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I nuovi mostri
di Maurizio Sgroi
L’alba delle controparti centrali
Una delle conseguenza meno esplorate dell’esplosione della crisi finanziaria del 2008 è stata il sorgere prepotente delle Controparti centrali. Prepotente perché imposto da uno dei tanti G20 andati in scena dopo il grande crollo per cercare di salvare il mondo. E in questa hybris regolatoria i pezzi grossi hanno determinato di affidare a queste entità, che c’erano anche prima ma facevano (e fanno) dell’altro, di entrare a gamba tesa nel florido mercato dei derivati Otc, che, come abbiamo visto, muove appetiti corposi e correlati rischi.
Dal 2009 in poi tanta strada è stata fatta e tanta carta riempita di buone intenzioni. Col risultato che ormai le controparti centrali, che sono normali clearing house, hanno finito col connotarsi come il costituendo pilastro della stabilità finanziaria presente e, soprattutto futura.
Senonché, siccome, com’è noto, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ecco che i nostri regolatori notano con malcelato disappunto che centralizzare le operazione di compensazione (clearing) finanziaria di tutto il mondo in pochi soggetti, come di fatto sta succedendo in ossequio alle disposizione del G20, crea un rischio sistemico che prima non c’era (nel senso che ce n’era un altro).
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L'unione bancaria (immaginaria)
Unione Europea
Moreno Pasquinelli
La dis-Unione europea davanti alla sfida della nuova tempesta finanziaria
Il Consiglio Ecofin [il cruciale dipartimento del Consiglio dell’Unione che si occupa di Economia e Finanza, Ndr] la notte del 18 dicembre scorso approvò un protocollo d’intesa sulla cosiddetta Unione bancaria.
Per chi voglia addentrarsi nella sfera delle tecnicalità, ovvero capire i farraginosi meccanismi di questa Unione Bancaria, (s)consigliamo di leggere questa meticolosa ricostruzione di Economy 2050. Per una descrizione meno impegnativa si vedano queste schede de Il Sole 24 Ore.
Al netto dei tecnicismi noi vorremmo dare un giudizio politico e spiegare perché noi riteniamo che l’Unione bancaria si concluderà in un flop, con conseguenze letali per le sorti della Ue.
Perché l’Unione bancaria?
E’ presto detto: mettere al riparo il sistema bancario europeo da nuove tempeste finanziarie e bancarie come quella del settembre 2008 (fallimento della Lehman Brothers) che dagli Usa si propagò al resto del mondo.
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Elogio del pensiero critico
Per una reale cultura della conoscenza.
Posted by Daniela Palma
C’è una crisi ben più profonda di quella economica, che sta attraversando il mondo e che ne sta compromettendo il futuro: è la crisi dell’istruzione. Da questa osservazione prende le mosse Martha Nussbaum nel saggio Non per profitto, che offre un’ampia disamina sullo stato e sulle tendenze dei sistemi educativi e sulle ripercussioni che la deriva in atto è destinata a produrre sullo sviluppo democratico delle società.
L’analisi della Nussbaum è condotta sui sistemi educativi degli Stati Uniti e dell’India, due paesi caratterizzati da significative differenze sul piano culturale e dello sviluppo socio-economico, ma in cui è possibile ravvisare la comune tendenza a ridurre sempre più lo spazio dedicato alle materie umanistiche in tutti gli ordini di istruzione e nel finanziamento dell’attività di ricerca. Lo scopo è quello di mostrare come si stia delineando un’epocale crisi di civiltà, tale da mettere in discussione le conquiste della democrazia sulla base delle quali si è plasmato il modello di sviluppo delle nazioni più avanzate. La visione che negli ultimi decenni si è andata affermando consiste nel considerare il prodotto delle attività economiche – sintetizzato nell’indicatore del Pil – l’obiettivo fondamentale dello sviluppo, al cui raggiungimento debbono tendere le politiche dei diversi paesi. La massimizzazione della crescita economica assicurerebbe peraltro il raggiungimento di tutti quegli obiettivi di benessere diffuso e di equità dei quali un reale processo di sviluppo deve essere portatore. Da ciò discenderebbe la necessità da parte di ciascun paese di concentrare l’impiego delle risorse disponibili in attività strettamente connesse alla crescita economica, rese per lo più possibili dal possesso di competenze di natura tecnico-scientifica.
