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Contraddizioni estreme del rapporto Usa-Cina
di Joseph Halevi
Al vertice Cina-Usa che si apre a Washington Pechino ha inviato una delegazione di 150 persone. Si incontrano da un lato un paese, la Cina, assolutamente bismarckiano, ove l’accumulazione industriale capitalistica però non è un fatto nazionale bensì avviene con il concorso voluto ma vieppiù obbligato del capitalismo mondiale. Dall’altro abbiamo gli Stati Uniti, fulcro e leva dell’espansione cinese all’estero per via dell’accumulo delle passività finanziarie Usa nelle casse delle istituzioni cinesi. La Cina è fortemente colpita dalla crisi. Ormai le persone rispedite alle zone rurali superano di molto la cifra di 20 milioni stimata agli inizi di quest’anno e vi sono delle vere e proprie rivolte contro i licenziamenti. La crisi viene fronteggiata rilanciando l’industria pesante ed attraverso l’uso, nonchè il rigetto, indiscriminato della forza lavoro fluttuante ed immigrata dalle zone arretrate. Ciò comporta un ulteriore schacciamento dei redditi salariali sul valore del prodotto nazionale (in Cina il salario come quota del prodotto è in calo da circa venti anni). Questo significa che il ruolo della Cina come area di massima produzione di scala a basso costo monetario sul piano mondiale si sta ampliando nel corso stesso della crisi.
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Perché non possiamo liberarci dalla mafia
Luigi Cavallaro
È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
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Crisi della politica, e della democrazia
di Alberto Burgio
In un breve e complicato discorso di un mese fa, il presidente Napolitano esortò a non confondere la crisi della politica (che c'è) con la crisi della democrazia (a suo parere inesistente) e indicò nelle istituzioni repubblicane un riferimento fondamentale al fine di evitare pericolose confusioni. Non è semplice districarsi. Cos'è la crisi della politica? È crisi di efficacia? Di credibilità e prestigio? È crisi morale o istituzionale? Soprattutto: può, in una repubblica democratica, darsi crisi della politica senza che la qualità della democrazia ne venga intaccata?
In una democrazia, sinonimo di sovranità popolare, è essenziale il rispetto delle norme, a cominciare da quella fondamentale, che racchiude i principi-base del patto tra cittadini e istituzioni. Se accettiamo questo schema elementare, allora sembra difficile concordare con il presidente. La crisi è profonda e investe precisamente il fondamento della nostra democrazia. Limitiamoci a nominare pochi esempi.
La Costituzione del 1948 è pacifista e l'Italia è in guerra da una quindicina d'anni. La Costituzione indica nel lavoro il fulcro della democrazia, considera il lavoro subordinato un soggetto unitario, meritevole di protezione e titolare di diritti inalienabili, e da oltre dieci anni i governi non fanno che ridurre tutele, cancellare diritti, accrescere precarietà e segmentare il lavoro dipendente.
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Armagheddon?
di Carlo Bertani
Recentemente, Maurizio Blondet ha pubblicato un articolo (per i soli abbonati[1]) dal titolo eloquente: L’Europa a Sion: bomb Iran, nel quale affermava che un attacco all’Iran da parte di Israele è in agenda, da oggi alla fine del corrente anno
Ripercorrerò molto brevemente le tesi esposte per chi non l’abbia letto:
- Durante il recente G8, l’Europa avrebbe dato il “via libera” per il bombardamento dell’Iran;
- Quattro navi da guerra israeliane (2 sommergibili e 2 caccia, con armamento nucleare) hanno attraversato il canale di Suez e sono in navigazione nel Mar Rosso;
- Alcun squadriglie di cacciabombardieri israeliani sono stato spostate nel Kurdistan iracheno;
- Il “ritorno” economico dell’impresa sarebbe da identificare nel nuovo oleodotto Nabucco – che non passa per la Russia, ma “raccoglie” il greggio delle ex Repubbliche sovietiche asiatiche – il quale, però, senza l’apporto del petrolio iraniano, non raggiungerebbe volumi di transito sufficienti per renderlo economicamente vantaggioso.
Fin qui i dati salienti, considerando anche una dichiarazione del vicepresidente USA Biden il quale, senza mezzi termini, affermava: “Israele è libero di fare quel che ritiene necessario per eliminare la minaccia nucleare iraniana”.
