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giubberosse

Alcune riflessioni sull'attacco di droni ucraini che ha preso di mira Putin

di Scott Ritter, scottritter.substack.com

L’analisi di Scott Ritter sulla situazione attuale nel conflitto russo-ucraino

L’attacco soddisfa due dei criteri stabiliti nei “Fondamenti della politica statale della Federazione Russa sulla deterrenza nucleare”, pubblicati il ​​3 dicembre 2024, riguardanti gli atti di aggressione concepiti per essere dissuasi dalle forze di deterrenza nucleare della Russia.

Ciò include “L’aggressione da parte di qualsiasi stato di una coalizione militare (blocco, alleanza) contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati è considerata come un’aggressione da parte di questa coalizione (blocco, alleanza) nel suo complesso“, e “L’aggressione contro la Federazione Russa e (o) i suoi alleati da parte di qualsiasi stato non nucleare con la partecipazione o il supporto di uno stato nucleare è considerata come un loro attacco congiunto“.

L’Ucraina opera come parte di un blocco NATO il cui obiettivo dichiarato è la sconfitta strategica della Russia. L’attacco dell’Ucraina al Presidente russo costituisce “un’azione da parte di un avversario che colpisce elementi di infrastrutture statali o militari di importanza critica della Federazione Russa, la cui disattivazione comprometterebbe le azioni di risposta delle forze nucleari“.

Se l’attacco ucraino avesse avuto successo, la Russia avrebbe attuato una massiccia rappresaglia nucleare contro tutta l’Europa.

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coniarerivolta

Finanziaria 2026: la banalità dell'austerità

di coniarerivolta

A pochi giorni dalla sua approvazione definitiva, la manovra finanziaria per il 2026 continua a far discutere. C’è chi la definisce prudente, chi la giudica inadeguata o ingiusta; ciò che appare certo è che l’impianto complessivo della legge di Bilancio da 22 miliardi conferma una linea di politica economica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita e sui divari territoriali, in particolare nel Mezzogiorno.

La manovra si configura come una delle più esigue degli ultimi anni e non si discosta dal segno recessivo di quella precedente, anzi lo accentua. Per il 2026 è previsto un avanzo primario dell’1,3%, un dato che indica come lo Stato sottragga all’economia, attraverso il prelievo fiscale, più risorse di quante ne immetta tramite la spesa pubblica. Si tratta di una scelta che comporterà un’ulteriore compressione della domanda interna e della crescita economica. Le conseguenze appariranno particolarmente significative sul piano territoriale. L’esperienza degli ultimi quindici anni mostra come le politiche di austerità abbiano avuto un impatto più marcato nelle regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. Anche nei prossimi anni è prevedibile che l’inasprimento della stretta di bilancio colpisca soprattutto il Mezzogiorno, determinando un peggioramento delle condizioni economiche rispetto al resto del Paese e rispetto agli anni passati, con un ulteriore ampliamento dei divari di crescita.

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lafionda

Una critica filosofica della tecnica

Considerazioni a margine di C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna, 2025

di Paolo Piluso

“Nei meandri labirintici dell’ultimo automa, del ‘formicaio elettronico’,
la critica è la pietà del pensiero”.
(Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, 2025, p. 167)

Il 2025 è stato, per molti versi, l’anno della tecnica (e della tecnopolitica).

Basti ricordare due esempi significativi, pur tra loro così diversi.

In primo luogo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la presenza ingombrante – poi resasi sempre più problematica, sino al congedo dall’Amministrazione – di Elon Musk, ha rappresentato una nuova, significativa, tappa di quel processo di funzionalizzazione dello Stato alle esigenze della “realizzazione tecnica” descritto più di cinquanta anni fa da Ernst Forsthoff nel suo Staat der Industriegesellschaft. Quell’indecifrabile identificazione Stato-tecnica sembra così essersi tradotta, oggi, negli USA di Trump, nell’interdipendenza funzionale, resa evidente dalle dinamiche del nuovo “capitalismo politico”, tra apparati dello Stato (rectius, lo Stato come macro-amministrazione), potere militare e complessi industriali tecnologici, secondo la logica della geo-economia e della “tecnica di Stato”.

Ma, a segnalare l’importanza della “tecnica” per l’anno appena trascorso, si può evocare anche un altro dato: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori dell’ultima edizione del Premio Nobel per le Scienze Economiche.

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Kiev, Gaza… e la cupola d’Occidente

di Vincenzo Morvillo

Dopo la sedicente “operazione antiterrorismo” portata a termine, in realtà, contro organizzazioni di solidarietà palestinesi in Italia, con l’alibi del finanziamento ad Hamas e su esplicita indicazione israeliana, siamo entrati ufficialmente in una nuova fase delle post-democrazie occidentali.

Non possiamo definirle neanche più “democrature“, prendendo a misura l’esautoramento dei parlamenti nazionali. Somigliano ormai alla realizzazione plastica di una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, con ai vertici della Cupola occidentale istituzioni statuali e attori finanziari capaci di esercitare un racket violento, intimidatorio e corruttore nei confronti di governi, partiti, soggetti e personaggi politici: comprati, minacciati, intimiditi.

E soprattutto le cui Costituzioni diventano carta straccia per direttiva degli organismi sovranazionali. Quella Cupola cui accennavamo poc’anzi formata da banche, fondi di investimento, comitati d’affari, istituzioni finanziarie: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, ecc.

