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L’animale dialettico
La critica del domino nella Scuola di Francoforte
di Marco Maurizi
1. Perché la Scuola di Francoforte?
L’interesse per la Scuola di Francoforte oggi, a dispetto di necrologi frettolosi e compiaciuti, va ridestandosi. Siamo ancora ben lontani dalla pubblicità e dalla circolazione – per altro parziali e ambigue[1] – che i temi del pensiero francofortese ha conosciuto negli anni ’60 e ’70 ma si può dire che la rimozione ideologica che il postmodernismo aveva provocato negli anni ’80 ha subito qualche scossone. Anche in ambito animalista si registra una qualche sensibilità alle figure dei francofortesi e in particolare di Theodor W. Adorno – seppure ancora in forma strumentale e ideologica.[2] Con questo intervento vorrei specificare perché e in che senso si debba guardare oggi al pensiero di Adorno, Horkheimer e Marcuse come l’indispensabile fonte di ispirazione teorica per ripensare il rapporto uomo-natura o, per essere più precisi, il rapporto che l’uomo ha con l’animale e, di conseguenza, anche con se stesso.
In particolare, mi sembra di straordinario interesse il fatto che la “teoria critica” della Scuola di Francoforte ci permetta di aggirare l’annoso problema del riduzionismo,che affligge pressoché tutta la letteratura scientifica ed etica che tratta la questione del rapporto uomo-animale. In poche parole, si tratta di sottrarsi alla duplice cieca alternativa tra il porre una differenza assoluta che separerebbe l’uomo dal regno animale oppure il predicare un’identità assoluta tra l’animale umano e quello non-umano.
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Ritorno al futuro: agenda Monti ora e sempre
di Nicola Casale, Raffaele Sciortino
Le mosse che hanno agitato di recente la scacchiera del quadro politico italico mostrano una logica meno contorta di quanto possa, o vogliono, far sembrare.
A fronte di una evidente caduta di consensi, con ampi settori di popolazione sempre più in dubbio sul senso dei sacrifici e sulla reale possibilità di uscire dal tunnel, Monti coglie al volo l’occasione dell’astensione in parlamento del pdl per dimettersi, prendendo in contropiede anche l’inossidabile Napolitano. Poi rivendica, in un’intervista a Repubblica (9/12), la piena e solitaria paternità della mossa e quasi invocando la puntuale punizione dello spread dichiara la propria preoccupazione non soltanto rispetto ai berluscones ma “più in generale”. L’inaffidabilità del quadro politico italiano con le elezioni alle porte comprende, a chiare lettere, anche il pd.
Bersani non è “inaffidabile” in sé, nè per l’alleanza a “sinistra” slavata in partenza. Ma ai mercati non va bene neanche quel minimo di aspettative per correzioni, non importa quanto al ribasso, dell’attuale corso politico-economico che una vittoria elettorale del centro-sinistra comporterebbe (i rottamatori interni non bastano). Così il segretario pd, gongolante per lo “straordinario successo democratico” (!) delle primarie, si ritrova ora a piagnucolare contro una candidatura diretta del premier. Del quale può però men che mai permettersi di criticare qualcosa (nell’intervista al Wall Street Journal dichiara Vendola tappezzeria da parete, rivendica la bontà della riforma Fornero e si impegna a rispettare tutti gli impegni presi con la Ue). Può solo promettere un accordo con il centro subito dopo la “vittoria”.
E’ qui che il cavaliere viene obiettivamente in “soccorso” al professore oltre che a se stesso.
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Il crack che viene dal mare
di Sergio Bologna
HSH Nordbank ha nel suo settore di business un po’ il valore simbolico che Lehman Brothers aveva nel settore dei derivati. Ci troviamo di fronte al ripetersi di un copione già conosciuto ma la grande differenza tra il 2008 ed oggi è che allora la paralisi aveva colpito il circuito immateriale e virtuale del denaro, oggi colpisce il circuito fisico delle merci, dunque potrebbe essere più spettacolare, più”visibile” e creare ostacoli alla globalizzazione più consistenti e duraturi. Come scrive un importante operatore su “Lloyd’s List”: “Questa sarà la peggiore crisi della navigazione di linea da quando, 40 anni fa, è iniziata l’epoca del container” ed aggiunge “gran parte della responsabilità ricade su quei governi che hanno concesso agevolazioni fiscali a chi investe nelle navi”.
Ma per capire le dinamiche interne di questa crisi è necessario capire il rapporto tra la nave come prodotto industriale e la nave come prodotto finanziario sullo sfondo del cosiddetto “gigantismo navale”, cioè della tendenza inarrestabile a costruire unità sempre più grandi.
