
Keep calm and enjoy 19o
di InfoFreeFlow
Oggi presentiamo un articolo in tre parti con il quale Infoaut proporrà una serie di considerazioni sulla tenuta mediatica del #19o.
Nelle prime due decostruiremo alcuni dei meccanismi mediante i quali il mainstream ha provato ad alimentare un clima di tensione intorno alla giornata di mobilitazione romana. Filo rosso che attraversa queste tre analisi è la presenza di elementi tecnici e quantitativi (accanto a quelli morali) in grado di farsi propulsori di panico distribuito con cui governare i fenomeni sociali. Questo primo testo decostruisce il dispositivo ribattezzato “manifestometro” ovvero, l’attribuzione di un grado di pericolosità ad un corteo, operata attraverso il ricorso ad una scala numerica. Il secondo affronterà la minaccia di blackout delle rete cellulari ventilata da giornali e televisioni nella giornata del 18 ottobre e tenterà di chiarire modalità e circostanze in cui i social network possono trasformarsi in vettori di disinformazione.
Le decine di migliaia di persone scese in piazza a Roma segnano però la sconfitta della strategia terroristica adottata dal circuito informativo generalista contro il #19o. Una disfatta le cui motivazioni (che proveremo ad analizzare nella terza parte del testo) sono dettate innanzi tutto dall’emersione di una composizione sociale che non è più in alcun modo interessata a contrattare la sua rappresentazione con il mainstream.
Al contrario questo è sempre meno media di riferimento per ampi strati di popolazione, impermeabili al suo discorso e ostili nei suoi confronti. Non di secondo piano inoltre è stato l’inedito feeling tra strada e rete che comincia a permeare anche l’attivismo nostrano e la stessa capacità del movimento di pianificare in modo strategico una campagna di comunicazione distribuita su tutto il territorio nazionale, ricorrendo a contenitori simbolici a maglie larghe che hanno permesso alle più differenti realtà di apportare il loro contributo e di entrare in relazione tra di loro.
Buona lettura.
I.
«L’informazione ha perso sul 19 ottobre». È questo l’eloquente titolo dell’editoriale con cui NoTav.info ha consegnato al pubblico le prime valutazioni sulla sollevazione popolare andata in scena per le strade di Roma. Ancora più eloquente ed azzeccata la scelta dell’immagine d’apertura ovvero l’istantanea della prima pagina che apriva l’Huffington Post venerdì 18 ottobre.

Vale la pena di ricordare una volta di più che gli apparati mediali gestiscono la realtà, istituendo regimi di verità e intervenendo nella stessa formazione delle strutture del vedere e del credere. Essi sono tecnologie politiche che, attraverso un discorso, attivano delle tecniche su un dato campo, le applicano e le giustificano. In un processo che non è mai meramente rappresentativo ma sempre squisitamente creativo, ogni evento viene preso, decontestualizzato, smembrato, sezionato, riassemblato e ricontestualizzato in un nuovo simulacro di verità. Il fatto del giorno viene costruito e situato in un apposita cornice cognitiva che ha la funzione di circoscrivere il possibile campo di interpretazione da parte del pubblico e scatenare comportamenti socialmente diffusi intorno ad esso. E i comportamenti, si sa, sono lo snodo fondamentale del dominio.
È evidente che la criminalizzazione preventiva che ha accompagnato il corteo del #19o avesse come obbiettivo quello di creare attorno alla giornata una percezione diffusa di paura, dubbio ed incertezza (insieme di stati d’animo che in inglese sono indicati dall’espressione FUD, acronimo di Fear Uncertainity Doubt). Meno immediati da cogliere sono forse invece quei meccanismi psicologici attivati dal mainstream con l’intento di alimentare tale percezione. Proviamo a decostruirne alcuni.
Il manifestometro
Stan – «Francine stai attenta quando esci: oggi è allarme terrorismo arancione. Per cui potrebbe accadere
qualcosa da qualche parte, in qualche modo, in qualche momento. Occhi aperti!»
Hayley – «È fantastico che voi alla CIA abbiate creato un sistemino per far si che la gente sia paralizzata dalla paura».
