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Distruggere la paura, affermare il comune
Collettivo Uninomade

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.
1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del 15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti, che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi. Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale alla giornata.
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L’oscenità della morte
di Alessandra Sarchi
1.
Da un po’ di tempo a questa parte morire sembra diventato un reato; a voler essere un po’ meno iperbolici, è diventato un fatto straordinario che la percezione collettiva comune ha fretta di rimuovere, o all’opposto, ma si tratta delle due facce della stessa medaglia, enfatizza in modo spettacolare. Non mi riferisco a morti in circostanze eccezionali, o in età molto giovane, che da sempre hanno suscitato compassione e contribuito a fondare un genere letterario – l’elegia – che potesse accogliere la memoria individuale come baluardo al poco, o niente, in cui si risolvono le vite di moltissimi. Penso piuttosto a quanti sono consumati dalla vecchiaia, dalla malattia, o da entrambe le cose; a tutti gli esseri viventi per i quali il ciclo biologico si è esaurito o deteriorato a un punto tale da comprometterne la possibilità di essere persone, cioè viventi con una vita psichica e di relazione complessa e articolata con il resto del mondo. Penso anche a quanti semplicemente non ce la fanno, non perché fisicamente ammalati, ma perché la vita è un peso inaffrontabile. L’istinto di sopravvivenza, la forza più brutale che ci muove, a volte, e non sempre a torto, si arrende a qualcosa di superiore, a uno squarcio avvertito come irrimediabile fra sé e la vita. Chi ha il diritto di inoltrarsi in questa spazio e di decidere? Nessuno se non i diretti interessati. Pensare il contrario sarebbe come immaginare che davanti a Dio, per chi ci crede, all’assoluto, all’imponderabile, o più banalmente, davanti alla propria coscienza ci si possa presentare in massa, con richieste di categoria e patteggiamenti sindacali.
Assumiamo un dato di fatto: morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, e sopratutto in una società che dispone di mezzi notevoli per tenere in vita i corpi, non è semplice. Nemmeno per chi sia nelle condizioni ottimali, malattie devastanti e vecchiaia avanzata, per augurarselo.
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The big one
di Augusto Illuminati
C’è stata la grande scossa, che tutti aspettavano. Ma non proprio dove la localizzavano i commentatori professionali e le sirene centriste, cioè nell’agguato parlamentare a Berlusconi, finito in un flop miserando con la comica finale dei radicali a caccia di finanziamenti. C’è stata nella grande ondata di manifestazioni in giro per il mondo, nella protesta del 99% che non vuole dissanguarsi a favore della finanza internazionale, che preferisce eat the banker ai sacrifici. C’è stata anche nel corteo di Roma, a dispetto di alcune sbavature amplificate solo dalla speculazione mediatico-poliziesca e da un chiassoso protagonismo minoritario.
Cominciamo dalla farsesca “spallata” parlamentare, che ha ridato un po’ di fiato alla raccogliticcia maggioranza berlusconiana –fiato ben corto, d’altronde, perché la fine anticipata della legislatura e l’immobilismo governativo (decreto sviluppo e nomina del Governatore di Bankitalia) restano tali e quali. L’opposizione si è buttata con alti lai in una falla di tecnica procedurale fino al punto di resuscitare la secessione aventiniana, ma non è riuscita a evitare l’ennesima inutile fiducia. Che senso ha bocciare un governo per l’art. 1 del Rendiconto, quando lo si sostiene nel conferire rango costituzionale al pareggio di bilancio? Quando non si ha il coraggio di contestare la lettera Draghi-Trichet e si chiede soltanto l’onore di applicarla sostituendo Forza Gnocca con un esecutivo savonaroliano? E non vogliamo neppure rammentare il sostanziale scollamento dal disagio e dalla protesta popolare. La spigola a € 3,50 se la mangiano anche i parlamentari di minoranza. Quasi giusto che l’agguato sia saltato perché i radicali li hanno fregati nella corsa alla visibilità e a qualche soldo per la radio. Il futuro, ricordiamolo, si presenta molto più complicato di una caduta del pagliaccio e dell’avvento di una radiosa coalizione Bersani-Di Pietro-Vendola.
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Cambia l’ Italia, denuncia un Black bloc!
Gennaro Carotenuto
Rivolta morale in Italia! Finalmente i cittadini compatti denunciano il crimine. I mafiosi? No! Gli evasori che tutti conoscono? Nooo! I politici corrotti? Nooooo! Sbatti il mostro in prima pagina, denuncia un black bloc!
In genere questi ragionamenti vanno iniziati con un “premettendo che sono contro la violenza”. Paghiamo il fio e dopo aver premesso di essere contro la violenza di sabato a Roma e pure contro l’11 settembre, trovo oramai agghiacciante la persecuzione, quasi una caccia all’uomo, che si sta sviluppando in queste ore contro i ragazzi che hanno commesso reati sabato scorso.Approfittando dell’ era della riproducibilità, interi siti sono dedicati al metodico riconoscimento di questi alieni sbarcati da Marte a rovinare la festa alla parte sana del paese per mettere le forze dell’ordine in condizione di arrestarli. Oramai Fabrizio Filippi, il 23enne che ha lanciato il famoso estintore, ha la sua faccia riprodotta in Rete in migliaia di copie, ora e per sempre, ed è già stato stigmatizzato più di quanto non sia mai stato fatto con Totò Riina. Ciò nel paese del garantismo. Sempre a senso unico. Non importa che poi magari Fabrizio sarà assolto o condannato a una mite pena (e qualcuno s’indignerà perché avrà avuto meno di 30 anni di galera) e nessuno ricorda, come si fa fino alla nausea per i politici, che quel ragazzo è innocente fino al terzo grado di giudizio… sbatti il mostro in prima pagina.
