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Agamben e i corpi
di Paolo Godani
L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014) di Giorgio Agamben si presenta, fin dal risvolto di copertina, come il testo che conclude il progetto Homo sacer, iniziato nel 1995. In realtà, come spiega l’Avvertenza, “coloro che hanno letto e compreso le parti precedenti di quest’opera sapranno che non devono aspettarsi né un nuovo inizio, né tantomeno una conclusione”, dato che si tratta di una ricerca che, “come ogni opera di poesia e di pensiero, non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)” (p. 9).
Cercando di gettare uno sguardo sullo svolgimento del progetto Homo sacer a partire da questa sua ultima parte, la prima sensazione che si ha è quella di un progressivo adeguarsi dei modi del pensiero e della scrittura ai concetti fondamentali che si sono via via prodotti e precisati, e in particolare a quello che appare ormai come il suo concetto fondamentale, l’inoperosità. Non è un caso che Agamben tenga a descrivere il suo lavoro ventennale non solo e non tanto nei termini di un’opera, ma anche e soprattutto in quelli di un progetto e di una ricerca. Del resto, il capitolo d’apertura del volume di cui stiamo parlando s’intitola, sintomaticamente, L’uomo senz’opera. Si potrebbe forse affermare che la scrittura di Agamben, come il suo modo di costruire il processo del pensiero, cerchi con costanza di schivare il suo divenire opera, ovvero – per usare un altro suo termine decisivo – che ci troviamo di fronte ad un’opera costantemente impegnata a disattivarsi in quanto opera.
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Beppe Grillo, il gatto che mangiò se stesso?
nique la police
A partire dal V-day del 2007, che fece capire le inedite possibilità di espansione di massa del movimento fondato da Beppe Grillo, il mainstream non si è mai negato il paragone tra il comico genovese e Savonarola. Paragone facile ma mai messo a fuoco visto che il mainstream procede per connessioni banali e impedisce approfondimenti. Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa fratttura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere.
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Il giro di vite. Una sinossi della corrente crisi
di Andrea Zhok
È sempre difficile provarsi a fornire una visione d’insieme di vicende storiche all’interno delle quali si è collocati. Ma, nonostante l’elevato rischio di fallimento, è un tentativo che merita di essere fatto, essendo precondizione per ordinare l’azione razionale nel presente storico. Nelle poche righe che seguono voglio provarmi a tratteggiare in maniera schematica i lineamenti generali del vortice economico depressivo in cui ci troviamo da circa sette anni. Nessuno dei passaggi che ricorderò è particolarmente nuovo né particolarmente controverso, basandosi su dati noti e analisi consolidate (P. Krugman, J. Stiglitz, Th. Piketty ed altri). La mia speranza è che l’unico elemento marginalmente nuovo, ovvero lo sguardo sinottico su questi eventi, possa aiutare il lettore ad orientare il proprio giudizio in questi tempi complicati. Naturalmente nel quadro generalissimo che emergerà verranno trascurate importanti specificità delle singole situazioni, ma questo è un peccato argomentativo in cui incorriamo coscientemente, per cercare di cogliere una struttura essenziale al di sotto delle particolari vicende nazionali.
I passaggi cruciali che riassumono l’andamento della presente crisi possono essere ricondotti ai seguenti sette.
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La società dello spettacolo di Guy Debord e la critica rivoluzionaria
Nel 20° della morte (30 novembre 1994)
di Michele Nobile
L’inattualità della Società dello spettacolo, nel mondo falso in cui è verificata
A rileggerla oggi, vien da pensare che la Società dello spettacolo di Guy Debord sia di straordinaria inattualità: ma proprio perché, da quel lontano 1967, il processo storico di spettacolarizzazione della società è ora giunto a compimento.
Nel discorso contemporaneo i termini spettacolo e spettacolarizzazione ricorrono frequentemente: ad esempio, non sono rare espressioni come politica-spettacolo e spettacolarizzazione della politica; il termine americanizzazione li implica entrambi, essendo erroneamente considerati gli Stati Uniti come patria dello spettacolo (come si vedrà, invece, i partiti operai europei hanno svolto un ruolo di primo piano nella formazione della società dello spettacolo); è una banalità sottolineare l’importanza, ai fini del successo, dell’immagine degli individui, sia comuni spettatori che pubblici attori. Ed è un fatto che, quale sia il campo nel quale sono state fatte emergere, le vedette dello spettacolo possono trascorrere tranquillamente dal commento sportivo alla discussione di bioetica, dalla dietetica alla politica internazionale. Altamente spettacolari sono le grandi mostre itineranti, che rappresentano l’imbalsamazione commerciale dell’arte, e massimamente spettacolare fu l’attacco terroristico alle torri gemelle: a dimostrare che perfino i nostalgici dell’Umma medievale hanno fatto propria la spettacolarità quale dimensione essenziale della politica postmoderna e postdemocratica. Logica postmodernista nell’uso dei mezzi comunicativi - e distruttivi - e neomedievalismo integralista possono fondersi nell’azione e nella falsa coscienza spettacolare. La società dell’immagine e degli eventi spettacolari è messa in scena da un insieme di apparati vastissimo e diversificato.