Dopo la bolla immobiliare e dei mutui sub prime, la bolla dello shipping nel settore dei container. L’epicentro si è spostato da New York ad Amburgo
I fatti
17 febbraio 2012, il sito www.manager-magazin.de annuncia che il fondo chiuso d’investimento LF 16, di Amburgo, creato dalla casa di emissioni Lloyd Fond, ha dichiarato lo stato di Insolvenza[1].
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Un'intervista a Karl Marx sull'Internazionale
L'intervista che pubblichiamo fu rilasciata da Marx, nel 1871, a Robert Landor, corrispondente del giornale newyorkese "World". Fu data alle stampe il 18 Luglio di quell'anno, e ripubblicata il 12 Agosto dal settimanale "Woodhull & Claflin's Weekly". La Comune di Parigi era da poco stata sconfitta; in tutto il mondo capitalistico c'era ormai un gran parlare dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, con continue accuse di essere una società segreta, dedita alla cospirazione e al complotto. Sono anni delicati per l'internazionale, che appena un anno dopo celebra il suo Quinto congresso in profonda crisi. “La sezione francese”, è spiegato in Storia della Sinistra Comunista (Vol. I), “era stata schiantata dalla reazione che seguì la Comune del '71 e in Inghilterra le pesanti Trade Unions ne uscivano perché il Consiglio Generale, con gli storici Indirizzi di Marx, aveva sostenuto gli eroici comunardi parigini. Intanto un'opposizione si formava in paesi che, come la Spagna, l'Italia, il Belgio, l'Olanda, e una parte della Svizzera, erano allora tanto poco evoluti socialmente quanto la Francia e l'Inghilterra di prima del 1848. In questa situazione trova radici un socialismo «che non vuole saperne di politica, perché nelle lotte politiche delle classi possidenti gli ingannati furono sempre gli operai». Questo socialismo è una forma arretrata rispetto alla posizione dialettica che presenta al proletariato la sua via nello sviluppo storico della società capitalistica come una lotta politica avente quale pegno il potere politico rivoluzionario. Nella formazione dell'Internazionale, quest'ingenuo socialismo aveva potuto essere ammesso per condurlo a superare la sua posizione insufficiente. Ma esso divenne un pericolo mortale quando se ne pose alla testa Bakunin, che lo raccolse sotto il nome di anarchismo.”
Nell'intervista a Lindor, Marx spiega come l'internazionale avesse i suoi centri principali “nelle vecchie società europee. Negli Stati Uniti, molte circostanze hanno finora impedito che il problema del lavoro assumesse un'importanza primaria.
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Le nuove incrinature del pensiero unico non deviano il corso della Ue
di Alfonso Gianni
Forse non c’era bisogno che Angela Merkel annunciasse al mondo che la crisi economica è destinata a durare ancora qualche anno, almeno cinque, e soprattutto che non si ha la più pallida idea di quando finirà, spegnendo così definitivamente quella luce in fondo al tunnel che a qualche visionario era parso di vedere. I dati che ci vengono sfornati ormai quotidianamente da centri studi istituzionali e non lo confermano già in modo praticamente unanime.
Da ultimo ci si è messa anche l’Istat, sfidando apertamente il divieto a sconfinare nel campo delle previsioni sul futuro, essendo i ricercatori dell’Istat, secondo alcuni, tenuti soltanto a fornire analisi del passato o fotografie del presente. Lo ha fatto ovviamente per quanto riguarda l’Italia, ma il suo contributo a spegnere i fuochi fatui della ripresa è stato impietoso con quell’11,4% di disoccupazione prevista per il 2013 (cui andrebbero aggiunti i sempre più numerosi lavoratori scoraggiati a cercare lavoro che perciò sfuggono alle statistiche ufficiali), connesso con uno 0,5% negativo per quanto riguarda l’aumento del Pil. Su quest’ultimo versante perciò la recessione rallenterebbe, mentre, com’era prevedibile, la disoccupazione e l’inoccupazione dei giovani aumenterebbero a ritmi molto rapidi.
Consistenti segnali di crisi anche per l’economia tedesca
Ma l’uscita della Merkel va intesa, da un lato, come un ribadimento che, malgrado gli insuccessi per il resto dell’Europa, la Germania deve continuare a soffiare sul fuoco del rigore, lo stesso che infiamma fuor di metafora le vie e le piazze di Atene; dall’altro lato come una mossa preelettorale, visto che in Germania si voterà nell’autunno del 2013, intendendo così rassicurare i propri cittadini riguardo a ciò che più temono, la mutualizzazione del debito.