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Caso Bankitalia: il regalo alle banche è il meno
Aldo Giannuli
Il decreto relativo a Bankitalia è passato nella disinformazione generale. Cerchiamo prima di tutto di capire cosa prevede, partendo da un brevissimo excursus storico (ci scusi il lettore già informato, che può saltare a piè pari queste righe). La Banca d’Italia è una banca di diritto pubblico che, per tutto il periodo repubblicano, ha avuto un consiglio di amministrazione espressione delle banche del paese, ma questo aveva molti contrappesi: il consiglio aveva (ed ha ancora) poteri molto limitati, Bankitalia aveva un rapporto di dipendenza dal Ministero del Tesoro, le quote non erano commerciabili e le tre principali banche (Credit, Bancoroma e Comit) erano di proprietà dell’Iri. Di fatto, il potere reale dell’Istituto si concentrava nelle mani del Governatore nominato a vita dal Capo dello Stato (sino alla riforma del 2005, che ha definito la durata temporale dell’incarico) ed assistito dall’apparato tecnocratico della banca, mentre al consiglio di amministrazione, sia prima che dopo la riforma del 2005, restavano poteri abbastanza marginali.
A partire dal 1981 le cose sono iniziate a cambiare, mentre si facevano velocemente strada gli indirizzi monetaristi della scuola di Chicago, l’allora Ministro del Tesoro Andreatta, con un colpo di mano, avviò il “divorzio” fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia che acquisiva una sua marcata autonomia definitivamente sancita nel 1992 quando il ministro Guido Carli stabilì che la decisione sul tasso di sconto diventava competenza esclusiva del Governatore.
Negli anni novanta, le tre banche Iri vennero privatizzate. E questo iniziò a produrre una serie di effetti a catena.
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Paolo Leon sul capitalismo e lo stato*
di Roberto Romano
Nell’ultimo periodo sono apparsi molti libri e saggi che indagano la crisi intervenuta nel 2007. Alcuni di questi descrivono la crisi, altri analizzano le insufficienze delle politiche adottate, altri ancora denunciano l’inadeguatezza delle istituzioni europee come di quelle internazionali. Il tratto comune è quello di una crisi che affonda le sue radici nell’insufficienza della domanda, nei migliori dei casi, e nella struttura finanziaria che avrebbe contaminato la così detta economia reale. Ma la crisi del 2007 è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thacheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale. Cosa si cela dietro l’esaurimento di questo particolare paradigma? Quali sono i fenomeni sociali, economici e ri-produttivi del capitale che l’hanno determinato? Occorre passare dall’analisi allo studio del fenomeno che stiamo vivendo. In “Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (edito da Castelvecchi, collana Le Navi, 27 euro), Paolo Leon indaga la crisi del 2007 partendo dagli economisti classici (Smith, Ricardo e Marx) sostenendo che “non conosco un altro metodo capace di indagare sulla specifica natura di ogni trasformazione del capitalismo…”. Sostanzialmente un libro da studiare, con la possibilità di aprire delle nuove e inedite riflessioni sui temi e sulle tesi suggerite.
Sono tre le tesi dominanti che, assieme, concorrono a costruire una ragnatela del sapere e saper fare ricerca economica.
La prima tesi “dominante” è legata al conflitto capitale-stato.
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Ahimè!, s’è persa la classe
di Diego Giachetti
Quando si nomina la parola classe sociale è prevedibile l’obiezione di chi fa notare la necessità di declinare il concetto con quello di composizione di classe, nel senso che le classi sociali, definite dal posto che occupano all’interno di dati rapporti di produzione, sono dei “contenitori” il cui contenuto varia storicamente col variare del modo di produzione. Mutano le forme di organizzazione sociale e tecnica del lavoro, inevitabilmente nuove generazioni sostituiscono nelle classi quelle vecchie, tende a variare la composizione di genere, etnica, dovuta ai flussi migratori. Attualmente però l’obiettore della composizione di classe non mira unicamente a porre questa doverosa precisazione. Più che alla composizione di classe, a ben vedere, punta a una scomposizione della classe; assume cioè quelle variabili prima indicate per dire che il concetto di classe sociale è vuoto: perché si dà una classe solo se lotta e se ha piena coscienza, altrimenti no; perché oggi l’identità di classe, scomposta in altre identità, ha rotto i vecchi confini e ne ha tracciati di nuovi.
Intermittenza e dissoluzione della classe lavoratrice?
Chi ritiene che una classe sociale, in questo caso il movimento dei lavoratori salariati, esista solo nella misura in cui ha coscienza di sé e la esprime attraverso la costituzione di sinergie organizzative politiche, sindacali, associative e culturali ha risolto il problema. Poiché oggi le organizzazioni dei lavoratori o sono in crisi profonda, oppure sono sotto l’influenza delle idee della classe dominante, si deduce che quella narrazione ha cessato di esistere e, evidentemente, con essa il soggetto narrato. Il proletariato non è più rosso lamentano, quindi non esiste più.