Ad ogni modo, a proposito degli arresti in Italia, andrebbe ricordato che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Non si è più votato, dopo, tra un’offensiva israeliana e l’altra. Ma neanche a Kiev, dove il presidente è scaduto da un anno e mezzo e tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Usando i criteri occidentali, insomma, si potrebbe dire che c’è un partito legittimo e democraticamente eletto al governo di Gaza.

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subalternstudies.png

La transizione rivoluzionaria senza capitalismo

la nuova democrazia maoista è superamento di una doppia subalternità

di Ferdinando Dubla

gennaio 1940. Yan’an

Il nodo teorico della concezione di “nuova democrazia” di Mao è la transizione al socialismo. Stretto nella morsa dell’aggressione giapponese alla Cina e al furore anticomunista del suo alleato nazionalista, alleato che finora ha goduto della fiducia immotivata di Stalin e delle ‘spinte unitarie’ dei cominternisti del PCC come Wang Ming, Mao rimane saldo nell’obiettivo strategico: una democrazia di tipo nuovo, un “blocco storico” di classe ma che abbia forza motrice rivoluzionaria nella classe contadina povera; dunque il proletariato urbano diventa alleato ma non ha centralità egemonica nella lotta di classe e quindi perde di importanza la borghesia compradora rispetto alla borghesia latifondista. Non c’è bisogno alcuno di sviluppare nessun capitalismo come forma di dominio borghese, altrimenti si replicherebbe la causa imperialista dello stesso dominio. La ‘doppia subalternità’ del popolo cinese si deve alla struttura semifeudale delle campagne nella forma politica della semicolonia. Anche teoricamente, allora, il leninismo di Mao non è scolastico e meccanicistico, ma creativo marxismo aderente al reale contesto storico-politico nella pratica rivoluzionaria.

Mao prende il nucleo dell’analisi leninista dell’imperialismo ma la rilegge alla luce della realtà semicoloniale e semifeudale della Cina: la rivoluzione diventa principalmente rurale e anti‑imperialista.

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lantidiplomatico

Trump inizia il 2026 con la vecchia guerra aperta asimmetrica

di Alex Marsaglia

Il 2025 degli Stati Uniti si è concluso con la pubblicazione del nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale che ha ridefinito quello che potremmo chiamare un “impero corto”, riprendendo apertamente quella che fu la Dottrina Monroe. Sempre sul finire del 2025 Trump ha chiamato alla sua corte di Mar a Lago i servi del fronte: prima Zelensky e poi Netanyahu per fare la dovuta tirata di orecchie al primo e pianificare l’assalto all’Iran con il secondo.

È stato subito chiaro che non c’era da aspettarsi un totale ritiro dalle aree di influenza storiche, ma un semplice “appalto”. Sin dall’impostazione iniziale del fronte europeo Trump ha parlato di vendere armi, dunque nella sua ottica commerciale la funzione di acquirente resta indispensabile e verrà svolta dall’Unione Europea che avrà comunque ancora un ruolo indispensabile. Sul Pacifico, la strategia trumpiana in funzione anticinese ha portato ad armare pesantemente Taiwan con l’ultimo pacchetto di 11,1 miliardi di dollari di armamenti che ha determinato una delle esercitazioni militari più spettacolari di sempre da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione della Repubblica Popolare che non casualmente si è spinta con obiettivi militari simulati sin nel Golfo del Messico e a Cuba.

E poi è arrivato l’inizio 2026 con l’attacco della speculazione internazionale al Rial iraniano e il solito tentativo di regime change con manifestazioni eterodirette.

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codicerosso

Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod...La scena del crimine che non torna

di Antonio Evangelista

 

Dalla “strage contraffatta” alle zone d’ombra di oggi

«A Beirut furono le mosche a farcelo sapere.»

Così titolò Robert Fisk dopo le stragi di Sabra e Shatila. Le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, coordinate con i militari israeliani, entrarono nei campi profughi di Beirut Ovest nel tardo pomeriggio del 16 settembre 1982 per vendicare l’assassinio di Gemayel. In poche ore i campi palestinesi divennero un ammasso indistinto di morti, vedove e orfani, immersi in un brulicare continuo di insetti necrofagi, accompagnati dal ronzio macabro e dall’odore dolciastro della morte.

I corpi — abbandonati nei viottoli dei campi per pochi giorni — entrarono rapidamente nel ciclo naturale della decomposizione. Era il segno fisico che una strage c’era stata, e che il tempo aveva già cominciato a fare il suo lavoro, mentre orfani e vedove, soccorritori e giornalisti si aggiravano tra i cadaveri coprendosi bocca e naso per sfuggire ai miasmi trasportati nell’aria da nugoli di mosche. Mosche che “banchettavano” sui corpi, infastidendo i cronisti in cerca di verità.

Così a Beirut — noi volontari del Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania — fummo accolti dall’odore dolciastro dei morti e dalla puzza stracciona dei vivi, con sullo sfondo il rombo dei caterpillar che scavavano la fossa comune.

A Bucha, invece, la scena raccontata dalle immagini solleva domande che vanno oltre il “chi ha fatto cosa” e toccano il come e il quando.

