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Uscire dall'euro, una scorciatoia*
Marco Bertorello e Danilo Corradi
La crisi dell'Euro trascina con sé una molteplicità di problemi e potenziali soluzioni. L'economia politica condotta a livello continentale svela tutte le sue contraddizioni, facendo precipitare il contesto e rendendo urgenti scelte di cambiamento radicale. Alla crisi ha corrisposto il riemergere di un'opzione nazionale, che viene interpretata come una prospettiva adeguata ai problemi che abbiamo di fronte. Il rischio è che l'opposizione al rigore e all'austerità slitti verso un progetto di ripiegamento statual-nazionale che non fa i conti con i problemi di ordine globale, rinviando un approccio sistemico e fondamentalmente alternativo. In ogni caso il punto di partenza è rappresentato dal caso greco.
La Grecia esce oppure è fuori?
In un recente interventoEmiliano Brancaccio dava come chiave di lettura della sconfitta di Syriza la sua posizione «palesemente contraddittoria» nel chiedere una rinegoziazione del famoso memorandum, senza affrontare in maniera esplicita le possibili conseguenze derivanti da un eventuale fallimento di tale richiesta. É possibile che Syriza sia stata reticente nel ragionare in dettaglio sulle conseguenze derivanti da una risposta negativa della Troika, ma era piuttosto chiaro che le conseguenze di una chiusura della trattativa avrebbero condotto alla ristrutturazione unilaterale del debito da parte della Grecia. L'atteggiamento di Syriza, dunque, è stato tattico, dato che erano gli avversari a denunciare pesantemente il suo presunto profilo anti-europeista, ma non si può dire che non agitasse l'unico potere di contrattazione di cui disponeva la Grecia: il suo debito e persino la libertà di circolazione di capitali e merci sul proprio territorio. La pesantezza con cui è stata affrontata la campagna elettorale in Grecia, anche con bordate dal resto del continente, è stata all'insegna dell'isteria euro-si euro-no, come se vi fosse stato un referendum sulla moneta unica, piuttosto che su come uscire dalla crisi europea in generale e nello specifico dei suoi debiti sovrani.
La critica di Brancaccio, seppur fondata, appare un po' ingenerosa. Indubbiamente la ristrutturazione unilaterale del debito pubblico greco avrebbe potuto implicare l'abbandono della moneta unica.
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Un capitalismo in cerca di vie d'uscita
di Biagio Borretti
Il vicolo cieco e la crisi sistemica del capitale. Si è tenuta a Napoli, tra il 29 ed il 30 giugno scorsi, una due giorni di studi ed approfondimenti sullo stato attuale della crisi del capitalismo organizzato dalla Rete dei Comunisti.
Il convegno, svoltosi tra venerdi pomeriggio e sabato mattina , è stato suddiviso in tre sessioni di discussione: “Guerra delle monete e trappola della liquidità” (con relazioni di Luciano Vasapollo, Leonidas Vakiatokis, Franco Russo e Guglielmo Carchedi); “La divaricazione e la competizione tra Usa e Unione Europea” (relazioni di Sergio Cararo, Giorgio Gattei, e Francesco Piccioni); “L’alternativa può venire dai paesi emergenti?” (relazioni di Mauro Casadio, Vladimiro Giacchè, Ignacio Mendoza), il tutto introdotto e moderato da Michele Franco.
L’intervento di Luciano Vasapollo si è incentrato sull’analisi della moneta come “regolatore del ritmo di accumulazione del capitale” e sulla natura del denaro così come del credito, laddove il denaro di credito è prodotto dentro le leggi del mercato e quindi è anch’esso merce. Una merce particolare, però, che non ha valore: il suo prezzo è rendita e non profitto. Ne consegue una lettura della crisi come crisi di valorizzazione e non da insufficienza di domanda.
La parte finale della sua relazione si incentra, invece, sulla ricostruzione delle differenti reazioni dei poli imperialistici e del Comecon alla fine del sistema di Bretton Woods, sottolineando il particolare interesse che oggi potrebbe suscitare un rinnovato studio della organizzazione e della funzione dell’allora Banca internazionale di collaborazione economica interna al Comecon.
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Il grande bluff europeo
di Guido Viale
A Bruxelles l'Europa non è certo uscita dal coma in cui l'ha gettata la crisi dell'euro. Né le risorse economiche, né - e meno che mai - quelle politiche messe in campo sono adeguate per resistere a una speculazione in buona parte promossa da quelle stesse banche e istituzioni finanziarie che tengono sotto scacco la moneta unica, ma che ne sono anche le principali beneficiarie. I governi degli Stati membri, sia quelli forti che quelli deboli, sono di fronte a un'alternativa secca: o salvare banche, finanza e assetto istituzionale dei cosiddetti mercati; o salvare i diritti: quelli del lavoro, quello al lavoro e al reddito, quelli alla sicurezza, all'esercizio della cittadinanza, alla dignità della persona.
Per alcuni governi l'alternativa si pone in maniera stringente: i soggetti da depredare con i cosiddetti compiti a casa (mai espressione più cretina era comparsa nel lessico politico) sono i propri concittadini. Per altri l'alternativa sembra più mediata: per ora a soffrire devono essere i cittadini di altri Stati: per i quali risanare il bilancio del proprio Stato altro non significa che salvare le banche che gli hanno fatto credito in modo irresponsabile negli anni delle vacche grasse: banche per lo più proprio di quegli Stati che oggi vorrebbero insegnare a tutti la moderazione.