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Occupazione e moneta. Secondo Keynes
di Claudio Gnesutta
Perchè si può, e si dovrebbe, ricercare una soluzione Secondo Keynes. Qualche riflessione a partire dal libro di Carabelli e Cedrini edito da Castelvecchi
Nelle pagine finali della Teoria generale, Keynes, dopo aver costruito il suo edificio teorico con riferimento a un’economia chiusa, sembra aver un sussulto e, ricollegandosi ai temi del sistema economico internazionale che l’avevano fino ad allora occupato, afferma che “in un sistema interno di laissez faire e con un regime aureo internazionale (…) non vi era alcun mezzo disponibile per il governo di mitigare la depressione economica all’interno salvo la lotta di concorrenza per la conquista dei mercati”. Lo sforzo teorico appena concluso gli fa affermare che “le nazioni possono imparare a costituirsi una situazione di occupazione piena mediante la loro politica interna” e così facendo costruire un nuovo sistema internazionale che “potrebbe essere più favorevole alla pace di quanto lo sia stato il vecchio.”
Oggi, in un momento in cui, dopo una lunga fase di trasformazioni, il sistema di Bretton Woods si è rimodellato sulle “vecchie” basi, non è possibile disinteressarsi della sua architettura se si vuole comprendere le difficoltà che incontrano le singole nazioni nel trovare un soddisfacente equilibrio interno.
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Classico e anticlassico
Michele Emmer
“La nostra tradizione scolastica ci lascia il modello prestigioso del liceo classico, un modello pedagogico che non teme confronti internazionali, tuttora insuperato (pur se bisognoso di alcuni adeguamenti)… Il vecchio liceo classico rappresenta tuttora il modello esemplare di tutti i possibili tipi di liceo proprio perché, come nessun altro corso di istruzione secondaria, è coerentemente incentrato su una particolare dimensione del sapere. Per aiutare gli allievi a diventare autonomi, a pensare, giudicare e operare con la testa propria, non c’è che una possibilità: farli arrivare a possedere quantomeno una chiave di lettura della realtà, ma a possederla sul serio (in quanto chiave culturale, non puramente didattica), in modo tale cioè da dominarla in tutte le sue possibilità e di essere in grado di usarla personalmente e non per delega. Un corso di istruzione liceale è tale nella misura in cui persegue una formazione piena, sufficientemente approfondita e criticamente fondata, attiva e non puramente recettiva, in un ambito omogeneo di sapere. Molti classicisti ritengono che solo il sapere fondato sugli studi classici sia in grado di assicurare una formazione critica, non specialistica ma universale e umanistica, in forza della quale i giovani attingono quell’indipendenza intellettuale e morale che li rende soggetti autonomi e non ingranaggi standardizzati di una società alienante. Questa opinione è errata nella premessa da cui muove, e cioè che solo gli studi classici possono assicurare una formazione autonoma e critica.”
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Eurocrisi: il conto alla rovescia non si è fermato
Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione
L’opinione della Commissione Europea, secondo cui l’euro e le politiche di austerità avrebbero favorito una crescita equilibrata in Europa, è smentita dai fatti. Al contrario, dopo la crisi del 2007 i processi di divergenza tra le economie europee sono diventati sempre più impetuosi e il costo economico e sociale della permanenza nell’euro aumenta ogni giorno di più per i Paesi periferici. Di questo passo – come previsto dal “monito degli economisti” pubblicato dal Financial Times – la fine della moneta unica porterà al fallimento del progetto di unificazione europea. E nonostante ciò, la Germania e i suoi Paesi satellite non sembrano avere alcuna intenzione di fermare il conto alla rovescia dell’euro.
L’Unione monetaria europea sta accelerando la corsa verso la deflagrazione. Con la crisi intervenuta sul finire del 2007, l’eurozona non è più cresciuta e i processi di divergenza tra le aree centrali e quelle periferiche si sono intensificati, divenendo quasi irresistibili. La tesi della Commissione Europea – secondo cui la moneta unica e l’integrazione commerciale, combinate con le politiche di austerità e la flessibilità del mercato del lavoro, aumenterebbero la coesione tra i Paesi Europei – ha perso ogni credibilità.[1]
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Da «Rappresentanza» a «Rappresentazione»
L’involuzione della politica nel capitalismo flessibile
Roberto Finelli
1. Un mondo rovesciato
Da Rappresentanza a Rappresentazione: in questa formula si può riassumere, a mio avviso, la trasformazione più rilevante che ha subito la Politica nella modernità dell’ultimo quarantennio. Ma non per ragioni autonome, o per una presunta virtù e capacità propria di modificarsi comunque e di assumere con ciò nuove forme – quasi a celebrare la fantasia di tutti coloro che hanno interpretato il moderno come autonomia del Politico -, bensì a seguito di quella trasformazione dell’Economico, che, a mio avviso, l’ha guidata e l’ha fondata quanto a precedenza ontologica nella costituzione della vita sociale, e che è ormai ben nota come passaggio dal fordismo al postfordismo.
