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Appunti di critica marxista alle “Confessioni” di Varoufakis
Aristide Bellacicco*
Confesso – ammetto, è meglio dire – di non aver letto integralmente, fino ad oggi, le “Confessioni” del ministro Varoufakis. Oggi ho avuto tempo e l’ho fatto. In effetti, queste pagine in cui Varoufakis pone se stesso al centro di una vicenda storico-esistenziale con risonanze epocali mi hanno fatto sorgere più di una perplessità. Le sintetizzo – parzialmente e per punti – qui di seguito.
– 1 Scrive Varoufakis: “Marx aveva fatto una ‘scoperta’ che deve restare al centro di ogni analisi utile del capitalismo. Era, ovviamente, la scoperta di un’…opposizione binaria profonda nel lavoro umano. Tra due ‘nature’ molto diverse del lavoro: (i) lavoro come attività di creazione di un valore che non può mai essere specificato o quantificato in anticipo (e perciò è impossibile da mercificare) e (ii) lavoro come una quantità (ad esempio il numero di ore lavorate) che è in vendita e si ottiene a un certo prezzo. E’ questo che distingue il lavoro da altri fattori della produzione, come l’elettricità: la sua natura doppia, contraddittoria.” Ora, per quanto mi è noto, la doppia natura del lavoro in Marx oppone il lavoro in quanto produttore di “ricchezza” (valori d’uso) al lavoro in quanto produttore di “valore” (rintracciabile nel valore di scambio). E’ chiaro che il “lavoro come attività di creazione di un valore” non può mai essere quantificato in anticipo, perché è solo nella realizzazione del plusvalore (e non nella sua produzione) che viene in chiaro quanto profitto il capitale sia riuscito o meno a realizzare. D’altra parte, è proprio nella riduzione del “lavoro” (ma sarebbe meglio dire della “forza- lavoro”) ad una entità quantificabile che trova la sua ragion d’essere la produzione di valore (e di plusvalore). E ciò, in Marx, è vero sia sotto il profilo logico che sotto il profilo storico. Risparmio a tutti, e al buon Varoufakis soprattutto, le citazioni arcinote in cui questa affermazione trova riscontro.
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Andiamo verso una dissoluzione conflittuale della zona euro
Jacques Sapir
Siamo entrati in una fase acuta della crisi dell'euro
Le ultime dichiarazioni o articoli scritti nei giorni scorsi da diversi economisti e politici europei dimostrano che siamo entrati in una fase acuta della crisi dell'euro. In Grecia, la questione di un possibile ritorno alla dracma è discussa apertamente. In Italia è Stefano Fassina, un economista del Partito democratico, ex Vice Ministro dell'Economia e delle Finanze nel governo Letta, che ha deciso sulla questione Euro di attraversare il Rubicone.
La "conversione" di Fassina a tesi critiche sull'euro dimostra che il dibattito si sta espandendo in Italia. Più di recente, è stato Wolfgang Streeck, sociologo ed economista, che in un anrticolo su Le Monde ha sostenuto che l'Europa dovrebbe abbandonare la moneta unica. Queste diverse posizioni, per non parlare di quelle di Podemos in Spagna, sono un buon indicatore che siamo ad un punto di rottura. Streeck dice senza mezzi termini che mantenere l'euro sta uccidendo l'Europa e causando un aumento dell' antagonismo anti-tedesco.
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La fine della crescita senza fine
di Nafeez Ahmed
Qualche tempo fa abbiamo discusso del bel libro di Mauro Bonaiuti. Vi proponiamo oggi un intervento sui temi del libro, segnalatoci dallo stesso Bonaiuti che ha curato la traduzione. L'intervento è diviso in due parti, che pubblichiamo fra oggi e domani. Qui trovate l'originale. (M.B)
Parte I
È arrivato il nuovo anno, e la crisi economica globale è ancora grave. Ma mentre gli esperti si scontrano sul fatto che il 2015 sia l'anno della ripresa o piuttosto quello di una nuova recessione, nuove ricerche suggeriscono che tutti costoro potrebbero star non vedendo lo scenario nella sua interezza: il perdurare della crisi economica globale potrebbe essere, cioè, il sintomo di una crisi più profonda del rapporto tra la nostra civiltà industriale e la natura.
Lungi dal catastrofismo, alcuni economisti vedono l'attuale fase di stagnazione e austerità come parte di una fondamentale fase di transizione verso una nuova forma di società nella quale potremmo adattarci ai limiti imposti dalla natura e prosperare o, nel negarli, collassare lasciando alla natura ritrovare un suo equilibrio. Così il 2015 annuncia l'alba di una nuova era di prosperità, o il crollo dell'economia globale?
Mentre ci si avvicinava al nuovo anno, alcuni esperti hanno affermato con ottimismo che la più parte dei segnali indica che l'economia sia di nuovo sui giusti binari, mentre altri hanno descritto sorti più tristemente incerte. Di sicuro, con insolita umiltà, molti economisti mainstream hanno ammesso di non avere idea di cosa ci potesse serbare l'anno in arrivo.