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Vivi e lascia morire
Written by Dante Barontini
Il principio fondamentale del capitalismo tradotto in spending review.
Come al solito, con questo governo di "tre-cartisti" laureati, stiamo qui a discutere di qualcosa che nessuno conosce nei dettagli. Quel che tutti hanno in mano sono le dichiarazioni rilasciate all'uscita dell'incontro con il governo da rappresentanti degli enti locali, di Confindustria e dei sindacati “complici”. E se si dovesse ascoltare soltanto questi ultimi non si capirebbe assolutamente nulla, stretti come sono tra l'esigenza di fare il viso delle armi (senza intanto muovere un dito) e la necessità vitale di attenuare la gravità delle mosse dell'esecutivo (che richiederebbero non uno sciopero generale, ma un blocco prolungato dell'intero paese).
Il governo, sostenuto da tre partiti in via di estinzione e da una stampa mainstream ben oltre i limiti dei fogli di regime, prosegue nel gioco retorico, che fin qui è riuscito benissimo, da un paio di decenni a questa parte. Si mettono giovani contro anziani, dipendenti pubblici contro privati, precari contro stabili, esodati contro pensionati, e alla fine si tira fuori il jolly che peggiora le condizioni di vita di tutti. Equamente...
Il gioco è ancora più semplice in questo caso, perché sotto tiro finiscono i dipendenti pubblici, contro cui è stato costruita una mostrificazione di luoghi comuni, spesso purtroppo avallata da alcuni comportamenti autolesionistici della categoria.
Al di là dei comportamenti, dunque, bisogna individuare il “disegno” di riorganizzazione della macchina pubblica che emerge nettamente dall'insieme delle misure pur confusamente descritte dagli interlocutori del governo ieri. È una macchina indebolita in ogni settore meno che in quelli militari e di polizia. Persino la magistratura (e la parte amministrativa degli uffici relativi) viene pesantemente “tagliata”, eliminando tribunali, uffici, sedi. Anche i processi, in un sistema costituzionale ristretto al solo potere esecutivo, diventano un lusso di cui si può fare agevolmente a meno.
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Il disagio della cultura
di Tonino Bucci
Il disagio della cultura è uno dei tratti paradossali della società contemporanea. Il degrado delle istituzioni culturali e le politiche di tagli di bilancio a scuola, università, ricerca, musei, archivi, teatri, cinema ed editoria, è solo un lato del problema. Prima ancora di essere erosa dalle logiche di contabilità dei governi, la cultura è oggi messa a rischio dal venir meno della legittimazione di cui godeva in passato e dal discredito del suo ruolo nella comunità. Tramontata la stagione dell'engagement, da un lato, e dell'universalismo dei valori, dall'altro, il segno più evidente della decadenza culturale è proprio la trasformazione del ruolo degli intellettuali – ammesso che in un tempo di profonda rivoluzione delle professioni cognitive si possa ancora parlare degli intellettuali come di un ceto sociale. Seconda un'efficace formula di Zygmunt Bauman, l'intellettuale contemporaneo sarebbe passato dalla funzione di legislatore a quella di interprete. Quella figura di intellettuale che in passato, a torto o a ragione, poteva accreditarsi agli occhi della società come portavoce di istanze universali, capace di indicare ideali e modelli per l'avvenire, ha oggi abbandonato il campo a vantaggio di una nuova schiera di professionisti della comunicazione.
L'intellettuale dei nostri giorni non ha verità alle quali legare il proprio destino, ma solo opinioni candidate, di volta in volta, a incarnare le mode dei tempi e destinate a essere accantonate non appena sorgano opinioni concorrenti più in sintonia con lo spirito dominante. Alla cultura che ambiva ad esprimere l'universalità del genere umano si sostituisce oggi una sorta di marketing delle idee da utilizzare disinvoltamente a seconda delle opportunità e delle convenienze. Ai nuovi intellettuali – ma forse sarebbe meglio parlare di intellettualoidi, sulle orme della definizione di Corinne Maier1 – si addice il ruolo non più di legislatori, ma di interpreti, di traduttori a uso e consumo del grande pubblico delle idee dominanti e funzionali al potere e ai gruppi sociali più influenti: traduttori che prediligono perlopiù il linguaggio orale e delle immagini, quello più congeniale agli studi televisivi.
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La storia si ripete
Riflessioni sulle conclusioni del summit europeo del 28-29 giugno 2012
di Andrea Fumagalli
La chiusura del vertice europeo di Bruxelles del 28-29 giugno è stata salutata dalla stampa europea, e in particolare da quella italiana, come una svolta. La conferenza stampa finale ribadiva il cambiamento. Ma siamo certi che sia proprio così?
Due erano i principali punti all’ordine del giorno. Il primo doveva trattare delle situazioni nazionali che vivevano una particolare situazione di crisi, soprattutto nell’ambito del mercato del credito. I riflettori erano puntati su Grecia, Spagna e Cipro. Con riferimento alla Grecia, si trattava di dare una risposta alla richiesta del nuovo governo ellenico, pressato da una crescente opposizione politica, di diluire nel tempo il piano, ancora di lacrime e sangue, di rientro del debito pubblico, in un contesto, comunque, in cui il commissariamento europeo, ledendo la sovranità greca sul solo lato della spesa, garantiva il reperimento della liquidità necessaria al pagamento degli interessi (da usura) alle banche creditrici di Germania e Francia. Ebbene, molto semplicemente tale richiesta non è stata nemmeno presa in considerazione. Si è preferito soffermarsi, invece, sul problema della sostenibilità finanziaria delle banche cipriote e spagnole. Al riguardo, con particolare riferimento alle banche spagnole (declassate più volte dalle agenzie di rating), oltre a confermare l’intervento dell’ammontare di circa 62 miliardi di euro deciso nelle settimane scorse sotto il patrocinio della BCE, si è provveduto a garantire e a definire il processo di ricapitalizzazione di alcune banche, anche attingendo al Fondo Salva Stati (come già dichiarato dal governatore Draghi). Questo aspetto è legato a una delle richieste che da più parti è stata sollevata negli ultimi giorni: quella di procedere a una unione bancaria europea.
