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La classe non è acqua*
Riccardo Bellofiore & Giovanna Vertova
Compriamo (o 'scarichiamo' on-line) il manifesto tutti i giorni, alcuni di noi ormai da 40 anni. Lo leggiamo però sempre di meno, senza sapere bene il perché. C'è di peggio, però. Ogni tanto lo leggiamo. Come oggi, 8 luglio, attirati da due firme che stimiamo: Guido Viale e Loris Campetti.
Il primo dice, molto spesso, cose giuste. Tuttavia nel suo articolo dell'8 luglio deraglia, quando infila, quasi fosse una ovvietà, una frase secondo cui l'intervento dello stato sarebbe impedito dal fatto che "mancano i soldi e si ha paura di rompere il tabù dei bilanci, che sono fatti di debiti e quindi in mano alle società di rating." Il secondo parla della necessità di superare una "vecchia certezza", quella secondo cui sarebbe "imprescindibile" il legame reddito-lavoro.
Sarebbe interessante sapere che teoria economica ha in mente Viale, e su cosa Campetti basi la sua affermazione. Vero é che una tesi come la sua è stata attribuita tempo fa dalla stampa a Maurizio Landini. E' anche stato riportato con sussiego che Landini non avrebbe letto Marx. Certo, viene da pensare, leggersi il Capitale non è un obbligo. Pure in qualche caso aiuterebbe, come qui: basti il riferimento al salario di sussistenza per la classe dei lavoratori, dunque per il proletariato nella sua interezza, del tutto indipendentemente dalla produttività.
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Le giornate nere del debito italiano
di Sergio Cesaratto
I lettori sono sicuramente attoniti di fronte a ciò che accade. Antonella Stirati ha spiegato benissimo come sia un gioco sin troppo facile prendersela con la speculazione internazionale guidata dalle agenzie di rating. E’ invece l’Europa che con politiche sbagliate si espone a questi attacchi. Se la prenda con se stessa.
Che fare dunque? Per capirlo, muoviamo da cosa è accaduto nella giornata di martedì 12 luglio, dopo il venerdì e lunedì neri che l’han preceduta. La scarsa credibilità delle politiche europee, basate sulla mera austerity dei paesi periferici, ha contagiato la valutazione del nostro debito pubblico accrescendo il differenziale (il famoso spread) fra i tassi sui BTP decennali e quelli sui corrispondenti Bund tedeschi. Martedì è andata meglio, a sentire i TG. Ho personalmente ascoltato RAI News dove un eccitatissimo Corradino Mineo ha raccontato di una giornata in cui il Presidente Napolitano ha guidato le sbandate compagini politiche italiane verso una vittoria campale, mentre il generale Tremonti lasciava il quartier generale europeo per raggiungere la prima linea e il suo Presidente. La borsa riprendeva, in particolare i titoli bancari italiani. Fatto è che le banche hanno la pancia piena di titoli del Tesoro, e che questi aveva oggi un’asta di oltre 6 miliardi di titoli in scadenza.[1] A quale tasso avrebbe il Tesoro collocato tali titoli? Poiché il mercato aveva segnalato i giorni precedenti che i titoli italiani valevano poco, si rischiava un tasso così alto che, così continuando, la solvibilità dello stato italiano sarebbe stata seriamente in forse, e così quella delle banche (non solo italiane) che hanno il ventre pieno di titoli del Tesoro. Non so precisamente come siano andate le cose. Ma suppongo circa così. Il differenziale coi Bund tedeschi aveva raggiunto il massimo di 353 punti (3,53%), ancor più di lunedì. Interviene a quel punto la BCE che acquista titoli italiani sul mercato secondario.[2] Essa da 15 settimane non interveniva più a sostegno del debito sovrano dei paesi periferici, in maniera del tutto irresponsabile (anzi, ha ulteriormente aumentato il tasso di interesse gettando benzina sul fuoco). I mercati lo vengono a sapere e questo li rassicura un po’. Come risultato, scende il differenziale a 290 punti (una enormità comunque insostenibile per i nostri conti). Si svolge l’asta. Il Tesoro colloca i titoli a un tasso del 3,67% contro il 2,14% a cui questa tranche era stata collocata in precedenza: 1,5% in più! (150 punti di differenza coi tedeschi, ma si trattava di titoli a più breve scadenza). Poteva andar peggio, ma ciò è bastato perché i titoli bancari riprendessero. C’é tuttavia veramente poco da essere eccitati. E di chi è il merito della mancata Caporetto? Di Napolitano, di Tremonti? Più probabilmente della BCE. Rai News neppure l’ha menzionata, mi dicono che TG3 e LA7 sì, di passaggio. Può naturalmente darsi che Tremonti abbia svolto uno scambio politico: noi approviamo la manovra, la BCE interviene. Se è così, tanto di cappello Mr. Tremonti, finalmente qualcuno tratta in Europa, e non china sempre il capo. I guai sono finiti? Sono appena cominciati. Quando i differenziali salgono così tanto, ed erano già alti, è difficile che ridiscendano. Con questi tassi – che ripetiamo sono il segnale della scarsa credibilità non del nostro paese, che per l’amor del cielo ci mette del suo, ma dell’Europa – porterà in uno spazio temporale brevissimo l’Italia sull’orlo del default. Siamo quasi al 6% sui BTP, al 7% si dice che l’Italia non potrebbe più finanziarsi sul mercato, come l’Irlanda lo scorso settembre. Le manovre sono solo una mortificazione inutile, una medicina che crea solo sofferenza al paziente. E infatti martedì sera anche il debito Irlandese è stato degradato da S&P a spazzatura.
