Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2413

Il coraggio di cambiare paradigma per una nuova stagione politica
Utopie Letali di Carlo Formenti
Militant
Con la caduta dei socialismi reali nell’89 e la conseguente scomparsa o ridimensionamento dei partiti comunisti legati a quell’esperienza, la sinistra – soprattutto italiana – è stata egemonizzata di fatto da un insieme di teorie e suggestioni definite, per necessità di sintesi, post-operaismo. Un insieme politico in realtà abbastanza eterogeneo, ma che ha saputo ricostruire una narrazione conflittuale di fronte alla sconfitta storica del movimento operaio e delle sue avanguardie politiche degli anni ottanta. Per meglio dire, il post-operaismo è figlio diretto di quella sconfitta, e allo stesso tempo la sua rimozione. Nonostante le differenze, anche grandi, insite nei diversi filoni post-operaisti e fra le diverse città, alcuni punti fermi tuttavia sono riscontrabili. Soprattutto, comune alle varie tendenze è la rottura con il Novecento quale secolo del primato del politico e della “parzialità organizzata” in vista di una fuoriuscita dal controllo capitalistico della produzione, in favore di un discorso tendenzialmente interclassista in cui viene esaltata la diretta politicità dei soggetti sociali, che assumono centralità politica non in base al proprio ruolo nella produzione ma piuttosto in base alla propria coscienza di sé e alla loro percezione antagonistica.
Su questa visione delle cose si innesta il discorso foucaultiano del potere pervasivo del capitale non più nella produzione, ma nella vita.
- Details
- Hits: 4400
Marx e la WertKritik
Elmar Flatschart, Alan Milchman, and Jamie Merchant
Sabato 6 aprile 2013, la Platypus Affiliated Society, nel corso della sua quinta Convenzione Internazionale annuale, presso la Scuola d'Arte di Chicago, ha ospitato un evento dal titolo "Marx e la WertKritik", cui hanno partecipato Elmar Flatschart, della rivista "Exit!", Alan Milchman, di "Internationalist Perspective", e Jamie Merchant, di "Permanent Crisis", moderati da Gregor Baszak, di Platypus. Quella che segue, è una trascrizione della discussione
Elmar Flatschart: La critica del valore, o, seguendo il teorema sviluppato da Roswitha Scholz, una critica della scissione-valore (Wertabspaltungskritik), cerca di capire e di criticare il meccanismo fondamentale che governa la società moderna. Questa critica non si interessa tanto al Marx politico della lotta di classe e del movimento operaio, ma più all'aspetto filosofico del suo lavoro che si focalizza sul carattere astratto e feticizzato del moderno dominio. Quest'approccio cerca di mantenere, la teoria critica della società, rigorosamente separata dai contraddittori tentativi pratici di superare il capitalismo. Il marxismo non andrebbe inteso come un portatore di identità, di una corretta posizione, che la storia ha dimostrato essere erronea, ma dovrebbe essere ridotto ad un nucleo teorico che ci può aiutare a comprendere la società, per mezzo di una critica negativa, anche se questa non ci fornisce necessariamente una via d'uscita. L'appello all'abolizione del lavoro non ha ripercussioni immediate per la politica marxista. Non c'è un nuovo programma o un piano generale che può essere sviluppato a partire dall'abolizione del valore. Piuttosto, può essere visto come una condizione per emanciparsi dal valore e dal sistema astratto di oppressione che rappresenta. Come poi l'emancipazione sarà raggiunta, questa è una storia più complessa. Sappiamo cos'è che non funziona: molto di quello che la vecchia sinistra ha proposto come politica marxista. Un bel po' del quale dovrebbe essere abbandonato perché, essenzialmente, il dominio astratto non può essere abolito per mezzo dell'imposizione di qualche altro genere di diretto, personale dominio.
- Details
- Hits: 2287
Finanza globale e Europa
Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli intervistano Christian Marazzi
Pubblichiamo la seconda parte (qui la prima) dell’intervista a Christian Marazzi, a cura di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli. I temi trattati riguardano essenzialmente la situazione economica e politica dell’Europa. In vista del convegno sulla Moneta del Comune del prossimo 21-22 giugno, organizzato da Effimera a Milano.
* * * * *
Stefano Lucarelli: a Davos, Axel Weber, ex governatore della Bundesbank e attualmente presidente di UBS (Unione delle Banche Svizzere, una delle 10 multinazionali della finanza più potenti, ndr.), ha rilasciato una dichiarazione un po’ fuori dal coro che è tuttavia significativa: “L’Europa è sotto scacco. Sono ancora molto preoccupato. La situazione dei mercati è migliorata, ma non l’economia reale della maggior parte dei paesi. I mercati stanno ora sottovalutando i rischi, specialmente in periferia. Mi aspetto che alcune banche non riescano a passare i test nonostante la pressione politica. Non appena ciò diventerà evidente, ci sarà una reazione finanziaria nei mercati”. Questa affermazione va di pari passo con quella frase che è scappata alla Merkel a dicembre, ripresa solo da Le Monde e da Jacques Sapir: “Presto o tardi, senza la coesione necessaria, la moneta esploderà”: Sapir commenta sul suo blog: “Tutto ciò che la Germania propone ai suoi partner sono dei ‘contratti’ che li portano a sostenere la totalità dei costi d’aggiustamento necessari per la sopravvivenza dell’euro, mentre essa sola trarrà profitti dalla moneta unica. Ma tali contratti non faranno altro che spingere l’Europa del sud e la Francia verso una recessione storica”.