Come ormai da più tempo vengo scrivendo questo passaggio epocale va inteso, nel linguaggio della filosofia, come l’approfondimento e la radicalizzazione dell’Astrazione in cui si compendia l’Economico capitalistico, con lo svuotamento del Concreto che ne consegue e la superficializzazione del Mondo che ne costituisce l’esito. Vale a dire che con il passaggio dal sistema “macchina meccanica-forza lavoro corporea” al sistema “macchina dell’informazione-forza-lavoro mentale” la valorizzazione della ricchezza astratta attraverso estrazione di plusvalore avviene, almeno nel capitalismo avanzato, non più attraverso costrizione fisica e lavoro corporeo alla catena, ma attraverso consenso e partecipazione, data la messa in gioco nel processo produttivo da parte del lavoratore della conoscenza delle competenze, attitudini e abilità della propria mente.
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Il mio antifascismo
Fabrizio Marchi
Mi è stato riproposto e segnalato da un amico alcuni giorni fa questo breve articolo del filosofo Costanzo Preve (tratto dal suo libro “La quarta guerra mondiale”), purtroppo scomparso poco più di un anno fa, dal titolo “Il mio antifascismo”: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=70200&highlight
Mi sono avvicinato negli ultimi anni al “Preve-pensiero” affascinato dal suo modo di proporre e fare filosofia, così lontano dalle liturgie del “circo accademico-mediatico politicamente corretto” che lui giustamente disprezzava (e io con lui) e dalle sue riflessioni che da un punto di vista squisitamente filosofico possono essere più o meno condivise (e che in parte personalmente condivido) ma restano, comunque la si pensi, di altissimo valore teoretico e sicuramente di grande attualità, anzi, di grande “inattualità” – come forse lui stesso avrebbe definito il suo filosofare – anche se questa affermazione potrà sembrare paradossale a chi non ha avuto modo di conoscerlo, di persona o attraverso le sue opere.
Nel ribadire la mia personale stima intellettuale e umana nei suoi confronti, restano, per quanto mi riguarda, dei punti di importante e radicale divergenza con le sue analisi, sia di natura politica che di natura filosofica.
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L’esito giapponese del miracolo cinese
Maurizio Sgroi
Poiché mi persuade il pensiero che l’economia abbia a che fare con la fisiognomica assai più che con la matematica, ho letto con divertita sorpresa l’analisi contenuta nell’ultimo Geneva Report sullo stato di salute e le prospettive dell’economia globale dove ho trovato un capitolo sull’economia cinese. Ossia uno dei due vasi di ferro della nostra economia globale.
Divertito, perché il grande sforzo profuso dagli autori nell’elaborare aritmetiche astruse e congetture stocastiche non conduce poi così lontano da una considerazione che sarebbe bastata, appunto, la semplice fisiognomica a dedurre: i cinesi somigliano ai giapponesi. Le loro economie, quindi, di conseguenza. E la constatazione che tanto è capitalista il giapponese quanto comunista il cinese appare un miraggio che evapora di fronte alla sostanza della realtà.
Poiché la cosiddetta scienza economica non frequenta le seduzioni del paesaggio, contentandosi di astrazioni cervellotiche ed econometrie retoriche in omaggio al mito seicentesco dell’obiettività, tale affermazione parrà ai tanti esperti che si dicono tali una sorta di molle chiacchiericcio, incapace di sostenere una seria conversazione da accademia. E sicuramente è così: l’accademia, per evidenti ragioni di bottega, è il luogo della censura di ciò che ad essa non corrisponde.
