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La produttività, il tempo e la confusione di Squinzi
di Sergio Bruno
L’incultura dominante insiste sul fatto che dalla crisi si esce lavorando di più. Ma in questo modo si ignora che cosa sia la produttività, che cosa la possa migliorare, gli orizzonti temporali degli investimenti. e il ruolo delle politiche
La produttività
Il presidente di Confindustria Squinzi chiede: “bisogna lavorare di più, più ore, diminuendo festività e ferie. Qualunque tipo di provvedimento sulla competitività passa per il fatto che bisogna lavorare di più, più ore”.
Vediamo gli aspetti economici: la produttività viene misurata come valore di un prodotto rapportato a un fattore della produzione. Questo in principio. In pratica il prodotto viene rapportato al solo lavoro, perché ... è facile contare gli occupati e/o le ore lavorate. Di produttività totale dei fattori si parla solo in pubblicazioni specializzate e di produttività del capitale quasi mai, perché le relative stime sono dubbie e dipendono da ipotesi eroiche. Macchinari e impianti sono così diversi tra loro (eterogenei) che come si fa ad aggregarli? I lavoratori invece .... si può fingere che siano omogenei perché i differenziali di remunerazione sarebbero proporzionali ai loro differenziali di produttività. “Sarebbero”, perché la fiducia in un mercato capace di operare un tale miracolo è tanto cieca da ignorare miriadi di evidenze di segno contrario (si pensi solo a quanto è cresciuto negli ultimi trent’anni lo stipendio relativo dei manager rispetto a quello degli operai).
Squinzi pensa che bisogna lavorare più ore. Il prodotto fisico potrebbe crescere in proporzione esatta, ovvero più o meno proporzionalmente. Nel primo caso la produttività oraria resterebbe eguale, nel secondo aumenterebbe, nel terzo diminuirebbe. Ma in valore? Le si pagano o no le ore lavorate in più (è quel che chiede Angeletti)?
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Marx comunista e liberale
di Mario Alighiero Manacorda
“Quel vecchio liberale del comunista Karl Marx” di Mario Alighiero Manacorda, da oggi in libreria per Aliberti, è un saggio provocatorio che ci invita a scoprire un Marx diverso dal cliché comune: un autore appartenente alla moderna tradizione liberale. Ne anticipiamo il capitolo introduttivo.
Il titolo di questo libro è decisamente provocatorio: ma non intendo proporre un Marx implicato col liberalismo economico-politico, nostrano o globalizzato, ma solo affermare che egli appartiene alla linea di sviluppo della civiltà moderna, interpretata criticamente, cioè che liberalismo e marxismo, come grandi correnti culturali del mondo moderno sono sulla stessa linea, e che è un grande abbaglio del liberalismo, in senso alto, respingere da sé questo nuovo pensiero.
Allora mi avevano suggerito questo argomento due testimonianze che, pur lontanissime tra loro, associavano appunto liberalismo e comunismo. La prima è un agile libro del 2007 di un inglese divenuto fiorentino, Paul Ginsborg, su La democrazia che non c’è, che si apre e si chiude con un immaginario dialogo concorde-discorde tra i due massimi rappresentanti del liberalismo e del comunismo ottocenteschi, John Stuart Mill e Karl Marx (i quali però, pur vissuti a Londra negli stessi anni, non si sono mai incontrati). L’altra è la sciagurata enciclica Spe salvi di papa Ratzinger, del 30 novembre 2007, che nella sua falsificante polemica col mondo moderno, che pone tutte le sue speranze nell’uomo anziché in dio, mette però correttamente Marx sulla stessa linea ideale con Bacone e Kant.
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Quattro meriti dell'universalismo
di Elena Granaglia
L’idea di un ridimensionamento dei confini dello stato sociale così radicale quale quello auspicato da Alesina e Giavazzi nel fondo del Corriere della Sera di domenica 23 settembre è largamente osteggiata nel centro-sinistra. In forme più sfumate, l’idea è tuttavia presente anche in questo schieramento.
La ragione addotta talvolta è economica: i vincoli finanziari renderebbero lo stato sociale universalistico insostenibile. Talvolta è più fondamentale. Anche se potessimo permettercelo, l’universalismo sarebbe in molti ambiti da abbandonare in quanto iniquo: perché trasferire risorse a chi di risorse non è privo? Per alcuni, a disturbare sarebbe poi la mera vecchiaia dell’ideale. In questo contesto, vale la pena ricordare brevemente quattro meriti dell’universalismo che, a sinistra, dovremmo più tenere a mente.
Merito 1. Il riconoscimento del carattere assicurativo di molte prestazioni sociali. Nonostante la cautela se non il vero e proprio discredito con cui oggi spesso il termine è utilizzato, la sicurezza è da sempre fonte di benessere per gli individui. I mercati, tuttavia, sono spesso incapaci o, comunque, largamente carenti nell’offrirla. Emblematico è il caso dell’assicurazione sanitaria privata, la quale non è in grado di coprire molti rischi (in primis, non assicura le persone molto anziane per ragioni di selezione avversa e, per tutti, assicura essenzialmente il primo evento rischioso, non i successivi, che tendono ad essere esclusi dal paniere delle prestazioni assicurate). Per i rischi assicurabili, inoltre, è, comunque, assai più costosa della soluzione pubblica per ragioni che nulla hanno a che fare con una superiorità intrinseca in termini di qualità (cfr. il ruolo dei costi amministrativi, incentivi alla moltiplicazione delle prestazioni, maggiori difficoltà di controllo delle rendite dei medici…).
