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Teoria critica della società?
Critica dell’economia politica. Adorno, Backhaus, Marx
Tommaso Redolfi Riva
Abstract: The aim of this paper is to show that Marx’s analysis of the form of value can give foundation to the main concepts of Adorno critical theory of society. The concept of society as objective totality, developed by Adorno in his sociological writings, finds its own core in the concept of exchange understood as real abstraction. In the reflection of Adorno, the notion of real abstraction, taken from Alfred Sohn-Rethel, remains undetermined, and the task of showing the genesis of the social objectivity remains at the stage of a project.Marx’s critique of political economy, understood at the light of the analysis of the form of value developed by Backhaus and the Neue Marx-Lektüre, is able to achieve the task Adorno assigns to critical theory, that is, to show the “anamnesis of the genesis” of the autonomization of the society.
0. L’intento delle pagine seguenti è quello di mostrare come il Marx teorico della forma di valore sia in grado di approfondire e portare a fondamento i concetti centrali della teoria critica di Adorno. Nei primi paragrafi (§§ 1-3) farò vedere che i temi essenziali della sociologia critica di Adorno, in particolare il tema dell’oggettività sociale e dell’autonomizzazione della società, trovano il proprio centro esplicativo nel concetto di scambio quale astrazione reale. Mostrerò poi che tale concetto rimane sostanzialmente indeterminato e privo di una precisa fondazione teorica nell’opera di Adorno. Nei paragrafi successivi (§§ 4-6) cercherò di mostrare che una fondazione dello scambio quale astrazione reale può essere guadagnata con l’analisi della forma di valore sviluppata dalla Neue Marx-Lektüre e in particolare da Hans-Georg Backhaus attraverso un’attenta lettura della critica dell’economia politica di Marx [1].
1. Nella Dialettica negativa, l’excursus su Hegel ha per titolo Spirito del mondo e storia naturale. Quello che appare come un dualismo tra la progressiva umanizzazione del mondo – quindi realizzazione della libertà, storia – e la cieca necessità della natura, ben presto si dà a vedere come una prosecuzione della natura all’interno della storia, come una continuazione dell’eteronomia nella sfera della vita storica: “la storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura”[2].
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Le quattro vecchie fallacie della nuova Grande Depressione
di Robert Skidelsky
Il periodo iniziato nel 2008 ha prodotto un’abbondante raccolta di fallacie economiche riciclate, soprattutto sulle labbra dei leader politici. Ecco le mie quattro preferite.
1) La casalinga sveva. “Si dovrebbe semplicemente chiedere alla casalinga sveva”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel dopo il crollo di Lehman Brothers nel 2008. “Lei ci avrebbe detto che non si può vivere oltre i propri mezzi”
Questa logica apparentemente sensata è la base dell’austerità. Il problema è che ignora l’effetto della parsimonia della casalinga sulla domanda totale. Se tutte le famiglie frenano le loro spese, il consumo totale cade e lo stesso accade per la domanda di lavoro [da parte delle imprese, ndr]. Se il marito della casalinga perde il lavoro, la famiglia starà peggio di prima.
Il caso generale di questa fallacia è la “fallacia di composizione”: ciò che ha senso per ogni famiglia o impresa individuale non necessariamente è bene in aggregato.
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Lenin, Gerico e i Pink Floyd
di Roberto Sidoli
Fin dal luglio del 1917, durante il sesto congresso di quell’eccezionale partito bolscevico guidato da Lenin – un congresso decisivo, che preparò l’imminente ed epocale Rivoluzione Socialista d’Ottobre – venne sottolineata pubblicamente la distinzione profonda esistente tra il marxismo creativo e il marxismo dogmatico: il secondo anche teorizzato e difeso ad oltranza dalla successiva teoria dell’invarianza, secondo la quale il marxismo doveva assolutamente rimanere nel corso del tempo una sorta di dogma immutabile, al pari dei Veda indiani o del Talmud.
I relatori e l’organizzatore di quest’incontro, il Centro culturale Concetto Marchesi (che ringrazio anche a nome di Daniele Burgio e Massimo Leoni, coautori di questa relazione) hanno scelto la via difficile ma proficua del marxismo creativo, capace di avviare un processo di sviluppo e di arricchimento del suo già gigantesco bagaglio di conoscenze proprio confrontandosi con le novità esplosive offerte, dopo il 1883 e la morte del geniale Karl Marx, dalla dinamica storica su scala planetaria nei suoi diversi aspetti, a partire da quello tecnologico-scientifico, di importanza sempre crescente.
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In memoria di Preve
di Diego Fusaro
È scomparso il 23 novembre il filosofo Costanzo Preve. La sua notorietà era inversamente proporzionale alla sua statura intellettuale. Pochi (o comunque non abbastanza), anche tra gli addetti ai lavori, conoscevano il suo nome, il suo pensiero, le sue numerosissime opere. Dopo aver studiato in Francia sotto la guida di Hyppolite, Preve ha vissuto a Torino: città alle cui logiche si è sempre sentito estraneo, vivendo, di fatto, come uno straniero in patria.