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Globale e locale. La lotta di classe oggi
di Carlo Formenti
Il mio Utopie letali (Jaca Book) è un libro contro i post (postmoderno, postindustriale, postfordismo, postcoloniale, postmarxista, postmateriale, postoperaista, eccetera). È possibile essere contro i post senza essere nostalgici? Un’accusa che piove immediatamente su chiunque torni a utilizzare le categorie “classiche” del marxismo, come socialismo, comunismo, lotta e coscienza di classe, eccetera. Quello che cerco di fare è smontare la logica del post “dall’interno”, operazione che mi viene naturale forse perché appartengo alla terza generazione operaista (la prima era quella dei Panzieri, dei Tronti e dei Negri, che fondarono “Quaderni rossi” fra la fine degli anni cinquanta e l’inizio dei sessanta, la seconda quella dei loro allievi fra la seconda metà dei sessanta e l’inizio dei settanta, della terza facevamo parte Cristian Marazzi, Bifo, io e molti altri, maturati intellettualmente e politicamente nei settanta). Il rapporto al tempo stesso di continuità e di rottura con questa tradizione (ne ho vissuto in prima persona la tragica fine, sancita dal disastroso passaggio d’epoca fra fine anni settanta e inizio ottanta) mi ha permesso di prendere distanza da un pensiero che, nato come innovazione teorica rivoluzionaria, si è maliconamente degradato in quella esangue italian theory che manda oggi in visibilio gli accademici francesi e americani.
Il primo operaismo seppe rompere con il marxismo dogmatico, fondato su un’interpretazione nazional popolare del pensiero di Gramsci, sostituendolo con uno sguardo attuale e penetrante sul corpo vivo della classe operaia.
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La "sorpresina" (di Angela): TTIP e accordi di cambio vincolanti
Dalla Grecia all'Argentina
di Quarantotto
1. Avrei dovuto parlarne in chiusura del mio intervento alla London School of economics, ma non c'è stato il tempo. Mi riferisco al prevedibile destino della nostra c.d. "sovranità monetaria", ANCHE in caso di euro-break, ma nella futura e, sempre più probabile, prospettiva del TTIP, cioè del trattato free-trade tra Unione Europea e Stati Uniti (presumibilmente allargato a tutta l'area NAFTA, inclusiva di Messico e Canada).
Come abbiamo già visto in questo post, il "rilancio liberoscambista" può portarci fuori dall'euro ma, nella sostanza, farci naturalmente permanere nello stesso quadro di vincoli escludenti le politiche economiche sovrane previste dalla Costituzione, in vista della "stabilità dei prezzi" indispensabile nel quadro di competizione tra Stati connesso al free-trade, e dell'adozione di un modello di mercato del lavoro strettamente funzionale a tale stabilità dei prezzi.
2. Il motivo per cui mi pare di scottante attualità parlare di questo argomento, sta in una recentissima dichiarazione della Merkel, che risulta altamente significativa circa le "intenzioni" dell'establishment UE relativo alla accelerazione nella direzione del TTIP. Cosa ha detto la Merkel, ieri 26 novembre 2014?
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Quando è stata la crisi del capitalismo?
Moishe Postone e l'eredità della Nuova Sinistra degli anni 60
di Chris Cutrone
Lenin ebbe a dichiarare, tristemente, che i marxisti miravano a superare il capitalismo "sulle basi dello stesso capitalismo". Ciò veniva detto nel contesto di quelli che erano gli orrori, non solo dello sfruttamento industriale, ma anche, e soprattutto, della guerra, la prima guerra mondiale. Lenin non stava - come si potrebbe equivocare - semplicemente difendendo il cosiddetto "comunismo di guerra" o il capitalismo statalista. No. Lenin vedeva nel capitalismo di Stato l'avanzare della contraddizione del capitalismo. ["E' affare della borghesia sviluppare i trusts, cacciare a forza donne e bambini dentro le fabbriche, martirizzarli, corromperli, condannarli all'estrema miseria. Noi non 'rivendichiamo' un simile sviluppo, non lo 'sosteniamo', lo combattiamo. Ma in che modo? Sappiamo bene che i trusts ed il lavoro delle donne nelle fabbriche rappresentano un progresso. Non vogliamo tornare indietro, all'artigianato, al capitalismo pre-monopolistico, al lavoro a domicilio delle donne. Avanti, per mezzo dei trusts, ecc., e più oltre, verso il socialismo!" (Lenin, "Il programma militare della rivoluzione proletaria", 1916)]. Al contrario, dopo Lenin, abbiamo avuto il capitalismo di Stato, ma non abbiamo avuto alcuna attiva coscienza politica della sua contraddizione. E' stato questo a definire la sinistra nel suo sviluppo - degenerazione - successivamente.
La domanda è: quando è avvenuta la crisi definitiva del capitalismo, dopo la quale si poteva affermare plausibilmente che il mondo era eccessivamente maturo per un cambiamento?
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'La struttura della città è il prodotto della dinamica capitalista'
Intervista a David Harvey
A 78 anni è una delle voci più influenti delle scienze sociali nel mondo. Attraverso la geografia, David Harvey ha dato nuova aria al pensiero marxista interpretando le disuguaglianze a partire da un approccio spaziale, mostrando come il capitalismo muove le sue pedine nella città e minaccia di renderla invivibile. Andrà a Valparaíso invitato al Festival Puerto Ideas, e da New York ha conversato con The Clinic su modelli urbani e modelli di rivoluzione: Avverte che “non si può cambiare la città senza forti movimenti sociali”
Perché la geografia ha assunto un ruolo da protagonista nella critica al modello economico e sociale?