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La crisi si supera salvando il Pianeta*
di Elvio Dal Bosco **
Premessa
La crisi finanziaria ed economica in atto rappresenta il fallimento delle politiche economiche neoliberiste intraprese negli ultimi trent’anni a livello mondiale, che si sono scaricate sulle condizioni di lavoro e di vita di larghe masse di popolazione anche nei paesi capitalistici sviluppati. In presenza di un enorme aumento della disuguaglianza dei redditi e della ricchezza alimentato dall’espansione delle attività finanziarie a spese dell’economia reale in questi paesi, fa veramente impressione leggere quanto scrive uno dei portavoce del fondamentalismo neo liberista: “Nonostante la crisi creditizia attuale, questo decennio sarà visto come quello della più elevata crescita del reddito pro-capite della storia” ( The Economist, editoriale del 18 ottobre del 2008, p. 14 ).
La crisi viene da lontano: già prima dell’utilizzo di strumenti finanziari ad altissimi rischio e di scarsa trasparenza come i CDO e CDS, la grande espansione della cosidetta finanziarizzazione aveva comportato radicali mutamenti nella struttura della produzione, distribuzione e impiego del reddito nei maggiori paesi capitalistici svilupppati, da me analizzati in un libro pubblicato nel 2004 ( La leggenda della globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino ). Scrivevo allora nel capitolo intitolato significativamente L’economia reale preda della finanza: il fatto che tendenzialmente la quota degli investimenti fissi lordi scenda laddove la quota delle attività finanziarie cresce, mettendo in evidenza una correlazione inversa, potrebbe indurre ad affermare che l’enorme espansione registrata dalle attività finanziarie negli ultimi vent’anni circa sia andata a scapito degli investimenti e a favore dei consumi.
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Tutti sanno, tutti zitti: un’analisi sulle condizioni di vita in Italia
Da qualche giorno sui giornali, nei tg, nei talk show televisivi, la domanda che tutti si stanno ponendo è: “Cosa succederà ora che riscende, per l’ennesima volta, in campo Berlusconi?”, “Il Pd come si comporterà? Riuscirà a vincere ma soprattutto a governare il Paese?”, “Quale sarà il ruolo di Mario Monti nel prossimo futuro?” e ancora “I mercati come si comporteranno ora, come valuteranno il sistema Italia?”.
Tutte domande legittime, per carità, per capire quello che sta succedendo nello scenario pre-elettorale che si sta delineando.
Peccato che siano domande lontane anni luce dai problemi veri. I problemi di lavoratori, cassintegrati, disoccupati, studenti, famiglie che non possono più permettersi una settimana di ferie lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%, dal 2010 al 2011), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente l'abitazione (dall'11,2% al 17,9%, in riferimento sempre allo stesso periodo), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%).
Ma andiamo con ordine.. Stando ai dati forniti dall’Istat nel suo rapporto sui redditi e le condizioni di vita, pubblicato lunedì scorso, nel 2011 il quadro delle condizioni di reddito e di vita in Italia risulta alquanto allarmante.
Il primo dato grave che risalta subito da questa analisi riassume in sé la situazione: nel 2011 il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale, secondo la definizione adottata nell'ambito della strategia Europa 2020.
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La differenza tra meritocrazia e merito
Choosy, marchesini e figli di...
di menici60d15
Il merito, qualunque genere di merito, non esiste altro che per convenzione. (…) Che merito ha la mosca di avere sei zampe là dove il ragno ne ha otto? Maffeo Pantaleoni, Erotemi, 1925.
Il metro di valutazione [nel settore primario e secondario], per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi l’ora, se il podere rende. (…) Nei nostri mestieri [terziari] è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. (…) Come si può valutare un prete, un pubblicitario, un PRM? (….) No, non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma di diventare vescovo. In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. L. Bianciardi, La Vita Agra.
La trasformazione dell’Italia in un Paese “ordinato secondo i criteri del merito e della gerarchia” “per l’esclusivo bene del popolo”. Licio Gelli
Ci si dovrebbe guardare dal predicare ai giovani, come scopo della vita, il successo (…) Infatti un uomo che ha avuto successo è colui che molto riceve dai sui simili, incomparabilmente di più di quanto gli sarebbe dovuto per servigi da lui resi a costoro. Il valore di un uomo, tuttavia, si dovrebbe giudicare da ciò che egli dà e non da ciò che egli riceve. A. Einstein
Secondo il governo, i problemi del lavoro sono le pretese dei giovani, che si devono mettere in testa che la stabilità del lavoro è finita, che essere disoccupati è normale, che accettare qualsiasi condizione è doveroso. Per ribadire ciò, ai giovanotti è stato fatto osservare che sono sfigati (Martone), fermi al posto fisso (Cancellieri), choosy (Fornero), e ora viziatelli troppo abituati a cercare vie dorate sempre secondo il Ministro del Lavoro, delle Politiche Sociali e delle Pari Opportunità Elsa Fornero, che ha preso a cuore questa campagna di moralizzazione.