Blondet presenta il quadro come un evidente approccio al bombardamento dell’Iran e, ad osservare soltanto i dati esposti, non fa una grinza. Ci sono, però, argomenti che Blondet non approfondisce e che sarebbe, invece, meglio presentare.
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E’ iniziata la fuga dal dollaro?
di Giorgio Vitangeli
Clamoroso sequestro della Guardia di Finanza di “Bond” Usa per oltre 134 milardi di dollari al confine tra Italia e Svizzera
Di sicuro, di inconfutabile, c’è solo il sequestro, perché la notizia è apparsa sul sito ufficiale della Guardia di Finanza,ripresa dall’Agenzia ADN Kronos, e ci sono le dichiarazioni del colonnello Rod
olfo Mecarelli comandante della Guardia di Finanza di Como.
La notizia è questa: il 3 giugno a Ponte Chiasso, in prossimità della frontiera con la Svizzera i militari della Guardia di Finanza hanno fermato due giapponesi che nel sottofondo delle loro valigette nascondevano titoli del Tesoro americano, e più precisamente 249 “Bond” della Federal Reserve del valore facciale di 500 milioni ciascuno e 10 “Bond Kennedy” del valore nominale di un miliardo di dollari ognuno, accompagnati da una recente e dettagliata documentazione bancaria che ne certificava l’autenticità.
Tirando le somme: 134,5 miliardi di dollari americani, un ammontare pari all’intero prodotto interno lordo di Stati come il Marocco o la Nuova Zelanda o a quasi un decimo del “pil” italiano. Insomma: una somma stratosferica, fuori dalla portata di qualunque organizzazione criminale, e con titoli di un valore facciale tale da renderne praticamente impossibile l’incasso, se non nelle relazioni tra Stati o con banche internazionali, che ovviamente prima ne verificano l’autenticità con minuziosi controlli.
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Se Trichet finanzia il debito pubblico
di Angelo Baglioni
La Bce ha deciso di finanziare massicciamente e su scadenze più lunghe del solito le banche. Secondo la motivazione ufficiale si vuole così favorire la ripresa del credito bancario alle imprese, per sostenere l'economia in una fase particolarmente critica. Il sospetto è che invece la Bce attui surrettiziamente una strategia di finanziamento monetario del debito pubblico degli Stati della zona euro. Con il rischio di una fiammata inflazionistica se fosse poi troppo posticipata l'operazione di ritiro dal sistema della liquidità in eccesso
L’operazione di finanziamento della Bce del 25 giugno scorso ha rappresentato un ulteriore salto di qualità nella gestione della politica monetaria nell’area euro. Dopo la fase di consistenti ribassi dei tassi d’interesse ufficiali (dal 4,25 per cento di ottobre 2008 all’1 per cento attuale), la banca centrale è passata a una fase di massiccia immissione di liquidità a una scadenza inusuale per la politica monetaria: 442 miliardi di euro prestati per un anno a 1.121 istituzioni del sistema bancario europeo.
A ciò si aggiunge il programma di acquisto di covered bond (obbligazioni bancarie garantite) per 60 miliardi, in corso di attuazione. Per cogliere l’eccezionalità di questi interventi, si osservi che l’ammontare medio delle operazioni a lungo termine in essere al 24 giugno era di 22 miliardi; la scadenza massima utilizzata finora in questo tipo di operazioni erano i sei mesi (e i tre mesi prima della crisi). Ricordiamoci anche che le operazioni con cui viene normalmente gestita la politica monetaria, “Operazioni di rifinanziamento principali”, hanno una durata di una settimana.
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Mezzogiorno di fuga
di Enrico Pugliese
È positivo che i mezzi di comunicazione di massa abbiano dato tanta attenzione alla pubblicazione del rapporto Svimez sull'economia del Mezzogiorno. È anche positivo il fatto che, con
l'eccezione de Il Giornale di Berlusconi i toni siano preoccupati. E da questo punto di vista i dati sono incontrovertibili.
In alcuni casi il significativo peggioramento della situazione è evidente. In altri non c'è nulla di nuovo e si tratta del proseguimento, senza alcuna modificazione della portata di un trend ormai decennale.