Justin Wolfers del New York Times ha semplicemente consigliato di: "prepararsi al peggio, sperare per il meglio, e prepararsi ad essere sorpresi."
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Crisi e Capitalismo
Austerity Vs Anti-Austerity: un falso problema?1
Francesco Macheda*
Con l’esplosione e la diffusione della crisi economico-finanziaria, le medicine proposte sono essenzialmente due. Da un lato, i sostenitori dell'austerità, le cui convinzioni seguono i precetti della teoria economica neoclassica. Sul campo opposto, i sostenitori dell’intervento pubblico allo scopo di sostenere produzione ed occupazione. In questo caso, la teoria economica di riferimento è quella keynesiana. Tuttavia, esiste anche una terza ipotesi, riconducibile alla critica dell’economia politica di Marx. L’obiettivo di questo articolo è comparare i fondamenti delle tre teorie, tentando di sottolineare le rispettive implicazioni politiche.
1. Teoria neoclassica
Nella teoria neoclassica, la produzione è un rapporto puramente tecnico tra fattori – lavoro e capitale – allo scopo di produrre merci. Le forme sociali che si sono succedute, come feudalesimo e capitalismo, sono distinte in base al modo in cui tali fattori si combinano. Il capitale è dunque indipendente dal contesto storico-sociale, e la peculiarità del capitalismo starebbe nell’utilizzo del mercato per portare a termine questa combinazione, in un contesto di proprietà privata dei mezzi di produzione. Ne seguono tre conclusioni.
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E l’apprendista stregone Occidente «creò» l’Isis
C. Russo intervista Domenico Losurdo
Diversi paesi arabi sono oggi disastrati e distrutti. Quali sono le cause della gravissima crisi in cui vivono paesi come la Libia, la Siria e l’Iraq?
A partire da quello che era stato strombazzato come l’anno di grazia, il 1989, sono stati investiti dalla guerra Panama, l’Iraq, la Jugoslavia, la Libia, la Siria… L’epicentro di questi conflitti è costituito dal Medio Oriente, dove l’Occidente assicura di voler apportare civiltà, democrazia, pace. Dopo centinaia di migliaia di morti, milioni di feriti e milioni di profughi, la realtà è sotto gli occhi di tutti. Non si tratta solo delle terribili devastazioni materiali. In occasione della prima e della seconda guerra del Golfo (1991 e 2003) gli sciiti iracheni furono chiamati alla rivolta contro i sunniti guidati da Saddam Hussein; successivamente, con lo sguardo rivolto all’Iran sciita e ai suoi possibili alleati, sono stati i sunniti a essere sollecitati a prendere le armi contro gli sciiti in Iraq e soprattutto in Siria. Ai giorni nostri, dopo essere stati incoraggiati in Siria, gli spietati guerrieri sunniti del Califfato sono combattuti in Iraq e soprattutto nel Kurdistan secessionista.
In tutto il Medio Oriente, nella lotta contro i regimi laici scaturiti dalle rivoluzioni anticoloniali (che hanno fatto seguito alla Seconda guerra mondiale) e contro i movimenti di liberazione nazionale collocati su posizioni laiche, l’Occidente ha fatto appello alla religione e al fondamentalismo religioso: così in Iraq, Libia, Siria, Palestina, dove Israele a suo tempo appoggiò Hamas contro l’Olp di Arafat.
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Agonia di una civiltà
di Sandro Moiso
Emil Cioran, Sulla Francia, Voland 2014, pp. 110, € 13,00
Non è un autore molto frequentato Emil Cioran, soprattutto negli ambienti della sinistra antagonista.
Ed è facile capirne il perché: amico di personaggi come Mircea Eliade aveva fatto parte, negli anni che avevano preceduto il secondo conflitto mondiale, della Guardia di ferro di Corneliu Zelea Codreanu, un movimento anti-semita, filo-nazista e ultra-reazionario che si era sviluppato tra gli anni venti e trenta nel suo paese d’origine, la Romania.
Però, il libro in questione, prima traduzione italiana a cura di Giovanni Rotiroti di un manoscritto del 1941 dimenticato per decenni tra le carte depositate presso la Bibliothèque Jacques Doucet, può rivelarsi molto interessante ed utile per rivedere alla luce di un suo importante teorico la teoria della decadenza della civiltà e coglierne tutte le subdole conseguenze ideologiche e politiche. Soprattutto in momenti, come l’attuale, in cui i rischi connessi all’esplodere di crisi economiche e militari sempre più virulente e devastanti sembrano aver messo in crisi gli equilibri raggiunti nel secondo dopoguerra e l’opulenza e la sicurezza delle società europee.
“Una nazione raggiunge la grandezza solo se guarda al di là delle sue frontiere, odiando i propri vicini e volendo soggiogarli. Essere una grande potenza significa non ammettere valori paralleli, non sopportare vita accanto a sé, imporsi come senso imperativo e intollerante […] Un tempo, dai villaggi francesi scaturivano energie debordanti, forze avide di gloria… Oggi, l’aratro è noioso, le fattorie intorpidite, il lavoro senza fascino” (pp.79-80).