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I BRICS fanno scoppiare la bolla del credito
Il rischio è uno shock deflazionistico mondiale
di Ambrose Evans-Pritchard
Sul Telegraph Ambrose Evans-Pritchard analizza le tendenze dell'economia globale: USA e Cina in contemporanea intraprendono politiche restrittive per contrastare le bolle, i paesi emergenti si difendono alzando i tassi per evitare fughe di capitali, e l'unica senza spazi di manovra rimane l'Europa, che con le sue politiche monetarie ortodosse ha già abbandonato le difese rispetto alla deflazione e alla esplosione del debito. Sorge spontanea la domanda finale: perché stanno lasciando che accada...?
Metà dell’economia mondiale è a un briciolo di distanza da una trappola deflattiva. L’FMI dice che la probabilità che ciò accada potrebbe essere ora del 20%.
Una circostanza importante è che le 2 superpotenze monetarie - USA e Cina – starebbero entrambe adottando misure restrittive che portano verso tale 20% di rischio, senza dubbio perché hanno concluso che le bolle speculative stanno diventando un pericolo ancora più grande.
"Dobbiamo essere estremamente vigili" ha detto a Davos Christine Lagarde del FMI.
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Storie reticolari
Tre decenni di invenzione continua della rete informatica
di Mattia Galeotti
Chiamiamo rete l’insieme delle relazioni tra corpi. La scelta di questo termine non è casuale, il termine “rete” descrive uno spazio non-gerarchico ma che contemporaneamente non è né “piatto” né “orizzontale”, bensì striato e disomogeneo. Chiamiamo rete informatica quella parte della rete che, a partire dall’invenzione di internet sul finire degli anni ’80, si esprime attraverso terminali informatici interconnessi (dai vecchi computer agli smartphone e tablet più moderni). La rete informatica ha raggiunto, da ormai più di dieci anni, un ruolo primario all’interno della rete in senso largo, fino al punto che con il termine “rete” siamo soliti parlare proprio della rete informatica. In particolare nel processo di estrazione di valore dall’insieme delle relazioni umane che caratterizza l’odierno capitalismo cognitivo, la rete informatica rappresenta uno dei punti più alti, capaci cioè di determinare ed organizzare moltissime altre forme di valorizzazione.
In questo testo vogliamo tracciare una breve genealogia delle strutture della rete informatica, quell’insieme di “luoghi virtuali” (siti, blog, portali), social networks e pratiche collettive che ci dicono cosa la rete informatica era nelle varie fasi del suo sviluppo. Cercheremo di mostrare che la valorizzazione monetaria della rete informatica è sempre stata una cattura “a valle” di processi di produzione sociale (di affetti, linguaggi, narrazioni) che avvenivano ed avvengono “a monte”.
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L’attacco agli enti locali è sistemico
Il braccio operativo è Cassa Depositi e Prestiti
di Marco Bersani
1. Uno dei nodi cruciali della guerra alla società, dichiarata dalle lobby finanziarie con la trappola della crisi del debito pubblico, vedrà nei prossimi mesi al centro gli enti locali, i loro beni e servizi, il loro ruolo. Infatti, poiché l’enorme massa di ricchezza privata prodotta dalle speculazioni finanziarie, che ha portato alla crisi globale di questi anni, ha stringente necessità di trovare nuovi asset sui quali investire, è intorno ai beni degli enti locali che le mire sono ogni giorno più che manifeste.
2. Già nel rapporto “Guadagni, concorrenza e crescita”, presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese : “ (..) I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza. (..) Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a 421 miliardi e che una parte corrispondente a 42 miliardi non è attualmente in uso.
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Attacco alla democrazia
Velvet Secret
Prima di tutto, a vedersi scorrere davanti l’ennesima rissa farlocca tra parlamentari, la prima cosa di cui viene voglia è, almeno, una rissa vera. Cosa sono quei buffetti, quelle carezze, quelle cravatte che svolazzano, quelle signore e quei signori che si puntano il dito sul naso e poi dicono: “Che fai, mi tocchi”?
Ma lasciamo perdere.
In queste ore possiamo ammirare la compattezza (quella sì, marziale) con cui i mezzi d’informazione e i partiti politici si rincorrono nello sport preferito di queste ore, la caccia/lapidazione del “Grillino”. Colpevoli di aver interrotto la seduta della camera prima, e della commissione affari costituzionali poi, infine responsabili di aver formalmente ipotizzato un prolungato attentato alla costituzione da parte del capo dello stato (e averne quindi chiesto la messa in stato d’accusa), i parlamentari M5S sono sotto il fuoco di fila: “antidemocratici” (Sel), “fascisti” (Pd), “squadristi” (Forza Italia), “utili idioti” (Fratelli d’Italia), “irrispettosi” (Lega Nord). Per non parlare delle voci di scandalo che si sono levate dai quotidiani Corriere, Repubblica, Stampa, Messaggero, Unità, Manifesto, Secolo d’Italia, e persino un po’ dal Fatto Quotidiano.
