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Assassini della verità, ma pacifisti quando serve
Marco Cedolin
Chi ha avuto lo stomaco per riuscire a farlo, ha potuto godere in questi ultimi due giorni, della rappresentazione scenica “mandata in onda” dai media mainstream riguardo alla grande manifestazione NO TAV di domenica 3 luglio in Val di Susa.
Dal fiume d’inchiostro dispensato a profusione e dal ragliare querulo dei mezzibusti in TV, tutti i lettori e gli ascoltatori che fossero stati all’oscuro dell’argomento, avrebbero potuto purtroppo cogliere solamente un vasto campionario di amenità assortite, finalizzate a rinchiuderli a doppia mandata all’interno dell’oscurità pregressa.
Non una testata o un TG che abbia ritenuto giusto contestualizzare quello che stava accadendo in Val di Susa, magari tentando di spiegare per quale ragione da 20 anni gli abitanti di una valle alpina stiano portando avanti una lotta che impegna le loro giornate e le loro notti, a detrimento degli affetti, della salute e del portafoglio.
Non una testata o un TG che si sia soffermato sui numeri straripanti di un corteo che raccoglieva aderenti da ogni angolo d’Italia e anche dall’estero, a dimostrazione di come sempre più persone stiano prendendo coscienza del senso di una lotta che riguarda gli interessi di tutti.
Non una testata o un TG che abbiano “posato gli occhi” sulla moltitudine eterogenea dei manifestanti, che comprendeva tutte le classi sociali, tutte le fasce d’età, tutte le sensibilità politiche, unite per l’occasione in un percorso comune che pennivendoli e cantastorie non sono assolutamente stati in grado di cogliere….
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Valsusa. Default: la democrazia coloniale
nique la police
Tra i tanti significati che default assume, in inglese e nell’uso che ne viene fatto in italiano, ce ne sono due che caratterizzano il tipo di democrazia coloniale che viviamo. Il primo è legato direttamente al linguaggio economico-finanziario. Default è infatti la ristrutturazione del debito di uno stato. Assolutamente da evitare, per le banche e per chi ha investito in quel debito (non per chi ci ha scommesso contro), per cui il “rischio default” comporta durissime politiche di tagli alla spesa e all’assistenza pubblica. Il risultato? Coloniale anche se formalmente procurato da uno stato sovrano e senza intervento militare esterno. Per fare un esempio: recentemente Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha detto che la Grecia “ha margini di sovranità ormai molto limitati”. Potenza coloniale del rischio default.
L’altro significato, su cui focalizzarsi, è default inteso come automatismo, qualcosa che scatta all’avvio di un qualsiasi processo di avviamento di dispositivo. Ora sappiamo che esistono miriadi di forme di democrazia e che questa evoluzione, storica, di differenziazione della forma democratica racchiude significati meno legati al senso di libertà di quanto si possa immaginare. Ad esempio in Italia si riflette poco sul concetto di democrazia coloniale. Eppure storicamente Francia e Inghilterra sono state democrazie coloniali, dove, contemporaneamente al processo interno di democratizzazione borghese, si delineava una strategia di lunga durata di occupazione coloniale di territori extraeuropei. L’introduzione di un codice civile, di una rete di formazione e scolarizzazione e di una amministrazione pubblica rappresentavano, nei territori occupati, la microfisica di un potere coloniale a provenienza democratica.
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Bahrain: una rivolta oscurata
di Marinella Correggia
Quella nel piccolo regno del Golfo è stata la "primavera" più partecipata di tutte, eppure la più censurata, dice A.Z., italiano, appena ritornato da Manama dove lavora e che non può rivelare la sua piena identità per motivi di sicurezza
Una sollevazione di massa schiacciata dai carri armati, invasori per giunta!
Le proteste in Bahrein sono una cosa grossa davvero. La popolazione continua a scendere in piazza malgrado la repressione (sono riusciti a bloccare anche twitter). Questo potrebbe spiegare l’imposizione dei sauditi (e degli esperti americani e inglesi dietro di loro) di una repressione la più violenta possibile alla recalcitrante corte degli al Khalifa. I carri armati della monarchia saudita li hanno visti tutti, quando sono entrati dal ponte che collega il Bahrain all’Arabia Saudita, alcuni chilometri di carri, blindati vari, camion di truppe, ecc. Poi hanno partecipato allo sgombro della rotonda della Perla, quindi si sono piazzati tutto attorno, accampandosi con tende e servizi. Per tutto il periodo dell’emergenza hanno presidiato i ministeri, il Financial Harbour (un grande progetto commerciale), l’aeroporto, la compagnia petrolifera Bapco, la fabbrica di alluminio e altre situazioni strategiche, oltre a numerosi check point. Dalla fine ufficiale dello stato d’emergenza è stata ritirata la maggior parte dei carrarmati che facevano bella mostra nelle strade. Ma continuano a esserci i check-point fissi e quelli notturni.
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Il comunismo eretico e il 68
di Pier Paolo Poggio
Pubblichiamo la “Premessa” di Pier Paolo Poggio al secondo volume di “L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico” (JacaBook), in libreria in questi giorni
Nel Novecento l’Europa è stata il teatro principale e l’epicentro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto militare per decidere a quale potenza statale spettasse il dominio sul mondo, per effetto della rivoluzione russo-bolscevica si è trasformata in guerra civile mondiale tra capitalismo e comunismo, tra due sistemi opposti, sul piano politico, economico, ideologico.
Questa rappresentazione lineare dicotomica stringe in una morsa tutti gli eventi del secolo, ne abbrevia la corsa catastrofica e liberatoria, sfociando nel crollo del 1989, con contraccolpi in grado di minare anche le conquiste dell’89 francese, come dimostrerebbe il diffondersi in ogni dove di derive neoassolutiste, fondamentaliste, tribali, tanto repressive quanto supportate tecnologicamente.