Cosa abbiamo imparato? L’intervento della BCE è un pezzo della soluzione. Torneremo presto su questo. Per ora notiamo la schizofrenia della BCE che da un lato aumenta i tassi, aggravando la crisi debitora, e dall'altro deve intervenire seppure in maniera timida e insufficiente. Fassina, intervistato da Mineo, pur contrapponendo un volto tetro al raggiante Corradino, non ha neppure accennato alla BCE e alle gravi responsabilità europee. Criticare l’Europa è nel nostro paese, a sinistra in particolare, tabù. Mineo era eccitatissimo persino della palese interferenza tedesca colla telefonata della Merkel a Berlusconi di domenica scorsa. Quando impareremo a tenere la schiena dritta?
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“Maelstrom”, di Salvatore Ricciardi
Marco Clementi
Maelstrom di Salvatore Ricciardi, è un salto nella storia sociale e politica del nostro paese vista con gli occhi di chi, per un quindicennio, ha tentato di mutarne gli assetti istituzionali ed economici. Il sottotitolo è esplicativo: si tratta di «scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia dal 1960 al 1980» (DeriveApprodi, pp. 369, euro 22).
Ricciardi è stato un militante delle Brigate rosse, ma il suo non è l’ennesimo libro di ricordi sull’organizzazione armata, «versione del militante» che racconta in soggettiva il proprio cammino. L’autore prova a ricostruire, intrecciando ricerca storica e sociologica, il percorso di almeno due generazioni, trovando negli anni Sessanta i prodromi di quello che poi sarebbe accaduto nel decennio successivo, cosa fino ad ora troppo spesso evitata da quanti si sono occupati dei cosiddetti «anni di piombo».
In molte ricerche la complessità dei rapporti sociali e di classe è stata infatti sacrificata in nome di ricostruzioni che passavano da un fatto di sangue all’altro limitandosi all’analisi della spinta personale e usando una categoria, quella di violenza politica, che nulla ha di storico e poco di sociologico. Maelstrom invece corre su un doppio binario, quello dell’esperienza carceraria, che si lega al rapimento del giudice d’Urso operato dalle Br nel 1980 e alla conseguente rivolta nello «speciale» di Trani, e quello delle lotte sociali che toccarono l’Italia a partire dalla crisi del cosiddetto boom economico. Crisi alla quale la classe dirigente non seppe reagire e che innescò una serie di fenomeni inediti che mutarono il volto del paese, dal sindacalismo di base alle rivolte studentesche, fino al periodo delle stragi, segnate dal tragico dicembre 1969. Fu la perdita dell’innocenza, si chiede Ricciardi? La risposta è diretta: «nel paese e in Europa non c’era traccia d’innocenza. Dopo il massacro della guerra ci presentarono l’altra scena, quella della ricostruzione. L’arrivismo egoistico, l’accaparramento senza timore, il profitto sui morti, la borsa nera, l’affamamento e il supersfruttamento, l’arricchimento sulla pelle altrui (…). Era questo ciò che le generazioni precedenti ci avevano lasciato in dote. Dove stava l’innocenza?».
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Le agenzie di rating e la politica europea
Antonella Stirati
La domanda se siano giustificate le valutazioni delle agenzie di rating sul debito pubblico portoghese o sulle banche italiane che si affaccia in questi giorni sulla stampa è una domanda in realtà malposta.
Se le valutazioni delle agenzie siano davvero corrette alla fine non è assolutamente rilevante. Di fatto, la funzione di quelle agenzie è quella di coordinare e indirizzare l’attività speculativa verso obiettivi profittevoli. La domanda che ci si deve allora porre è un’altra: un attacco speculativo coordinato e ripetuto nel tempo è in grado di portare Portogallo e poi Spagna e Italia nella stessa situazione di insostenibilità del debito pubblico in cui versa oggi la Grecia? La risposta, su cui concordano tutti gli osservatori autorevoli, che si tratti dei commentatori del Financial Times Martin Wolf e del Wall Street Journal Simon Nixon (ma si veda anche sul Sole 24 Ore del 9/7 l’intervista a Alessandro Guzzini), del ‘guru’ della finanza George Soros, o di noti economisti di diverso orientamento (ad esempio A. Sen e Brad De Long) è: CERTAMENTE SI, a meno che, e questa è l’unica possibilità di salvezza, la BCE non compia una svolta radicale nella propria politica e intervenga in modo tale da garantire bassi tassi di interesse sui titoli del debito sovrano di tutti i paesi europei, non diversamente di quanto ha sinora fatto la Federal Reserve nei confronti del debito pubblico americano. Gli strumenti tecnici e le proposte in tal senso non mancano, non ultima quella circa la creazione di eurobonds recentemente sottoscritta da firme molto autorevoli, tra cui quella di Giuliano Amato.