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Ilva: (ri)sorge il paradigma radicale
di Karlo Raveli
Non è un caso che praticamente tutte le correnti ideologiche e teoriche che si richiamano alla classe operaia non abbiano ancora colto il terremoto realmente generale di classe che si è scatenato a Taranto. Cominciando dalle sinistre del sistema (partitocrazia, Il Manifesto, ALBA, ecc.) e senza escludere, purtroppo, parte del post-operaismo. Un cataclisma che presenta molti riflessi negativi, come a Roma, nel quartiere San Lorenzo, dove il paradigma lavorista consuma e abbrutisce tutto, senza che si prospettino vie d'uscita di classe.
Lotta all' Ilva, dell' Ilva o sull' Ilva?
È la più importante acciaieria europea ad essere al centro del “conflitto sociale”, ma non si tratta di una classica battaglia del settore lavoratore (della classe operaia). Non è solo una lotta sindacale, lavorista. Diretta da un movimento sociale istituzionalizzato - i sindacati, appunto – che rappresentano una figura operaia specifica. Coloro che lavorano come impiegati del Capitale (o dello stato), qui oltretutto sfruttati in un classico settore industriale. È qualcosa di ben più grosso, che va oltre questioni di prezzi, tempi e modi dello sfruttamento di fabbrica!
Nemmeno si tratta di lotta territoriale circoscritta a questioni di impiego, precarietà e disoccupazione regionale. Cioè uno scontro tra fabbrica dello sfruttamento contro “diritti” e “dignità del lavoro” (ALBA) generale (Fiat).
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La Cina è lontana, la Foxconn è vicina
di Rutvica Andrijasevic e Devi Sacchetto
Il migliore dormitorio in città ha il nome evocativo di Hotel Harmony e ospita qualche centinaio di lavoratori migranti reclutati quasi esclusivamente dalla Xawax, una delle circa 1300 agenzie di reclutamento che vi sono nel paese. L’agenzia Express People, invece, colloca la propria manodopera in una pensione di infimo livello, il Veselka, a pochi passi dalla stazione ferroviaria. In entrambi i dormitori le stanze sono a quattro letti, ma quanti alloggiano all’Hotel Harmony possono contare su una piccola cucina e un bagno interni alla stanza, mentre gli altri si appoggiano a una cucina malmessa, due bagni maleodoranti e una decina di docce per quasi ottanta persone. Al Veselka i bagni sono intasati e le porte non dispongono di alcuna chiave. Qui qualcuno ha lasciato due scritte: la prima con un gioco di parole dice – FuckFoxconn – «sto cercando la Foxconn»; la seconda invece è meno fantasiosa – Fuck Express People. Gli uni e gli altri lavorano in turni di dodici ore al giorno nello stabilimento della Foxconn. Non siamo in Cina, ma a Pardubice, un centinaio di chilometri da Praga, dove l’azienda all’inizio del nuovo secolo ha acquistato uno stabilimento. La città di Kutna Hora, qualche decina di chilometri più in là, ospita da circa cinque anni un altro stabilimento e se si scende fino a Nitra, passando il recente confine con la Slovacchia, si completa la presenza della Foxconn nell’Unione europea. È per la Hewlett & Packard che la Foxconn produce computer, laptop, server e cartucce a Pardubice e Kutna Hora, mentre gli ordinativi della Sony per le televisioni a schermo piatto alimentano le linee dello stabilimento di Nitra.
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Quella che si mangia è la cultura borghese
Alberto Burgio
Quando Tremonti pensò di trasformare gli atenei pubblici in Fondazioni, che notoriamente non sono enti filantropici, e poi la Gelmini portò a compimento il processo di aziendalizzazione dell’Università, ci scandalizzammo. Quando vediamo Pompei e le mura del Pincio crollare, rimaniamo attoniti. Quando leggiamo di un’intera biblioteca – quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici – costretta a sloggiare dalla sua sede naturale per trasferirsi in un capannone, protestiamo. Abbiamo tutte le ragioni per farlo. Ma forse commettiamo un errore in qualche modo analogo a quello in cui perseveriamo pensando che certi politici si ingannino sul senso delle proprie azioni e della devastazione che ne consegue. E questo per il solo fatto che, in un’altra vita, militarono in un partito comunista, salvo poi rinnegare quest’antica appartenenza (con il che, va detto, di quel partito restaurano ex post una dignità offesa).
Anche in questo caso riteniamo si tratti di sviste, di disattenzione, di errori commessi senza intenzione. Siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
E se invece in questa incuria storica (quanti, per esempio, conoscono lo stato cronico di abbandono delle biblioteche pubbliche, a cominciare dalle nazionali, tenute in vita, contro il sadismo ministeriale, dall’amore eroico del personale?) – se invece in questo degrado si manifestasse né più né meno, anzi nel modo più diretto e limpido, il modo di essere proprio della «vera borghesia»?
Se avesse ragione Marx quando, sin nel Manifesto, descrive il ruolo rivoluzionario della borghesia osservando che essa tutto traduce in termini economici?
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La guerra come intervento dello Stato in economia
Una nota
Antiper
Com'è noto anche i sostenitori del cosiddetto neo-liberismo ritengono che debba essere lo Stato ad occuparsi delle questioni che riguardano la “difesa” [2] o – per meglio dire - la guerra. E da un pezzo, a dire il vero, non si parla più granché di guerra; si parla piuttosto di “interventi umanitari”, di “polizia internazionale”, di “lotta al terrorismo”, di “sicurezza”... Le “dichiarazioni di guerra” non si fanno più e “viene naturale” pensare (ovvero, ci hanno abituato a pensare) che la guerra non abbia a che fare con l'economia, ma con la Democrazia, i Diritti Umani, la Libertà... E' normale, dunque, che la guerra non venga percepita per quello che è ovvero per un tipico esempio di intervento statale in economia.