American Dad 1×01
È il pomeriggio di domenica 6 ottobre quando l’Huffington Post pubblica un articolo a firma di Andrea Purgatori dove vengono riportate le valutazioni di non meglio precisati “analisti dell’intelligence” sull’imminente #19o. Accanto al malcelato tentativo di farla passare per una manifestazione NoTav (un aspetto della vicenda su cui non ci soffermeremo dato le tante analisi già spese in proposito), alla giornata viene attribuito un valore numerico che ne attesterebbe il livello di pericolosità: 4,5 su una scala che va da 1 a 10. Venerdì 18 ottobre, a poco più di 12 ore dall’inizio della manifestazione, viene pubblicato un secondo articolo, sempre di Purgatori, dove si sostiene che la soglia d’allarme sarebbe praticamente raddoppiata, balzando fino ad 8.
Un processo di comunicazione è efficace quando il mittente del messaggio è considerato attendibile. Gli articoli di Purgatori segnano uno scarto rispetto ad altri apparsi in quei giorni perché non demandano la valutazione sugli esiti del #19o al giudizio soggettivo di un questore, di un deputato o di un opinionista. Al contrario presentano al pubblico un sistema di misurazione probabilistica del livello di violenza che la piazza romana avrebbe dovuto esprimere, approntato mediante la raccolta di dati e cifre. Una previsione dunque, derivante da rilevazioni aventi caratteri di scientificità: quantitative, espresse in forma impersonale e presentate sotto le spoglie di una numerazione progressiva da ritenersi in quanto tale razionale ed oggettiva. Non è certo un caso che l’autore ricorra alla metafora del barometro ed al registro metereologico per rendere note le conclusioni dell’intelligence. Siamo di fronte cioè ad un dispositivo narrativo che si nutre e trova la sua legittimità nell’archetipo che assegna al giudizio tecnico una funzione neutrale e super partes, sintetizzata nel luogo comune secondo cui «i numeri non mentono» (esattamente come accade per lo spread, le quotazioni in borsa, i sondaggi o le statistiche).
Riscontrato il pericolo imminente, resta da chiarire sotto che forme questo si materializzerà. «Chi sarà in piazza, a Roma?» si chiede Purgatori il 6 ottobre. Difficile dirlo dato che, a dispetto delle accurate stime dei servizi, «lo scenario della manifestazione rimane ancora troppo confuso», venato com’è da una rabbia «liquida e non completamente radiografabile». Non meno generico è il ritratto della composizione di piazza tratteggiato nell’articolo del 18 ottobre, dove “l’album di famiglia” è praticamente al completo: NoTav, NoMuos, anarco-radicali (?!?), le immancabili cellule estere infiltrate, ultras, centri sociali. «Componenti che si muovono ai margini» del movimento in cui sarebbe passata «la linea dello scontro più duro» da mettere in atto con ogni mezzo necessario: dalle «macchine idropulitrici per spruzzare di vernice le visiere dei caschi degli agenti» fino all’utilizzo di un camion per sfondare i cordoni della celere.
Facciamo attenzione. Il contrasto tra la precisione del dato numerico fornito dai servizi e l’indeterminatezza dell’oggetto a cui tale quantificazione si riferisce è certamente stridente ma svolge una funzione precisa. Ai lettori viene infatti presentata una minaccia considerata come imminente ed oggettiva benché non classificabile in alcuna tipologia chiaramente definibile. Ed è esattamente questa nebulosità in cui il pubblico viene calato a fungere da moltiplicatore di panico: il pericolo c’è ma non si vede. Non si sa esattamente da quale direzione arriverà e quindi il timore di esserne colpiti aumenta, visto che potrebbe giungere da qualsiasi lato. Insomma, il manifestometro tende al peggio. Forse domani su Roma piove merda. Meglio starsene a casa. Anche perché (e questa è un’altra delle funzioni svolte dal manifestometro) dato il clima tempestoso della vigilia, qualsiasi misura adottata in piazza dalle Forze dell’Ordine per calmare le acque sarà giustificata a priori
È semplice a questo punto individuare l’artificiosità su cui poggia questo dispositivo.
Primo, la decontestualizzazione del #19o è operata mediante un riduzionismo che pretenderebbe di etichettare un evento assegnandogli un coefficiente numerico e svuotandolo in questo modo di qualsiasi significato politico. Una logica che se spinta fino al limite mostra i risvolti assurdi di un relativismo estremo: se, come viene fatto in uno dei due articoli in questione, ha senso quantificare il #19o e compararlo con il G8 di Genova del 2001 (due fatti, due movimenti e due contesti storici completamente differenti tra loro) allora perché non ripetere la stessa operazione con l’assalto al Palazzo d’Inverno o, perché no, la presa della Bastiglia?