La città, probabilmente, non tributerà il degno ricordo al filosofo. Ed è anche per questo che ho deciso di ricordarlo io in questa sede. È per me un dovere, anche se mi costa molta sofferenza. È un dovere perché Costanzo è stato il mio maestro a Torino e perché vi era una profonda amicizia che mi legava a lui fin dal 2007. Non è facile parlarne, come sempre accade quando scompare una persona a noi vicina, a cui volevamo autenticamente bene. Con Costanzo, se ne va anche un pezzo – e non secondario – della mia vita e del mio legame con la città di Torino.
Ricordo quando lo conobbi: in una gelida serata del gennaio del 2007, al bar Trianon, in piazza Vittorio. Si trattava di una serata filosofica dedicata alla presentazione del libro di Giuseppe Bailone, Viaggio nella filosofia europea. Conoscevo già Preve, sia pure indirettamente: avevo letto alcuni suoi lavori su Marx, l’autore a cui Preve ha dedicato la sua vita e di cui si può con diritto riconoscere tra i massimi esperti a livello internazionale.
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Spettri di Marx all’Hotel Bauen
Una lettera da lontano
Pubblichiamo qui una missiva inviataci da un nostro “corrispondente” all’estero.
Carissimi,
forse avrete letto il breve servizio apparso qualche giorno fa sul sito del Corriere della Sera, a proposito dell’Hotel Bauen1, l’albergo a 4 stelle situato nel centro di Buenos Aires, che dal 2001 viene autogestito dagli ex-dipendenti. A questo proposito, vorrei condividere con voi qualche riflessione fatta a braccio, ed un po' di fantapolitica rivoluzionaria.
Innanzitutto, mi pare sintomatico che il Corriere e altri mezzi d’informazione (perfino Mediaset!), dopo aver taciuto per lungo tempo sull’argomento, tornino a parlarne proprio adesso. Con il catastrofico aggravarsi della crisi – che prevedibilmente subirà un'ulteriore accelerazione nel 2014-2015 (gli stessi analisti della Federal Reserve vedono già all'orizzonte una colossale bolla creditizia/immobiliare in arrivo dalla Cina) – forse l'inconscia speranza, da parte padronale, è che i proletari salvino il capitale rimettendolo in funzione per proprio conto, naturalmente senza rompere con lo scambio, il denaro, la merce, lo Stato etc. D’altra parte, stiamo parlando di un fenomeno che esiste realmente, e la cui dimensione non è trascurabile. Giusto per fornirvi alcuni dati che ho raccolto qua e là, in Argentina sarebbero oggi circa 10.000 coloro che lavorano nelle imprese “recuperate”; di queste se ne contano ufficialmente circa 320, ma sembra che in realtà siano molte di più.
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Perché l’individualismo istituzionale non funziona
Ancora sul libro di E. Screpanti, “Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843)”
di Stefano Breda
Ernesto Screpanti sostiene che una teoria marxista della società, per dirsi scientifica, debba assumere l’individualismo istituzionale quale criterio metodologico. In questo modo si corre tuttavia il rischio di non riuscire a spiegare fenomeni complessi in società, come quelle capitalistiche, in cui la riproduzione della struttura sociale avviene attraverso meccanismi di dominio impersonale
Il 14 Ottobre è stata pubblicata su “Il rasoio di Occam” la recensione, scritta da Luca Basso, del libro di Ernesto Screpanti Marx dalla totalità alla moltitudine (1841-1843). Per un sunto delle tesi contenute nel libro rimando senz’altro all’ottima ed esauriente recensione. In questa sede vorrei proporre alcune riflessioni critiche a partire dall’analisi di Screpanti.
Il testo ruota intorno a categorie filosofiche e politiche di estrema attualità. Basti pensare ad alcune misure proposte dal giovane Marx per una riforma della democrazia rappresentativa: introduzione del vincolo di mandato; introduzione del diritto di revoca del mandato; abolizione del ceto politico quale classe professionale (cfr. pp. 73-117)[1]. Tali misure sono oggi al centro di un vivo dibattito in Italia, il quale si sviluppa per lo più sulla base di un diffuso discorso di stampo olistico, che, cancellando ogni contrapposizione di classe e ogni conflitto interno alla società, fa della “società civile” un corpo omogeneo, spesso caratterizzato come un soggetto agente. Il conflitto viene traslato verso un altro corpo sociale omogeneo, esterno alla società civile, la “casta”, ovvero il ceto politico, il quale persegue il proprio vantaggio a discapito dell’interesse generale. Le proposte del giovane Marx vengono in questo modo sussunte entro un ambito che politologicamente si definisce “populista”, “di destra”.
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La cultura delle destre
Un contributo alla storia degli intellettuali
di Pietro Piro
«I politici devono farsi dire dove conduce la strada di cui non
conoscono il tracciato e la meta – e devono farselo dire da quelli
che a loro volta non lo sanno, e i cui interessi si orientano a ben
altre cose, che diventeranno in tal modo anch’esse realizzabili». Ulrich Beck, La società del rischio.
«Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro
piagnisteo da eterni innocenti». Antonio Gramsci, Gli indifferenti.
