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Il potere di generare crisi

di Guglielmo Forges Davanzati

Il fallimento delle politiche economiche messe in atto dal governo Monti è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono essere ricondotte a due proposizioni: 1) La riduzione della spesa pubblica accresce i consumi. 2) La riduzione della spesa pubblica accresce gli investimenti privati


Sul piano della politica economica, il bilancio del governo Monti non è particolarmente entusiasmante. Tre dati possono essere sufficienti per attestarlo: circa centomila individui hanno perso lavoro nel corso dell’ultimo mese, come rilevato nell’ultimo Rapporto ISTAT, con un tasso di disoccupazione giovanile (superiore al 30%) che ha raggiunto, in Italia, il suo massimo storico; è notevolmente aumentato il numero di fallimenti di imprese, con oltre cento crisi industriali in atto; il rapporto debito/PIL è aumentato di 6 punti percentuali nel corso dell’ultimo anno. In altri termini, appare sempre più evidente che ciò che viene definita “crisi” è oggi niente altro che l’inevitabile effetto di politiche fiscali restrittive attuate in un contesto di calo della domanda aggregata; politiche che questo Governo, più del precedente, ha perseguito con la massima tenacia.

L’argomento utilizzato dal Governo e dai suoi sostenitori del “cosa poteva accadere se” [non ci fosse stato Monti] è non dimostrato né probabilmente dimostrabile e, sebbene al prof. Monti vada riconosciuta un’autorevolezza incomparabilmente maggiore di quella del suo predecessore, non è dato riscontrare nessuna correlazione significativa fra “credibilità” di un Governo ed esposizione del Paese al rischio di fallimento. L’argomento del “ce lo chiede l’Europa” [di mettere in atto politiche di austerità] vale, al più, per delegittimare l’Unione Europea, non certo per accreditare la presunta necessità di ridurre drasticamente la spesa pubblica e di aumentare ancor più drasticamente l’imposizione fiscale.

Il fallimento delle politiche economiche messe in atto da questo Governo è anche il fallimento delle teorie economiche che le hanno sostenute sul piano “scientifico”, e che possono schematicamente essere ricondotte a due proposizioni.

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La putrescenza del Capitalismo contemporaneo e la teoria del crollo

Antonio Carlo

Parte prima: La putrescenza del Capitalismo contemporaneo


1) L’economia mondiale nel 2012. Disoccupazione, sovraproduzione e crisi della finanza pubblica


Il rimbalzino del 2010 è ormai un ricordo, nel 2011 le cose sono andate peggio1, ed a inizio 2012 la signora Lagarde n. 1 delle FMI dice: “nel 2012 molte delle cose che potevano andare storte sono andate storte”. Lucidità cartesiana si potrebbe dire, e nel 2012 la situazione peggiora ulteriormente. A metà anno, infatti, la Banca Mondiale rende note le sue stime per l’anno corrente: PIL mondiale + 2,5%, ma la crescita sarà concentrata essenzialmente nei paesi emergenti, + 5,1% contro il 6,1% del 2011 ed il 7,4% nel 2010. Leggermente migliori le previsioni del FMI, che però peggiorano nel corso dell’anno: ad ottobre, in concomitanza con l’assemblea annuale di Tokyo, il FMI prevede + 3,3% PIL mondiale, così suddiviso + 1,3% paesi ricchi, + 5,3% paesi emergenti; per l’Eurogruppo siamo a – 0,4% per il corrente anno e a + 0,2% per l’anno prossimo, ciò che qualche bello spirito potrebbe definire “ripresa”.

Ci si potrebbe obiettare, che comunque si cresce anche se di poco, ma allora non si capirebbe il coro da tragedia greca che accompagna questo sviluppo da quattro soldi2, che in realtà è una recessione strisciante e nascosta da cui non si vede via di uscita nel breve e nel medio periodo (nel lungo si sa saremo tutti morti), qualcosa cioè di molto simile ad una depressione.

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Per una critica a David Harvey*

Lo scopo di questo breve discorso è fornire l'inizio di una critica alla teoria della crisi di David Harvey. Ma devo cominciare dicendo che approccio questo compito in maniera molto umile. Come molte altre persone, sono davvero in debito verso David Harvey. In molti modi, Harvey è stato il mio primo canale d'accesso nel mondo di Marx. Il suo linguaggio chiaro e articolato, la sua passione per la materia, e la sua paziente dedizione alla pedagogia sono stati di grande influenza per me, spingendomi a scavare più profondamente nel mondo di Marx e del Marxismo. La critica che faccio qui è fatta con il più profondo e sincero rispetto per il suo lavoro.