È questo il caso della «ripresa dell'emigrazione dal Mezzogiorno» messa in evidenza per la prima volta dalla Svimez dieci anni addietro e ribadita annualmente nei rapporti. Insomma il vero merito della Svimez è stato quello di aver rilevato per prima dieci anni fa l'esistenza e l'importanza sociale del fenomeno, quando ancora sociologi, economisti e politici erano impegnati a spiegarsi un fenomeno che ormai
non esisteva più: quello della presunta indisponibilità alla mobilità territoriale del Mezzogiorno, espressa soprattutto dal fatto che i giovani non volevano «lasciare il nido», non erano disponibili a muoversi dal paese e dalla comodità della famiglia nonostante gli elevati tassi di disoccupazione giovanile.
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La scienza triste e la farfalla di Lorenz
Marco Passarella*
Come mai economisti accademici, consiglieri economici ed analisti finanziari hanno sottovalutato e, in alcuni casi, completamente ignorato, i segnali della crisi esplosa nell’estate del 2007? È questa, da molti mesi, la domanda posta insistentemente da quotidiani, blog finanziari e talk show televisivi; al centro di dibattiti e convegni di mezzo mondo. Una risposta semplice, ma non banale, è che da tempo gli economisti hanno abbandonato lo studio dei classici del pensiero economico. È un fatto che nelle università occidentali l’economics, un tempo “economia politica”, sia stata ridotta, nel corso degli ultimi vent’anni, a mero tecnicismo. Un tecnicismo autoreferenziale, autistico[1] – fatto di improbabili microfondazioni e di sofisticati, ma asettici, modelli econometrici – e nient’affatto disinteressato. Da decenni, infatti, gli economisti accademici mainstream sono assurti al ruolo, in verità assai ambito, di moderni consiglieri del principe. Occupano scranni parlamentari, poltrone ministeriali e posti nei consigli di amministrazione di prestigiose banche d’affari e società multinazionali.
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Lo spaventapasseri e la vera catastrofe
di Paolo Barnard
* le fonti dell’articolo in calce
Angelino Alfano e Joseph Cassano. Ovvero: lo spaventapasseri e la catastrofe, oppure, il fantasma degli idioti e la concretezza del vero male. Poi ci sono Giorgio e Laura. Parto da questi ultimi. Sono due lavoratori italiani (storie vere), licenziato il primo e cassintegrata con azienda in fallimento la seconda, padre separato lui e fidanzata lei. Laura è incinta di due settimane, lo avevano pianificato, ma ora il problema è duplice: manca il reddito sicuro e all’orizzonte sale lo spettro di una vita co.co.pro o peggio, visto che anche il compagno è precario. Questo getta su di lei l’ombra della decisione più tremenda: abortire? La depressione le sta annebbiando l’esistenza, nonostante i suoi 29 anni. Laura affronta oggi un naufragio di speranze prima ancora di averci potuto provare. Giorgio ha guai ancor più seri: un affitto e mezzo da pagare che non può più permettersi, e dunque la scelta forzata è la riunione sotto un unico tetto con l’ex moglie e la figlia. Ma ciò significa il ritorno nella stessa gabbia di due persone che si erano sbranate fino alla rottura, e già allora le conseguenze sulla piccola erano state pesantissime, fa pipì a letto e non parla più.
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La precarietà come freno alla crescita
Guglielmo Forges Davanzati
La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem.
E’ opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie.
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Dagli Usa all’Italia, i “Paperoni” che fanno soldi alla faccia della crisi
Mauro Bottarelli
Repetita iuvant. «Domenica una notizia apparentemente slegata da questo discorso ha attirato la mia attenzione: lo staff di Goldman Sachs, comprese le oltre 4mila persone impiegate nella City di Londra, riceverà a breve i più alti bonus mai pagati dall’azienda in 140 anni. Non solo i top manager ma tutti quanti. Il perché è presto detto: grazie alla mancanza di competizione nel mercato e soprattutto a un incredibile aumento dei profitti dato dal commercio sulle valute e sui bond, a inizio aprile il management ha deciso di accantonare metà del profitto trimestrale dell’azienda di 1,2 miliardi di dollari per i bonus dello staff. Questo in tempo di crisi e recessione: che cuore d’oro e soprattutto che capacità di creare business! E pensate che i risultati del secondo trimestre saranno ancora migliori: non a caso Warren Buffett fiutò l’affare fin da gennaio quando comprò azioni Goldman per 5 miliardi di dollari e ora può già contare su un guadagno netto di 1 miliardo.