1. Il mondo neutro degli indifferenti
Il libro dello storico Gabriele Turi, La Cultura delle destre [1] è un libro di parte. Indiscutibilmente. La sua colpa più grande è di proporre un’interpretazione che non sia asservita all’ordine del discorso imposto da una cultura che, oltre ad essere chiaramente dominante, non accetta e non tollera nessuna messa in discussione del proprio potere realizzato. Nulla di nuovo sotto il sole. Dove il potere si consolida, nessuna critica – per quanto profonda e argomentata – può essere accettata, discussa, dialettizzata.Quando ci si renderà conto che il padrone non ama essere criticato dal suo servo, forse s’imparerà a comprendere il senso profondo e demoniaco del potere. Turi, con questo libro partigiano, esce dalla folta e compatta schiera degli indifferenti, quella massa amorfa che costantemente abdica alla propria volontà e che «lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare» [2]. Che la ricerca storica sia uno dei luoghi in cui si combattono le battaglie più cruente [3], sembra essere un fatto del tutto estraneo ai critici di Turi che gli rimproverano una mancanza di «oggettività» [4] di cui – ovviamente – essi sarebbero i portatori. Polemica asfittica e insensata. Né Turi né i suoi critici possiedono «la ben rotonda verità» della Storia.
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Il surplus tedesco e gli squilibri europei
di Domenico Mario Nuti
I paesi debitori sono stati forzati ad adottare misure di austerità, mentre i surplus tedeschi hanno contribuito a tenere depressa l’economia mondiale
Il 30 ottobre l’Office of International Affairs del Tesoro statunitense ha pubblicato il suo solito semestrale Report to Congress on “International Economic and Exchange Rate Policies”, in consultazione con il Board of Governors della Fed e la direzione e funzionari dell’Imf. Di solito il Report è un’occasione per attaccare la Cina sulla sottovalutazione del renmimbi, e questa volta non fa eccezione: “Il RMB è andato apprezzandosi su una base ponderata con le quote commerciali [del 6,6% su base effettiva reale], ma non così rapidamente e così tanto come occorrerebbe [un 5-10% addizionale]”. Ma il Report contiene inoltre una critica vigorosa della Germania per il suo surplus commerciale a livelli record, che viene considerato un freno per la ripresa dei paesi dell’Eurozona che fronteggiano un corrispondente deficit commerciale, e per lo sviluppo mondiale.
Fra i Key Findings del Rapporto (p.3):
“Nell’ambito dell’Eurozona, paesi con surplus commerciali ampi e persistenti devono agire per stimolare lo sviluppo della domanda interna e ridurre i loro surplus. La Germania ha mantenuto un ampio surplus di conto corrente durante tutta la crisi finanziaria dell’area dell’euro, e nel 2012 il surplus nominale di conto corrente della Germania era maggiore di quello della Cina.
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L'alluvione sarda e i fantocci impiccati
di Pino Cabras
Gli hanno dato molti nomi: ciclone, Cleopatra, uragano, bomba d'acqua. La mia terra gli ha dato un tributo di vite umane. Il presidente della regione Ugo Cappellacci, pronto ad aggiornare l'elenco di piaghe descritte nel Libro dell'Esodo, gli ha dato la definizione di "piena millenaria". La tempesta che ha rovesciato sui suoli sardi sei mesi d'acqua in appena mezza giornata ha saputo guadagnarsi così il primo posto nella borsa mediatica delle catastrofi, in Italia e nel mondo, prima di essere inevitabilmente sostituita da altre notizie.
I lutti e i danni, tuttavia, non sono tutti dovuti al meteo cinico e baro. Questa devastazione deriva da un equivoco di fondo che la Sardegna di oggi e l'Italia sin dai tempi del Vajont si portano dietro: avere un suolo prevalentemente montagnoso e collinare, ma percepirsi come un paese di pianura, dove la pianura ha dimenticato per sempre tutta quella inutile materia fangosa e "prevalente" che sta a monte.
È uno spazio addomesticato, quella pianura ideale, segnato da linee d'asfalto, case, scantinati, capannoni, e mille altri segni di "sviluppo" che la separano dal passato rurale e la proiettano in un mondo magico e progressivo che fa a meno della geologia.
Olbia alla fine della seconda guerra mondiale era un borgo di diecimila abitanti, oggi ne ha sei volte di più. E dove ha fatto il nido tutta questa gente nuova?
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Fra utopie letali e crisi reali
di Guglielmo Forges Davanzati
Utopie letali [qui la prefazione del libro] è il bel titolo dell’ultimo libro di Carlo Formenti[1]. E’ un titolo basato su un ossimoro, dal momento che al termine utopia si è soliti attribuire valenza positiva. Ma le utopie possono diventare letali quando “disperdono su obiettivi illusori e immaginari” le energie antagonistiche (p.8), ovvero – come nel caso delle ideologie postoperaiste, anarchiche, “benecomuniste” – quando utopie apparentemente antagonistiche si rivelano tutt’altro che antagonistiche, sia al sistema capitalistico, sia all’ideologia liberista che ne costituisce la legittimazione “scientifica”.
Utopie letali è un libro denso, estremamente documentato, nel quale si spazia dall’analisi delle politiche di austerità, ai processi di finanziarizzazione e globalizzazione, a temi più propriamente sociologico-politici. In relazione ai quali, Formenti assume una posizione netta, così riassumibile.
