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A quali condizioni può sopravvivere l'Euro?
Un’ipotesi da non esorcizzare
di Vladimiro Giacchè
Per cominciare, una precisazione. Interpreto il titolo che è stato assegnato a questa relazione intendendo per “sopravvivenza dell’euro” una sopravvivenza cui si accompagni il ritorno della nostra economia su un percorso di crescita. Dico questo perché si sono dati casi in cui un’unione monetaria ha continuato a sussistere a dispetto della crescente divergenza delle condizioni economiche tra i territori che ne facevano parte (un buon esempio al riguardo è rappresentato dal nostro Mezzogiorno, che nei primi 90 anni dopo l’Unità d’Italia ha visto crescere – e in misura significativa – la distanza del reddito pro capite dei suoi abitanti rispetto a quelli del Centro e Nord della penisola). Detto questo, è ovvio che i fattori che possono mettere a rischio la sopravvivenza di un’area monetaria hanno sempre in qualche modo a che fare con lo stato di salute dei paesi aderenti. I due fattori principali: la divergenza tra le economie che ne fanno parte (che fa sì che i tassi d’interesse unici che identificano la moneta unica risultino sempre più inappropriati per gran parte dei paesi membri, se non per tutti); l’insostenibilità del vincolo rappresentato dall’appartenenza a un’area monetaria per una o più delle economie aderenti ad essa.
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La Legge di stabilità e l’ingannevole evergetismo renziano
Andrea Riaca
Al Tg Rai delle 13.00 del 18 ottobre a proposito della legge di stabilità hanno parlato di “manovra espansiva ottenuta attraverso un taglio delle tasse coperto con la riduzione della spesa pubblica”.
Gli fa eco Linda Lanzillota Vice Presidente del Senato intervistata a Skytg24 Pomeriggio: “Legge di stabilità: Manovra espansiva come non si vedeva da vent’anni”.
E ancora da un ANSA del 16 ottobre: “Una manovra da 36 miliardi di euro, espansiva e studiata con l’obiettivo preciso di abbassare le tasse, arrivate ad un livello che, secondo la definizione di Matteo Renzi, è ormai pazzesco”.
Debora Serracchiani, vicepresidente nazionale del Partito democratico, a T-Mag: “Una manovra finalmente espansiva”.
Insomma il mainstream sta cercando di far passare il messaggio che la Legge di Stabilità 2015 sia una manovra espansiva.
Ma è veramente così?
Da un qualunque testo di politica economica apprendiamo che la politica di bilancio può essere espansiva, restrittiva oppure in pareggio.
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Il rompicapo ucraino nella competizione globale
Marco Santopadre
Nei giorni scorsi, mentre riprendevano in grande stile i bombardamenti dell’artiglieria di Kiev contro le città ribelli del Donbass, le agenzie di stampa diffondevano senza approfondire due dichiarazioni invece molto interessanti
La prima proviene da Mosca, dove il consigliere del presidente Putin, Yury Ushakov, ha affermato che “"Rispettare" le elezioni in Donbass non significa "riconoscerle". Ushakov ha detto che "riconoscere e rispettare sono due parole diverse" e che Mosca, che ha già riconosciuto il risultato delle elezioni di Kiev, sollecita a rispettare i protocolli di pace firmati a Minsk e richiede una nuova riunione del gruppo di contatto.
La seconda invece proviene, all’opposto, da un esponente della giunta golpista. In particolare dal governatore pro-Kiev della regione di Donetsk, Oleksandr Kikhtenko, che in tv ha ammesso che nel sud-est ci sono alcune unità delle forze ucraine - nei cui ranghi sono state incorporate milizie ultranazionaliste e neonaziste - "finite fuori controllo" e che "stanno creando problemi nella regione".
Due dichiarazioni, queste ultime, che riassumono l’enorme guazzabuglio politico, militare e geopolitico che sta andando in scena in quello stato cuscinetto tra Unione Europea che era l’Ucraina, diventato invece un campo di battaglia aperta dopo il golpe filoccidentale di febbraio.
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Il diagramma di flusso della libertà
Andrea Fumagalli
Il volume collettivo «Gli algoritmi del capitale» affronta il nodo del rapporto degli esseri umani con le macchine all’interno della produzione di ricchezza e della comunicazione on-line. Una discussione a più voci a partire dal «manifesto per una politica accelerazionista»
Il rapporto tra macchine e capitalismo è strettamente connesso e imprescindibile. Il capitalismo come sistema di produzione (accumulazione) e di organizzazione del lavoro (comando) nasce con la nascita della macchina moderna. L’evoluzione del capitalismo si può descrivere come processo di evoluzione della struttura macchinica. Gilles Deleuze nel 1990, in un’intervista con Toni Negri, affermava: «Ad ogni tipo di società (…) si può far corrispondere un tipo di macchina: le macchine semplici o dinamiche per le società di sovranità, le macchine energetiche per quelle disciplinari, le cibernetiche e i computer per le società di controllo. Ma le macchine non spiegano nulla, si devono invece analizzare i concatenamenti collettivi di cui le macchine non sono che un aspetto». «Le macchine non spiegano nulla», diceva Deleuze. A ragione, dal momento che l’evoluzione del capitalismo è dettato dalla dialettica del rapporto sociale tra macchina (capitale) e lavoro, un rapporto, come ci ricordava il Tronti di Operai e capitale in cui il capitale (a differenza del lavoro) non può prescindere dal lavoro vivo umano. Ma forse, anche a torto, se analizziamo la recente evoluzione del «macchinico», neologismo che, sviluppato dal Gilbert Simondon e dallo stesso Deleuze, ci è utile per discutere criticamente la possibile (auspicabile?) metamorfosi del divenire umano delle macchine.