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La dittatura dello spread e il programma della shock economy
di Piero Valerio
Ieri è stata una giornata di fibrillazione e passione in Italia: tutti gli occhi degli analisti, degli opinionisti e degli organi di informazione erano puntati sull’andamento dello spread, che dopo essere sceso nei giorni scorsi intorno ai 300 punti base, è risalito sopra quota 350 punti base. L’indice di Piazza Affari è crollato di -2,21%. I titoli bancari sono andati a picco. L’Italia si è avvicinata di nuovo pericolosamente al cosiddetto baratro. Visi preoccupati dappertutto, catastrofismo a fiotti, paura sparsa a piene mani e raffiche di dati allarmanti. Persino il Vaticano ha ritenuto opportuno pronunciarsi, per bocca del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana Bagnasco: “La casa brucia. Irresponsabile chi pensa a sé. Non si possono mandare in malora i sacrifici di un anno. Monti? Errore non avvalersene in futuro”. Ma cosa è accaduto di così straordinariamente minaccioso per l’Italia? Come mai la propaganda di regime italiana si è mossa all’unisono con tanta aggressività e compattezza? E’ accaduto un fatto normalissimo. Uno dei partiti di maggioranza, il PDL, che appoggiava il governo dei banchieri guidato da Monti ha avuto l’insolenza di dire la verità: tutti i dati economici, dal PIL, all’occupazione, alla produzione industriale, ai consumi, ai risparmi, al debito pubblico, alla pressione fiscale sono peggiorati dopo un anno di governo Monti, e quindi il PDL ha preferito non garantire più il suo sostegno incondizionato. Cosa c’è di tanto strano in tutto questo? Niente. E’ una normalissima dinamica democratica che si ripete da sempre in tutti i paese che possono ancora reputarsi tali. Tuttavia nello stato di diritto di eccezione in cui si trova incastrata da anni l’Italia all’interno dell’eurozona, commissariata di fatto dai "mercati" finanziari, ogni azione, che abbia una lontana parvenza di democraticità, diventa incredibilmente pericolosa e delicata.
Tralascio ovviamente tutto lo squallore dei tatticismi e delle questioni interne al PDL, basate su alcune rivendicazioni tipiche di un partito padronale (la riforma della giustizia, la legge sulle intercettazioni, l’incandidabilità dei condannati etc), e vado subito al sodo: in linea di principio la bocciatura al governo Monti non fa una piega.
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Insospettate insorgenze
di Gianfranco Ferraro
“…Il citoyen ha continuato ad agire e ad ossequiare i rituali magici di delega del potere, pur senza più credere ad essi, ma solo perché ‘bisognava’ o perché ‘era difficile fare altrimenti’”. Un saggio di Gianfranco Ferraro: “Dalla comunità politica alla condotta in comune”.
“Se la politica è produzione di futuro” scriveva Mario Tronti nel 1998 “profezia e utopia sono due modi, diversi e opposti, di vedere il futuro”. “Vedere, è la parola giusta. In politica, oggi, non si vede più: si guarda, si osserva, si analizza, poi si agisce, si compete, si combatte, sempre e solo subalterni a ciò che è, si accetta ciò che fin qui è stato, si rinuncia a pensare ciò che può essere; sia l’al di qua che l’al di là del presente risulta cancellato, se mai c’è stata storia, adesso non c’è più” (La politica al tramonto, p. 166). Contropelo, la storia dei nostri giorni può essere letta alla luce di queste parole di Tronti: se è vero che la politica è produzione di futuro, essa sembra oggi cancellata. Nessuna parola pubblica è stata in grado di additare un futuro, a meno che per futuro non si sia inteso quel flebile calcolo di costi e benefici che il ragioniere di turno ha preso in esame al solo scopo di farlo quadrare. Né in politica è andato molto di moda, in venti anni, il “vedere”: che cosa “vedono”, cosa hanno visto le molte figure che, rivendicando proprio la tradizione del “vedere” in politica, hanno, dal 1998 fino ad ora, calcato la sua scena? Che cosa abbiamo visto “noi”? Ma cosa vede oggi chi guarda la politica senza essere cresciuto in alcuna “comunità”? Che cosa si ricorderà della sinistra storia, dolente senza dolore, di questi anni?
Forse il tramonto della politica, di cui Tronti parlava, è davvero finito. È notte, e quel tramontare lungo una generazione e mezza può essere visto come il tramonto epocale di una certa modalità di produzione del futuro: quella per secoli affidata alle comunità.
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La finanziarizzazione come effetto della crisi
Gianni Del Panta* intervista Guglielmo Carchedi
Non confondere le conseguenze con le cause della crisi. La correttezza dell'analisi di Marx e il fallimento di quella di Keynes. Intervista a Guglielmo Carchedi.