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coku

La brutta piega dell’economia-mondo

di Leo Essen

Secondo Immanuel Wallerstein, gli attori privilegiati dell’economia-mondo sono gli Stati-nazione. Essi costituiscono la base strutturale del cosiddetto equilibrio delle forze, un equilibrio che si è storicamente mantenuto attraverso l’instaurazione di un’egemonia di uno Stato sugli altri. Tale egemonia non è mai stata stabile né definitiva, ma ha conosciuto spostamenti ciclici nel tempo. Ogni fase egemonica è stata suggellata da una guerra mondiale, intesa non come evento isolato, bensì come conflitto di proporzioni sistemiche, caratterizzato da elevata distruttività terrestre, da una durata approssimativa di trent’anni e dal coinvolgimento delle principali potenze militari dell’epoca. In questa prospettiva, possono essere considerate guerre mondiali la guerra dei Trent’anni (1618–1648), le Guerre napoleoniche (1792–1815) e l’insieme dei conflitti del Novecento sviluppatisi tra il 1914 e il 1945, concepibili come un’unica guerra mondiale articolata in più fasi.

L’egemonia, tuttavia, non è stata di natura militare, bensì economica. Essa si è storicamente manifestata attraverso meccanismi di scambio ineguale. Tale scambio prende avvio da differenze effettive di mercato, determinate sia dalla temporanea scarsità di processi produttivi complessi, sia da scarsità artificialmente prodotte mediante l’uso della forza. In questo contesto, le merci circolano tra le diverse aree del sistema-mondo in modo tale che la zona in cui il bene è relativamente meno scarso lo vende a un prezzo che incorpora un costo-input effettivo superiore rispetto a quello di un bene di pari prezzo che si muove nella direzione opposta.

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comedonchisciotte.org

Cronache dal funerale della Costituzione

di Andrea Zhok

Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).

Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.

La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).

Ad 1) Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società.

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arianna

Dopo Caracas

di Enrico Tomaselli

Penso sia necessario, ancora una volta, ribadire che è sempre meglio aspettare di conoscere e capire bene gli avvenimenti - soprattutto quando sono di grande impatto anche emotivo - prima di lanciarsi in affermazioni perentorie, che oltretutto rischiano di essere smentite in poco tempo. E quanto avvenuto in Venezuela rientra a pieno titolo in questa casistica. Ci sono cose che abbiamo ancora difficoltà a comprendere appieno, e che quindi devono indurci alla prudenza. Altre cose, invece, possono essere sin d'ora assunte a base di prime analisi e riflessioni.

Una di queste è come gli avvenimenti venezuelani andranno a impattare - collocandosi in un contesto più ampio e articolato - sul resto del mondo.

Un primo risultato, quasi ovvio direi, è che questi eventi produrranno insicurezza, e l'insicurezza induce a rafforzare le difese per fronteggiarla. Possiamo quindi aspettarci che molti paesi, anche non necessariamente nel mirino, comincino a pensare di dotarsi di armi nucleari - l'unica vera garanzia, come dimostra la Corea del Nord. E questo è ovviamente un meccanismo esponenziale, perché se il mio vicino sta per procurarsi un'arma nucleare, anch'io sarò tentato di procurarmela. E quindi, alla fine, la spirale di insicurezza si autoalimenterà, crescendo in maniera preoccupante.

Un altro risultato, non particolarmente felice per gli Stati Uniti, è che il disprezzo e la sfiducia per questo paese e i suoi leader crescerà in maniera esponenziale - prima di tutto in America Latina, ma non solo.

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contropiano2

Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela

di Leonardo Bargigli

Per comprendere gli eventi drammatici dei giorni scorsi, è saggio seguire il giusto invito a ricercare le basi materiali della guerra, applicandolo al caso dell’aggressione statunitense contro il Venezuela. Sebbene sia del tutto ovvio che si tratti di una guerra per il petrolio, non possiamo fare a meno di osservare che sui mercati c’è abbondanza di offerta e che gli USA sono da anni tornati a essere grandi produttori di greggio. Perché il petrolio venezuelano è così importante?

Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).

Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.

Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.

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contropiano2

Smontiamo la montatura

di Sergio Cararo

Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.

In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.

Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.

In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a trentasette ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.

Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.

Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.

Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.

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comidad

I controsensi del bullimperialismo

di comidad

Purtroppo Trump non ha potuto motivare il suo bombardamento natalizio in Nigeria con la dottrina Monroe, poiché pare che all’ultimo momento lo abbiano informato che la Nigeria non si trova in America Latina. Pagliacciata per pagliacciata, Trump poteva tirare fuori la dottrina Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” celebrato nella famosa poesia del 1899. Il “messaggio” del bombardamento è abbastanza scontato: gli USA ribadiscono che vanno a colpire chi gli pare col pretesto che gli pare, e il bersaglio di turno non troverà nessun protettore disposto a rischiare per lui. Ciò era ben chiaro già nel novembre scorso, quando il bombardamento americano venne annunciato. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese è stato affidato a un portavoce, il che è di per sé il segnale di un basso profilo; ma la dichiarazione cinese, al di là della rituale esortazione agli USA di non cercare pretesti religiosi per la sua ingerenza su altri paesi, faceva soprattutto capire che Pechino non avrebbe mosso un dito per proteggere la Nigeria, come pure non sta muovendo un dito per difendere il Venezuela; a parte, ovviamente il vendere i soliti droni.

