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Produzione di austerità a mezzo di austerità
Sergio Cesaratto
Che l'austerità fosse un circolo vizioso l'abbiamo detto dal 2010. Ora è dominio quasi comune. Forse per questo ora scriviamo di meno. Allora eravamo in pochi a denunciarlo. In un ottimo articolo Boitani e Landi riprendono quanto già denunziato in un articolo di Fantacone et al. che i metodi di calcolo europei delle violazioni dei vincoli di bilancio sono tali per cui l'austerità ti allontana dal rispetto dei parametri giustificando la richiesta di ulteriore austerità. Se Renzi o Padoan fossero persone politicamente serie contesterebbero questa roba, rimuovendo i funzionari italiani incapaci di denunciarle. Ma naturalmente la scelta è politica, e ci si deve credere, e avere l'intelligenza per crederci. Padoan l'avrebbe, in astratto, ma si sa, la poltrona è la poltrona (ma forse lo sopravvaluto).
Data la pigrizia a scrivere (ma sto preparando un paper su l'MMT, e assolutamente simpatetico almeno nei riguardi del punto discusso) riporto qui uno scambio di e mail che ho avuto con Lanfranco Turci, Giancarlo Bergamini e l'ottima Antonella Palumbo (UniRoma3), allieva di Garegnani, naturalmente.
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Il libbberista e il pensionato
Alberto Bagnai
(un appassionato dialogo fra lettori che ritengo di dover portare alla vostra attenzione...)
anto ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Sub tuum presidium...":
[Nota: sicuramente off topic ma non sapevo proprio dove postarlo…]
Il pensionato è quella cosa oggi tanto vituperata e osteggiata al punto che qualsiasi liberista, oggi, può sentirsi in diritto e in dovere di attaccare e criticare. E nonostante innumerevoli riforme che hanno toccato profondamente la previdenza, al punto da renderla ormai pienamente sostenibile (vedi qui, per esempio) , il liberista continua a martellare sul disavanzo pensionistico (per es. secondo Giannino viaggia ormai a 40 miliardi annui) e quindi sulla necessità/urgenza di sottrarre senza indugio ulteriori fondi agli esosi pensionati.
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La via uruguagia alla felicità
di Frank Iodice
Da qualche tempo un piccolo Paese latinoamericano incastrato tra l’Argentina e il Brasile è al centro dell’attenzione mediatica internazionale. L’Uruguay misura circa tre volte la Svizzera, conta poco più di tre milioni di abitanti, dei quali un milione e mezzo a Montevideo, la capitale. Le ragioni della sua notorietà sono riconducibili alla figura anticonformista del Presidente della Repubblica, José Mujica, responsabile di progetti innovativi a favore delle famiglie prive di reddito; oppure per le leggi di approvazione dell’aborto e del matrimonio gay; o, ancora, per la recente regolarizzazione dell’uso e del commercio della marijuana.
Durante il suo discorso alle Nazioni Unite a Rio de Janeiro nel 2012, José Mujica cattura l’attenzione mondiale parlando di felicità come scopo ultimo dell’Essere Umano. «Per essere felici dobbiamo fare ciò che a noi piace», dice il Presidente Mujica, «e per fare ciò che a noi piace bisogna avere tempo». Concetti tanto semplici quanto dimenticati nella nostra società di consumo iniziano a fare il giro del mondo e passano di bocca in bocca; Mujica diventa innovatore del linguaggio politico, rinuncia al 90% del suo stipendio e lo cede al progetto a favore delle famiglie senzatetto. Dimostra quindi col suo stile di vita ai limiti della povertà che ciò che racconta è realizzabile.
Questo è un sunto degli articoli che possiamo leggere su importanti testate di ogni Paese, daEl País al Financial Times, da Il Mattino a Al Jazeera, a firma di voci autorevoli, addirittura di premi Nobel come lo scrittore Mario Vargas Llosa.
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L’anima moderna del neoliberalismo
Paolo Godani
Una delle idee più nefaste per la comprensione del neoliberalismo è quella che associa il suo programma di liberalizzazione economica al diffondersi di una deregulation morale e di un edonismo generalizzato. Ai molti che (sulla scia, per esempio, di Gilles Lipovetsky) criticano l’ipermodernismo neoliberale perché avrebbe incitato oltremisura gli spiriti animali del capitalismo e demolito le basi morali della convivenza civile, i valori tramandati, i legami sociali (dando luogo a una società liquida individualista, narcisista, nichilista e consumista), bisognerebbe ricordare come il neoliberalismo si sia imposto, tanto nella teoria quanto nella sua realizzazione politica, come un’equilibrata combinazione di deregolamentazione economica e di disciplinamento morale e sociale. E bisognerebbe mostrare come si tratti di una combinazione non casuale, ma necessaria.