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Caso Electrolux: il vero cuneo è quello dell’euro
Andrea Ricci
Il caso Electrolux, con la richiesta della multinazionale svedese di una drastica riduzione dei salari per evitare il trasferimento della produzione in Polonia, ha di nuovo acceso i riflettori sul cuneo fiscale e sulla bassa produttività del lavoro come cause primarie della perdita di competitività dell’industria italiana[1]. Sono davvero queste le ragioni fondamentali che spingono le imprese alla delocalizzazione produttiva?
Nella tabella[2] seguente sono riportati alcuni dati comparativi tra l’Italia e la Polonia, relativi alle retribuzioni e alla produttività del lavoro:
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L’Europa chiusa in gabbia
Marco Bascetta
Nella prefazione a una raccolta di articoli di Slavoj Zizek e Srecko Horvat (Cosa vuole l’Europa?, Ombre corte, pp. 153, euro 14) scrive Alexis Tsipras: «l’economia è come una mucca. Si nutre di erba e produce latte. È impossibile ridurre la sua razione di erba di tre quarti e pretendere che produca quattro volte più latte. Essa ne morirebbe semplicemente». È una immagine semplice e incisiva quella cui fa ricorso il leader di Syriza per descrivere le pretese che la Troika avanza nei confronti della Grecia e i loro devastanti effetti. Fatto sta che il suggestivo esempio scelto da Tsipras è veritiero solo fino a un certo punto. La dottrina e la pratica del neoliberismo hanno trovato da un pezzo il modo di mungere anche la più scheletrica delle mucche, pur rinviandone costantemente il decesso. A partire dalla separazione netta e indiscussa tra l’obbligo di pagare gli interessi del debito e la necessità della crescita economica. Laddove il primo rappresenta un imperativo oltre che indipendente gerarchicamente sovraordinato alla seconda. La rendita finanziaria si garantisce, insomma, non sulla base di una espansione produttiva, ma sulla base di un potere di ricatto spudoratamente travestito da principio etico.
Strangolati e risanati
Per restare nella metafora bovina, la nostra mucca non avrà bisogno di produrre quattro volte più latte, ma di riversare gran parte del poco che produce nella cisterna dei creditori.
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Tsipras: "Per non sprecare un'occasione"
di Mimmo Porcaro
La candidatura di Alexis Tsipras alle prossime elezioni europee ha suscitato, come era auspicabile, un’affollata discussione all’interno di ciò che resta della sinistra radicale. Peccato che la discussione verta quasi solo su questioni secondarie e dia per scontata la questione più importante, ossia quella della presunta riformabilità dell’Unione europea. Secondaria, ed anche un po’ consunta, è infatti la querelle tra partiti e società civile, alla quale non mi sottraggo solo perché sono stanco di sentir ripetere che i partiti sono i malati e la società civile è il dottore: la prima affermazione è giusta, la seconda no. Da chi è composta, infatti la famosa società civile? Da lavoratori di media o alta qualificazione, da intellettuali che tutti insieme vanno a formare quella classe “riflessiva” che è senz’altro decisiva per qualunque seria politica, ma che al momento (con le dovute eccezioni) riflette su tutto tranne che sulle cose essenziali. Che sono: a) come pensare una concreta alternativa al modo di produzione capitalistico (qualcosa, insomma, che vada oltre la rivendicazione di questo o quel diritto e si concentri sui rapporti di proprietà e di potere), visto che il capitalismo attuale non mostra alcuna intenzione di scendere a compromessi? E poi: b) come sanare quella crescente frattura tra frazioni qualificate e frazioni dequalificate del lavoro, tra organizzati e frammentati, tra “democratici” e “populisti” che è il principale ostacolo alla formazione di una efficace alleanza popolare?
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Il lavoro dell’astrazione
Sette tesi provvisorie su marxismo e accelerazionismo
di Matteo Pasquinelli
1. Il capitalismo è un oggetto di elevata astrazione, il comune è una forza di ancor più grande astrazione.
La nozione di lavoro astratto di Marx identificò per la prima volta il motore centrale del capitalismo, ovvero la trasformazione del lavoro in equivalente generale. In seguito, Sonh-Rethel (1970) individuò la stretta relazione che passa storicamente tra astrazione del linguaggio, astrazione della merce e astrazione del denaro. Nella cosiddetta ‘introduzione’ ai Grundrisse (scritta nel 1857) Marx chiarisce l’astrazione come metodologia di analisi che emergerà solo dieci anni più tardi nella pagine del Capitale (1867). Come ricordano in molti (Ilyenkov 1960), in Marx il concreto è un risultato, è un prodotto del processo di astrazione: la realtà capitalistica, così come quella rivoluzionaria, è una invenzione. “Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, quindi unità del molteplice. Per questo nel pensiero esso si presenta come processo di sintesi, come risultato e non come punto di partenza, sebbene esso sia il punto di partenza effettivo e perciò anche il punto di partenza dell’intuizione e della rappresentazione” (Marx 1857: 101). L’astrazione è sia la tendenza del capitale, sia il metodo del Marxismo. L’operaismo viene quindi a strappare l’astrazione dal doppiopetto del capitale per ricucirla addosso alla tuta del proletario: astrazione è sia il movimento del capitale, sia il movimento della resistenza ad esso.