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Logistica e porto di Trieste
Anika Perrini-Ritschl intervista Sergio Bologna
Prof. Bologna, tra qualche giorno Lei sarà a Vienna per partecipare come relatore al Rail Summit (Schienengipfel) e parlerà di collegamenti ferroviari tra porti e hinterland. Vorrei farLe qualche domanda a questo proposito, prima però vorrei chiederLe di dirmi qualcosa in generale sulla logistica, perché Lei è reduce dal congresso di Berlino della BVL. Secondo Lei dove sta andando la logistica, vede degli sviluppi interessanti?
Se consideriamo la logistica come un settore a se stante, direi che ha raggiunto lo stadio della maturità, sistemi organizzativi e processi hanno ormai un elevato grado di standardizzazione, per cui non vedo da anni innovazioni di grande portata.
Quello che è cambiato è il contesto in cui la logistica e le supply chain globali si muovono e per far fronte a questi mutamenti anche la logistica deve inventarsi qualcosa di nuovo. Per esempio nel risk management, segmento originariamente ancillare ma che sta diventando pian piano strategico. Oppure nell’integrazione tra attori diversi della catena, le stesse piattaforme informatiche sono sempre più “collaborative”.
Oppure nella comunicazione interculturale. Anche dal punto di vista tecnologico non vedo gran che dopo l’introduzione del RFID. Si tratta in genere di innovazioni incrementali, stimolate soprattutto dal fatto che le cause della cosiddetta supply chain disruption continuano a moltiplicarsi. Con un paragone calcistico potrei dire che dopo gli anni in cui la logistica ha giocato in attacco, oggi gioca in difesa.
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Perchè è importante e necessario andare a Livorno il 15?
Clash City Workers
Questo autunno ha ripreso vigore, sulla spinta delle lotte dei lavoratori, il dibattito sulla necessità di una rappresentanza politica del mondo del lavoro. Non che la conflittualità operaia, come quella di tante altre figure del lavoro dipendente, fosse mancata in questi anni.
Ogni anno innumerevoli vertenze sono state combattute nelle città italiane. Ma l’attacco arrogante ed esasperato portato dal Governo Renzi ha esteso la consapevolezza dell’esistenza di un fronte che divide capitale e lavoro e della necessità di resistenza della classe lavoratrice alle condizioni di vita e di lavoro che le vengono imposte.
Le questioni che allora si pongono sono: come trasformare questa conflittualità diffusa e questa consapevolezza crescente in un percorso di riconoscimento e di protagonismo politico della classe? Quali sono le strade per evitare che queste lotte non si riducano a una nuova opportunità di rilancio per le mediazioni a ribasso di un ceto politico e sindacale opportunista? Come, invece, cogliere l’occasione che offrono per stringere i legami tra le diverse categorie, tra i diversi settori, le diverse mansioni, i diversi inquadramenti contrattuali, le differenti origini e le differenti aspettative dei lavoratori, tutte sotto il fuoco di una medesima offensiva?
Quello che sta accadendo a Livorno ci mostra una strada che crediamo sia quella da percorrere senza indugi e a cui desideriamo dare tutto il sostegno possibile.
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Sblocca-Italia: Firenze e l’anticipazione zelante*
di Ilaria Agostini
Una succosa analisi del laboratorio nel quale il Gran mago dei disastri del territorio ha preparato e sperimentato i suoi succhi velenosi. PerUnaltracittà, 7 novembre 2014
Per l’attuale governo, Firenze ha costituito un fruttuoso banco di prova. Dal punto di vista politico: autocrazia, deliberazioni d’urgenza (quella per la pedonalizzazione di piazza del Duomo è ora all’attenzione della Procura), annichilimento del consiglio comunale, rottamazioni senza ricostruzione, svuotamento di senso della città pubblica, finta partecipazione e vere privatizzazioni; in una continua, colpevole frammistione tra pubblico e privato. Dal punto di vista urbanistico, il ruolo di anticipatore zelante delle scelte politiche governative permane, come dimostra, solo per fare un esempio, il riciclo dell’attuale sindaco come intermediatore immobiliare alle fiere internazionali del real estate (Monaco di Baviera, ma a breve Cina e Mipim di Cannes): Nardella, infatti, si dedica non solo alla promozione (di per sé vergognosa e penosa) dei migliori immobili pubblici in disuso o in dismissione presenti sul territorio comunale, ma soprattutto di quelli privati. Sui 59 edifici promossi sul mercato della speculazione fondiaria sotto l’egida del comune di Firenze, ben 47 sono infatti privati. Nel disastro della desertificazione della città storica attuatasi anche grazie al decentramento di università, tribunale e uffici, non pareva sufficientemente destrutturante svendere il patrimonio pubblico, ora il pubblico si incarica di vendere quello privato agognando un investimento immobiliare estero dal potere taumaturgico.