La lotta mortale tra i due contendenti sfocia così in una sconfitta certa e apparentemente definitiva, quella del comunismo, a cui fa da contraltare la vittoria indiscutibile ma insostenibile del capitalismo. Insostenibile perché secondo i suoi attuali avversari il capitalismo ancor meno del comunismo o di qualsiasi forma di socialismo è in grado di affrontare e risolvere l’inedita crisi ecologica globale, frutto avvelenato e eredità ingestibile del “secolo breve”.
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L'indignazione e la speranza
di Luca Mercalli
Ieri ho partecipato alla manifestazione in Val di Susa. Eravamo in migliaia, a manifestare pacificamente il nostro dissenso. Sui giornali e dalla politica solo menzogne
Sono appena rientrato dopo 6 ore di marcia a Chiomonte. Incredibile, un serpente umano colorato e festante proveniente da tutta Italia percorreva i boschi verdeggianti della media Valsusa in una giornata calda e luminosissima. La stima minima è di 50.000 persone, quella massima 100.000, fate voi... Statale del Monginevro bloccata e autostrada pure.
In queste ore ancora si sparano lacrimogeni, un teatro osceno per un Paese civile nel museo archeologico del villaggio neolitico della Maddalena di Chiomonte, che la polizia ha usurpato come suo quartier generale. Lì, nel punto di contatto tra manifestanti e poliziotti io non sono stato, e qualche ferito c'è, qualche sasso è volato, qualche episodio da deplorare può darsi che ci sia, ma aspettiamo a parlare quando avremo sentito i racconti e visto i video di chi era lì... Il 412 della polizia ha volato sopra di noi come fossimo stati in Afghanistan, dalle 8 alle 18 almeno, e sono 100 euro al minuto... io non ci sto, è uno scenario surreale per aprire un cantiere.
Ciò che vi vorrei dire a caldo è:
1) già ora le prime pagine dei giornali titolano di guerriglia, di back bloc e altre amenità simili: si tratta di elementi del tutto marginali della giornata, ciò che conta, e che doveva essere oggetto dei titoli, è l'enormità della gente normale qui confluita, cittadini italiani ed europei, famiglie con bambini, pensionati, professionisti, docenti, medici, artigiani, studenti che da tutta italia (pullman da Pisa, Macerata, Udine, Bologna, Genova...) hanno affrontato levatacce e disagi, per venire a passare una domenica di civile indignazione insieme a noi.
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Non c’è un’unica manovra per uscire dalla crisi
di Alfonso Gianni
Che la manovra finanziaria presentata da Tremonti non vada bene, sono in molti a dirlo. I motivi però sono diversi ed è proprio l’analisi di questi ultimi la cosa più interessante, assai più del testo in sé della manovra che non brilla certo per fantasia contabile. Ad essere colpiti sono infatti si soliti noti.
Prendiamo ad esempio l’aspetto più macroscopico della scelta governativa, quello di spostare al biennio 2013-2014 il grosso della manovra (40 miliardi se non più).E’ evidente l’intenzione di scaricare tutto sulle spalle del governo che verrà. Ma questo elemento può a sua volta essere guardato da punti di vista diversi e approdare quindi a conclusioni opposte.
Se seguiamo il ragionamento che idealmente si snoda lungo l’asse Scalfari-Napolitano – di tutto rispetto come si vede – se ne potrebbe trarre persino una considerazione positiva. Nel suo editoriale del 3 luglio, infatti, il fondatore di Repubblica, afferma che in fondo non c’è nulla di male se il peso maggiore della manovra è posticipato negli anni e ricade sui governi futuri, perché in sostanza questo corrisponderebbe al giudizio espresso in sede Ue sulla relativa sicurezza dei conti italiani a tutto il 2012 in virtù delle manovre precedenti. L’intervento sarebbe quindi propriamente posizionato nel biennio successivo 2013-2014, in quanto indispensabile per raggiungere entro lo scadere di quella data il pareggio di bilancio. E’ Scalfari stesso che riporta il parere del Presidente della Repubblica secondo cui tutto procederebbe secondo i tempi giusti e stabiliti.
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La rivincita della Germania
Michele Basso
Quando, caduto il muro di Berlino, le merci e i capitali tedeschi invasero l’Europa orientale, ci fu chi giustamente osservò che la conquista, non riuscita ai panzer di Hitler, era stata ottenuta con altri mezzi. La Germania sostituì la Russia come partner commerciale in quasi tutta l’area. Quindi la rivincita sulla Russia c’è già stata, bisogna vedere se questo avverrà anche nei confronti delle potenze occidentali. Qui è possibile fare solo ipotesi. Mentre i cambiamenti materiali delle condizioni economiche della produzione possono essere verificati con precisione scientifica – spiegano Marx ed Engels - le forme politiche con cui si affrontano i conflitti originati da queste condizioni devono essere spiegate indirettamente con le contraddizioni della vita materiale. Sarebbe semplicistico, perciò, attribuire alla Germania un peso politico e militare proporzionato alla sua importanza economica, perché non si possono trascurare fattori storici importantissimi, che pesano sulla politica e sulla psicologia di una popolazione. Il ricordo delle sconfitte militari, quello dell’iperinflazione del 1923, i vincoli dei trattati e la presenza di basi militari americane sul suo territorio non sono certo condizionamenti poco rilevanti.
Prima del crollo dell’Unione Sovietica, le motivazioni che avvicinavano la Germania agli USA prevalevano sui contrasti. La politica estera aveva forti limitazioni, ma le condizioni di marca di frontiera e la presenza di un forte impegno americano le portavano molti vantaggi, tra cui quello di non spendere eccessivamente per la difesa, e potersi concentrare sullo sviluppo economico.