Tutte le ideologie antagonistiche fondate sulla convinzione che il capitalismo finanziarizzato e globalizzato possa essere superato “dal basso”, ovvero attraverso lo spontaneismo antigerarchico e antiautoritario dei “movimenti”, sono non solo destinate al fallimento
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Solo austerity?
l’Europa senza principi e la politicizzazione della povertà
∫connessioni precarie
Ormai da diversi anni la parola povertà è rientrata nel gergo politico europeo. La porta d’ingresso principale sono state le rilevazioni statistiche. Queste ultime, tuttavia, non fanno altro che ridurre a questione tecnica la quota di popolazione che si colloca sotto a una certa soglia di reddito. La costruzione di nuovi indicatori e di nuovi modi di indagare e classificare i soggetti impoveriti ha mutato l’approccio scientifico ai problemi del «sociale». Dal punto di vista delle politiche dei governi europei parlare di povertà ha voluto dire registrare il mutamento delle funzioni governative al tempo della crisi. In questo senso, la parola d’ordine della lotta contro la povertà istituzionalizza l’impossibilità di considerare la questione sociale come questione politica e la sua traduzione all’interno di un governo tecnico delle scienze. La fine del lavoro come canale di accesso ai diritti e lo spostamento del baricentro delle politiche pubbliche sull’occupabilità sono altre due manifestazioni della stessa dinamica strutturale, che risponde con criteri tecnico-umanitari al problema chiamato povertà e di quella che in questi anni abbiamo chiamato precarizzazione del lavoro. Questo processo è stato seguito dalla politicizzazione crescente della povertà nei discorsi di movimento. Anche le analisi seguite alla manifestazione del 19 ottobre, un corteo che per la sua dimensione e la sua composizione ha in parte sorpreso anche chi più vi aveva creduto, manifestano questa tendenza a mettere al centro i bisogni primari dei soggetti impoveriti, come la casa e il reddito.
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Il sostegno agli investimenti in un’economia tecnologicamente in ritardo
Stefano Lucarelli, Daniela Palma, Roberto Romano
La crisi economica in corso è stata acuita dalle fragilità che caratterizzano il sistema istituzionale dell’Unione Monetaria Europea. Le cattive teorie economiche su cui le politiche monetarie e fiscali europee sono disegnate hanno svolto un ruolo rilevante. Tuttavia, nel caso italiano, le criticità risultano accresciute da un sistema produttivo già caratterizzato da profonde difficoltà[1]. Queste sono legate principalmente alla crescente incapacità di sviluppare all’interno del sistema produttivo nazionale le innovazioni tecnologiche necessarie a mantenere una posizione di rilievo sui mercati internazionali. A partire dalla fine degli anni ’80 in poi l’incremento degli investimenti privati si è tradotto, nella maggior parte dei casi, in un incremento delle importazioni dall’estero che non si è accompagnata ad una ripresa delle esportazioni sufficiente ad evitare un incremento del disavanzo commerciale; in queste condizioni di ritardo tecnologico, laddove si potessero realizzare politiche espansive sul lato della domanda, queste non si tradurrebbero automaticamente in opportunità di crescita. In altri termini, l’aumento dei beni strumentali impiegati dalle imprese può costituire un vincolo estero e può innescare un processo di riduzione del reddito nazionale[2]. La quota degli investimenti in macchinari[3] sul PIL è una variabile che continua ad assumere un ruolo importante nella spiegazione dei tassi di crescita. Ma attenzione a proporre un generico aumento degli investimenti! Infatti l’evoluzione qualitativa dei beni di investimento – che si traduce in processi produttivi che necessitano di un minore impiego dei beni strumentali tradizionali – è diventata sempre più importante, è cioè cresciuta la rilevanza del progresso tecnico disembodied[4].
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La parabola di Vendola e la giusta misura dello sfruttamento
di Giso Amendola, Girolamo De Michele, Francesco Festa
No, non avevamo bisogno di origliare le intercettazioni diffuse dal “Fatto Quotidiano”. Il gioco del cosa c’è dietro, della spiata indiscreta, del “guarda cosa si dicono in privato” non è per niente attraente, e non solo per una nostra convinta e radicata repulsione per i metodi inquisitori e per le posture da pubblici ministeri. Né per una questione di stile (per quanto le questioni di stile non siano questioni da poco). Ma perché l’attenzione al nascosto, all’intimo, al chiacchiericcio è essa stessa un dispositivo, piuttosto potente, per neutralizzare i conflitti, per produrre opinione pubblica tanto risentita quanto impotente, piuttosto che movimenti capaci realmente di far male. Non ci sembra casuale che, potendo pescare nella scatola delle notizie precotte e surgelate, nessuno abbia speso due parole di approfondimento sulla figura dello scattante felino, ancorché factotum di padron Riva: che, oltre a consegnare buste contenenti, secondo gli inquirenti, mazzette, commissionava paginate di pubblicità ILVA “legali” su tutte le testate locali (ad eccezione di due, una cartacea e una on line) per condizionarne la linea editoriale; che qualche volta è intervenuto col nickname di Angelo Battista, senza che alcuno ne avesse sentore. Giusto per chiarire come funzionava il sistema-ILVA, fino a che punto arrivasse a condizionare lo spazio pubblico della discussione, e di cosa si facesse finta di nulla a qualsivoglia livello politico e sindacale.