A testimoniarlo sarebbe sufficiente considerare come l’avvento di Ronald Reagan e del suo programma neoliberista al vertice della politica statunitense, nel 1981, sia stato reso possibile (lo ricorda David Harvey nella sua Breve storia del neoliberismo) dall’alleanza organica dei repubblicani con la destra cristiana raccolta attorno alla «Moral Majority» del reverendo Jerry Falwell. Liberalizzazioni e crociate antiabortiste, privatizzazioni dei servizi e lotta senza quartiere contro una scuola pubblica laica, globalizzazione economica e nazionalismo culturale «bianco», individualismo e familismo, interessi finanziari e tradizionalismo religioso si alleano non solo perché le politiche neoliberali repubblicane hanno bisogno del consenso elettorale di quel 20% di americani cristiano-evangelici, ma più profondamente per il fatto che la fredda logica economica della concorrenza, temendo di produrre la pura e semplice disgregazione della società, ha bisogno di richiamarsi ai valori «caldi» della morale e della religione.
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Il mantra mediatico delle riforme
di Alberto Burgio
Non credo di essere il solo a provare nausea per l’ossessivo martellamento sulle «riforme». Un incubo. In passato abbiamo denunciato l’abuso di questo nobile lemma del lessico politico, e l’ironia che ne ribaltava il senso. Sullo sfondo della globalizzazione neoliberista, «riforme» erano i colpi inferti alle conquiste sociali e operaie, dalle pensioni alle tutele del lavoro, al carattere pubblico di sanità, scuola e università. Non avevamo ancora visto nulla. Non avevamo immaginato che cosa sarebbe stato il mantra delle riforme al tempo del renzismo trionfante. Non c’è giornale né telegiornale che non gli dedichi il posto d’onore. E che fior di riforme! Da settimane tengono banco quelle del pubblico impiego e del Senato: la precarizzazione del primo e il ridimensionamento del secondo, trasformato in una docile Camera degli amministratori.
Nel merito di entrambe ci sarebbe molto da dire. Il governo straparla di crescita e occupazione, ma intanto minaccia i dipendenti pubblici – notori nababbi fannulloni – con misure che sconvolgeranno letteralmente la vita di milioni di famiglie, soprattutto se il lavoratore in questione è una donna con figli. Quanto al Senato, il disegno è stato demolito dai più importanti costituzionalisti, che hanno mostrato come esso miri, in sinergia con la nuova legge elettorale, a costituzionalizzare la primazia dell’esecutivo quale produttore di norme. Cioè a rovesciare l’ispirazione anti-autoritaria della Carta del ’48. Ma non è della sostanza delle riforme che vorrei parlare, bensì del deplorevole stato dell’informazione politica, tra le principali concause – credo – del disastro italiano.
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Essi sfruttano
“Il Capitale” di Marx come romanzo fantahorror
di Luca Cangianti
IlCapitale di Marx è un romanzo fantahorror. All’origine dell’opera c’è infatti il tentativo di dimostrare, attraverso un lungo viaggio dialettico, che i fenomeni non spiegati dalle teorie economiche convenzionali sono conseguenze di una più profonda e invisibile realtà: “Ogni scienza sarebbe superflua”, ricorda il filosofo, “se l’essenza delle cose e la loro forma fenomenica direttamente coincidessero” (Marx, 1981, III, 930).
Noël Carroll ha individuato due grandi insiemi nei quali far rientrare le trame fantahorror: quello delle narrazioni basate sul disvelamento di una realtà nascosta e quello connotato dalla tracotanza dello scienziato folle che si spinge verso le zone proibite del possibile. Come esempi di quest’ultimo gruppo possiamo ricordare: Frankenstein, Il dottor Jekyll e il signor Hyde, L’isola del dottor Moreau. Il Capitale, invece, mostra interessanti analogie con il primo tipo di struttura, che secondo Carroll si articola in quattro fasi: l’inizio, la scoperta, la conferma e il confronto (Carroll, 1990, 97 e sgg.).
Facciamo un esempio. Il film di John Carpenter Essi vivono (Usa, 1988) inizia con l’arrivo di John Nada in una Los Angeles devastata dalla crisi economica. Tutto sembra procedere nella calma più deprimente se non fosse per una serie di strani messaggi pirata che periodicamente si inseriscono nei programmi dell’onnipresente televisione.
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Sanguinante e purulento da tutti i pori
di Robert Kurz
Nessun ordine sociale ha provocato in tutta la sua storia così tante guerre, guerre così estese e devastatrici, di quanto abbia fatto il capitalismo con la sua meravigliosa modernità. Nessun ordine sociale ha attirato su una così grande parte dell'umanità così tanta miseria materiale, producendo, allo stesso tempo, una ricchezza così notevole [Kurz distingue qui la ricchezza materiale dalla ricchezza sociale storicamente specifica al capitalismo, cioè il valore]. Parimenti, non è mai esistito un sistema sociale capace di condurre l'umanità più vicino alla distruzione delle sue infrastrutture naturali sul scala planetaria. Mai gli uomini sono stati più socializzati, intrattenendo tra di loro dei rapporti di dipendenza, di ripartizione delle funzioni e di mediazione mondiale, e mai gli individui sociali sono stati così atomizzati nelle loro strutture e mai si sono considerati l'un l'altro con così tanta indifferenza, come monadi astratte degli interessi.