- Details
- Hits: 3165
Sulla distinzione fra democrazia e populismo
di John McCormick
Anche se le democrazie dirette, dove il popolo veramente si auto-governa, sono largamente preferibili a quasi tutte le forme di populismo, John McCormick, uno dei maggiori conoscitori di Machiavelli nel mondo americano, sostiene, in un intervento ancora inedito in inglese, che alcune forme di populismo sono assolutamente necessarie per rendere gli attuali sistemi elettorali-rappresentativi più genuinamente democratici
Introduzione
di Lorenzo del Savio e Matteo Mameli
Si può veramente dire che i populismi abbiano un potenziale democratico? Nell’articolo “Il populismo è democratico: Machiavelli e gli appetiti delle élite” abbiamo sostenuto che la risposta a questa domanda è sì.[1] Lo abbiamo fatto presentando gli argomenti anti-oligarchici che Machiavelli espone nei Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio e rielaborando la lettura di Machiavelli di John McCormick nel suo importante volume Machiavellian Democracy. Per gentile concessione dell’autore, qui offriamo la nostra traduzione di un breve articolo di McCormick sul rapporto tra i populismi e le democrazie rappresentative contemporanee. McCormick torna a parlare di Machiavelli e delle sue ricette anti-oligarchiche e spiega come i populismi (o perlomeno alcuni populismi) possano essere un’importante risorsa per la democrazia.
***
Durkheim disse una volta che il socialismo era il grido di dolore della società moderna. Il populismo è il grido di dolore delle moderne democrazie rappresentative. Il populismo è inevitabile nei regimi politici che aderiscono formalmente ai principi democratici ma di fatto escludono il popolo dal governo.
- Details
- Hits: 3746
Elogio della democrazia economica
di Enrico Grazzini
Senza democrazia nell'economia non esiste vera democrazia. E senza la partecipazione dei cittadini e dei lavoratori l’Europa non uscirà dalla sua grave crisi economica e politica. Pubblichiamo un estratto dal “Manifesto per la Democrazia Economica” di Enrico Grazzini, in questi giorni in libreria per Castelvecchi Editore
Questo saggio è focalizzato sulla democrazia economica. La nostra tesi è che senza democrazia nell'economia non esiste una vera democrazia; e che l'economia è più efficiente, innovativa e sostenibile se include elementi di democrazia.
Democrazia economica può però avere molti e diversi significati. Del resto tutte le parole possono avere connotazioni differenti e sono per natura ambigue. Per prima cosa occorre quindi tentare di specificarne il senso e contestualizzarle. Per noi democrazia economica significa che, come accade da sessanta anni in Germania con la Mitbestimmung (codecisione), i lavoratori possono eleggere i loro rappresentanti nel board delle maggiori imprese private e pubbliche e influire sulle scelte strategiche e sulla gestione aziendale. Democrazia economica significa anche che i beni comuni dovrebbero essere gestiti autonomamente dalle comunità interessate, a tutti i livelli, locale, nazionale, globale; e che i cittadini dovrebbero potere controllare e cogestire con i loro rappresentanti i servizi pubblici di cui sono utenti e di cui, come contribuenti, sono anche «proprietari». Il bilancio partecipato dovrebbe diventare la norma per indirizzare le politiche di spesa a favore dei cittadini e per fare funzionare bene le istituzioni pubbliche.
- Details
- Hits: 3243
L’Ontologia sociale e l’etica comunitaria
Il lascito filosofico di Costanzo Preve
Roberto Donini
La morte di Costanzo Preve il 23 novembre 2013 è un vuoto enorme; leggendo il suo “Una nuova storia alternativa della filosofia”, pubblicato a ridosso del lutto, ci siconforta nella sua eredità spirituale rilegata in un libro di 32° di foglio e di 500 pagine. Il doloroso vuoto si acquieta nel pieno della sua umanità nelle nostre mani. Preve ci accompagna ne “il cammino ontologico-sociale della filosofia” presso i suoi fidati autori e lì ci mostra la genesi dei suoi concetti di riferimento. Noi, discenti spersi dal peso del tomo, ci troviamo invece di fronte ad un profilo di Storia “alternativa”e ad uno stile espositivo completamente rivoluzionato: amichevole. La sua Storia della Filosofia non è quella inevitabile “dossografia di opinioni” (p.58) dei manuali conseguente ad una concezione “della storia destoricizzata e desocializzata della filosofia” (p.58); partendo invece dal rovesciamento dell’approccio “formale accademico”, dal “riorientamento gestaltico”, il libro ci porta alla ricerca costante del filo conduttore del pensare filosofico nel suo fondamento ontologico-sociale. Coinvolti dalla lettura percorriamo il “cammino” e con un po’ di attenzione scorgiamo un doppio movimento: il filosofare che incontra le sue radici e la storia di Costanzo che si risolve in questo processo e mostra le sue radici.