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Atene chiama. Fassina risponde?
Mimmo Porcaro
L’arretramento di Syriza
Non si è buoni amici del popolo greco se si sottovaluta il netto arretramento a cui Syriza è stata costretta dai ricatti delle sue controparti e dalla propria incertezza strategica. Nella lettera presentata da Varoufakis all’Eurogruppo non c’è alcun cenno alla questione più importante, ossia alla ristrutturazione del debito, ed oltre a ciò il governo greco si trova di fatto nell’impossibilità di utilizzare il fondo salva-stati (che andrà per intero alle banche) e di superare l’obbligo dell’avanzo primario (avanzo che, al massimo, potrà essere modulato). E’ impossibile onorare anche parzialmente, in queste condizioni, gli impegni presi con gli elettori. E’ impossibile pensare che si sia aperto, in questo modo, un qualche spazio di manovra. Ed è sorprendente che si imputi tutto ciò alla durezza delle istituzioni europee: che cosa ci si aspettava? Come è possibile che il gruppo dirigente di Syriza non abbia previsto la rigidità dell’eurogruppo e i ricatti della Bce? Come hanno fatto a non capire che l’esclusione dell’uscita dall’euro ha reso quasi nullo il loro potere negoziale, di fronte ad un’Europa che, oltretutto, è momentaneamente ringalluzzita dal Q.E. di Draghi (non a caso annunciato poco prima delle elezioni greche…)?
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Lo Stato islamico si presenta
di Pierluigi Fagan
Lo Stato islamico si presenta. Qui il depliant italiano che riassume alcune notizie sullo Stato islamico, date dallo stesso Stato islamico. E’ evidente lo sforzo di presentarsi come uno stato, non una organizzazione, IS è un progetto politico legato ad un territorio. Nonostante il diluvio informativo occidentale che alza la paranoia su gli attentati al papa o a gli sgozzamenti nelle nostre metropolitane, IS ha come fine e missione, conquistare un territorio ed amministrarlo secondo le leggi islamiche. Poi, tutto il mondo. Il suo nemico principale è quello interno all’islam: sciiti, mistici, élite corrotte ed occidentalizzate, revisionisti modernizzanti, lassismo nelle pratiche religiose, etiche, politiche.
La prima notizia ci viene data sullo sforzo di formazione ed educazione alla corretta interpretazione islamica, la formazione dei formatori (imam), il modo di diffondere l’ideologia portante la nuova entità. Apprendiamo così dalla loro viva voce che il testo cardine di riferimento è di un certo ‘Ali al-Khudair, teologo di stretta osservanza della scuola wahhabita, un arabo saudita. Il depliant infatti, cita direttamente il trattato “Essenza e i fondamenti dell’islam” di Muhammad ib Abdul Wahhab. Questa non è una citazione tra le altre è il riferimento unico, il cardine ideologico. Lo Stato islamico è ufficialmente di ispirazione wahhabita.
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Il caso Nemtsov
di Aldo Giannuli
Chi ha mandato i killer che hanno ucciso Boris Nemtsov? Un omidicio da professionisti: un killer che esce da una macchina e che spara sei colpi centrandone quattro alle spalle ed alla testa della vittima, poi va via, senza curarsi di chi gli stava vicino, Anna Durizkaja, una ballerina ucraina che da qualche anno era la sua compagna ed ora è una testimone di primissimo piano. Il tutto a duecento metri dal Cremlino, in uno dei posto più sorvegliati del pianeta con una marea di telecamere nascoste e decine di agenti travestiti che passano con aria indifferente. D’altra parte, se sono sorvegliatissimi l’Eliseo e la Casa Bianca e persino Palazzo Chigi, perché mai non dovrebbe esserlo il Cremlino?
Subito, l’indice dei media internazionali si è levato contro Putin additandolo come il (quasi) certo mandante e, pur se con toni diplomaticamente attenuati, la stessa cosa hanno fatto le cancellerie occidentali.
Al contrario, le autorità inquirenti parlano di un possibile pista islamica (Nemtsov aveva condannato la strage di Chiarlie Hebdo) corroborata dal ritrovamento dell’auto servita ai killer, con una targa dell’Inguscezia (repubblica caucasica a forte componente musulmana) e non escludendo neppure una pista amorosa per via della ballerina ucraina. Putin ha parlato di provocazione lasciando intendere che si tratti di un attentato di americani o di agenti di Kiev, accuse riprese da molti blog filo moscoviti.
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Sharing Economy: come il capitale assorbe la sua critica
di Alessandro Zabban
“Scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo […], scegliete la vita”.
Tutti questi pressanti imperativi sociali, efficacemente descritti nella scena iniziale di Trainspotting e a cui il protagonista Mark Renton cerca disperatamente di fuggire, sulle note di Lust for Life di Iggy Pop, in nome di una vita più autentica e più libera, sono già il passato. Il sistema non ti chiede più di rispettare un orizzonte normativo ristretto e monotono; al contrario: la società e le forme economiche che la sorreggono gridano in coro la tua libertà rispetto alle istituzioni tradizionali, la tua autonomia e autenticità rispetto all’automatismo fordista, la tua originalità rispetto al livellamento massimalista prodotto dal welfare state, la tua flessibilità rispetto alla ripetitività del posto fisso.