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"Napolitano massone. E la Cia..."
Tutti i panni sporchi della sinistra
L. Lamperti intervista Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara
Dalle amicizie pericolose di Bersani a quelle di D'Alema, dalle innovazioni ambigue di Renzi alle ombre dell'Ilva su Vendola. Fino al "nuovo compromesso storico" di Enrico Letta e ai segreti di Giorgio Napolitano. Non risparmia nessuno "I panni sporchi della sinistra", il libro di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara (edito da Chiarelettere") che mette a nudo le magagne del centrosinistra. Un lavoro importante e "lungo due anni", come ha spiegato Santachiara intervistato da Affaritaliani.it, nel quale i due autori raccolgono e analizzano una serie di inchieste giudiziarie che riguardano, a vario titolo, il mondo della sinistra. Dalla galassia Bersani di Penati, Pronzato e Veronesi alla vicenda di Flavio Fasano, referente di D'Alema invischiato in una storia di mafia. Dallo scandalo Ilva al caso Unipol, passando per i trasferimenti di due magistrate, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo (intervistata lo scorso settembre da Affari), che avevano indagato sulle responsabilità di importanti esponenti politici di sinistra. Pinotti e Santachiara ricostruiscono con dovizia di particolari tutta una serie di vicende, grandi e piccole, note e sconosciute, che offrono un ritratto impietoso di una sinistra che ha subìto "una mutazione genetica". Il libro si apre con un esplosivo capitolo su Giorgio Napolitano, del quale vengono indicati i rapporti (o presunti tali) con Berlusconi, la massoneria, la Cia e i poteri atlantici. Un capitolo del quale Affari pubblica un estratto e che certamente farà molto discutere.
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La nostra impotenza contemporanea
di Alain Badiou
Nel continuare a dare spazio al tema della crisi, dopo l’intervista a Giorgio Agamben sull’Europa, pubblichiamo parte dell’intervento di Alain Badiou alla conferenza “Le symptôma grec”, tenutasi presso l’Università di Parigi 8 e all’École Normale Supérieure dal 18 al 20 gennaio 2013. Gli interventi della conferenza sono stati raccolti in un dossier speciale dalla rivista Radical Philosophy intitolato “Il sintomo greco: debito, crisi e la crisi della sinistra”. La traduzione del testo è di Nicola Perugini.
Voglio iniziare con una sensazione, un sentimento, forse personale, forse ingiustificato, ma che ad ogni modo sento, viste le informazioni di cui dispongo: una sensazione di generica impotenza politica. Ciò che sta accadendo in Grecia è una sorta di concentrato di questa sensazione.
Ovviamente il coraggio e la creatività tattica dei dimostranti progressisti e anti-fascisti sono motivo di entusiasmo. Queste sono cose veramente importanti. Sono cose nuove? Niente affatto. Esse sono gli elementi invariabili di ogni vero movimento di massa: egualitarismo, democrazia di massa, invenzione di slogan, coraggio, velocità di reazione… Sono cose che abbiamo visto, con la stessa energia – un’energia gioiosa e sempre un po’ ansiosa – nel Maggio del 1968 in Francia. Le abbiamo viste più recentemente a Piazza Tahrir, in Egitto. Sicuramente esse dovevano essere all’opera anche ai tempi di Spartaco o di Thomas Münzer.
Ma proviamo a muoverci, provvisoriamente, da un altro punto di partenza.
La Grecia è un paese con una storia molto lunga e dal significato universale. Un paese la cui resistenza a varie oppressioni e occupazioni che si sono susseguite è dotata di particolare intensità storica. Un paese in cui il movimento comunista, anche nella forma della lotta armata, è stato particolarmente potente. Un paese in cui, ancora oggi, i giovani danno l’esempio sostenendo rivolte di massa e tenaci.
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Capitalismo finanziario globale e democrazia
La stretta finale
di Alfonso Gianni*
La relazione causale tra finanziarizzazione del capitale globale e il crollo della democrazia, particolarmente in Europa (continente in cui il compromesso fra capitale e lavoro aveva raggiunto uno dei punti più avanzati), è giunta ad una fase estrema: quella che segna la manifesta incompatibilità di questo moderno capitalismo con le forme della democrazia fin qui conosciuta. Si pone il problema di un nuovo soggetto della trasformazione
Vi è una connessione che merita di essere indagata tra i processi di intensa finanziarizzazione del capitale e quelli di “democratizzazione” dei sistemi istituzionali, sia nei singoli stati nazionali sia, e soprattutto, nelle entità sovrannazionali, quale quella europea. Questa connessione è tanto più evidente se si concepisce la democrazia non solo nella sua definizione classica di partecipazione, attraverso forme e modi definiti, dei cittadini al processo decisionale che regola la cosa pubblica, ma anche nella sua determinazione storicamente affermatasi particolarmente in Europa nella prima parte della seconda metà del XX secolo, di un complesso sistema istituzionale che in nome e per conto dei cittadini interviene tramite il potere pubblico e politico sulla ridistribuzione della ricchezza sociale prodotta, con criteri di tendenziale equità sociale che si differenziano nettamente dai meccanismi più o meno spontanei indotti dal libero mercato.