Parafrasando Von Clausewitz [3], si potrebbe addirittura affermare che la guerra è la continuazione dell'economia con altri mezzi, se non fosse che la guerra è stata spesso l'inizio, dell'economia. Come non pensare, ad esempio, alla guerra scatenata dai colonialisti inglesi contro i nativi americani per accaparrarsene le terre e a questo accaparramento come l'“accumulazione originaria di capitale” sulla cui base è stato successivamente edificato lo sviluppo capitalistico degli USA?
***
Fin dall'antichità, come ci ricordano anche Marx ed Engels, la guerra è fondamento del modo di produzione. Era vero per i barbari
“Nel popolo barbaro conquistatore la guerra stessa costituisce ancora, come già abbiamo accennato, una forma normale di relazioni, che viene sfruttata con tanto maggiore impegno quanto più l’aumento della popolazione, perdurando il rozzo modo di produzione tradizionale che per essa è l’unico possibile, crea il bisogno di nuovi mezzi di produzione” [4]
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I padrini dell'ortodossia
Luigi Cavallaro
Il mantra del pensiero economico dominante recita che il debito pubblico è il male assoluto. Consolatorio, ma non spiega nulla. Rivela semmai la difficoltà delle teorie neoclassiche a venire a capo della crisi del sistema capitalistico. Un percorso di lettura Da Bretton Woods alla libertà di movimento dei capitali. Le tappe più rilevanti che hanno segnato il passaggio dai «gloriosi trenta anni keynesiani» all'attuale crash finanziario
Nell'attuale dibattito di politica economica, su una cosa si concorda tanto dalla maggioranza quanto dall'opposizione: il debito pubblico è un male assoluto. Da Monti a Grillo, passando per Bersani, Di Pietro e Vendola, non c'è praticamente nessuno che abbia da dissentire. Magari ci si divide su come ridurlo, ma sul fatto che il debito sia di per sé un problema gravissimo perfino la «sinistra d'alternativa» sembra essere d'accordo - quasi che si potesse considerarlo come la misura degli eccessi del nostro consumo ai danni di Madre Terra.
J. M. Keynes scrisse a conclusione della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936) che gli uomini pratici sono spesso schiavi di qualche economista defunto. Probabilmente la sua affermazione andrebbe rivista per tener conto del fatto che anche gli economisti hanno beneficiato dell'innalzamento della vita media prodotto dal welfare state, ma nel suo significato centrale tiene. La communis opinio sul debito pubblico come male assoluto discende infatti dai teoremi che costituiscono l'ossatura della teoria economica neoclassica, i cui postulati - a cominciare da quello della «scarsità» - governano a ben vedere anche quelle visioni asseritamente «alternative» che l'obiettivo della crescita si propongono invece deliberatamente di abbandonare.
Dominanti per default
Cosa dimostrino questi teoremi è presto detto: dati il progresso tecnico e la crescita della popolazione, e almeno fino al raggiungimento dell'equilibrio di crescita stazionaria, il tasso di crescita del reddito del sistema economico dipende da quello del capitale, che a sua volta dipende dal risparmio.
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Primarie centrosinistra, parte la brigata del niente
nique la police
Risulta praticamente impossibile prendere sul serio commentatori, alcuni con curriculum prestigioso e buona produzione scientifica, che affermano che il “Pd ha un programma innovativo” oppure che “Bersani ha superato lo scoglio delle regole sulle primarie”. Si possono comprendere le dinamiche di posizionamento, sottintese a queste affermazioni, ma si deve evidenziare anche che in certi commentatori è ormai conclamata l’incapacità di capire che è finito un mondo. Quello in cui in cui, assieme al posizionamento entro il più importante partito dello schieramento progressista, si potevano negoziare spazi di autonomia politica e personale. Ricordando che, effetto dei tagli sull’onda dell’antipolitica e del potere reale sull’Italia che passa tra Bruxelles e Berlino, si stanno esaurendo anche i margini concreti per i posizionamenti di carriera tramite la politica istituzionale.
Ma che altro dire degli intellettuali mainstream della sinistra istituzionale italiana? Da moltissimi anni, del numero si è persa la memoria, hanno accettato di buon grado di vivere un percorso intellettualmente docile in una Italia controriformata. Moriranno quindi con quel mondo ammesso che siano ancora intellettualmente vivi. E che dire, a questo punto, delle primarie del Pd? Che possiamo descriverle come nelle vignette di Riccardo Mannelli, il più interessante disegnatore di convention, convegni, eventi pubblici, di situazioni da nonluoghi in Italia da almeno un paio di decenni. Mannelli, che ha disegnato per diverse testate italiane, ha il pregio di mantenere un doppio equilibrio di rappresentazione: disegnare volti e corpi in primo piano senza perdere il senso della folla e sempre all’interno una fisiognomica del grottesco, che non è solo caricatura, che è anche informazione sulle relazioni sociali,sui codici simbolici, sulla cifra antropologica di una parte di paese alla deriva.
L’atteggiamento che si deve avere con le primarie del centrosinistra, per estrarci qualcosa di cognitivamente utile, è proprio quello dell’equilibrio presente nelle vignette di Mannelli.
