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Guerra giusta e guerra santa
di Edoardo Greblo
L’adozione del linguaggio religioso nella retorica bellica è diventato una caratteristica ormai ricorrente dell’amministrazione Trump, che ha trasformato la politica estera e l’azione militare degli Stati Uniti in una sorta di impegno messianico. Il Segretario della Difesa Pete Hegseth ha descritto il conflitto con l’Iran come una “missione religiosa” da “nuovi crociati”, una “guerra santa” in nome della quale non esita a invocare la “provvidenza onnipotente di Dio”. Naturalmente, la politica americana non è nuova ad appelli di questo tenore. Già George Bush aveva adottato un linguaggio con connotazioni religiose in tema di lotta al terrorismo, specialmente nei primi anni dopo l’11 settembre, senza però mai dichiarare formalmente una “guerra di religione”. Con Hegseth si è compiuto un passo ulteriore: è arrivato il momento di far acquisire agli Stati Uniti il ruolo di nazione cristiana chiamata a difendere e a diffondere la propria civiltà.
Ora, le guerre non si combattono soltanto con le armi, ma anche con le parole. Il linguaggio usato per descriverle ne influenza la comprensione, la giustificazione e il giudizio. L’equivalenza tra “guerra giusta” e “guerra santa” postulata da Hegseth non si scontra soltanto con l’evidenza: si possono dichiarare guerre giuste senza che siano sante, così come non è detto che le guerre sante possano essere sempre considerate giuste. Ma, e soprattutto, porta a ignorare come sia stata proprio una lunga tradizione intellettuale cristiana a elaborare una distinzione fondamentale tra guerra giusta e guerra santa. La prima mira a limitare l’esercizio della forza affermando l’applicabilità di criteri morali anche nel caso degli interventi armati. La seconda, al contrario, sacralizza la violenza, presentandola come un dovere imposto da un’autorità indiscussa e indiscutibile che impone la difesa e l’affermazione della “vera” religione.
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Il rebranding di Israele: distruggere Ben Gvir per salvare il sionismo (e i suoi crimini)
di Clara Statello
Sarebbe uno spettacolo ridicolo e grottesco, se non ci fosse di mezzo un genocidio. Il tweet con la condanna di Ben Gvir e la richiesta ufficiale di scuse pubblicato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che per la prima volta prende le difese di attivisti italiani, è stato estraniante. Lì per lì sembrava di essere finiti in un universo parallelo, in cui l’Italia è un Paese sovrano.
Poi è arrivato il post del ministro Tajani, che ha condiviso su Facebook il vergognoso video di Ben Gvir con gli attivisti della Global Sumud Flotilla sottoposti a tortura, stigmatizzandolo con il banner “INACCETTABILE”.
È seguita la dura condanna del titolare della Difesa Crosetto e del presidente della Camera Fontana. La levata di scudi, praticamente unanime, è culminata con la durissima presa di posizione del presidente Sergio Mattarella che condanna il "trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele".
Ovviamente nessuno prende sul serio questo riposizionamento. Una settimana fa le critiche al trattamento che Israele riserva ai suoi prigionieri, le accuse di violazione del diritto internazionale, sarebbero state bollate come antisemitismo dalle stesse personalità che oggi le muovono.
Cosa è cambiato? Quale linea rossa ha superato Israele?
In realtà nessuna. Israele ha semplicemente perso due guerre contro l’Iran in dieci mesi, ha militarizzato il Mediterraneo, con la sua pretesa di eccezionalismo ha destabilizzato l’intera regione da Gibilterra al Golfo Persico passando per il Mar Rosso.
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Il Pakistan a difesa dell’Arabia Saudita: il Golfo Persico nell’era delle garanzie incrociate
di Giuseppe Gagliano
Lo schieramento di 8.000 soldati pakistani, di uno squadrone di caccia JF-17 Thunder (Nella foto) e di un sistema cinese di difesa aerea HQ-9 (derivato dal russo S-300)in Arabia Saudita è molto più di un rafforzamento militare temporaneo. È il segnale di una trasformazione profonda degli equilibri strategici nel Golfo. Per decenni, la sicurezza saudita è stata costruita intorno a un pilastro quasi esclusivo: la protezione americana. Oggi quel pilastro non scompare, ma viene affiancato da nuove garanzie, nuove dipendenze e nuovi attori.