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Manovre più eque? Prima cambi la politica europea
Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci
Su Il Riformista di qualche giorno fa Roberto Gualtieri aveva criticato Enrico Morando per la sua difesa dell’entità della manovra del governo. Le motivazioni più pregnanti di difesa della manovra Morando le trovava nella necessità di rendere credibile ai mercati la sostenibilità del nostro debito pubblico, sì da non essere ulteriormente penalizzati sui tassi di interesse. L’abbarbicamento al governo di una compagine ormai allo sbando, persino col suo timoniere economico indebolito, ha fatto balzare all’insù gli spread dei BPT rispetto ai Bund tedeschi, e questo ha ieri rinvigorito Morando nella sua richiesta di una manovra ancora più rigorosa per entità e contenuti. Ma gli spread, a ben vedere, erano già saliti nelle scorse settimane, e indipendentemente dal rigore o meno della manovra in discussione. Gualtieri aveva infatti perfettamente ragione: è la poca credibilità delle politiche economiche europee per gli stessi mercati a causare quegli aumenti, come il declassamento del debito portoghese da parte di Moody ha ulteriormente dimostrato. L’aumento degli spread sui nostri tassi è frutto di questa scarsa credibilità, dovuta alla natura di “fatica di Sisifo” dei piani nazionali di rientro dal debito (una vera “mission impossible” in queste condizioni). L’Europa sta applicando infatti le catastrofiche ricette seguite dopo la grande crisi del 1929, i mercati lo sanno e fiutano sangue. Noi siamo molto preoccupati. A nostro avviso:
(a) non è vero che rigore e crescita vadano assieme, come sostiene Morando. La sostenibilità di lungo periodo dei debiti pubblici (e privati) è solo ottenibile se l’Unione, nel suo insieme, persegue un cammino di crescita e di riequilibrio della competitività fra i paesi membri. Questo implica sostegno alla domanda aggregata soprattutto nei paesi forti, attraverso l’abbandono delle loro politiche neomercantiliste di moderazione salariale. Implica inoltre una politica di investimenti industriali, infrastrutturali e ambientali su base comunitaria.
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La crisi greca, ovvero il biopotere dei mercati finanziari
di Andrea Fumagalli
Circa un anno fa, il ministro Tremonti era impegnato in una frenetica attività per garantire la solidità dei conti pubblici italiani e tranquillizzare i mercati finanziari. Due erano le ragioni che venivano adottate dal commercialista per dichiarare che mai l’Italia avrebbe potuto fare la fine della Grecia e dell’Irlanda: la solidità delle nostro sistema bancario, che solo tangenzialmente era stato toccato dalla crisi finanziaria, e il fatto che i conti pubblici erano sotto totale controllo grazie alle manovre di contenimento promulgate dal governo (?).
Oggi la situazione si presenta alquanto diversa.
Moody’s in questi giorni ha declassato a spazzatura (junk) i titoli di stato portoghesi. Si sta ripetendo la ”farsa” della Grecia. Nell’ultimo anno, come è noto, la Grecia ha adottato obtorto collo, dietro imposizione della troika: FMI, BCE, ECOFIN, misure draconiane di riduzione del deficit pubblico, già a partire dalla seconda metà del 2010: riduzione del 15% degli stipendi pubblici, blocco delle assunzioni, aumento dell’imposizione fiscale, in particolare dell’Iva, programma di privatizzazioni senza precedenti per un valore di circa 50 miliardi di euro. Il risultato è al momento il seguente: secondo i dati Eurostat, resi noti nell’aprile scorso, a fine 2010, il rapporto deficit pubblico/Pil è aumentato sino al 10,5%, rispetto al valore di 9,4% previsto dal governo greco sulla base della manovra effettuata (contro il 32% dell’Irlanda, il 10,4 del Regno Unito, il 9,2% della Spagna e del Portogallo, il 7% della Francia).
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La crisi economica: realtà e finzione
Intervista a Paul Mattick
L’ultimo libro di Paul Mattick jr “Business as Usual: The Economic Crisis and the Future of Capitalism” (Affari come al solito: la crisi economica e il futuro del capitalismo), è stato pubblicato dalla Reaktion Books. L’autore si è incontrato con John Clegg e Aaron Benanav del periodico “Endnotes”
RAIL: Notizie recenti lasciano intendere che l’economia è nuovamente in crescita. Il tasso di disoccupazione si sta stabilizzando e perfino riducendo e l’indice Dow Jones tende verso l’alto. Allora la crisi è stata davvero così grave ? Cosa ti fa pensare che non siamo ancora in vista della sua fine ?
PAUL MATTICK: Solo alcune osservazioni. La prima concerne le attuali difficoltà che il mondo nella sua totalità incontra riguardo la finanza pubblica e la disoccupazione. E’ un errore concentrare l’attenzione solo sugli Stati Uniti. Il problema è globale. In Europa si sono verificate una serie di crisi fiscali: in Portogallo e in una certa misura in Spagna. Il tentativo di padroneggiare la crisi ha prodotto in Gran Bretagna e in Grecia un peggioramento delle cause della depressione. Essa ha coinvolto anche la Cina, dove evidentemente alti tassi di crescita determinano analoga mente tassi di inflazione preoccupanti, esattamente come accadde nella falsa crescita degli anni 70, che produsse in occidente alti tassi di inflazione. Anche riguardo gli Stati Uniti non sarei così impressionato da provvedimenti che determinano oscillazioni nell’occupazione. In una certa misura ciò riflette il fatto che vi sono persone che escono dal mercato del lavoro. Ovviamente di mese in mese vi sono minime variazioni nel numero di persone che trovano lavoro. Ma nel complesso la situazione rimane estremamente precaria.
Inoltre è importante ricordare che il tasso di crescita dal PIL è un parametro artificiale.
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NoTav e la questione del debito: la 'Piazza Statuto' dei beni comuni
di Raffaele Sciortino
La giornata del tre luglio alla Maddalena ha tra le altre cose messo in campo una capacità straordinaria di controcomunicazione. L’assedio portato avanti con determinazione da gente comune non pacificata ha permesso di rovesciare la strategia fin qui seguita dai poteri di oscurare la protesta e la sua vera posta in gioco riducendola a notizia di second’ordine del tg regionale e delle pagine torinesi dei quotidiani nazionali. Di colpo alta velocità e movimento Notav sono rimbalzati sul proscenio nazionale.