La nuova economia parla il linguaggio anglofono della flexibility, della competitiveness, e più recente della sharing economy. La nuova narrazione liberista inventa un sistema ideologico complesso e raffinato che relega le vecchie forme del lavoro, stabili e protette, nel reame della noia e alle quali contrappone le eccitanti innovazioni “smart” del capitalismo globalizzato. Peccato che proprio dietro queste presunte nuove frontiere delle liberazione si nascondano condizioni lavorative decisamente deteriorate e la revoca dei più basilari dei diritti in un contesto di proliferazione dello sfruttamento e di crescita delle disuguaglianze.
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Euroexit e salari
Gennaro Zezza
Prosegue il dibattito suscitato dallo studio di Realfonzo e Viscione che ha messo in luce gli effetti positivi di una uscita dall’euro ma anche i rischi per il mondo del lavoro. Dopo gli interventi di Salvatore Biasco e del Keynes blog, secondo i quali è necessario permanere nell’euro per evitare conseguenze a loro avviso molto gravi, pubblichiamo un intervento diametralmente opposto di Gennaro Zezza. L’autore considera “apocalittiche” le posizioni di Biasco e del Keynes blog, ma ritiene anche eccessive le preoccupazioni di Realfonzo e Viscione sui rischi salariali e occupazionali, sostenendo che l’euroexit sia necessaria per praticare politiche di pieno impiego.
***
L’intervento di Realfonzo e Viscione sulle possibili conseguenze di una uscita dell’Italia dall’eurozona sta suscitando un certo dibattito. Il commento di Salvatore Biasco prefigura scenari apocalittici, dati dalle ripercussioni sui bilanci bancari del deprezzamento delle attività finanziarie in “nuove valute”. La redazione di Keynes blog sembra concordare con Biasco sulle conseguenze catastrofiche, per il sistema finanziario internazionale, di una rottura della eurozona, ed enfatizza il modesto impatto che la svalutazione di una “nuova valuta” avrebbe sulla crescita.
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Questa non è Sparta, questa è Salamina
Eurogruppo, eurocentrismo, nomadismo
Akis Gavriilidis
La congiuntura attuale, in Grecia e oltre la Grecia, è segnata dai tentativi di dare senso a quanto avvenuto con le negoziazioni di febbraio all’interno dell’Eurogruppo. Fonti vicine al governo greco cercano di presentarne i risultati come una «vittoria» mentre altri, tanto fuori quanto dentro SYRIZA, affermano che si tratta invece di una «sconfitta» o di una «capitolazione». Quest’ultima impressione a me pare presupporre una concezione della strategia eurocentrica e maschilista (o fallologocentrica, per usare il neologismo di Derrida); una concezione organizzata attorno all’immagine della battaglia finale nella quale uno deve dimostrare coraggio e avere la meglio sull’avversario. Per le ragioni alle quali ho accennato, non condivido l’idea che una «vittoria» consista in questo. Cercherò allora di leggere la strategia (ammesso che ci sia) applicata dal governo greco nelle negoziazioni e ciò che ha ottenuto (ammesso che ci sia) attraverso le lenti di due assiomi strettamente legati tra di loro:
— Il potere non è una cosa, né una sostanza, ma è la capacità di agire sulle azioni (Foucault)
— Una buona strategia consiste nel non cercare di schiacciare le forze del tuo avversario ma nell’usarle, specialmente quando quelle forze sono drasticamente superiori alle tue (precetto tradizionale delle arti marziali asiatiche).
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L'Unione Europea è morta
di Franco Berardi
Come sbarazzarsi del cadavere e ricominciare il processo di costruzione dell'Unione
Nel mese che è seguito alla vittoria di Syriza siamo stati costretti a riconoscere qual sia la natura (e il senso, e il destino) dell’Unione europea.
Per il 18 marzo è convocata una dimostrazione nella città di Francoforte, per festeggiare l’inaugurazione della nuova sede della Banca Centrale europea il cui costo ammonta a 1.3 miliardi di euro. Come si svolgeranno questi festeggiamenti?
La tradizione politica dalla quale provengo si è ispirata a un principio preliminare: la rivendicazione di sovranità nazionale è regressiva, apre la strada al nazionalismo e perde di vista la sola cosa interessante, che è la trasformazione dell’Unione nel suo complesso.
In un articolo uscito in transversal.at Toni Negri e Raul Sanchez Cedillo ripropongono questa impostazione.
Dapprima correttamente descrivono la natura truffaldina del debito:
"L’Europa della troika vuol far pagare il debito alle moltitudini europee e, della capacità di pagare questo debito, fa la misura della democrazia ed anche del grado di europeismo. Ma tutti coloro che si muovono su un fronte democratico pensano piuttosto che questa misura sia infame perché i debiti che oggi sono imputati ai popoli son stati fatti da coloro che in tutti questi anni hanno governato. Questi debiti hanno rimpinguato le classi dirigenti, "
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Indebolire il giudice rafforza la giustizia?