Secondo, qual’è il criterio scientifico su cui si basa il sistema di misurazione del livello di pericolosità di una manifestazione? Semplicemente non è dato saperlo: all’accecante nitidezza del valore numerico propinato al pubblico fa da contrasto il completo occultamento del sistema tecnico che l’avrebbe elaborato. Per dirla con Ippolita*, siamo di fronte ad una logica prettamente tecnocratica, efficace strumento di gestione della conoscenza, del linguaggio e della percezione della realtà proprio perché dotato di una supposta oggettività scientifica che in quanto tale non va mai messa in discussione ma semplicemente accettata.
È evidente come questa tattica oggi abbia fallito miseramente. Nondimeno viene da domandarsi se in futuro essa non possa essere riproposta in forme più sofisticate. Forse sotto quella del big data? Sappiamo infatti che in questo momento diverse questure italiane stanno progressivamente implementando sistemi di calcolo atti a processare larghe quantità d’informazione a fini di sorveglianza, controllo e prevenzione di comportamenti criminogeni. Viene da chiedersi cioè, se a fronte del crollo verticale di credibilità dei nostri governanti, questi non possano cercare nuove forme di legittimazione accedendo all’ “oracolo tecnologico” che, in virtù delle sue presunte capacità predittive, conferirebbe alle loro decisioni e rappresentazioni un nuovo smalto di autorevolezza, oggettività e verità.
II.
Continuiamo l’analisi della tenuta mediatica del #19o. L’ipotesi di un blocco delle reti cellulari (e della connettività internet mobile) ventilata dai media mainstream a poche ore dal corteo ha rappresentato una forma di sottile minaccia diretta nei confronti di quanti si apprestavano a parteciparvi. Per quali ragioni? Quali meccanismi psicologici avrebbe dovuto attivare? A quale dimensione cognitiva faceva riferimento? Quali ricadute avrebbe potuto avere sull’andamento della giornata? Nei prossimi giorni pubblicheremo la terza parte, analizzando un caso specifico di panico distribuito ingeneratosi su Twitter la mattina del #19o.
«Ue! Ciao! … ma a te va il cellulare?»
Piazza S. Giovanni in Monte, Roma, 18 ottobre 2013, h:22.00
18 ottobre. É da poco passato mezzogiorno quando diverse testate on line (tra cui il Corriere della Sera Roma, il Tempo ed il Giornale) cominciano a far filtrare dalle loro colonne una notizia: i tecnici delle forze dell’ordine sarebbero al lavoro per isolare le celle di telefonia mobile dislocate lungo il tragitto del corteo che il giorno successivo attraverserà la capitale. Lo scopo di questa misura sarebbe quello di impedire che non meglio precisati «gruppi di violenti» possano utilizzare smartphone e telefoni portatili per coordinarsi tra di loro ed attaccare la polizia durante la manifestazione. Nonostante la voce non venga confermata da alcuna fonte ufficiale (ed anzi in serata verrà seccamente smentita dalla questura di Roma) poco alla volta prende piede e comincia a diffondersi in rete e su alcune radio.
Il prefigurarsi dell’ipotesi lascia di sasso parecchi, sebbene un minimo di logica ne avrebbe dovuto suggerire immediatamente l’infondatezza. In primo luogo perché l’isolamento delle celle telefoniche nel pieno centro di Roma avrebbe significato il blocco delle telecomunicazioni per decine (se non centinaia) di migliaia di residenti e lavoratori: con quali ricadute e costi economici è solo possibile immaginarlo. Se è vero poi che historia magistra vitae, allora non va dimenticato che tale misura non venne messa in atto neppure dal governo Cameron durante i riots del 2011, quando la stampa di tutto il mondo insisteva (sbagliando) sulla centralità che avevano avuto i Blackberry nel propagare il fuoco della rivolta: allora i vertici dell’esecutivo britannico temettero che l’imposizione di un eventuale blackout alla rete di telefonia mobile avrebbe avuto ricadute devastanti per l’immagine della Gran Bretagna all’estero. Terzo e non marginale dettaglio, l’eventuale interruzione delle linee di telefonia mobile avrebbe interessato, oltre che residenti, lavoratori e manifestanti, anche gli stessi giornalisti mainstream e le forze dell’ordine.
A suggerire l’inconsistenza della possibilità di un oscuramento della rete cellulare concorreva dunque più di una motivazione. Cionondimeno la ragione per cui questa sia stata ripresa da più parti non va ricercata esclusivamente nella proverbiale voracità per il sensazionalismo che caratterizza il sistema informativo odierno. Né siamo di fronte ad una semplice boutade architettata da qualche giornalista troppo zelante. Al contrario nel 2013 ventilare l’evenienza di un’interruzione della connettività, operata in modo attivo durante una mobilitazione, equivale a formulare una sottile minaccia nei confronti di quanti vi prenderanno parte. Una sorta di avvertimento preventivo le cui implicazioni risiedono sia nell’attivazione di precise dimensioni cognitive sia nelle mutazioni antropologiche in corso, connesse alla sempre maggior diffusione di smartphone e dispositivi digitali portatili.