Guglielmo Carchedi, è uno studioso marxista, professore di Economia Politica all’Università di York, Toronto (Canada) e per molti anni professore all'università di Amsterdam. Collabora da molti anni con Contropiano. Vedi il suo saggio "Dalla crisi di plusvalore alla crisi dell'euro" sull'ultimo numero della rivista Contropiano e la sua relazione nel volume "Il vicolo cieco del capitale" a cura della Rete dei Comunisti.
Nel dibattito sulla natura dell’attuale crisi del sistema capitalistico, non mancano neanche a sinistra interpretazioni volte a presentarla come il portato di un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia. Personalmente mi sembrerebbe invece corretto leggere il ricorso alla finanza come effetto e non causa delle presenti difficoltà economiche?
Ha perfettamente ragione, la finanziarizzazione dell’economia è certamente l’effetto e non la causa dell’attuale crisi. Mi permetta però in apertura di avanzare dubbi anche sulla bontà del termine. Infatti, il costante utilizzo della parola finanziarizzazione sembra presupporre una mutazione quasi genetica nel sistema.
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L'"agenda Bagnai" e la maldicenza e mediocrità molto tenaci
di Alberto Bagnai
Tesi
luca grignani ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Una cortesia":
Comincio a notare anche qui sul blog di Bagnai una certa qual avversione verso la sovranità monetaria.....
Antitesi
Da "Il tramonto dell'euro", p. 277:
E dopo che si fa?
Proviamo allora a unire i puntini. Questa crisi richiede un deciso cambio di paradigma, che è fuori dalla portata di chi si ostina a difendere l’esistente, per difetto etico (collusione col potere, incapacità di ammettere un errore), o politico (incapacità di immaginare un cambio di rotta senza sopportare enormi costi in termini elettorali). Il nuovo paradigma, evidentemente, deve muovere dal superamento degli errori del vecchio, e da una percezione chiara, e articolata per priorità, dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi, giova ricordarlo, che quando non sono stati creati, non sono stati nemmeno risolti dall’entrata nell’euro. Problemi, va anche detto, che non sono tutti alla nostra portata, né come singoli, né come collettività nazionale. Tuttavia se prima non si acquisisce una consapevolezza, è impossibile proporre un’azione politica tale da coinvolgere altri soggetti (siano essi il vicino di casa, o altre nazioni europee). L’agenda di quello che si può fare parte anche da una visione costruttiva, e non scaltramente distruttiva, di quello che non si può fare, o non da soli, o non adesso.
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Il Grillo, il Principe e la Terza Repubblica
di Pino Cabras
Alcuni consigli a Beppe sui candidati, sul governo e sul nuovo Capo dello Stato
«… li buoni consigli, da qualunque venghino, conviene naschino dalla prudenzia del principe, e non la prudenzia del principe da' buoni consigli.» (Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXIII)
«…quindi dateci una mano piuttosto che martellarci, a me e a Casaleggio, di darci delle martellate in testa, dateci consigli, una mano, abbiamo bisogno tutti uno dell’altro. Grazie.» (Beppe Grillo, Comunicato n. 53, beppegrillo.it)
Quando Niccolò Machiavelli compilò quasi tutti i capitoli della sua opera più famosa, Il Principe, era il 1513. Mezzo millennio fa. L’autore osservava un’Italia debilitata, soggetta a mani barbare che la spossessavano. Machiavelli scrisse il Principe per trovare soluzioni politiche pratiche e per immaginare un soggetto forte che le mettesse in atto. Pensava che nella crisi di allora ci fosse comunque un’opportunità.
Esattamente cinque secoli dopo, l’Italia – in condizioni storiche certo assai diverse - è di nuovo la preda di poteri che la percorrono, la derubano, la dividono.
Anche nella crisi di oggi sorgono opportunità e pericoli affrontati da nuovi interpreti. Cambieranno presto molti di questi interpreti, muteranno i partiti politici, e in mezzo a questo tramutare in molti già ora vogliono dire la loro, esserci, sfiorare i panni che il Principe potrà vestire. Da qui i consigli, le adulazioni, le demonizzazioni.
Da qui anche il mio divertimento nell’accostare la frase di Machiavelli e quella di Beppe Grillo, ossia il soggetto politico che turba il sonno dei Principi decaduti riparatisi dietro Rigor Montis. Che Principe avremo nel 2013? Monti? Berlusconi? Bersani? O proprio Grillo? Andiamo con ordine.