Queste non sono né tesi né affermazioni che devono essere provate. Tutte queste manifestazioni negative, distruttrici e catastrofiche, sono visibili nella loro innegabile evidenza storica e strutturale.
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Segretezza e meccanismi di egemonia del capitale
L'incontro del Bilderberg 2014 a Copenhagen
Domenico Moro*
Quest’anno il consueto incontro del Gruppo Bilderberg si è tenuto a Copenhagen tra il 29 maggio e il primo giugno. In Italia rispetto all’anno scorso, almeno tra i mass media, è stata data meno attenzione all’evento, forse perché, a differenza di Monti e di Letta, Renzi non è mai stato ospite né dirigente del Bilderberg. È un peccato, perché l’influenza del Bilderberg sui governi europei va ben al di là della partecipazione diretta di loro esponenti e anche quest’anno il Bilderberg si rivela essere un consesso all’altezza della sua fama, riunendo una fetta importante dell’”élite del potere”, come direbbe Wright Mills. Una élite che, però, è internazionale e non solamente statunitense come quella studiata dal sociologo Usa negli anni ’50. Quest’anno si riscontra una più massiccia presenza di scandinavi e la rappresentanza italiana è un po’ più piccola, ma sempre di altissimo livello: Mario Monti, Franco Bernabè, John Elkan e Monica Maggioni.
Il Bilderberg è l’organizzazione più famosa del capitale occidentale e transatlantico. Essendo il corrispettivo della Nato sul piano economico e politico, il Bilderberg riunisce alcune tra le più importanti personalità di Usa, Canada, Europa occidentale e Turchia.
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La cavalcata populista verso l’Eliseo di Marine Le Pen
e lo sfondamento a sinistra del Front National: un’analisi
Matteo Luca Andriola
Con quasi il 24,8% Marine Le Pen fa tremare i palazzi di Parigi e quelli della trojka, mandando a Bruxelles 25 deputati, seguita dai gollisti dell’Ump col 20,8%. La Francia, inutile dirlo, è ormai schierata a destra, molto a destra. La leader del Front infatti, non perde tempo e la sera stessa del suo trionfo manda l’avviso di sfratto a Hollande: «Non vedo come il Presidente della Repubblica non possa non prendere la decisione che si impone per rendere l’Assemblea nazionale rappresentativa. E questo esige evidentemente una modifica delle modalità del voto», dice raggiante il leader del partito populista francese. «Ed è solo il primo passo» ha commentato la Le Pen, arrivando all’Elysee Lounge, un ristorante molto chic a pochi metri dall’Eliseo, scelto dal Front national per festeggiare la valanga di voti che lo hanno incoronato primo partito dell’Esagono, ora proiettato all’Eliseo: «Hollande adesso deve indire elezioni politiche anticipate. Oggi l’assemblea nazionale non è più nazionale. Cos’altro può fare il presidente della Repubblica – continua Marine – se non sciogliere le Camere dopo un fallimento così grande come quello che abbiamo appena visto?». Insomma, la tenuta dell’Unione europea potrebbe passare anche dalla tenuta del governo socialista, ridotto ai minimi termini col 14% dei consensi. Più di un elettore su quattro infatti, in uno dei pilastri dell’Unione europea, entità a trazione franco-tedesca, ha votato un partito xenofobo. Ma Hollande, inutile dirlo, non vuole dimettersi: «Ci vuole tempo e io chiedo tempo», ha detto il primo ministro Manuel Valls, intervistato dalla radio Rtl.
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Internet, l’illusione della libertà
di Carlo Formenti
Un nuovo pamphlet del collettivo di hacker libertari Ippolita smonta due luoghi comuni sulla Rete: che sia uno strumento intrinsecamente democratico. E che disporre di più informazione significhi automaticamente essere più liberi
Già autori di feroci quanto argomentate requisitorie contro i “signori del Web” (memorabili le dissacrazioni di Google e Facebook), nonché di puntuali ridimensionamenti di altri miti cari al “Popolo della Rete” (vedi la disincantata analisi dei limiti dell’ideologia dell’open e del free) i ragazzi e le ragazze del collettivo Ippolita (una comunità di hacker libertari) tornano a colpire con un nuovo pamphlet (“La Rete è libera e democratica”. FALSO!) appena uscito per i tipi di Laterza (nella collana Idòla).
In questo caso, tuttavia, il bersaglio non è solo un’applicazione, come un motore di ricerca o un social network, né una comunità di prosumer, come gli sviluppatori di software open source, bensì la Rete in quanto tale che, come ricordano opportunamente gli autori, non si riduce al Web o ad altre piattaforme informatiche, ma è fatta dell’insieme di tecnologie “hard” (computer, cavi, satelliti, router, ecc.), “soft” (protocolli, programmi, codici, ecc.) e “bio” (programmatori, utenti, imprese, ecc.) che convergono in quell’immane e supercomplesso ambiente di relazioni umane e macchiniche che è Internet.