Nel paese con tre regioni in mano alla criminalità organizzata, nel paese governato da Berlusconi dove le puttane si chiamano escort, nel paese dell’omertà, da nord a sud, nel paese delle tangenti, nel paese degli ecomostri, nel paese della sabbia al posto del cemento, nel paese dove i bravi imprenditori del nord hanno seppellito la Campania di rifiuti tossici, nel paese dove ci sono meccanici, dentisti, avvocati che lavorano al 100% in nero e che non emettono una fattura neanche sotto tortura, nel paese dei condoni tombali, fiscali, edilizi, contributivi, nel paese delle morti bianche, il mostro da sbattere in prima pagina è Fabrizio Filippi.
Evidentemente è facile sbattere in prima pagina il mostro Fabrizio Filippi, “er pelliccia” del quale da qualche ora ride tutta Italia. Al contrario del mafioso o del politico, Fabrizio è un poveraccio che senza estintore non fa paura a nessuno. Invece verso il cardiologo che non fa la fattura o il politico che chiede la tangente, sviluppiamo una sorta di sindrome di Stoccolma. Maturiamo disprezzo, odio perfino, ma in buona sostanza lo rispettiamo e ne finiamo per essere complici.
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Benvenuti nel Reale. Il ritorno alla materialità dopo il postmoderno
Written by Marco Assennato
1) Farla finita con il postmoderno?
Nel luglio 2011 «Micromega» ha dedicato il suo «Almanacco di filosofia» alla fine del postmoderno, insomma alla rivisitazione di una delle categorie filosofiche che ha tenuto il banco della discussione nell’ultimo trentennio. A seguito di quella pubblicazione, il confronto è proseguito sul sito web della medesima rivista e alcune delle tesi in campo son giunte a marcare presenza nell’edizione 2011 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato alla Natura. Il dibattito verte sul ritorno al reale dopo la sbornia postmoderna. Ritorno ai fatti dopo l’ormai esausta vague delle interpretazioni, potremmo dire o, parafrasando Nietzsche, riaffermazione del mondo vero al tramonto di ogni sua possibile favola.
Seppure limitata essenzialmente agli autori che, nel dibattito italiano, hanno alimentato la sfida cosiddetta debolistica - che fu solo una delle possibili declinazioni di quel vago quanto ampio arcipelago che chiamiamo postmoderno - ed in particolare ad un confronto serrato tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, la contesa pare nascondere un nucleo problematico più profondo e politicamente significativo di quanto a prima vista possa sembrar ovvio. Del resto Ferraris aveva già da tempo preso le distanze dalle tesi del suo maestro, ancora in occasione della ripubblicazione della sua mappa della filosofia postmoderna Tracce. Nichilismo, moderno, postmoderno (Mimesis, Milano, 2006). Nella postfazione intitolata Postmoderno vent’anni dopo appena appresso un formale riconoscimento del debito che egli deve a quella stagione, chiosava:
«A un certo punto ho cambiato idea. [...] All’inizio degli anni novanta cominciai a [...] essere scettico sullo scetticismo. [...] Era cominciata per me la stagione del realismo, che mi avrebbe portato, più avanti, a distinguere tra oggetti fisici, ideali e sociali, fuori dalle trappole del postmoderno. [...] Morale: le montagne non si costuriscono, e nemmeno i teoremi, il mondo è pieno di fatti che non sopportano interpretazioni» (p. 169).
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In morte di Pierangelo Garegnani
Venerdì scorso è scomparso Pierangelo Garegnani, uno dei più grandi economisti italiani, allievo di Piero Sraffa e critico implacabile della teoria economica dominante marginalista. Vogliamo contribuire a ricordarlo ospitando i due articoli che seguono, pubblicati rispettivamente su l'Unità e Il Manifesto![]()
La scomparsa di un Maestro dell’economia critica
Sergio Cesaratto
La figura di Pierangelo Garegnani è inscindibilmente legata alla critica alla teoria economica dominante e alla ripresa dell’approccio degli economisti classici e di Marx. Tale lavoro era stato avviato sin dagli anni venti del secolo scorso da Piero Sraffa, di cui Garegnani era l’allievo prediletto.
Garegnani conseguì il dottorato a Cambridge con una tesi dedicata alla teoria del capitale appena prima la pubblicazione nel 1960 del famoso libro di Sraffa Produzione di merci a mezzo di merci. Questo volume sollevò un’accesa controversia fra un gruppo di economisti di Cambridge capitanati da Garegnani e Pasinetti e gli economisti americani dell’MIT guidati da Paul Samuelson. La controversia verteva sulla possibilità di considerare la “quantità di capitale” disponibile nell’economia alla stregua delle quantità disponibili degli altri “fattori della produzione” – misurabili in termini fisici - nell’avvicinare la determinazione della distribuzione del reddito fra salari e profitti.
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Mantra del sollevarsi
di Franco Berardi “Bifo”
Il 15 febbraio del 2003 cento milioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra.
Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione del 15 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.