Il bullo agisce in base a uno schema comportamentale teso a dimostrare che tutti gli altri sono delle merde e che nessuno avrà le palle per sfidare il suo racket. Si dice spesso, ed erroneamente, che le guerre hanno motivazioni economiche; la Nigeria, come il Venezuela, ha grandi riserve di petrolio, e gli USA vorrebbero disporne. Ma il petrolio, di per sé, non giustifica i costi e i rischi di una guerra, dato che si può ottenere tutto il petrolio che si vuole con pratiche commerciali; anche i contratti per l’estrazione possono essere ottenuti con normali tecniche di corruzione.

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La pace (quasi impossibile) in Ucraina

di Gianandrea Gaiani

Pur di difendere il suo negoziato per raggiungere la pace in Ucraina, Donald Trump utilizza da giorni toni morbidi e il linguaggio cauto della diplomazia. Parla di obiettivo quasi raggiunto dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky nella sua residenza a Mar-a-lago anche se deve ammettere che resta lo scoglio non proprio irrilevante delle cessioni territoriali che Kiev deve accettare per fermare l’offensiva russa.

Nelle ultime 72 ore Zelensky non ha fatto molto per favorire il successo del negoziato. Ha ribadito che la presenza di truppe straniere in Ucraina è una parte necessaria delle garanzie di sicurezza che l’Occidente deve offrire all’Ucraina e che per Kiev dovrebbero avere una validità estesa fino a “30, 40 o 50 anni” contro i 15 anni offerti da Trump.

Richiesta che cozza con la posizione russa che ha sempre preteso l’assenza sul territorio ucraino di truppe e armi di paesi aderenti alla NATO per negoziare la pace.

Benché 850 mila maschi ucraini in età d’arruolamento si nascondano per non essere reclutati, 650 mila restino all’estero e almeno 300 mila abbiano disertato solo nel 2025, Zelensky sostiene che la gran parte della popolazione è contraria al ritiro dal Donbass.

“La gente vuole la pace”, ha spiegato in un’intervista a Fox News. “Ho visto un sondaggio che dice che l’87% degli ucraini vogliono la pace ma allo stesso tempo l’85% è contrario al ritiro delle truppe dal Donbass. Tutti vogliono la pace, ma una pace giusta“, ha dichiarato Zelensky.

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contropiano2

Chi definiamo, oggi, terrorista?

di Lavinia Marchetti*

Abu Mohammad al Jolani, per anni nome da taglia dell’FBI, oggi circola come Ahmad al Sharaa, presidente siriano ricevuto alla Casa Bianca con onori da Donald Trump, con sponde diplomatiche che fino a ieri parevano impensabili.

Bello vero? Da terrorista da top 5 dei ricercati a “attendibile” partner del presidente USA. Strana la vita. Strane le definizioni. Il Regno Unito ha appena rimosso Hayat Tahrir al Sham dalle organizzazioni bandite, e Reuters ha raccontato la logica politica esplicita di quel gesto. (leggetelo, è interessante, importante: Il Regno Unito rimuove la designazione di terrorismo per l’HTS siriano, https://www.reuters.com/…/uk-removes-terrorism…/…

Queste metamorfosi rendono visibile un meccanismo che in Europa si preferisce lasciare implicito: l’etichetta “terrorista” vive anche di liste, deroghe, opportunità diplomatiche, scelte di potenza, anzi vive soprattutto di queste. La parola entra nei codici penali, poi scivola nel linguaggio comune, poi torna al diritto come un’ombra che ritiene attuazione, pure penale.

In sede ONU il punto resta incandescente, perché la definizione giuridica condivisa resta oggetto di stallo. Un resoconto dell’Assemblea generale lo dice con chiarezza: «In assenza di una definizione specifica di terrorismo, ha sottolineato la necessità di distinguere tra il terrorismo … e gli atti di resistenza nazionale contro l’occupazione straniera».

La lotta armata, sotto occupazione, è LEGITTIMA. Trovate che esiste una situazione che meglio calza con questa definizione di Israele e Palestina? Io no. Quindi in base a quale diritto si definisce Hamas un’organizzazione terroristica? Mistero! Ci piace? No, Hamas non ci piace. Ma il giudizio non è né etico, né estetico, semmai penale.

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piccolenote

Venezuela. Il precedente: quando i nazisti rapirono Horty

di Davide Malacaria

Quanto avvenuto in Venezuela ha un precedente non eccessivamente edificante, quando i nazisti catturarono il reggente dell’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, per vanificare l’armistizio che questi aveva siglato con l’Unione sovietica nell’ottobre del ’44. Horty, fu catturato con un blitz ordinato da Hitler per ricondurre l’Ungheria sotto il proprio giogo e farle proseguire il conflitto. L’ammiraglio invitò i suoi a non resistere, ma ci fu ugualmente uno scontro a fuoco limitato. Poche vittime, Horty arrestato, l’Ungheria piegata.

La differenza è che in Venezuela il governo chavista è rimasto in carica, guidato dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. E non è poco. Com’è avvenuto per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, Trump ha subito dichiarato vittoria, aggiungendo che la Rodríguez collaborerà con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle risorse venezuelane da parte delle imprese statunitensi. Questo il senso della sua bislacca risposta sul futuro del Paese latinamericano: “governeremo noi”.