L’idea è tanto semplice quanto perversa.
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A che punto è la notte
Francesco Ciafaloni intervista Luciano Gallino
La domanda è: com’è che ci siamo ridotti in queste condizioni? Le macrocause e qualche macrorimedio.
Stiamo attraversando, dal 2007 in poi, una crisi che è al tempo stesso una crisi finanziaria e una crisi dell’economia reale, che dal 2010 in poi è stata trasformata, se non deliberatamente camuffata, in crisi del debito pubblico. Alle origini della crisi, che sono abbastanza lontane nel tempo, vi sono non già l’eccessiva generosità dei bilanci pubblici, lo Stato sociale, ma due cause principali, delle quali l’una è oggetto di discussione ma non di azione, ed è la crisi del sistema finanziario, la sregolatezza della finanza; l’altra, di cui non si parla per niente, è il forte peggioramento della distribuzione del reddito a danno dei salariati in generale e di buona parte del ceto medio, da prima del 1980.
La crisi finanziaria ha anch’essa molte componenti, economiche in senso stretto, e politiche, che si intrecciano. La politica, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa, con una forte partecipazione di politici e intellettuali europei, ha smantellato le regole che, dal 1933, imponevano alle banche commerciali di non giocare al casinò coi soldi dei clienti o con quelli propri. Sono state demolite le leggi che regolavano i derivati, col risultato che i derivati sono diventati più di 700 trilioni di dollari in giro per il mondo, senza alcun controllo per il 90% perché scambiati “al banco” come si dice tra privati. Sono state abolite le regole per la circolazione dei capitali e non si è affatto dato peso allo sviluppo della cosiddetta “finanza ombra”.
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Ripensare la scienza economica
di Stefano Lucarelli
Nel pieno del processo di restaurazione antikeynesiana e antisocialista condotta nel corso degli anni ottanta, Giacomo Becattini su Il Ponte1 invitava alcuni grandi maestri italiani della scienza economica a porsi una domanda che allora appariva vitale per la «sinistra»: quale economia politica per il socialismo? In quegli anni, l’alta teoria economica era per lo più impegnata a dimostrare la subottimalità di ogni intervento di politica economica volto a limitare l’operato dei mercati, e le grandi riviste internazionali cominciavano a divenire inaccessibili a tutti coloro che si dimostravano ancora interessati alla critica della teoria economica. In Italia, anche grazie all’indubitabile attenzione che per tutti gli anni settanta la critica dell’economia politica aveva suscitato nel dibattito interno al sindacato, al movimento operaio, e anche ad altre esperienze politiche non riducibili alle prime due2, erano ancora molti gli economisti che condividevano l’interesse e l’urgenza per quella domanda: quale economia politica per il socialismo? A ventisette anni di distanza, tutto ciò appare, almeno in prima battuta, anacronistico. Eppure, il fatto che la domanda su richiamata susciti ancora oggi degli stati d’animo sospesi tra l’imbarazzo, l’isteria e la frustrazione, non rappresenta una ragione sufficiente per potersene sbarazzare. Tutt’altro: farlo significa arrendersi all’idea che «there is no such thing as society. There are individual men and women, and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look to themselves first»3.
Credo che l’ultimo libro di Giorgio Lunghini4 – libro che ho avuto il piacere di leggere e commentare man mano che veniva scritto – possa innanzitutto servire a riformulare le domande di ricerca necessarie a pensare e ripensare il sistema economico in cui viviamo, dunque il capitalismo contemporaneo.
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Un'autocritica di Giorgio Cremaschi
di Michele Nobile e Gino Potrino
Riportiamo questa dichiarazione di Giorgio Cremaschi perché dice la verità. E la verità, per una volta tanto, viene detta da qualcuno che ha fatto parte integrante dell’apparato Cgil e Fiom. Ci piace anche il fatto che finalmente si senta una voce autocritica, anche se solo per i tempi più recenti (cioè per la speranza infondata che la revisione governativa e parlamentare del diritto del lavoro sarebbe stata fermata da un moto popolare). Per un’autocritica sul passato della Fiom/Cgil – per lo meno dal 1969 in poi - vale la pena di attendere ancora. Ma prima o poi bisognerà arrivarci.
+o+o+o+o+o+o+o+
La costituzione esce dalle fabbriche
di Giorgio Cremaschi
Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro. Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all'attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato, sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No, colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.
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Sulla via di Damasco
di Elisabetta Teghil
Poco tempo fa ho riportato la citazione di Marx dove dice che gli avvenimenti avvengono due volte, la prima in versione tragica, la seconda in farsa.
A pochi giorni di distanza mi tocca dargli di nuovo torto. Ma, si sa, come diceva Freud, bisogna uccidere il padre per diventare adulte/i.