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Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso*
Ovvero: Sull’uso sistematico e razionale della violenza
Antonio Pagliarone
Era previsto. Tutti sapevano che la manifestazione del 15 Ottobre sarebbe sfociata in scontri di piazza, soprattutto gli “indignati” (che dovrebbero essere incazzati) una parte dei quali applaudiva la polizia per incitarla a reprimere gli odiosi Black Block che stavano devastando la città. Strani questi Black Block, all’inizio erano poche centinaia ma in Piazza S Giovanni si sono viste migliaia di persone aggredire i blindati della polizia che facevano caroselli come quelli visti molti anni fa quando avevo la stessa età dei “giovani teppisti”. Eppure la Grecia è poco lontana, tutti hanno visto i ripetuti scontri di Piazza dei giovani ateniesi ormai ridotti alla fame - per loro il precariato è diventato un sogno. Cosa credete… che i giovani italiani prima o poi non avrebbero capito che per loro non c’è più un futuro in una economia ormai devastata da una speculazione senza fine? Erano pochi, in verità sono sempre stati pochi, ma pochi cosa vuol dire? Ma erano decisi e sprezzanti, avevano vinto la paura innestata da quel maledetto G8 di Genova dieci anni fa. A sentirli parlare i giovani “teppisti” avevano gli accenti più disparati delle regioni italiane, eppure sono riusciti a produrre quella “geometrica potenza” tanto cara agli estremisti del passato.
Attenzione, qualche migliaio di giovani duri non esprimono l’apertura di una fase “rivoluzionaria”, ma il fatto che in più di 900 città del pianeta si mobilitassero masse considerevoli di persone che spesso non hanno avuto a che fare con lo spettacolo del gruppuscolarismo del passato, con le gravi responsabilità di aver introdotto le ideologie dell’800 trascinatesi fino alla fine del millennio, o con la miseria dei partiti istituzionali che blaterano di lavoro e di lavoratori, è cosa di non poco conto.
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Hessel non abita in Italia
La crisi permanente della forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica
nique la police
cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso,
la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati
(Nietzsche)
Una analisi di quanto accaduto a Roma impone considerazioni cliniche e quindi sgradevoli. Perché un’analisi della dinamica delle differenti forze sul terreno, che si sovrappongono ormai regolarmente ad ogni grande evento di piazza, prescinde da considerazioni di valore. Non assegna meriti ad un comportamento piuttosto che ad un altro, d’altronde la politica non è un concorso a premi ma un fenomeno che produce risultati a seconda degli equilibri tra le forze in campo, né si pone il problema di riparare torti attraverso un uso emotivo, terapeutico dell’analisi. Per tutto questo ci sono la letteratura, il giornalismo, Twitter, i post su Facebook e tutta una miriade di scambi microfisici di impressioni tra persone coinvolte, o che si sentono tali, su quanto accaduto.
La prima considerazione clinica che si impone, dopo la giornata del 15 ottobre, è che la forma movimento basata sul primato dell’opinione pubblica è in crisi permanente e non sarà in grado di incidere, né tantomeno risolvere, nessuno dei problemi che evoca. Dalla questione del debito, al precariato. Si tratta di un tema ineludibile già emerso con forza a Genova 2001 e con le manifestazioni globali contro la guerra in Iraq nel 2003 (dove la seconda superpotenza mondiale dei movimenti, come la definì il mainstream americano, evaporò prima che la superpotenza Usa si impantanasse tra Falluja e Ramadi). Sappiamo benissimo che la forma movimento che si basa sul primato dell’opinione pubblica nasce, in Italia come altrove in occidente (nei paesi extraoccidentali è questione differente), come tentativo di risoluzione della crisi del modello di movimento basato sulle pratiche antagoniste fuoriuscite dal ’68. Di questo modello ne ha denunciato a lungo l’obsolescenza, sia sul piano della funzionalità che su quello della differente sensibilità etica raggiunta dalle società successive agli anni ’70, imponendo mutazioni significative di linguaggi, pratiche, obiettivi all’intera sinistra di movimento in differenti paesi.
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“Doveva essere un giorno di festa” Peccato…
Mario Gangarossa
le persone che vengono oppresse
e amare quelle che opprimono!
(Malcom X)
Sarò un cattivo maestro ma, francamente, di fronte al coro unanime di “vibrate condanne” contro i “provocatori-blackblock-delinquenti-infiltrati-canaglie-sbirri-fascisti-ecc.-ecc.”, che vede accomunati nello stesso furore “non-violento” l’intero apparato politico da Berlusconi a Diliberto (passando per Cicchitto e La Russa, Casini e Fini, Bersani e Di Pietro, Vendola e Ferrero) non riesco a reprimere un conato di vomito.
Un coro unanime che ha condannato “l’inaudita violenza” (attorno agli stadi, a volte, abbiamo visto di peggio ma quella era “violenza liberatrice”, “comprensibile” valvola di sfogo, funzionale al mantenimento della “temperatura sociale” sotto i livelli di guardia). Un coro di “violenti” che, come sempre, cerca di rivestire con paludati richiami alla democrazia, alla convivenza, alla nobiltà degli ideali che dovrebbero ispirare i movimenti sociali (anche quando rivendicano l’elementare diritto alla sopravvivenza fisica), il tanfo reazionario e la paura di classe che li caratterizza ... e la cattiva coscienza di chi sulla violenza - quella fatta di bombe e di massacri di intere popolazioni - non ha mai perso l'occasione per dare il suo convinto sostegno (ricordate Diliberto che invocava i forconi contro il buon Turigliatto che di votare i crediti di guerra non ne voleva proprio sapere?)
Il copione dell'ignobile teatrino è già noto.
C’è chi non si lascia sfuggire l’occasione per stringere e rinsaldare le fila del “partito dell’ordine”, scatenando la canea forcaiola che chiede sangue e manette, preparandosi – e preparando l’opinione pubblica - a tempi peggiori in cui il conflitto sociale, che si appalesa all’orizzonte, farà apparire banali scaramucce gli scontri di piazza San Giovanni.