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I cento giorni di Berluscone. Per Mediaset e per il bene del paese
Red
Troviamo un esempio tra i più divertenti dell'intera storia del giornalisno nel comportamento della stampa transalpina di fronte all'avanzata di Napoleone dalle coste francesi, proveniendo dall'esilio all'isola d'Elba, verso la capitale. In pochi giorni infatti gli stessi giornali, le stesse redazioni titolarono da "la canaglia di nuovo sul suolo di Francia", quando Napoleone era ancora dalle parti di Cannes, per passare ad un cerimonioso "sua maestà è tornata a Parigi", non appena Luigi XVIII fuggì precipitosamente dalla capitale francese per lasciar posto al ritorno di Napoleone il giorno successivo.
Chissà quali, e quanti, aneddoti ci lasceranno i prossimi cento giorni di Berluscone visto che l'uomo proviene dal mondo dello spettacolo. E chissà se finiranno in una Waterloo oppure in un incofessabile papello all'italiana. E' sicura una cosa: come i cento giorni di Bonaparte, i prossimi cento di Berluscone hanno robuste spiegazioni materialistiche. Che vanno ben oltre categorie psicologico-romantiche basate sul senso di rivalsa del personaggio e sulle ambizioni personali.
L'abbandono dell'isola d'Elba da parte di Napoleone, e il successivo ritorno in Francia, ad esempio andavano ben oltre la logica del calcolo militare. Fu infatti la riforma agraria voluta da Luigi XVIII, che riportava la distribuzione della terra alle condizioni di prima del 1789, a creare quel malcontento diffuso che spinse molti francesi a pressare Napoleone all'Elba per spingerlo all'intervento. Bonaparte si era sempre fatto garante di una riforma agraria, la sua base sociale durante l'Impero, che salvaguardava molte conquiste del 1789. Riforma che con Luigi XVIII era stata messa in discussione.
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Le spine del lavoro liquido globale*
di Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto
A Tian Yu, lavoratrice a Shenzhen, che conosce il lato oscuro del mercato mondiale.
Introduzione
Questo libro è un esercizio di avvicinamento a una condizione umana che in occidente è più rimossa che sconosciuta. In particolare, la discussione delle tendenze in atto nella Cina attuale sembra una foglia composta, della quale si fatica a leggere la nervatura che l’alimenta, ossia il sistema cinese della residenza. Dai primi anni 1950 tale sistema (hukou) ha separato la popolazione rurale da quella urbana in termini economici e politici dividendola orizzontalmente in due classi di cittadinanza, di cui quella inferiore era in larga misura, anche se non completamente, bloccata nelle campagne. Con la svolta del 1978, l’esodo di giovani dalle campagne verso le città ha assunto proporzioni bibliche, ma lo statuto di quanti hanno lasciato e lasciano i villaggi è rimasto perlopiù quello del “lavoro migrante rurale”. È questo flusso verso le periferie industriali che ha innervato la trasformazione cinese degli scorsi trent’anni. Tuttavia in occidente esso è stato sovente considerato come uno – e talvolta ovvio e secondario – tra i tanti ed eterogenei fattori del megatrend. È così capitato durante il trentennio scorso di dover ascoltare il ritornello della classe operaia come una specie in via di globale estinzione, mentre era snobbata la maggiore migrazione non coatta del-la storia umana e il principale fenomeno sociale di questi tempi, ossia lo spostamento dalle campagne alle città di circa 200 milioni di cinesi che si avviavano al lavoro salariato.
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Fuori dalla pura politica
Laboratori globali della soggettività
di Sandro Chignola e Sandro Mezzadra
1. Assoggettamento e soggettivazione: decentrare lo sguardo
Porre il problema del soggetto politico significa per noi porre il problema dell’assoggettamento e della soggettivazione. E cioè, spodestare il soggetto dalla sua posizione di fondamento – la posizione che esso mantiene nel discorso «umanista» o liberale – per collocarlo nell’immanenza dei processi che lo producono. Lo Stato e il capitale, nella modernità, sono le due potenze a cui questi processi fanno capo. L’impronta dell’assoggettamento, secondo la lezione di Michel Foucault, accompagna la fabbricazione della soggettività fin da quando una moltitudine riottosa alla disciplina del lavoro viene investita da un insieme di dispositivi di individuazione, per ricavarne soggetti compatibili con l’ordine sociale del capitalismo manifatturiero emergente. Ma questi processi sono accompagnati fin dal principio da pratiche di soggettivazione, che si producono ogniqualvolta la libertà eccede gli schemi pensati per imbrigliarla e obbliga il potere e reinvestirsi altrove, in altre tecnologie o in altri saperi, per recuperare, produttivamente, il controllo su ciò che, sempre di nuovo, gli sfugge. La tensione tra assoggettamento e soggettivazione si inscrive tanto nelle dinamiche e nei concetti politici fondamentali (dalla sovranità alla cittadinanza) quanto nel rapporto di capitale, marxianamente costituito dalla scissione tra forza lavoro e denaro. Criteri essenziali di organizzazione dei rapporti di dominio, quali il genere e la razza, operano su entrambi i terreni per distribuire i soggetti in posizioni asimmetriche. E sono tuttavia essi stessi continuamente rovesciati in basi materiali di processi di soggettivazione.