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Il lavoro e la politica
Francesco Ciafaloni
Mi riconosco nella ricostruzione di Mario Miegge (“Inchiesta”, n.174) del lavoro politico negli anni ‘50-’70, dalle analisi e proposte di Pino Ferraris, Vittorio Rieser, Vittorio Foa, dei “Quaderni Rossi”, all’intervento pratico dal basso, al lavoro di indagine, di elaborazione, di formazione, per il controllo sull’organizzazione del lavoro e sull’ambiente di lavoro di Ivar Oddone e della Flm, alla Fiat e in tutta Italia. Se qualcuno si meraviglia del peso che continuano ad avere i rappresentanti dei metalmeccanici, malgrado la crisi, la cassa integrazione, il rischio di chiusura degli stabilimenti, di perdita del lavoro, dovrebbe ricordare che gran parte dello Stato sociale che consente a noi tutti di vivere con un po’ di sicurezza e dignità viene da loro e dagli altri operai italiani che si sono mossi con loro. Il controllo della salute nelle fabbriche, il Sistema sanitario nazionale, deteriorato dalla corruzione e dalla tendenza a privatizzare, ma sempre uno dei più universalistici e meno costosi del mondo, il sistema pensionistico universalistico, vengono di lì, dalle lotte degli anni ’60 e ’70, dall’unità sindacale, dalla collaborazione tra medici, epidemiologi, sociologi ed operai, a Torino, Milano, Porto Marghera, Emilia. Il primo sciopero in grande, alla Fiat, nella primavera del ’68, fu per le pensioni. Il Sistema sanitario nazionale è stato pagato, all’inizio, dai soli lavoratori dipendenti, ma esteso a tutti. Tutti ricordano le baby pensioni dei pubblici dipendenti; pochi il carico sopportato dai lavoratori dipendenti privati. L’ambiente culturale di quegli anni fu il prodotto della collaborazione, del lavoro sul campo, di operai (Marchetto, Surdo, Mara, e migliaia di altri), medici (Tomatis, Maccacaro, Oddone), epidemiologi (Terracini), giuristi (Giugni), per nominare solo quelli emblematici. Può darsi che i meccanici più giovani di queste cose non ricordino nulla e che reagiscano come possono alle minacce e ai licenziamenti, ma la Fiom (il suo gruppo dirigente) lo ricorda; e non è disposta ad arrendersi a discrezione.
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Europa: menzogne sul debito pubblico
La costruzione di un nuovo modello di stato
di Giovanna Cracco
In merito alle cause e alle soluzioni della crisi economica che sta cambiando il volto delle architetture sociali dei Paesi europei, la propaganda del potere economico-politico ha raggiunto livelli orwelliani.
Una banda di plutocrati siede al Ministero della Verità e una nutrita schiera di giornalisti servili fa da megafono alle menzogne. La materia ben si presta, più di altre, alla manipolazione della realtà: l’economia e la finanza sono ambiti specialistici che le persone comuni poco conoscono. Diventa dunque facile creare una ‘verità’: si formula un postulato – un’affermazione che, pur non essendo né evidente né dimostrata, viene considerata vera e posta come fondamento di una teoria deduttiva che altrimenti risulterebbe incoerente – e tramite l’informazione di palazzo (in Italia tutta la grande informazione) lo si diffonde. Una volta che ha sedimentato nel cervello dei cittadini, la strada per delineare il quadro teorico è tutta discesa.
Un Paese con un elevato rapporto debito pubblico/Pil rischia il fallimento, questo è il postulato. Segue il quadro teorico: i tassi di interesse sui titoli pubblici crescono, perché per investire denaro in un Paese a rischio default il mercato pretende di essere ricompensato con profitti maggiori; dunque, l’unica soluzione per uscire dalla crisi è ridurre il debito pubblico e così riconquistare la fiducia dei mercati.
I dati reali sono, per qualsiasi propaganda, il colpo di vento che fa crollare il castello di carte.
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Quello che abbiamo e quello che ci manca
∫connessioni precarie
Di fronte alle imponenti manifestazioni che hanno luogo a Madrid, Lisbona e Atene, e alla costante presenza di un’opposizione sociale all’austerity nei paesi che più stanno subendo le politiche di tagli voluti dal patto salva-euro, è frequente la domanda: cosa accade invece in Italia? Oppure: perché in Italia le molte lotte quotidiane contro gli attacchi tecnicamente sferrati dal governo non si saldano, come accade in altri luoghi dell’area mediterranea?
Reclamare un reddito di base incondizionato, di fronte alla precarietà e alla povertà dilagante, è cosa giusta. Difendere il lavoro dipendente, salvaguardando articolo 18 e ammortizzatori sociali, è cosa giusta. Evocare l’assedio del Parlamento, perché così accade in Spagna, Grecia e Portogallo, è un’idea suggestiva. Qualcosa però dovrebbe suggerire che continuare su questa strada non servirà. Nessuna di queste giuste e suggestive prospettive sembra porsi il problema dell’accumulazione di forza che è necessaria per vincere, o anche soltanto a dare all’esasperazione diffusa una forma che sia diversa dalla mera rabbia o indignazione, che rischiano sempre di limitarsi a momenti di sfogo tanto straordinari quanto fugaci.
Sarebbe bene smetterla di ricamare sulla carta ciò che andrebbe fatto, e iniziare a misurarsi con la condizione reale che la precarietà ha prodotto ben prima dei provvedimenti sul lavoro del governo Monti, e che la crisi continua a riprodurre con l’ostinazione di un movimento reale.
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«Le manovre tecniche hanno creato recessione»
di Vladimiro Giacchè
La Corte fa due conti: e boccia il governo tecnico. Il linguaggio garbato, gli sparsi riconoscimenti all’operato del governo e qualche richiamo ai vincoli europei non devono ingannare: l’audizione della Corte dei Conti davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato è stata una sonora bocciatura del governo dei tecnici.