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La via italiana alle riforme strutturali "tombali"
Tra Electrolux e "Job Act"
Quarantotto
Sono tempi strani, come abbiamo visto.
Persino una rubrica di "arguto commento" su Dagospia sembra aver metabolizzato certi concetti che, mettiamo solo un paio di anni fa, sarebbero stati eretici se non impopolari (la cultura "livorosa pop" pareva molto più saldamente in sella):
"Per salvare la produzione in Italia gli svedesi di Electrolux vogliono che gli stipendi calino da 1.400 a 800 euro al mese. Il costo del lavoro negli stabilimenti del Nord Est deve allinearsi il più possibile a quello di Polonia e Ungheria. Il Sole 24 Ore commenta serafico: "le multinazionali mirano sempre di più al taglio dei costi e all'aumento della produttività" e la colpa è tutta nostra che "non abbiamo fatto le riforme" per offrire migliori "condizioni di costo del lavoro, burocrazia e infrastrutture" (p. 35).
Sarà, ma ci sono altre due notizie che dovrebbero far riflettere: aumentano i poveri e un italiano su sei vive ormai con meno di 640 euro al mese, mentre la Bundesbank tedesca vorrebbe imporre una patrimoniale ai cittadini dei paesi che rischiano il default.
Queste tre notizie, se messe insieme, spiegano molto. Siamo un paese che si è svenato, si sta svenando e si svenerà sempre di più per restare nella moneta unica. Abbiamo accettato l'idea tedesca che il debito pubblico sia il male assoluto e ci siamo incaprettati con il pareggio di bilancio in Costituzione e il fiscal compact. Non ci possiamo salvare perché non abbiamo sovranità monetaria, non possiamo applicare dazi, non possiamo fare dumping fiscale (anzi, dobbiamo subirlo), non abbiamo più la struttura industriale per vivere di esportazioni.
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Teoria delle onde lunghe e crisi del capitalismo contemporaneo
di Michel Husson
Non vi è certamente modo migliore di rendere omaggio a Ernest Mandel che applicarne il metodo, quello di un marxismo vivo, non dogmatico. D’altronde, la profondità della crisi attuale rende ancor più indispensabile la rivalutazione critica degli strumenti d’analisi che Mandel ci ha lasciato. Il presente contributo cercherà quindi di rispondere a questa questione: la teoria delle onde lunghe costituisce un quadro adeguato per l’analisi dell’attuale crisi, della sua genesi e della nuova fase che apre?
Una volta richiamata a grandi linee questa teoria, cercheremo di applicarla al complesso della fase neoliberista del capitalismo, alternando considerazioni teoriche e osservazioni pratiche. Condurremo questo esame secondo due linee direttrici. La prima è che il capitalismo neoliberista corrisponde a una fase recessiva il cui tratto specifico essenziale è la capacità del capitalismo di ristabilire il saggio di profitto, nonostante un saggio di accumulazione stagnante e mediocri aumenti di produttività. La seconda è che non ci sono le condizioni del passaggio a una nuova onda espansiva e la fase che si apre è quella di una “regolazione caotica”.
Onde lunghe
La teoria delle onde lunghe ha costituito inizialmente il tema affrontato nel Capitolo 4 de El capitalismo tardÍo [“Il tardo-capitalismo”, o “La terza età del capitalismo”] (Mandel, 1972 – v. Bibliografia finale]) ed è poi stata sviluppata in una serie di lavori, in particolare nel libro Las ondas largas del desarrollo capitalista [“Le onde lunghe dello sviluppo capitalistico”] (Mandel, 1986).