La lezione di Costanzo Preve
In questa lunga lezione di storia della filosofia Preve riflette e condensa, l’impegno pedagogico di una vita, nella scuola e in una vastissima pubblicistica, sempre con la stessa cifra letteraria e oratoria e sempre con la stessa vis polemica antiaccademica. Il testo è innervato di accenni polemici alla “separatezza” degli accademici dalla vita ed in particolare nell’ultimo capitolo (p.471-473) tratteggia, usando la partizione di Kant, la storia della istituzione del Schulbegriff (filosofia di scuola, di facoltà) distinta dalla Welthegriff (la filosofia di tutti, “il prendersela con filosofia”).
- Details
- Hits: 2532
La fabbrica della crisi e il declino del lavoro
di Claudio Gnesutta
Quando è iniziata l'egemonia della finanza sulla produzione? Riflessioni a partire dal libro di Angelo Salento e Giovanni Masino, La fabbrica della crisi
La questione della “densità” finanziaria del sistema economico è un aspetto ampiamente dibattuto per la sua rilevanza nel determinare l’attuale funzionamento delle nostre società. A questo riguardo, è importante il contributo di Angelo Salento e Giovanni Masino, (La fabbrica della crisi. Finanziarizzazione delle imprese e declino del lavoro, Roma: Carocci editore, 2013) che, con un’analisi svolta su diversi piani (sistemazione della letteratura, informazioni quantitative, interviste di operatori), non si limitano a sottolineare la crescente dimensione finanziaria dei bilanci societari, ma approfondiscono le modificazioni qualitative che la finanziarizzazione dell’economia ha indotto in una gestione aziendale che ha assunto come priorità la crescita del valore per gli azionisti.
In particolare, la loro tesi può essere sintetizzata, pur con tutti i rischi dell’estrema concisione, dalla considerazione che, nel superamento del fordismo, l’impresa ha trovato nell’esternalizzazione (decentramento e delocalizzazione) della produzione lo strumento per ridurre i costi e per realizzare le disponibilità liquide necessarie all’investimento e che questa sua articolazioni in divisioni autonome (anche se raggruppate in holding) si presenta come un “fascio di investimenti” (industriali, commerciali, finanziari) da gestire ciascuno singolarmente valorizzandoli con logica “finanziaria” sulla base di un benchmarking definito dagli analisti finanziari.
- Details
- Hits: 2026
Il lato B del "patto del Nazareno"
di Leonardo Mazzei
9 maggio. Il governo Renzi-Berlusconi oggi e domani
Secondo alcuni l'asse Renzi-Berlusconi ha semplicemente un'origine massonica. Una tesi sulla quale scommetterebbero ad occhi chiusi diversi amici fiorentini. Avrebbe dunque ragione Piero Pelù, che ha definito il capo del governo come un «boy scout della P2». Un boy scout tutelato dal Sommo Sacerdote dell'«accordo del Nazareno», quel gran signore di Denis Verdini.
Ora, noi non siamo complottisti. Siamo però attenti ai fatti politici, ed essi bastano ed avanzano per dimostrare due cose. La prima è che le grandi decisioni politiche vengono ormai prese non solo fuori dalle istituzioni, ma anche al di fuori dei partiti. La seconda è che il governo attuale si regge non tanto sulla maggioranza ufficiale, quanto piuttosto su quella informale Pd-Forza Italia, o più esattamente ancora su un patto privato tra i leader di questi due partiti.
Ovviamente non stiamo svelando alcun segreto. Stiamo solo proponendo alcune riflessioni politiche. Tutti sanno che se Renzi è ancora al suo posto lo si deve solo al voto dei forzaitalioti in Commissione Affari costituzionali del Senato. Un voto che ha fatto passare il testo base del governo, dopo che la stessa commissione lo aveva di fatto bocciato approvando un ordine del giorno a favore del Senato elettivo.
- Details
- Hits: 4593
Impero (Hardt/Negri): il mondo in crisi visto come la Disneyland della Moltitudine*
di Robert Kurz
Il problema per cui la critica sociale si vede confinata nelle categorie dell'ontologia capitalista, peggiora ulteriormente quando le idee del marxismo tradizionale vengono rivestite con gli orpelli della post-modernità. Dieci anni dopo il libro di Rufin, "L'impero e i nuovi barbari", Michael Hardt e Antonio Negri pubblicano "Impero", il loro opus magnum, il quale pretende descrivere il "nuovo ordine del mondo" ed il suo superamento futuro nel quadro di una vasta teoria della storia della modernità (e, più in generale, del suo sviluppo). Benché gli autori procedano largamente sulle tracce di Rufin, fino a prenderne in prestito il riferimento a Polibio, Rufin non viene mai citato, e neppure menzionato nella bibliografia. Eppure si dovrebbe trattare, nella prospettiva di una riformulazione di una teoria sociale emancipatrice, non di prendere in prestito - alla chetichella - degli elementi da Rufin, ma di operare la critica immanente delle sue argomentazioni, per poter fare un passo avanti decisivo. Hardt e Negri non riescono a farlo, se non altro perché non possono, più di quanto possa Rufin, concettualizzare in modo soddisfacente i fondamenti della società capitalista e le sue conseguenze. Per loro, la forma di riproduzione sociale totalitaria del mercato (il problema dello "sviluppo economico", per Rufin) va da sé, fino al punto di non essere neppure menzionato come concetto da mettere in discussione.