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La manovra finanziaria da 47 miliardi: alcuni appunti
di Riccardo Achilli
In questo breve articolo, si analizzano alcuni dei tratti salienti della manovra finanziaria da 47 miliardi di euro di maggiori entrate e minori spese che il Governo si appresta a definire in questi giorni. L’intento è quello di dimostrare la natura socialmente regressiva di questa manovra, i suoi obiettivi etero-diretti (ovvero stabiliti dai mercati finanziari internazionali, desiderosi soltanto di rientrare rapidamente dalla loro esposizione con il debito pubblico italiano, anche se ciò significa una disastro sociale senza possibilità di risanare in modo strutturale i conti pubblici italiani) a cui sia la Commissione Europea che il nostro Governo sono asserviti. Si evidenzierà quindi come tale manovra finanziaria sia nata, e si sia formata nei suoi contenuti, in un modo del tutto analogo a quanto già fatto per la Grecia. E come, quindi, gli esiti (recessione economica, disastro sociale, ulteriore peggioramento dei conti pubblici, fino al limite del default) non potranno che essere gli stessi della Grecia, che stiamo osservando in questi giorni.
La manovra sulle entrate
E’ ancora prematuro parlare degli effetti tecnici legati alla manovra da 47 miliardi che il Governo si appresta a varare, perché siamo ancora in una fase di progettazione della manovra stessa. Alcune cose però già si possono anticipare. Spezzone importante della manovra è costituito dalla riforma fiscale, che si basa su due assi: la riduzione delle aliquote Irpef, dalle cinque attuali, a solo tre (20%, 30% e 40%) e l’incremento del gettito dell’IVA, aumentando soprattutto le attuali aliquote agevolate.
Vediamo nel dettaglio i singoli interventi, iniziando dall’Irpef.
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Hackmeeting e il lato oscuro dell’innovazione
Silvia Casagrande
Software, libertà e censura sono stati i temi al centro dell’Hackmeeting 2011, il raduno dell’underground digitale italiano ospitato dal 24 al 26 giugno al centro sociale Next Emerson di Firenze. Tre giorni in cui, in tre sale intitolate ai padri dell’informatica Turing, Babbage e Ada Lovelace, le persone in carne ed ossa che stanno dietro ai più fantasiosi nickname (dal più immediato “white rabbit” a “vecna”, il mago necromante di Dungeons & Dragons) hanno presentato alla comunità hacker i loro software fatti in casa, sviluppati nel tempo libero concesso dai loro lavori, spesso precari, nell’Information Technology.
I seminari sono stati introdotti dalla conferenza dell’ospite più atteso, l’americano fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman che ha lanciato l’allarme contro il rischio censura in Rete: “Credevamo che Internet potesse sconfiggere la censura, ma questo era prima che i governi investissero tante energie nel suo controllo. La censura non riguarda più solo l’Iran e la Cina. Pensate alla Turchia oppure alla Danimarca che ha fatto una blacklist dei siti web per controllare il dissenso, una lista che poi è comparsa su Wikileaks“. L’Italia naturalmente non è esclusa: “La delibera dell’Agcom sul copyright dovrebbe essere cancellata subito. É contro i diritti umani”, ha commentato Stallman, che si è poi scagliato contro il cloud computing (“Il software come servizio significa che qualcun altro sta gestendo il tuo computer e i tuoi dati. Rifiutalo. Possono perdere i tuoi dati, modificarli, cederli ad altri senza che lo sappiate. Pensateci“) e Facebook, che “non è tuo amico”, avvertimento che a dire il vero suona superfluo davanti a una comunità, quella hacker, che conosce perfettamente il valore della propria identità digitale e la difende accuratamente.
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#Notav on the battleground
Sono le prime luci dell’alba quando i lampi dei fuochi d’artificio squarciano il cielo terso delle Alpi Cozie. È il segnale che da settimane tutti attendevano. I mostri meccanici ed i legionari inviati dal ministro Maroni stanno entrando in azione. La popolazione locale, messa in stato d’allerta, sale sulle barricate. Freelance, inviati, hacktivisti, cameraman, redazioni di quotidiani, portali d’informazione, radio e televisioni si preparano ai posti di combattimento.
Comincia così la battaglia del 27 giugno contro l’apertura del cantiere per l’alta velocità. Il terreno di scontro non è solo quello che si inerpica ripido fra i vigneti ed i boschi della Maddalena di Chiomonte. È anche quello scosceso ed impervio della comunicazione.
In prima linea tra i lacrimogeni, come mai era successo in precedenza, smartphone, telecamere, pagine Facebook ed account Twitter. Ma anche SMS, telefonate e libere frequenze radiofoniche fanno il loro sporco lavoro nel documentare in tempo reale quanto accade sui prati della Libera Repubblica della Maddalena.
Un alveo di servizi internet “2.0” comincia a raccontare, con fotografie, filmati ed articoli, l’assedio delle forze dell’ordine alla popolazione della Val Susa. Catalizzano l’indignazione vibrante, che si leva dal Piemonte fino a Palermo, per quanto sta accadendo in valle: indignazione a cui nessuno che attraversi le piazze della rete lunedì mattina può rimanere immune, favorevole o contrario che sia alla TAV. I social network diventano anche strumenti collaborativi.
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Il consumo della cultura
Eleonora de Conciliis
La cultura costituisce una posta in gioco che, come tutte le poste in gioco sociali, presuppone, ed al tempo stesso impone, che si entri nel
gioco e che ci si interessi al gioco: e l’interesse per la cultura, senza il quale non esiste competizione, concorrenza, gara, è generato
dalla competizione e dalla concorrenza stesse che esso genera.
Pierre Bourdieu
Oggi il consumo definisce lo stadio in cui la merce è immediatamenteprodotta come valore-segno, e i segni
(la cultura) come merce. […] La cultura non è più prodotta per durare.