La presenza pakistana nel regno saudita mostra che Riad non intende più affidare la propria sicurezza a un solo garante. Gli Stati Uniti restano indispensabili, con i loro sistemi Patriot, THAAD, capacità di intelligence, basi regionali e influenza diplomatica. Ma l’Arabia Saudita, davanti alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, al blocco di fatto dello Stretto di Hormuz e alla vulnerabilità delle rotte energetiche, cerca una profondità strategica ulteriore. E la trova in Pakistan, potenza musulmana, dotata di un esercito numeroso, di capacità missilistiche, di esperienza convenzionale e, soprattutto, di un arsenale nucleare.
È questo il punto più delicato. Nessuno dirà apertamente che l’Arabia Saudita si è messa sotto l’ombrello nucleare pakistano. Islamabad stessa appare prudente, quasi preoccupata dalle interpretazioni troppo esplicite circolate in ambienti sauditi. Ma la percezione conta. E nel linguaggio della deterrenza, la percezione è parte della realtà.
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Nel giardino dell'Occidente
di Chiara Zanella
Capita a volte, nella storia, che gli eventi si raggrumino in una strettoia a imbuto configurando una sorta di lente attraverso cui diventa possibile cogliere la prospettiva d’insieme. Per molta gente, gli anni dal 2019 a oggi hanno svolto questo ruolo; essi hanno reso palesi aspetti cruciali del cosiddetto Occidente che altrimenti sarebbero sfuggiti allo sguardo distratto o forse poco acuto dei più: dalla matrice economica neoliberista con la sua rapace violenza fino alla marcata piegatura verso la biopolitica e la sorveglianza tecnologica (le lezioni romane di Peter Thiel docent); dallo scossone allo stato sociale – filtrato dai lock down e dal Re-arm – verso un regime di decrescita non proprio felice fino alle evidenti dinamiche di esclusione sociale (in qualche caso, di morte civile); dalla lotta alla disinformazione al sapore di censura fino alle guerre propugnate per difendere il “diritto internazionale”, passando per quelle utili a “esportare la democrazia e i diritti umani”, quelle “preventive” in stile Colin Powell ed epigoni e, new entry, la guerra di (pre)potenza che dovrà condurci all’Armageddon con tanto di mandato pastorale. Eccetera.
In quest’epoca di iper-esposizione mediatica e di tecnologie alteranti come l’AI, risulta difficile fissare lo sguardo sugli eventi, visto che essi hanno perso ogni concretezza e sembrano evaporare davanti ai nostri occhi; sembra dunque un’impresa titanica riuscire ad elaborare delle ragioni che li comprendano (nel senso letterale di cum-prendere, tenere insieme).
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Escher: rigore matematico e incanto dell’immaginazione oltre le miserie e le prigioni dell’ovvio
di Gioacchino Toni
M.C. Escher, Esplorando l’infinito, introduzione di Luca Taddio, presentazione di Federico Giudiceandrea, Aesthetica Edizioni, Milano, 2026, pp. 214, € 26,00
Come scrive Luca Taddio introducendo il volume Esplorando l’infinito, coniugando rigore matematico e incanto dell’immaginazione, Escher sfida la percezione dello spettatore, «celebra l’enigma della visione: invita chi guarda a smarrirsi nei labirinti della percezione, a seguire scale che non portano in nessun luogo, a contemplare superfici che si trasformano e a indagare oggetti impossibili dove l’infinito sembra sfidare il finito» (p. 7). La potenza dell’inatteso delle opere di Escher deriva l’onirico e l’incanto dal rigore delle geometrie impossibili che inventano metamorfosi e trasformazioni, scambi sorprendenti tra pieno e vuoto, alto e basso, interno ed esterno, ecc…
Derivando la realtà dall’illusione, scrive Taddio, «Escher sembra volerci ricordare che il mondo non è fatto solo di ciò che vediamo, ma anche di ciò che immaginiamo»; il suo è «un invito a guardare oltre, a sfidare i limiti della percezione, a perdersi per il puro piacere di scoprire nuove possibilità di visione: virtualità dove ogni curva rivela un paradosso, ogni angolo una possibilità, ogni spazio un segreto». Insomma, l’olandese si rivela «un creatore di mondi, un poeta dell’infinito, un artigiano della forma che ha saputo intrecciare arte e scienza, trasformando la realtà in sogno e il sogno in realtà» (p. 8), mostrando la reversibilità del confine tra illusione e verità.