Ad un livello più esteriore l’immagine di un blackout di internet o di una rete telefonica accende nella mente dello spettatore immagini che rimandano a scenari storici recenti, attraversati nella maggior parte dei casi da elevatissimi livelli di conflittualità sociale e violenza politica (basti pensare all’Egitto di Mubarak nel 2011). Tale visione è foriera di un timore immediatamente consequenziale: quello secondo cui la manifesta volontà di interrompere le comunicazioni tra un corteo ed il resto del mondo sia il preludio di una ferocissima repressione poliziesca, facilitata dalla mancanza di una copertura informativa che potrebbe mettere in imbarazzo coloro che se ne sono resi responsabili di fronte all’opinione pubblica (dopo il G8 di Genova del 2001 si potrebbe discutere a lungo della validità di tale asserzione ma questo è un altro paio di maniche). Per dirla in altro modo: «se hanno qualcosa da nascondere hanno qualcosa da temere. E noi con loro». In questo senso l’eventualità, agitata a mezzo stampa, dell’imposizione del “buio informativo” reca con se anche un altro messaggio implicito: essa allude ad una superiorità tecnologica dispiegata con l’intento di neutralizzare quelle forme di comunicazione sociale distribuita che oggigiorno sono elemento integrante per la buona riuscita di una mobilitazione. C’è poi un altro piano del discorso da prendere in considerazione. Smartphone e connessioni mobili sono divenuti negli ultimi anni elementi centrali nelle modalità attraverso cui la percezione della realtà circostante viene mediata e costruita: il loro venir meno pertanto può essere causa di disorientamento, confusione ed incertezza. In secondo luogo non può essere ignorato come tali dispositivi rappresentino ormai di fatto un’estensione materiale delle nostre capacità sensoriali dal momento che ad essi affidiamo tutta una serie di dati emotivamente significativi (si pensi per esempio al rapporto che intercorre tra senso dell’orientamento e GPS o memoria e motori di ricerca). Esserne privati in maniera coercitiva equivale perciò a subire una forma di lesione o menomazione, non dissimile da quella procurata da un dito mozzato o da un occhio accecato. Il fatto che tale possibilità venga insinuata a mezzo stampa equivale ad affermare pubblicamente che per motivi di ordine pubblico è stata predisposta una forma di offesa attiva, una sorta di “manganello digitale” sventolato sotto gli occhi di tutti e pronto a calare indistintamente sulle teste di quanti avrebbero partecipato al corteo.
L’ipotesi del blocco della connettività cellulare ha rappresentato quindi un ulteriore tassello aggiunto dal media mainstream nel tentativo di cingere la giornata del #19o da una cornice narrativa e da meccanismi psicologici in grado di indurre fenomeni di panico diffuso. La cosa paradossale è che, in un contesto affollato e ad alta densità tecnologica come quello del #19o, se tali meccanismi avessero realmente attecchito a livello mentale, le reti cellulare avrebbero rischiato realmente un blackout, senza che però questo venisse provocato da alcun agente esterno. Come? Semplice: in virtù del timore di un blocco della rete cellulare propagandato dal mainstream, al minimo accenno di malfunzionamento di questa, le persone presenti in piazza avrebbero probabilmente cominciato ad effettuare chiamate di prova per saggiarne la tenuta. Le celle sarebbero state così progressivamente sovraccaricate di una quantità di traffico maggiore di quella che sono normalmente in grado di sopportare ed avrebbero finito per collassare. Il panico a quel punto avrebbe finito con lo scatenarsi per davvero.
Ci pare siano almeno due i punti interessanti che emergono dalla decostruzione del dispositivo che abbiamo preso in esame. Primo, che anche in questo (esattamente come per il “manifestometro”) la dinamica di attivazione del panico viene traslata da un piano morale (dove la minaccia che provoca un’ondata emotiva è individuata in un gruppo di persone o in un episodio specifico) ad un piano tecnico. Secondo, essa mette in luce come i meccanismi di panico non sono mai semplicemente calati dall’alto: nell’era dell’autocomunicazione di massa essi prevedono una partecipazione proattiva in grado di decretarne il successo o il fallimento finale. Vediamo un altro esempio.