I magistrati della Corte dei Conti hanno esaminato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza e hanno sottolineato con la matita blu la dubbia efficacia delle politiche governative e i loro sicuri effetti negativi sulla crescita del nostro Paese.
Per quanto riguarda gli effetti negativi, non hanno dovuto faticare molto. Come giustamente rilevano in apertura della loro relazione, infatti, «sul fronte delle prospettive economiche, il peggioramento rispetto all’aprile scorso appare assai netto e, per l’Italia, drammatico». Ad aprile era stata stesa la prima versione del Documento di Economia e Finanza, e già allora la Corte dei conti aveva avuto qualcosa da ridire: in par- ticolare sull’aumento di una pressione fiscale, «già fuori linea nel confronto europeo» e tale da generare un ulteriore effetto recessivo.
A questo riguardo la Corte sottolineava «il pericolo di un corto circuito rigore/crescita» favorito proprio dalla composizione delle manovre correttive proposte nel Documento (per quasi il 70% affidate ad aumenti di imposte e tasse a chi già le paga).
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La futura classe dirigente? "Allineata e coperta"
di Dante Barontini
Il problema della selezione della classe dirigente è antico quanto l'organizzazione umana. Ma il modo più stupido e reazionario di risolverlo è quello che vieta la candidabilità a chi sia stato condannato “in via definitiva”. Sappiamo di dire una cosa impopolare, in tempi di forconi levati contro i Batman di turno, ma è bene ragionare sempre per non ritrovarsi infilzati dalle idiozie di moda che ci sono sembrate per un momento accattivanti. Perché nella società della comunicazione le mode cambiano, e anche spesso, ma le conseguenze restano. Ed anche a lungo.
Venti anni di populismo virato sul tema della “legalità” hanno partorito prima 20 anni di Berlusconi (e nessuno si rassegna a cogliere questo esito solo apparentemente paradossale), poi un anno di “montismo” che aspira a dominare per anche più di un ventennio.
Che cosa è infatti la “legalità”? Sono le leggi esistenti, in vigore in questo momento in un territorio delimitato da confini certi, e fatte rispettare da una serie di istituzioni ed apparati (magistratura e polizie di vario tipo). Anche un asino dovrebbe dunque sapere che una cosa è la legge e tutt'altra la giustizia.
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Habermas, Balibar e la democrazia che evapora
di Gianni Ferrara
Per essere un veterano della critica all'Europa dei Trattati e dei mercati spero che l'intervento di Habermas, Bofinger e Nida-Ruemelin (la Repubblica del 4 agosto) così come la presa di posizione di Balibar e Kaldor (su questo sito) assieme alla crisi di rigetto che si estende nella varie nazioni del Continente ridestino la coscienza europea dal sonno delle ragioni della democrazia.
Quelle ragioni che il neoliberismo dei Trattati ha sottratto ai popoli europei istituzionalizzando della democrazia una autentica mistificazione, quella dell'Ue. La cui legittimazione sarebbe derivata dalla democraticità degli stati di appartenenza. Come se la rappresentanza politica dei Parlamenti di questi stati potesse essere trasferita ai rispettivi governi, usati come tramite per una successiva investitura di rappresentatività operata a favore delle istituzioni intergovernative dell'Unione. L'evaporazione della rappresentanza parlamentare si sarebbe poi estesa oltre le istituzioni intergovernative (Consiglio, Consiglio dei capi di stato e di governo).
Perché tali istituzioni, come del resto lo stesso Parlamento europeo, pur se rappresentativo di tutti i popoli dell'Unione, sono a potestà dimezzata.
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Perché il liberismo (di destra e di sinistra) non tramonta
A proposito di “Ancora Keynes?!” di Giovanni Mazzetti
di Luca Michelini
1. Attraverso una puntuale critica del pensiero, della politica economica e dei risultati economici del neo-liberismo, il libro di Giovanni Mazzetti Ancora Keynes?! (Asterios Editore, Trieste, 2012, pp. 93, euro 8) propone una salutare interazione tra le riflessioni di Keynes e di Marx, per tratteggiare una sintetica indagine sul “significato” storico della fase attuale dell’economia mondiale, contraddistinta dall’esplosione del deficit pubblico.
Il problema fondamentale dell’economia capitalistica appare essere quello degli sbocchi e i modi attraverso i quali le società avanzate hanno affrontato questo problema individua altrettanti fasi storiche del capitalismo. Dapprima il problema è stato risolto grazie alla nascita del sistema bancario, che crea moneta – al contrario di quanti ritengono che le banche siano semplici intermediari finanziari, meri redistributori del risparmio agli imprenditori – e permette la chiusura del circuito di produzione e di scambio di ricchezza (di beni utili) volto alla realizzazione del profitto.
Grazie a Keynes e alla politiche keynesiane, in un secondo periodo storico il circuito viene chiuso grazie alla spesa pubblica, che diviene volano degli investimenti privati, ancora capaci di generare la piena occupazione.
Con il crescere della disoccupazione tecnologica il quadro cambia drasticamente, perché diviene inevitabile il ricorso al debito pubblico finanziato dalla banca centrale. Non generando occupazione, infatti, il debito non è più ripagabile, poiché l’aumento di reddito che si realizza grazie alla spesa pubblica è esiguo e quindi insufficienti risultano gli introiti fiscali previsti come fonte di appianamento del debito stesso.