Il fatto è che oggigiorno molte città del mondo stanno sviluppando comunità isolate, limitando spazi e paesaggi in funzione delle classi sociali, con una violenza molto difficile da contrastare. Lo studio della produzione di spazi, allora, è un prisma di osservazione per intendere come si stiano segregando le classi sociali tra loro.
E perché la critica a questa segregazione urbana si trasforma in una critica al capitalismo come tale?
Perché la struttura della città è il prodotto della dinamica capitalista. Parte del problema proviene dall’accumulazione di capitale nelle città, che funzionano come fonti di produzione di denaro. Questa enorme accumulazione di capitale, siccome ha necessità di diventare redditizia, si riversa su investimenti per la produzione di spazi urbani, per la costruzione di condomini e di strutture su grande scala, che successivamente, a loro volta, si trasformano nella struttura di classi, nella forma che prendono le città.
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Reverse Engeenering. Le trasformazioni della Cina
di Gabriele Battaglia
Partiamo dalla notizia più recente.
La scorsa settimana, il governo cinese ha introdotto un nuovo livello nella classificazione delle città. Dai quattro precedenti, si passa ora a cinque livelli, con l’istituzione delle chaoda xing chengshi (“super-megacity”), cioè quelle che superano i dieci milioni di abitanti (prima erano semplicemente te da chengshi, cioè “megacity”).
Sembra una curiosità linguistico-amministrativa, ma in realtà l’istituzione della nuova tipologia, di cui dovrebbero fare parte sei megalopoli, è del tutto funzionale al tipo di urbanizzazione che ha in mente la leadership cinese. Infatti, sia nelle super-megacity sia nelle megacity (quelle sopra i cinque milioni di abitanti) saranno limitati gli ingressi di nuovi residenti, che saranno invece facilitati nei livelli inferiori, cioè nelle città tra i 500mila e cinque milioni di abitanti, molte delle quali sono in fase di costruzione dal nulla.
Perché urbanizzazione?
L’urbanizzazione avviene di concorso con altre grandi riforme, varate al terzo plenum del Partito comunista, nel novembre del 2013. Il fatto che in quella sede si sia messo nero su bianco, significa che le riforme erano già in fase di sperimentazione da tempo, fin dalla leadership Hu Jintao-Wen Jiabao, precedente a quella Xi Jiping-Li Keqiang (dal novembre 2012).
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Movimenti e rappresentanza politica: il caso Podemos
Militant
Da diverso tempo il caso Podemos – il partito politico nato dall’esperienza del movimento degli “indignados” in Spagna – sta tenendo banco nelle discussioni di movimento. A ragione, vorremmo sottolineare, perché il caso si presta ad una molteplicità di letture affatto attuali e dirimenti per la situazione italiana. Interpretare il caso spagnolo è allora opportuno, perché può insegnarci qualcosa, per cogliere i limiti e le potenzialità di tale esperimento, insomma per generare una discussione capace di smuovere le secche politiche dei movimenti italiani. Movimenti costantemente stretti tra rifiuto della rappresentanza e crisi del politico, una vuoto di volta in volta riempito dalle peggiori imitazioni del concetto di sinistra.
Podemos nasce nel gennaio di quest’anno, a più di tre anni dall’esplosione (e dalla relativamente rapida dissoluzione) del movimento degli indignados (un movimento particolare che già aveva attirato la nostra attenzione: uno, due e tre link utili a capire cosa ne pensavamo). Una dissoluzione determinata da vari fattori anche contrastanti, il primo dei quali è la non strutturazione dell’esperienza politica, che ha portato questa al veloce dissolvimento una volta raggiunto l’apice della protesta. Un movimento politico basato esclusivamente sulla mobilitazione costante infatti non riesce a reggere alla distanza, quando fisiologicamente la mobilitazione viene meno per le ragioni più varie.
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Giorgio Agamben, un vita libera finalmente
di Roberto Ciccarelli
Tra diritto pubblico e biopolitica, l’immanenza. Una lettura di “L’uso dei corpi” di Giorgio Agamben (Neri Pozza, 2014)
In pochi libri oggi c’è un’aria di scoperta. Può accadere leggendo L’uso dei corpi, ultima tappa del ciclo ventennale che Giorgio Agamben ha dedicato alla riflessione sull’Homo Sacer. Insieme a pochi altri, questo libro spiega perché oggi ciò che è da pensare è l’immanenza. Sulle tracce del filosofo francese Gilles Deleuze, che ne ha fornito un’originale ricostruzione, Agamben torna oggi su questi sentieri dove non mancano chiaroscuri e incroci problematici. In più Agamben arriva a spiegare il senso della sua indagine sul diritto pubblico (lo “Stato di eccezione”), sulla biopolitica (da lui declinata come potere “tanatopolitico” della razionalità occidentale).