- Details
- Hits: 2433
I Goebbels del Terzo Millennio
di Nico Macce
“Berlino, 10 novembre 1938. Scontri tra sostenitori del Partito Nazionalsocialista e oppositori ebrei la scorsa notte. Nel corso degli incidenti hanno preso fuoco numerosi negozi e abitazioni. L’origine degli scontri è stata l’azione terroristica dell’ebreo Herschel Grünspan, che ha sparato al diplomatico tedesco Vom Rath a Parigi, ferendolo gravemente.
Il governo tedesco deplora i fatti che hanno provocato in molte città tedesche vittime da ambo le parti e sostiene che proseguirà la sua azione contro il terrorismo ebraico.”
Ecco come i giornali nostrani e le tv, il Corriere, la Repubblica, l’Unità e le reti RAI, Mediaset, avrebbero affrontato i fatti della notte dei cristalli, da bravi media di regime. Nei giorni scorsi lo hanno fatto sull’attacco stragista dei neonazisti ucraini alla camera del lavoro di Odessa, nella quale sono morte oltre 40 persone.
I metodi sono quelli della propaganda nazista. So che potrà suonare forte questa frase, ma dobbiamo persuaderci del fatto che nel nostro paese, in Europa e nell’intero mondo occidentale, siamo in presenza da decenni di un regime mediatico che utilizza in modo scientifico sistemi e metodologie di manipolazione dell’opinione pubblica.
Queste metodiche, sempre in opera su temi specifici, si intensificano nei momenti politici cruciali, quando le scelte delle superpotenze, dei governi centrali e nazionali devono comunque passare senza elementi di criticità. E si creano vere e proprie campagne mediatiche. Prendo la vicenda ucraina dell’attacco incendiario dei nazi a Odessa, per vivisezionare in concreto una piccola parte di queste dinamiche, che non sono mai il prodotto libero e autonomo del giornalista, ma rispondono a criteri ben definiti.
- Details
- Hits: 2922
Sul perchè la battaglia per il "pluralismo" nella teoria economica (come altrove) è debole
di Riccardo Bellofiore
Aderisco al Manifesto per la libertà del pensiero economico, perché segna una importante messa in discussione del modo con cui viene condotta la ricerca economica oggi. Credo però giusto aggiungere alla firma alcuni commenti e anche alcune critiche, visto che non pochi sono i punti di dissenso con il Manifesto.
1. Non credo che gli ultimi 30 anni abbiano visto la rinascita di un "fondamentalismo liberista". Questa è stata l'apparenza ideologica. Abbiamo vissuto una fase niente affatto caratterizzata dal laisser faire. Il pensiero dominante si è piuttosto teoricamente diviso tra ripresa dell'approccio in ultima istanza walrasiano, sempre meno rilevante, e imperfezionismo dei dissenzienti dal mainstream neoclassico puro e duro. Corrispettivamente si è avuta la spaccatura tra neoliberismo (liberista sul mercato del lavoro, ma non sul mercato dei beni e dei servizi; tutto meno che ostile davvero ai disavanzi di bilancio,;favorevole ai monopoli, come testimoniano le figure stesse di Berlusconi o di Bush; etc.) e socialliberismo (che oppone mercato a capitale, che vuole "liberalizzare per riregolamentare"; che favorisce il bilancio dello stato in pareggio, e però vagheggia una qualche redistribuzione del reddito; che concentra la critica alla finanza nella domanda di una mera regolamentazione). Il socialliberismo, si badi, è cosa ben diversa dal liberalsocialismo (la tradizione di Ernesto Rossi, Paolo Sylos Labini, o di Norberto Bobbio), ben più radicale nella sua critica al capitalismo. Neoliberismo e socialliberismo sono approcci irriducibili l'uno all'altro. La critica al pensiero dominante non può stare sotto il cappello della opposizione a un presunto pensiero unico.
- Details
- Hits: 2194
Il secolo breve che sembra infinito
di Alberto Burgio
Esistono legami sotterranei tra quanto di più sinistro accade sotto i nostri occhi in queste ore sulla scena politica mondiale, dalla brutale stretta repressiva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla proliferazione di ultranazionalismi fascisti in tutta Europa?
Rispondere non è semplice, forse è azzardato. Una prospettiva che consideri unitariamente fenomeni radicati in contesti differenti non è falsificabile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impressioni. Inoltre, molto, se non tutto, dipende dalle dimensioni del quadro storico di riferimento, definite con qualche rischio di arbitrarietà. Resta il fatto. Minacciosi segnali di tensione investono non soltanto quelli che nella guerra fredda erano blocchi contrapposti, ma anche (si pensi al diffondersi nell’eurozona di un sordo rancore anti-tedesco) gli stessi stati europei che hanno vissuto questi sessant’anni in pace.
E a tali segnali si accompagna la ricomparsa dei più cupi fantasmi (nazionalismo e populismo, xenofobia e razzismo) della modernità «avanzata». La storia del Novecento sembra ripresentarsi in blocco sulla scena, come per un brusco ritorno del rimosso. E se è naturalmente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scoppio della prima guerra mondiale, è vero anche che gli anniversari offrono spesso spunti istruttivi. Proviamo a vedere che cosa suggerisce questa non fausta ricorrenza.