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"La Consulta troppo debole di fronte alla distruzione, decisa a Bruxelles, della Costituzione"
Cesare Sacchetti intervista Luciano Barra Caracciolo
E Renzi prosegue nell'accettare la decrescita infelice imposta da Bruxelles
Luciano Barra Caracciolo, Presidente della VI Sezione del Consiglio di Stato, che ha denunciato nel suo libro “Euro e (o?) democrazia costituzionale - La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei “ l’incostituzionalità dei Trattati europei, descrive l’inefficacia delle politiche di riduzione del deficit pubblico, basate sul modello economico neoliberista caro alla Commissione Europea. Politiche che di fatto continuano a precipitare il Paese in una recessione ancora maggiore, con il Governo che puntualmente elabora previsioni di ripresa che fino ad ora non si sono mai realizzate.
- Dottor Barra Caracciolo, partiamo dalle previsioni d’autunno della Commissione Europea, secondo le quali l’Italia non raggiungerà il pareggio di bilancio nel 2017. Secondo la Commissione il disavanzo strutturale aumenterà dallo 0,9 % all’ 1%. Kaitanen, vicepresidente con delega alla crescita, agli investimenti, e all’occupazione sottolinea l’importanza di rispettare il Patto di Stabilità. All’Italia saranno chieste misure correttive? Se sì, di che tipo?
Parlare di decimali su indicatori come “disavanzo strutturale” e crescita, in relazione ai modelli economici utilizzati dalla Commissione è praticamente privo di senso. Le previsioni effettuate in base al loro modello economico si rivelano costantemente sbagliate. Questo perché muovono dal presupposto neo-liberista della “neutralità” del deficit pubblico, la cui riduzione sarebbe “espansiva” in base ad uno spiazzamento dal bilancio pubblico agli investimenti privati.
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Bruxelles e la nuova logistica europea
di Giorgio Grappi
Il 6 novembre Bruxelles ha visto la manifestazione più grande da decenni. Come raccontano le cronache, tra gli oltre 150.000 manifestanti molti indossavano tute arancioni da lavoro dei portuali di Anversa – uno dei principali porti dell’UE – e, tra questi, diverse centinaia si sono scontrati per ore con la polizia. La presenza di simpatizzanti di estrema destra tra i portuali e durante gli scontri è stata segnalata da più parti; tuttavia, limitarsi a questa lettura contrapponendo i casseurs ai manifestanti pacifici rischia di non far vedere i motivi della rabbia espressa dai portuali e di ricacciare nell’ombra ciò che accade dentro e intorno ai porti. Vale dunque la pena fare alcune considerazioni sulla loro presenza in piazza e sul loro reiterato protagonismo. Stiamo infatti parlando del cuore dei commerci europei: dai porti passa il 90% del traffico commerciale tra l’UE e il resto del mondo, e il 40% del traffico intra-UE. Il porto di Anversa è in un rapporto di diretta competizione con Rotterdam e Amburgo e in questi porti sbarcano centinaia di migliaia di container provenienti dall’Asia, Cina in particolare, che servono le catene produttive che, dalla Francia all’Europa centrale, includendo la «locomotiva tedesca», arrivano sin nelle zone di nuova industrializzazione dell’Est Europa, Polonia in primis. Questi porti sono i connettori tra l’Europa e il resto del mondo nell’epoca della globalizzazione. Non è un caso che l’area compresa tra questi porti e l’entroterra sia la zona europea a più alta intensità logistica.
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Rievocazioni del muro
di Antonio Moscato
Impressionante quanto le commemorazioni del venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con tutto quel che ne seguì, non abbiano risposto minimamente agli interrogativi sul perché un sistema che veniva presentato sistematicamente come potentissimo e pericoloso si sia sgonfiato come un pupazzo di neve al primo sole.
Preoccupa che il PRC sul suo sito (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=14888) non sappia far di meglio che esaltare ancora una volta Berlinguer, e riprendere un vecchio articolo di Pietro Ingrao, non particolarmente illuminante, osservando che:
Si tende a rimuovere la “terza via” proposta da Berlinguer e Ingrao che aveva ben altra direzione e che ispirò la battaglia prima contro la liquidazione del PCI e fin dall’inizio il progetto della Rifondazione Comunista nel quale portarono il proprio contributo anche i comunisti che provenivano dalla “nuova sinistra” e dall’antistalinismo di sinistra. Oggi quella ricerca ci sembra vivere nell’esperienza che stiamo costruendo con le altre formazioni aderenti al Partito della Sinistra Europea come testimonia il costante riferimento a quella «tradizione» di Alexis Tsipras e dei compagni di Syriza.
Francamente non mi sembrava che Syriza proponesse una “terza via”… Ma un’analoga conclusione si trova in un lungo articolo di Luciana Castellina sul Manifesto di ieri 8/11, che pure ammette che
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Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton
di Mauro Poggi
Rodrigue Tremblay è una personalità eclettica del panorama culturale canadese. Economista, umanista, politico, è professore emerito di economia all’Università di Montréal, autore di diversi saggi e articoli e titolare del blog The New American Empire.