La riforma della responsabilità civile
di Domenico Gallo
Adesso che è stata approvata la riforma della responsabilità civile dei magistrati, ci tocca assistere ad un diluvio di banalità che fanno eco alla legge, intonate sul ritornello: chi sbaglia paga. Addirittura sul tg di Sky è stato promosso un sondaggio che propone ai telespettatori la seguente domanda: “I magistrati dovranno rispondere dei loro errori? Sei d'accordo?”.
Quello che stupisce in questo sondaggio non è che l'86% ha risposto di essere d'accordo, ma che il 14% si è espresso in disaccordo. Se si pone la domanda in questi termini il 100% degli intervistati dovrebbe rispondere sì. Non a caso in un tribunale una domanda del genere non sarebbe stata ammessa. Il codice infatti vieta di porre ai testimoni domande che tendono a suggerire la risposta.
In effetti la divulgazione della riforma sulla responsabilità civile ai magistrati, più che far conoscere al pubblico i contenuti del provvedimento, tende a trasmettere dei messaggi rassicuranti all'opinione pubblica. D'ora in poi i cittadini saranno maggiormente tutelati rispetto agli abusi dei magistrati.
Ma è proprio vero?
In realtà le modifiche alla disciplina della responsabilità civile dei magistrati implicano che la domanda sia rovesciata, la domanda giusta da porre ai cittadini è: indebolire il giudice, rafforza la giustizia?
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La nuova frontiera radicale del capitalismo sostenibile
Militant
Quasi contestualmente a questa lunga riflessione, in cui il neoministro greco Varoufakis spiega le ragioni della sua adesione e della sua critica al marxismo generalmente inteso, qualche giorno fa usciva un contributo di Slavoj Zizek su Repubblica, teso ad inquadrare politicamente il problema ISIS nello scenario globale. Due spunti profondamente diversi, ma che convergono verso un’identica ipotesi interpretativa della realtà ed un’unica soluzione politica per l’avvenire. Una casualità eccessivamente casuale per non destare interpretazioni – e preoccupazioni – politiche. Sebbene da punti di vista differenti, il ministro descamisado e il filosofo lacaniano confluiscono verso l’idea che il capitalismo vada salvato dalla barbarie, cioè da tutto ciò che si pone fuori dal perimetro liberale. Capitalismo o barbarie, termina la lunga riflessione del ministro greco; allo stesso modo, sebbene non così esplicito, Zizek converge spiegando che solo una tensione stimolante della sinistra radicale può salvare il capitalismo dai suoi eccessi liberisti, riaffermare il liberalismo come metodo politico progressista così da impedire sul nascere degenerazioni à la ISIS. Poco male, la solita fuffa buonista di una certa sinistra salottiera, potremmo liquidarla. Non fosse che Zizek da qualche anno viene percepito come uno dei più rilevanti maitres a penseer della nuova sinistra radicale e anticapitalista, mentre Varoufakis – insieme a Syriza – visto come possibile leader della sinistra europea.
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Il viaggio dell’eroe e la coscienza di classe
di Luca Cangianti
L’eroe delle narrazioni moderne percorre lo stesso cammino di chi prende coscienza di una situazione d’oppressione e decide di ribellarsi. Nel Viaggio dell’eroe, un manuale di sceneggiatura di ampio successo, Chris Vogler afferma che il protagonista, l’eroe per l’appunto, è spinto a intraprendere un’avventura che lo strappa alla realtà quotidiana, portandolo alle soglie di un mondo straordinario nel quale dovrà superare prove mortali nel tentativo di sconfiggere il nemico. Tuttavia “Gli eroi non si limitano a visitare il regno dei morti per poi tornare a casa. Ne escono trasformati” (C. Vogler, Il viaggio dell’eroe, Audino, 2005, p. 128.)
Tre storie gestaltiche
Nel film Tutti a casa il sottotenente Alberto Innocenzi (Alberto Sordi), dopo il collasso dell’8 settembre 1943, intraprende un viaggio drammatico e picaresco attraverso l’Italia sconvolta dalla guerra e invasa dai nazisti. Innocenzi all’inizio si comporta da opportunista, ma il corso degli eventi lo cambia progressivamente. Nel finale, di fronte all’assassinio del suo compagno, ha uno scatto di dignità e decide di non subire più la violenza dell’oppressore. Prende coscienza, s’impossessa di una mitragliatrice e inizia a combattere: l’inquadratura si allarga sulle azioni coordinate di una brigata partigiana; l’eroe non è più solo, è parte di una comunità più grande che sfida il potere e crea a una nuova società.
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La tragedia greca: l’Europa a un bivio?
di Andrea Fumagalli
In questi giorni si è concluso il primo round della trattativa tra governo greco ed Eurogruppo. Presentiamo qui una prima analisi dei risultati raggiunti, delle opportunità guadagnate e delle eventuali occasioni perse. L’intento è quello di problematizzare con lucidità l’attuale fase, importante e delicata, evitando di farsi cogliere dal disfattismo o viceversa dall’euforia. Il presente contributo si è avvalso di un fruttifero scambio di opinioni con Christian Marazzi.