In altre parole se vi è una dimostrazione, direi in corpore vili, della non sopravvivenza della democrazia politica senza che ad essa si affianchi una democrazia economica, questa è data proprio dalla stessa impossibilità di comprendere quanto è intervenuto nella politica dopo il 2008, quindi nella più grande crisi economica del capitalismo europeo di tutti i tempi, e nelle istituzioni nazionali e sovrannazionali, senza metterlo in stretto rapporto con le vicende economiche e finanziarie, con le reazioni dei mercati da un lato e il manifestarsi di nuovi e vecchi conflitti sociali dall’altro.
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Maledetti tedeschi!
La Germania accerchiata dagli “amici”
di Sebastiano Isaia
Essendo la guerra lo stato normale dell’Europa era d’uopo che la Francia si garantisse, diminuendo il territorio e la potenza economica della Germania. Perciò la sola pace possibile era una pace cartaginese
(L. Einaudi, Corriere della Sera, 15 febbraio 1920).
Prima l’ennesimo taglio dei tassi di cambio deciso da Mario Draghi, il nuovo idolo dei «Paesi periferici» (Francia declassata inclusa), poi la procedura di infrazione per il surplus delle partite correnti. Con una terminologia bellica tutt’atro che fuori luogo potremmo dire che i Paesi “amici” della Germania stanno tentando una manovra di accerchiamento ai suoi danni, per costringerla in una posizione dalla quale essa potrebbe venire fuori solo indebolendosi sul piano sistemico. Una manovra che a tutta prima appare abbastanza azzardata e tutto sommato poco realistica.
L’ultima trovata degli “amici” di Berlino si chiama lotta al nazionalismo economico della Germania. Bruxelles, sulla scia di Washington, accusa il governo tedesco di non fare abbastanza per aiutare i partner dell’eurozona a uscire dalla crisi economica, innescando un circolo vizioso di portata globale. Si imputa al Capitalismo tedesco un eccesso di potenza economica, e si finge di prendere di mira il modello economico della Germania, basato sulle esportazioni e sui bassi salari, dalla prospettiva della costruzione di «una vera Federazione Europea». La Germania, sostengono i Paesi “amici”, non collabora alla riduzione degli squilibri economici (industriali e finanziari) regionali che indeboliscono l’edificio europeo, ma piuttosto fanno di tutto per accentuarli.
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Sul rapporto tra soggettività e merce
di Federico Chicchi
La merce, come insegna Marx, è in primo luogo una qualità della cosa, materiale o immateriale che sia, nel senso che prefigura, intrinsecamente, un valore d’uso, un consumo, un suo godimento soggettivo. Essa però è anche una quantità, una cifratura, una misura simbolica (un valore di scambio e un prezzo). Ed è in questa sua continua oscillazione – fort-da[1] – tra la sua “potenza” ad agire che promette di liberare e il potere che il suo prezzo, la sua contabilità, inscrive nella soggettività, che si precisa il merito di quello che Lacan (1972) chiamava il discorso capitalista e – in omologia con la teoria dello sfruttamento di Marx – la “legge” del plus-godere.
Ambivalenza della forma merce dunque. La forza-lavoro, merce vivente, è infatti sempre e al contempo dentro e fuori il Capitale: potenza del lavoro e insieme necessaria energia di valorizzazione del capitale costante. Ed è proprio nello scriversi contingente e storicamente determinato del governo di questa beanza (che non può mai chiudersi pena la crisi strutturale del sistema) che si sostiene e giustifica il perdurare storico della società capitalistica.
La merce è quindi, sul piano fenomenico, il piano privilegiato di produzione di soggettività del moderno e del contemporaneo, oggetto privilegiato di compensazione della strutturale e artificiale mancanza ad essere del soggetto parlante (è oggettivazione immaginaria del soggetto). Soluzione temporale e materiale che il capitalismo offre per tamponare la strutturale inesistenza del rapporto sessuale, così come recita la celebre formula proposta da Jacques Lacan.
La merce è però complementariamente anche la forma con cui si produce la soggettivazione dell’oggetto.
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Keep calm and enjoy 19o
di InfoFreeFlow
Oggi presentiamo un articolo in tre parti con il quale Infoaut proporrà una serie di considerazioni sulla tenuta mediatica del #19o.
Nelle prime due decostruiremo alcuni dei meccanismi mediante i quali il mainstream ha provato ad alimentare un clima di tensione intorno alla giornata di mobilitazione romana. Filo rosso che attraversa queste tre analisi è la presenza di elementi tecnici e quantitativi (accanto a quelli morali) in grado di farsi propulsori di panico distribuito con cui governare i fenomeni sociali. Questo primo testo decostruisce il dispositivo ribattezzato “manifestometro” ovvero, l’attribuzione di un grado di pericolosità ad un corteo, operata attraverso il ricorso ad una scala numerica. Il secondo affronterà la minaccia di blackout delle rete cellulari ventilata da giornali e televisioni nella giornata del 18 ottobre e tenterà di chiarire modalità e circostanze in cui i social network possono trasformarsi in vettori di disinformazione.