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Cristina Corradi, Storia dei marxismi in Italia
di Oscar Oddi
Quanto mai opportuna appare la scelta di riproporre al pubblico, sei anni dopo la prima uscita, questa nuova edizione del libro di Cristina Corradi Storia dei Marxismi in Italia (Manifestolibri, 2011, pp. 376, € 35,00). Un libro importante, che ha suscitato una vasta eco, riuscendo nell’impresa di rianimare un dibattito che ormai languiva sia negli asfittici particolarismi accademici che negli ambienti politici-culturali che ancora in qualche modo ritengono di ispirarsi alla lezione (e tradizione) del marxismo in Italia.
Si può infatti dire di trovarsi di fronte ad un lavoro “militante” (nel senso più nobile della parola), nato dall’esigenza di fornire uno strumento storico-teorico capace, nella ricostruzione della nascita e degli sviluppi della riflessione su Marx nel nostro paese, di indicare percorsi e proposte di ricerca attuali che si pongono ancora tenacemente l’obiettivo di una radicale trasformazione dello stato di cose presenti, senza che questo incida sul rigore dell’analisi e dell’esposizione. Va anzi sottolineato come la Corradi non si sia limitata a una mera riproposizione della vecchia edizione, ma abbia continuato a lavorare sul testo, integrandolo e rendendolo più compatto e meno ridondante.
Il volume è diviso in tre parti: nella prima – Da Labriola a Gramsci (1895-1937) – in modo succinto ma esaustivo si descrive e si analizza l’origine della riflessione marxiana italiana a partire dalla sistematizzazione di Labriola per il quale “il materialismo storico non è sinonimo di visione empirica della storia, che smarrisce ogni sintesi nella considerazione di una molteplicità di fattori, e (…) l’affermazione del primato delle pratiche sociali del lavoro è alternativa sia ad una concezione positivistica sia ad una concezione speculativo-spiritualistica (…). Il nesso struttura-sovrastruttura non va (…) inteso come se il diritto, le istituzioni politiche e le produzioni culturali fossero un semplice riflesso della riproduzione materiale, occorre piuttosto ricostruire una catena di mediazioni per risalire, secondo un metodo morfologico-genetico, dal condizionato alla condizione”.
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Yes we can!
Aldo Barba e Giancarlo de Vivo*
Alla fine del 2007, il governatore della Banca d’Italia si lamentava dei bassi salari degli italiani (del 30%-40% inferiori a quelli di Francia, Germania o Regno Unito), considerando la crescita del consumo (cioè dei salari) come “fondamentale per il benessere generale, per la crescita del prodotto, per la stessa stabilità finanziaria”, e aggiungendo che anche l’“incertezza suscitata dalle ripetute modifiche delle regole previdenziali” influiva negativamente sulla crescita. Oggi, con salari e pensioni certo non più alti di allora, lo stesso Draghi ha firmato come presidente entrante della BCE una lettera al governo italiano in cui, tra le misure “essenziali” per far fronte alla crisi del debito pubblico e “rilanciare la crescita”, si include la proposta di ridurre i salari dei pubblici dipendenti, di precarizzare ulteriormente i lavoratori del settore privato facilitandone il licenziamento, di introdurre nuove sostanziose modifiche alla disciplina delle pensioni dei lavoratori dipendenti (tralasciando naturalmente di notare che la gestione del sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti è in attivo e il suo avanzo contribuisce un ammontare pari a vari punti di PIL alle casse dello stato).
Un po’ tutto e il contrario di tutto si sente anche nel dibattito che si va animando sul tema della patrimoniale: tutti ne parlano, e si cimentano nel disegno di una qualche ipotesi di imposizione sul patrimonio, straordinaria o ordinaria che sia. Ci sono almeno tre motivi per cui questa attenzione è comunque benvenuta. In primo luogo, la patrimoniale è una tassa che toccherebbe poco la crescita dei consumi, e quindi (seguendo il Draghi del 2007) la crescita dell’economia. In secondo luogo, guardare al patrimonio consentirebbe un importante recupero di base imponibile sfuggita all’imposizione sul reddito. In terzo luogo, l’Italia ha eliminato negli ultimi anni quasi ogni forma impositiva sul patrimonio: non vi sono praticamente più imposte sulle successioni e sulle donazioni, né imposte sulla ricchezza, del tipo dell’imposta sulle grandi fortune che si paga in Francia. Abbiamo meno di 10 miliardi di euro di gettito ICI (erano 13 prima dell’abolizione dell’ICI sulla prima casa), a fronte dei 27 miliardi di euro delle imposte francesi sul patrimonio. In compenso ricaviamo 10 miliardi di gettito da lotto e lotterie: un’imposta sulla miseria invece che sulla ricchezza.
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I demolitori del 15 ottobre e il futuro del movimento
Intervista a Emiliano Brancaccio
Dalle piazze di Madrid, dove tutto è cominciato lo scorso 15 maggio, la protesta si è estesa nel resto del mondo. Sabato 15 ottobre gli “indignati” hanno sfilato per le strade di 950 città – da Honk Kong a Boston, da San Paolo a Kuala Lumpur, da Sidney a Tokyo – denunciando i drammatici effetti sociali della crisi economica scoppiata nel 2007/2008 e l'assenza di risposte all'altezza della gravità della situazione da parte della politica e dei governi. Non è un caso se le file di “indignados” sono composte sopratutto da giovani, i più colpiti dalla disoccupazione di massa legata alla brusca contrazione di produzione e reddito che si è registrata quando la crisi finanziaria si è scaricata sull'economia reale.
