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Chi declina e chi no
Pierre Carniti
I morsi della crisi si sono fatti sentire sul reddito delle famiglie (-2,8%) e sui consumi (-1,9). Ma queste sono medie, e mentre varie ricerche dicono che la diseguaglianza è in forte aumento, molti marchi del lusso hanno mostrato ottimi bilanci sostenuti dagli acquisti di circa milioni di persone. Forse per questo il tema della povertà è rimosso dal dibattito pubblico
Secondo i dati forniti dall’Istat, nel 2009 le famiglie italiane sono diventate più povere. Infatti il loro reddito è sceso in media del 2,8 per cento. Mentre il potere d’acquisto, in termini reali, è calato di 2,6 punti percentuali rispetto ad un anno prima. Calano di conseguenza anche i consumi (inclusi quelli alimentari) che in un anno sono diminuiti dell’1,9 per cento.
Le medie però raccontano sempre solo una metà della storia. L’altra metà è che non per tutti è andata così male. In effetti, con la crescita o la crisi, “piove sempre sul bagnato”. I dati lo confermano. Sulla base dei calcoli della Banca d’Italia il reddito reale dei lavoratori dipendenti in quindici anni (dal 1993 al 2008) è cresciuto in tutto del 4 per cento. Mentre nello stesso periodo il reddito di imprenditori, liberi professionisti, commercianti ed artigiani è aumentato di quasi il 30 per cento. Non stupisce quindi che nel 2009, come informa uno studio della Cia (la Confederazione degli agricoltori), il 40 per cento delle famiglie abbia dovuto tagliare il carrello della spesa alimentare nel quale ora viene riposto meno vino, pesce, carne bovina, olio d’oliva. Addirittura il 60 per cento ha dovuto cambiare menù, optando (nel 35 per cento dei casi) per prodotti di qualità inferiore. Rincorrendo sistematicamente le promozioni degli hard-discount, le cui vendite in un anno sono infatti cresciute di oltre il 15 per cento.
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"Gli errori di Darwin"
Intervista a Massimo Piattelli Palmarini
A un secolo e mezzo dalla pubblicazione delle sue prime opere sull’evoluzione biologica, Darwin fa ancora notizia. Anzi, infiamma gli animi e scatena polemiche. L’ultima, in ordine di tempo, è motivata dall’imminente pubblicazione di Gli errori di Darwin (Feltrinelli), annunciata per il 21 aprile, dopo altrettante polemiche suscitate negli States dall’edizione originale. Il volume, che ha richiesto tre anni di lavoro, è scritto a quattro mani da due scienziati di livello internazionale.
Uno, vanto italiano, è Massimo Piattelli Palmarini, docente di Scienze cognitive all’Università dell’Arizona, dopo una permanenza al Mit di Boston e successivamente al San Raffaele di Milano dove ha creato il dipartimento della sua disciplina. L’altro, Jerry Fodor, è anch’egli un’autorità nelle scienze cognitive, insegna filosofia del linguaggio alla Rutgers University del New Jersey. Ancor prima di uscire nel nostro Paese, il volume di Piattelli Palmarini e Fodor sta riempiendo le pagine culturali e scientifiche dei nostri giornali, con pepati botta e risposta tra scienziati che si occupano di queste tematiche.
Ho raggiunto Massimo Piattelli Palmarini a Venezia, durante una sua parentesi italiana, per un ciclo di seminari universitari. Gli ho chiesto di spiegarci le ragioni di così tanto scalpore per aver controbattuto alcune presunte idee “errate” del darwinismo.
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Il biopotere della finanza
di Andrea Fumagalli
Brevi note sulla crisi dell'eurozona
Nel testo “Dieci tesi sulla crisi finanziaria” e nei saggi di Stefano Lucarelli e Christian Marazzi, pubblicati nel volume collettaneo di UniNomade, “Crisi dell’Economia Globale” (Ombre Corte, 2009), i mercati finanziari vengono definiti forma di “biopotere”. Credo sia necessario partire da questa definizione per comprendere cosa sta avvenendo in Europa e in particolare in Grecia.