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Perché “la scintilla di Caino”?
di Carlo Augusto Viano
Da non molto è sugli scaffali delle librerie l’ultimo libro di Carlo Augusto Viano, “La scintilla di Caino”. Nel testo che segue, Viano presenta al lettore del “Rasoio di Occam” le principali direttrici argomentative del libro, e spiega a quali usi si è dovuto piegare nella storia del pensiero il concetto di “coscienza”
Non ho mai avuto particolare simpatia per la parola “coscienza” e, soprattutto, per i discorsi, specialmente i discorsi filosofici, che si fanno sul suo conto, anche se, quando ho fatto il mio apprendistato filosofico, quella parola era l’insegna dell’idealismo e dello spiritualismo e condiva tutte le filosofie edificanti, né mancava nelle consuete celebrazioni del primato dell’uomo, contrapposto alla natura. In tempi più recenti, ho assistito al consumo di due suoi usi, che si erano consolidati in importanti tradizioni culturali. Infatti il termine “coscienza” aveva assunto particolare rilevanza in formule quali obiezione di coscienza e libertà di coscienza, strumenti di rivendicazioni morali, politiche e giuridiche o espressioni di diritti costituzionalmente protetti. Ebbene proprio questi usi della coscienza si sono consumati. L’obiezione di coscienza al servizio militare, dopo essere stata estesamente invocata in modo opportunistico, ha perso senso in seguito all’abolizione della coscrizione obbligatoria, almeno in molti paesi liberali e democratici, nei quali era pur stata riconosciuta.
Il richiamo alla coscienza è comparso nell’etica medica per richiamare i medici al rispetto dei malati e ha preso la forma dell’obiezione di coscienza quando, in Inghilterra, si è manifestata la resistenza di genitori all’obbligo della vaccinazione antivaiolosa dei loro bambini.
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Dialogo a tre sul nostro futuro
Vi proponiamo un dialogo (via mail) fra i curatori del blog. Senza pretese di grande profondità teorica, crediamo che sia interessante per i lettori, poiché vengono toccati temi sui quali in molti ci arrovelliamo. Vengono messi a confronto punti di vista e prospettive diverse, che offriamo alla vostra valutazione.
FT: Voi sapete qualcosa di questa iniziativa? http://www.fiom-cgil.it/web/aree/europa/news/573-lanciata-la-campagna-contro-il-ttip-da-60-associazioni-in-europa
CM: Alcuni movimenti locali seguono la vicenda da un po', mi sembra con scarsi risultati.
FT: Non è strano, più il nemico si allontana, meno è facile costruire opposizione. In fondo è sensato non crederci. Pensa: una trattativa fra UE e USA, che cosa pensi di poterci fare? Davvero dovremmo riuscire a dire che l'unica cosa sensata sarebbe uscire da quest'incubo e tornare in una condizione in cui possiamo pensare di incidere nella realtà.
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Renzi, Draghi e l’Italia che affonda
Luigi Pandolfi
Spentisi gli effetti euforici della droga mediatica propinata a piene mani nel corso della campagna elettorale da poco conclusasi, le criticità della situazione economica italiana stanno venendo vigorosamente a galla, in tutta la loro drammaticità.
Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da una girandola di notizie sull’evoluzione del quadro macroeconomico nazionale e sulle misure che il vero dominus delle politiche economiche europee, la Bce, ha annunciato per bocca del suo presidente Mario Draghi. Cerchiamo di fare il punto, partendo dai fondamentali, ovvero dallo stato di salute del nostro Paese.
Come ha confermato recentemente l’Istat[1], il Pil italiano è diminuito nel 2013 dell’1,9%, ma non in modo omogeneo da un capo all’altro della penisola. Si va da un -0,6% nel Nord-Ovest ad un secco 4% nel Mezzogiorno. Italia sempre più duale, insomma. E l’occupazione? Le cifre sono ormai da capogiro. Nel primo trimestre del 2014 il tasso di disoccupazione ha toccato il 13,9% (+ 0,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), con quella giovanile al 46%. Al Sud siamo più vicini alla Grecia che al resto del paese: tasso generale al 21,7%, che sale fino al 60,9% tra i giovani.
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La decrescita non è un'alternativa
di Pierluigi Fagan
“Tis the time’s plague when madmen lead the blind”.
W. Shakespeare King Lear (Atto IV°, scena prima)
Le opinioni ed il dibattito su quel composito mondo di stimoli ed idee che cade sotto il termine -decrescita-, partono da un assunto. Questo assunto risale al momento nel quale questo termine, ed il successivo movimento di idee che lo seguì, nacque.