A Roma una grande manifestazione cui hanno preso parte oltre centomila persone è degenerata in violentissimi scontri. Il bilancio provvisorio è di 70 feriti (tre gravi), 12 arrestati, una città messa a ferro e fuoco per diverse ore e il solito, inevitabile, strascico di polemiche. Ancora una volta queste discussioni hanno oscurato le ragioni di una protesta che, come ha scritto Guido Rossi sul Sole 24 Ore, “nasce da mille, troppi disagi e merita di essere esplorata con spirito analitico”. Ne abbiamo parlato con Emiliano Brancaccio, economista dell'Università del Sannio assai critico con quelle politiche di austerità varate dai governi europei che, insieme alla Bce e al mondo della finanza, erano il bersaglio privilegiato degli slogan dei cortei di sabato. Brancaccio segue da anni le vicende dei movimenti e nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare promossa da Attac per l’istituzione della Tobin tax.
Partiamo dalla giornata di sabato. Che idea si è fatto di ciò che è accaduto a Roma?
In tutta franchezza non intendo accodarmi alla consueta discussione etico-normativa su “violenza” e “non violenza”.
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Doveva finire con qualche comizio...
plus militant
In Italia la giornata del #15 ottobre ci consegna una realtà che mentre scriviamo viene descritta fotogramma per fotogramma dai tg e dai siti informativi, come il giorno in cui un manipolo di teppisti si é impossessato di una giusta causa ed ha rovinato tutto
Più o meno le stesse parole di Mario Draghi, e quelle di Bersani che si spinge più in là, chiedendo a Maroni di riferire in parlamento nei prossimi giorni perché, come per il 14 dicembre dello scorso anno, si ha paura che i ragazzi colorati con le tende o avevano al loro interno qualche infiltrato di Kossiga memoria, o che le forze dell'ordine abbiano "lasciato fare" il manipolo di teppisti apposta.
La realtà ancora una volta è un' altra e va ben al di là di queste considerazioni e di quelle che iniziano a circolare tra il movimento.
Al 15 ottobre ci si è arrivati in una situazione assurda, dove gli organizzatori dei comizi finali in piazza San Giovanni, avevano desistito da tempo di sfilare verso i palazzi del potere romano, che era l'unica cosa incisiva in una giornata del genere. Le iniziative dei giorni scorsi volevano smorzare e incanalare una rabbia diffusa e irrapresentabile che oggi si è manifestata in tutta la sua espressione.
Può anche essere vero che all'inizio la giornata avesse preso una piega difficile da spiegare (ma più comprensibile di altre volte se possiamo dire) con l'attacco a banche, Suv e compro oro, ma poi quello che si è visto è stato tutt'altro che qualche gruppo di esagitati, infiltrati, carabinieri o fascisti che dir si voglia nei social network.
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Riflessioni dallo spezzone NO TAV a Roma 15-10
Il 15 ottobre è stata una giornata intensa per tutto il nostro paese, giornata che rimarrà impressa nella memoria, una giornata che fa paura, a tanti, a molti.
Il movimento no tav era a Roma, non per la prima volta, neanche per l’ultima, fiero, con le sue bandiere, con la sua lotta. Un forte appello da queste pagine era partito una settimana prima “Valsusa chiama Italia”, come un grido, da una valle che resiste, da una valle che lotta, un grido di aiuto e un grido di speranza. Roma è il centro politico da cui vengono prese le decisioni, lì le sorti del nostro territorio vengono discusse, lì il nostro futuro deciso. Se da un lato con caparbietà e coraggio la val di Susa resiste a Chiomonte impedendo l’avvio dei lavori dall’altro il movimento no tav ha bisogno di far cadere il mandato politico che regge e legittima l’occupazione militare.
Il no tav tour, la partecipazione alle manifestazioni degli indignati , alle lotte studentesche sono quindi la risposta che il movimento dà al secondo pezzo del problema. Per questi motivi a Roma il movimento no tav ha sfilato e lottato.
Il giorno dopo come sempre le condanne arrivano unanimi, come quando in val di Susa le giornate di lotta diventano reali, incidono e fanno male, a chi questa valle la vuole devastare. Da un lato una casta, fatta di pochi “politici” e banchieri che tragicamente stanno impoverendo il mondo e i popoli, dall’altra centinaia di migliaia di persone che si battono per fermarli.
Qui iniziano i problemi della giornata del 15 ottobre.
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Tutto inutile senza la riforma della finanza
di Luciano Gallino
Il presidente Nicolas Sarkozy e il cancelliere Angela Merkel si sono incontrati a Berlino giorni fa (del presidente del Consiglio italiano nella Ue si son perse le tracce) e hanno annunciato che i loro paesi faranno il possibile per salvare le banche dell'eurozona. Innanzitutto punteranno a ricapitalizzarle, cioè ad accrescere il capitale di cui esse dispongono come riserva, a fronte d'una montagna di crediti a rischio e di debiti da pagare. Detto altrimenti, le banche sono riuscite a convincere gli amici che siedono nel consiglio direttivo della Bce a creare al computer tutto il denaro che occorre per toglierle dalla situazione in cui si sono cacciati da sole, contraendo debiti in misura di molto superiore a quanto permetterebbero le loro riserve. Di sicuro non si tratterà di spiccioli. Le stime del capitale necessario per ricapitalizzare le banche si collocano tra i 250 e i 700 miliardi di euro. Ma non pochi analisti ritengono che anche la cifra più elevata rappresenti una sottovalutazione. Infatti alcuni gruppi bancari dell'eurozona hanno un rapporto tra debiti e riserve di 30: 1. Ciò significa che su ciascun miliardo di riserva poggia una piramide rovesciata di 30 miliardi di debiti.