L’articolo che segue, per la cui traduzione e pubblicazione sono stato cortesemente autorizzato dall’autore, esamina tre cruciali decisioni prese dall’amministrazione Clinton a cui possono essere ricondotte altrettante criticità che caratterizzano il presente. I quindici anni trascorsi sono un lasso di tempo davvero esiguo, ma la frenesia con cui le trasformazioni geopolitiche si sono succedute da allora dà l’errata impressione che quell’epoca appartenga ormai al passato remoto. In realtà, come l’articolo dimostra, quelle scelte hanno determinato e condizionano il nostro tempo: una considerazione banale che tuttavia pare non influenzare troppo le riflessioni dei grandi della terra, le cui decisioni (che comunque vada non lederanno mai le loro persone), il più delle volte sembrano prese con la preoccupante spensieratezza di chi considera l’immediato un’orizzonte temporale più che sufficiente.
Leggendo l’articolo, viene spontaneo chiedersi come mai il Presidente espressione di un partito progressista, quale si vorrebbe quello Democratico USA, abbia adottato misure di carattere così marcatamente neo-cons.
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Una enciclopedia del pensiero complesso
di Pierluigi Fagan
Recensione di “Vita e Natura. Una visione sistemica” di F. Capra e P. L. Luisi, Aboca, 2014
Gli autori di questo ampio volume (578 pagine) sono il celebre fisico Fritjof Capra di cui molti conosceranno l’illuminante long seller “Il Tao della fisica” e il biochimico italiano Pier Luigi Luisi, professore, ricercatore, scrittore e promotore culturale. Il libro è una ben aggiornata enciclopedia di quella grande famiglia che possiamo chiamare “pensiero complesso” o “pensiero sistemico”. L’incedere è quello classico emergentista che partendo dalla nuova fisica moderna (termodinamica, quantistica, relatività), procede attraverso la chimica e la biologia (con inserti di biologia molecolare, chimica prebiotica, Teoria dell’evoluzione), l’ominizzazione, i rapporti mente-coscienza, quelli tra scienza e spiritualità, la sociologia sistemica, la medicina sistemica. Si finisce con l’ecologia, l’economia, le condizioni generali del nostro vivere associato, la speranza si possa affermare una visione del mondo che ci salvi dall’imminente catastrofe del collasso di complessità, lì dove sembra ci si stia dirigendo con poca consapevole ineluttabilità.
Lungo tutto il percorso si dà conto, dell’intreccio dei più vari contributi dei principali pensatori sistemici, nei campi specifici ed in quello multi-inter-transdisciplinare della sistemica generale. Completa la carrellata dei “padri fondatori” da von Bertalanffy al meno conosciuto Bogdanov, da Wiener a Bateson, da Ashby-Pitts-McCulloch a von Foerster, da Maturana e Varela (di cui Luisi è un epigono) a Prigogine, fino a Lovelock-Margulis.
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Nuova Destra, De Benoist e Populismo
Piotr Zygulski intervista Luca Andriola
È di prossima pubblicazione il libro di Luca Andriola “La Nuova Destra in Europa. Il populismo e il pensiero di Alain de Benoist” che uscirà nell’autunno 2014 per Paginauno Edizioni
Partiamo innanzitutto dal termine “populismo”. Ancora sul numero di luglio/agosto 2014 di Le Monde Diplomatique il sociologo Gérard Mauger si interroga sul significato di questo termine “itinerante” che verrebbe attribuito “a tutti gli oppositori delle politiche di Bruxelles”. Prima di lui tantissimi altri lo hanno provato a fare: Taguieff, Halimi, Meny, Laclau, Rancière, Badiou – che propone “24 glosse sull’uso della parola popolo”, le cui principali sarebbero “popolo-demos-nazionale”, “popolo-plebe”, “popolo-ethnos” – lo stesso De Benoist e gli italiani Eco, Ignazi, Tarchi, ognuno con le proprie definizioni. Alcuni sottolineano gli elementi “trasversali”, altri invece si premurano di distinguere tra impostazioni molto differenti. Che cos’è il populismo, secondo Lei?
Nel mio libro – dopo un’accurata analisi storica sull’evoluzione del pensiero di Alain de Benoist e della Nouvelle droite francese dagli anni ’60 a oggi – mi soffermo quasi ed esclusivamente sulle interazioni fra tale corrente filosofica e quello che comunemente è definito come «nazional-populismo», una categoria che raggruppa un insieme di partiti che va dal Front national di Marine Le Pen al Fpö di Heinz-Christian Strache (erede di Jörg Haider) al Vlaams Belang del separatista fiammingo Philip Dewinter fino a formazioni come l’Unione democratica di centro (Udc-Svp) in Svizzera e la Lega Nord qui in Italia, dove mi soffermo sulle interconnessioni con la corrente culturale analizzata.
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Un'altra Lega Nord non è possibile
Leonardo Mazzei
Il surf di Salvini tra l'agonia del berlusconismo e l'encefalogramma piatto di certa sinistra
Da una parte i berluscones, sicuri della fine del capo ma incapaci di celebrarne il funerale. Dall'altra i sinistrati, coloro che hanno ridotto una nobile tradizione in un'area residuale senza idee e senza progetto. In mezzo una gran confusione, com'è d'obbligo che sia nelle fasi di transizione. E' in questo caos che avanza un altro furbastro: Salvini Matteo, da un anno segretario della Lega Nord.