1. E' da circa due decenni che i mercati finanziari di fatto determinano il valore delle valute internazionali e i loro rapporti di cambio, una volta venuto meno nel 1971 il rapporto di parità fissa tra dollaro e oro fissato a Bretton Woods nel 1944. Le scelte politiche di liberalizzazione del mercato internazionale dei capitali attuate negli anni ’80 a livello globale, le innovazioni finanziarie (per esempio i derivati) che hanno moltiplicato le operazioni puramente speculative, lo smantellamento dei sistemi pubblici di welfare e la precarizzazione del rapporto di lavoro hanno reso i mercati finanziari il perno su cui si fonda nel capitalismo contemporaneo. Essi rappresentano la base del processo di finanziamento dell’attività di investimento e dei principali meccanismi di distribuzione del reddito e di fatto "assicurano" la vita sociale di milioni di uomini e donne nel mondo.
La prima volta in cui tutto ciò è risultato manifesto è stato nel 1994. In seguito alla mancata firma del trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), dopo la sollevazione zapatista nel Chapas, le principali società finanziarie (da Goldman Sachs alla Lehmann) hanno immediatamente stornato i loro investimenti finanziari speculativi dal Centro America ai mercati del Sud-Est asiatico.
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Next Italy. Il paese prossimo venturo che vive già tra noi
nique la police
Il governatore del Veneto Zaia rilascia un’intervista dove dichiara che ritiene inaccettabile che le tasse della sua regione finiscano per finanziare la manutenzione dei marciapiedi a Napoli. Nel frattempo in Campania, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del centrodestra, 10.000 dipendenti delle Asl non ricevono lo stipendio perché i fondi sono stati pignorati dalla magistratura. La vicenda di Adro nel bresciano, dove alcuni alunni sono stati privati della mensa perché i loro genitori non erano in grado di pagare la retta, è paradigmatica della rottura del tessuto di solidarietà nelle province del nord ma anche nel foggiano è recentemente avvenuto un caso simile. E mai come quest’anno da nord a sud, nella provincie profonde del paese, è avvenuta una sconfessione così evidente delle cerimonie dedicate al 25 aprile. Cortei proibiti, manifesti che inneggiano agli americani contro il “totalitarismo comunista”, boicottaggio di “bella ciao”, discorsi ufficiali che legittimano il revisionismo storico. Al nord si tratta degli stessi comuni che si inventano misure di ogni genere, dall’assegnazione della casa al semplice frequentare luoghi urbani, discriminatori nei confronti di coloro che non sono nativi o appartengono a fasce d’età giovanili.
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Lo scontro euro-dollaro dietro la crisi del debito sovrano
di Domenico Moro
Il debito Usa è un “riparo sicuro” allo stesso modo in cui era considerato un porto sicuro Pearl Harbour nel 1941. Niall Ferguson, Financial Times
Senza stabilità nell’unità monetaria non esistono facilità di credito né sicurezza per chi presta il proprio denaro al principe, né contratti nei quali si possa riporre fiducia. E senza credito non c’è grandezza né superiorità finanziaria. Fernand Braudel, I tempi del mondo
La guerra finanziaria ora è venuta ufficialmente alla ribalta sulla scena della guerra, una scena per millenni occupata unicamente da soldati ed armi con sangue e morte ovunque. Quiao Liang – Wang Xiangsui, Guerra senza limiti
1. La crisi di sovrapproduzione è alla base della crisi del debito sovrano Il mercato autoregolato ha fallito
E ancora una volta, come è sempre accaduto nella storia del modo di produzione capitalistico, il “moderno principe”, lo Stato, è dovuto correre al salvataggio delle imprese e della banche. Gli aiuti di Stato al settore bancario hanno superato i 14mila miliardi di dollari, pari a un quarto del Pil mondiale, una cifra che non ha paragoni nella storia[1]. Tutto questo per evitare un collasso generalizzato del modo di produzione, che avrebbe riproposto i drammi della Grande Depressione.