Il libro è importante anche per un’altra ragione, decisiva per un filosofo che sin dai suoi esordi ha condotto un intenso confronto con Aristotele, Heidegger e la sua peculiare filosofia dell’Essere. Agamben ha finalmente deciso di prendere una strada che lo ha portato lontano dall’ “ontologia prima”, cioè quella filosofia con la quale si è confrontato sia pure per via negativa. Dall’interrogazione sull’Essere oggi passa a quella sulla vita e sull’esperienza, secondo la partizione di Jean Hyppolite. Agamben è uscito dai boschi dei sentieri interrotti in Germania e arriva a Parigi dove Georges Canguilhelm inaugurò nel Dopoguerra un’originale riflessione sulle norme. La stessa che oggi nutre quella sulla teoria dell’uso che trova ne L’uso dei corpi un’importante riformulazione, anche molto lontana da quella condotta dalla filosofia dei beni comuni, piuttosto nota in Italia.
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Danaro, lavoro, macchine in Hegel
di Remo Bodei
È appena uscita per il Mulino l’edizione rivista e aumentata di uno dei libri più importanti di Remo Bodei, Sistema ed epoca in Hegel. Del testo, che porta un nuovo titolo (La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel), pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, un estratto in cui viene affrontato il tema dell’immagine hegeliana delle contraddizioni sociali e politiche moderne
Il modello hegeliano di sistema quale «circolo di circoli» – che non è chiusura al nuovo, ma piuttosto la sua costante assimilazione per espansione e ritorno in sé – ha il suo fondamento analogico nella natura del danaro. La circolarità del sistema è, infatti, un ininterrotto processo di «arricchimento», analogo alla «ricchezza circolante», la quale aumenta ogni volta la sua massa in proporzione alle dimensioni già raggiunte, inglobando il concreto, attraverso contraddizioniche non sembrano attualmente trovare una soluzione.
Tale arricchimento del pensiero, mediante ‘circolazione allargata’ è anche storicamente lo schema disviluppo economico e politico di tutta la civilisierte Welt, poiché tutti i fenomeni più diversi hanno la radice comune nello Zeitgeist che ha «dato l’ordine di avanzare» e di ingrandire le proprie forze. Ormai «la morta ricchezza esiste ora solo nei tesori dei Cosacchi, dei Tartari; nel mondo civilizzato si tratta della ricchezza circolante», che, tuttavia, si distribuisce in maniera estremamente disuguale: «Nella stessa proporzione in cui si accresce la ricchezza, si accresce pure la miseria, se non si provvede a deviarla diversamente tramite ad esempio la colonizzazione».
Uno dei meriti maggiori della Rivoluzione francese, con l’abolizione del feudalesimo, è stato appunto per Hegel l’impulso dato alla proprietà e alla ricchezza circolanti, sia pure all’interno di laceranti contraddizioni. La dialettica del «danaro» e del «Kapital» si presenta in forma assai articolata nelle Vorlesungen über Rechtsphilosophie del periodo berlinese.
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Sragioni. Una lettura di Freud attraverso Derrida
di Brian Vanzo
“Ma come troveremo noi stessi in quel vuoto e ripugnante ficcare il naso nelle cose della psiche, in un volgare auto-rispecchiamento?” (M. Heidegger, Seminari di Zollikon, Guida Editore, Milano 2000)
“Non è facile suonare lo strumento della mente” (S. Freud)
Queste pagine di approfondimento nascono dal desiderio di approcciare in modo eretico – e perciò parziale e non esaustivo, anche se non fazioso – il pensiero freudiano e la sua complessità. Per farlo seguirò le orme di un grande pensatore del ‘900, Jaques Derrida, che ha saputo allargare l’orizzonte della psicoanalisi, fecondandola con i linguaggi e le problematiche della filosofia.
Un’introduzione alla decostruzione.
La decostruzione non si configura primariamente come una corrente di pensiero o una scuola filosofica bensì è essenzialmente una pratica, come la psicoanalisi1. Decostruire un testo è un atto trasgressivo e fecondante, una strategia di lettura dei significanti strutturati e di ogni tradizione e istituzione (sì, anche di quella analitica…), una possibilità che apre e che contesta il modello ontologico preteso come fondamento da una metafisica della presenza e del proprio, del possesso e dell’economia: in una parola, è decostruzione del logocentrismo, de-sedimentazione di tutte le significazioni che sono state originate solo dal logos.
Questo movimento di lettura del testo permette di attendere la venuta stessa dell’Altro, l’irruzione (intrusiva e liberante) dell’evento che ristruttura il contesto e genera, nuovamente, il senso.
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Dopo il voto di domenica: M5s, che fare?