Ammettiamo pure che al punto in cui è giunta la crisi non c'erano alternative al salvataggio delle banche. Anche se non è vero, perché se l'aiuto della Bce equivale o supera il valore d'una banca tanto varrebbe nazionalizzarla. Tuttavia il passo più rischioso cui Sarkozy e Merkel stanno spingendo la Ue consiste nel salvare le banche senza compiere alcun tentativo per avviare una vera riforma del sistema finanziario. È una seconda grande occasione che va perduta. Le riforme del genere si riescono a fare soltanto quando sia i banchieri che i politici hanno paura che il mondo gli cada in testa. È accaduto nei primi anni 30, quando il presidente Roosevelt, a fronte del dramma sociale della Grande Depressione, riuscì a far passare una serie di nuove leggi, tra cui il famoso Glass-Steagall Act, che per oltre sessant'anni avrebbero rimediato alle follie della finanza degli anni Venti che avevano portato alla crisi.
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Il perché di tanto spreco
Di Antonio Turiel
Cari lettori,
c'è un argomento ricorrente nelle ultime discussioni ed ha a che fare con la possibilità di mantenere una società stabile e vivibile diminuendo volontariamente i consumi. Una tale affermazione è innegabilmente certa: dico sempre che è ridicolo parlare di scarsità di energia mentre nel mondo si consumano 85 milioni di barili al giorno di petrolio da 159 litri ciascuno; pensateci, sono più di 156.000 litri al secondo in tutto il pianeta e ciascun litro di questo magico elisir contiene la stessa energia che un uomo sano e forte (circa 100 watt di potenza media) potrebbe produrre lavorando senza sosta per quasi 4 giorni e mezzo (per circa 106 ore).
Insomma, il mostruoso flusso di energia che arriva solo dal petrolio nel pianeta equivale al lavoro quotidiano di 60 miliardi di nerboruti schiavi energetici di quelli da 100 watt per unità: 8 e mezzo per ogni abitante di questo pianeta e questo solo di petrolio (dato che il consumo globale di energia primaria è di 14 Tw di media mondiale, contando tutte le fonti è di 20 schiavi energetici a persona; la media europea arriva a 45 schiavi energetici a testa, mentre negli Stati Uniti la media fa 120). Giudicate Voi, ora, se si può parlare di scarsità di energia con questi numeri, soprattutto tenendo conto di come si spreca l'energia.
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Gli indignati e il debito
Vladimiro Giacché
Domani, in Italia come in molti altri Paesi, si svolgeranno le manifestazioni degli Indignati. Si tratta di un movimento che sta assumendo dimensioni globali e che intende dar voce, come dicono i cartelli issati dai manifestanti a Wall Street, a quel 99% della popolazione che sta pagando una crisi che non ha provocato. È importante che le ragioni di questa protesta non siano inquinate e distorte da atti di violenza che servirebbero soltanto a screditare il movimento, offrendo un’ottima scusa a chi non vuole entrare nel merito dei suoi motivi. Che sono molti e molto seri.
A oltre quattro anni dall’inizio della crisi continuano i salvataggi di banche e assicurazioni con soldi pubblici: l’ultimo caso, di pochi giorni fa, riguarda Dexia e costerà 90 miliardi di euro a Belgio, Francia e Lussemburgo. In compenso si lascia marcire la crisi greca, dopo averla aggravata con il piano di austerity draconiano che ha accompagnato il “salvataggio” del 2010. I bilanci pubblici in Europa sono stati prima appesantiti accollando ad essi il debito privato, e ora si tenta di alleggerirli smantellando i sistemi di welfare e privatizzando a più non posso. Intanto si assiste ad uno spostamento di sovranità dagli Stati a una sorta di terra di nessuno in cui chi detta le regole sono di fatto i governi degli Stati “forti” dell’Unione o addirittura la Banca Centrale Europea. Quest’ultima, non contenta di far male il proprio lavoro (vedi l’aumento dei tassi di interesse a luglio), ha pensato bene di cominciare a dettare agli Stati le politiche economiche e sociali: richiedendo all’Italia – con una lettera che avrebbe dovuto rimanere segreta “per non turbare i mercati” – di effettuare la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici, ridurre gli stipendi pubblici e rendere più facili i licenziamenti.
Infine, a turbare non i mercati ma gli Indignati, c’è il governo peggiore di sempre: che prima ha negato la crisi, poi ha accettato senza fiatare una modifica del patto di stabilità punitiva per l’Italia e infine ha costruito una manovra economica (anzi: quattro) da manuale quanto ad iniquità e inutilità.
“Noi il debito non lo paghiamo” è tra gli slogan di questa giornata in Italia. È condivisibile? Dipende. Se significa “ripudio del debito” è difficile essere d’accordo. Per almeno tre motivi:
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Alla ricerca del nuovo paradigma
di Francesco Garibaldo e Gianni Rinaldini [con un intervento in calce di Riccardo Bellofiore]
Dopo il fallimento dell’Europa neoliberista, la via d’uscita dalla crisi richiede cambiamenti profondi. Serve una politica fiscale, industriale e del lavoro comune, che metta al centro la priorità dell’occupazione. Ma la può imporre soltanto un nuovo blocco sociale, con interessi opposti alle élite, e con la forza politica di sostituire le classi dirigenti
La malattia di cui soffre l’Europa potrebbe essere definita come una malattia genetica, essa, infatti, discende dal modo stesso in cui è stata costituita l’Unione Europea: dall’assetto istituzionale con la separazione tra politiche monetarie e politiche fiscali alla costituzione di una Banca centrale europea irresponsabile verso i cittadini e con il solo compito di combattere l’inflazione, sino alla strategia di crescita che fu allora definita.