Quello che sta succedendo in Siria è la ripetizione di quello che è accaduto in Libia, ma in entrambi i casi si tratta di una tragedia.
E l'una e l'altra non hanno niente a che fare con la primavera araba.
Non c’è nessuna sollevazione popolare, ci sono unità speciali inglesi e statunitensi che dirigono e supportano logisticamente truppe qatariote e mercenari arabi, ingaggiati nella galassia dei gruppi fondamentalisti.
Certo, incontrano maggiori difficoltà rispetto alla Libia perché non possono intervenire le truppe Nato, non avendo l’ombrello-alibi dell’Onu. E, questo, perché la Russia e la Cina hanno posto il veto al presunto “intervento umanitario” in Siria.
E non certo perché sono buone o sensibili ma perché hanno consapevolezza di essere loro, attraverso il successivo passaggio dell’Iran, il vero obiettivo.
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Le vittorie di Pirro dell'Italia
di Riccardo Achilli
Forse contagiati dalla vittoria della nazionale di calcio sulla Germania, i giornali italiani (come al solito allineati ai poteri forti) oggi sono tutti orientati verso un trionfalismo eccessivo rispetto ai risultati ottenuti da Monti nel Consiglio europeo di ieri. Certo, considerando che la Merkel aveva iniziato questo vertice con l’intenzione di non concedere assolutamente niente, si può anche dire che la miseria che Monti ha strappato (con l’appoggio determinante di Hollande, senza il quale non si sarebbe ottenuto neanche quel poco che si è ottenuto) sia una vittoria. Ma è una vittoria di Pirro.
Cosa avrebbe ottenuto di così strabiliante Monti?
La concessione più importante sembra essere quella del cosiddetto “meccanismo di stabilizzazione dello spread”. In soldoni, si tratta di prevedere che l’Efsf (1) , che sarà presto sostituito dall’ESM (2), acquisti una parte dei titoli pubblici emessi dai Paesi iper-indebitati, che però rispettino alla lettera le politiche di austerità imposte dal fiscal compact, al fine di ridurre i rendimenti. Da quel poco che filtra rispetto ai meccanismi attuativi concreti, che dovranno essere messi a punto entro dicembre, questo meccanismo sembra poco più che una fumosa presa in giro, per tranquillizzare i mercati (che però si faranno tranquillizzare per poco tempo). Perché?
Perché intanto l’ESM non ha i soldi per effettuare una simile operazione di acquisto di titoli pubblici. L’ESM partirà con una dotazione di capitale di 700 miliardi. Con tale dotazione, potrà indebitarsi emettendo titoli, per poi utilizzare la raccolta per i molteplici fini demandatigli, ovvero l’erogazione di prestiti agli Stati membri in difficoltà, l’erogazione di aiuti per la stabilizzazione dei sistemi bancari (in particolare di quello spagnolo, sul bordo del tracollo), ed infine l’acquisto di titoli pubblici dei Paesi “virtuosi”, ma sottoposti ad un particolare stress sui rendimenti.
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Resistenza contadina
di Pier Paolo Poggio
1.
Lo schema più diffuso con cui tuttora si interpreta la realtà sociale fa perno sull’opposizione tra arretratezza e modernità, e l’obiettivo apparentemente condiviso, la meta a cui giungere, è la modernizzazione (in ogni campo della vita). La vicenda storica dell’Occidente, e poi del mondo intero, è così rinserrata in un percorso obbligato e ineluttabile che, sia pure a costo di prezzi umani molto alti, produce come risultato il Progresso, o, almeno, l’agognata modernizzazione. Attorno a questo schema si sono organizzate, e hanno combattuto tra di loro, le varie ideologie politiche otto-novecentesche, accomunate dall’opzione per il massimo sviluppo possibile della Tecnica, motore della storia.
Da qualche tempo le cose sono cambiate. Il grande racconto, che semplifica e sterilizza il nostro rapporto con il passato e svuota il futuro di ogni effettiva novità, sta perdendo colpi. La marcia in avanti, rispetto a cui non si danno alternative, non è più così sicura, anzi aumentano le minacce e paure di regressione. Accade che quel che doveva essere superato da tempo riappaia, riemerga, o almeno torni ad essere visibile, e, per alcuni, indispensabile: è questo il caso dell’agricoltura contadina.
Un fenomeno che andrebbe indagato secondo molteplici prospettive, e tenendo conto della varietà dei contesti, senza eccedere in sopravvalutazioni o minimizzazioni. Del resto, questa seconda opzione sarebbe in linea con lo schema dominante, reso solo un po’ meno meccanico e unilineare, ma finirebbe con il banalizzare o nascondere una realtà che merita di essere indagata e valutata tanto nel suo significato intrinseco quanto come parte di un continente di fatti e problemi che la politica, esattamente come la società, non riesce a mettere a fuoco.
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Lapsus, passi falsi e gaffes nella riforma del lavoro
Roberto Ciccarelli
Nella riforma del lavoro approvata ieri alla Camera, e nelle dichiarazioni del ministro Fornero che l'ha battezzata, emerge un piano impalpabile, addirittura psicoanalitico, di cose dette e poi negate, di pensieri inconfessabili eppur sospirati attraverso la produzione di "gaffe".