- Details
- Hits: 5633
Martin Heidegger e il nostro tempo
di Francesca Brencio
Numquam se plus agere quam nihil cum ageret, numquam minus solum esse quam cum solus esset Catone
Pagine heideggeriane è un progetto che nasce con l’intenzione di fornire uno strumento per l’approfondimento del pensiero di Martin Heidegger, fornendo una selezione di testi del filosofo tedesco selezionati per temi, affiancati da una letteratura critica ragionata sia italiana sia straniera, che offra al lettore delle indicazioni bibliografiche iniziali con cui approfondire lo studio di questo pensatore.
Heidegger è un filosofo molto discusso, nel bene e nel male, uno degli ultimi esponenti del pensiero che ha riproposto i grandi interrogativi della metafisica nutrendo l’ambizione di oltrepassarla: fortemente critico verso un uso disincantato della tecnica, spesso tacciato di esser più incline a pensare all’essere che non all’uomo, implicato nei fatti politici della Germania nazista, assertore della fine della filosofia e della necessità di un pensiero poetante. Capita così che Heidegger diventi o il maggior esponente del nichilismo nell’epoca contemporanea, o uno dei più genuini pensatori che abbiano tematizzato problemi teologici nel dibattito corrente; o, ancora, che diventi un intellettuale al servizio di un’ideologia.
Eppure Heidegger è molto più di questo.
Karl Löwith non ha mai risparmiato ad Heidegger nessuna critica; egli scrive esplicitamente, all’inizio della seconda edizione dell’opera Saggi su Heidegger, che l’intento del libro era quello di rompere il silenzio e l’aura che attorniava la figura del “maestro” Heidegger da parte di tutti coloro che se ne ritenevano discepoli.
- Details
- Hits: 3310
La metafisica del comune
Toni Negri
Dopo Marx. Prénom : Karl, Pierre Dardot e Christian Laval ci offrono un «Proudhon. Prénom : Pierre-Joseph». In Italia, questo finto titolo basterebbe a liquidare il libro, ricorderebbe l’operazione reazionaria condotta, fra gli altri da Pellicani e Coen su Mondo Operaio negli anni Settanta, su ispirazione di Craxi. Ma questo libro non sta certo da quella parte, esso introduce in Francia, e riapre – speriamo – in Europa, il dibattito sul «comune». Torniamo dunque al libro. Mentre il Marx era caratterizzato da una risoluta «de-teleologizzazione» del socialismo (vale a dire da una ragionata critica di ogni teoria socialista che volesse incapsulare nello sviluppo capitalista il progetto finale e la forza della liberazione comunista), questo secondo libro (Commun. Essai sur la révolution au XXIe siècle, La Découverte, pp. 593, euro 25) è caratterizzato da una risoluta «de-materializzazione» del concetto di socialismo — tale è l’operazione sviluppata in questo «Saggio sulla rivoluzione»: una vera e propria liquidazione del materialismo storico, della critica marxista dell’economia politica del capitalismo maturo, in nome di un nuovo «principio». «Comune»: non commons, non «il» comune, ma «comune» come principio che anima sia l’attività collettiva degli individui nella costruzione di ricchezza e della vita, sia l’autogoverno di queste attività.
Un preciso quadro ideale viene presentato e discusso a questo scopo – esso parte «dalla priorità del comune come principio di trasformazione del sociale, affermata prima di stabilire l’opposizione di un nuovo diritto d’uso al diritto di proprietà».
- Details
- Hits: 8142
Euro e Austerity: la tenaglia che ci stritola
Vladimiro Giacchè
Credo che il primo dovere nei confronti di noi stessi sia quello della chiarezza.
In primo luogo sulla gravità della situazione. Il nostro paese ha perso, dall’inizio della crisi, poco meno del 10% del prodotto interno lordo, il 25% della produzione industriale, il 30% degli investimenti. A chi paventa catastrofi nel caso di un’eventuale fine dell’euro va risposto che al punto in cui siamo l’onere della prova va rovesciato, perché la catastrofe c’è già. E la prima cosa da fare è di comprendere come ci siamo finiti e cosa fare per uscirne.
Ci troviamo, molto semplicemente, nella peggiore crisi dopo l’Unità d’Italia: peggiore di quella del 1866, e peggiore di quella del 1929 (Rapporto CER n. 2/2013).
Peggiore per tre motivi: perché il livello di prodotto pre-crisi – che negli altri casi era già stato recuperato dopo 6 anni– in questo caso non sarà recuperato neppure in 10 anni; perché gli indicatori di cui disponiamo non segnalano alcun miglioramento significativo della situazione (al contrario, quanto alla disoccupazione, essi ne prevedono un ulteriore aumento nel corso del 2014). E anche perché la situazione attuale è caratterizzata da due elementi di rigidità che privano il nostro Paese di margini di manovra.
- Details
- Hits: 3008
Ciò che ti distrugge, non va riparato!
Pamphlet per la buona vita
Redazione della rivista Streifzüge
Non si può costruire alcuna alternativa attraverso la politica. La politica non ci aiuta a realizzare le nostre possibilità e capacità: con essa tuteliamo solo gli interessi legati al nostro ruolo nell’ordine esistente. La politica è un programma borghese. Ogni sua mossa ed ogni sua azione è sempre in relazione allo Stato e al mercato. Essa modera la società, il suo medium è il denaro. Segue regole simili a quelle del mercato. Qui come là vi è, al centro, la pubblicità; qui come là ne va della valorizzazione e delle sue condizioni.
