi, decisamente piantato nelle malferme tradizioni nazionali, francese e italiana. Entrambi sostanzialmente subordinati al Presidente delle rispettive Repubbliche, seppure è vero: in un caso la faccenda è perfettamente legittima, essendo appunto la Francia una Repubblica Presidenziale, nell’altro caso invece si tratta dell’ennesimo tournant italiano, che ha richiesto una repentina, fulminea e non discussa, interpretazione presidenzialistica dell’istituto del Capo dello Stato, in una Repubblica che la sua vecchia Carta Costituzionale vorrebbe ancora parlamentare.
Ma sarebbe stupido attardarsi in lacrimoni tristi per il declino di quella Carta, stiracchiata di qua e di là da almeno un ventennio, e comunque sostanzialmente in ritardo sulla dinamica politica almeno dagli anni settanta del secolo scorso.
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