Bisogna risalire al tanto celebrato, anche a sinistra, piano Delors del 1993; il piano infatti era un piano squisitamente liberista nel suo impianto concettuale. Il progetto era così definito: privilegiare gli investimenti infrastrutturali e tecnologici contro i consumi, ciò avrebbe accresciuto la competitività del sistema grazie inoltre alla costruzione, con adeguati patti sociali, di un differenziale tra dinamica della produttività e livello dei salari per garantire un’adeguata remunerazione degli investimenti.
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L’Italia come “mondo atono”
Jean-Claude Lévêque
L’Italia come “mondo atono”: alcune considerazioni politico-filosofiche a partire da Alain Badiou (e non solo).
Le brevi riflessioni che seguono intendono cercare di esaminare il “ caso Italia”, così peculiare nel contesto europeo, a partire da un concetto fondamentale coniato da Alain Badiou in Logique des mondes: quello di “mondo atono”.
Nella prima parte, cercherò rapidamente di esporre questo concetto, applicandolo poi concretamente alla situazione di chiusura propria della politica e della società italiane; nella seconda, farò dialogare provocatoriamente Badiou con Costanzo Preve e con Domenico Losurdo perché risulti più chiaro che, di fronte alla crisi italiana, di tutto abbiamo bisogno tranne che di interpretazioni “moralistiche” o paranoiche.
So che citare Preve non è certo “politicamente corretto”, ma penso anche che sia necessario e filosoficamente adeguato citarlo, giacché si tratta di uno studioso serio che argomenta con chiarezza, al di là della condivisibilità o meno di certe sue letture del marxismo (ma anche della politica italiana).
1. Mondi “atoni” e soggetti “reattivi”
Chi conosca almeno parzialmente il testo di Badiou, non avrà difficoltà a comprendere il senso di quest’accostamento; tuttavia è necessario precisare prima i due concetti per non incorrere, dopo, in spiacevoli fraintendimenti.
Per Alain Badiou, un mondo “atono” è un mondo in cui “il suo proprio trascendentale non ha alcun punto”, ovvero in cui non è possibile che si dia alcun cambiamento profondo attraverso la fedeltà a un evento.
Siccome il concetto di trascendentale in Badiou ha un significato non-kantiano, sarà bene chiarire perché è così e che cosa ne consegue: il trascendentale di un mondo “indica la capacita costitutiva propria di ogni mondo di attribuire a ciò che ‘sta’ in quel mondo delle intensità variabili”.
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Il default a sinistra del PD
di Francesco Indovina
Anche a sinistra del Pd le cose non stanno bene. Molti pensano, per esempio, che il debito vada onorato, che un futuro governo di sinistra debba farsi carico della diminuzione del debito, magari con un patrimoniale. Non credo che convincerò nessuno, la sinistra non ha più un pensiero autonomo che non sia la ripetizione della necessità di un "nuovo modello di sviluppo". Ma questo nuovo modello lo si dovrebbe costruire dentro i confini del nuovo capitalismo?
Le modifiche profonde del meccanismo del capitale (D-D-D) tra le altre cose, qui questo interessa, ha reso impalpabile, indeterminato, non qualificato e senza corpo l'antagonista (la "speculazione" è diversa dal "padrone"; materialmente e corposamente diversa). Contro di essa non si può scioperare, non si può occupare la fabbrica, non si può.... Ma si può colpirla nella tasca, non onorando il debito e questa non è "economia" ma "politica", una risposta di classe alla lotta di classe che la speculazione conduce contro i lavoratori.
Il fallimento dello stato (concordato, controllato, parziale, ecc.) non può non essere un obiettivo di governo (altrimenti ha ragione Bertinotti, che ci si va a fare). L'applicazione di una patrimoniale una tantum (chi dice di 200 miliardi, chi di 400, ma va bene anche una via di mezzo) e di una patrimoniale permanente, non deve essere finalizzata alla diminuzione del debito ma a ripristinare una parziale redistribuzione del reddito e ad avviare il famoso nuovo modello di sviluppo.
I 1.800 miliardi di debito non sono l'esito del fatto che lo Stato ha fatto scialacquare i cittadini, ma piuttosto c'è una quota rilevante di corruzione (ci ricordiamo cosa è stato scoperchiato da "mani pulite"? una situazione che come le cronache ci raccontano continua allegramente); c'è uno sperpero di risorse per opere inutili che favorivano le ambizioni di più o meno potenti politici (aeroporti, strade che finivano nel nulla, ospedali non finiti, ecc.
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La questione morale ai tempi del Pd
di Walter G. Pozzi
Com’è vero che la storiografia rientra nel campo dell’arte della guerra. Lo si è visto con cristallina evidenza questa estate, di fronte all’ennesimo recupero dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale. Succede sempre nei momenti di crisi; ancor di più nel bel mezzo di una crisi che coinvolge contemporaneamente economia e politica, allorquando i direttori di coscienza – ergo, gli opinionisti di palazzo – trovano più conveniente, per non dispiacere i loro datori di lavoro, sostituire a un’analisi seria delle responsabilità del sistema economico capitalistico sulla macelleria sociale in atto, un sano, per quanto indignato, dibattito sul crollo morale del sistema politico.
Suscitare indignazione morale è la via più diretta per distrarre le menti e solleticare la pancia dei lettori. Si tratta di una strada già bella e pronta, già lastricata.
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Il neoliberismo è un'ideologia
Elisabetta Teghil
Un tema che mi è molto caro è che il neoliberismo sta tentando di riportare questo paese agli anni ’50.