Appena insediatosi, il «giovane padano» ha virato con decisione verso una posizione anti-euro. Una svolta che gli è valsa un discreto risultato alle europee. Un successo in realtà ben inferiore a quelli del vecchio partito bossiano, e tuttavia sufficiente a far dimenticare il «cerchio magico» dell'anziano leader, le prodezze del «Trota», le mutande verdi di Cota, i diamanti di Belsito e gli investimenti in Tanzania con i soldi del finanziamento pubblico.
Una sfilza di episodi macchiettistici in grado di ridurre in polvere qualsiasi partito, tanto più una formazione sviluppatasi in parallelo a «Mani pulite» come risposta alla corruzione, specie se «romana». E invece no! La Lega ha retto. Segno certo di un effettivo radicamento, ma soprattutto della capacità di ricollocarsi un attimo prima di finire fuori tempo massimo.
A Salvini, complice l'interminabile agonia berlusconiana, l'operazione sta riuscendo. Ma questa riuscita - solo il futuro ci dirà quanto davvero solida - è figlia principalmente di un altro fenomeno: quella che qualcuno ha chiamato afasia della sinistra. Afasia è in realtà un termine non troppo preciso: in effetti, non è che la sinistra non parli, è che non parla di quel che si dovrebbe anzitutto parlare.
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Il fascino discreto della crisi economica
Intervista a Jan Toporowski*
Continua il ciclo di interviste ad economisti ed economiste eterodosse a cura di “Noi Restiamo”. Dopo Joseph Halevi, Giorgio Gattei, Luciano Vasapollo e Marco Veronese Passarella è la volta di Jan Toporowski
Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo.
Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
Jan Toporowski: Ci sono alcune teorie che principalmente sono state scelte fra i più critici degli economisti eterodossi. I Keynesiani sostengono che la crisi sia stata generata da una contrazione della politica fiscale. Durante la crisi bancaria è emerso un particolare fenomeno per cui i governi sono stati obbligati a rifinanziare le banche, questo ha dato luogo a indebitamento da parte del governo senza che in realtà esso spendesse nulla nell’economia. Pertanto, guardando al deficit o ai surplus primari c’è questo fatto, che l’indebitamento del governo ha dato luogo ad una politica fiscale restrittiva.
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Dov’è la festa
Luciana Castellina
Il muro di Berlino. L'89, un passaggio ambiguo, non solo gioiosa rivoluzione libertaria
Un pezzetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scrivania: un frammento di intonaco colorato che strappai con le mie mani quando accorsi anche io a Berlino mentre ancora, a frotte, quelli dell’est esondavano verso l’agognato Occidente. Furono giornate gioiose attorno a quel simbolo di una guerra – quella fredda – che era scoppiata meno di due anni dopo la fine di quella calda.
Per oltre quarant’anni quella frontiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attraversata solo illegalmente: negli anni ’50 perché il mio governo non mi dava un passaporto valido per i paesi oltre la cortina di ferro (dovevamo rimanere chiusi nell’area della Nato) e perciò per parlarsi con tedeschi della Ddr, ungheresi o bulgari si prendeva il metro a Berlino e dall’altra parte ti fornivano una sorta di passaporto posticcio.
Poi, dopo la costruzione del muro, quando noi potevamo legalmente andare ad est e invece quelli di Berlino est non potevano più venire a ovest, ridiventammo clandestini: per potere incontrare, senza incappare nella sorveglianza della Stasi, i nostri compagni pacifisti del blocco sovietico, dissidenti rispetto ai loro regimi, ma convinti che a una evoluzione democratica non sarebbero serviti i missili perché solo il disarmo e il dialogo avrebbero potuto facilitarla.
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Scienza e antiscienza
Ovvero come gli scienziati riescono a segare il ramo su cui son seduti
di Franco Soldani
Pubblichiamo qui di seguito un articolo di Franco Soldani sulla natura più intima della scienza, poco nota al grande pubblico che viene nutrito pressoché esclusivamente di stereotipi. Lo scritto ha preso le mosse da un post di Francesco Zanotti che si può leggere sul suo blog: http://balbettantipoietici.blogspot.it/. Partendo dalle sue considerazioni in merito ad un articolo sul Corriere della sera del biologo italiano Edoardo Boncinelli che rendeva omaggio al fisico Tullio Regge, scomparso recentemente, il saggio di Franco Soldani coglie l’occasione per mettere a punto alcune riflessioni sulla scienza odierna e portare alla luce tutto quello che di solito viene accuratamente taciuto e apertamente ignorato da tutti i grandi tenori della cultura occidentale quando si parla di conoscenza scientifica.
1. Tentazioni elitarie
La commemorazione del fisico Tullio Regge, scomparso il 23 ottobre all’età di 83 anni, da parte di Edoardo Boncinelli sul Corriere della sera del 25 ottobre è degna di alcune considerazioni. Lo faccio del resto sulla scia delle cose dette da Francesco Zanotti nel suo post dello stesso giorno: Una scienza elitaria?