Il soggetto moderno ha completamente interiorizzato i vincoli di valore e denaro, non può nemmeno immaginarsi senza di essi. È veramente il “padrone” di se stesso, Signore e servo si incontrano qui nello stesso corpo. La democrazia non significa niente più che l’auto-controllo del ruolo sociale che ci è stato imposto. Dal momento in cui siamo sia contro il governo che contro il concetto di popolo, perché dovremmo essere proprio per il governo del popolo?
Essere per la democrazia, questo è il consenso totalitario, il credo collettivo del nostro tempo. È insieme appello e soluzione. La democrazia viene vista come il risultato finale della storia, che può essere solo migliorato, ma oltre il quale niente più si può dare. La democrazia è parte del regime del denaro e del valore, dello stato e della nazione, del capitale e del lavoro. La parola è vuota , tutto può essere introdotto ed evocato in questo feticcio.
- Details
- Hits: 3698
Nuovo capitalismo e nuovi schiavi
Luciano Canfora
Mondializzazione dell'economia. Il ritorno in grande stile di forme estreme di dipendenza
Una delle grandi novità del XXI secolo è il riapparire su larga scala delle forme di dipendenza schiavile e semischiavile. Un segnale in tal senso, sia pure espresso con disarmante ingenuità, si è avuto, in sede ufficiale, quando «da Oslo è partita una delegazione guidata da Ole Henning, allarmata dalle notizie sulla diffusione del caporalato nella raccolta del pomodoro nel Sud Italia» («Corriere della Sera», 23 ottobre 2013). Il riferimento è alla condizione semischiavile dei neri impiegati nelle campagne della Capitanata, di Villa Literno o di Nardò.
Beninteso, il pomodoro poco «etico» è solo la punta dell'iceberg di un fenomeno mondiale, nel quale rientrano le maestranze schiave del Sud-Est asiatico o del Bangladesh, per non parlare dei minatori neri del Sud Africa, sui quali spara ad altezza d'uomo una polizia, anch'essa fatta di neri, per i quali la meteora Mandela è passata invano. È chiaro che il profitto si centuplica se il lavoratore è schiavo (schiavo di fatto, se non proprio formalmente). E il profitto è più sacro del Santo Graal nell'etica del «mondo libero».
La mondializzazione dell'economia e il venir meno di qualunque movimento - o meglio collegamento - internazionale dei lavoratori ha creato le condizioni per questo ritorno in grande stile di forme di dipendenza che in verità non erano mai scomparse del tutto. Basti ricordare che soltanto «nel febbraio del 1995 il Senato del Mississippi, uno dei baluardi storici del razzismo Usa, ha approvato il XIII emendamento della Costituzione americana, siglato nel 1865, secondo cui la schiavitù volontaria o involontaria non potrà esistere entro i confini degli Stati Uniti» («Corriere della Sera», 19 febbraio 1995).
- Details
- Hits: 4666
Destra e Sinistra
Fabrizio Marchi
E’ consuetudine che il direttore di un giornale che si presenti per la prima volta al pubblico, esordisca con un editoriale per spiegare le ragioni che lo hanno indotto (e hanno indotto i suoi amici e collaboratori) a prendere la decisione di dar vita a quello stesso giornale.
Ho scelto volutamente di non farlo perché sono convinto che la cosa migliore non sia quella di parlare di noi stessi o di spiegare quello che siamo e che abbiamo intenzione di fare (un modo di procedere che generalmente tende a sconfinare nell’autoreferenzialità), ma di esprimerci direttamente sulle cose. Ergo, tutti/e potranno conoscere le nostre idee e le nostre finalità semplicemente leggendo ciò che scriviamo.
Coerentemente con l’assunto di cui sopra, ho scelto per questa occasione di affrontare un tema che ormai da tempo è stato da più parti sollevato e che a mio parere deve assolutamente essere approfondito e chiarito, per lo meno dal mio punto di vista.
Mi riferisco alla dialettica che oppone destra e sinistra e che molti sostengono essere storicamente e politicamente superata. La questione, come è evidente,è assai complessa e ha necessità di essere affrontata, per poter essere compresa, da diversi punti di approccio: storico-politico, meta-storico e meta-politico, concettuale e linguistico.
- Details
- Hits: 3005
La favola dell'euro: "Boulevard of broken dreams"
Francesco Ruggeri, Giuliano Thosiro Yajima
Sono ormai passati 5 anni dalla scoppio della crisi finanziaria che ha sconvolto il mondo e che ha travolto le economie più avanzate, dimostrando quanto fragile fosse il periodo di crescita che l’occidente stava vivendo e facendo emergere tutte le contraddizioni del sistema economico e sociale in cui viviamo.
L’Europa è al centro di questa “tempesta perfetta”. I paesi facenti parte dell’Unione Monetaria Europea (UME), in particolare, sono quelli che stanno trovando maggiori difficoltà nel fronteggiare questa situazione. Lo dimostra il continuo aumento dei tassi di disoccupazione e il deterioramento della produzione che danno vita ad una spirale recessiva che apparentemente sembra non avere fine.