Non solo, ma la commistione con i partiti e partitini della così detta sinistra e associazioni satellitari fa sì che il neoliberismo sia capace di dettare anche l’agenda politica ed il linguaggio al movimento, almeno a quella parte che ci crede o fa finta di crederci.
L’Appello per la mobilitazione del 15 ottobre è un appello così generico, infarcito di parole ad effetto, con un tessuto interclassista e politicamente corretto che può essere sottoscritto da tutte/i.
Il ritorno agli anni ’50 è già stato realizzato, quando si organizza una mobilitazione incardinata su un documento così. Negli anni ’70 sarebbe stato prodotto da qualche circolo delle Acli. Bisogna andare ai documenti, alle manifestazioni e agli scioperi delle Trade Unions inglesi degli anni ’50 per leggere qualche cosa di simile.
Degli esempi per tutto.
Le banche sono uno strumento del sistema capitalista. Prendersela con il sistema bancario, accusandolo di un’economia distorta, è fare un favore a tutto il sistema. Le banche si devono nazionalizzare senza rimborso.
Fare appelli al presidente della repubblica, come garante della costituzione, è far passare il principio che vede nelle istituzioni qualche cosa di neutro e al di sopra delle parti. Siamo, addirittura, all’abc della politica.
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L’Europa di fronte alla “Grande contrazione”
di Alfonso Gianni *
No, non se ne esce. Anzi, la crisi si aggrava. Probabilmente la definizione coniata da Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart - “grande contrazione”, la più grande dopo quella del ’29 - è la più esatta perché unisce la recessione dei settori produttivi alla crisi devastante del settore immobiliare, finanziario e bancario, nonché ad una diminuzione non recuperabile - perlomeno non dagli automatismi del sistema - dell’occupazione. Non aveva senso suddividere i tempi della crisi in due fasi, quasi vi fosse stata quella generata dall’esplosione della bolla dei subprime (2007-2009), “superata” la quale si sarebbe abbattuta sul mondo quella del debito pubblico.
Era una lettura “ideologica” della crisi, tesa a occultarne le cause di fondo che risiedono nel meccanismo di sviluppo capitalistico, nella forzatura del sistema del credito per fare fronte alla sovrapproduzione e al sottoconsumo di merci, e a minimizzarne durata e gravità. Invece questa crisi durerà forse più dei sette biblici anni, 2007-2013, che già i migliori analisti avevano preventivato un po’ di tempo fa ed è destinata a segnare indelebilmente la vita di almeno una intera generazione.
Se l’America piange…
E’ quello che in sostanza ci ripetono persone tra loro molto diverse e animate da intenti a volte persino distanti. Nel tradizionale incontro di fine agosto a Jackson Hole il governatore della Federal Reserve ha spiegato che l’economia americana ristagna. In effetti la crescita del Pil americano è stata rivista al ribasso, da +1,3% a +1,1%, e quindi ogni attesa è riposta sugli andamenti del secondo trimestre. Ma c’è da stare poco allegri, visto che lo stesso Bernanke ci avverte che l’occupazione continuerà in ogni caso ad essere in forte sofferenza, poiché l’economia statunitense sta conoscendo «un livello straordinariamente elevato di disoccupazione di lunga durata», cioè superiore a sei mesi, secondo la metodologia statistica applicata in quel Paese.
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Fuori dal debito, fuori dall’euro o fuori dall’Unione europea?
A proposito di un articolo di Vladimiro Giacché
di Stefano D’Andrea
Vladimiro Giacché ha scritto un articolo nel quale, in diciassette brevi paragrafetti, ricostruisce in modo persuasivo l’itinerario della crisi economica, considerata esattamente come un complesso di fenomeni causalmente collegati, iniziati nel 2007 (1).
Giunto alla situazione italiana attuale, alla quale dedica il diciottesimo paragrafetto, Giacché si sofferma sulle conseguenze che avrebbero le politiche di austerità: “Se prevarranno i pasdaran del pareggio di bilancio e della riduzione del debito a ogni costo, che hanno nella Bce il loro principale punto di riferimento e nelle sue ricette neoliberiste e reazionarie (pedissequamente eseguite dal governo Berlusconi) il più clamoroso esempio recente, il destino dell’economia italiana è segnato: nessuna crescita sarà possibile e quindi – precisamente per questo – il default sarà garantito”.
Tuttavia, continua l’autore, “l’alternativa non può essere rappresentata dalla parola d’ordine del ripudio del debito che qualcuno agita a sinistra. E non può esserlo per diversi motivi: a) Perché il default sul debito italiano sarebbe pagato in parte non piccola proprio dalla popolazione italiana e in particolare da lavoratori e pensionati che da decenni sono abituati a vedere proprio nei titoli di Stato il porto più sicuro per i propri (pochi) risparmi: in altre parole non si può, per il solo fatto che lo si desidera, dare al concetto di default selettivo (che significa semplicemente “non pagamento di alcune emissioni di debito e non di altre”) un significato diverso e più gradito (onorare il debito rispetto ad alcune classi di creditori e non ad altre); b) Perché ogni default costringe a un avanzo primario che non ha nulla da invidiare a quello richiesto dai più oltranzisti pasdaran del pareggio di bilancio, e questo per il semplice motivo che dopo di esso i mercati internazionali dei capitali sarebbero indisponibili a finanziare il deficit italiano per diversi anni; c) Perché un default andrebbe di pari passo con l’uscita dall’euro e una forte svalutazione, tra i cui effetti più immediati ci sarebbe una notevole deflazione salariale, nella forma di un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori”.
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