Le decine di migliaia di persone scese in piazza a Roma segnano però la sconfitta della strategia terroristica adottata dal circuito informativo generalista contro il #19o. Una disfatta le cui motivazioni (che proveremo ad analizzare nella terza parte del testo) sono dettate innanzi tutto dall’emersione di una composizione sociale che non è più in alcun modo interessata a contrattare la sua rappresentazione con il mainstream.
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Questione meridionale in Europa
"Eurolandia" implode
L. Amendola (Il Denaro) intervista Emiliano Brancaccio
Dopo la questione meridionale quella mediterranea. Un economista del Sud avverte che sussistono serie probabilità che l’Eurozona imploda a causa delle insanabili divergenze economiche con cui è stata concepita. Emiliano Brancaccio, docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del Lavoro all’Università del Sannio, lancia l’allarme: “E’ in atto la ‘mezzogiornificazione’ dei Paesi periferici europei. L’esito finale di questo processo potrebbe essere l’implosione stessa di tutto il sistema di Eurolandia”.
Lei parla di ‘mezzogiornificazione’ dell’Europa: di che cosa si tratta?
L’espressione ‘mezzogiornificazione’ è stata coniata dall’economista americano Paul Krugman, ma il suo significato profondo può esser fatto risalire ad alcuni economisti italiani, tra cui Augusto Graziani. Essa indica che il dualismo economico che ha caratterizzato i rapporti tra il Nord e il Sud Italia si sta riproponendo oggi, su scala allargata, nei rapporti tra i Paesi ‘centrali’ e i Paesi ‘periferici’ di tutta l’Unione monetaria europea.
La ‘mezzogiornificazione’ è in atto o è terminata con l’unificazione europea?
La ‘mezzogiornificazione’ è tuttora in atto.
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La metamorfosi del signor P(otere)
di Paolo Ercolani
Parafrasando un celebre frammento di Eraclito, in cui il grande filosofo antico si riferiva alla natura, potremmo dire che l’epoca della società in rete, o della globalizzazione, è quella in cui il Potere ha subito una trasformazione tanto poco percettibile quanto sostanziale e profonda: siamo infatti passati dal Potere che nasconde, censura, manipola o coarta il flusso delle informazioni (o disinformazioni), a quello che ama nascondersi, trasfigurare i propri meccanismi di funzionamento e influenza, mascherare i luoghi del proprio abitare e operare. Lo scopo è sempre lo stesso, la perpetuazione del Potere stesso, ma le modalità mutate debbono indurre a più di una riflessione
1. Luci e ombre
Il Potere che ama nascondersi è quello a cui non importa più se e quanto la popolazione possa o debba sapere, perché il suo essere nascosto, tale per cui non si sa bene chi lo detiene, da dove e con quali modalità di esercizio, gli consente comunque di attuare un dominio sulla pubblica opinione (nonché sulle menti e sui corpi degli individui), ancora più capzioso perché in grado di inserirsi nei meandri della mente collettiva e assurgere al rango di senso comune consolidato, pensiero unico difficilmente smentibile se non al prezzo di essere tacciati di follia o paranoia.
A un livello squisitamente tecnico la questione non deve sorprendere più di tanto, se è vero che già Platone ci aveva insegnato che le malattie degli occhi, per cui essi finiscono col non riuscire più a vedere, sono di due tipi e hanno due cause: «il passaggio dalla luce all’ombra e dall’ombra alla luce»[1].
Tanto l’oscurità più totale, quanto un eccesso di luce producono degli esseri umani incapaci di pervenire alla distinzione chiara delle cose e quindi alla conoscenza, limitandoli bene che vada a una pallida percezione di ombre scambiate per oggetti reali.
E qui entra in gioco la Rete, onnipotente e generosissima dispensatrice di informazioni infinite e di ogni genere, in cui è possibile rintracciare l’avallo a qualsiasi ipotesi anche strampalata e al suo contrario.
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La trappola della liquidità europea
Alessandro Morselli*
Il governatore della BCE ha abbassato il tasso per le operazioni di rifinanziamento, vale a dire il valore che le banche pagano quando prendono in prestito del denaro dalla BCE, allo 0,25%. Certamente il credito è importante per la ripresa di un’economia, ma soltanto se esso confluisce nel circuito dell’economia reale invece che in quello finanziario. Tagliando il costo del denaro, la BCE aumenta la convenienza per le banche a richiedere moneta, con l’auspicio che quest’ultime approvvigionino l’economia reale contribuendo a contrastare la crisi.
A ben vedere, i tassi d’interesse delle principali banche centrali del mondo si aggirano intorno allo zero e ciò può risultare pericoloso. Infatti, un limite che incontra la banca centrale nell’utilizzo della leva monetaria è che il tasso d’interesse nominale non può scendere sotto lo zero, poiché se ciò accadesse sarebbe come dire che chi presta del denaro deve offrire anche degli interessi a chi lo richiede. Se le aspettative inflazionistiche sono in diminuzione o gli agenti si aspettano una deflazione, il costo del denaro può risultare non sufficientemente basso per tirare fuori l’economia da una recessione. In altri termini, quando il tasso d’interesse nominale raggiunge lo zero, un incremento dell’offerta di moneta non è efficace.