Si è chiusa la prima fase della trattativa tra il governo Tsipras e la troika (ora chiamata “le istituzioni”) per la ristrutturazione del debito greco e il possibile superamento delle politiche di austerity. Non sappiamo ancora come il processo avviato nel mese di febbraio si concluderà e quindi è prematuro tracciare un bilancio definitivo. Ma alcune considerazioni possono essere avanzate già da ora.
La successione degli eventi
Cominciamo con i fatti. Perché un minimo di informazione è necessaria, per capire di che stiamo parlando.
Il 4 febbraio 2015 la Bce decide di non accettare più come garanzia “collaterale” i titoli di stato greci per fornire la liquidità necessaria al sistema creditizio greco al fine di far fronte alle normali operazioni bancarie. Di fatto, un drastico taglio alla liquidità greca che incentiva la fuga di capitali all’estero. Di fatto, un atto di terrorismo economico per condizionare la trattativa che si sarebbe aperta da lì a poco. Il governo greco inizia così la trattativa con una pistola puntata alla tempia.
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I luoghi dell’etica economica
[Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo la postfazione al volume L’Europa dei territori. Etica economica e sviluppo sociale nella crisi a cura di Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli, Orthotes, 2014]
di Stefano Lucarelli
Heidegger: Così come non si possono tradurre le poesie, non si può tradurre un pensiero. Si può tuttavia in ogni caso parafrasarlo. Ma appena si tenta una traduzione letterale, tutto viene modificato.
Spiegel: È un’idea scomoda.
Heidegger: Sarebbe bene si prendesse sul serio e su grande scala questa scomodità e si meditasse finalmente su quale trasformazione, ricca di conseguenze, abbia subito il pensiero greco attraverso la traduzione nel latino dei Romani, un evento che ancora oggi ci impedisce un sufficiente ripensamento delle parole-base del pensiero greco.
Postfazione
Tra l'economia politica e la politica economica: i luoghi dell'etica economica
I luoghi dell’etica economica
Parlare di etica economica comporta innanzitutto un lavoro di comprensione non banale di questa coppia di parole – il sostantivo “etica” e l’aggettivo “economica” – parole che sorgono molti anni fa all’interno del pensiero filosofico greco, e, in particolare all’interno della riflessione di Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.).
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Il MUOS è US Navy, non NATO
Ed è un pericolo, non una difesa.
Massimo Zucchetti
Il mutuo soccorso fra scriventi sui quotidiani (io non oso chiamarmi giornalista, non intendo usurpare una qualifica così apprezzata oggidì in Italia: TUTTI gli italiani amano i giornalisti, no?) è una buona norma.
A volte capita ai noi scriventi sui quotidiani di dover essere costretti, da — diciamo — indicazioni editoriali dall’alto a dover scrivere di cose delle quali non sappiamo assolutamente nulla: allora ci si arrangia come si può, e magari — purtroppo — si costruisce tutto il proprio pezzo su affermazioni di base che sono false.
Angelo Panebianco firma addirittura un editoriale sul Corriere della Sera, noto quotidiano a diffusione nazionale, dal titolo:
Sentenze miopi e tagli sbagliati, le armi puntate contro di noi
Non entro nel merito della prima parte dell’articolo, tutto in soccorso e difesa della Difesa, tutto pieno di rimpianto sul “c’eravamo poco armati”, tutto ardente di nuovo spirito guerriero verso Tripoli bel suol d’amore, tutto scandalizzato su come molti deputati abbiano osato esprimere addirittura la loro “opposizione di principio” verso l’acquisto degli F-35, nota arma antiterroristica efficiente e a basso costo: il tutto in questo Grave Momento in cui l’ISIS — impresa con startup USA — minaccia di invadere Roma.
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L'alternativa in Grecia
di Statis Kovelathis*
La strategia negoziale della leadership di Syriza ha fallito. Ma non è ancora troppo tardi per evitare una sconfitta totale.
Cominciamo con un fatto che dovrebbe essere indiscutibile: venerdì il governo greco è stato trascinato in un accordo con l’Eurogruppo che equivale ad una precipitosa ritirata.
Il regime del memorandum sarà prorogato, l’accordo sul prestito e la totalità del debito sono riconosciuti, la “supervisione”, altra parola per indicare il governo della troika, sarà continuata sotto altro nome, e vi sono ora ben poche possibilità che il programma di Syriza possa essere attuato.
Un fallimento così totale non è, e non può essere, una questione di fortuna, o il risultato di una tattica mal concepita. Esso rappresenta la sconfitta di una linea politica ben precisa che ha ispirato la strategia del governo.