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Il fronte del Baltico: droni, basi NATO e "l'assedio a Kaliningrad"
di Fabrizio Poggi
Hanno avuto la risonanza voluta dal loro autore i guaiti del ministro degli esteri lituano Kestutis Budrys all'indirizzo della regione di Kaliningrad, con l'incitamento alla NATO a «radere al suolo» le installazioni militari là dislocate. Passati i latrati, è il caso di chiedersi se questi siano qualcosa di più serio che non le mosse di un botolo che, finché si sente protetto dal guinzaglio, abbaia a squarciagola, salvo andarsi poi a rimpiattare tra le gambe del padrone, non appena avverta la propria nullità di fronte a un avversario più grande e più forte. Il fatto è che quella del ministro lituano non costituisce una novità.
Moskva ha più volte indicato che la NATO intensifica le attività in tutta la regione baltica e che la Joint Expeditionary Force a guida britannica non da ora simula scenari per la conquista di Kaliningrad. In generale, l'area baltica sembra essere quella cui la Russia è destinata a prestare l'attenzione più seria.
In particolare da parte lituana, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA, a più riprese si è parlato di blocco del transito verso l'exclave russa. Da parte NATO, il generale Chris Donahue, a capo del Allied Land Command and U.S. Army Europe and Africa, ha parlato di un piano per la «soppressione operativa del potenziale difensivo delle forze russe nella regione di Kaliningrad». L'Istituto statale danese di studi internazionali, nel rapporto "Kaliningrad 2024: focolaio di caos e distruzione della Russia nel Mar Baltico", assicurava che per «Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Stati baltici, Kaliningrad rimane una fonte di rischio a lungo termine».
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La vera minaccia viene dalle fondazioni non profit
di comidad
Il recentissimo caso fantavirus dimostra come ci sia in giro una gran sete di “normalità”, cioè di quelle finte emergenze sanitarie che si auto-alimentano attraverso l’effetto sponda tra l’allarmismo mediatico e i movimenti di denaro. Non per niente le Borse e i media (le prime “gazzette”) sono nati e cresciuti praticamente insieme nel corso del XVII secolo, in base al meccanismo per cui si droga il mercato azionario drogando l’informazione, e viceversa. Un’ulteriore variabile è il capitalismo “filantropico”, cioè il capitalismo delle fondazioni “non profit”, come la Rockefeller Foundation, che ormai svolgono un ruolo decisivo nel condizionare la politica sanitaria. Si determina così una combinazione esplosiva tra i profitti di Borsa delle corporation farmaceutiche e la possibilità di evadere le tasse grazie alle immunità fiscali che la legislazione accorda al non profit.
Oltretutto le sentenze della Corte Suprema statunitense hanno più volte confermato che le donazioni in denaro sono protette dal Primo Emendamento della Costituzione, quello che garantisce la libertà di espressione e di parola. Lo diceva anche Eduardo Scarpetta: il denaro è la voce dell’uomo. Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, le donazioni possono addirittura avvalersi della protezione dell’anonimato. Ciò comporta non soltanto la possibilità di evadere il fisco, ma persino di riciclare denaro; e tutto legalmente.
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Oltre l’ultima “linea rossa”
di Dante Barontini
Sparare su imbarcazioni a vela, con a bordo soltanto civili, che trasportano medicinali e altro materiale sanitario per una popolazione sottoposta a genocidio, è ovviamente un crimine contro l’umanità.
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’”Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, ciò che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”.
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Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
di Dante Barontini
Con il rientro di Alessandro Mantovani e del parlamentare cinquestelle Dario Carotenuto si capisce molto meglio quel che è successo durate e dopo l’assalto pirata della marina israeliana alla Sumud Flotilla. E anche come era stata organizzata l’operazione di “hasbara” per gestire con il minimo costo possibile – per Tel Aviv – l’evidente e clamorosa violazione di qualsiasi diritto (del mare, internazionale, umano).
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
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Autopsia di un Conflitto: “Katechon” come giustificazione
di Kamran Babazadeh
Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.
Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.
La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.
In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.
Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.
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Roulette russa
di Enrico Tomaselli
Una delle questioni cruciali, nell’ambito di un conflitto cinetico, è la gestione dell’escalation. E chi ha modo di controllarla, ha automaticamente in mano un potentissima leva per condizionare il conflitto. Appare abbastanza evidente che, nella guerra russo-ucraina, lo sforzo maggiore da parte russa è stato proprio cercare di gestire l’escalation da parte del blocco NATO, cosa che ha fatto però prevalentemente cercando di contenerla. Nel corso dei trascorsi 51 mesi di guerra, sono innumerevoli le linee rosse varcate dalle forze ucraine e dai paesi dell’Alleanza Atlantica, e fondamentalmente Mosca ha sempre cercato di non rispondere alzando a sua volta il livello dello scontro, preferendo incassare il colpo e dimostrarne l’inefficacia a fini strategici. Ovviamente, questo non ha affatto scoraggiato gli atlantisti, che anzi hanno sempre interpretato ciò come la possibilità di fare sempre un ulteriore passo avanti – che infatti è esattamente quanto hanno fatto.