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Moral Hazard: anche in Italia tutti si sono fiondati ad investire sulla Grecia
Stefano Bassi
ANCHE IN ITALIA tutti si sono fiondati ad investire sulla Grecia per strappare rendimenti superiori alla media, aggiustare le performances, ottenere bonus e premi di rendimento, insomma per fare soldi dai soldi....il più possibile...
Lo dico da lungo tempo: TUTTO come prima, anzi peggio di prima
E perchè peggio di prima?
- A causa del Moral Hazard indotto dalle politiche monetarie: con il costo del denaro a livelli bassissimi e per un periodo prolungatissimo di tempo (come non mai nella storia) si spinge chiunque a cercare un RENDIMENTO UMANO su assets più rischiosi e dunque più redditizi.
- A causa del Moral Hazard indotto dal "bailout garantito": tutti sono convinti che ormai si salvano tutto e tutti, a qualunque costo.
Ed ecco che i comportamenti rischiosi si moltiplicano...
Le scommesse si fanno ardite nella convinzione che tanto un bailout non si nega mai a nessuno.
Le menti già orientate al gioco d'azzardo di molti "gestori" abbracciano senza esitazione il gioco della roulette russa...convinti (erroneamente) che il proiettile nella pistola non ci sia e che la pistola farà sempre click e mai bang...
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CREDIT DEFAULT SWAP: IL BALLO DEGLI AVVOLTOI!
Andrea Mazzalai
Un oceano di considerazioni e parole ha invaso i mercati in questi ultimi mesi a proposito dei famigerati CDS, Credit Default Swap, un oceano di parole che come spesso accade riesce a confondere l'acqua dolce con l'acqua salata di mare.
Ho più volte sottolineato in passato che non è tanto lo strumento in se stesso da demonizzare quanto l'uso che ne viene fatto, un uso che in questa crisi, nella madre di tutte le crisi, è sembrato più l'addestramento di un branco di avvoltoi che hanno festeggiato sul cadavere dell'economia mondiale, addestramento messo in atto dalla finanza internazionale.
Come è accaduto durante la fusione del sistema finanziario mondiale, durante il collasso di Lehman Brothers, Merrill Lynch e AIG, l'azione combinata degli avvoltoi finanziari, CDS & SHORT SALES, sta tentando di destabilizzare la zona euro, volteggiando sulle carcasse economiche della Grecia oggi e di chissà chi altro domani, un gioco al massacro che vede la Germania assistere dall'alto del suo canyon.
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L'innesco di una crisi sistemica
Pino Cabras
Con il precipitare della crisi greca si confermano le analisi di chi non era compromesso con la propaganda o con i pii desideri. La crisi si colloca nel solco di una crisi molto più vasta, una crisi sistemica. Si poteva comprendere da subito. Chi ha causato la crisi, ossia il sistema bancario ombra, punta ancora ai soliti suoi superprofitti, soverchiando i poteri collocati più alla luce del sole.
I giganti della speculazione di Wall Street sanno che il dollaro, l’architrave della finanza mondiale, dovrà cedere, perché allo stato è impossibile rifinanziare la valanga di titoli del debito pubblico statunitense che verrà a scadere fra pochi mesi. Perciò va fatta crollare l’alternativa monetaria disponibile, l’euro, e creare un bisogno forzoso ed estremo di dollari.
Nel frattempo, con i meccanismi delle "profezie che si autoadempiono", da loro dominati attraverso spaventose entità criminali (le agenzie di rating), gli speculatori decidono i tempi e i modi dei crolli, su cui hanno scommesso montagne di soldi con la certezza – a breve – di vincere.
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Gli inganni della propaganda intellettuale odierna
Franco Soldani
Chi non conosce la scienza,
sa ben poco del mondo contemporaneo.