Di colpo le persone fuori valle hanno saputo che si vogliono ancora spendere decine di miliardi in un’opera nella migliore delle ipotesi controversa e che decine di migliaia di indignados, persone “normali” come loro, sono disposte ad opporvisi con quella determinazione. Scoperta o riscoperta che sia e, attenzione, al di là del giudizio di merito sulle “responsabilità” della giornata, fuori valle ci si ritrova costretti a chiedersi cosa è veramente l’opera progettata, chi paga, a beneficio di chi, per che cosa… Non male come controinformazione agita!
Contemporaneamente si è attivata una rete di mass self-communication che si è contrapposta alla (scontata) criminalizzazione mediatica. Sono due risultati non da poco che agiscono su piani sì differenti ma che insieme rendono effettivamente possibile costruire consenso intorno ad una lotta radicale per i beni comuni che si sta interrogando sui passaggi che si trova davanti.
In questo la brezza di cambiamento che ha contribuito al successo referendario può giocare il suo ruolo insieme ai crescenti disastri procurati dal centrodestra.
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L’atto di fede dei seguaci dell’austerity
di Guglielmo Forges Davanzati
I principali governi dei Paesi Ocse stanno cercando di uscire dalla crisi riducendo la tutela dei diritti dei lavoratori e le garanzie offerte dallo Stato sociale. Si stratta di soluzioni illusorie: la fiducia nella loro efficacia non è molto lontana da un atto di fede.
Nessun Istituto di ricerca internazionale dispone, al momento, di una previsione ragionevolmente accettabile in ordine ai tempi di fuoriuscita dalla crisi, e le prescrizioni di politica economica sono estremamente discordanti. La linea attualmente prevalente si sostanzia nella riduzione dell’intervento pubblico in economia, e, in particolare, nella riduzione del debito pubblico.
La motivazione ufficiale a sostegno di questa opzione è la seguente. Livelli ‘eccessivi’ di indebitamento in rapporto al PIL possono generare ‘attacchi speculativi’, che, a loro volta, possono determinare il fallimento dei Paesi più esposti alla speculazione perché più indebitati. Questa interpretazione è suscettibile di un duplice rilievo critico.
Primo: la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce l’occupazione, contribuisce a frenare la crescita economica. In tal senso, e soprattutto quando gli investimenti privati non aumentano (come, di norma, accade in periodi di crisi), un minore intervento pubblico in economia si associa a una minore crescita economica. In più, se queste misure sono pensate per ridurre l’indebitamento pubblico in rapporto al PIL, si rivelano controproducenti, dal momento che – riducendosi l’occupazione – si riduce la base imponibile, dunque il gettito fiscale, accrescendo quel rapporto.
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L'ossimoro del capitalismo ecologista
di Carla Ravaioli
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.
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Come vedete nell'introduzione la provocazione è che dei cittadini
occidentali si devono rivolgere a paesi terzi (del resto abbiamo visto nelle guerre precedenti come non sia servito l'appello delle masse ai nostri governi...). Una campagna massiccia di email servirebbe adare a uesti paesi una giustificazione in più (della serie: vedete, paesi Nato, i vostri cittadini non vogliono questa guerra).
www.interculture.it/libia
indicando l'oggetto e nome e indirizzo
a
Marinella This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
E U.S. CITIZENS FOR PEACE & JUSTICE- Rome
resta che rivolgerci ai membri non
belligeranti del Consiglio di Sicurezza Onu”
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Vietato pubblicare notizie
di Pino Cabras, Simone Santini e Naman Tarcha
Il titolo del «Corriere della Sera» del 6 luglio 2011 a pagina 14 (il pezzo si trova anche nella versione on-line) è perentorio e non lascia margine ai dubbi: “Siria, ordine di sparare su chi filma”. Il sottotitolo conferma: “Ragazzo riprende un cecchino: la sua morte trasmessa su Youtube”. La versione on-line, grazie alle multimedialità, consente di riprendere il video e caricarlo sul canale del CorriereTv, con titolazioni altrettanto forti: “La morte in diretta – Video choc”. Peccato che il video puzzi di tarocco lontano un miglio. L’articolista del «Corriere della Sera», corrispondente da Gerusalemme, ammette, bontà sua, che «nessuno può dire che il video sia autentico». E, tuttavia, aldilà di questo, dismette ogni traccia di senso critico che un qualunque giornalista dovrebbe mantenere, ammesso che desideri pubblicare notizie.
E, infatti, così il video viene raccontato: «Diversi indizi fanno pensare sia stato girato da un tetto di Homs». Quali indizi specifici? il giornalista se ne sta sul generico. «Si vedono case, balconi, antenne paraboliche. Di colpo, un soldato proprio nel palazzo di fronte. Il cameraman se ne accorge, scappa. Si sentono degli spari. Poi si rivede il soldato. Che mira sull'obiettivo e lo centra. Il cellulare che cade per terra. Urla, pianti, richieste d'aiuto. Una morte in diretta».