Agli inizi dell’epoca moderna è la macchina della giuridificazione quella che, addomesticando gli istinti belluini dell’individualismo possessivo, ricava uno spazio politico (ed economico) all’interno del quale il conflitto viene tradotto in concorrenza e l’antagonismo radicale della guerra civile viene politicamente ritrascritto in competizione per il potere.
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La netta separazione fra moneta e credito
di Piero Valerio
Parte I: il Piano di Chicago rivisitato
Il Piano di Chicago Rivisitato è a mio avviso, e secondo molti altri più autorevoli analisti, uno dei documenti economici e finanziari più importanti pubblicati nell’ultimo periodo. Un vero caso mondiale, che sta diventando un testo di riferimento per gli studiosi della materia e un’opera divulgativa di culto per tutti gli appassionati. Non vi nascondo che anche io ho letto il documento con molto interesse e stupore, non tanto per i contenuti che nella maggior parte dei casi mi erano già noti (si veda a tal proposito l’ampia trattazione già pubblicata sul movimento economico e culturale Positive Money) ma per il tempismo e le circostanze che ne hanno decretato il successo. Il documento è stato scritto da due economisti americani che lavorano come consulenti per il Fondo Monetario Internazionale FMI: Jaromir Benes e Michael Kumhof. Il committente di questa opera è stato appunto il FMI, che a scanso di equivoci, in calce al documento ha riportato (come spesso accade con i suoi working papers) le testuali parole:
“Questo documento non deve essere inteso come rappresentativo del punto di vista del FMI. Le opinioni espresse in questo documento sono quelle degli autori e non rappresentano necessariamente quelli del FMI o della politica del FMI. I documenti descrivono in genere le ricerche in corso degli autori e vengono pubblicati per suscitare commenti e ulteriori dibattiti”.
E il dibattito in effetti si è acceso abbastanza rapidamente e vivacemente in tutto il mondo.
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Il potere di generare crisi
di Guglielmo Forges Davanzati
Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia.
L’argomento utilizzato dal Governo e dai suoi sostenitori del “cosa poteva accadere se” [non ci fosse stato Monti] è non dimostrato né probabilmente dimostrabile e, sebbene al prof. Monti vada riconosciuta un’autorevolezza incomparabilmente maggiore di quella del suo predecessore, non è dato riscontrare nessuna correlazione significativa fra “credibilità” di un Governo ed esposizione del Paese al rischio di fallimento. L’argomento del “ce lo chiede l’Europa” [di mettere in atto politiche di austerità] vale, al più, per delegittimare l’Unione Europea, non certo per accreditare la presunta necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica e di aumentare ancor più drasticamente l’imposizione fiscale.
Il fallimento delle politiche economiche messe in atto da questo Governo è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono schematicamente essere ricondotte a due proposizioni.
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La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo
Antonio Carlo
Parte prima: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo
1) L’economia mondiale nel 2012. Disoccupazione, sovraproduzione e crisi della finanza pubblica
Il rimbalzino del 2010 è ormai un ricordo, nel 2011 le cose sono andate peggio1, ed a inizio 2012 la signora Lagarde n. 1 delle FMI dice: “nel 2012 molte delle cose che potevano andare storte sono andate storte”. Lucidità cartesiana si potrebbe dire, e nel 2012 la situazione peggiora ulteriormente. A metà anno, infatti, la Banca Mondiale rende note le sue stime per l’anno corrente: PIL mondiale + 2,5%, ma la crescita sarà concentrata essenzialmente nei paesi emergenti, + 5,1% contro il 6,1% del 2011 ed il 7,4% nel 2010. Leggermente migliori le previsioni del FMI, che però peggiorano nel corso dell’anno: ad ottobre, in concomitanza con l’assemblea annuale di Tokyo, il FMI prevede + 3,3% PIL mondiale, così suddiviso + 1,3% paesi ricchi, + 5,3% paesi emergenti; per l’Eurogruppo siamo a – 0,4% per il corrente anno e a + 0,2% per l’anno prossimo, ciò che qualche bello spirito potrebbe definire “ripresa”.
Ci si potrebbe obiettare, che comunque si cresce anche se di poco, ma allora non si capirebbe il coro da tragedia greca che accompagna questo sviluppo da quattro soldi2, che in realtà è una recessione strisciante e nascosta da cui non si vede via di uscita nel breve e nel medio periodo (nel lungo si sa saremo tutti morti), qualcosa cioè di molto simile ad una depressione.