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Il tesoro di Chiasso, le superbanconote americane che la Fed non ha emesso
Nuovi sviluppi nel giallo dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a due giapponesi. Un intrigo che porta molto in alto
Luigi Grimaldi
E' un intrigo internazionale. Il mistero dei 134,5 miliardi di dollari sequestrati a Chiasso lo scorso 3 giugno è sempre più allarmante e avrebbe origine nella crisi finanziaria giapponese del 1998.
Circolano banconote da un miliardo di dollari l'una ma non emesse dalla Fed. Una storia di finanza parallela con i servizi segreti Usa (e i nostri) in chiaroscuro.
I due fermati a Chiasso hanno un nome: Mitsuyoshi Watanabe e Akihiko Yamaguchi, personaggi già abbondantemente "bruciati" in campo finanziario internazionale e coinvolti (nel 2004) nel caso di una emissione non autorizzata di bond giapponesi (i cosiddetti Japanese 57 Series Bond - titoli esclusivamente utilizzati in transazioni intergovernative) del valore di 500 miliardi di yen ognuno.
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L’esproprio a sproposito
Scherzi della storia di una crisi: il caso tedesco
di Alessandro Riccini
Càpita, scorrendo i titoli dei giornali durante questa crisi, di imbattersi in titoli che solo qualche mese fa sarebbero stati del tutto inimmaginabili.
Prendiamo il Sole-24 Ore di giovedì 19 febbraio 2009: “A Berlino l’esproprio torna in banca”. Ci sarebbe da saltare sulla sedia, se non fosse che ormai siamo abituati a tutto. Vediamo di che si tratta nel dettaglio: la normativa prevede la possibilità per il governo di “nazionalizzare d’imperio una banca”, possibilità prevista da un provvedimento del Consiglio dei ministri tedesco che permette al governo, quale ultima ratio, la nazionalizzazione coatta di una banca. Si usa il termine “esproprio” forse a sproposito (mi si perdonino le involontarie allitterazioni), ma comunque l’impatto della normativa è evidente: lo stato diventa ultimo acquirente di banche in crisi. È l’ultimo atto dello psicodramma in corso, ma sarebbe semplicistico attribuire tutto allo stato che compra. Ci sono altre ragioni: la prima fa riferimento alla necessità di conoscere effettivamente la quantità di cosiddetti assets “tossici” contenuti all’interno dei bilanci delle banche. C’è inoltre una necessità, velata ma davvero stringente, di trasportare ricchezza, plusvalore già prodotto, dalle tasche della classe lavoratrice ad altre tasche. Ed, infine, c’è la necessità di avere più chances nel governare le conseguenze del leverage eccessivo, ossia, detto in termini molto generici, della sproporzione tra il patrimonio degli istituti e le somme investite. Andremo per ordine a toccare tutti questi temi, ma prima occorre fare un piccolo salto temporale.
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Cronache di Bananaland
di Carlo Bertani
Ho da tempo affermato che non guardo più la televisione, ed è vero. Trovandomi, però, in vacanza in un luogo dove non giunge nemmeno il segnale per le comuni “chiavette” a banda (pressappoco) larga, ho dovuto “nutrirmi” delle verità delle due mamme, RAI e Mediaset.
La prima curiosità che mi ha assalito, è che stavo ricevendo notizie sul G8 organizzato da Silvio Berlusconi dalle emittenti di proprietà di Silvio Berlusconi, oppure controllate da Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio, dove si citavano giornali di proprietà della famiglia Berlusconi.
Prima domanda: è ancora l’Italia o siamo diventati il Bananaland?
La seconda, più che una domanda, è l’approfondimento di un’omissione che viene data per scontata: il presidente cinese Hu-Jin-Tao è dovuto tornare in Cina per la rivolta dei turcomanni del Xinjiang.