Aldo Giannuli
Il risultato del voto di domenica scorsa non può essere minimizzato, ma non va neppure drammatizzato. Niente crolli psicologici ma neanche niente arrampicate sugli specchi per non guardare in faccia la realtà.
In primo luogo, l’argomento (usato tanto dal Pd quanto da Fi ed in parte dal M5s) per cui si tratta di elezioni amministrative che non hanno peso politico è una sciocchezza da accantonare: certamente le elezioni amministrative hanno dinamiche proprie e sarebbe arbitrario trasporre i risultati automaticamente sul piano politico; ma, quando indicano smottamenti troppo vistosi, vuol dire che esprimono tendenze destinate a riflettersi anche in sede politica.
In fondo, vorrei ricordare che la crisi della monarchia spagnola e la proclamazione della seconda repubblica furono provocate dal risultato delle elezioni amministrative del 1931. Ed anche in Italia, le regionali del 1975 furono la premessa della clamorosa avanzata del Pci nelle politiche di un anno dopo. Le comunali di Napoli e Roma del novembre 1993 segnarono l’ascesa del Msi (di lì a poco An) ed il definitivo tramonto di Dc e Psi, dati regolarmente ripetuti nelle politiche di 4 mesi dopo.
Qui siamo in presenza di dati astensionistici che non hanno precedenti e che colpiscono tutti i partiti, anche la Lega (che però li compensa abbondantemente con i voti sottratti a Pd, Fi e M5s).
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Le riforme strutturali sono depressive
di Piergiorgio Gawronski
In questi anni abbiamo più volte osservato che in una Grande Recessione l’economia smette di funzionare in modo ‘normale’. La ‘trappola della liquidità’ genera un mondo alla rovescia “dove la virtù è vizio, ed il vizio virtù” (Krugman). Qualche esempio:
♦ L’austerità non riduce il debito pubblico (i moltiplicatori fiscali sono molto più alti del solito)
♦ La riduzione della spesa pubblica è più depressiva dell’aumento delle tasse
♦ Tuttavia alzare l’IVA è molto depressivo
♦ Stampare base monetaria (M0) non aumenta significativamente la massa monetaria (M3)
♦ Una crescita della massa monetaria M3 non aumenta l’inflazione
♦ Ampliare il deficit pubblico non alza i tassi d’interesse
♦ Le crisi finanziarie dei titoli pubblici (spread) “non dipendono tanto dal debito pubblico” quanto “piuttosto … dalla banca centrale”: Draghi dixit!
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Gli effetti redistributivi del debito pubblico
di Guglielmo Forges Davanzati
E’ evidente che ogni emissione di titoli dello Stato determina sul mercato
industriale una vera sottrazione di capitali e crea, per necessità, una classe
di oziosi. E come il debito pubblico cresce, cresce parallelamente il numero
delle persone che non fanno nulla e che vivono di rendita. Questa classe
parassitaria deprime inevitabilmente le condizioni del lavoro. Poiché lo Stato,
per mantenerla, è costretto ad attingere largamente all’imposta” (F.S.Nitti, 1894)
Nonostante dichiarazioni di segno contrario, il Governo ripropone misure di riduzione della spesa pubblica che, oltre a ridurre occupazione e crescita, aumentano il debito pubblico. Una strategia che, in assenza di monetizzazione del debito, rischia di penalizzare i percettori di redditi bassi a beneficio della rendita finanziaria. Vediamo perché
Il Presidente del Consiglio ha recentemente dichiarato che: “Se riusciremo a spostare l’attenzione dall’austerità alla crescita, cambiando il paradigma economico dominante di questi anni di crisi, la ricaduta sulla vita delle persone in posti di lavoro e capacità di spesa sarà evidente”, facendo propria una convinzione ormai pressoché dominante nel dibattito italiano secondo la quale le politiche di austerità hanno prodotto esclusivamente danni e, contrariamente all’obiettivo prefissato, hanno contribuito a far crescere il rapporto debito pubblico/Pil.
Non vi è dubbio che ciò sia successo, e non vi è dubbio sul fatto che esse siano assolutamente irrazionali. Ma va registrato che questo Governo continua a praticare misure di riduzione della spesa pubblica (in particolare, nei settori della formazione e della sanità[1]), in palese contrasto con le dichiarazioni – o gli auspici – di Renzi.
E va anche registrato che, almeno nelle intenzioni dichiarate, ciò che il Governo intende fare è convincere la commissione europea a rendere più “flessibili” i vincoli di finanza pubblica, così da rendere possibili politiche di spesa pubblica in disavanzo. Politiche che, nelle condizioni date, non potrebbero che essere finanziate tramite emissioni di titoli pubblici sui mercati finanziari.