Roland Omnès
In questi mesi a Bologna, per iniziativa del fisico Bruno Giorgini, si stanno svolgendo alcuni incontri intitolati Scienza & Democrazia. Ci si può fare una sommaria idea del carattere degli incontri scorrendo le pagine del blog dedicato all'iniziativa: http://scienzademocrazia.wordpress.com.
Leggendo la traccia preparata dallo stesso Giorgini, Voci per un seminario, siamo rimasti colpiti dal numero e dalla qualità dei luoghi comuni, dalla selva di idee depistanti e dai trucchi cui egli ricorre pur di costruire l'ennesima immagine stereotipata della scienza, ancora una volta del tutto funzionale alla riproduzione del dominio e perciò lontana, troppo lontana da un qualsiasi discorso su cosa possa mai essere oggi la democrazia. Con una scienza come questa e con uomini come questi che la fanno non è possibile alcuna forma di democrazia...
Nello scritto che segue, che proponiamo diviso in sette puntate, Franco Soldani muove dalla critica all'impostazione degli incontri bolognesi e arriva a disegnare un quadro ben diverso della comunità scientifica occidentale e delle sue prassi. Un quadro dove risaltano le forti compromissioni degli uomini di scienza con i funzionari dei media e con quel cielo invisibile sotto il quale scienza e teologia - dato in pasto alle plebi acculturate dell'Occidente il mito della loro irriducibile querelle - si sono invece sempre rincorse ed abbracciate fuori scena allo scopo di scongiurare un qualsiasi salto di consapevolezza circa l'effettivo stato delle cose da parte dei dominati...
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Non una authority ma l’acqua pubblica
Riccardo Realfonzo
Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.
Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.
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Mi cercarono l’anima a forza di botte
di Saverio Fattori
Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. Stefano Cucchi assassinato dallo Stato. Il cartello chiudeva con questa frase.
Le immagini del corpo dopo il supplizio per qualche giorno sono state visibili su alcuni giornali e telegiornali. Forse hanno turbato la debilitata coscienza dell’italiano lobotomizzato da anni devastati e vili. Forse lo hanno solo infastidito, avrà indugiato qualche secondo come quando si arriva sulla scena di un incidente automobilistico fresco, prima di virare con il telecomando su un telequiz con le domande facili e i concorrenti ritardati mentali. Le tumefazioni tondeggianti attorno agli occhi, la pupilla schizzata fuori dalle palpebre, le fratture alla spina dorsale, quella magrezza estrema, trentasette chili, davvero rimaneva solo l’anima da far saltar fuori e da sputare come il nocciolo di una ciliegia.
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La Grecia contro tutti e tutto
Il capitalismo alla resa dei conti
Giuseppe Sottile
“Greeks have been living beyond their means”. Sono oramai trent’anni che governi e istituzioni economico-finanziarie ripetono questo motivetto per ogni Paese. L’Europa si dotò di strumenti finalizzati a far fronte a questa presunta opulenza con il trattato di Maastricht, il quale ebbe come scopo principale quello di giustificare tagli alla spesa sociale in ragione di una crisi fiscale sorta a partire da un declino economico che ha la sua origine nei primi anni ’70. E’ chiaro che presunti “eccessi” di spesa hanno senso solo in ragione d’una riduzione relativa delle entrate fiscali. Negli ormai lontani anni ’50 e ’60 nessuno si lamentava della crescita della spesa pubblica e dunque del ruolo dello Stato nel computo del PIL, nel mentre le lamentele iniziano a fare la loro comparsa proprio quando questa crescita rallenta ed addirittura si riduce (esclusa la parte di spesa pubblica che sempre più in forma diretta o indiretta – ossia in uscita o entrata - si è rivolta al sostegno del settore privato).