Ora guardate voi stessi il video direttamente su YouTube, e dite se vedete le stesse immagini raccontate da Francesco Battistini:
http://www.youtube.com/verify_age?next_url=http%3A//www.youtube.com/watch%3Fv%3Dcp_ajN7Kqvc%26feature%3Dplayer_embedded
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Prime riflessioni sull'accordo interconfederale del 28.6.2011
di Carlo Guglielmi
Queste note dell'avvocato giuslavorista Carlo Guglielmi focalizzano l'attenzione sui putni rilevanti dell'accordo su "contratti e rappresentanza sindacale" firmato da CGil, Cisl e Uil il 28 giugno con Confindustria. Per chi voglia ragionare sul merito anche giuridico, e quindi sui margini che vengono lasciato - o no - all'agire sindacale sui osti di lavoro, si tratta certamente di un testo importante
Come afferma la storiografia più avvertita “la storia è sempre storia del presente”. Il tratto più straordinario dell’oggi sono le analogie davvero impressionanti con il triennio 1991 – 1994. L’esplosione delle inchieste giudiziarie, il franare di un blocco di potere ventennale (allora il Caf oggi Berlusconi), l’invito a disertare il referendum per recarsi “al mare” rinviato al mittente ieri come oggi, la primavera elettorale dei comuni (ieri Bassolino oggi De Magistris), l’attacco speculativo al sistema economico paese e la finanziaria monstre (ieri 90.000 miliardi oggi 50 o più miliardi di euro), il Governatore di Bankitalia prestato alla salvezza della patria (ieri con Ciampi alla presidenza del Consiglio, oggi con Draghi alla presidenza della BCE), e sopra ogni cosa il ruolo del Presidente della Repubblica che – Napolitano come Scalfaro – utilizza tutta la propria credibilità e “moral suasion” per condurre il paese fuori dalle secche delle contrapposizioni invocando responsabilità nazionale e rigore. E, ovviamente, c’è l’architrave della nuova geografia sociale responsabile ovverosia un accordo interconfederale con cui lavoratori e aziende mettono al bando ogni conflitto e rivendicazione nel superiore interesse della produzione. La differenze dell’oggi è che tutto ciò è accaduto non in tre anni - come allora - ma in tre mesi. A quei tempi si dovette attendere il marzo 1994 (con la vittoria di B.) per scoprire con sgomento come la caduta di un sistema non producesse per germinazione naturale lo spazio per il cambiamento. Oggi il fatto è del tutto chiaro appena 15 giorni dopo il risultato dei referendum con l’adesione bipartisan alla finanziaria, l’avvio militarizzato dei lavori per la Tav in val di Susa, la prosecuzione dell’azione in Libia ed il generalizzato plauso per la ritrovata unità sindacale; il tutto sotto l’attento e attivo sguardo del Presidente della Repubblica.
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La doppia impostura della «ripresa»
Serge Latouche*
Introduzione
Che cosa è la «ripresa»? E’ in sostanza quel che è stato proposto al vertice (G8 / G20) di Toronto, un programma che contiene allo stesso tempo sia la ripresa che l’austerità. La cancelliera tedesca Angela Merkel chiedeva una politica vigorosa di rigore e di austerità. Il presidente degli Usa Barak Obama, temendo di colpire la timida ripresa dell’economia mondiale e di quella statunitense con una politica deflazionista, chiedeva un rilancio ragionevole. L’accordo finale è stato raggiunto su una sintesi zoppicante: la ripresa controllata nel rigore e l’austerità moderata dal rilancio. Il ministro dell’economia francese Christine Lagarde, che non era ancora presidente del Fondo monetario internazionale, ha allora azzardato il neologismo «rilance» (contrazione di «rigueur e «rilance»). Con ciò sincronizzando il passo con il consigliere del presidente Sarkozy, Alain Minc, che, interrogato su quel che bisognava fare nella situazione critica provocata dalla destabilizzazione degli Stati da parte di mercati finanziari che i medesimi Stati avevano appena salvato dalla rovina, si è prodotto in questa ammirevole formula: bisogna schiacciare allo stesso tempo il freno e l’acceleratore.
In ogni modo, denunciare la doppia impostura di questo programma costituisce per me una tripla sfida.
Prima di tutto, si tratta parlare in questo luogo, nell’ambito del parlamento europeo a Bruxelles – tempio della religione della crescita – a partire da una posizione iconoclasta, la decrescita, per di più a proposito di una materia di cui non sono uno specialista, la Grecia e la crisi del debito sovrano.
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Assassini della verità, ma pacifisti quando serve
Marco Cedolin
Chi ha avuto lo stomaco per riuscire a farlo, ha potuto godere in questi ultimi due giorni, della rappresentazione scenica “mandata in onda” dai media mainstream riguardo alla grande manifestazione NO TAV di domenica 3 luglio in Val di Susa.
Dal fiume d’inchiostro dispensato a profusione e dal ragliare querulo dei mezzibusti in TV, tutti i lettori e gli ascoltatori che fossero stati all’oscuro dell’argomento, avrebbero potuto purtroppo cogliere solamente un vasto campionario di amenità assortite, finalizzate a rinchiuderli a doppia mandata all’interno dell’oscurità pregressa.
Non una testata o un TG che abbia ritenuto giusto contestualizzare quello che stava accadendo in Val di Susa, magari tentando di spiegare per quale ragione da 20 anni gli abitanti di una valle alpina stiano portando avanti una lotta che impegna le loro giornate e le loro notti, a detrimento degli affetti, della salute e del portafoglio.
Non una testata o un TG che si sia soffermato sui numeri straripanti di un corteo che raccoglieva aderenti da ogni angolo d’Italia e anche dall’estero, a dimostrazione di come sempre più persone stiano prendendo coscienza del senso di una lotta che riguarda gli interessi di tutti.
Non una testata o un TG che abbiano “posato gli occhi” sulla moltitudine eterogenea dei manifestanti, che comprendeva tutte le classi sociali, tutte le fasce d’età, tutte le sensibilità politiche, unite per l’occasione in un percorso comune che pennivendoli e cantastorie non sono assolutamente stati in grado di cogliere….