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Anche ai padroni non piace l’austerità
di Guglielmo Forges Davanzati
Il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, ha ripetutamente chiarito che, affinché si possa ragionevolmente confidare nella ripresa della crescita degli investimenti in Italia, occorre ridurre il ‘cuneo fiscale’ (riducendo la tassazione sul lavoro dipendente), ampliare i mercati di sbocco interni (il che richiederebbe aumenti di spesa pubblica e/o riduzione dell’imposizione fiscale) e, soprattutto, rendere più agevole l’accesso ai finanziamenti bancari da parte delle imprese.
Su quest’ultimo aspetto, occorre partire da un dato di fatto. L’Italia, almeno fino agli anni che hanno preceduto la crisi, è stato, fra i Paesi OCSE e insieme al Giappone, il Paese nel quale è stata più alta la propensione al risparmio delle famiglie. Ciò è in larga misura imputabile al fatto che l’economia italiana – e ancor più quella meridionale - è arrivata relativamente tardi a configurarsi come un’economia industrializzata. Un’economia con elevata incidenza della produzione agricola (e dell’occupazione in agricoltura) è, di norma, un’economia nella quale le famiglie tendono appunto a limitare i propri consumi e a mantenere elevati i risparmi.
Nel corso degli ultimi anni, la propensione al risparmio degli italiani si è drasticamente ridotta. L’Istat calcola, a riguardo, che il tasso di risparmio nazionale lordo, partito da una media del 22,4% nel decennio 1981-1990, è sceso al 20,7% nel decennio successivo. Il declino è continuato nei primi anni Duemila, passando dal 20,2% nel 2001, al 19,9% nel 2002 e al 18,7% nel 2003, e attestandosi – ad oggi – a meno del 12%. Negli ultimi anni, ciò è accaduto fondamentalmente per due ragioni:
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La sinistra e l’inferno della “tecnica”
di Alberto Burgio
Evviva Monti! La sua autocandidatura - una sorpresa soltanto per gli ingenui - fa chiarezza nella palude italiana e mette allo scoperto l'unica seria iniziativa politica di questa fase. La crisi organica del berlusconismo ha costretto i suoi mandanti a inventare un grande centro all'altezza dei tempi. Ed eccolo lì, con tanto di capo carismatico e benedizione vaticana, l'embrione della nuova Dc, ombrello protettivo per finanzieri e industriali assistiti, postfascisti e grandi palazzinari. Sbaglieremo, ma la vera novità che sembra profilarsi è l'implosione dello schema bipolare, camicia di forza imposta a un paese strutturalmente tripartito. Bisogna riconoscerlo, quella che il padronato ha realizzato in questi vent'anni è un'operazione geniale.
Il «centro» del potere
L'ingloriosa fine della prima repubblica, travolta dal malgoverno e dagli scandali, avrebbe potuto (e dovuto) sbloccare il sistema politico e avviare un processo di trasformazione in senso democratico. Al contrario, grazie al maggioritario e al bipolarismo, abbiamo avuto Berlusconi, governi «tecnici» garanti dei poteri forti, e la confluenza di gran parte delle forze postcomuniste in un partito a dominanza moderata. Questo processo giunge ora al suo approdo naturale con la rinascita di un centro riveduto e corretto secondo i dettami del dispotismo finanziario, cioè con un più di tecnocrazia e di chiusura oligarchica. In campo moderato c'è consapevolezza del fine e lungimiranza. Dietro Monti si riorganizzano in tempo reale le energie del capitale, smaniose di incassare i dividendi di una campagna moralizzatrice fondata sulla diffamazione del pubblico (ridotto a sinonimo di spreco e malcostume) e sull'apologia del privato (pretesa garanzia di eccellenza e onestà, di merito, produttività ed efficienza).
La disfatta progressista
E l'avversario? Il fronte progressista? Attraversato da tensioni crescenti, il centrosinistra sembra in bambola, incerto su tutto.
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La (vera) lotta di classe prossima ventura
di Pasquale Cicalese
Copione già visto: rapinatori contro ladri. Sai quanti dossier ci sono in giro tra le forze dell’ordine?
Basta tirarne fuori qualcuno e il gioco è fatto, polli da spennare c’è ne sono a iosa, in questo paese definito dall’Ocse tra i più corrotti al mondo. Che ci possiamo fare? Questo offrono la borghesia italiana e il blocco dominante. Ma per il resto non vedo grandi differenze tra “er Batman” e l’offerta di 45 milioni fatta da Mediobanca a Ligresti per vendere Fonsai al (fu) mondo della cooperazione. E allora, cosa sta succedendo? Negli ultimi vent’anni, parte della classe dirigente se ne è accorta con notevole ritardo.., il blocco dominante ha fatto emerite cavolate, non più sostenibili nella tempesta della crisi di sovrapproduzione che attanaglia parte del mondo e soprattutto il nostro paese. Una di queste è la riforma del Titolo V della Costituzione, preceduta dal decreto legislativo n° 112/98 (cosiddetto Bassanini bis).
E che è successo? Un autentico delirio: la politica energetica, infrastrutturale, industriale e le sovvenzioni alle imprese sono state tutte regionalizzate, una parcellizzazione delle risorse che ha provocato un autentico cortocircuito. Metteteci la formazione professionale, fatta da quegli autentici enti parassitari, compresi dei sindacati ufficiali, che sono gli enti di formazione, metteteci pure che per stabilire se un cittadino ha diritto all’invalidità passa da strutture regionalizzate, metteteci poi la spesa sanitaria e la politica agraria, anch’esse regionalizzate, e il deliro è servito.