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Il cratere della politica
di Carlo Donolo
1. Per analogia e in continuità con l'analisi precedente (cfr. "Lo straniero" n. 108) esaminiamo la costruzione politica del post-terremoto, intendendo con ciò i comportamenti politici e istituzionali successivi a emergenze di varia natura, che numerose ci hanno accompagnato in questi mesi. Emergenze - cioè situazioni nelle quali sono richiesti interventi veloci ed efficaci - e catastrofi (naturali, ma abbiamo visto quanto vi pesino interessi più che umani) sono temi per politiche di un tipo particolare. Esse richiedono la mobilitazione immediata di risorse e una finalizzazione efficiente, per ottenere la riduzione del danno maggiore possibile, compresa la riduzione delle sofferenze umane, e per predisporre al meglio la fase ricostruttiva post-evento. In questi interventi appare naturale non guardare troppo per il sottile, ma andare diritti allo scopo. Quel che conta è il risultato atteso e promesso.
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Saturno contro
di Sergio Cararo *
Solo chi ha una visione congiunturale della lotta politica poteva pensare che lo scenario nel nostro paese fosse immutabile. Al contrario, la situazione italiana in questa fase sembra quasi avere “Saturno contro”, il che, secondo gli astrologi, annuncia cambiamenti imprevedibili e repentini
In queste settimane, abbiamo ascoltato e letto “a sinistra” molte valutazioni sulle conseguenze dei recenti risultati elettorali che oscillavano tra il pessimismo per l’ulteriore affermazione del blocco berlusconiano insieme alla Lega e una coazione a ripetere del vecchio schema dell’antiberlusconismo e del meno peggio inteso come unico orizzonte riproponibile e praticabile per le forze della sinistra alternativa. Non abbiamo esitazione nel denunciare sia l’uno che l’altra come strumentali e funzionali ad una visione politica che si è rivelata nuovamente fuorviante.
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L'acqua non si vende
di Tiziano Bagarolo
Partono i referendum contro la privatizzazione dell'acqua e dei beni comuni.
Una battaglia di civiltà, una battaglia contro il capitalismo
Una posta in gioco molto alta
Negli ultimi decenni l'offensiva ideologica neoliberista, tanto insidiosa quanto menzognera, ha cercato di convincere l'opinione pubblica che privato è sinonimo di efficienza e libertà di scelta mentre pubblico è sinonimo di inefficienza e clientele. Questa offensiva ideologica aveva fondamentalmente due scopi:
1) indebolire i diritti collettivi e in particolare le conquiste realizzate dal mondo del lavoro nei decenni precedenti;
2) consentire al capitale di mettere le mani sui beni comuni (acqua, territorio, risorse ambientali, cultura...) e sui servizi e le imprese gestite dal settore pubblico (istruzione, sanità, pensioni, assicurazioni, banche, energia, reti telefoniche ecc.) per consentire un rilancio dei profitti, in una fase di tendenziale sovrapproduzione nei settori tradizionali, puntando su nuovi settori garantiti dalla protezione statale.
La realtà si è incaricata di smentire la propaganda. Ovunque sono peggiorate le condizioni dei lavoratori (precarizzazione, meno diritti, meno salario...); i cittadini ridotti a “clienti” hanno sempre meno diritti e meno potere; ovunque il ricchi sono diventati più ricchi mentre i redditi di chi lavora si sono ridotti in modo sensibile; il capitalismo “liberalizzato” è precipitato nella più grave crisi dal crollo degli anni trenta; la riduzione dei diritti e delle prestazioni sociali e la crisi hanno portato a un generale impoverimento e prodotto nuove ingenti sacche di miseria anche nei paesi dell'Occidente ricco, come non si vedeva dalla fine del secondo conflitto mondiale.
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L'uomo d'oro e il suo gigantesco conflitto d'interesse
Vincenzo Comito
“…adesso sappiamo la verità. La crisi finanziaria globale non è stata un errore – essa è stata una truffa…; essa non è stata causata solo da una gestione enormemente cattiva da parte dei banchieri. No, essa è stata anche dovuta alla nuova complessità dei prodotti finanziari, che hanno offerto l’opportunità per frodi molto ampie e sistematiche…”
Will Hutton, The Observer, 18 aprile 2010
“…come può il governo americano portare in giudizio la Goldman Sachs?