I paesi che stanno ricevendo le maggiori attenzioni sono quelli definiti “periferici”, che possono essere identificati con quelli del sud europa, che hanno ricevuto l’appellativo di PIIGS ( ai quali si aggiunge anche l’Irlanda). Sotto accusa sono gli elevati debiti pubblici accumulati da questi paesi, che li sottopongono ad attacchi speculativi da parte dei mercati finanziari, come è successo ad Italia e Grecia nel Novembre del 2011. Le misure che questi paesi hanno adottato, sotto indicazione di Commissione Europea, Banca Centrale europea e Fondo monetario internazionale, sono state all’insegna dei tagli alla spesa pubblica e dell’aumento della tassazione per diminuire i disavanzi.
I risultati di queste misure, come molti avevano previsto, sono stati disastrosi: in un momento di calo dei consumi e della produzione, con disoccupazione in aumento, tagliare le spese, quindi agire in modo pro-ciclico, comporta un aggravamento della situazione, perché tagliando le spese si tagliano redditi, quindi consumi; ciò fa diminuire ancora di più la produzione e porta ad un aumento della disoccupazione, aggravando la spirale recessiva.
- Details
- Hits: 2759
Italian Theory? Note sullo stato della filosofia italiana*
di Sandro Chignola
Considerate la vostra semenza
Inferno, XXVI, 118
Mi è stato chiesto di intervenire, se ho ben capito, sulla circolazione dell’Italian theory. Operazione preliminare necessaria sarebbe tuttavia quella di chiedersi se un’Italian Theory esista, quale ne sia lo statuto, di quale teoria e di quale italianità si parli, quando ne vengono evocati i termini. Quando Paolo Virno e Michael Hardt, alla metà degli anni ’90, pubblicano Radical Thought in Italy. A Potential Politics, la «difference of italian thought» che viene posta in primo piano e, in qualche modo, rivendicata, non pertiene alla specificità di una tradizione, né ad un particolare orientamento nel dibattito filosofico: essa pertiene, piuttosto, a uno stile. A uno stile di pensiero come pratica collettiva e come militanza rivoluzionaria; due opzioni che impongono una determinata attitudine sperimentale al lavoro intellettuale.
Facile sarebbe ricordare come questo stile si sia forgiato nelle lotte e sia stato messo alla prova nelle galere. Come, cioè, esso si sia prodotto non sulla linea di sorvolo della riflessione, ma attraverso un’immersione nel reale capace di imporre e di registrare discontinuità e rotture. Meno scontato, forse, il chiedersi quanto di questo stile sia «italiano» – e cioè: inscritto in una specifica prassi e in una determinata serie, quella, all’interno del secolo breve, del lungo ’68 universitario e operaio che si prolunga sino al marzo 1977 e che costruisce la differenza italiana contro la tradizione gramsciana del PCI – e quanto invece gli derivi da «fuori», in quella che, mi sembra, può davvero essere intesa come una linea di circolazione nella quale l’Italian Theory non sta come un soggetto, ma, piuttosto, in una modalità contemporameamente attiva e ricettiva, sperimentale e trasformativa.
- Details
- Hits: 2582
Riunire l’unione monetaria
Una proposta per contrastare gli squilibri della zona euro
di Luca Fantacci, Università Bocconi
Gli squilibri commerciali persistenti minacciano di far deragliare l’economia europea. Luca Fantacci propone una European Clearing Union per promuovere un modello sostenibile di commercio in tutta l’Eurozona
Quasi quattro anni dopo l’inizio della crisi dell’euro, siamo riusciti a scongiurare un collasso, ma non favorire un progressivo recupero. Per troppo tempo ci siamo basati sulla ricetta dell’austerità come unica cura possibile. Ma il trattamento si è rivelato inefficace e persino dannoso, perché era basato sulla diagnosi sbagliata. Sono stati messi sotto accusa i debiti pubblici, i bilanci sono stati tagliati, la recessione approfondita. Solo di recente l’opinione degli esperti ha riconosciuto che i debiti pubblici sono, semmai, solo parte di un problema più ampio e diverso: i debiti esteri.
Infatti, nonostante la richiesta di convergenza che ha espresso a parole sin dal suo inizio, l’unione monetaria ha paradossalmente portato ad una crescente divergenza nelle economie dei paesi membri: dopo l’introduzione dell’euro, alcuni paesi hanno accumulato surplus commerciali, anno dopo anno, mentre altri hanno simmetricamente accumulato deficit.
- Details
- Hits: 4274
I buoni, i cattivi e i quasi buoni
E. Ferrara incontra Luca Rastello
Il romanzo I buoni di Luca Rastello inaugura una collana di Chiarelettere dedicata alla narrativa: non libri sentimentali, psicologici o di intrattenimento – ha spiegato l’editore – ma racconti e testimonianze controversi, filtrati dalla fantasia per permettere agli autori di raccontare in libertà quanto sta loro a cuore. La letteratura può osservare la realtà lucidamente, senza farsene travolgere. Può essere incisiva e quando ci riesce influenza l’immaginario più di mille denunce. Ci sono poi vicende sulle quali la storia si avvita perché esprimono cambiamenti che travalicano gli individui e che si riferiscono ai modelli culturali, ai gruppi sociali o ai cicli economici e istituzionali. È impossibile fornirne spiegazione o fare bilanci mentre sono in corso, si può al più provare a raccontarle. È quanto ha sempre fatto Rastello, con narrazioni dirette e vissute. Il suo primo libro, La guerra in casa (Einaudi 1998), divenne un riferimento per la cooperazione internazionale e diede voce ai dubbi sul ruolo del volontariato dopo la guerra in Jugoslavia. Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) è un ritratto dell’Italia schizofrenica degli anni settanta vissuta da un adolescente attraverso il conformismo dei genitori. Binario morto (Chiarelettere 2013) scritto con Andrea De Benedetti, racconta con ironia e sofferenza le bugie del Tav. Io sono il mercato (Chiarelettere 2009) è la storia (vera) di un narcotrafficante: uno sguardo criminale sul mondo.