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Valsusa. Default: la democrazia coloniale
nique la police
Tra i tanti significati che default assume, in inglese e nell’uso che ne viene fatto in italiano, ce ne sono due che caratterizzano il tipo di democrazia coloniale che viviamo. Il primo è legato direttamente al linguaggio economico-finanziario. Default è infatti la ristrutturazione del debito di uno stato. Assolutamente da evitare, per le banche e per chi ha investito in quel debito (non per chi ci ha scommesso contro), per cui il “rischio default” comporta durissime politiche di tagli alla spesa e all’assistenza pubblica. Il risultato? Coloniale anche se formalmente procurato da uno stato sovrano e senza intervento militare esterno. Per fare un esempio: recentemente Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha detto che la Grecia “ha margini di sovranità ormai molto limitati”. Potenza coloniale del rischio default.
L’altro significato, su cui focalizzarsi, è default inteso come automatismo, qualcosa che scatta all’avvio di un qualsiasi processo di avviamento di dispositivo. Ora sappiamo che esistono miriadi di forme di democrazia e che questa evoluzione, storica, di differenziazione della forma democratica racchiude significati meno legati al senso di libertà di quanto si possa immaginare. Ad esempio in Italia si riflette poco sul concetto di democrazia coloniale. Eppure storicamente Francia e Inghilterra sono state democrazie coloniali, dove, contemporaneamente al processo interno di democratizzazione borghese, si delineava una strategia di lunga durata di occupazione coloniale di territori extraeuropei. L’introduzione di un codice civile, di una rete di formazione e scolarizzazione e di una amministrazione pubblica rappresentavano, nei territori occupati, la microfisica di un potere coloniale a provenienza democratica.
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Bahrain: una rivolta oscurata
di Marinella Correggia
Quella nel piccolo regno del Golfo è stata la "primavera" più partecipata di tutte, eppure la più censurata, dice A.Z., italiano, appena ritornato da Manama dove lavora e che non può rivelare la sua piena identità per motivi di sicurezza
Una sollevazione di massa schiacciata dai carri armati, invasori per giunta!
Le proteste in Bahrein sono una cosa grossa davvero. La popolazione continua a scendere in piazza malgrado la repressione (sono riusciti a bloccare anche twitter). Questo potrebbe spiegare l’imposizione dei sauditi (e degli esperti americani e inglesi dietro di loro) di una repressione la più violenta possibile alla recalcitrante corte degli al Khalifa. I carri armati della monarchia saudita li hanno visti tutti, quando sono entrati dal ponte che collega il Bahrain all’Arabia Saudita, alcuni chilometri di carri, blindati vari, camion di truppe, ecc. Poi hanno partecipato allo sgombro della rotonda della Perla, quindi si sono piazzati tutto attorno, accampandosi con tende e servizi. Per tutto il periodo dell’emergenza hanno presidiato i ministeri, il Financial Harbour (un grande progetto commerciale), l’aeroporto, la compagnia petrolifera Bapco, la fabbrica di alluminio e altre situazioni strategiche, oltre a numerosi check point. Dalla fine ufficiale dello stato d’emergenza è stata ritirata la maggior parte dei carrarmati che facevano bella mostra nelle strade. Ma continuano a esserci i check-point fissi e quelli notturni.
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Il comunismo eretico e il 68
di Pier Paolo Poggio
Pubblichiamo la “Premessa” di Pier Paolo Poggio al secondo volume di “L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico” (JacaBook), in libreria in questi giorni
Nel Novecento l’Europa è stata il teatro principale e l’epicentro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto militare per decidere a quale potenza statale spettasse il dominio sul mondo, per effetto della rivoluzione russo-bolscevica si è trasformata in guerra civile mondiale tra capitalismo e comunismo, tra due sistemi opposti, sul piano politico, economico, ideologico.
Questa rappresentazione lineare dicotomica stringe in una morsa tutti gli eventi del secolo, ne abbrevia la corsa catastrofica e liberatoria, sfociando nel crollo del 1989, con contraccolpi in grado di minare anche le conquiste dell’89 francese, come dimostrerebbe il diffondersi in ogni dove di derive neoassolutiste, fondamentaliste, tribali, tanto repressive quanto supportate tecnologicamente.
La lotta mortale tra i due contendenti sfocia così in una sconfitta certa e apparentemente definitiva, quella del comunismo, a cui fa da contraltare la vittoria indiscutibile ma insostenibile del capitalismo. Insostenibile perché secondo i suoi attuali avversari il capitalismo ancor meno del comunismo o di qualsiasi forma di socialismo è in grado di affrontare e risolvere l’inedita crisi ecologica globale, frutto avvelenato e eredità ingestibile del “secolo breve”.
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L'indignazione e la speranza
di Luca Mercalli
Ieri ho partecipato alla manifestazione in Val di Susa. Eravamo in migliaia, a manifestare pacificamente il nostro dissenso. Sui giornali e dalla politica solo menzogne
Sono appena rientrato dopo 6 ore di marcia a Chiomonte. Incredibile, un serpente umano colorato e festante proveniente da tutta Italia percorreva i boschi verdeggianti della media Valsusa in una giornata calda e luminosissima. La stima minima è di 50.000 persone, quella massima 100.000, fate voi... Statale del Monginevro bloccata e autostrada pure.
In queste ore ancora si sparano lacrimogeni, un teatro osceno per un Paese civile nel museo archeologico del villaggio neolitico della Maddalena di Chiomonte, che la polizia ha usurpato come suo quartier generale. Lì, nel punto di contatto tra manifestanti e poliziotti io non sono stato, e qualche ferito c'è, qualche sasso è volato, qualche episodio da deplorare può darsi che ci sia, ma aspettiamo a parlare quando avremo sentito i racconti e visto i video di chi era lì... Il 412 della polizia ha volato sopra di noi come fossimo stati in Afghanistan, dalle 8 alle 18 almeno, e sono 100 euro al minuto... io non ci sto, è uno scenario surreale per aprire un cantiere.