Psicoanalisi della Gaffe
Stiliamo una fenomenologia breve della "gaffe", abbozzando un'improvvisata psicoanalisi a partire dall'etimo della parola. Gaffe, apprendiamo, è balordaggine, sproposito, granchio, ma anche sbaglio, topica, equivoco, granchio, azione o espressione inopportuna, atto o parole che rivelino inesperienza o goffaggine. In francese significa afferare con il gancio o gaffa (lunga pertica con due rami, uno diretto e l'altro ricurvo che serve ad agganciare la barca). In italiano "gaffe" si dice anche "gaffa" e deriva dal longobardo "gairo", punta di giavellotto, o "gancio d'accosto".
Una lettura sintomale di questi atti mancati, pulsioni che girano a vuoto, che scambiano la verità per senso comune e la propria banalità per ragione incarnata, racconta meglio questo paese, e la mentalità di chi lo governa, di quanto non facciano i singoli provvedimenti contenuti nella riforma.
Il meccanismo è semplice: alla base c'è un'irrefrenabile coazione a dire la cosa più ovvia possibile ("il posto fisso non esiste più, scordatevelo) scambiandola per la realtà da affermare in una società che non vuole sentire ragioni e pretende di restare ancorata al passato.
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Su Reichelt e Rubin
di Paul Mattick
Poiché la filosofia di Hegel riflette e sistematizza lo sviluppo storico della società capitalista e in parte si relaziona direttamente con l’economia classica, il capovolgimento operato da Marx della dialettica idealistica per mezzo della concezione materialistica della storia era la concretizzazione dello sviluppo delle leggi del capitale così come era stato rilevato da Hegel. Ciò che Hegel aveva rivestito di considerazioni filosofiche e idealistiche Marx lasciò spoglio nel linguaggio dell’economia e le sue sottostanti relazioni sociali. La dialettica di Marx può ad esempio essere rinvenuta ne “Il Capitale”, poiché il capitale trasforma le relazioni sociali in una dialettica. Proprio come Marx scrisse una volta a Kugelmann, che non è necessario provare il concetto di valore, poiché l’analisi delle condizioni reali lo esibisce essa stessa, la dialettica non richiede alcuna specifica trattazione, dato che, come Reichelt dichiara, “è impossibile presentare il metodo marxiano prescindendo dal suo oggetto”.
Proprio perché le cose stanno così, non vi è contraddizione tra l’originario modo di esprimersi dei Grundrisse, di carattere filosofico e dialettico, e il linguaggio usato ne “Il Capitale”. Il “Primo Abbozzo” fu scritto per il chiarimento con se stesso del Marx che stava uscendo dalla filosofia. “Il Capitale” si rivolgeva al pubblico e la sua terminologia era stata emendata in conseguenza, senza mutare il metodo o il suo oggetto e la sua unità. Il libro di Reichelt è un significativo contributo al chiarimento di questi fatti, specialmente nel respingere l’idea che la dialettica sia semplicemente un metodo cui è possibile accedere in quanto strumento utile alla comprensione esteriore dei contenuti più disparati.
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"Ai tedeschi va detto chiaro. Pronti a far saltare il banco"
Fabio Sebastiani intervista Vladimiro Giacchè*
Al di là di quello che accadrà nella due giorni di supervertice e dell'andamento dei mercati finanziari, sembra che l'unico punto fermo sia l'attacco al lavoro.
L'attacco al lavoro è una costante ovunque, non soltanto nella zona euro. Le politiche di austerity nel Regno Unito hanno lo stesso segno. C'è il tentativo evidente di recuperare profitti giocando sull'abbassamento del costo del lavoro. Non si tratta di una novità: sono gli stessi trattati europei a far sì che la competitività si giochi sulla riduzione delle tasse alle imprese e abbassando la protezione dei lavoratori. Questo non avviene soltanto nella periferia dell'Europa ma nel centro. Per esempio, la Germania è il paese dell’eurozona in cui il costo del lavoro è maggiormente diminuito in termini reali dal '99 in poi. Adesso però c'è l'attacco definitivo con la scusa del debito pubblico. All’attacco ai salari diretti, direttamente provocato dalla crisi (che riduce il potere negoziale dei lavoratori), si aggiunge l’attacco a servizi sociali e pensioni, ossia ai salari indiretti e differiti. Infine, c'è l'attacco alla regolamentazione del lavoro nella forma delle cosiddette “riforme strutturali per far ripartire la crescita”. È un attacco organico e a 360 gradi.
Tutto questo con quali prospettive?
Anche assumendo il punto di vista di chi teorizza e mette in pratica tutto questo, è evidente che la cosa potrebbe funzionare solo se l'Europa si trasformasse in una grande Germania cioè decidesse di puntare tutte le proprie carte sull'esportazione tralasciando la domanda interna.
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Il vertice di Bruxelles
di Rodolfo Ricci
Secondo la ricostruzione de l’Unità, gli esiti del compromesso raggiunto ieri al vertice decisivo di Bruxelles sarebbero riassumibili come segue: ” L’accordo prevede che i paesi ‘virtuosi’ sotto la pressione di spread ‘eccessivì possano usufruire dell’acquisto di una parte dei loro titoli di Stato da parte dei fondi di salvataggio dell’Eurozona (l’Efsf e il suo successore permanente, l’Esm), senza per questo doversi sottoporre a condizioni aggiuntive rispetto agli impegni già presi con la Commissione e l’Eurogruppo nell’ambito delle cosiddette raccomandazioni ‘country specific’, che applicano il ‘Semestre europeo’, il Patto di stabilità e la ‘procedura sugli squilibri macroeconomici. In sostanza, il paese interessato dovrà comunque fare una richiesta formale di attivazione dell’intervento del Fondo di salvataggio, e sottoscrivere un ‘Memorandum of understanding’ (‘Protocollo d’intesa’) con la Commissione europea. Su questo punto Monti non ha ottenuto quello che voleva (l’attivazione automatica dell’intervento quando gli spread superassero una determinata soglia).