Jean Baudrillard
Eccomi là... cioè Alex, e i miei tre drughi, cioè Pete, George e Dean, ed eravamo seduti al Korova Milkbar arrovellandoci il gulliver per
sapere cosa fare della serata. Il Korova Milkbar vende latte più. Cioè diciamo “latte rinforzato con qualche droguccia mescalina”, che è quel che stavamo bevendo.
È roba che ti fa robusto. E disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza...
Stanley Kubrick, Arancia meccanica1
Prologo
Sostituendo alla domanda di Sartre “cos’è un intellettuale?”, la domanda genealogica “come si diventa intellettuali?”, e quindi “che interesse ha un individuo a diventare un intellettuale?”, Pierre Bourdieu ha compiuto una sorta di rivoluzione nietzscheana, più che copernicana, nella sociologia della cultura: ha mostrato come e perché il sapere e l’educazione, in quanto manifestazioni di una ‘volontà di verità’, siano (stati) nella nostra civiltà i principali veicoli di affermazione delle differenze sociali e di riproduzione di quelle stesse differenze, intese non solo come differenze di classe, ma anche come differenziali di potenza, e quindi segni ‘puri’ di superiorità sociale.
La sua profonda riflessione sul valore distintivo del sapere e dell’identità intellettuale, che culmina negli scritti degli anni ottanta e novanta2, comincia nel lontano 1964, quando, insieme a Jean-Claude Passeron, egli pubblica un’inchiesta sugli studenti delle Grandes Écoles, Les héritiers3, e prosegue con La reproduction (1970, scritto sempre in collaborazione con Passeron)4.
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Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano*
Cristina Corradi
Neomarxismo, pensiero operaio, insubordinazione sociale: tre distinti paradigmi dell’operaismo italiano
L’operaismo è una corrente del marxismo italiano che nasce in risposta alla crisi interna e internazionale del movimento operaio esplosa nel ’56. Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri sono i teorici più noti della corrente che, formatasi negli anni Sessanta intorno alle riviste “Quaderni rossi” e “Classe operaia”, contribuisce in misura rilevante alla formazione di una nuova sinistra, protagonista della lunga stagione di lotte operaie e studentesche che si susseguono dal secondo biennio rosso ’68-’69 al movimento del ’77 1. L’analisi della composizione di classe, l’uso dell’inchiesta operaia e della conricerca come strumenti di lavoro politico, la lettura della critica dell’economia politica come scienza dell’antagonismo di classe, una storiografia innovativa delle lotte operaie sono considerati i suoi contributi più significativi2
Interpretato unitariamente come tentativo di riattivare una strategia rivoluzionaria nell’Europa occidentale, come ricerca di un’alternativa al socialismo di Stato sovietico e alla via italiana al socialismo, l’operaismo costituisce un capitolo della storia del marxismo europeo che, dopo la stagione creativa degli anni Venti, vive negli anni Sessanta una ripresa teorica al di fuori delle politiche culturali di partito3 . Nel quadro della storia nazionale, l’operaismo è un episodio della ricerca di un rapporto diretto tra intellettuali e classe operaia e rappresenta il fenomeno di rottura più vistoso con la politica culturale del Partito Comunista Italiano che fa perno sul nazional-popolare e sulla linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci e adotta una problematica democratica, antifascista e populista in luogo di una problematica socialista, marxista e operaia. Lo storicismo umanistico e progressista del partito di Togliatti, estraneo alla critica marxiana dell’economia politica e diffidente nei confronti delle più vivaci correnti del marxismo europeo, è solidale con un orientamento politico moderato che si giustifica con la storica arretratezza italiana e la conseguente necessità di completare la rivoluzione democratica.
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Twitter Revolution? Social Network e cambiamento politico
Bertram Niessen
Con questo articolo doppiozero inaugura una serie di riflessioni sul ruolo della Rete, dei social networks e delle nuove tecnologie nei cambiamenti sociali, culturali e politici degli ultimi anni. In seguito alla pubblicazione di alcuni articoli sul tema si è sviluppato un animato dibattito, sia all'interno della redazione che sul sito e sui social networks. Le posizioni sono eterogenee e si basano su interpretazioni anche molto diverse tra loro. Dato che intendiamo doppiozero soprattutto come uno spazio di confronto per la critica culturale, abbiamo deciso di chiedere ad alcuni autori di riflettere sull'argomento, in modo da restituire la complessità con cui si articolano le posizioni. Buona lettura.
Fin dai giorni delle rivolte iraniane del 2009, i media tradizionali si interrogano sul ruolo avuto dai social network negli stravolgimenti sociopolitici degli ultimi due anni.
Ad ogni nuovo stravolgimento che vede gli attivisti impegnarsi anche attraverso i nuovi media, vengono riproposte due letture dicotomiche. Da un lato c’è chi parla di Twitter Revolution, un cambiamento sociale spinto soprattutto dalla facilità di utilizzo e condivisione di informazioni propri della piattaforma di micro-messaging; dall’altro, c’è chi rifiuta il determinismo tecnologico a favore di letture più connotate economicamente e geopoliticamente.
I due fronti si sono ricreati in occasione delle rivoluzioni arabe di questo inverno, nel caso degli Indignados spagnoli, nell’inaspettata vittoria del centro-sinistra a Milano e nell’ultima batosta referendaria.
Le domande che circolano sono sempre le stesse: sono i social network a causare il cambiamento? E un social network in particolare (Twitter)? Il web ci sta portando verso un mondo più democratico?
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Le “Considerazioni finali” ...e quelle preliminari
Appunti sull’ultimo documento di Bankitalia
In queste pagine vogliamo condividere alcune riflessioni tratte da alcune nostre riunioni, per provare a capire insieme quello che sta succedendo in Italia in questi ultimi mesi. Ovviamente si tratta solo di spunti, rapidi e imprecisi, e non di un quadro completo della situazione; di una ripresa e una verifica di alcuni “movimenti” che stiamo constatando da tempo a partire da un singolo “tassello” – che però è estremamente significativo.