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Per una critica a David Harvey*
Lo scopo di questo breve discorso è fornire l'inizio di una critica alla teoria della crisi di David Harvey. Ma devo cominciare dicendo che approccio questo compito in maniera molto umile. Come molte altre persone, sono davvero in debito verso David Harvey. In molti modi, Harvey è stato il mio primo canale d'accesso nel mondo di Marx. Il suo linguaggio chiaro e articolato, la sua passione per la materia, e la sua paziente dedizione alla pedagogia sono stati di grande influenza per me, spingendomi a scavare più profondamente nel mondo di Marx e del Marxismo. La critica che faccio qui è fatta con il più profondo e sincero rispetto per il suo lavoro.
La mia è una critica di 3 aspetti interrelati del lavoro di Harvey: il suo rifiuto della teoria di Marx sulla Caduta tendenziale del saggio di profitto (Tendency of the Rate of Profit to Fall, TRPF), la sua teoria della “sovraccumulazione” e il suo uso di sovraccumulazione come quadro analitico per la sua analisi geografica.
Molto del Marxismo del XX Secolo è definito dalle sue sconfitte, sia teoretiche che politiche. Per quanto dobbiamo imparare dai nostri “vecchi”, dobbiamo anche ricordare che essi hanno avuto le proprie origini in un certo tempo e luogo e che il loro approccio a Marx è influenzato da questa origine. Per Harvey il tempo sono gli anni '70 e il luogo l'università/l'accademia occidentale. É un luogo e un tempo in cui i Marxisti stavano affrontando alcune disfide teoriche a cui non erano in grado di rispondere, forzandoli a rivisitare o a cambiare aspetti centrali della Teoria del Valore di Marx. Essi erano anche messi di fronte alla necessità di distanziarsi politicamente dagli orrori del Marxismo Sovietico e del Maoismo.
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Europa : fine di partita?
di Jacques Sapir*
Il processo definito “costruzione europea”, con la situazione di stallo che si è venuta a creare sulla pianificazione di bilancio dell’Unione europea per gli anni 2014-2020, e in secondo luogo per il bilancio 2013, sta subendo un triplice fallimento: economico, politico e simbolico. La questione simbolica è certamente più importante. Questa situazione di stallo, ben che vada durerà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco dell’inizio di questa settimana sulla questione degli aiuti da accordare alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri relativi alla partecipazione rispettiva degli Stati nell’ambito del gruppo aeronautico EADS, e di conseguenza di una riduzione importante delle ambizioni dell’Europa spaziale**. È altamente simbolico che questi avvenimenti si siano succeduti tutti in un periodo di otto giorni. Ciò sta a dimostrare l’esaurimento definitivo dell’Unione europea nell’incarnare l’“idea di Europa”.
Un fallimento economico
La questione del bilancio dell’Unione europea è economicamente importante. Non tanto per le somme in gioco. Il contributo al bilancio dell’Unione europea ha raggiunto l’1,26% del PIL dei differenti paesi. Quindi, per il 2013 sono previsti 138 miliardi di euro. Ma è l’esiguità di questa somma che pone dei problemi.
Nel momento in cui l’Eurozona, un sottoinsieme dell’Unione europea (UE), è in recessione, e questa condizione si protrarrà certamente nel 2013 e nel 2014, la logica avrebbe voluto che si fosse raggiunto un accordo su un bilancio di rilancio, sia per promuovere la domanda che per favorire politiche dell’offerta e della competitività in alcuni paesi.
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Quelli che “ci vuole credibilità per attirare i capitali esteri…”
di Alberto Bagnai
(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).
Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.
O meglio…per quanto questo possa sembrare strano, i luogocomunisti, sì, proprio loro, in realtà sono convinti che al mondo un free lunch ci sia. Quale? Non ce la farete mai, ve lo dico io: i capitali esteri! Sì, proprio quei capitali dei quali, a sentire il governo, abbiamo tanto bisogno per risolvere tutti i nostri problemi, inclusi, guarda un po’, quelli della Sanità, al punto che per attirarli, questi capitali, facciamo strame dei diritti dei lavoratori.
Cerchiamo di ragionare, non è difficile (tranne che per i luogocomunisti). Quando ti fai prestare soldi? Normalmente, quando ne hai bisogno. E quando si ha bisogno di soldi? Normalmente, quando non si guadagna, e quindi non si risparmia, abbastanza. Ma se ti prestano soldi, contrai un debito, no? Certo!
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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?
Domenico Moro *
1. Un uso corretto della teoria
Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.
Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.
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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?
di Alfonso Gianni
Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.
A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».
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Ma l’economia è democratica?
Luigi Ferrajoli
1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica
Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.
Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica. Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.
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