In tempi più recenti, la Russia ha cercato di porre un freno aumentando il livello di deterrenza, dapprima modificando la propria dottrina d’uso delle armi nucleari, poi con attacchi dimostrativi utilizzando il missile balistico ipersonico a raggio intermedio Oreshnik, e annunciando altre armi come il siluro nucleare Poseidon, il missile balistico intercontinentale Sarmat, il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik. Ma, con tutta evidenza, lo sperato effetto deterrente non c’è stato affatto. Anzi, i paesi europei sono passati a un ruolo ancora più attivo nel conflitto, diventando direttamente produttori di droni per l’esercito ucraino, e quindi di fatto spostando la parte critica del settore manifatturiero bellico di Kiev in territorio NATO.
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Drago Magno
di Fausto Anderlini*
Nel 1600 Aquisgrana aveva 14.000 abitanti, quando in identico periodo Napoli, prima della pestilenza del 1656, ne contava 400.000. Da notare che la storia illustre dell’amena cittadina lotaringica riporta a quando Carlo Magno vi trascorse certi periodi e poi Ottone di Sassonia ne fece il luogo rituale di incoronazione della scombiccherata confederazione che fu il Sacro Romano Impero. Mentre Napoli, che conta tutt’ora il quintuplo dei residenti di Aquisgrana, e che nel ‘600 era la più grande città europea, è sempre rimasta fuori dai sacri confini.
C`è qualcosa di intimamente ridicolo e casereccio nei riti dell’Unione. Una grandeur basata sull’improvvisazione e il pret a porter. Come quella cerimonia del 9 Maggio strogata in antitesi alla festa sovietica della vittoria sul nazi-fascismo che cosi tanto fa vibrare i cuori dei cittadini dell’Unione, i quali prima di coricarsi, come noto, amano recitare la dichiarazione di Schumann.
Il roboante premio Carlo Magno distribuito ad Aquisgrana più che i nobel teleguidati di Stoccolma ricorda tanto le lauree ad honorem offerte in serie dalle università locali a personaggi famosi o comunque alla page per farsi conoscere nel mondo, o i premi letterari usati come promozione turistica da piccole località amene ma fuori mano.
Buona l’idea degli amministratori di Aquisgrana: chiudere il terzo vertice simbolico dell’Europa lotaringica, dopo Bruxelles e Strasburgo, chiamando in causa nientemeno che la chimera imperiale di Carlo Magno. Una vera e propria invenzione della tradizione.
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Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
di Salvatore Cannavò
La missione della Global Sumud ha svelato i crimini del governo Netanyahu anche ai chi fino a oggi non voleva vedere
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video».
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Antisemitismo di ritorno, “grazie” a Israele
di Francesco Piccioni
Conoscete bene quel refrain “odio dire che ve l’avevo detto, ma l’avevo detto”…
Fin dall’inizio del genocidio dei palestinesi di Gaza – ben prima dei raid dei coloni in Cisgiordania (con l’appoggio esplicito dell’Idf), due anni prima della guerra all’Iran e dell’ennesima invasione del Libano, quando ancora della Sumud Flotilla si cominciasse a parlare o a essere attaccata in acque rigorosamente internazionali… – avevamo spiegato che il sionismo genocida e impunito sarebbe stata la prima causa del risorgere dell’antisemitismo così come l’avevamo conosciuto nel secolo scorso.
L’”odio per gli ebrei in quanto ebrei” era stato sconfitto a caro prezzo grazie alla Seconda Guerra Mondiale, all’azione dell’Armata Rossa sovietica, ai movimenti operai e popolari di tutto il mondo, e ovviamente grazie ai grandi ebrei che hanno dato all’umanità avanzamenti enormi nella scienza, nella letteratura, in tutte le arti, dalla musica al cinema. Oltre a venerare e studiare Marx, Luxemburg ed Einstein, siamo tutti cresciuti ammirando Dylan, Cohen, Kubrick, Sidney Lumet e centinaia di altri.