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Ucciderli da piccoli
di Valerio Evangelisti
Il metodo lo potremmo definire “ucciderli da piccoli”. Consiste nell’individuare gruppi di individui potenzialmente pericolosi, in quanto notoriamente ostili al sistema o a certi suoi aspetti, e incarcerarli o comunque angariarli in via preventiva, subissandoli di capi d’imputazione. Ciò in nome di lievi reati del passato prossimo o remoto, ingigantiti a livello di crimini colossali, oppure di reati non ancora commessi ma che potrebbero commettere in futuro.
E’ questa la linea adottata dal governo, con la connivenza di settori della magistratura (nessuno si illuda che tutti i magistrati siano dei Falcone / Borsellino: basti vedere certe cene sospette di loro illustri esponenti), dell’opposizione (?) e delle forze dell’ordine. Ne sono dimostrazione i 21 arresti di studenti dell’Onda di due giorni fa, e le perquisizioni in tutta Italia.
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Per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale
Paolo Di Lorenzo*
Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.
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Il freddo inverno della sinistra italiana
Marco Revelli/Alessandro Dal Lago Emiliano Brancaccio
Ci sono almeno due milioni di elettori orfani – quelli che alle ultime europee hanno votato per le due liste che gli avversari definiscono di sinistra radicale – senza contare i tanti astenuti. Un patrimonio andato sprecato per l’insipienza delle classi dirigenti, che non hanno saputo mettere in campo un progetto concreto e credibile. Tre intellettuali a confronto per provare a uscire dal lungo e freddo inverno della sinistra
Marco Revelli:
Se proprio devo fare outing, ammetto la mia colpa. Prima delle elezioni avevo dichiarato che questa volta non sarei andato a votare. Devo confessare che però, purtroppo, non ho mantenuto fede al mio proposito. Ho votato Rifondazione comunista, «facendomi pena!» – questa è l’espressione giusta – e tuttavia l’ho votata, con un voto di autentica disperazione, legato solo al desiderio (molto egoistico, me ne rendo conto) di non sentirmi troppo male con me stesso il giorno dopo di fronte ai risultati.
Considero comunque il mio voto un «errore» da un punto di vista strettamente politico. Perché credo che la stupidità in politica non debba godere dell’immunità. Che chi compie degli atti stupidi sia giusto che paghi. E quello che è stato posto in essere dalla sinistra, dalle diverse componenti della sinistra cosiddetta radicale negli ultimi mesi, nessuna esclusa, è sicuramente un comportamento segnato da profonda, grave dissennatezza politica.
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Lettera aperta ad un amico di sinistra
di Piotr
Caro Domenico,
quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.
Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.
Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.
1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).
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Una battaglia per l'Amazzonia che può servire da ispirazione per il mondo
di Johann Hari
The Independent
La sollevazione in Amazzonia è più urgente di quella dell’Iran – può essere determinante per il futuro del pianeta
Mentre il mondo osserva con nervosismo la protesta in Iran, una sollevazione ancora più importante sta passando inosservata – Eppure ciò che comporterà influirà sul vostro futuro ed il mio.
Nel profondo della foresta pluviale amazzonica il popolo più povero del mondo ha sfidato le persone più ricche del mondo per difendere una parte dell’ecosistema senza il quale nessuno di noi può vivere. Essi non avevano nient’altro che dei giavellotti di legno e la forza morale per sconfiggere le compagnie petrolifere, e, per oggi, hanno vinto.
Ecco la storia di come è successo e del perché noi tutti dobbiamo fare nostra questa lotta. All’inizio di quest’anno, il Presidente del Perù, appartenente alla corrente di destra, Alan Garcia, ha venduto a una serie di compagnie petrolifere i diritti di esplorare, disboscare e trivellare il 70 per cento della fascia di Amazzonia che fa parte del suo paese. Sembra che Garcia veda la foresta pluviale come uno spreco di buone risorse, e parlando degli alberi dell’Amazzonia dice: “Ci sono milioni di ettari di legname che giacciono là, inutilizzati”.
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Honduras: atterraggio fallito, la pista è occupata dai golpisti
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:33
L’esercito golpista ha messo camionette sulla pista dove stava per atterrare l’aereo del presidente legittimo Manuel Zelaya e il pilota ha dovuto rinunciare. Mel Zelaya: “Ci hanno minacciato di abbattere l’aereo. Continuerò a tentare di entrare nel paese finché ci riuscirò. Questo conferma che esiste una minoranza ostinata senza alcun progetto politico che non impedire l’esercizio della democrazia. A questo punto denuncio che il governo degli Stati Uniti non ha fatto tutto quello che era in loro potere per fermare il golpe”.