Io pensavo che fosse la stessa Goldman Sachs a governare…”
Editoriale del Guardian, 17 aprile 2010
Premessa
In un passato anche recente non abbiamo certo mancato di fornire delle informazioni dettagliate, su questo stesso sito, in merito alle possibili malefatte finanziarie delle grandi banche di investimento, in particolare statunitensi, malefatte collegabili anche, in qualche modo, alla crisi ancora in atto nel mondo.
In particolare nell’articolo del 1 marzo 2010 - in cui si parla già dei casi della Goldman Sachs insieme a quelli di altre banche, in particolare con riferimento alle vicende greche - in quello dell’8 marzo, del 22 marzo - questa volta è in ballo la Lehman Brothers, banca peraltro già fallita - e del 31 marzo, con i casi infine della JP Morgan. E dovremmo ancora trattare, in un altro eventuale articolo, delle questioni relative almeno ad un altro istituto Usa.
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MAGNETAR TRADE: ERUZIONE VULCANICA!
Andrea Mazzalai
C'è voluta tutta la forza devastante e spettacolare di un vulcano islandese, per farci comprendere che in fondo il nostro quotidiano e frenetico errare ha bisogno di silenzio e riflessione, che in fondo la nostra vita è nulla in confronto al quotidiano spettacolo della Natura, c'è voluta tutta la rabbia popolare possibile per far esplodere il vulcano della finanza mondiale, un vulcano che promette scosse ed esplosioni da leggenda.
Mentre un squarcio di luce luce nel fine settimana ha perforato la fitta nebbia che ormai da oltre due anni grava sulla palude del sistema finanziario internazionale, il lamento di alcuni fantasmi immobiliari torna ad affacciarsi nelle stanze dei diroccati castelli della finanza mondiale.
Si fantasmi immobiliari perchè le vicende "politiche" sono solo un tassello di quello che in realtà la "nemesi immobiliare" è in grado di creare, ma di questo ne parleremo più avanti.
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Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri
Roberto Romano
Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.
Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].
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I segni del comando
UNA POLITICA NEL LABORATORIO DELLA RETE
di Sergio Bellucci, Marcello Cini
L'attuale capitalismo è un'immensa produzione di segni ridotti a merce. Per traformare la realtà, non basta però invocare il rispetto delle regole o, all'opposto, la loro violazione per restituire la libertà alla cooperazione produttiva. Occorre invece lo sviluppo di un welfare delle relazioni che favorisca le diversità senza che queste si traducano in forti diseguaglianze sociali
«Quando le immagini - scrive Franco Berardi nel suo articolo La misura dell'illegalità pubblicato il 27 marzo sul Manifesto - non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione del capitale... Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza immaginario - sono segni, immagini, numeri, proiezioni, aspettative, il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione che continuamente deterritorializza il campo dello scambio».
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Che fare? Un punto di partenza: una sinistra senza idee non serve a niente
Aldo Giannuli
Se vogliamo uscire dal disastro in cui siamo, dobbiamo capire cosa c’è che non funziona nel nostro modo di fare politica: dalla scelta dei gruppi dirigenti alla definizione della linea politica, dalle forme di comunicazione a quelle di lotta, dai modelli organizzativi alla cultura politica.
Ed iniziamo proprio dalla questione della cultura politica della sinistra che ormai è il fantasma di sè stessa. Per circa trenta anni la sinistra ha smesso di studiare, pensare, produrre idee: il panorama delle riviste di sinistra è semplicemente desolante, non si ricorda un solo convegno degno di nota da almeno tre decenni, i congressi sono delle fiere della banalità: la nostra capacità progettuale è a zero.