Una prospettiva che non deve essere piaciuta affatto a Marco Rubio, che questa aggressione ha desiderato ardentemente. Soprattutto perché la dichiarazione è arrivata insieme alla doccia fredda su Maria Corina Machado, che questi e i neocon già pregustavano alla guida del Paese. Trump l’ha trattata come una Guaidò qualsiasi: “Non ha nessun sostegno né gode di rispetto nel suo Paese” (peraltro, Rubio aveva sostenuto la candidatura della donna al Nobel per la pace e nell’ultimo anno era rimasto in contatto con l’opposizione venezuelana che a lei fa riferimento). Anche il Washington Post, che da tempo spinge per l’intervento, nell’editoriale di ieri ha criticato Trump per aver scartato la Machado.

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La strategia della rapina

di Dante Barontini

L’appetito vien mangiando. Se qualcuno aveva frainteso la nuova “Strategia di sicurezza” statunitense interpretandola come un “delirio” ora dovrà convincersi che si tratta effettivamente di una svolta strategica, per quanto “piena di furore e nulla”.

Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New york dopo il rapimento che già l’amministrazione Trump preannunciava altri attacchi o “interessamenti” contro Messico, Colombia, Iran e naturalmente Cuba e persino la Groenlandia.

Proprio quest’ultimo territorio, di proprietà della fedelissima Danimarca e quindi di fatto exclave dell’Unione Europea, mai attraversato da impulsi “antimperialisti” e tanto meno dal “narcotraffico” (meno di 60.000 abitanti sparsi in un continente ghiacciato che ospita peraltro diverse basi yankee) chiarisce che la nuova strategia Usa è totalmente incentrata sull’accaparramento di risorse naturali. Con qualsiasi mezzo.

Fa parziale eccezione Cuba, povera di risorse ma da sempre spina nel fianco imperiale, da 65 anni resistente ad ogni pressione, embargo, attacchi militari e/o diplomatici.

Economia e odio politico si intrecciano e sovrappongono, come sempre, ma la scelta di non mascherare più con “sacri principi” la corsa all’accaparramento bruto di ricchezze destabilizza la “narrativa” euro-atlantica che fin qui aveva provato a presentare come “giuste”, anche sul piano del diritto o quantomeno dei “valori” (già più vaghi e quasi sempre indefiniti) certe pretese imperiali.

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contropiano2

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

di Emiliano Brancaccio

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.

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analisidifesa

La scommessa di Caracas rischia di destabilizzare il cortile di casa di Trump

di Gianandrea Gaiani

Il blitz della Delta Force a Caracas che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro con la moglie e gli attacchi militari statunitensi al Venezuela si prestano a diverse valutazioni.

Sul piano politico-strategico si conferma “l’eccezione” statunitense, cioè la piena determinazione degli USA, indipendentemente da chi li governa, di poter fare con le armi ciò che vogliono; bombardare ovunque, effettuare “regime changes”, stabilire chi siano o meno dittatori, sequestrare e processare fuori da ogni legittimazione chiunque ritengano un avversario o un ostacolo ai loro interessi etichettandolo sempre come “terrorista”.

Non è una novità, Trump applica questo principio come hanno fatto altri presidenti prima di lui (indicativo che i suoi modelli siano Ronald Reagan e Theodore Roosevelt), forse mettendoci una più spinta e compiaciuta arroganza. Del resto Stati Uniti e Israele da decenni uccidono e attaccano nel mondo chiunque li ostacoli, con una spregiudicatezza resa possibile solo dalla sudditanza con cui il resto del mondo lo accetta, anche se sempre più a fatica.

L’imbarazzo degli “alleati” europei è palpabile e manda in soffitta l’insulsa contrapposizione “aggressore-aggredito” su cui giustificano da quattro anni l’ostracismo verso la Russia e il sostegno all’Ucraina.

Nonostante Biden li abbia portati sull’orlo della guerra con la Russia e Trump li abbia umiliati e bastonati per lasciarli poi soli di fronte a Mosca, gli europei continuano in parte ad approvarne contro voglia l’operato degli USA (perché Maduro era un “dittatore”, termine ormai applicato a chiunque non piaccia al cosiddetto Occidente) e in parte a criticarlo ma con moderazione.

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laboratorio

Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi

di Domenico Moro

L’atto di guerra degli Usa contro il Venezuela, con il quale è avvenuto il sequestro del presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, e di sua moglie, ha un carattere imperialista e rappresenta un episodio di quella che Papa Francesco chiamò “la terza guerra mondiale a pezzi”.  Il sequestro e il contestuale bombardamento aereo, che ha provocato alcune decine di morti fra i civili e i militari venezuelani, sono illegali e, avendo violato la sovranità del Venezuela, in contrasto con il diritto internazionale e con lo Statuto dell’Onu (articolo 2).

Trump ha giustificato l’azione militare sostenendo che Maduro fosse il capo di un cartello della droga e un narcoterrorista. In questo modo, avvalendosi di una legge statunitense varata dopo l’attentato alle Torri Gemelle, ha potuto bypassare l’autorizzazione del Parlamento statunitense. Il fatto, però, è che l’Onu ha dichiarato che il Venezuela non produce né commercializza droga, che nel paese non operano cartelli della droga e che il traffico della droga verso gli Usa si serve della rotta del Pacifico e non di quella caraibica, dove c’è il Venezuela. A Trump, si sono accodati Giorgia Meloni e il suo governo, che ha definito “legittima” l’azione bellica, dimostrando ancora una volta di essere supini alleati degli Usa. Evidentemente, per la Meloni in questo caso non c’è “un aggressore e un aggredito”, a differenza che in Ucraina.