Honduras: repressione e morte ma il popolo resiste ai gorilla e vuole fare la storia
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:06
Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!
Come nell’800, come nel ‘900, vescovoni, padroni ed esercito uniti contro il popolo. Selvaggio, bigotto, reazionario, violento è adesso il golpe in Honduras, dopo una settimana di drôle de guerre, chiaro come il sole, antico come il mondo in pieno XXI secolo.
Almeno due morti confermati, uno dei quali è un ragazzo di sedici anni, ma il lago del suo sangue non sarà mostrato dalle televisioni del pensiero unico.
Adesso ovviamente gli ipocriti daranno la colpa al presidente legittimo Mel Zelaya. L’avevamo avvisato di non tornare dirà il Cardinal Maradiaga. Come se la forza, l’uso della forza, la disposizione all’uso della forza implichi automaticamente la ragione.
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Dalla crisi alla stagflazione
Valerio Selan
Mentre il governo vara un "Decreto anticrisi" di valore pari a un trentasettesimo della diminuzione di reddito che si prevede per quest'anno (nel post scriptum una breve analisi), anche se la fase acuta potrebbe essere passata si prospetta una situazione molto preoccupante
L'ondata della crisi mondiale si sta, forse, affievolendo, anche se - come previsto in precedenti note - i suoi effetti potranno protrarsi a lungo, soprattutto in paesi come il nostro, nei quali sembra che la strategia della politica economica sia nelle mani di una Compagnia di giro. Il ministro del Tesoro ha recentemente suggerito la politica dello struzzo (honni soit qui mal y pense) proponendo di "staccare" (sic!) i televisori per contrastare il catastrofismo delle notizie economiche.
Sostanzialmente si sono sovrapposte, con sfasamenti temporali - che danno una rappresentazione di immagini in movimento, come in un famoso dipinto di un pittore futurista - tre onde di tsunami: quella finanziaria, quella produttiva, quella occupazionale. La prima è in reflusso. Sembrano finiti i fallimenti bancari; rialza il capo la speculazione; appare qualche sintomo di ripresa del ciclo delle materie prime. La seconda - come ha chiaramente evidenziato Emma Marcegaglia nel suo intervento al convegno dei Giovani Industriali a Santa Margherita Ligure - è ancora in corso. E' vero che il crollo di grandi aziende è per ora scongiurato, anche negli Stati Uniti, attraverso "bancarotte pilotate" (alla moda di Alitalia, per spiegarci: traduzione in termini finanziari, a spese dei creditori, del motto partenopeo "chi ha avuto ha avuto......"). Ma, sempre secondo la Marcegaglia, non sappiamo quante piccole e medie imprese sopravviveranno fino all'autunno.
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Il vestito nuovo del capitalismo
Paolo Giussani
L'usuriere chiede che i danari faccian frutto,
li quali di sua natura in alcuno
atto far non possono.
G.Boccaccio, Sopra Dante
1.
Se il buon giorno si vede dal mattino, ci attendono senz'altro grandi cose. Già ora dal confronto con la grande depressione degli anni '30, la crisi in atto appare piuttosto promettente: nell'ultimo trimestre del 2008 il Pil americano è diminuito del 6.2 per cento su base annua, quello giapponese del 13.3 per cento, e quello dell'Unione Europea del 3.2 per cento. Considerando che nel medesimo periodo le spese reali per consumo negli Usa sono calate del 4.3 per cento e le spese reali
del governo federale sono invece aumentate del 6.7 per cento, la riduzione negli investimenti reali in capitale fisso – per i quali non esistono ancora stime – deve essere stata superiore al 40 per cento. Una performance davvero notevole, se si pensa che nei primi tre mesi della grande depressione il calo del Pil americano fu del 5.5 per cento, meno forte di quello attuale, malgrado il contributo anticiclico relativamente piccolo offerto dall'incremento delle spese federali (+4.2 per cento) e il relativamente grosso apporto prociclico del calo degli investimenti (-35.2 per cento)[1]. Nonostante le diffuse speranze, non si è però ancora in grado di offrire ai supporters della depressione incipiente la certezza della conquista del titolo di maggiore crisi della storia con la vittoria nel grande match che si gioca contro gli anni '30; si può tuttavia essere già certi di avere incamerato il secondo posto di sempre poiché i primi dati garantiscono ormai del trionfo su tutte le crisi–robetta di poco conto–del dopoguerra, e specialmente sulle spocchiose crisi degli anni '70 e '80, che finora si ritenevano chissà che cosa.