La mia è una critica di 3 aspetti interrelati del lavoro di Harvey: il suo rifiuto della teoria di Marx sulla Caduta tendenziale del saggio di profitto (Tendency of the Rate of Profit to Fall, TRPF), la sua teoria della “sovraccumulazione” e il suo uso di sovraccumulazione come quadro analitico per la sua analisi geografica.

Molto del Marxismo del XX Secolo è definito dalle sue sconfitte, sia teoretiche che politiche. Per quanto dobbiamo imparare dai nostri “vecchi”, dobbiamo anche ricordare che essi hanno avuto le proprie origini in un certo tempo e luogo e che il loro approccio a Marx è influenzato da questa origine. Per Harvey il tempo sono gli anni '70 e il luogo l'università/l'accademia occidentale. É un luogo e un tempo in cui i Marxisti stavano affrontando alcune disfide teoriche a cui non erano in grado di rispondere, forzandoli a rivisitare o a cambiare aspetti centrali della Teoria del Valore di Marx. Essi erano anche messi di fronte alla necessità di distanziarsi politicamente dagli orrori del Marxismo Sovietico e del Maoismo.

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 marx xxi

Europa : fine di partita?

di Jacques Sapir*

Il processo definito “costruzione europea”, con la situazione di stallo che si è venuta a creare sulla pianificazione di bilancio dell’Unione europea per gli anni 2014-2020, e in secondo luogo per il bilancio 2013, sta subendo un triplice fallimento: economico, politico e simbolico. La questione simbolica è certamente più importante. Questa situazione di stallo, ben che vada durerà fino all’inizio del 2013, arriva dopo il blocco dell’inizio di questa settimana sulla questione degli aiuti da accordare alla Grecia, e dopo i negoziati estremamente duri relativi alla partecipazione rispettiva degli Stati nell’ambito del gruppo aeronautico EADS, e di conseguenza di una riduzione importante delle ambizioni dell’Europa spaziale**. È altamente simbolico che questi avvenimenti si siano succeduti tutti in un periodo di otto giorni. Ciò sta a dimostrare l’esaurimento definitivo dell’Unione europea nell’incarnare l’“idea di Europa”.


Un fallimento economico

La questione del bilancio dell’Unione europea è economicamente importante. Non tanto per le somme in gioco. Il contributo al bilancio dell’Unione europea ha raggiunto l’1,26% del PIL dei differenti paesi. Quindi, per il 2013 sono previsti 138 miliardi di euro. Ma è l’esiguità di questa somma che pone dei problemi.

Nel momento in cui l’Eurozona, un sottoinsieme dell’Unione europea (UE), è in recessione, e questa condizione si protrarrà certamente nel 2013 e nel 2014, la logica avrebbe voluto che si fosse raggiunto un accordo su un bilancio di rilancio, sia per promuovere la domanda che per favorire politiche dell’offerta e della competitività in alcuni paesi.

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fatto quotidiano

Quelli che “ci vuole credibilità per attirare i capitali esteri…”

di Alberto Bagnai

(Chiedo scusa se vi ho trascurato, so che avete sentito la mia mancanza – soprattutto i moderatori! – ma come sapete ho avuto di peggio da fare).

Il mondo ideale del luogocomunista è un mondo austero, popolato da virili lavoratori a torso nudo, dal bicipite tornito e dalla mascella squadrata (come in un affresco littorio o sovietico), che producono, producono, producono, senza preoccuparsi troppo di chi comprerà. In questo mondo sobrio e severo nessuno regala niente, devi meritarti tutto. Come dicono gli economisti: non ci sono pasti gratis, non ci sono free lunch, e, naturalmente, non bisogna vivere al di sopra dei propri mezzi.

O meglio…per quanto questo possa sembrare strano, i luogocomunisti, sì, proprio loro, in realtà sono convinti che al mondo un free lunch ci sia. Quale? Non ce la farete mai, ve lo dico io: i capitali esteri! Sì, proprio quei capitali dei quali, a sentire il governo, abbiamo tanto bisogno per risolvere tutti i nostri problemi, inclusi, guarda un po’, quelli della Sanità, al punto che per attirarli, questi capitali, facciamo strame dei diritti dei lavoratori.

Cerchiamo di ragionare, non è difficile (tranne che per i luogocomunisti). Quando ti fai prestare soldi? Normalmente, quando ne hai bisogno. E quando si ha bisogno di soldi? Normalmente, quando non si guadagna, e quindi non si risparmia, abbastanza. Ma se ti prestano soldi, contrai un debito, no? Certo!

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I comunisti, la tattica e le alleanze, che fare?