Le vere cause dell’aggressione al Venezuela sono altre.

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lantidiplomatico

A chi inviamo le armi?

di Marco Travaglio

Pubblichiamo l'editoriale di Marco Travaglio di oggi. Si tratta di uno dei pochissimi articoli onesti e degni in una palude di melma che fa toccare alla stampa italiana forse il momento più bassa della sua famigerata storia recente

L’attacco criminale e terroristico di Trump allo Stato sovrano del Venezuela, nella miglior tradizione del “cortile di casa”, è una conferma e al contempo una lezione per chi non vuole capire come va il mondo.

 

1) La conferma è che cambiano i presidenti – democratici o repubblicani, ortodossi o eterodossi – ma non gli Usa, che fanno sempre i loro porci comodi. Ma senza mai preoccuparsi del “dopo”. Trump è un eterodosso, tant’è che sogna ridicolmente il Nobel per la Pace, mentre i suoi predecessori han sempre vinto ad honorem quello della Guerra. Ma il suo sbandierato isolazionismo viene regolarmente risucchiato dal cancro “neocon” che gli siede accanto nelle persone di Rubio e di tanti invisibili del Deep State. La differenza con gli altri presidenti è che Trump non prova neppure ad ammantare il golpe a Caracas con l’esportazione della democrazia, l’ingerenza umanitaria o altre esche per gonzi: dice papale papale che vuole il petrolio e quando parla di “narcoterrorismo” non ci crede nemmeno lui (ha appena graziato l’ex presidente honduregno Hernandez, condannato negli Usa a 45 anni per un mega-traffico di cocaina).

 

2) La lezione è che l’Occidente non ha mai avuto alcun titolo per insegnare il diritto internazionale alle “autocrazie”.

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lantidiplomatico

Venezuela: capitolare o resistere?

di Leonardo Sinigaglia

Il barbarico rapimento del presidente Nicolas Maduro mette tutto il mondo davanti alla verità oggettiva dell’impossibilità di una "transizione pacifica” al multipolarismo. Non può esistere nessuna "coesistenza pacifica” con le forze dell’imperialismo statunitense e i suoi satelliti. Gli Stati Uniti non abdicheranno alla loro posizione egemonica, né si faranno scrupoli a violare il diritto internazionale per tentare di ritardare il più possibile il proprio irreversibile declino.

Molti hanno paura delle conseguenze di una guerra mondiale, ma la verità è che gli Stati Uniti hanno già dichiarato guerra al resto del mondo: ovunque, chi non piega la testa al loro regime terroristico internazionale, è vittima di attacchi sempre più violenti e diretti, condotti nella totale impunità. Gli appelli al rispetto del diritto internazionale, se possono marcare una differenza di visione rispetto ai gangster di Washington, non sono sufficienti. E’ necessario che le forze impegnate nella costruzione di un mondo multipolare abbandonino ogni illusione riformista, per abbracciare un punto di vista rivoluzionario.

Ciò non significa certo adottare una politica estera avventurista all’insegna della ricerca dell’escalation a tutti i costi: significa, in primo luogo, fare i conti con la quinta colonna interna. Sanzioni economiche, sottosviluppo e rimasugli di liberalismo costituiscono il terreno ideale per la formazione di raggruppamenti interessati a tradire il proprio paese a favore degli imperialisti, tanto all’interno delle istituzioni, quanto della società civile.

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lantidiplomatico

Venezuela: la partita è aperta

di Pino Arlacchi

E’ difficile, in situazioni come questa, ragionare con la testa e non con altre parti del corpo, come fanno Trump e il codazzo politico-mediatico che approva il suo tentato cambio di regime in Venezuela. Dico tentato perché fino adesso non ci sono gli elementi essenziali di un colpo di stato, eccetto il sequestro e il rapimento del Presidente di uno stato sovrano. Avvenuto a quanto sembra grazie a qualche classico tradimento da guardie del corpo, e non come espressione di una rete di congiura e di malcoltento interni.

Un cambio di regime è la sostituzione di un governo con un altro grazie a un piano, che consiste molto spesso nella combinazione di un attacco esterno e una cospirazione intestina, politica e soprattutto militare. Si rovescia un assetto di governo e ci si presenta al popolo come titolari di un potere sovrano alternativo. Ma è proprio questo che finora non è accaduto a Caracas.

Dov’è il nuovo esecutivo che nel corso di un vero colpo di stato si installa a palazzo Miraflores nelle stesse ore delle bombe? Dove sono i militari ribelli che si impadroniscono dei mezzi di informazione, delle sedi di Parlamento, Corti costituzionali e ministeri? Da nessuna parte. Esecutivo e forze armate del Venezuela sono rimasti compatti al loro posto, senza la minima smagliatura, e senza che apparisse sulla scena alcun governo provvisorio già formato, e sostenuto da alcuna forza reale di opposizione.

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contropiano2

La storia non è una notifica

di Alfredo Facchini*

Perché l’assuefazione è il vero ordine del presente.