Hoax distribuite
I riot inglesi dell’agosto 2011 erano stati in grado di mettere in luce il “volto oscuro” di Twitter: allora, in almeno cinque differenti occasioni, i messaggi postati in 140 caratteri si trasformarono in vettori comunicativi fuori controllo che propagarono ondate di disinformazione, spesso alimentate inconsapevolmente da influencer ed opinionisti autorevoli. Due sono le bufale più memorabili degli UkRiot degne di essere raccontate. La prima era stata innescata da un’istantanea massicciamente circolata in rete l’8 agosto 2011: immortalava alcuni reparti dell’esercito egiziano nelle strade del Cairo durante le rivolte avvenute nel febbraio dello stesso anno ed era stata spacciata come prova della presenza delle truppe britanniche nel centro di Londra. La seconda invece ritraeva una tigre che, a detta dello sciame su Twitter, era riuscita a fuggire da uno zoo della capitale dopo un presunto assalto dei rivoltosi.
Scherzi di un sistema di comunicazione istantaneo, ininterrotto, distribuito ed asincrono. Con toni meno bizzarri e una portata nettamente più circoscritta, un evento di questo tipo ha rischiato di ingenerarsi anche nella mattina di sabato 19 ottobre. La vigilia della manifestazione era trascorsa all’insegna della tensione: punte di criminalizzazione preventiva elevatissime, cariche indiscriminate delle FFOO contro un gruppo di attivisti che la mattina del 18 volantinavano al mercato del Pigneto, sequestro di un furgone di proprietà di un militante romano (accusato di nascondervi un “pericoloso arsenale”, mai mostrato al pubblico), circolari inviate negli ospedali prossimi al tragitto del corteo che invitavano a liberare il maggior numero di posti letto possibili in vista degli incidenti previsti per il giorno successivo, chiusura coatta della Sapienza su ordine del questore Fulvio della Rocca e notizie, false ed incontrollate, secondo cui un pezzo di percorso della manifestazione sarebbe stato vietato all’ultimo momento.
A una manciata di ore dell’inizio del corteo un’altra voce si va ad aggiungere al vortice di rumors già in circolazione. Il suo epicentro è proprio Twitter. Nella prima mattinata un utente pubblica 3 fotografie recanti tutte in calce la medesima didascalia: «#19o. Ecco come gli sbirri si preparano per infiltrarsi».



Le immagini sono generiche e ritraggono agenti di polizia intenti nello spostare sacchi di cellophane contenenti indumenti, caschi ed altri oggetti non meglio specificati. Non è riportata alcuna fonte, non viene indicato il luogo in cui sono state scattate né in quale momento. Nessuno ne ha verificato l’attendibilità e tanto meno l’identità della persona che le ha diffuse. Eppure le fotografie cominciano a circolare rapidamente sul social network: una di queste verrà retwittata più di 50 volte raggiungendo così un audience composta potenzialmente da decine di migliaia di persone.
Ad evitare che il fuoco divampi è l’intervento accorto di diversi utenti che cominciano a domandare all’autore dei tweet quale sia l’origine degli scatti: la mancanza di una qualsivoglia risposta da parte dell’interessato fa subito dubitare della loro autenticità. Comincia così un processo di fact checking e verifica collettiva in rete che chiarisce la provenienza delle fotografie: si tratta di immagini risalenti ad una manifestazione studentesca, svoltasi nella capitale il 14 novembre del 2012, al termine della quale la polizia aveva sostenuto di aver rinvenuto sul Lungotevere i sacchi in questione. Le acque vengono definitivamente calmate dall’intervento di uno stimato videomaker che pubblica un tweet in proposito. Una figura che in questo caso assurge al ruolo di influencer: sia per la sua nota professionalità, sia per la fiducia che in molti gli attribuiscono per via della sua risaputa vicinanza ai movimenti sociali. Chi aveva ripubblicato le immagini si accorge dell’errore, annulla i retweet e posta messaggi di rettifica.