Zanotti ha già messo in luce alcuni aspetti a dir poco sorprendenti dell’argomentazione di Boncinelli. Prendendo le mosse dalla conclusione dell’articolo del biologo italiano – «La scienza può essere bellissima e illuminante nelle mani giuste. Non tutti però possono giungere alla sua altezza» –, Zanotti ha constatato il fatto che questo enunciato contiene perlomeno due costrutti interdipendenti.
Per un verso, esso implica una concezione elitaria della conoscenza scientifica, avversa del resto alla sua formale ispirazione originaria e financo contraria alle precedenti convinzioni dello stesso Boncinelli.
Per l’altro verso, esso finisce col ritenere che gli esperti siano tali «per diritto divino» (allo stesso titolo, si noti la cosa, dei primi Padri della Chiesa), fonte che poi svolge «la stessa funzione di dio nello scegliere gli eletti».
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Le disobbedienze dimenticate di Franco Fortini
di Ennio Abate
Pubblico il testo riveduto della relazione che ho tenuto ieri sera alla Libreria di Via Tadino a Milano per il ciclo “Ragionamenti su Fortini” curato da Paolo Giovannetti. In questa rilettura a distanza di decenni degli articoli pubblicati da Fortini su «il manifesto» ho voluto soprattutto dare un’idea del loro contenuto, della sua passione politica, della ricchezza degli spunti presenti nei due volumetti e dello stile di una scrittura “di servizio” ma formalmente curatissima. Da qui l’abbondanza e la puntualità delle citazioni e la riduzione al minimo del commento. Contro le troppo facili e affettive “attualizzazioni” ho insistito a usare i verbi al passato e tentato di parlare a chi di Fortini sa poco o nulla. I numeri tra parentesi si riferiscono alle pagine dell’edizione 1997. [E.A.]
Parto da alcuni dati. Gli articoli apparsi su “il manifesto” e raccolti sotto il titolo di «Disobbedienze» in due volumi: 1972-1985 (Gli anni dei movimenti); 1985-1994 (Gli anni della sconfitta) sono più di 120. Molti si addensano in particolari anni (1975-‘77; 1990-‘94). E grande è la varietà dei temi. Quelli sulla funzione degli intellettuali o la critica alle cautele ipocrite della Sinistra. Delle vere schede critico-politiche su letterati e critici riesaminati a distanza di tempo e sulla base di ricordi personali. (Ne troviamo su Ariosto, Manzoni, Pavese, Noventa, Adorno,Asor Rosa, Pasolini, Contini, Landolfi, Luperini). Alcuni toccano il cinema (il documentario di Michelangelo Antonioni sulla Cina; Bergman di Sussurri e grida; Straub) de I cani del Sinai) e la poesia. Ma i principali riflettono direttamente su «questioni di frontiera»: la crisi dell’Urss letta anche attraverso la lente dei samizdat del dissenso; il movimento del ’77; il lottarmatismo (la «falsa guerra civile»); il caso Moro; il processo del 7 aprile; la guerra del Golfo.
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John Maynard Keynes
L'economista di cui il mondo ha bisogno adesso
di Peter Coy
Su BloombergBusinessWeek, un elogio delle politiche keynesiane e di John Maynard Keynes stesso, mai così attuale e necessario come oggi, nella crisi da deflazione che, dopo aver affossato l'eurozona, rischia di diventare globale e in cui le ricette economiche supply-side stanno mostrando tutti i loro limiti teorici e ideologici.
C'è un medico in casa? L'economia globale non riesce a crescere, e i suoi custodi stanno andando a tentoni. La Grecia ha preso la medicina prescritta ed è stata ricompensata con un tasso di disoccupazione del 26 per cento. Il Portogallo ha obbedito alle regole di bilancio e i suoi cittadini sono alla ricerca di posti di lavoro in Angola e Mozambico, perché a casa ce ne sono ben pochi. I tedeschi si sentono anemici nonostante il loro enorme surplus commerciale. Secondo Sentier Research, negli Stati Uniti il reddito di una famiglia media al netto dell'inflazione è del 3 per cento inferiore a quello del momento peggiore della crisi 2007-09. Qualunque sia la medicina somministrata, non sta funzionando. Il capo economista di Citigroup Willem Buiter ha recentemente descritto la politica della Banca di Inghilterra come "un pout-pourri intellettuale di fattoidi, teorie parziali, metodicità empirica senza alcuna base teorica solida, presentimenti, intuizioni e idee sviluppate solo a metà." E questo, ha detto, è anche meglio di quello che altri paesi stanno tentando .
C'è un medico in casa, e le sue prescrizioni sono più che mai attuali. È vero, lui è morto nel 1946. Ma anche se appartiene al passato, l'economista, investitore, e funzionario britannico John Maynard Keynes ha molto da insegnarci su come salvare l'economia globale, ben più di quanto possa fare un esercito di moderni dottorati di ricerca dotati di modelli di equilibrio generale stocastico dinamico. I sintomi della Grande Depressione che ha diagnosticato correttamente sono tornati, anche se per fortuna in scala minore (sic!, ndt): disoccupazione cronica, deflazione, guerre valutarie, e politiche economiche "beggar-thy-neighbor".