Il Pd è tutto interno alla cultura neo liberista, ormai prende la linea da Boeri che è l’avvocato difensore delle banche e da Giavazzi che ci spiega che “Il liberismo è di sinistra”: Come dire che è più di sinistra Tremonti che, almeno, qualche sparata contro le banche e sulla globalizzazione ogni tanto la fa, anche se si tratta di innocui sfoghi verbali.
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Sartre, tutta una vita dalla parte del torto
di Angelo d'Orsi
Quando mancò - era il 15 aprile del 1980: tre anni prima, sempre a Parigi, nella notte sempre tra il 15 e il 16 aprile se n'era andato un altro grande della cultura francese, Jacques Prévert - chi scrive era borsista della Fondazione Luigi Einaudi di Torino, dove aveva dato vita a un gruppetto di giovani "ribelli" alle regole piuttosto ferree di quella nobile istituzione. Ci si vedeva oltre che nei locali della biblioteca e dell'archivio, e nelle stanze a noi riservate, al di fuori: a pranzo, a cena, in qualche circolo Arci, sul Lungo Po, e si facevano grandi discussioni politico-culturali. Eravamo insieme quando giunse la notizia. Proposi allora, in una di quelle iniziative un po' sconsiderate che caratterizzano la giovane età, di organizzare un viaggio-lampo nella Ville Lumière e partecipare ai funerali di Sartre, l'indomani. Del resto, ricordo il pezzo forte della mia argomentazione, non aveva teorizzato, Sartre, il "gruppo in fusione" ? E non era ciò che cercavamo di essere?
Il no che ricevetti fu corale. E non era tanto e solo per il peso - innanzi tutto economico, essendo tutti più o meno squattrinati - della spedizione, ma specialmente perché, come sentenziò uno dei miei compagni (oggi importante studioso e commentatore delle relazioni industriali), "Sartre era superato". Forse lo era, ma nel mio deluso entusiasmo vibrava tutta l'ammirazione per la capacità di quel vecchio filosofo (vecchio per noi: in realtà morì a 75 anni non compiuti, essendo nato, ovviamente a Parigi, il 21 giugno del 1905) di mettersi in gioco, sfidando le corporazioni intellettuali, gli ambienti accademici (accademico non fu mai, ma le sue opere erano oggetto di studio nei corsi universitari, non soltanto in Francia, e decine di studiosi togati si erano cimentati in interpretazioni sartriane), le forze politiche, e lo stesso senso comune.
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Se questo è il Partito Democratico
L'intervista di D'Alema al Sole 24 Ore
Moreno Pasquinelli
Ci siamo occupati, l'altro ieri, del convegno di Parma di Confindustria. Segnalavamo come il basso clero della borghesia padana, non senza disappunto dei vecchi cardinali del Capitale, si sia spellato le mani per osannare l'archetipo di ciò che questi peones vorrebbero essere, ovvero Silvio Berlusconi. A rappresentare il PD c'era Bersani il quale ha svolto, senza infamia né lode, il melenso discorsetto a cui ci ha abituati. Ben sapendo chi sia il demiurgo dei "democratici", Il Sole 24 Ore, ha ben pensato di fare una corposa e programmatica intervista a D'Alema, pubblicandola proprio domenica 11 aprile, affinché i peones padani se la trovassero per mano e si ficcassero bene in testa quale sia il cavallo di razza, il deus ex machina su cui le eminenze grigie del grande Capitale fanno affidamento per preparare l'agognato dopo-Berlusconi.
Consigliamo vivamente i nostri lettori, se vogliono farsi un'idea di ciò che bolle in pentola, di andarsi a leggere questa intervista. (clicca qui).