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Crisi di sistema e necessità di un’alternativa
Quale ruolo per i comunisti
di Alexander Höbel
1. La crisi capitalistica come “crisi generale”
La crisi capitalistica in corso ormai da diversi anni – crisi economica ma anche sociale, politica e ideale – va connotandosi sempre di più come una “crisi generale” del sistema1. Affiancandosi a una degradazione costante dell’ambiente e del clima, frutto degli stessi meccanismi economici, essa si delinea ormai come una vera e propria “crisi di civiltà”, con rischi molto pesanti per i popoli e per l’umanità intera2. Per il geografo marxista David Harvey, sono molte le contraddizioni strutturali che rendono necessario e possibile andare oltre il capitalismo, sulla base di un “umanesimo rivoluzionario” che “unifica il Marx del Capitale con quello dei Manoscritti economici e filosofici del 1844”3.
Dal canto suo Thomas Piketty, pur muovendo da presupposti non marxisti, ha confermato con una notevole mole di dati che negli ultimi decenni le diseguaglianze di reddito e nella distribuzione delle ricchezze si sono enormemente ampliate4. Ne risulta dunque smentita la tesi, propria anche di diversi premi Nobel per l’economia, di una tendenza alla “convergenza” dei redditi frutto dei meccanismi del mercato; al contrario, è ampliamente confermata l’analisi di Marx sul capitalismo come sistema polarizzante, ossia come sistema che tende ad allargare le differenze sul piano economico e sociale, ponendo sempre di più ristrette e potentissime oligarchie – la “classe capitalistica transnazionale”5 – in contraddizione violenta con gli interessi e la vita di masse sterminate di donne e uomini.
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Il neoliberismo contro il resto del mondo
Lelio Demichelis
Syriza in Grecia. E ora, in Spagna, Podemos. Un movimento di sinistra radicale diventato partito, con una crescita dei consensi spettacolare che in pochi mesi lo hanno fatto diventare, secondo i sondaggi il primo partito nazionale, scardinando il pensiero unico di popolari e socialisti e dando alla Spagna una possibile via d’uscita non populista alla crisi innescata dalle politiche neoliberiste europee. Dunque, forse l’Europa non morirà neoliberista ma resusciterà democratica e neokeynesiana.
Democratica in termini di democrazia politica e soprattutto di democrazia economica. Molti cominciano a capire che quel capitalismo che aveva promesso cose mirabolanti offrendo prima i gettoni del telefono e ora l’iPhone, quel capitalismo che li aveva vezzeggiati e coccolati accettando di democratizzarsi almeno un poco negli anni 1945-1979 (i trenta gloriosi), producendo benessere, attivando un efficiente sistema di ascensori sociali, ridistribuendo i redditi e controllando i mercati, oggi non si pone problemi (per salvare se stesso e disciplinare e assoggettare individui e società) nell’imporre un poderoso impoverimento di massa, nel rivendicare tutto il potere per sé, nel far ridiscendere negli scantinati coloro che erano saliti sui vecchi ascensori sociali.
Ma questa non è una eterogenesi dei fini, è un altro modo capitalistico di raggiungere gli stessi fini (la propria egemonia come capitalismo), ovvero la trasformazione del cittadino/soggetto della rivoluzione francese in oggetto capitalista della rivoluzione industriale (lavoratore e consumatore prima, oggi imprenditore di se stesso e consumatore e nodo di una rete) – posto che il capitalismo vuole essere una antropologia non limitandosi ad essere solamente un’economia.
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Fascinazioni multipolariste e geopolitica delle lotte
di Raffaele Sciortino
Premessa: una “geopolitica delle lotte” in prospettiva anticapitalista suona come un ossimoro suscitando sufficienza o fastidio. E invece la geopolitica – un tempo si diceva Weltpolitik o imperialismo – è lotta di classe in altra forma, non riconosciuta come tale. Lo aveva capito un grande reazionario: “La storia del mondo è storia di lotte di potenze marinare contro potenze di terra” , mimando e stravolgendo il vecchio adagio comunista…
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Gli ultimi mesi hanno segnalato un intreccio, un po’ disorientante, tra relativa impasse della situazione economica e smottamenti significativi a livello geopolitico. La crisi globale tutt’altro che superata non precipita grazie a bolle finanziarie sempre più grosse alimentate da politiche monetarie ultraccomodanti (“neo-keynesiane”). Sull’altro versante è sotto gli occhi di tutti il ritorno aggressivo dell’iniziativa internazionale degli Stati Uniti – a tutto tondo: dall’Ucraina al Medio Oriente all’Est asiatico. Tutto ciò sembra a prima vista inquadrarsi bene in quelle analisi che leggono l’oggi e ancor più il domani del capitalismo alla luce della contrapposizione tra la geopolitica del caos Usa, egemone globale in difficoltà se non in declino, e il trend inarrestabile verso un’economia globale di tipo multipolare incentrata su grandi poli e aree regionali.
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