Una delle intuizioni essenziali e durature di Keynes è che ciò che funziona per una singola famiglia in tempi difficili non funziona per l'economia globale. Una famiglia il cui capofamiglia perde un posto di lavoro può e deve tagliare la spesa per sbarcare il lunario. Ma non tutti possono farlo contemporaneamente quando c'è una debolezza generalizzata, perché la spesa di una persona è il reddito di un'altra.
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Marx & Keynes
di Marco Dotti
Nel 1929 Irving Fisher godeva fama di uno dei migliori economisti al mondo. Monetarista convinto, a suo tempo sostenitore di tesi eugenetiche declinate in chiave statistica, Fisher sosteneva che il prezzo delle azioni aveva oramai raggiunto un “elevato livello permanente”. Ma non tutte le profezie si avverano o si autoavverano, anzi. Accadde così che le parole dell’ascoltatissimo Fisher venissero smentite dai fatti. Pochi giorni dopo aver pronunciato la propria predizione, infatti, il Big Crash del mercato azionario travolse tutto. Eppure, solo una settimana prima, il 21 ottobre, Fisher aveva rincarato la dose affermando che il mercato azionario, come un organismo colpito da febbre, stava solo espellendo da sé ciò che rispetto a quel mercato poteva definirsi – o, almeno, così Fisher lo definì – “lunatic fringe”, la frangia estrema.
Sta di fatto che, di frangia estrema in frangia estrema, fu tutto il sistema a crollare e la reputazione di Fisher con essa. Ma Fisher continuò a insistere, producendo scenari e analisi che, puntualmente, venivano smentiti dai fatti fino a quando, rivedendo in parte le proprie tesi, tornò a dedicarsi al ruolo di analista, più che di vaticinatore di sorti magnifiche e progressive.
Per uno strano destino – al di là dei meriti scientifici, che sono altra cosa – il nome di Fisher tornerà d’attualità politica sulla bocca di Milton Friedman e delle sue elette schiere che, negli anni Ottanta dell’imprevedibile Secolo Breve, si rivolgeranno proprio a lui come nume tutelare in funzione anti-keynesiana.
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Fare la propria parte: Rosa Luxemburg e la disciplina della rivoluzione
di Michele Cento e Roberta Ferrari
Pubblichiamo l’introduzione al seminario dedicato a Riforma e Rivoluzione di Rosa Luxemburg che ∫connessioni precarie ha organizzato lo scorso autunno. Il testo – che in realtà è più che un’introduzione perché tiene ampiamente conto della discussione seminariale – sarà seguito da un prossimo contributo su L’accumulazione del capitale. Queste riflessioni ‘guardano oltre le polemiche furiose che hanno caratterizzato la storia del movimento operaio. Esse non sono perciò un esercizio di storia del pensiero politico socialista’, ma intendono ‘rilevare e proporre alla discussione alcuni argomenti politici a partire da Rosa Luxemburg’. Ciò che ci interessa non sono le etichette, ‘ma l’attitudine di parte che ci sembra anche l’elemento più vivo della riflessione luxemburghiana, che impone di sovvertire l’ordine della società capitalistica senza astrarre dalle sue istituzioni ma affrontandole faccia a faccia’.
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«Il più profondo spirito teorico del marxismo». Così, qualche anno dopo la sua scomparsa, il leader bolscevico Karl Radek ricorda Rosa Luxemburg. Radek è una delle tante figure di punta dell’Internazionale che non hanno lesinato parole di elogio per Luxemburg dopo la sua morte, benché in vita si sia trovato nella non invidiabile posizione di dover polemizzare con lei. Polemico è d’altronde il modo di Rosa Luxemburg di stare nel movimento operaio: esponente di spicco del partito socialdemocratico in Polonia, dove è nata, e poi della SPD – il partito socialdemocratico tedesco – una volta trasferitasi in Germania, interprete raffinata e originale di Marx, la sua attività teorica punta a sconfiggere l’opportunismo dei riformisti, a liquidare il purismo infantile degli estremisti e a spingere la classe operaia a liberarsi da se stessa.
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La Cina al bivio
Crescita economica e distruzione dell’ambiente
di Lara Marie Djurovic*
In anni recenti la Cina è passata da un’economia di Stato a un’economia di mercato e da paese in via di sviluppo ad una nazione progredita. Questi cambiamenti complessi hanno prodotto contraddizioni inevitabili. Se le attuali disparità dell’economia cinese, lo “squilibrio degli investimenti” o il suo “squilibrio esterno”, rappresentano rischi di breve/medio periodo per la sostenibilità della crescita, il vero problema è però legato ai fattori ambientali e socio-politici di lungo periodo che minacciano non solo quest’economia, ma il futuro dell’intera nazione e della comunità internazionale.
Le questioni più urgenti che riguardano il futuro cinese sono l’esaurimento di sorgenti d’acqua non riciclabile, la crescita della popolazione, il degrado ambientale, il consumo di energia, l’inquinamento dell’aria, e, infine, la minaccia per la stabilità civile e lo Stato che simili contraddizioni potrebbero innescare. Questo saggio esaminerà ogni aspetto nel tentativo di comprendere quali siano gli ostacoli per una crescita sostenibile cinese e una sua espansione futura, cercando di capire se le misure del governo per attenuare le minacce siano davvero adeguate, oppure siano mere soluzioni soluzioni-tampone per mettere a tacere gli spettatori preoccupati, mentre nella realtà si continua a legittimare uno sviluppo pericoloso e irrefrenabile.