Com’è stato possibile dunque che queste foto, prive di qualsiasi riferimento che ne sancisse la collocazione temporale e geografica, si siano propagate con tanta facilità? Le risposte possono essere diverse e tutte valide allo stesso tempo. In prima battuta ha sicuramente ha contribuito la tensione sociale e l’attenzione di cui era stata caricata la giornata. In secondo luogo lo spettro dell’“infiltrato”, pur assumendo tonalità più sbiadite rispetto a qualche anno fa, rimane una piaga che ancora ammorba la cultura politica di tanti settori sociali e di movimento (una lettura utile sul tema rimangono le pagine lasciateci da Victor Serge dove viene spiegato a chiare lettere come «non v’è nessuna forza al mondo che possa arginare l’impeto rivoluzionario quando questo sale, e tutte le polizie, qualunque sia il loro machiavellismo, la loro scienza, e il loro crimini, sono pressoché impotenti»). Infine c’è da considerare come probabilmente le fotografie in questione siano state ritenute verosimili da molti utenti non in virtù del loro contenuto ma del numero di retweet che queste avevano ricevuto. Una logica questa che è perfettamente aderente alle dinamiche sociali del web 2.0, dove “popolarità” e “qualità” divengono sinonimi «nella convinzione che molte idee soggettive si trasformino per incanto [..] in oggettiva verità rivelata, nel momento in cui superano un certo numero e diventano la maggioranza»*. Esattamente come accade per un video con molte visualizzazioni su Youtube, un post “consacrato” da molti like su Facebook o una pagina web che ha un ranking d’indicizzazione alto su Google solo perché riceve molti link in entrata da altri siti.
L’hoax (terminologia hacker che sta ad indicare l’equivalente di panzana) della polizia che si prepara ad infiltrarsi ha il pregio di ricordarci tre cose: primo che Twitter è un sistema di comunicazione distribuito e che se utilizzato male può essere il vettore ideale per distribuire il panico. Secondo che spesso e volentieri siamo noi stessi ad esserne involontari ed inconsapevoli fautori. E terzo che la calma può essere riportata da un’opera di verifica, analisi e revisione da attuare e veicolare collettivamente.
Nota a margine del testo
Un punto di vista antagonista si costruisce tenendo sempre un occhio all’immediato ed uno all’infinito. Il fatto che sabato 19 ottobre non sia stato messo in atto alcun blocco della connettività nei confronti dei manifestanti non significa necessariamente che questo non possa verificarsi durante mobilitazioni future. In Spagna per esempio il movimento #M15 è stato oggetto di blackout delle reti 3G, indotti dalla polizia mediante il ricorso ad inibitori che ne localizzavano gli effetti su porzioni circoscritte del corteo. Che fare se un’eventualità simile dovesse prodursi anche in Italia? Ma ovviamente.. keep calm! Il problema infatti può essere aggirato chiedendo a quanti vivono lungo il tragitto del corteo di aprire il loro wifi in modo da renderlo disponibile per chiunque. Non bisogna poi mai dimenticare che una manifestazione è un corpo collettivo dotato di strumenti di comunicazione e cinghie di trasmissione spesso più rodate ed efficaci di uno smartphone: il megafono umano mica se l’è inventato Occupy Wall Street!
III.
Terminiamo qui la raccolta di testi. Il #19o interroga il rapporto che intercorre tra movimento, soggettività, mainstream ed autocomunicazione di massa. Alcune ipotesi per il futuro.
Ritorniamo da dove eravamo partiti.
Treni vietati all’ultimo minuto che, dopo settimane di intense trattative, hanno il sapore di precettazione. 4000 uomini delle FFOO annunciati e schierati per le strade di Roma. Minacce, più o meno velate, più o meno esplicite, più o meno dirette, contro quanti si preparavano a partecipare al corteo. Disinformazione distillata prima con il contagocce e poi con le secchiate.
Eppure, nonostante tutto questo, nonostante il bookmaker più azzardato non avrebbe mai accettato scommesse su una partecipazione che andasse oltre le trentamila persone, a Roma il 19 ottobre saranno più del doppio quelle che decideranno di manifestare contro l’austerity. Gli organi d’informazione generalista registrano una secca sconfitta, come non ne avvenivano da tempo. Il lavoro messo pervicacemente in campo dalle redazioni nelle settimane precedenti per tenere lontana la gente dalla piazza e giustificare a priori le misure repressive che la polizia avrebbe adottato, si scioglie come neve al sole.