Domenico Moro *

1. Un uso corretto della teoria

Nell'ultimo mese si è accesa tra i comunisti in Italia una discussione sulle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche. La domanda è se aderire al centro-sinistra, ovvero allearsi al Pd, oppure costruire alleanze politiche alternative al di fuori del centro-sinistra. In effetti, la seconda opzione rappresenta una rottura con una linea che, seppure in modo non sempre uniforme, è stata portata avanti per venti anni da Rifondazione Comunista e dal PdCI. Per supportare questa o quella posizione si è fatto riferimento alla teoria politica marxista, i cui fondamenti sono stati espressi da Lenin e sviluppati da pochissimi altri, tra cui Gramsci.

Va da sé che, come per ogni classico, si corre il rischio di citare impropriamente questo o quel passaggio. Eppure, un uso improprio di Lenin è particolarmente difficile se solo lo leggiamo un po' più attentamente. Ad esempio, "L'estremismo malattia infantile del comunismo" viene qualche volta citato a sostegno della necessità dei compromessi. In merito, però, la posizione di Lenin è alquanto articolata: "Un uomo politico deve saper distinguere i casi concreti di quei compromessi che sono inammissibili e dirigere tutta la forza della critica contro questi compromessi concreti (…)".

Vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso."[1] Un conto, dice Lenin, è il compromesso della socialdemocrazia nel 1914, che votò i crediti di guerra, altro conto è il trattato di pace che i bolscevichi firmarono con i tedeschi a Brest-Litovsk nel 1918.

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A proposito delle due sinistre: dal big bang alla fusione fredda?

di Alfonso Gianni

Mentre da più parti si auspica il superamento del paradigma delle “due sinistre”, Vendola apre alla possibilità che Sel confluisca nel Pd. Se prevalesse questa opzione la sinistra semplicemente si estinguerebbe, perché il Pd è un partito di centro completamente subalterno al mainstream della teoria economica. La sinistra può rinascere solo dal basso e dalle lotte

Qualche giorno fa, in questo stesso spazio, compariva un interessante articolo di Emilio Carnevali (“Oltre le due sinistre”) dedicato al dibattito sul superamento delle due sinistre aperto questa estate da Mario Tronti sull’Unità, cui è seguita una nutrita serie di contributi. Se rileggiamo il tutto alla luce dell’esito delle primarie del cd. centrosinistra, non si può non riscontrare alcune convergenze fra le analisi, le previsioni e la realtà. Se Tronti (di cui ben conosciamo la radicalità teorica e al contempo l’iperrealismo politico) si domandava retoricamente a luglio se avesse ancora senso una separatezza fra due sinistre «imprecise, provvisorie, incapaci di vera autonomia», Carnevali, con maggiore precisione, scrive che in caso di vittoria delle primarie da parte di Pierluigi Bersani con un esplicito appoggio di Nichi Vendola al secondo turno, il tema della ricomposizione della sinistra potrebbe tornare all'ordine del giorno.

A quel punto, secondo Carnevali, il leader di Sel «potrebbe decidere di trarne le conseguenze per giocare da dentro la sua partita, scegliendo di ‘rottamare’ una creatura politica esilissima – che non ha mai dato vera prova di vita autonoma – per entrare a far parte dell'ultimo ‘partito solido’ e radicato nel territorio rimasto in Italia».

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Ma l’economia è democratica?

Luigi Ferrajoli

1. La crisi, i mercati e il rapporto tra economia e politica

Io credo che il tema di questo intervento – il rapporto tra economia e politica e la dipendenza della seconda dalla prima – sia il tema di fondo del nostro tempo: un tema che è tutt’uno con il tema della crisi della sfera pubblica, del ruolo e ancor prima della natura della politica e perciò, in ultima analisi con il tema, al tempo stesso teorico e politico, della crisi della democrazia, non solo in Italia ma in Europa e più in generale a livello globale.

Il rapporto tra politica ed economia si è ribaltato. Non abbiamo più il governo pubblico e politico dell’economia, ma il governo privato ed economico della politica.  Non sono più gli Stati, con le loro politiche, che controllano i mercati e il mondo degli affari, imponendo loro regole, limiti e vincoli, ma sono i mercati, cioè poche decine di migliaia di speculatori finanziari e qualche agenzia privata di rating, che controllano e governano gli Stati. Non sono più i governi e i parlamenti democraticamente eletti che regolano la vita economica e sociale in funzione degli interessi pubblici generali, ma sono le potenze incontrollate e anonime del capitale finanziario che impongono agli Stati politiche antidemocratiche e antisociali, a vantaggio degli interessi privati e speculativi della massimizzazione dei profitti. Le ragioni di questo ribaltamento sono molte e complesse. Non parlerò dei conflitti di interesse e delle molte forme di corruzione e condizionamento lobbistico attraverso cui l’economia condiziona la politica.