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Crisi mondiale e crisi dell'euro
Dafni Ruscetta intervista Bruno Amoroso
• Professor Amoroso, secondo lei l’Italia è davvero vicina all’uscita dal tunnel, come ha dichiarato il Premier Monti? Oppure ‘la notte è ancora lunga’?
La metafora della luce in fondo al tunnel fu utilizzata dal generale William Westmoreland nel 1968, durante un’audizione al senato degli Stati Uniti per la guerra in Vietnam. Quattro anni dopo le sue truppe fuggivano a gambe levate dal tetto dell’ambasciata di Saigon. Nel caso di Monti – e dell’Italia – è sbagliata perché non stiamo avanzando velocemente dentro un tunnel, ma precipitando dentro un pozzo senza fondo. La speranza è che ci si aggrappi a qualcosa per poter poi risalire. Questo qualcosa è distruggere le istituzioni della finanza e della politica che hanno preparato questa crisi – la finanza con scopi predatori e la politica per partecipare al “dividendo” della rapina – e ricostruire un nuovo sistema nazionale e internazionale dove i criteri di giustizia sociale e di sovranità popolare siano rimessi al centro.
• E’ ancora realistica e imminente l’ipotesi di un default di alcuni stati del sud Europa? E l’ipotesi di un crac bancario generalizzato?
Le politiche attuate dall’UE e dalla Banca Centrale Europea preparano la nuova ondata di speculazioni che stanno di fatto foraggiando e dando soldi alle grandi banche, e cioè ai centri della finanza speculativa, e facendo riacquistare ai cittadini europei i titoli spazzatura per rimmetterli poi in circolazione.
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Per una discussione su Siria, guerra e internazionalismo
di Emilio Quadrelli - Giulia Bausano
I piemontesi hanno commesso un errore enorme fin dall’inizio, contrapponendo agli austriaci soltanto un esercito regolare e volendo condurre una guerra ordinaria, borghese, onesta. Un popolo che vuole conquistarsi l’indipendenza non deve limitarsi ai mezzi di guerra ordinari. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria, la guerriglia dappertutto, sono gli unici mezzi con i quali un piccolo popolo può vincerne uno più grande, con i quali un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato (K. Marx, F. Engels, Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza)
Gli scenari che si sono delineati giorno dopo giorno in Medio Oriente sono una puntuale conferma di come, dentro la crisi sistemica del modo di produzione capitalista, la tendenza alla guerra diventi l’elemento cardine intorno al quale ruota per intero l’attuale fase imperialista. Nel mirino delle consorterie imperialiste sono entrate soprattutto quelle entità statuali che, a lungo, hanno mantenuto una posizione poco prona agli interessi del capitalismo internazionale e delle sue principali articolazioni. Buona parte di tali realtà statuali, nel corso della Guerra fredda, avevano optato per una alleanza, pur con gradi e modalità tra loro differenti, con il Blocco sovietico o la Cina dell’epopea maoista e, dopo l’89, pur all’interno di uno scenario radicalmente modificato, avevano manovrato per mantenere la propria autonomia politica e militare concedendo, almeno sul piano politico, il meno possibile agli imperativi degli organismi imperialistici internazionali, FMI e non solo. In altre parole hanno manovrato dentro i nuovi scenari internazionali cercando di scambiare una certa arrendevolezza sul piano economico in cambio di una non negoziazione della propria autonomia e sovranità politica e militare. Un fenomeno che, con gradi e modalità diverse, ha caratterizzato gran parte di quei governi che al termine delle lotte anticoloniali hanno dato vita a regimi nazionali democratico – borghesi più o meno progressisti.
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Il secolo di Eric Hobsbawm
di Stefano G. Azzarà*
Eric Hobsbawm ha attraversato nella sua non breve ed intensa vita tutti gli snodi e i luoghi più importanti di quel secolo complicato il cui studio, un giorno, gli avrebbe dato notorietà anche al di là della cerchia strettamente accademica: aveva radici nell’impero asburgico, dal quale proveniva la madre viennese, e in quello russo, nel quale era nato il padre polacco; deve i natali nella Alessandria d’Egitto del 1917 al colonialismo britannico e ha conosciuto poi l’Austria e la Germania alla vigilia della grande crisi del 1929; per passare infine – provvidenzialmente, date le sue origini ebraiche – da Berlino a Londra all’avvento del nazismo. Qui, dopo la guerra, si svolgerà il suo impegno politico nel Partito comunista britannico e più avanti nella sinistra radicale inglese e da qui matureranno intensi rapporti con i settori più avanzati del mondo universitario statunitense e un legame privilegiato con l’Italia e il Pci della tradizione storicistica e gramsciana, un interlocutore che poteva comprenderne l’attitudine in misura certamente maggiore di quanto avvenisse nel mondo anglosassone. A Londra, soprattutto, si realizzerà un’ammirevole attività di ricerca che ne ha fatto uno dei maggiori storici contemporanei, come dovranno riconoscere anche quegli intellettuali che da lui erano più distanti sul piano politico e ideologico ma che non potranno fare a meno di studiarne i lavori e di utilizzarne le categorie interpretative.
Hobsbawm esordisce come studioso dei movimenti ribellistici popolari, con un approccio che contribuirà, attraverso un percorso autonomo, a quel rinnovamento del metodo storiografico che nel dopoguerra è stato condotto in diversi contesti dalle “Annales” e da altri interpreti della storia sociale.