Stamattina mi sono alzato con gli Stati Uniti che bombardano Caracas. Non ho fatto nulla. Come tutti. Ho acceso lo schermo. Ho letto. Ho assorbito. Poi il caffè, le notifiche. L’unico sussulto: ho scritto un articoletto militante. Un fatto enorme, trattato come un disturbo temporaneo.

È in quel punto preciso che nasce l’impotenza. Non nello shock, ma nella normalità con cui tutto passa. Bombardare una capitale diventa una riga nel flusso. Scivola.

Il potere conta su questo: sulla distanza tra ciò che accade e ciò che ci attraversa. Una distanza costruita, coltivata. Non ci viene chiesto neanche di approvare. Ci viene chiesto di continuare a vivere come se nulla pretendesse risposta.

L’assuefazione lavora così. Non spegne la coscienza, la stanca. La espone a una sequenza di eventi troppo grandi, troppo rapidi, troppo numerosi. Alla fine non resta indifferenza: resta paralisi. Tutto sembra grave, tutto sembra fuori portata.

Bombardano Caracas. Non c’è bisogno di convincerci che sia giusto. Basta che venga percepito come uno dei tanti atti di forza che non dipendono da noi. Lontani, già archiviati mentre avvengono.

L’impotenza non è una mancanza individuale. È una condizione politica. È il risultato di una pedagogia lunga, paziente, che ha insegnato alle masse a guardare senza intervenire, a sapere senza agire, a indignarsi senza trattenere nulla.

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tempofertile

3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto

di Alessandro Visalli

Userò una formula che non amo, ma che è necessaria qualche volta. Non si può essere tutto, ma capita che il mondo metta di fronte alla necessità di valutare dimensioni di cui non si è specialisti.

Non sono un giurista, ma ciò che è accaduto il 3 gennaio 2026 è un passaggio storico. Si tratta di un cambiamento irreversibile che fa seguito alla recente pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, nella quale è dichiara l’intenzione di affermare il dominio sull’emisfero Occidentale ed espellere i paesi extraemisferici (la Russia e la Cina).

Ciò che ha fatto l’Amministrazione Trump è un atto extragiudiziario sia sul piano dell’esile Diritto Internazionale e delle sue Istituzioni, sia su quello strettamente interno. Un atto senza alcuna base giuridica, pura forza. Si tratta della diretta contestazione della Carta delle Nazioni Unite tale da determinare un terremoto di portata catastrofica, e di lunghissima durata, sui meccanismi messi faticosamente (e non senza forzature) in piedi nel dopoguerra, con l’espresso obiettivo di non rendere più possibile fenomeni come il Nazismo.

Si è trattato di un atto giustificato come espressione di un law enforcement militarizzato, fondato su un superseding indictment (Atto di accusa sostitutivo) non emesso da alcun organismo giuridico preesistente e avente giurisdizione. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti[1], come ovvio, ha giurisdizione su questi ultimi e non ha portata extraterritoriale di tale portata da poter travolgere l’immunità dei Capi di Stato in carica. Non è la prima volta che accade, ma è sempre stato avanzato dagli Stati Uniti e solo da questi.

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ilpungolorosso

Giù le mani dal Venezuela e dall’America Latina, gangster di Washington!

di Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Trump, il “presidente della pace” che avrebbe posto fine a tutte le guerre lasciate in eredità da Biden, dopo l’avallo dato a Netanyahu perché continui l’operazione genocida a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania; dopo i bombardamenti sull’Iran e sulla Siria; dopo la distruzione di 36 imbarcazioni e l’assassinio di centinaia di naviganti al largo del Venezuela con il pretesto privo di prove che si trattasse di narcotrafficanti; dopo il sequestro di tre petroliere venezuelane; ha lanciato nella notte del 2 gennaio un’operazione militare e golpista contro il Venezuela.

Gli Stati Uniti hanno bombardato 7 centri in Venezuela (basi militari, aeroporti e il mausoleo bolivariano a Chavez) e rapito il presidente Maduro e sua moglie, che saranno “giudicati” da un tribunale di New York, sulla base di accuse per traffico di droghe e “acquisto di armi da usare contro gli Stati Uniti” (!!!). Questo dopo che gli stessi report USA 2025 sulla lotta ai traffici internazionali di droga non citavano il Venezuela.

Ma lo stesso Trump non ha tardato, in queste ore, a dichiarare apertamente lo scopo dell’aggressione: “Saremo finalmente coinvolti nell’industria petrolifera venezuelana“, di quel Venezuela che ha le più grandi riserve petrolifere del pianeta.

Questa azione di pirateria internazionale, in violazione di ogni regola internazionale che i vari stati borghesi si sono dati tramite l’ONU e altre loro istituzioni, è la prima evidente applicazione della nuova dottrina strategica USA, che ripristina la dottrina Monroe del 1823, sintetizzata con lo slogan: “le Americhe agli americani”, ossia agli Stati Uniti.