Ciò che vi vorrei dire a caldo è:
1) già ora le prime pagine dei giornali titolano di guerriglia, di back bloc e altre amenità simili: si tratta di elementi del tutto marginali della giornata, ciò che conta, e che doveva essere oggetto dei titoli, è l'enormità della gente normale qui confluita, cittadini italiani ed europei, famiglie con bambini, pensionati, professionisti, docenti, medici, artigiani, studenti che da tutta italia (pullman da Pisa, Macerata, Udine, Bologna, Genova...) hanno affrontato levatacce e disagi, per venire a passare una domenica di civile indignazione insieme a noi.
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Non c’è un’unica manovra per uscire dalla crisi
di Alfonso Gianni
Che la manovra finanziaria presentata da Tremonti non vada bene, sono in molti a dirlo. I motivi però sono diversi ed è proprio l’analisi di questi ultimi la cosa più interessante, assai più del testo in sé della manovra che non brilla certo per fantasia contabile. Ad essere colpiti sono infatti si soliti noti.
Prendiamo ad esempio l’aspetto più macroscopico della scelta governativa, quello di spostare al biennio 2013-2014 il grosso della manovra (40 miliardi se non più).E’ evidente l’intenzione di scaricare tutto sulle spalle del governo che verrà. Ma questo elemento può a sua volta essere guardato da punti di vista diversi e approdare quindi a conclusioni opposte.
Se seguiamo il ragionamento che idealmente si snoda lungo l’asse Scalfari-Napolitano – di tutto rispetto come si vede – se ne potrebbe trarre persino una considerazione positiva. Nel suo editoriale del 3 luglio, infatti, il fondatore di Repubblica, afferma che in fondo non c’è nulla di male se il peso maggiore della manovra è posticipato negli anni e ricade sui governi futuri, perché in sostanza questo corrisponderebbe al giudizio espresso in sede Ue sulla relativa sicurezza dei conti italiani a tutto il 2012 in virtù delle manovre precedenti. L’intervento sarebbe quindi propriamente posizionato nel biennio successivo 2013-2014, in quanto indispensabile per raggiungere entro lo scadere di quella data il pareggio di bilancio. E’ Scalfari stesso che riporta il parere del Presidente della Repubblica secondo cui tutto procederebbe secondo i tempi giusti e stabiliti.
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La rivincita della Germania
Michele Basso
Quando, caduto il muro di Berlino, le merci e i capitali tedeschi invasero l’Europa orientale, ci fu chi giustamente osservò che la conquista, non riuscita ai panzer di Hitler, era stata ottenuta con altri mezzi. La Germania sostituì la Russia come partner commerciale in quasi tutta l’area. Quindi la rivincita sulla Russia c’è già stata, bisogna vedere se questo avverrà anche nei confronti delle potenze occidentali. Qui è possibile fare solo ipotesi. Mentre i cambiamenti materiali delle condizioni economiche della produzione possono essere verificati con precisione scientifica – spiegano Marx ed Engels - le forme politiche con cui si affrontano i conflitti originati da queste condizioni devono essere spiegate indirettamente con le contraddizioni della vita materiale. Sarebbe semplicistico, perciò, attribuire alla Germania un peso politico e militare proporzionato alla sua importanza economica, perché non si possono trascurare fattori storici importantissimi, che pesano sulla politica e sulla psicologia di una popolazione. Il ricordo delle sconfitte militari, quello dell’iperinflazione del 1923, i vincoli dei trattati e la presenza di basi militari americane sul suo territorio non sono certo condizionamenti poco rilevanti.
Prima del crollo dell’Unione Sovietica, le motivazioni che avvicinavano la Germania agli USA prevalevano sui contrasti. La politica estera aveva forti limitazioni, ma le condizioni di marca di frontiera e la presenza di un forte impegno americano le portavano molti vantaggi, tra cui quello di non spendere eccessivamente per la difesa, e potersi concentrare sullo sviluppo economico.
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La manovra finanziaria da 47 miliardi: alcuni appunti
di Riccardo Achilli
In questo breve articolo, si analizzano alcuni dei tratti salienti della manovra finanziaria da 47 miliardi di euro di maggiori entrate e minori spese che il Governo si appresta a definire in questi giorni. L’intento è quello di dimostrare la natura socialmente regressiva di questa manovra, i suoi obiettivi etero-diretti (ovvero stabiliti dai mercati finanziari internazionali, desiderosi soltanto di rientrare rapidamente dalla loro esposizione con il debito pubblico italiano, anche se ciò significa una disastro sociale senza possibilità di risanare in modo strutturale i conti pubblici italiani) a cui sia la Commissione Europea che il nostro Governo sono asserviti. Si evidenzierà quindi come tale manovra finanziaria sia nata, e si sia formata nei suoi contenuti, in un modo del tutto analogo a quanto già fatto per la Grecia. E come, quindi, gli esiti (recessione economica, disastro sociale, ulteriore peggioramento dei conti pubblici, fino al limite del default) non potranno che essere gli stessi della Grecia, che stiamo osservando in questi giorni.
La manovra sulle entrate
E’ ancora prematuro parlare degli effetti tecnici legati alla manovra da 47 miliardi che il Governo si appresta a varare, perché siamo ancora in una fase di progettazione della manovra stessa. Alcune cose però già si possono anticipare. Spezzone importante della manovra è costituito dalla riforma fiscale, che si basa su due assi: la riduzione delle aliquote Irpef, dalle cinque attuali, a solo tre (20%, 30% e 40%) e l’incremento del gettito dell’IVA, aumentando soprattutto le attuali aliquote agevolate.