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L’austerità sta uccidendo l’Italia
di Sergio Cesaratto
Pubblichiamo l’introduzione di Sergio Cesaratto al seminario tenutosi ieri 1° ottobre presso la Biblioteca del Senato per la presentazione dell’e-book “Oltre l’austerità”. L’audio dell’intero evento è disponibile grazie a Radio Radicale a questo link
L’e-book “Oltre l’austerità” rappresenta uno sforzo collettivo di denuncia delle politiche europee di austerità. Fra i partecipanti vi sono fra i migliori economisti eterodossi italiani, assai noti all’estero. Vorrei qui solo brevemente ricordare il successo del recente workshop per giovani economisti organizzato dal Centro Sraffa che ha tenuto oltre 50 giovani di mezzo mondo a discutere di temi eterodossi. E’ importante che il pensiero economico critico sia difeso e mantenuto vivo nell’accademia – un invito qui ai politici presenti – contro il tentativo di utilizzare la giusta valutazione della ricerca per far fuori chi dissente da una teoria economica dominante che la crisi economica ha certamente screditato, ma non rimosso dalle posizioni di potere. Altro che quarantenni! verrebbe da dire. Parlare oggi con un giovane economista tipico (un bankitaliota per capirci) fa mettere le mani nei capelli a chi ha studiato con i Garegnani, Caffè, Sylos, Graziani e tanti altri maestri (ma naturalmente il menzionato workshop dimostra che vi sono ragazze e ragazzi che pensano con la testa propria). La difesa del pluralismo degli insegnamenti di economia appare dunque ineludibile, e un appello verrà in tal senso diffuso a breve da studenti e docenti. Su questi temi vorrei che davvero da qui uscisse un impegno.
Il libro è anch’esso rappresentativo di un pluralismo di idee. Vi è, tuttavia, più di un elemento che unisce i contributi. In primo luogo che da una diagnosi sbagliata delle cause della crisi non può che seguire una cura sbagliata. L’origine della crisi non è fiscale; l’austerità l’aggrava in una inutile fatica di Sisifo di riaggiustare i conti. Ci unisce anche l’idea che occupazione, crescita, e si badi bene, produttività dipendano fondamentalmente dalla domanda aggregata e non da politiche dell’offerta, necessarie ma non sufficienti.
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Ma l'Italia affonda per «er Batman» o per Monti «il Salvatore»?
di Leonardo Mazzei
Le pecore ladre e i lestofanti al governo
Ecco un tema scabroso, al quale i più si sottraggono. Eppure è proprio lì che ci vogliono inchiodare. Secondo la vulgata, questa sì populistica, la situazione sarebbe la seguente: una classe politica inqualificabile sarebbe l'unica responsabile del disastro attuale e, conseguentemente, solo un prolungato «governo dei tecnici» potrà salvarci da una catastrofe ancora più grave.
Da una parte «er Batman», al secolo Franco Fiorito, capogruppo del Pdl alla Regione Lazio, un personaggio che avrebbe fatto felice Cesare Lombroso; dall'altra l'«incoronato dai mercati» e dalla Casa Bianca che non si candida ma si «offre» per la prossima legislatura. Due personaggi diversissimi, ma quanto può essere utile il primo al secondo!
Secondo il linguaggio dominante coloro che si oppongono al pensiero unico e al governo unico delle banche sono «populisti», cioè gente che vezzeggia il popolo andando incontro ad un comune sentire per sua natura «semplicistico». Mentre solo loro, classe eletta, conoscendo la complessità delle cose, sono abilitati a discernere quel che è possibile (eh!, le famose compatibilità sistemiche) da ciò che è impossibile, improponibile, irrealizzabile, rigorosamente proibito, certamente «populista».
Bene, in un precedente articolo ci siamo divertiti a dimostrare l'inattendibilità dei cosiddetti «tecnici», anche sul terreno che gli dovrebbe essere più congeniale. Costoro hanno rivisto in 5 mesi (cinque) il debito atteso al 2015 di una quisquilia pari a 142,8 miliardi di euro.
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Meno occupazione e stato in ginocchio con i tagli lineari
Domenico Moro
Il decreto legge 95 del 2012 prevede la riduzione della spesa pubblica di 26 miliardi in tre anni, di cui 4,5 nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014. Per raggiungere questo obiettivo il governo Monti ha predisposto una spending review, che nell’intenzione dovrebbe favorire tagli non lineari ma selettivi, in modo da mantenere inalterato il servizio erogato dalla P.A. La spending review prevede l’intervento su varie direttrici: la soppressione di enti, il tetto allo stipendio dei manager pubblici, le procedure d’acquisto per ridurre i costi di beni e servizi, il riordino degli enti territoriali, la dismissione di immobili dello stato e la riduzione del personale. L’aspetto sicuramente più grave della spending review è la riduzione del personale statale. Il 25 settembre è stata adottata la circolare firmata da Patroni Griffi, il ministro della P. A. La riduzione prevista è del 20% sul costo delle dotazioni organiche del personale dirigente e del 10% del personale non dirigente, in pratica decine di migliaia di persone.
La gestione verrà centralizzata presso il Dipartimento della Funzione pubblica. Le singole amministrazioni dovranno inviare le proposte di tagli entro il 28 settembre (enti pubblici e agenzie) e il 4 ottobre (amministrazione dello stato). Entro il 31 dicembre 2012 verranno quantificati i tagli e comunicata agli interessati la data di cessazione del rapporto di lavoro. Il Dpcm che metterà in mobilità i dipendenti è previsto entro il 31 marzo 2013, mentre entro il 31 maggio 2013 è prevista l’individuazione del personale da collocare in part time. Il provvedimento interesserà tutto il personale pubblico con l’eccezione del comparto sicurezza, il personale operativo operante nei presso gli uffici giudiziari e il personale della magistratura.
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