Abbiamo infatti pensato di discutere le Considerazioni finali di Draghi (governatore della Banca d’Italia in scadenza di mandato, ora candidato presidente alla Banca Centrale Europea) presentate il 31 maggio 2011, perché nel suo intervento – già in “tempi normali” determinante per orientare il capitale ed il mondo politico, ma oggi decisivo per tutti gli attori sociali, che infatti lo hanno continuamente citato – molti aspetti della situazione economica e politica italiana sono sistematizzati ed esposti[1].
Quella di Draghi è una vera e propria analisi di fase dal punto di vista del capitale, che anche noi dovremmo sfruttare per prevedere il futuro, ed in qualche modo giocare di anticipo rispetto allo scenario che si sta delineando. Le sue Considerazioni finali sono insomma le nostre preliminari, e si potrebbe provare a recuperare molti di questi elementi inserendoli però in una lettura della situazione fatta da un punto di vista opposto. Per non combattere contro i fantasmi, o limitarsi ad agire di rimessa, come purtroppo spesso ci accade.
1. Ma perché vale la pena analizzare proprio le Considerazioni? Innanzitutto, anche se Draghi non va in profondità su molti aspetti, fa un quadro chiarissimo della situazione. Ogni parola è pesata, ha un valore, è un segnale per qualcuno. D'altronde ciò è connesso al ruolo ed all’autorità che Draghi interpreta. Bankitalia è forse l'istituzione che meglio rappresenta il capitalismo italiano, perché è quella meno condizionata politicamente. È infatti una necessità del capitalismo quella di dotarsi di strutture in qualche modo “indipendenti” rispetto alle dinamiche politiche di ricerca del consenso e agli interessi di “bottega”, che riesca magari a comporre su un livello più alto le pulsioni e le intenzioni dei singoli capitali[2]. In questo senso possiamo considerare che dalle banche centrali arrivino indicazioni “sincere”, “pure”: chiaramente sta a noi prendere questi elementi e svilupparli, calandoli nel contesto concreto e riscontrandoli nelle singole vicende che di volta in volta irrompono sulla scena come dal nulla (il caso Marchionne, la vicenda Geronzi, il caso FINCANTIERI etc).
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Gramsci e la nonviolenza
Alberto L'Abate
Una premessa
Parlare attualmente di Gramsci e di socialismo sembra andare del tutto controcorrente, dato il crollo dei paesi cosiddetti socialisti, e quella che è stata definita “la fine della storia”[1], e cioè la presunta vittoria del sistema capitalista a livello mondiale. Ma questo pone un problema importante al quale si può riallacciare il pensiero e la figura di Gramsci. E’ fallito il socialismo come modello di società, oppure sono fallite le due strade finora intraprese per raggiungerlo, e cioè, da una parte, la rivoluzione armata, violenta, utilizzata in Russia da Lenin, ed il riformismo, utilizzato invece nei paesi occidentali?
L'ipotesi che sia vera questa seconda ipotesi, e che sia ancora aperta e da sperimentare la strada della rivoluzione nonviolenta dal basso, è stata sostenuta, con molte valide argomentazioni, da Giuliano Pontara[2], un obbiettore di coscienza italiano al servizio militare che ha preferito l’esilio in Svezia (dove è diventato esimio docente di filosofia morale) al carcere, allora previsto, in Italia, per coloro che rifiutavano di esercitarsi a fare la guerra. Pontara è uno dei più profondi studiosi italiani del pensiero gandhiano, ed autore di molti importanti libri su tematiche nonviolente. La tesi di Pontara, presentata ad uno dei due dibattiti organizzati dal Movimento Nonviolento, fondato da Aldo Capitini, su “Marxismo e Nonviolenza nella transizione al socialismo” (cui hanno partecipato importanti politici e studiosi del nostro paese) era quella che tra il voto ed il fucile ci fosse una terza via al socialismo, rivoluzionaria nonviolenta (che lui definisce di “nonviolenza specifica”) che avrebbe potuto, e potrebbe forse ancora, portare il nostro paese ad un socialismo dal volto umano. Secondo Pontara, infatti, la via rivoluzionaria armata era contro-produttiva perché tendeva a de-umanizzare ed a brutalizzare i valori del socialismo, ed ad insediare nei posti dirigenziali persone e gruppi autoritari che avrebbero mantenuto il potere attraverso la soppressione delle informazioni, la segretezza, l’irreggimentazione, l’eliminazione totale dell’autogestione del popolo; la via riformista, quella del voto, era per lui insufficiente perché costringeva la classe operaia ad annacquare notevolmente il programma socialista per allearsi con il ceto medio necessario a vincere le elezioni. Il ceto medio, a sua volta, avrebbe potuto poi allearsi con le forze di destra per bloccare e distruggere quanto già fatto, senza che la classe operaia fosse preparata ad una resistenza nonviolenta di fronte a questa restaurazione.
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Quaranta miliardi tra Di Pietro e i referendum
Militant
A qualche settimana dai referendum possiamo dire con certezza che si sta avverando ciò che era fin troppo facile pronosticare. Portata a casa la vittoria, i vari sciacalli politici hanno incamerato il sostegno per le loro manovre partitiche, senza che il significato del referendum fosse anche solo in minima parte recepito. Di Pietro, forte del suo impegno elettorale, ha trasformato quei voti (non suoi) in arma di ricatto per tutta l’opposizione parlamentare, tentando di riposizionarsi come alternativa “moderata” alla sinistra di Vendola. Intesa l’aria che tirava, e cioè che il vero leader della sinistra del PD sarebbe in ogni caso Vendola, sta attivando una serie di manovre per cercare di ostacolare la naturale leadership vendoliana, tenendosi aperta anche la strada centrista. Niente di nuovo, lo squallore del personaggio è pari solamente alla sua ignoranza. E neanche ci dispiace per tutti coloro che nel corso di questi anni vedevano nell’ex magistrato il campesino rivoluzionario della nuova sinistra. Di campesino gli rimarrà solo il linguaggio. Quello, purtroppo per lui, nessuna manovra elettorale potrà migliorarlo.