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Proust e Freud: una rivoluzione copernicana
di Mario Lavagetto
[Cent’anni fa, il 14 novembre 1913, l’editore Bernard Grasset pubblicava, a spese dell’autore, Du côté de chez Swann di Marcel Proust, il primo volume di un’opera che avrebbe cambiato la storia del romanzo e della cultura. Pubblichiamo le pagine finali di Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust, di Mario Lavagetto, uscito per Einaudi nel 2011 (il titolo originale del capitolo è Rivoluzione copernicana). Ringraziamo l'autore e l'editore (gm)]
Non è, io credo, un arbitrio cogliere nella parabola creativa di Marcel Proust quello che con una terminologia forse desueta, ma funzionale e cara a Thomas Stearn Eliot, potremmo definire un “correlativo oggettivo” del radicale sovvertimento a cui, negli stessi anni, Freud sottoponeva la concezione pre-analitica dell’io sostituendo ad essa una nozione tanto sconvolgente da meritare, ha detto Lacan, “che si introduca a suo riguardo l’espressione di rivoluzione copernicana…”[1]
Quella nozione o quella funzione era certo stata messa in crisi dalla filosofia con Locke, Kant e – dice ancora Lacan – soprattutto con gli psico-fisici i quali avevano cercato di ridurre a un puro miraggio e di screditare l’idea che l’io fosse una sostanza a cui venissero trasmesse le prerogative (in specie l’immortalità) che, nella visione religiosa, competevano all’anima. E tuttavia il colpo definitivo, destinato a pregiudicare in modo irreparabile quello che potremmo chiamare il primato, o la centralità, dell’io, fu inferto da Freud:
Abbiamo usato il termine di rivoluzione copernicana per qualificare la scoperta di Freud. Non che ciò che non è copernicano sia assolutamente univoco. Gli uomini non hanno sempre creduto che la Terra fosse una specie di piano infinito, le hanno imputato anche dei limiti, delle forme diverse, a volte quella di un cappello da signora. Ma tutto sommato avevano l’idea che vi fossero cose che stavano in basso, al centro diciamo, e che il resto del mondo si edificasse sopra.
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Scenari dell’euro. Democrazia e sovranità nazionale
di Enrico Grazzini
La casa brucia e gli abitanti cercano disperatamente l'acqua per spegnere l'incendio, mentre i filosofi dibattono su come sarebbe bello avere una nuova meravigliosa abitazione. Come spegnere l'incendio della crisi europea? Quali scenari attendono i cittadini europei? Quali potrebbero essere le possibili risposte della sinistra alla crisi?
La sinistra dovrebbe adottare la proposta del filosofo Jurgen Habermas, che di fronte alla drammatica crisi dell'euro e al grave deficit democratico dell'Unione Europea, propone la fuga in avanti dell'unione politica [1]? O invece dovrebbe promuovere il progetto del sociologo Wolfgang Streech, che di fronte al fallimento di questa UE propone un passo indietro, cioè il ritorno alla sovranità nazionale e il recupero della sovranità monetaria da parte dei paesi europei [2]? Chi ha ragione? Chi suggerisce – come più o meno fanno le forze socialiste e di centrosinistra in Europa – di tentare di riformare questo sistema dell'euro per allentare l'austerità che strangola la UE; o chi invece, come Frederic Lordon su Le Monde Diplomatique, propone il ritorno alle monete nazionali mantenendo però l'euro come moneta comune verso le valute extraeuropee, come il dollaro e lo yen [3]?
In questo articolo suggeriamo che quest'ultima sia la soluzione più realistica, meno dannosa e più credibile, anche nei confronti di un'opinione pubblica sempre più contraria a questo euro e a questa Europa che impone in maniera autoritaria politiche di austerità a senso unico.
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Al cuore della Terra e ritorno
Comprendere la crisi sistemica
di Redazione
Pubblichiamo in formato PDF scaricabile liberamente il monumentale libro in due tomi di Piero Pagliani: "Al cuore della Terra e ritorno". L'opera, divisa in due parti, idealmente è la continuazione, dieci anni dopo, del volume «Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall'egemonia sul "mondo libero" al dominio sull'Eurasia» (Punto Rosso, Milano, 2003).
Dieci anni fa l'autore cercava di comprendere i motivi più profondi della ripresa di iniziativa imperiale degli Stati Uniti dopo l'11/9, senza fermarsi alle prime facili considerazioni legate al neo-colonialismo e rifuggendo da popolari formulazioni che giudicava sciagurate, come la nota "guerre delle multinazionali". La ricerca fu guidata dall'ipotesi di Giovanni Arrighi di essere in presenza della crisi sistemica del rapporto di scambio politico tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio che sotto il segno degli Stati Uniti aveva dominato la scena a partire dalla fine della II Guerra Mondiale. Una crisi che induceva gli USA a intraprendere quella che Pagliani definì una politica di "imperialismo preventivo", cioè in previsione di un futuro scontro con le grandi potenze emergenti, in particolare la Cina.
Oggi l'autore, che è un frequente collaboratore della nostra testata, rilegge i dieci anni trascorsi come un susseguirsi di tentativi inizialmente riusciti ma alla fine falliti, di gestire una crisi sistemica iniziata circa quarantacinque anni fa e che affonda le sue radici nella grande espansione materiale del dopoguerra.
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