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Le prossime guerre europee del debito
I paesi dell'Unione Europea sprofondano nella depressione
Michael Hudson
Il debito governativo in Grecia è solamente la prima di una serie di bombe del debito europeo pronte ad esplodere. I mutui immobiliari nelle economie post-sovietiche e in Islanda sono ancor più esplosivi. Anche se questi paesi non si trovano nell’Eurozona, la maggior parte dei loro debiti è espressa in euro. All’incirca l’87% dei debiti della Lettonia è in euro o in altre valute straniere, e il paese è indebitato principalmente con banche svedesi, mentre Ungheria e Romania sono indebitate in euro soprattutto con banche austriache. Quindi i prestiti contratti dai membri non appartenenti all’euro sono serviti a sostenere i tassi di cambio per pagare questi debiti del settore privato alle banche straniere, non a finanziare i disavanzi di bilancio interni come in Grecia.
Tutti questi debiti sono insostenibilmente elevati perché la maggior parte di questi paesi sta avendo dei profondi disavanzi di bilancio e sta sprofondando nella depressione.
Ora che i prezzi reali dell’immobiliare stanno diminuendo, i disavanzi commerciali non sono più finanziati da un flusso interno di prestiti sui mutui immobiliari e da acquisizioni immobiliari in valuta straniera. Non c’è alcun modo tangibile per stabilizzare le valute (ad esempio, economie in buona salute). Nell’ultimo anno questi paesi hanno sostenuto i loro tassi di cambio prendendo a prestito dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale. I termini di questi prestiti sono politicamente insostenibili: forti tagli ai bilanci del settore pubblico, aliquote fiscali più alte per i lavoratori già tassati in modo eccessivo e piani di austerità che mandano a picco le economie e obbligano altri lavoratori ad emigrare.
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Intervista a Slavoj Zizek
di Benedetto Vecchi
La crisi del capitalismo alimenta la crescita in Europa di un inquietante e autoritario populismo che ha in Silvio Berlusconi il maggiore interprete. Ma apre anche inediti spazi per una politica che tenda al suo superamento. Un'intervista con il filosofo sloveno in occasione dell'uscita del libro «Dalla tragedia alla farsa»
Slavoj Zizek è un torrente in piena difficile da incanalare quando parla. Inizia con estemporanee impressioni sulla vita in una città un po' metropoli un po' paesotto di provincia come è Roma e ci si ritrova, non si sa come, a Copenaghen e commentare i risultati del summit lì tenuto sul cambiamento climatico. L'intervista nasce dopo la lettura del suo nuovo libro - Dalla tragedia alla farsa, Ponte delle Grazie (pp. 205, euro 15) -, che poco o nulla concede però alla sua eclettica ricerca della provocazione sulle aporie del capitalismo contemporaneo. Scritto con stile sobrio, analizza il mondo dopo la crisi economica e la tendenza di molti governi a intervenire, attraverso il finanziamento dei debiti delle banche e delle grandi imprese finanziarie, per evitare ciò che solo fino a pochi anni fa sembrava il plot di un inimmagginabile film di fantascienza sul il crollo del capitalismo.
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Gli Stati Uniti colpiscono al cuore l'energia mondiale del futuro
di Finian Cunnigham
La perforazione prevista per questo mese del giacimento gassifero di South Pars in Iran da parte della Compagnia Nazionale del Petrolio della Cina (CNPC) potrebbe essere un preannuncio o una spiegazione di piú ampi sviluppi geopolitici.
Prima di tutto, il progetto di 5 miliardi di dollari – firmato lo scorso anno dopo anni di pressione da parte dei giganti occidentali dell’energia Total e Shell secondo le ratifiche tracciate dagli Stati Uniti – svela la principale rete futura mondiale per il rifornimento e la domanda dell’energia.
I critici hanno a lungo sospettato che la vera ragione degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali coinvolti militarmente in Iraq ed in Afghanistan sia quella di controllare il corridoio centro asiatico dell’energia. Fino ad oggi, sembra che la chiave sia stato principalmete il petrolio. Per esempio, ci sono state rivendicazioni secondo le quali un progetto di una conduttura di petrolio, che andrebbe dal Mar Caspio via Afghanistan e Pakistan fino al Mar dell’Arabia, sarebbe la principale leva dietro la quale si nasconde la apparentemente futile campagna militare degli Stati Uniti in questi Paesi.
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