Vediamo nel dettaglio i singoli interventi, iniziando dall’Irpef.
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Hackmeeting e il lato oscuro dell’innovazione
Silvia Casagrande
Software, libertà e censura sono stati i temi al centro dell’Hackmeeting 2011, il raduno dell’underground digitale italiano ospitato dal 24 al 26 giugno al centro sociale Next Emerson di Firenze. Tre giorni in cui, in tre sale intitolate ai padri dell’informatica Turing, Babbage e Ada Lovelace, le persone in carne ed ossa che stanno dietro ai più fantasiosi nickname (dal più immediato “white rabbit” a “vecna”, il mago necromante di Dungeons & Dragons) hanno presentato alla comunità hacker i loro software fatti in casa, sviluppati nel tempo libero concesso dai loro lavori, spesso precari, nell’Information Technology.
I seminari sono stati introdotti dalla conferenza dell’ospite più atteso, l’americano fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman che ha lanciato l’allarme contro il rischio censura in Rete: “Credevamo che Internet potesse sconfiggere la censura, ma questo era prima che i governi investissero tante energie nel suo controllo. La censura non riguarda più solo l’Iran e la Cina. Pensate alla Turchia oppure alla Danimarca che ha fatto una blacklist dei siti web per controllare il dissenso, una lista che poi è comparsa su Wikileaks“. L’Italia naturalmente non è esclusa: “La delibera dell’Agcom sul copyright dovrebbe essere cancellata subito. É contro i diritti umani”, ha commentato Stallman, che si è poi scagliato contro il cloud computing (“Il software come servizio significa che qualcun altro sta gestendo il tuo computer e i tuoi dati. Rifiutalo. Possono perdere i tuoi dati, modificarli, cederli ad altri senza che lo sappiate. Pensateci“) e Facebook, che “non è tuo amico”, avvertimento che a dire il vero suona superfluo davanti a una comunità, quella hacker, che conosce perfettamente il valore della propria identità digitale e la difende accuratamente.
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#Notav on the battleground
Sono le prime luci dell’alba quando i lampi dei fuochi d’artificio squarciano il cielo terso delle Alpi Cozie. È il segnale che da settimane tutti attendevano. I mostri meccanici ed i legionari inviati dal ministro Maroni stanno entrando in azione. La popolazione locale, messa in stato d’allerta, sale sulle barricate. Freelance, inviati, hacktivisti, cameraman, redazioni di quotidiani, portali d’informazione, radio e televisioni si preparano ai posti di combattimento.
Comincia così la battaglia del 27 giugno contro l’apertura del cantiere per l’alta velocità. Il terreno di scontro non è solo quello che si inerpica ripido fra i vigneti ed i boschi della Maddalena di Chiomonte. È anche quello scosceso ed impervio della comunicazione.
In prima linea tra i lacrimogeni, come mai era successo in precedenza, smartphone, telecamere, pagine Facebook ed account Twitter. Ma anche SMS, telefonate e libere frequenze radiofoniche fanno il loro sporco lavoro nel documentare in tempo reale quanto accade sui prati della Libera Repubblica della Maddalena.
Un alveo di servizi internet “2.0” comincia a raccontare, con fotografie, filmati ed articoli, l’assedio delle forze dell’ordine alla popolazione della Val Susa. Catalizzano l’indignazione vibrante, che si leva dal Piemonte fino a Palermo, per quanto sta accadendo in valle: indignazione a cui nessuno che attraversi le piazze della rete lunedì mattina può rimanere immune, favorevole o contrario che sia alla TAV. I social network diventano anche strumenti collaborativi.
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Il consumo della cultura
Eleonora de Conciliis
La cultura costituisce una posta in gioco che, come tutte le poste in gioco sociali, presuppone, ed al tempo stesso impone, che si entri nel
gioco e che ci si interessi al gioco: e l’interesse per la cultura, senza il quale non esiste competizione, concorrenza, gara, è generato
dalla competizione e dalla concorrenza stesse che esso genera.
Pierre Bourdieu
Oggi il consumo definisce lo stadio in cui la merce è immediatamenteprodotta come valore-segno, e i segni
(la cultura) come merce. […] La cultura non è più prodotta per durare.
Jean Baudrillard
Eccomi là... cioè Alex, e i miei tre drughi, cioè Pete, George e Dean, ed eravamo seduti al Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per
sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte più. Cioè diciamo “latte rinforzato con qualche droguccia mescalina”, che è quel che stavamo bevendo.
È roba che ti fa robusto. E disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza...
Stanley Kubrick, Arancia meccanica1
Prologo
Sostituendo alla domanda di Sartre “cos’è un intellettuale?”, la domanda genealogica “come si diventa intellettuali?”, e quindi “che interesse ha un individuo a diventare un intellettuale?”, Pierre Bourdieu ha compiuto una sorta di rivoluzione nietzscheana, più che copernicana, nella sociologia della cultura: ha mostrato come e perché il sapere e l’educazione, in quanto manifestazioni di una ‘volontà di verità’, siano (stati) nella nostra civiltà i principali veicoli di affermazione delle differenze sociali e di riproduzione di quelle stesse differenze, intese non solo come differenze di classe, ma anche come differenziali di potenza, e quindi segni ‘puri’ di superiorità sociale.
La sua profonda riflessione sul valore distintivo del sapere e dell’identità intellettuale, che culmina negli scritti degli anni ottanta e novanta2, comincia nel lontano 1964, quando, insieme a Jean-Claude Passeron, egli pubblica un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, Les héritiers3, e prosegue con La reproduction (1970, scritto sempre in collaborazione con Passeron)4.
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Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
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Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
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