Eravamo ai primi degli anni ’70 e a cominciare dall’economista franco-rumeno N. Georgescu Roegen, ma in contemporanea nel movimento dell’ecologismo scientifico e nelle analisi del Club of Rome, nonché in certa cultura sistemica, si prese coscienza del semplice fatto che una crescita infinita (modello economico dominante) in un ambito finito (pianeta), era impossibile. Prima che impossibile era assai dannoso per le retroazioni che si sarebbero innescate sia in termini ecologici, sia negli stessi termini economici termini che avrebbero portato con loro, pesanti conseguenze sociali, alimentari, sanitarie, culturali, geopolitiche, paventando la formazione di chiari presupposti catastrofici. L’intuizione della decrescita, una sorta di cassandrismo destinato come tutti i cassandrismi a risultare antipatico e sospetto di eccesso paranoide, nasceva quindi da uno sguardo in prospettiva e nasceva proprio nel momento in cui la società della crescita era al culmine dei suoi gloriosi trenta anni di galoppata.
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Ciao proletariato!
di Michel Prigent
La differenza fra la critica del capitalismo moderno fatta da Debord e quella di Moishe Postone, ovvero: i limiti della critica di Guy Debord
"I Commentari alla Società dello Spettacolo" di Guy Debord vennero pubblicati a Parigi nel maggio del 1988. Quando, più tardi, vennero pubblicati in Inghilterra, il titolo fu mal tradotto: Malcom Imrie non aveva rimarcato il riferimento a Giulio Cesare. Non si può pretendere tutto da cosiddetti esperti.
Alla fine degli anni 1980, la crisi prolungata nel blocco dei paesi dell'Est e altrove, aveva spinto Debord ad aggiornare la sua critica, ma purtroppo non aveva più l'ispirazione della Società dello spettacolo, nella quale, nel 1967, aveva scritto: "che lo spettacolo moderno era già essenzialmente il regno autocratico dell'economia di mercato pervenuto ad uno status di sovranità irresponsabile"; era stato più tagliente di quello che scriveva nei suoi Commentari, ossia: "il segreto domina questo mondo e per prima cosa come segreto del dominio". Debord aveva dimenticato di rileggere il "Marx esoterico" del Capitale e dei Grundrisse, dove Marx sviluppa la sua critica del valore, mentre Debord rimane fermo nel "Marx essoterico" della lotta di classe. Un errore fatale. Un altro errore è stato quello di dire che non aveva bisogno di cambiare una sola parola del suo libro del 1967, e quindi era insostituibile. In questo modo era arrivato a delle posizioni retrograde, aveva adottato un punto di vista molto "XIX secolo" della storia, che era stato quello di molte persone all'epoca - a sinistra come a destra - cioè a dire un punto di vista poliziesco della storia che poteva essere definita come teoria "complottista" della storia, per farla semplice.
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Verso il 28 giugno
Intervista al Collettivo Militant (Noi saremo tutto)
a cura di Luca Fiore
Il 28 giugno a Roma si terrà la manifestazione nazionale di apertura del controsemestre popolare che movimenti sociali, sindacati e politici intendono opporre al semestre di presidenza dell'Unione Europea, per il lavoro, il reddito, il welfare e contro la guerra alle porte dell'Europa. Con quale spirito e con quali obiettivi state promuovendo questa mobilitazione?
Con la piena consapevolezza di come la sinistra di classe oggi non possa fare a meno di affrontare la “questione europea”. L'Unione Europea nasce in aperto conflitto con le organizzazioni e i movimenti comunisti e si pone ai giorni nostri come un polo imperialista autonomo rispetto agli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa c'era chi affermava, anche a sinistra, che servisse “più Europa” e che il problema dell'UE fosse il presunto deficit di democraticità. Apriamo gli occhi! L'Unione Europea agisce sulla base di una strategia neoliberista e antiproletaria che ha l'obiettivo di ottimizzare l'appropriazione di valore. Quest'ultima, a fronte di una crisi economica sistemica e non episodica, agisce ormai a livello internazionale, superando i confini dello Stato-nazione e fagocitando il cosiddetto “capitalismo dal volto umano”, su cui tante speranze avevano riposto le varie opzioni socialdemocratiche. Diamo una risposta popolare, di classe, europea!
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Renzi? Come la Thatcher
Leonardo Clausi intervista Perry Anderson
Gli italiani governati da un premier thatcheriano. Ieri sudditi degli Usa, oggi della Ue e del suo neoliberismo economico. Di cui Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. L’analisi del guru della New Left
Perry Anderson non la manda a dire. L'ultimo saggio sulla "London Review of Books" dell'insigne storico inglese, nume tutelare della New Left, è una lucida scorreria nella storia italiana recente. S'intitola, senza troppi guizzi metaforici, "The Italian Disaster", Ma anziché essere l'ennesima geremiade sulla presunta incapacità civile e culturale del Paese di assurgere a membro virtuoso del consesso europeo, il saggio di Anderson individua l'origine dei mali negli stessi principi inerenti alla governance dell'Unione europea, ai quali l'Italia è stata finora recalcitrante: soprattutto quel neoliberismo economico saldamente agganciato alla marginalizzazione della politica e della sua rappresentanza. Di questo neoliberismo Matteo Renzi, leader carismatico e assolutista di un partito alla cui tradizione politica è del tutto alieno, altro non sarebbe che il cavallo di Troia. Ne consegue l'analisi puntigliosa di varie tappe della storia italiana recente, dalla fine di Tangentopoli sino al crollo di Berlusconi, fortemente voluto da Bruxelles attraverso la presidenza di Napolitano, e all'abbraccio di Renzi come ultima spiaggia di fronte alla disorientante eterodossia del fenomeno Grillo. Ad Anderson abbiamo rivolto una serie di domande.