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Il patto dell'Europa
di Fabio Mengali
Il blocco neoliberale tra attacco al lavoro e diritti civili. Lo spazio dei movimenti sta nella cittadinanza insorgente e nei diritti sociali
Hollande ha aperto il nuovo anno con un outing pubblico che i giornali francesi non hanno recepito. Non stiamo parlando delle vicissitudini circa la sua vita sentimentale, ben narrate da tutti i media, ma di ciò che inizialmente è passato quasi inosservato. L'outing a cui mi riferisco è la sua spudorata dichiarazione del suo orientamento politico: ha ammesso, proprio durante la presentazione del suo patto di responsabilità, di essere un “moderato social-democratico”, termine che subito dopo la sua entrata all'Eliseo aveva sempre rifiutato. Benché fosse ormai evidente l'allineamento di Hollande alla Troika europea, mai in Francia si era parlato di aperta e diretta austerità e di intervento drastico nel mondo del lavoro, con l'abbassamento dei suoi costi e la riduzione delle sue tutele.
Da questo passaggio non secondario, riguardante uno dei paesi portanti dell'economia dell'Eurozona, si può provare a fare delle considerazioni sull'Europa. Dagli ultimi dati, sembra che la riorganizzazione dei mercati finanziari europei stia intraprendendo la via della deflazione. Molti economisti – dichiaratamente liberal - vedono infatti il pericolo della deflazione alle porte dalle nuove misure in materia economica del continente.
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L’uso politico della storia e il revisionismo dal volto umano
In attesa dell’ennesima giornata del ricordo a senso unico
Militant
Da diversi anni le campagne politiche volte a rileggere alcuni fenomeni della storia del Novecento hanno perso di veemenza. Da una fase di attacco a tutto campo della lettura “resistenziale” di determinati episodi della storia nazionale, si è passati ad una più efficace guerra di logoramento ideologico. Siamo passati dalle sbraitate storaciane contro i testi scolastici filo-comunisti al tentativo culturale di Romanzo Criminale o di Benigni nell’apologia del sano nazionalismo o dell’esaltazione della violenza criminale opposta a quella politica. Insomma, se la guerra ideologica contro ogni ipotesi di cambiamento politico reale continua, cambiano gli strumenti utilizzati, adeguati alle diverse fasi politiche e ai differenti contesti culturali di volta in volta presenti. C’è però una data che permane nel paesaggio istituzionale italiano figlia dello scorso decennio, quello in cui la destra aveva necessità dello sdoganamento politico e il sistema paese, nel suo complesso, bisogno di nuova linfa patriottica: il 10 febbraio. Quest’anno cade peraltro il decennale, sempre meno festeggiato a dire il vero, del “giorno del ricordo”, data in cui l’Italia si scoprì vittima del vero Olocausto del XX secolo, le foibe. Per anni ci siamo preoccupati di dare una lettura differente di tale data, concessa ad Alleanza Nazionale quale momento in cui celebrare l’italianità e i sacri valori del nazionalismo, libera finalmente dall’accusa di fascismo che si portavano appresso manifestazioni di questo tipo.
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Il corpo tossico del godimento
Su The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese
di Pietro Bianchi
Mettiamoci il cuore in pace. Non esistono film che riescano a mostrare sullo schermo il capitalismo finanziario. Il capitalismo è una faccenda troppo complessa per essere ridotta a una storia e a una serie di immagini. Il cinema invece ha bisogno di una messa in scena, di un’idea che possa essere “immaginarizzata” e diventare l’epopea di un protagonista, l’immagine di un luogo, l’affetto di una relazione. E infatti nella storia del cinema è stato possibile creare delle immagini della libertà, dell’amore, dell’odio e della violenza, o anche di concetti più complessi e persino astratti come il bisogno di Dio, l’irrazionalità delle pulsioni, lo scorrere non-lineare del tempo etc. Ma del capitalismo invece no, non è mai stato possibile crearne un’immagine.
Perché il capitalismo resiste al fatto di essere messo in immagine? Innanzitutto perché non è un singolo avvenimento, ma una logica invisibile (anche se intellegibile) che mette insieme eventi diversi che pur essendo lontanissimi, e molto spesso ignari gli uni degli altri, sono legati tra loro. Che cosa hanno in comune la City londinese, con le fabbriche del sud-est asiatico, le miniere di rame del Cile, i circuiti internazionali della logistica, l’agricoltura della California etc.? Nulla apparentemente.
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Vent'anni di Silvio Berlusconi
di Diego Giachetti
Vent’anni or sono, il 26 gennaio del 1994, Silvio Berlusconi annunciò la sua discesa nell’arena politica con Forza Italia, partito costruito repentinamente davanti a un notaio a Milano il 29 giugno 1993. L’uomo che stava per scendere nella politica era presidente della Fininvest un grosso gruppo imprenditoriale, composto da circa 300 aziende organizzate in sette comparti, poteva contare su 40 mila collaboratori sparsi su tutto il territorio nazionale nelle sedi regionali di Pubblitalia, disponeva di 530 punti vendita Standa, di 300 aziende di Programma Italia, più gli uffici di Mediolanum assicurazioni e di Edilnord. Le risorse finanziarie, umane, organizzative, tutte necessarie alla costruzione del movimento politico, vennero dalle aziende Fininvest, ad iniziare dalla gruppo dirigente, quello aziendale, che si trasferì in politica.