Ancora più critica, ed altrettanto fallimentare, sarà la gestione mediatica del post #19o. Il mainstream, per giustificare il mancato avvento della profezia che si auto avvera – quella che pretendeva, vaticinava ed auspicava di veder ridotta Roma ad un campo di battaglia – si fa in quattro. C’è chi stringe l’inquadratura su un particolare (i cinque minuti di scontri avvenuti davanti al Ministero dell’Economia) e concentra l’attenzione solo su quello, tentando maldestramente di nascondere il resto della scena dietro all’obbiettivo. Tattica numero uno della distorsione mediatica che i compagni di Senza Soste ci hanno spiegato con la solita brillante ironia: «L’80% dei commenti, degli articoli e delle foto di testate come Repubblica, ad esempio, hanno riguardato quei 5 minuti. Come se in una finale di un mondiale di calcio finita 4 a 0 il giornalista sportivo dedicasse 3 colonne su 4 ad un fallo laterale conteso». C’è chi, come Carlo Bonini, osservatore privilegiato ed ospite sulla plancia di comando della questura di Roma,spiega che il #19o è stata una gentile concessione dei vertici della polizia che hanno«lasciato giocare gli antagonisti». E c’è chi invece, troppo intento a fare sfoggio di un ricercato pathos narrativo con cui deliziare i suoi lettori, non si rende contro che la sua allocuzionetravalica il sottile confine tra patetico e ridicolo. È il caso di Guido Ruotolo, altro cronista di razza alla corte di Mario Calabresi, che definisce Anonymous la «nuova internazionale dell’antisistema che viaggia sul web», la «nuova Spectre». Lui intanto – merito della sapiente scelta retorica, forse giusto un filino anacronistica – è diventato la nuova barzelletta vivente nell’universo degli/le hacktivist*, secondo solo a Massimo Numa ed Erica di Blasi (che però va detto, giganteggiano e gareggiano in un altro campo di gioco, un’altra serie, un altro campionato).
Quello che doveva essere un ruscelletto si è trasformato in un fiume umano che ha tracimato gli argini che quotidiani e televisioni avevano predisposto per contenerlo. Ma, sopratutto, col suo passaggio ha lasciato mille rivoli di riflessione, uno dei quali tende proprio ad interrogare il rapporto che intercorre tra movimento, soggettività, mainstream ed autocomunicazione di massa.
Il movimento ha investito con largo anticipo sulla pianificazione di una campagna di comunicazione, distribuita su tutta il territorio nazionale. La scelta di orientarla fissando delle coordinate simboliche a maglie larghe non ha annacquato la radicalità che la piazza voleva esprimere. Al contrario, l’iconografia di Guy Fawkes è diventato un contenitore aperto che singoli e realtà organizzate hanno potuto riempire con le loro pratiche, il loro immaginario o le motivazioni (anche quelle individuali) che li spingevano a scendere in strada. Non di secondo piano è stato il coordinamento tra radio, portali di movimento, singoli mediattivisti ed utenti Twitter nella copertura della diretta del corteo. La ciliegina finale sulla torta l’ha messaAnonymous Italia. Gli hacktivisti con i loro attacchi a differenti siti governativi (minstero delle infrastrutture, delle finanze, cassa dei depositi e prestiti e corte dei conti), non hanno solo creato ulteriore attenzione e riverberato le istanze del #19o verso un pubblico composito ed eterogeneo: hanno anche ribadito una delle caratteristiche che hanno venato la preparazione alla giornata, ovvero il rapporto tra strada e rete e la centralità che questo ha oggi nell’agire la conflittualità sociale. Un nesso che ha trovato cittadinanza a Porta Pia fin dal primo minuto (anche se qualche gonzo dell’Huffington Post e di Wired sembra non essersene accordo) quando, accanto alle tende, veniva immediatamente attrezzato un piccolo media center.
Non bastano però i passi avanti fatti dal movimento in termini di comunicazione per spiegare la tenuta mediatica della giornata. Anche il rapporto tra composizione sociale del #19o e mainstream ha molto da raccontare. Certo, se il terrorismo mediatico di giornali e televisioni non è andato a segno, questo è da imputare anche all’assenza della loro audience di riferimento (SEL e Rifondazione in particolar modo), sia in piazza che nei percorsi di costruzione della giornata. Ed al contrario degli attempati vecchietti iscritti ai micropartitini dell’”estrema sinistra” (sic!), la composizione, sopratutto quella più giovanile, del #19o è cresciuta a pane, internet e moral panic: a forza di vedere il prestigiatore tirar fuori il coniglio bianco dal cilindro ha sgamato il trucco ed ha smesso di esserne stregata.