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La morsa istituzionale UEM e "interna"
Tra fallimenti nascosti e incostituzionalità conclamate
Quarantotto
1. Una delle cose più tristi della crisi italiana è che la stragrande maggioranza degli italiani non ne capisce gli eventi, limitandosi a subirne le conseguenze come un fatto ineluttabile.
Tutto quel che i media consentono di "capire", attraverso un'attenta disseminazione di slogan e paralogismi di espertoni vari, è che le cose vanno male per via della corruzione e, in stretta connessione, dell'eccesso di spesa pubblica; questi "mali", ormai plebiscitariamente considerati incontestabili, confluiscono nell'indicare la causa dell'eccesso di prelievo fiscale, la cui attenuazione viene promessa, appunto,come conseguenza dell'abbattimento di corruzione e spesa pubblica (senza alcuno spiraglio di credibilità delle misure proposte, che non sia mero annuncio, che dico, bombardamento!, mediatico).
Mi potrete obiettare che queste cose ve le ho dette molte volte e con mille sfaccettature: ma la premessa serve a richiamare il "perchè", ora e in concreto, cioè nei fatti in preparazione per tutti noi, la situazione promette di virare dal male al peggio.
Siamo di fronte ad un accanimento che si avvale della saldatura di un duplice livello istituzionale: cioè di scelte politiche che si traducono in super-norme che realizzano lo schemino propagandistico riassunto in premessa, con l'effetto di acutizzare la crisi, operando in modo inutile ed anzi opposto rispetto all'obiettivo (immaginifico) della sua risoluzione.
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Virtuosismo anonimo, uscita negata
Recensione in estremo ritardo a “Grammatica della moltitudine” di Paolo Virno
di Marco Ambra
Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni.
(Esodo 5,18)
Riprendere in mano la pletora di tesi e intuizioni che Paolo Virno snocciolò pochi mesi prima del G8 di Genova – quindi a ormai dodici anni dalla loro prima pubblicazione nel 2002 e a ben tredici dal seminario tenutosi all’Università della Calabria in cui furono trascritti – in Grammatica della moltitudine. Per una analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi, IV edizione, 2014) potrebbe sembrare un esercizio sterile, quasi un attardato tentativo di leggere la sua capacità analitica e predittiva con un rassegnato senno del poi. Eppure questo testo anfibio, un po’ trascrizione di un seminario universitario che molto conserva del ritmo del parlato e un po’ lapidaria enunciazione di tesi sulla moltitudine postfordista tanto ha ancora da dire sulla cangiante relazione fra Lavoro, Politica e Intelletto di questo secondo decennio del XXI secolo.
Innanzitutto sull’attualità dell’antica disputa da cui l’analisi di Virno prende le mosse, ovvero quella contrapposizione fra le categorie politiche di popolo e moltitudine che nata nel XVII secolo dalle fucine filosofiche di Hobbes e Spinoza torna oggi a essere interessante.
Se il “popolo” ha descritto la forma di vita associata e lo spirito pubblico dello Stato moderno, del Leviathan hobbesiano, oggi che questo svanisce delocalizzando il monopolio della decisione politica, una nuova soggettività, eteroclita e dinamica, aleggia sulle sua ingombrante assenza. Che però questa fantasmagoria viva sia la moltitudo spinoziana, una pluralità che persiste in quanto tale sulla scena politica, non è dato poterlo dire, così come è ineffabile quella «sfera pubblica non statale» (p. 62) che si conforma al suo modo d’essere, e che fa oggi capolino nelle esperienze associative e politiche dei No-Tav o dei Cinema e Teatri occupati in giro per il paese.
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Spagnolo a 5 stelle
Leonardo Mazzei
L'hanno chiamato Democratellum ma non si sa bene il perché
Cari amici del M5S non ci siamo proprio. Il problema non è la disponibilità a discutere con Renzi di legge elettorale. Il problema è piuttosto il contenuto della proposta di legge presentata alla Camera dei Deputati.
Quando, all'inizio dell'anno (leggi QUI), Renzi lanciò la sua offensiva sulla nuova legge, tre furono le opzioni avanzate: il sistema delle comunali, il Mattarellum, il sistema spagnolo. Poi, pochi giorni dopo, previo accordo con Berlusconi, quell'offensiva produsse il mostruoso Italicum, un incredibile incrocio tra il doppio turno delle comunali ed il premio di maggioranza del vecchio Porcellum, con l'aggiunta di soglie di sbarramento di tipo turco.