I vari mezzi di comunicazione mainstream stanno accoppiando il risultato raggiunto (attribuito in gran parte a Mario Monti e sostenuto da Spagna e Francia), ad una sorta di semi ritirata dell’area tedesca dal fronte del rigore e dell’austerità e soprattutto di rifiuto di solidarietà nella condivisione dei debiti dei Piigs.
Questo serve a convincere l’opinione pubblica nazionale della validità dell’impostazione montiana e di conseguenza tende a rafforzare l’attuale quadro politico, nelle ultime settimane piuttosto vacillante.
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Come uscire dalla crisi: Crescita e intervento pubblico*
Giorgio Lunghini
0. È un fatto intellettualmente curioso che la teoria economica dominante non abbia nessuna spiegazione convincente del fenomeno delle crisi, il che dovrebbe bastare per farla abbandonare; ma è politicamente preoccupante che delle crisi si tenti di medicare le conseguenze ispirandosi alla sua filosofia, che è quella del laissez faire.
1. Gli aspetti più vistosi della crisi in atto, in questa sua fase, sono gli aspetti finanziari, sono le colpevoli condizioni della finanza pubblica e delle istituzioni finanziarie private. Nel capitalismo, tuttavia, gli elementi finanziari e gli elementi reali sono strettamente interconnessi, poiché una economia monetaria di produzione è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza. Un sistema economico capitalistico potrebbe anche riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale fosse tale - per dirla con Marx - da non generare crisi di realizzazione, di ‘sovrapproduzione’ (di sovrapproduzione relativa: rispetto alla capacità d’acquisto, non rispetto ai bisogni); e se moneta, banca e finanza fossero soltanto funzionali al processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione. Ovvero non si darebbero crisi, nel linguaggio di Keynes, se la domanda effettiva, per consumi e per investimenti, e la domanda di moneta per il motivo speculativo fossero tali - by accident or design - da assicurare un equilibrio di piena occupazione. Ora è improbabile che questo caso si dia automaticamente, e di qui la necessità sistematica di un disegno di politica economica. In breve: il sistema capitalistico – il ‘mercato’ – non è capace di autoregolarsi.
2. Negli ultimi anni si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite; e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco.
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Lavoro: l’ora della verità
Piergiovanni Alleva
I. Con l’approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro, è giunto per tutti – partiti, sindacati, operatori giuridici, sociali e culturali e per lo stesso Governo – il momento della verità.
Infatti, con il sostanziale svuotamento dell’art.18 St., si chiude una parabola che ha abbracciato quattro decenni all’insegna della garanzia della dignità del lavoro.
Con l’art.18 prevedente, in caso di licenziamento arbitrario, la reintegra nel posto di lavoro, il lavoratore poteva esercitare con tranquillità, durante il rapporto, tutti i suoi diritti, legali e contrattuali, perché la legge imponeva al datore di giustificare lui, a pena di annullamento, l’eventuale licenziamento che volesse intimargli, indipendentemente dalla possibilità del lavoratore di dare la difficilissima prova di una volontà di rappresaglia contro l’esercizio di quei diritti.
Ora l’art.18 come norma antiricatto è nella sostanza venuta meno e quindi si realizza il disegno di parte datoriale di poter contare su uno strumento sicuro di dominio, costituito dalla minaccia sempre incombente sul lavoratore di licenziamento, giustificato o meno.
Questo è il cuore del problema, che ormai conoscono tutti.
In primo luogo il Governo, che, dopo aver messo alla disperazione decine di migliaia di persone con la manomissione del sistema pensionistico, completa ora il lavoro sporco affidatogli a tempo dai ceti dominanti.
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Le pieghe del mondo
Fabio Ciriachi
Non ho conosciuto di persona Franco Fortini, a parte una volta, ad Arezzo, nell’88, quando ha accettato di partecipare alla rassegna di poesie “Confluenze”. Nel corso degli anni, però, ho letto molti suoi libri che qui elenco tanto per stabilire, fin da subito, una possibile bibliografia comune.
SAGGI: Verifica dei poteri, Garzanti, 1974; Questioni di frontiera, Einaudi, 1977; L’ospite ingrato - Primo e secondo, Marietti, 1985; Insistenze, Einaudi, 1985; Saggi italiani 1, Garzanti, 1987; Nuovi saggi italiani 2, Garzanti, 1987; Extrema ratio, Garzanti, 1990; Non solo oggi, Editori Riuniti, 1991; Attraverso Pasolini, Einaudi, 1993; Breve secondo Novecento, Manni, 1996; Disobbedienze 1, Manifestolibri, 1997; Un dialogo ininterrotto - Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, 2003.