C’è però qualcosa di decisamente più significativo da prendere in considerazione, qualcosa che ha a che fare con le istanze del movimento e gli obbiettivi che questo si propone di conseguire. Il #19o è una lotta immediatamente legata al problema delle condizioni materiali e irrompe sul palcoscenico italiano come un processo politico che si configura come non mediabile. Dice NO e, in modo simile al movimento No Tav, non ha intenzione di relazionarsi alla controparte per discutere il come. Un fatto questo che ha profonda influenza rispetto alle modalità con cui quella composizione si va ad interfacciare con il problema della rappresentazione. Il ciclo di movimento dei contro vertici globali, pur avendoindiscutibilmente lasciato in eredità al mediattivismo una preziosa cassetta degli attrezzi, alla lunga è caduto nella trappola tesa dal mainstream ed ha stretto, a volte consapevolmente altre meno, un vero e proprio “patto con il diavolo”: i movimenti fornivano rappresentazioni compatibili con i criteri di spettacolarità richiesti dagli organi d’informazione ed in cambio ottenevano visibilità – sempre provvisoria e sempre revocabile – dalle redazioni delle grandi testate giornalistiche. Il #19o da questo punto di vista invece ha espresso una sana incompatibilità: non si sottrae alla narrazione, non lascia che questa resti nelle mani del nemico, ma allo stesso tempo dimostra di non avere interesse a contrattare la sua rappresentazione.
Perchè? Perché non ne vede il vantaggio: non gli basta produrre una critica intellettuale del sistema capitalista ed è impermeabile a quella visione ingenua che individua i media come cinghia di trasmissione tra politica istituzionale, società e movimenti (e che di questa critica dovrebbero farsi veicolo e catalizzatore, non si sa bene in virtù di quale illuminazione celeste). Se poi qualcuno avesse intenzione di continuare a dar credito a questa bislacca idea, liberissimo di andare a sbattere la testa dove più gli aggrada: una volta schiantatosi si renderà immediatamente conto che, con l’acuirsi della crisi, anche quegli ultimi angusti interstizi di agibilità politica una volta presenti nell’alveo istituzionale sono definitivamente chiusi. Non è un caso poi che, come affermato da diversi interventi a Porta Pia, in molti cominciano a pensare di“non aver più bisogno di loro” e di “potersi rappresentare da soli” grazie ad un set sempre più ampio e variegato di tecnologie digitali a disposizione. Complessivamente siamo di fronte ad una tendenza che non è nuova. L’avevamo già vista in azione, prima in Val di Susa e poi durante l’ultima tornata elettorale: per ampie sacche di popolazione il mainstream ha smesso di essere il media di riferimento. Anzi, un’esperienza come quella del M5S, piaccia o meno, ha cementato la propria identità ed il proprio senso di appartenenza anche a partire daun rifiuto diffuso dei media tradizionali. E una tendenza di questo genere viene accentuata ed amplificata da giornate come quella del #19o, sopratutto se consideriamo che interi pezzi di informazione riguardanti la giornata non sono rinvenibili nell’infosfera italiana. Semplicemente non ci sono. L’unico modo per accedervi è consultare i portali di movimento, i blog o le pagine sui social. Se pensate di aver avuto un deja vu leggendo queste righe non state sbagliando. Pur con le debite differenze, una dinamica simile ebbe luogo nel 2011 quando i maggiori organi d’informazione spagnoli scelsero deliberatamente di ignorare la nascita dell’#M15. Il risultato fu una crisi di legittimazione e credibilità che continua ancora oggi e che alla lunga ha obbligato i maggiori network d’informazione iberici ad inseguire il movimento sul piano dei contenuti e dell’agenda setting.
Un soggetto politico che si propone come non mediabile e mostra un vivace protagonismo sociale. Una compagine istituzionale travolta dagli scandali. Un circuito d’informazione mainstream sempre meno credibile, oggetto di atteggiamenti ostili (e, non dimentichiamolo, attualmente privo di exit strategy per porre fine alla crisi strutturale che lo sta dilaniando). Una percezione diffusa della possibilità e della necessità di tornare a farsi media.
È in questo campo di tensione che si apre un altro spazio politico da attraversare perché il #19o possa diventare un percorso. Un ambito dove l’uso collettivo dei social media vada ad interfacciarsi ad una loro critica costante che permetta di coltivare pratiche di autodifesa in rete. Un luogo dove il ruolo dell’immagine come motore dei processi politici venga discusso anche al di fuori di ristrette cerchie di specialisti. Una zona di autonomia dove creare e connettere network indipendenti, anonimi e distribuiti. Un terreno in cui gettare le basi per unacultura tecnologica popolare.
Streets and net: united we stand.
*Altro aspetto della logica tecnocratica. Anche per questo si veda Ippolita, “Luci ed ombre di Google”, pp 135, 2007, Milano, Feltrinelli.









































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