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Risolviamo la crisi dell’Italia: adesso!
Manifesto / appello a cura di: Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Luciano Gallino, Enrico Grazzini, Stefano Sylos Labini
Uscire dalla depressione con l’emissione di “moneta statale” a circolazione interna
Per uscire dalla crisi e dalla trappola del debito, proponiamo di rilanciare la domanda grazie all’emissione gratuita da parte dello Stato italiano di Certificati di Credito Fiscale ad uso differito e all’utilizzo di Titoli di Stato con valenza fiscale. In questo modo lo Stato creerebbe moneta nazionale complementare all’euro, e di conseguenza nuova capacità di spesa, senza però generare debito. Questa proposta risulta così compatibile con le regole e i (rigidi) vincoli posti dal sistema dell’euro e delle istituzioni europee.
La crisi dell’eurosistema
Molti autorevoli economisti avevano avvertito che difficilmente una moneta unica che unisce paesi molto diversi per livelli di competitività, produttività e inflazione avrebbe potuto essere un motore di sviluppo, soprattutto in mancanza di una forte politica cooperativa e solidale a livello europeo. Le loro previsioni si sono purtroppo avverate.
Il sistema della moneta unica divide più che unire i paesi europei e, soprattutto dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale, è diventato un freno per la crescita dell’Eurozona e di ogni singolo paese. La moneta unica impedisce i riallineamenti competitivi (cioè le svalutazioni monetarie dei paesi deboli e le rivalutazioni di quelli forti). Inoltre, in assenza di una politica fiscale comunitaria redistributiva, risulta inadatta alle esigenze di crescita di ciascun singolo paese. Ne seguono squilibri commerciali e finanziari, in particolare all’interno dell’Eurozona.
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La sinistra assente di Domenico Losurdo
di Dmitrij Palagi
Domenico Losurdo è un filosofo italiano, con un passato da docente presso l'Università di Urbino (oggi è in pensione) e un corposo numero di pubblicazioni facilmente reperibili e rintracciabili attraverso Wikipedia. La precisione e chiarezza delle sue argomentazioni accompagna una militanza mai celata nel campo del comunismo italiano. Non è un caso che la presentazione del suo ultimo libro, La sinistra assente , si colleghi, a Firenze, alla presentazione di un appello per la ricostruzione di un soggetto marxista e di classe. Anziché recensire il volume abbiamo tentato di riassumerne alcuni concetti chiave con un'intervista all'autore che qui vi proponiamo.
1) Nel suo libro si affronta il tema della sinistra in chiave globale. Accenna alla situazione specifica italiana solo nel ricordare le infelici posizioni di Camusso e Rossanda a ridosso dell'intervento militare in Libia che ha abbattuto Gheddafi. La pubblicistica contemporanea ci aveva abituati a concentrarci sulle diseguaglianze economiche e sugli errori, o le debolezze, dei gruppi dirigenti della sinistra italiana, o al massimo europea. Può riassumerci le motivazioni di questa scelta argomentativa?
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Il vuoto di potere. Dialogo con Massimo Recalcati
di Redazione
Communitas: Con l’integrazione del desiderio nella sfera degli affetti o dei divertimenti, per usare le parole di Herbert Marcuse, «è la repressione stessa ad essere repressa», e in tal modo «la società ha esteso non la libertà individuale, ma il proprio controllo sull’individuo»[1]. Tra le accelerazioni improvvise della modernità, sganciato oramai da ogni apertura all’altro[2], il movimento del desiderio sembra oramai girare a vuoto, producendo tutt’al più nuove forme di asservimento e una libertà immaginaria[3]. Forse, anziché “liberare”, avremmo dovuto semplicemente evitare di “aggirare” il desiderio, misurandolo, soppesandolo, ponendolo come fine e obbligo?
Massimo Recalcati: L’uomo contemporaneo, l’uomo ipermodernofa sempre più fatica a desiderare. Questa fatica è la sensazione oggi più diffusa del disagio esistenziale. Diversamente da quanto pensano certi edonisti, il nostro non è affatto il tempo della liberazione del desiderio. Al contrario, è il tempo dell’eclissi del desiderio[4]. Ma “eclissi del desiderio” significa anche una forma di dissociazione inedita – ecco la mutazione antropologica – tra soggetto e inconscio. Il soggetto, ricordiamolo, è per la psicoanalisi il luogo del desiderio. C’è sempre meno inconscio, c’è sempre meno desiderio, c’è sempre più fatica a desiderare e c’è sempre più appiattimento della soggettività al principio di prestazione. Questo principio di prestazione, però, non è più quello descritto e analizzato da Herbert Marcuse, per esempio, negli anni ’60-’70. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio oramai sadiano, ed è qui che possiamo cogliere la grande lungimiranza dell’ultimo Pasolini.
Communitas: Infatti questo Pasolini affonda le proprie griglie analitiche a una profondità per certi versi sconcertante, scomponendo l’immagine stessa del soggetto attraverso il prisma di Sade (e in parte di Adorno)[5] …
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