Per adesso questo obbrobrio giace su un binario morto. Lo sbruffone fiorentino ha dalla sua la forza di chi ha vinto nettamente le elezioni europee, ma deve fare i conti con le resistenze, più o meno sommerse, di chi a gennaio aveva sottoscritto il "Patto del Nazareno". Vecchie, presunte, convenienze stanno forse venendo meno.
E' in questo quadro che va letta l'iniziativa del M5S. Un tentativo di inserirsi in uno scenario assai fluido per cercare di limitare i danni della legge renziana.
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Ucraina, cronaca di una deriva annunciata
Gianfranco Greco
“Una rivoluzione? No, una semplice redistribuzione delle carte…Questo governo difende gli stessi valori del precedente: il liberismo economico e l’arricchimento personale.” (Vladimir Ishchenko, sociologo e direttore del Centro di ricerca sulla società, di Kiev)
Majdan
Il composito puzzle ucraino emerso a partire dal febbraio di quest’anno ed emblematizzato dai fatti della Majdan, ha in effetti una gestazione assai più datata nel tempo, cogliendo il senso della quale si può seguire il filo logico degli avvenimenti evitando, così, un ricorrente ritualismo della stampa mainstream ma soprattutto le stramberie di chi si trastulla disinvoltamente coi doppi standard o, ancor di più, i pistolotti soporiferi alla Ceronetti il quale, finendo per alimentare una demonologia tuttora persistente, fa ricorso a vacue litanie che si rifanno a “La Russie éternelle” anche se – in un empito di bontà – ci risparmia l’evocazione del mitico 7° Cavalleggeri.
Non è certo utilizzando la partigianeria come criterio distintivo ma soprattutto come chiave di lettura che si comprende appieno cosa sta avvenendo a Kiev o a Damasco e neanche quello che è avvenuto a Tunisi, ad Ankara o al Cairo.
Fare riferimento alle moderne forme dell’imperialismo, nell’interpretare l’attuale crisi ucraina, non è certo esercizio blasfemo che possa far arricciare il naso laddove si staglia sempre più nitida la percezione che i veri protagonisti della vicenda vanno oltre i mazzieri neonazisti o i russofoni del Donbass come spiega con la sua usuale chiarezza Barbara Spinelli: ” La Russia aspira a Riconquiste come la Nato e Washington.
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Desiderio: Pulsione = Verità: Sapere
Slavoj Žižek1
Secondo quanto indica Jacques-Alain Miller, il concetto di “costruzione in analisi” non si basa sulla (dubbia) pretesa che l’analista abbia sempre ragione (se il paziente accetta la costruzione proposta dell’analista, ciò rappresenta l’inequivocabile conferma della sua correttezza; se il paziente rifiuta, questo è un segno di resistenza che, di conseguenza, ribadisce il fatto che la costruzione abbia in qualche modo toccato la verità); il punto sta, al contrario, nel lato opposto della questione: “l’analizzando è sempre, per definizione, dalla parte del torto”. Al fine di giungere a tale conclusione, è necessario soffermarsi sulla distinzione cruciale tra la costruzione e la sua controparte, l’interpretazione, il cui rapporto è correlativo a quello della coppia sapere/verità. L’interpretazione è un gesto che è già sempre incorporato nella dialettica intersoggettiva del riconoscimento tra analizzando e analista, il cui intento è quello di concorrere alla produzione di un effetto di verità legato a determinate formazioni dell’inconscio (un sogno, un sintomo, un lapsus). Il soggetto dovrebbe allora poter “riconoscere” se stesso nella significazione proposta dall’interprete, precisamente con l’intento di soggettivarlo, al fine di assumere il significato proposto come “suo proprio” (Si, oh mio Dio, quello sono io, volevo davvero questo). Il successo dell’interpretazione è determinato da questo “effetto di verità” nella misura in cui influisce sulla posizione soggettiva dell’analizzando (suscitando ricordi di eventi traumatici fino a quel momento profondamente repressi che provocano resistenza violenta). In netto contrasto con l’interpretazione, la costruzione (ad esempio, quella di una fantasia fondamentale) ha lo status di un sapere che non può mai essere soggettivizzato, assunto dal soggetto come verità su se stesso, come la verità in cui egli può riconosce il nucleo più intimo del suo essere.