L’Accordo di Venerdì
Nello spirito di un mandato popolare per il rovesciamento del regime del memorandum e la liberazione dal debito, la parte greca è entrata nel negoziato respingendo la proroga dell’attuale “programma”, concordato con il governo Samaras, e rifiutando la tranche del prestito di 7 miliardi di €, ad eccezione del profitto di 1,9 miliardi di € sui titoli greci, a cui aveva diritto.
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Il capitale «apre» i confini: accumulazione e crisi del globale in Rosa Luxemburg
di Michele Cento e Roberta Ferrari
Dopo l’introduzione al seminario dedicato a Riforma e Rivoluzione di Rosa Luxemburg che ∫connessioni precarie ha organizzato lo scorso autunno, pubblichiamo la seconda parte dedicata a una lettura fedele ma libera dell’accumulazione del capitale. Lo scopo principale non è tanto una filologia politicamente corretta dell’opera di Luxemburg, ma la presentazione di alcuni spunti che partendo dalla sua analisi siano all’altezza della sua intelligenza e della sua coerenza.
«…esige un’illimitata libertà di movimento…e perciò una possibilità sconfinata di disporre di forza lavoro addizionale»
«Gli errori che compie un reale movimento operaio rivoluzionario sono sul piano storico incommensurabilmente più fecondi e più preziosi dell’infallibilità del miglior comitato centrale», scrive Rosa Luxemburg in I problemi di organizzazione della socialdemocrazia. Vale forse la pena iniziare da qui perché, nelle pagine che seguono, ci occuperemo in fondo della fecondità degli errori, non del movimento operaio, ma di Rosa Luxemburg. Non è certo una novità che le tesi espresse dall’Accumulazione del capitale, volume che Luxemburg pubblica nel 1913, siano basate sull’assunto errato che l’affermazione mondiale del capitalismo coincida con la sua crisi definitiva. Quale significato può allora avere rileggerle oggi, nel momento in cui l’estensione globale del dominio capitalistico è direttamente proporzionale non solo all’inflessibilità del suo comando, ma anche alla rimozione di ogni scenario alternativo allo sviluppo capitalistico? Ha certamente ragione Slavoj Žižek quando sostiene che siamo capacissimi di immaginare la fine del mondo in seguito a un’invasione marziana, ma la catastrofe del capitalismo rimane per noi impensabile. La fecondità politica dell’errore di Luxemburg deve essere misurata allora su questa incapacità, non per trarre dalla sua oepra la via finalmente rischiarata per la rivoluzione, ma per acquisire strumenti utili alla comprensione del presente capitalistico, nel quale crisi e ripresa si giustappongono per consolidare il dominio del capitale sul lavoro che, nonostante le difficoltà organizzative, tenta sempre di sottrarsi agli imperativi che gli sono imposti, sia pure in maniera per lo più estemporanea. È cioè un presente di dominio e di lotta, di processi consolidati e di insorgenze improvvise, di rischi e di opportunità.
Fin qui, rientreremmo però ancora nell’ambito del «classico», inteso appunto come testo capace di parlare al presente. Un ambito irto di confini interpretativi, che vigila sulle letture dell’opera e le vaglia scrupolosamente.
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Concorrenza fiscale o regolazione fiscale del Capitalismo?
Un bilancio europeo1
di Salvatore Biasco
Introduzione e sintesi
E’ bene iniziare con una sintesi su ciò che tratta il saggio. Non é di percezione comune nella sinistra che in campo fiscale si giochino pezzi della regolazione del capitalismo mondiale. Ed é sfuggito a molti che - sempre in campo fiscale - é stata varata l’unica vera regola mondiale da molti anni a questa parte, siglata da un concerto di paesi a ottobre 2014, quella che porta allo scambio automatico di informazioni tra amministrazioni fiscali (di cui dirò). Pur essendo una rivoluzione da non sottovalutare, che pone qualche serio problema ai grandi patrimoni, a evasori e al denaro sporco, é una regola incompleta. Non pone, infatti, altrettanti problemi alla capacità della multinazionali di sfuggire legalmente alla tassazione, di sottrarre quest’ultima al paese in cui hanno prodotto reddito e sostanzialmente tenerla per sé, Non solo un danno di gettito, ma un'alterazione conseguente della concorrenza a proprio favore. Dovrà pure essere affrontata una situazione che vede imprese come Amazon, Apple, Starbrook e tantissime altre riuscire a pagare, sì e no, il 2% sui propri profitti, mentre altre sono soggette a tassazione piena e il lavoro é ipertassato.
Si insiste molto sulla perdita di efficacia dello Stato nazionale di fronte alla globalizzazione finanziaria. Ma, in questo campo, é così solo in parte. Gli Stati nazionali (soprattutto europei) non hanno perso potere impositivo a causa della globalizzazione, ma a causa della competizione fiscale.