Tra Ferrero, Vendola e Di Pietro, la corsa a chi raggiunge prima l’accordo col PD è iniziata da un pezzo e non se ne vede l’uscita. Anche qui, sperare che l’impulso di partecipazione politica prodotto dai referendum sia servito a qualcosa significherebbe solo alimentare un inganno che va avanti da decenni. Nessuno vuole interagire con quel segmento di società che si è attivato politicamente per una battaglia antiliberista. L’unica protesta accettata è quella contro il governo Berlusconi. Ogni tipo di spinta sociale che travalichi l’obiettivo elettorale viene depotenziata o annacquata.
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L’OCSE e la diseguaglianza: a che punto è la notte?
Stefano Perri
1. Dopo la ricerca del 2008 Growing Unequal[1], veramente utile nell’evidenziare come lo sviluppo economico nei paesi sviluppati sia stato negli ultimi decenni caratterizzato da un crescere delle diseguaglianze, l’OCSE è ritornata recentemente su questo problema con il Forum tenuto a Parigi il 2 Maggio del 2011[2].
Purtroppo i dati aggiornati sullo stato delle diseguaglianze non sono ancora disponibili nel sito dell’OCSE. Tuttavia alcune interessanti considerazioni possono essere già svolte.
L’OCSE conferma che i dati fino al 2008, cioè prima che gli effetti della crisi fossero evidenti, mostrano un trend di crescita delle diseguaglianze nella distribuzione del reddito nella maggior parte dei paesi sviluppati.
Ad esempio 19 paesi dell’OCSE hanno visto dalla metà degli anni ottanta fino al 2008 il reddito reale disponibile del decile più povero della popolazione crescere ad un tasso molto inferiore rispetto al decile più ricco (in due paesi, Israele e Giappone, il reddito del decile più povero addirittura diminuisce in termini reali). Solo in 8 paesi, tra cui la Francia, il reddito del decile più povero è cresciuto ad un tasso più alto di quello più ricco. Impressionante in questa classifica è la performance di paesi in cui la distribuzione del reddito è tradizionalmente meno sperequata: in Svezia il tasso di crescita del reddito del decile più ricco è stato in questo arco di tempo 6 volte più alto del tasso di crescita del decile più povero (2,4 % contro lo 0,4%) in Germania addirittura 16 volte più alto (1,6% contro lo 0,1%). Anche l’Italia non brilla in questo confronto: i più ricchi hanno infatti visto i loro redditi crescere ad un tasso 5,5 volte più alto di quello relativo ai redditi dei più poveri (1,1% contro lo 0,2%). In questa triste classifica l’Italia giunge quindi terza dopo la Germania e la Svezia, se si escludono i due paesi in cui il reddito reale del decile più povero diminuisce. Occorre però ricordare che, in contrasto con la Germania e la Svezia, la diseguaglianza nella distribuzione del reddito di partenza era molto più alta in Italia.
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Gramsci e le primavere arabe
di Daniel Atzori
Molti intellettuali arabi e musulmani hanno usato categorie gramsciane per guardare alle rivolte con altri occhi. Il risultato è sorprendente
L'interesse degli intellettuali arabi e musulmani per il pensiero di Antonio Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche trasformazioni politiche, sociali ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci permette di guardare alle rivolte arabe degli ultimi mesi con occhi nuovi.
Nel suo classico Overstating the Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello stato. Servendosi di categorie gramsciane, Ayubi sosteneva che le élite al potere nei regimi arabi avevano sviluppato la dimensione del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.
Questa strutturale debolezza dei regimi arabi aveva consentito a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l'Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i simboli dell'Islam per articolare l'islamismo come ideologia politica.
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Globalizzazione, postmoderno e “marxismo dell’astratto”
Roberto Finelli
1. L’«americanismo» come idealtipo della globalizzazione.
Le riflessioni che seguono nascono da quella che a me sembra la caratteristica più paradossale della realtà che stiamo vivendo: tanto caratterizzante l’intera realtà, storica e sociale contemporanea, da configurarla appunto come null’altro che un unico grande paradosso. Il paradosso è quello della contraddizione tra il piano dell’Essere e quello dell’Apparire, ossia tra il piano interiore e profondo della struttura del reale e quello esteriore della forme della coscienza individuale e collettiva con cui quella struttura viene appresa e conosciuta, anzi nel nostro caso bisogna dire viene distorta e misconosciuta.
Con il crollo del comunismo cosiddetto reale il mondo conosce oggi solo l’«americanismo» come forma unica di civiltà e di organizzazione sociale. E l’americanismo, per quello che dirò subito, vale per me come la realizzazione, oggi, più completa e più avanzata del capitalismo, proprio come la maturità dell’Inghilterra valeva per Marx come la forma canonica del capitalismo dell’800. E americanismo senza America, americanismo oltre i confini d’America, può essere definita l’attuale globalizzazione, se la si considera come generalizzazione a tutti i paesi del globo, con gradi diversi ovviamente di sviluppo e di sottosviluppo, del medesimo modello di produzione, distribuzione e consumo di merci, della medesima ricerca di profitto, della medesima invasività e diffusione del mercato e della medesima attitudine a trasformare tutti i rapporti umani in rapporti quantificabili e mediati dal denaro.