Per ridurre la mia incolmabile distanza dalla forza mentale di Franco Fortini, vera e propria voragine che mi rende difficile tradurne la ricchezza teorica a un livello di quotidiana applicabilità politica, mi gioverò dell’aiuto di Piergiorgio Bellocchio, che con Fortini ha condiviso la stagione dei Quaderni Piacentini (e non solo), e che è da questi ricordato nella poesia “Dove ora siete…”,
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I quattro eurofalsi
di Sergio Cesaratto, Emiliano Brancaccio, Antonella Stirati, Claudio Gnesutta
1. Per salvare l’euro serve un’Europa politica basata sull’austerity? NO.
Assolutamente no se per Europa politica si intende ciò che ha più volte ripetuto Angela Merkel. L’Europa che ella prefigura è assai inquietante: una definitiva espropriazione della libertà democratica dei cittadini sulle decisioni in materia di bilancio, accentrate a Bruxelles. In cambio la Germania propone un “fondo di redenzione” in cui i Paesi metterebbero in comune il debito eccedente il fatidico 60 per cento del Pil, impegnandosi a restituirlo in una ventina d’anni. Null’altro che un rafforzamento del cosiddetto fiscal compact già imposto da Berlino: due decenni di austerità assicurata in una Europa divisa fra ricchi e poveri. È questa una prospettiva inaccettabile e disastrosa. Più Europa servirebbe, invece, se l’obiettivo fosse quello di assicurare la crescita delle aree più svantaggiate. Qualsiasi soluzione deve rispondere al problema alla base della crisi: la moneta unica ha aggravato i differenziali di competitività fra le economie europee deboli e forti.
Questo ha prodotto una decade di stagnazione e poi la crisi per l’Italia, mentre la Spagna ha mascherato il problema dietro una crescita di carta, anzi di mattone, finanziata da afflussi di capitali tedeschi e si ritrova oggi indebitata sino al collo. In genere coloro che credono nei poteri salvifici dell’Europa politica tralasciano tali problemi e ne trascurano i relativi costi e ostacoli politici, provenienti soprattutto dai tedeschi. Una Europa politica genuina e sostenibile implica infatti principi di riequilibrio economico fra Paesi e di perequazione sociale fra i propri cittadini che possono essere realizzati in due modi.
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Le forme della politica organizzata
di Mario Tronti
Si era pensato all’inizio di dire: nuove forme della politica organizzata. Ma l’allergia provocata dall’aggettivo “nuovo” si è fatta immediatamente sentire e l’esclusione ne è conseguita. Non che non sia necessario pensare a forme altre rispetto al passato. Anzi, questo è l’obiettivo. Questo di oggi vuole essere, non l’approdo, piuttosto l’inizio di un percorso, di riflessione, di sperimentazione, di ricerca sul campo, comparativa e anche partecipativa, verso la delineazione di un modello di partito capace di mettere a frutto, positivo, il passaggio attuale di crisi storica del partito politico.
Le forme sono essenziali. In politica sono indispensabili. Forma di partito, forma di governo, forma di Stato. E’ il livello istituzione. Qui c’è stata una perdita, un esaurimento, uno svuotamento, un indebolimento, per cause precise, niente affatto oscure. E lasciamo stare, almeno in questa sede, la retorica consolatoria, e in questa fase assai ambiguamente interessata, circa il fatto che queste forme siano state sopravanzate dalla crescita di nuove domande, di nuovi bisogni, da parte di una società civile buona oppressa da una cattiva politica. Magari fosse così. E io penso che se fosse così, le forme “altre” si sarebbero già trovate. Quando c’è una spinta dal basso, reale, sociale, e quindi materiale, essa cerca, e trova, le forme di espressione adeguate. Non si è trovato niente, ormai da un quarto di secolo a questa parte. Proposte improbabili, sperimentazioni effimere, improvvisazioni leggere, liquide, come si dice, personaggi caricaturali, in una produzione allargata di questi fenomeni. Perché? E perché i tentativi seri di aggiornare l’offerta politica, penso al progetto Pd, sperimentano questa difficoltà a radicarsi, a consolidarsi, a identificarsi e a farsi identificare? Di questo, realisticamente, dovremmo discutere.
Prima cosa: deideologizzare la fase, che, a differenza di quanto si racconta, è molto ideologizzata, con l’egemonia, quasi per intero, nelle mani delle classi dominanti.
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Il ritorno del gigante
di Marcello Musto

Se la perpetua giovinezza di un autore sta nella sua capacità di riuscire a stimolare sempre nuove idee, si può allora affermare che Karl Marx possiede, senz’altro, questa virtù.
Nonostante, dopo la caduta del Muro di Berlino, conservatori e progressisti, liberali ed ex-comunisti, ne avessero decretato, quasi all’unanimità, la definitiva scomparsa, con una velocità per molti versi sorprendente, le sue teorie sono ritornate di grande attualità. Di fronte alla recente crisi economica e alle profonde contraddizioni che dilaniano la società capitalistica, si è ripreso a interrogare il pensatore frettolosamente messo da parte dopo il 1989 e, negli ultimi anni, centinaia di quotidiani, periodici, emittenti televisive e radiofoniche, di tutto il mondo, hanno celebrato le analisi contenute in Il capitale.
Nuovi sentieri per la ricerca
Questa riscoperta è accompagnata, sul fronte accademico, dal proseguimento della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, la MEGA². In essa, le numerose opere incompiute di Marx sono state ripubblicate rispettando lo stato originario dei manoscritti e non, come avvenuto in precedenza, sulla base degli interventi redazionali cui essi furono sottoposti.
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Le banche centrali si preparano alla crisi bancaria globale?
di Jack Rasmus
Quasi quattro anni dopo la crisi bancaria del 2008 e con più di 11 trilioni di iniezioni di liquidità negli USA e nell’Eurozona-Inghilterra-Giappone, il sistema bancario globale sta nuovamente mostrando chiari segni di crescente instabilità. Nonostante diverse sessioni di “stress test” bancari su entrambe le sponde dell’Atlantico a partire dal 2009, quella che è stata impropriamente definita una crisi del debito sovrano in Europa si sta rivelando, a ogni settimana che passa, anche una più fondamentale crisi bancaria.