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Syriza, l’Europa e la dura legge del Minotauro
Note sulla congiuntura attuale a partire da “Il Minotauro globale” di Yanis Varoufakis
di Miguel Mellino
Politica e mitologia
Yanis Varoufakis è balzato definitivamente alla ribalta dopo la vittoria di Syriza in Grecia. L’arrivo di Varoufakis nei labirinti del potere UE – come ministro delle finanze del governo Tsipras – può essere considerato come uno degli effetti più rilevanti del ciclo di lotte anti-austerity che è andato sviluppandosi nell’Europa meridiana, ma non solo, negli ultimi anni. La vittoria di Syriza pone l’UE come mai prima di fronte a un bivio: perseverare in modo diabolico nel proprio dispotismo neoliberista, e confermare così la sua guerra di classe alle diverse popolazioni europee, o cominciare a cedere a un movimento che prima o poi non potrà più contenere, se non ricorrendo a forme di violenza sempre più esplicite. Tsipras e Varoufakis rappresentano oggi qualcosa come il “punto nodale”, per riprendere qui un noto concetto lacaniano, dell’attuale scontro tra l’Europa costituita e l’Europa costituente. Al di là della mitologia costruita dai media soprattutto italiani sui “sembianti” di questi due uomini – ritratti spesso insieme, e che vanno da uno Tsipras cresciuto al “caldo del movimento no global” e della “tradizione della sinistra italiana” (come se questo di per sé fosse garanzia di qualcosa), a un Varoufakis “diverso” perché arrivato in moto al vertice dell’Eurogruppo (in un ibrido tra James Dean e Che Guevara) – sappiamo ancora poco del modo in cui intendono portare avanti la richiesta di una svolta anti-austerity in Europa per affidare unicamente al loro operato nell’ambito delle istituzioni comunitarie, ovvero alla “polizia” (per stare al modo in cui Jacques Ranciére ha definito le istituzioni sovrane moderne), il nostro futuro “politico”. E questo, ovviamente, al di là della buona volontà di entrambi. Forse si può ricavare qualche indizio in più di ciò che potrà accadere da una lettura del libro più importante di Yanis Varoufakis Il Minotauro globale (Asterios, 2012), rimasto misteriosamente in secondo piano (quasi mai citato) negli attuali dibattiti.
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Cosa si nasconde dietro le nostre rabbie quotidiane
Nicola Lagioia
“Dovresti finire in galera”. “Sei un cane!”. “Pezzo di merda”. “Peggio della camorra”. “Si vergogni! Sono una professoressa e so quanto soffrono i ragazzi sovrappeso quando vengono sfottuti dai compagni, e lei merita di essere rinchiuso qualche anno in un centro di rieducazione mentale”. “Ti auguro la morte”.
Molti di quelli che fino al mese scorso piazzavano l’icona Je suis Charlie sulle foto del loro profilo Twitter o Facebook non si sono fatti problemi a scagliarsi qualche giorno fa contro Alessandro Siani. Il comico, in nome di un cattivo gusto che non arriva ai talloni di quello sfoderato dal settimanale satirico francese, ha canzonato in diretta nazionale un ragazzino obeso.
Non amo la comicità di Siani, mi sembra morda poco e grossolanamente. Ma non posso non notare la contraddizione in chi, sentendosi ferito da un’offesa rivolta ad altri (”ma ci entri nella poltrona?”, che se volete è la versione moscia del Benigni prebeatificazione, quando diceva di Giuliano Ferrara “pensa che vita senza toccarselo mai, non ci arriva mica!”) non vede l’ora di ferire a sua volta augurando il decesso o la reclusione coatta all’autore dell’offesa. Non è la riprovazione di per sé a sembrarmi rivelatoria, ma la violenza con cui è espressa. Il caso di Siani è solo l’ennesimo in cui, crepato il vaso di Pandora del politicamente corretto, ne vengono fuori strani spettri.
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L’ impacte républicain
di Marco Zerbino
Uno dei lasciti più problematici di atti criminali come quello verificatosi lo scorso 7 gennaio nella redazione di Charlie Hebdo ha a che fare con il clima binario che tipicamente essi generano. “O di qua, o di là”, suonano sempre i primi commenti a caldo, e questo sembrava dire anche l’oceanica manifestazione tenutasi la domenica successiva al massacro, il cui slogan principale era “Je suis Charlie” (associato anche all’altro “Je suis Charlie, flic, juif”: “Sono Charlie, poliziotto, ebreo”). Buona parte delle analisi e delle ricostruzioni, come anche il vissuto (più o meno conscio e ammesso) del cittadino medio occidentale bianco, finiscono fatalmente per strutturarsi attorno alle ben note coppie antinomiche “bene/male”, “libertà/dispotismo”, “democrazia/teocrazia”, “lumi della ragione/tenebre oscurantiste”, “occidente/islam”, “civiltà/barbarie”, “Noi/Loro”… Lista che, va da sé, potrebbe continuare.
Vorrei tuttavia rassicurare il lettore. Quanto sta per leggere non contiene l’ennesima tiritera sulla falsariga di quelle che le prefiche liberal e progressiste amano intonare in riferimento ad accadimenti terribili come quello di rue Nicolas Appert: che il “vero” islam non ha niente a che fare con il fondamentalismo; che esso è anzi religione di pace e di tolleranza; che l’islam ha contribuito tantissimo allo sviluppo della civiltà umana sin dal Medioevo e via discorrendo.
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