Per altro non v’è dubbio che la globalizzazione debba essere vista, ancora oggi, soprattutto come maggiore velocità e ubiquità di spostamento del capitale finanziario e spesso solo speculativo, senza cedere alla facile quanto superficiale rappresentazione che la prospetta come il darsi di un unico mercato mondiale con un’unica concorrenza che genererebbe medesimi prezzi delle merci, del lavoro del denaro.1
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Fisco, populismo e lotta di classe in Italia
di Vladimiro Giacchè
Pubblichiamo un interessante saggio di Vladimiro Giacchè uscito sull'ultimo numero di Democrazia e Diritto sulla questione strategica del rapporto tra il sistema fiscale e il conflitto tra le classi
Il problema della tassazione e della fiscalità si trova al crocevia dei più importanti snodi della politica contemporanea. Lo ritroviamo al centro della sceneggiata storica dei Tea Parties statunitensi, tutta rivolta a creare un’artificiosa continuità simbolica con la settecentesca “rivolta del tè” contro le tasse imposte dalla madrepatria inglese alle proprie colonie, affermando però oggi qualcosa di ben diverso, e cioè la libertà contro le tasse, intese come simbolo dello spauracchio del “Big Government”. Lo troviamo al centro delle gigantesche falle del tessuto istituzionale e di governance dell’Unione Europea rivelate dalla crisi attuale, che hanno uno dei principali luoghi d’origine precisamente nella volontà – iscritta nei Trattati – di non assoggettare tutti gli Stati dell’Unione (o almeno dell’Eurozona) ad una medesima disciplina e regolamentazione fiscale. Infine, lo troviamo al centro del discorso ideologico populista e reazionario berlusconiano, di cui rappresenta da sempre uno dei principali punti di forza. Grazie alla capacità di trasfigurare nella forma di una “lotta contro l’oppressione fiscale” quella che è in verità – come vedremo – una delle più efficaci e efferate configurazioni assunte dalla lotta di classe in questo Paese. La cosa migliore è partire proprio dall’esame di alcune delle più caratteristiche enunciazioni del Berlusconi-pensiero sulle tasse.
1. Il fisco nel Berlusconi-pensiero
“Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quanto guadagni, c’è una sopraffazione nei tuoi confronti, e allora ti ingegni per trovare sistemi elusivi e addirittura evasivi ma in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità”.
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La contraddizione assoluta del capitale
di Stefano Ulliana
"E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte: non è possibile che esista separatamente, ma tutte partecipano a tutto." Anassagora (DK 59 B 6).
"Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale". G.W.F. Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, Prefazione).
1. La forma e la sostanza dell'egemonia (ideologica e pratica) sostenuta dal Capitale (finanziario, speculativo e produttivo) attuale sono date, offerte e rese stabili dal modo e dalla struttura della contraddizione assoluta. La contraddizione assoluta è infatti la determinazione e la definizione della struttura e del modo propri del dominio e del potere esercitati dall'ideologia capitalistica presente. La ricerca e le volontà comuni all'ideologia capitalistica, tese alla massimizzazione del profitto – nelle opere d'ingegno, nelle produzioni artistiche in senso lato, nelle produzioni tecnico-pratiche – hanno infatti stabilito la necessità irremovibile ed ineliminabile di un forma sintetica a priori, che raccolga interamente, completamente e totalmente il pensiero, l'arte e la prassi dell'infinito (umanamente inteso e rappresentato). Come nel caso della prima filosofia idealistica tedesca – J.G. Fichte – il pensiero, l'arte e la prassi della reazione – il Congresso di Vienna è del 1815 - pretende di bloccare, di negare ed annientare in anticipo qualsiasi apertura di relazione che ricordi l'abissale profondità dell'infinito liberamente creativo, viva ed espressa attraverso la relazione doppiamente dialettica sussistente fra libertà ed eguaglianza. Nello sviluppo successivo del pensiero idealistico tedesco la posizione fichtiana venne in tal modo superata dalla ripresa schellinghiana dell'infinito creativo e doppiamente dialettico di origine bruniana – Giordano Bruno da Nola – prima di venire di nuovo piegata e trasferita su un piano esistenziale di tipo tradizionalmente neo-assolutistico.
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Gerald Horne e la Grande Guerra Razziale
Miguel Martinez
Gennaio 1942, due mesi dopo Pearl Harbor. E’ l’epoca in cui folle sovreccitate di bianchi americani danno fuoco alle sale dei Testimoni di Geova, sospettati per il loro rifiuto del servizio militare di essere la quinta colonna dell’Asse.
I principali dirigenti delle comunità nere statunitensi si riuniscono e votano, 36 contro 5 e con 15 astensioni, una mozione moderata nei toni, ma che in sostanza nega il sostegno alla guerra contro il Giappone.
E’ una delle vicende che porta alla luce lo storico nero americano, Gerald Horne, in Race War! White Supremacy and the Japanese Attack on the British Empire (New York University Press, 2004).
Quando si parla di “storia” o di “memoria”, si intendono in genere unicamente i sei anni della Seconda guerra mondiale, e unicamente il fronte europeo di tale guerra.
Chiedete a bruciapelo a qualunque alunno dell’Istituto Tecnico per il Settore Economico Paolo Dagomari di Prato, cosa è stata la Seconda guerra mondiale.
All’incirca, vi dirà che c’era un pazzo di nome Hitler che voleva conquistare il mondo e uccidere gli ebrei; ma sono arrivati gli americani e ci hanno salvati.