Un partito costruito dall’alto quindi, governato e organizzato dallo staff aziendale con a capo il suo presidente in una fusione diretta tra rappresentanza politica e rappresentanza di interessi economici che non aveva precedenti nella storia italiana e che poteva trovare un suo spazio e una sua collocazione approfittando di due coincidenze: il disorientamento in cui versava un’Italia conservatrice, numerosa ma disomogenea, accomunata da una forte avversione per la sinistra; la riforma elettorale (il Mattarellum) che nel 1993 aveva abolito il sistema proporzionale, in vigore dal 1946, introducendo il maggioritario-bipolare.
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Rivoluzione, non sinistra
Diciassette appunti contro la disillusione organizzata
Roberto Ciccarelli
1. L’avvenire della sinistra non è il nostro avvenire. Così come quello del Pd, di Vendola, di Matteo Renzi, di Berlusconi, di Tsipras o di Grillo non è il nostro. C’è una confusione che fa soffrire, tra chi parla dell’avvenire di riforme o di rivoluzioni, come fa la politica, e il divenire di ciascuno. Non sono mai stati la stessa cosa e tuttavia – ieri e come oggi – la politica si fonda sulla confusione tra questi piani. Da un lato, c’è chi sempre parla di un futuro generico che riguarda tutti. Dall’altro lato, c’è sempre chi cerca in questo racconto di trovare uno spazio per sé. Mai che si parli di un divenire a partire da sé, si parla solo di quale spazio trovare all’interno di una casa già arredata. Il singolo deve trovare la forma per adattarsi ai concetti esistenti.
2. La sinistra è un concetto che rimanda ad un’idea di futuro e di giustizia sociale per tutti. Questa è tuttavia solo l’origine del concetto. Poi c’è la realtà storica. Quando oggi si parla di sinistra, si parla di una storia di fallimenti. Chi tiene a questa idea, “sinistra”, rileva il punto di vista dello storico malinconico: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Quella americana, francese, sovietica, e poi i movimenti. C’è un aspetto autoconsolatorio nel parlare di “sinistra”, nell’appartenere a questo campo dello spirito, nemmeno più elettorale: tutte le rivoluzioni sono destinate a fallire. Sinistra è la strada che mostra il cinismo dell’“uomo” del Dopo storia. Lì dove finiscono le potenzialità del presente, ecco nascere un discorso sulla sinistra che evoca un “mondo nuovo”, una discontinuità, un’alternativa oltre la gabbia del presente.
3. Chi dice che le rivoluzioni sono destinate a fallire? Lo storico, il politico di professione o il burocrate. Chi dice che c’è sempre uno spazio per il divenire rivoluzionario di ciascuno?
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Frequently Asked Questions sull'Euroexit
di Jacques Sapir
Il dibattito sull'uscita, o sulla dissoluzione dell'Euro, suscita una serie di domande che continuano a ripetersi. Raccogliamone alcune nella nota che segue, al fine di chiarire il dibattito.
1 - Differenza tra deprezzamento e svalutazione della moneta
Questi due termini sono oggi usati come sinonimi. In realtà fanno riferimento a cose leggermente diverse.
1. Svalutazione è un termine usato quando la valuta ha un regime di cambio fisso, sia esso rispetto a un metallo (l’oro, l’argento o entrambi) o a una moneta (la Sterlina, il Dollaro, etc.). La parità è garantita dallo stato, che si impegna a scambiare una certa quantità della sua moneta contro una certa quantità del riferimento, metallo o un’altra valuta, a un tasso di cambio determinato. Si parla di svalutazione quando questo tasso viene ribassato ufficialmente. La svalutazione veniva praticata nei sistemi monetari a tasso fisso (per esempio Bretton Woods). Per analogia, se un governo si impegna a garantire una parità della propria moneta entro dei margini di oscillazione noti (+ o - 5%) rispetto ad un tasso di cambio, ma poi annuncia che la sua moneta fluttuerà oltre i vecchi limiti, si parla di svalutazione o rivalutazione a seconda della variazione che avviene quando questi limiti vengono superati.