- Details
- Hits: 2461
La finale del tifoso mezzo morto
nique la police
La letteratura antropologica sulle tifoserie italiane gode, da quasi un decennio, della presenza del libretto di Valerio Marchi, Il derby del bambino morto (Castelvecchi, 2005) utilissimo per cominciare a rintracciare le dinamiche comportamentali e comunicative delle culture dal basso presenti nel calcio. Per un inquadramento teorico del contesto risulta poi ancora molto utile il saggio di Armstrong e Giulianotti, di prevista pubblicazione in Italia presso la Casa Usher, Avenues of contestation. Football hooligans running and ruling urban spaces (presente nel numero 10, volume 2 di Social Anthropology, 2002). Messi assieme i due testi ci presentano due strumenti di lettura dei fatti attorno, e ben dentro, alla finale romana di Coppa Italia. Marchi ci parla del particolare processo di formazione di convinzioni collettive, leggende metropolitane, imperativi etici all’interno del comportamento da stadio. Mentre il testo di Armstrong e Giulianotti, oltre ad essere una preziosa ricognizione del dibattito inglese sull’oggetto tifo degli anni ’80 e ’90, aiuta a leggere un passaggio che è alla nascita del governo del calcio contemporaneo. Quello che porta il calcio ad essere governato, prima di processi di segregazione delle tifoserie, in spazi dedicati ma sempre valicati, poi da quelli dominati dalla sorveglianza a distanza. Processo di governo necessario nel momento in cui, a cavallo degli anni ’80 e ’90, la sorveglianza del territorio si fa capillare perché tecnologica e viceversa.
- Details
- Hits: 6130
Verso una storia della critica del valore
di Anselm Jappe
Nel 1991, cadde il Muro di Berlino e l'Unione Sovietica era sul punto di esalare l'ultimo respiro. L'euforia della vittoria si spandeva fra coloro che erano sempre stati, o almeno da qualche tempo, convinti che il libero mercato e la democrazia occidentale fosse l'ultima parola nella storia. Fra la sinistra radicale, inclusi coloro che non avevano mai nutrito alcuna illusione circa "il socialismo attualmente esistente", c'era molta costernazione. Era davvero impossibile superare il capitalismo? Era necessario limitarsi d'ora in poi a fare solo occasionali modeste riforme? In tale contesto, la comparsa di un libro scritto in tedesco, intitolato "Il crollo della modernizzazione: dalla caduta del socialismo da caserma alla crisi economica mondiale" (Kurz 1991) poteva non sembrare bizzarro. Non di meno, questo libro, pubblicato da una grande casa editrice, ebbe un sostanziale impatto su una recentemente "riunita" Germania.
Fino ad allora, l'autore del libro, Robert Kurz (1943-2012), era conosciuto solo nei ristretti circoli marxisti per una sua piuttosto oscura rivista che di recente aveva cambiato il suo nome da "Marxistische Kritik" a "Krisis". Kurz sosteneva nel suo libro che, lungi dall'essere il segnale del trionfo finale del capitalismo occidentale, la caduta dell'Europa dell'Est era solo una tappa del crollo graduale dell'economia mondiale basata sulla merce, sul valore, sul lavoro astratto e sulla moneta.
- Details
- Hits: 3246
Finanza globale e Europa
Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli intervistano Christian Marazzi
ANDREA FUMAGALLI: Vorremmo trattare principalmente tre argomenti con Christian Marazzi.
Fare prima di tutto una veloce discussione sulle dinamiche e le tendenze in atto nell’ambito del capitalismo globale finanziarizzato, a partire dalle scelte di politica economica sia valutarie che monetarie, partendo dal fatto che le tensioni valutarie iniziano a essere percepibili in alcune parti del globo (vedi crisi indiana della rupia e le tensioni in Argentina e in sud America). Il discorso sulle tensioni valutarie è propedeutico a una discussione più specifica sui rischi di dinamiche speculative, ovvero quali nuove bolle speculative si possono sviluppare di fronte a una chiusura di un anno come il 2013 che ha inciso molto di più in termini di crisi economica in Europa rispetto a quanto successo nel 2009, all’indomani della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti. Un 2013 in cui, nonostante il calo del PIL in Italia intorno all’1,7%, le ripercussioni sulla situazione dei redditi, sui processi di impoverimento, sulla perdita di potere di acquisto, sulla dinamica negativa del consumo e della domanda aggregata, sulla capacità dell’export di compensare la perdita della domanda interna, ebbene questi effetti sono stati di gran lunga superiori rispetto al 2009 quando il PIL in Italia e negli altri paesi era calato in proporzioni molto superiori (ad esempio del 5,1% in Italia).
Page 519 of 657


























