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La crisi "robusta" del capitalismo tossico
di Marco Bertorello e Danilo Corradi*
Economia globale. Cos'è cambiato in due mesi
Lo scorso marzo il presidente della Bce Jean Claude Trichet definiva la ripresa economica globale «relativamente robusta», e sull'onda di commenti come questo si diffondeva il sentore che il peggio era ormai passato. Il ciclo avrebbe ripreso il suo corso, la crescita si affacciava non solo nei paesi emergenti, ma anche negli Usa e persino in Unione Europea. Il tutto senza che ci fosse stato un cambiamento concreto delle politiche che hanno coltivato questa crisi. La regolazione finanziaria invocata da tutti i governi non è mai stata attuata, l'attacco ai salari è continuato come la socializzazione delle perdite del capitale che ha condotto all'esplosione dei debiti pubblici dei paesi Ocse. "Robusta" diventa un termine taumaturgico, piuttosto che analitico, per scongiurare i pericoli di una lunga stagnazione o peggio di un ritorno della recessione, un termine che si aggrappa ad alcuni dati positivi che qua e là emergono, spesso in conseguenza di una sorta di rimbalzo dal precipizio in cui si era caduti nel biennio 2008-2009, ma che per lo più non vengono contestualizzati. I desideri dei vari establishment sulla situazione economica si confondono con la realtà.
Sono passati soltanto due mesi dalle dichiarazioni targate Bce e le coordinate del contesto in cui ci troviamo e delle sue emergenze sembrerebbero cambiate completamente. Eppure nel lasso di tempo intercorso non è intervenuto alcun elemento tale da invertire la rotta, fatta salva la catastrofe ambientale giapponese che, per quanto grave, non può essere addotta come causa di un'inversione di tendenza generale. Evidentemente molteplici fattori concorrono ad acuire un panorama fondamentalmente instabile a causa del fallimento del sistema di accumulazione definitosi negli ultimi 30 anni.
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La «modernità» è finita
di Alberto Burgio
Dopo 25 anni di precarizzazione del lavoro e bassi salari, aumento della disoccupazione e riduzione dei diritti sociali, crack finanziari e privatizzazioni, il giocattolo si è rotto. Se ne accorgerà la sinistra?
Cos'ha in comune il no alla privatizzazione dell'acqua con la cacciata della Moratti da Palazzo Marino? E il trionfo di De Magistris con la sepoltura del nucleare e del «legittimo impedimento»? È davvero l'antiberlusconismo la cifra della possente sberla inflitta dagli italiani alla cricca governante? Forse è il momento di rompere gli schemi imposti dal discorso neoliberista e di ricominciare - direbbe qualcuno - a «parlare dei rapporti di proprietà».
Partiamo da qualche dato che aggiorna la fotografia del Paese. In tutto il mondo la crisi esplosa tre anni fa morde nella carne viva dei più poveri, costretti a pagare il «risanamento» dei bilanci pubblici dissanguati a beneficio dei privati in bancarotta. La Grecia e il Portogallo rischiano di morire strangolati per mano degli esattori del debito (Commissione europea e Bce) garanti delle banche tedesche, francesi e inglesi. Ma in questo panorama l'Italia è un caso a parte. Grazie alle innovazioni della Seconda Repubblica, siamo tra le società più ineguali e ingiuste, un paradiso per ricchi ed evasori fiscali. Negli ultimi quindici anni la distanza tra il reddito medio e quello della metà più povera della popolazione è aumentata dalle nostre parti più che in tutti gli altri Paesi Ocse. I profitti netti delle maggiori imprese sono cresciuti, tra il 1995 e il 2008, del 75,4%. I salari sono precipitati al ventitreesimo posto (su trenta). La Banca d'Italia stima che il 10% più ricco possiede oltre il 45% della ricchezza immobiliare e finanziaria, mentre il 50% più povero deve arrangiarsi con il 9,8%. Intanto l'evasione fiscale (grazie alla rendita immobiliare e al lavoro autonomo) ha superato il 17% del pil (oltre 220 miliardi di euro l'anno). Quanto all'«uomo che ha fottuto un'intera nazione», nel 2010, nel pieno della crisi, ha guadagnato 2 miliardi e mezzo di euro.
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I ricchi e il debito pubblico
di Vincenç Navarro
Questo articolo evidenzia come la diminuzione della tassazione dei redditi alti (risultato delle politiche fiscali di sensibilità neoliberista) abbia impoverito gli stati portandoli ad indebitarsi, chiedendo denaro in prestito alle banche (dove quelli che percepiscono i redditi elevati depositano il loro denaro) che richiedono interessi elevati. Questa situazione comporta una concentrazione dei redditi con un conseguente impatto negativo sulla crescita economica e sulla creazione di occupazione
I ricchi sono molto pochi in qualsiasi paese, ma posseggono un enorme potere. Un indicatore di questo potere è ciò che sta accadendo con il debito pubblico sia negli Stati Uniti che nell'Unione Europea, come anche in Spagna. La loro influenza sullo Stato di questi paesi ha determinato una notevole diminuzione delle tasse negli ultimi trent’anni (in Spagna negli ultimi quindici), cosa che gli ha permesso di diventare ancora più ricchi.
Questa forte riduzione delle entrate ha fatto sì che gli stati si indebitassero, chiedendo prestiti alle banche in cui le persone facoltose depositano e investono i loro soldi. In questo modo questi, invece di pagare lo Stato (con le tasse), prestano i soldi che hanno risparmiato non pagando le imposte al paese, il quale deve pagare loro gli interessi. Per loro il sistema è perfetto (e per le banche in cui depositano i loro soldi), trasferendo così una grande quantità di fondi dal settore pubblico, ai ricchi e alle loro banche.
Vediamo i dati, iniziando dagli Stati Uniti. Secondo Robert Reich, Ministro del lavoro e degli Affari Sociali del governo Clinton, l’aliquota massima per le persone affluenti (l'1% della popolazione con maggior reddito) negli Stati Uniti era, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1980, quasi del 70%. Vale a dire, per ogni dollaro che guadagnava la gente più ricca, doveva pagarne 70 centesimi in imposte allo Stato. In quegli anni anche presidenti del partito Repubblicano come Dwight Eisenhower credevano non fosse salutare per la società che esistessero disuguaglianze estreme.
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