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Quel che resta di Auschwitz
Una riflessione sul libro di Giorgio Agamben
di Isabella Adinolfi
Pubblichiamo questa riflessione di Isabella Adinolfi sul libro di Giorgio Agamben Quel che resta di Auschwitz. Il pezzo in questione è uscito originariamente sulla rivista di filosofia Diapsalmata pubblicata sul sito web di Orthotes Editrice, che vi invitiamo a visitare
Il libro di Giorgio Agamben è una stimolante riflessione sulla Shoah, su ciò che essa ha significato per l’etica e, più in generale, per la comprensione dell’uomo, un libro che mette in moto i pensieri, con cui si può essere d’accordo oppure no, ma che, comunque, non si può non considerare una riflessione originale e intelligente su questo tragico fatto storico e sulle sue implicazioni politiche, giuridiche e soprattutto morali. Rispetto all’etica Auschwitz ha rappresentato infatti la più radicale messa in discussione dei suoi valori fondamentali, delle sue regole, d’oro e d’argento che siano. Con un’immagine suggestiva, nell’Avvertenza che apre il suo studio, Agamben si augura che alcuni problemi sollevati dall’analisi del fenomeno Auschwitz, possano aiutare ad orientare futuri “cartografi” di una “nuova terra etica” (pp. 9-10). E qualche riga sopra la crisi dell’etica tradizionale viene annunciata con queste parole: “Come si vedrà, quasi nessuno dei princìpi etici che il nostro tempo ha creduto di poter riconoscere come validi ha retto alla prova decisiva, quella di una Ethica more Auschwitz demonstrata” (p. 9).
Auschwitz – osserva ancora lo studioso – rappresenta il luogo di un esperimento ancora impensato: tutti i metalli dell’etica tradizionale raggiungono il loro punto di fusione in quella che Levi ha designato come “zona grigia”, un’incessante alchimia dove l’oppresso diventa l’oppressore e il carnefice appare a sua volta come vittima (p. 19).
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Lavoro cognitivo
Intervista a Enzo Rullani
1. Se dovesse individuare delle qualità fondamentali per definire la trama del lavoro cognitivo oggi emergente, cosa indicherebbe?
Per identificare le qualità rilevanti del lavoro cognitivo, bisogna innanzitutto capire che cosa è e dove lo troviamo, nei processi produttivi di oggi. Bisogna innanzitutto distinguere il lavoro cognitivo con cui abbiamo a che fare ai nostri giorni (nel contesto della modernità) dal lavoro energetico-muscolare del passato (riferito ai modelli provenienti dall’epoca pre-moderna). In linea generale, possiamo chiamare lavoro cognitivo ogni forma di lavoro che – come output utile – produce conoscenza, usando questa conoscenza sia per generare significati o legami dotati di valore (per gli interlocutori a cui sono rivolti), sia, in altri casi, per governare e avviare trasformazioni materiali realizzate da macchine e da energia artificiale.
Il lavoro energetico invece è una forma di lavoro che usa la forza muscolare per trasformare i materiali, trasportare oggetti pesanti, arare la terra ecc., dando loro una forma utile.
La linea di demarcazione tra le due forme di lavoro, però, è meno ovvia di quello che sembra. Per due ragioni: prima di tutto, anche il lavoro cognitivo dello scienziato, dell’artista, del professore, del tecnico utilizza il corpo e le sue capacità fisiche per produrre/usare la conoscenza; d’altra parte, è altrettanto vero che il lavoro energetico non è soltanto energia allo stato “puro”, ma è sempre energia guidata dall’intelligenza “biologica” dell’uomo-lavoratore, necessaria per rendere efficiente il lavoro di trasformazione realizzato.
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E' arrivato l'asfaltatore, senza piume sul cappello
Giorgio Salerno
«La guerra è finita» titolava trionfalmente su nove colonne il Giornale di Alessandro Sallusti domenica 19 gennaio e gli occhielli sottolineavano «La svolta della sinistra. Renzi riceve Berlusconi e lo riconosce come primo e legittimo interlocutore».
Non ritornerò sulle considerazioni già svolte, e con molta più autorevolezza dello scrivente, da emeriti giuristi, eminenti politologi, opinionisti di fama sul senso politico dell'incontro tra Berlusconi e Renzi nella sede del PD e sul merito della legge elettorale su cui i due si sono accordati. Basti dire che essa, prontamente battezzata da Sartori come 'Bastardellum', non risolve i problemi di incostituzionalità segnalati dalla Corte Costituzionale sul Porcellum in merito all'entità del premio di maggioranza ed all'impossibilità per gli elettori di scegliere il proprio rappresentante. Inoltre il pastrocchio berlusconian-renziano, aggrava, volutamente, con le alte soglie di accesso al Parlamento, i limiti di rappresentatività delle Camere.
Il segretario democratico, a chi gli chiedeva di abbassare la soglia di sbarramento (5% per i partiti in coalizione, 8% per i partiti da soli e 12% per le coalizioni), ha risposto in modo sprezzante ed arrogante: «Si mette la soglia di sbarramento proprio per evitare il ricatto dei partitini. I partitini si arrabbiano? Si arrangino. Basta al potere di ricatto».
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