La settimana scorsa ha registrato una serie di rapporti ed eventi che suggeriscono con forza che, sotto la superficie, il sistema bancario globale non è particolarmente in gran forma, e sta peggiorando. L’indicazione più recente è stata l’annuncio ieri, 21 giugno, dell’agenzia di classificazione Moody’s Inc. che ha retrocesso 15 banche di tutto il mondo. Vi sono comprese due grandi banche statunitensi, Bank of America e Citigroup, che in effetti sono tecnicamente insolventi dal crollo bancario del 2008 ma che sono state tenute a galla mediante varie misure appoggiate dalla Federal Reserve USA. Sotto pressioni del governo statunitense entrambe sono andate vendendo i loro attivi migliori a prezzi quasi di svendita al fine di aumentare il capitale. Non molto meglio è andata la banca statunitense d’investimenti Morgan Stanley, che ha recentemente guidato l’iniziale pasticciato collocamento pubblico di Facebook. Le banche francesi e inglesi, comunque, non se la sono passata meglio. HSBC, Royal Bank of Scotland, Societe General e persino la banca svizzera Credit Suisse, sono state tutte declassate. Questo genere di diffusa, globale retrocessione non ha luogo a caso. Riflette qualcosa che è sistematicamente all’opera per indebolire il sistema bancario globale.
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Lira sì, lira no, lira forse
A colloquio con Brancaccio, Giacché, Viale
di Tonino Bucci
Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha pronosticato tre mesi di vita per la moneta europea, se non verranno prese misure adeguate. Anche George Soros, che di finanza s'intende, condivide la stessa previsione. Non sono profezie di sovversivi. Oggi come oggi, la principale causa di instabilità non sono né i movimenti di protesta né le sinistre radicali. Se nel giro di breve tempo la zona euro potrebbe deflagrare, ciò avverrà non per l'incombere di un “nemico esterno", ma per le contraddizioni sistemiche che caratterizzano l'assetto monetario dell'Ue. La valuta europea potrebbe crollare motu proprio, per via delle dinamiche conflittuali che si riproducono al suo interno. Tempo ce n'è poco, fosse pure soltanto per attuare quei correttivi in corso d'opera che anche i difensori dell'Ue ormai invocano. Tutti i provvedimenti attualmente oggetto di studio - fondi salvastati, eurobond, meccanismi blocca-spread, obbligazioni per finanziare grandi opere infrastrutturali, cessioni di sovranità dei paesi membri, integrazione del sistema bancario - richiederebbero riforme tutt'altro che trascurabili dei Trattati europei. E quindi tempo. Che manca.
L'instabilità del sistema è l'effetto delle risposte (inadeguate) che i vertici europei hanno dato nei confronti della crisi. Ed ecco l'interrogativo. Cosa accadrebbe se la zona euro dovesse implodere? A chi toccherebbe gestire l'uscita dall'area valutaria europea? E, soprattutto, sarebbe preparata la sinistra ad affrontare uno scenario del genere. Qualche giorno fa, dal suo blog, in un articolo a commento del voto greco, l'economista Emiliano Brancaccio ha aperto una discussione. «A pensarci bene non è affatto scontato che Syriza abbia pagato per la sua radicalità», quanto piuttosto per «l'assenza di una chiara opzione di uscita dall'euro».
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La paralisi dei potenti e l’altra Europa
di Mario Pianta
C’è poco di nuovo in quanto si è detto al vertice dei quattro maggiori paesi europei chiuso venerdi a Roma, e c’è molto di non detto sull’accelerazione della crisi europea. Tra quattro giorni a Bruxelles la stessa sceneggiatura sarà rappresentata di nuovo, questa volta a ranghi completi con 27 paesi, ma né la trama e né il finale dovrebbero riservare sorprese.
La prima “mezza notizia” è sulla tassazione delle transazioni finanziarie. Alla fine del vertice perfino il “cattivo” ministro dell’economia tedesco Wolfgang Schäuble ha dichiarato che dieci paesi europei sono ora pronti a introdurla. Sarebbe una vittoria di chi chiede la Tobin tax da vent’anni; per quanto limitata a pochi paesi, aggirabile dalle strategie della speculazione e efficace a colpire sono una piccola parte delle attività della finanza, la tassa avrebbe un significato simbolico fondamentale. Per la prima volta in cinque anni di crisi, la finanza verrebbe colpita dalla politica. Non sarebbero più i governi a subire inermi ogni lunedì l’attacco della speculazione, ma sarebbe la finanza a subire un piccolo colpo. Non più – o meglio, non solo – banche private salvate dai soldi pubblici, ma nuove regole che limitano la speculazione. Il problema è che l’Europa rinuncia a una norma comune e passa a un’iniziativa di “cooperazione rafforzata” tra pochi paesi, e il Regno Unito di David Cameron – l’oppositore più ostinato - può tirare un respiro di sollievo. Vedremo se al Consiglio europeo del 28 giugno quest’iniziativa verrà ufficializzata e introdotta rapidamente.
La seconda è la “non notizia” sulla responsabilità collettiva dell’Europa sul debito pubblico. L’ha chiesta timidamente Mario Monti, proponendo che il “fondo salva-stati” compri titoli spagnoli e italiani.
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