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L’educazione finanziaria per i più piccoli
di Manlio Dinucci
Mentre l'esplosione della crisi mette a nudo la natura speculativa del mercato finanziario, il cui collasso ha travolto milioni di piccoli risparmiatori, una senatrice italiana presenta un disegno di legge per consentire «a tutti i cittadini di coglierne i benefici e sfruttarne i vantaggi». Come? Istituendo l'«educazione finanziaria» anche «tra le attività didattiche della scuola primaria e secondaria». L'idea non è di un'allieva di Tremonti eletta nelle liste del Pdl, ma della senatrice Maria Leddi del Pd.
Forte della sua esperienza di procuratore speciale della finanziaria Perseo SpA (holding di investimenti), nonché di segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, la sen. Leddi propone che il ministro dell'economia e delle finanze Tremonti, di concerto con quelli dell'istruzione e dello sviluppo economico Gelmini e Scajola, istituisca un comitato di rappresentanti del sistema bancario e altri esperti, per «programmare e promuovere iniziative di sensibilizzazione e educazione finanziaria», così che i cittadini possano «utilizzare in maniera più consapevole gli strumenti e i servizi finanziari offerti dal mercato». Secondo la sen. Leddi, quando tante famiglie hanno bruciato i loro risparmi investendoli in azioni Cirio o Parmalat, in obbligazioni argentine e in altri titoli tossici privi di valore, ciò non è dipeso dal fatto che essi erano garantiti dalle più importanti banche e agenzie di rating, ma da un'insufficiente educazione finanziaria delle famiglie.
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Sessanta anni mal portati: Le ragioni della permanenza della NATO
di Domenico Moro
A sessanta anni dalla sua fondazione nel 1949, l’esistenza stessa della Nato rappresenta oggi una forzatura storica, dato che fu creata allo scopo di contrastare il Patto di Varsavia e l’Urss, dissoltisi entrambe da venti anni. La Nato non solo è rimasta in funzione, ma ha esteso il suo terreno d’intervento molto al di là dell’Atlantico Settentrionale, al quale l’articolo 5 del suo statuto limita il suo intervento.
Un asse d’espansione della Nato è rappresentato dai Balcani, dove l’indipendenza unilaterale del Kosovo, pretesa dagli Usa, ha costituito un passaggio cruciale. Un altro asse è rappresentato dal Caucaso e dagli stati prodottisi a seguito del dissolvimento dell’Urss, come l’Ucraina e la Georgia, che permetterebbero alla Nato di posizionarsi minacciosamente a ridosso della Russia. Ma la Nato va ben oltre, arrivando, con la presenza in Afghanistan, fino in Asia centrale. A tutto questo si aggiunge il compattamento delle nazioni della Nato, dall’Europa occidentale alla Turchia, nel progetto di “scudo spaziale Usa”.
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Coprifuoco in Honduras e sui media, Alba politica in America latina
Nuove testimonianze dal cuore del golpe
di Gennaro Carotenuto
Coprifuoco, repressione, caccia all’uomo in Honduras, alla chiusura di questa nota ogni minuto la situazione appare più grave. Abbiamo raccolto nuove testimonianze da Tegucigalpa mentre Il lavoro encomiabile di “Telesur” continua a mostrare dal vivo (al mondo, ma non agli honduregni ai quali è stata oscurata) immagini dalla capitale a chiunque abbia onestà intellettuale e occhi per vedere.
Quelle che abbiamo raccolto sono le voci di dirigenti e militanti in clandestinità e come tali possono essere meno informate di chi ha una visione d’insieme, ma ci raccontano del successo dello sciopero generale, della resistenza pacifica e attiva al golpe, delle cariche dell’esercito, delle bombe lacrimogene. Lo sciopero generale a tempo indeterminato sarebbe sostenuto soprattutto dai dipendenti pubblici che stanno impedendo il funzionamento degli uffici.
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