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lantidiplomatico

Venezuela 1999-2026: un quarto di secolo sotto attacco USA e oggi sotto le bombe

di Fabrizio Verde

Da Chávez a Maduro, il Venezuela ha resistito a ogni forma di guerra non convenzionale. Oggi, il mondo assiste al passaggio alle armi vere e al sequestro di un capo di Stato

L’assalto militare degli Stati Uniti contro il Venezuela non è un fulmine a ciel sereno. È il culmine di una campagna durata un quarto di secolo, articolata su piani diplomatici, economici, militari e informativi, e concepita per soffocare un’esperienza politica che a Washington ha sempre rappresentato un affronto strategico: la Rivoluzione Bolivariana.

Tutto cominciò nel dicembre 1998, quando Hugo Chávez, un ex paracadutista con un carisma popolare raro nella storia latinoamericana, vinse le elezioni alla guida di una una coalizione che comprendeva anche le masse storicamente emarginate, promettendo di capovolgere un modello di disuguaglianza radicato da decenni. Fino ad allora, il Venezuela era stato un alleato docile di Washington, una fonte inesauribile di petrolio a basso costo e un pilastro della cosiddetta stabilità nell’emisfero occidentale. Il “voltear la tortilla”, come diceva Chávez, non poteva restare impunito.

 

Dalla destabilizzazione al golpe: le prime mosse di Washington

Già nel 2001, Washington osservava con crescente inquietudine le 49 leggi promulgate dal governo venezuelano, tra cui quelle sulla riforma agraria, tributaria e soprattutto petrolifera.

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perunsocialismodelXXI

Diritto internazionale? Non fatemi ridere!

di Carlo Formenti

(una prima reazione a caldo al blitz Usa in Venezuela)

Le motivazioni dell’attacco americano al Venezuela (la guerra al narcotraffico) sono così scopertamente pretestuose che persino i media italiani (i più asserviti dell’Occidente agli interessi dell’imperialismo Usa) non possono fare a meno di ammettere che il vero obiettivo del blitz è il controllo sulle immense risorse petrolifere del Paese latinoamericano. Un prima rapida occhiata ad alcune delle maggiori testate europee conferma che le voci di condanna prevalgono sulle giustificazioni (il che è tanto più significativo in quanto l’atteggiamento dell’Europa nei confronti del regime socialista venezuelano è sempre stato a dir poco vergognoso: dalle fake news sulla presunta natura totalitaria della rivoluzione bolivariana, all’esaltazione di personaggi come la politica venezuelana di estrema destra Machado, insignita del premio Nobel per la Pace).

Ciò detto è opportuno porsi una domanda: se l’attacco fosse stato ordinato, invece che da Trump, da Biden o da un altro presidente democratico la reazione sarebbe stata la stessa, oppure staremmo assistendo a un coro di felicitazioni per il rovesciamento del “dittatore” Maduro e per la restaurazione della “democrazia” a Caracas? La domanda è ovviamente retorica, ma se chi mi legge avesse dubbi in proposito, gli consiglio di ricordare (se non è troppo giovane) quale è stata la reazione delle “democrazie” europee a tutte le aggressioni criminali perpetrate dagli Stati Uniti in Iraq, Afganistan, Libia, Serbia (occasione in cui siamo stati complici attivi).

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lantidiplomatico

Aggressione al Venezuela. Le prime (vergognose) dichiarazioni del governo Meloni

di Redazione

C'è un aggressore e un aggredito. Il Satana dei nostri tempi, come l'ha correttamente definito il Prof. Marandi in queste ore, gli Stati Uniti, hanno iniziato l'ennesimo crimine per il dio petrolio e denaro.

Nella notte venezuelana del 3 gennaio, Washington ha iniziato bombardamenti sul territorio venezuelano. Il governo di Caracas, con un recente comunicato, ha denunciato una "gravissima aggressione militare" da parte degli Stati Uniti su località civili e militari negli stati di Miranda, Aragua, La Guaira e nella capitale Caracas, e ha ordinato "lo spiegamento del comando per la difesa integrale della nazione".

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linterferenza

Venezuela: Trump e gli USA gettano la maschera

di Fabrizio Marchi

La banditesca aggressione al Venezuela conferma, per chi avesse nutrito dei dubbi, la natura squisitamente imperialista dell’attuale amministrazione americana. Ma in realtà conferma la natura (e la struttura) imperialista degli USA di cui l’attuale amministrazione è soltanto una delle sue diverse rappresentazioni. Che alla Casa Bianca ci siano i repubblicani o i democratici, i conservatori o i “progressisti”, i neoconservatori o i liberal, Bush oppure Obama, Clinton o Trump, la musica non cambia né può cambiare. Possono mutare le strategie, le tattiche e le “coperte” ideologiche, ma la sostanza resta immutata. Gli Stati Uniti nascono e si affermano come potenza e poi come superpotenza imperialista mondiale e tale vogliono rimanere, a qualsiasi costo.

Questo sfacciato e criminale attacco ha diversi obiettivi. Innanzitutto liberarsi di un governo socialista e ovviamente non prono ai diktat di Washington sostituendolo con un governo fantoccio e asservito, e naturalmente mettere le mani sulle grandi risorse petrolifere di quel paese, con la complicità delle classi proprietarie locali, cioè di una borghesia corrotta, sordidamente reazionaria e antipopolare che non ha mai fatto mistero dei suoi intenti golpisti. Una borghesia stracciona e “compradora” di cui la neo vincitrice del Premio Nobel per la Pace (ormai da tempo una farsa a scopi propagandistici e mediatici), Maria Corina Machado, è la più “valida” rappresentante.