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La differenza italiana
Genealogie dell’impersonale, della passività radicale e della debolezza tra Esposito, Agamben e Vattimo
di Andrea Sartori*
In un articolo pubblicato nel 1976 sulla rivista L’erba voglio fondata dallo psicoanalista Elvio Fachinelli (1928-1989), Mario Perniola individuava nell’eterno ritorno dell’uguale il tratto fondamentale (e paradossale) della differenza italiana. Secondo quella diagnosi, il Paese era bloccato – fin nel suo genoma culturale – nell’impossibilità di evadere dall’apparenza del cambiamento. Perniola dilatava pertanto l’amara constatazione di Tomasi di Lampedusa (1896-1957) – secondo la quale tutto deve cambiare perché tutto rimanga così com’è – a cifra interpretativa non solo dell’Italia unificata, ma delle sue radici culturali pre-risorgimentali, addirittura cinquecento-secentesche. Il barocco italiano, ad esempio, con la sua enfasi sulla mutevolezza delle forme e delle immagini – l’Adone di Giovan Battista Marino (1569-1625) venne pubblicato nel 1623 a Parigi – già preludeva nell’analisi di Perniola alla levità, alla leggerezza senza peso specifico d’una società che ben conosciamo. Un società, in altri termini, il cui immaginario doveva essere fagocitato a breve da un nuovo soggetto economico-politico, incentrato sul possesso e l’utilizzo dei mass-media (della televisione, in particolare). Non molti anni dopo il 1976 in cui uscì l’articolo di Perniola, il governo socialista presieduto da Bettino Craxi cedette di fatto, tra il 1984 e il 1985, il monopolio della televisione commerciale a Silvio Berlusconi – ponendo così le basi di un successo che l’imprenditore, a partire dal 1994, avrebbe sfruttato anche sul piano politico.
La «differenza italiana» di cui si parla oggi, in tempi ben più recenti, per lo meno a partire dall’omonimo saggio di Antonio Negri pubblicato nel 2005 per l’editrice Nottetempo, è di tutt’altro tenore. È davvero differente. E questo non solo perché, come accade nella ricostruzione di Negri, è stato in Italia che si è parlato di Operai e capitale (Mario Tronti, 1966) al di fuori della prospettiva d’una filosofia della storia di derivazione hegelo-marxista, o di differenza sessuale (Carla Lonzi, e successivamente Luisa Muraro, Adriana Cavarero), al di là della questione della parità giuridica, dell’uguaglianza dei diritti, tra uomo e donna.
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Il vero "bail-out"? Quello della Germania
Thomas Fazi
Tra i tanti motivi per cui l’Europa – e in particolare la periferia – fatica a uscire dalla crisi, ce n’è uno che forse spicca su tutti: ossia, il fatto che a molti (inclusi, viene il sospetto, i nostri governanti) non è ancora chiaro come ci siamo entrati. Ci si rende conto di ciò ogniqualvolta si cerchi di ragionare sulle responsabilità della Germania nel perpetuarsi e aggravarsi della crisi – cosa che su questo blog facciamo con una certa solerzia, e non certo per pregiudizio anti-tedesco. In questi casi, a prescindere dalla validità delle proprie argomentazioni, è comune sentirsi rispondere: “Sì, avete ragione, la Germania potrebbe fare di più, ma bisogna pur capirli i tedeschi: hanno già sborsato tanti soldi per salvare le scalcagnate economie della periferia ed è normale che non se la sentino di sborsarne altri”. È infatti piuttosto diffusa l’idea secondo cui la Germania sarebbe giustificata a chiedere garanzie e sacrifici ai paesi della periferia – e a essere riluttante a fare ulteriori concessioni –, in quanto avrebbe già contribuito massicciamente ai “salvataggi” – o bail-out – di Grecia, Irlanda, Spagna, ecc. Insomma, anche la Germania, a suo modo, avrebbe pagato un conto piuttosto salato per via della crisi. Secondo questa lettura, la Germania potrebbe essere paragonata a una sorella maggiore severa, forse un po’ ottusa, ma comunque disposta ad aiutare i propri fratelli nel momento del bisogno. Ma è veramente così?
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Il divorzio (all’italiana) fra debito pubblico e ricchezza privata
di Maurizio Sgroi
C’è molto sentimento nel rapporto che noi italiani intratteniamo col nostro debito pubblico, che poi altro non è che l’apparenza contabile del nostro Stato e perciò, in sostanza, la fisionomia di noi stessi.
Tale sentimento, che oggi volge all’odio dopo una lunga stagione d’amore, racconta del difficile rapporto che intratteniamo con noi stessi, ora egotico/superomista, ora autoflaggellante/esterofilo, ma soprattutto racconta di una lunga relazione, un matrimonio quasi, che il popolo italiano ha intrattenuto con il suo bilancio pubblico, facendone la cornucopia della loro privatissima ricchezza al prezzo, appunto, del debito che conosciamo, che tanto scandalo ha generato nel mondo finendo con l’interrompere l’idillio.
Sicché il matrimonio è diventato un divorzio.
Divorzio all’italiana, comunque. Quindi pieno di sotterfugi e balletti, un passo avanti e due indietro, con l’occhio giudicante dei perbenisti che alla fine ti spingono al delitto: proprio come nel vecchio film di Germi.
Sicché il divorzio fra il nostro debito pubblico e la nostra ricchezza privata non ha mai avuto la meritata evidenza che pure hanno trovato nelle cronache divorzi assai meno rilevanti, se non per gli appassionati, come quello dell’81 fra il Tesoro e Bankitalia, di cui chi segue questi argomenti potrà trovare ampi resoconti sulla rete.
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