Ci siamo poi ritrovati davanti i Netanyahu, i BenGvir e gli Smotrich, i Gallant, i Barak, gli invasati che hanno adottato lo stupro sistematico come strumento di tortura sui prigionieri. Ci siamo ritrovati davanti a esseri di merda come Jeffrey Epstein, promossi “finanzieri” e incaricati di costruire favori e dossier per ricattare il gotha dell’establishment euro-atlantico. E non troppo indirettamente anche i popoli da questo governati.
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Per un nuovo pensiero strategico
La Redazione
Forse può risultare ai più ambizioso intitolare questa raccolta di interventi organizzati in varie iniziative e convegni negli ultimi anni dal giornale online “L’Interferenza” Per un nuovo pensiero strategico, ma per essere onesti con noi stessi e con i lettori, in realtà questo è il fil rouge che ha reso necessaria questa pubblicazione. Il nostro non è un tentativo di inflazionare ulteriormente gli scaffali delle librerie con l’ennesimo istant book della politica, della geopolitica o delle questioni di genere, ma la ricerca affannosa di una dimensione perduta, di dare un forse piccolo ma, crediamo, efficace contributo alla ricostruzione di un pensiero materialista, strategico e quindi generale, organico, ovvero tentare di cogliere frammenti della weltanschauung del tempo in cui viviamo. Non con un atteggiamento “nuovista” che rifuggiamo, o il pensare, come ha fatto la sinistra radicale e liberale di questo paese e non solo, di fare piazza pulita della tradizione del Novecento, delle rivoluzioni, delle socialdemocrazie e dell’esperienza storica dei paesi socialisti.
Questo sarebbe presuntuoso e non ambizioso. Cerchiamo invece di tornare a scavare seguendo la tradizione della vecchia talpa, consci che non si inventa nulla, che il mondo storico è tempo stratificato, di lotte di classe e di idee, di innovazioni sociali, di tecniche, di tradizioni ideologiche e culturali e di filosofie. Ma siamo anche convinti che il tempo in cui viviamo è pregno di grandi cambiamenti. La direzione di questi dipenderà molto dalle forze in movimento.
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Il Servizio sanitario non c’è più: è possibile ripristinarlo?
di Piersergio Serventi
Una mattina dell’ottobre-novembre 1990, a Palazzo Chigi, il ministro del Tesoro Giuliano Amato, presiedendo la conferenza delle Regioni spiegò che se non avessimo fatto immediatamente una riforma della sanità in grado di ridurne la spesa, il Fondo Monetario Internazionale non ci avrebbe prestato i 15.000 miliardi indispensabili per pagare almeno gli stipendi pubblici. Cosa era accaduto? Era accaduto che, nei dieci anni precedenti, il nuovo SSN universalistico e gratuito non era stato supportato da stanziamenti finanziari adeguati. Avevamo fatto il SSN, ma non ci avevamo messo i sodi sufficienti per sostenerlo. Per cui i disavanzi si erano accumulati e i ripiani per evitare il blocco dei servizi erano stati fatti a debito, aggiungendosi al debito del sistema pensionistico (c’erano ancora le pensioni baby) e della macchina pubblica in generale. C’erano margini per recuperi di sprechi e inefficienze? Sì, ma non c’era tempo. Quindi l’alternativa posta da Amato fu secca: o la riforma subito per avere il prestito o il default dello Stato. Messa così, i Presidenti, non poterono che dare parere favorevole. Subito dopo, venne emanato il decreto-legge 1° dicembre 1990 n. 335 che impose il Commissariamento di tutte le Unità Sanitarie Locali, con mandato ai commissari straordinari di ricondurre la spesa entro gli stanziamenti prefissati.
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Iran. Attacco Usa annullato o bluff?
di Piccole Note
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l'attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana
Pericolo sventato, sembra. L’attacco all’Iran non si fa. Così Trump su Truth social: “L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman Al Saud, e il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, mi hanno chiesto di sospendere l’attacco militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran previsto per domani, in quanto sono in corso negoziati seri e, ad avviso di questi grandi leader alleati, si raggiungerà un accordo pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e non solo”.
“Questo accordo comprenderà, cosa fondamentale, NESSUNA ARMA NUCLEARE ALL’IRAN! In virtù del rispetto che nutro per i suddetti leader, ho dato istruzioni al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, al Capo di Stato Maggiore Congiunto, Generale Daniel Caine, e alle Forze Armate degli Stati Uniti, che NON effettueremo l’attacco all’Iran previsto per domani, ma ho anche ordinato di tenersi pronti a procedere con un attacco su vasta scala contro l’Iran in qualsiasi momento, qualora non si raggiunga un accordo accettabile”.
Resta da vedere se le telefonate con i Paesi del Golfo sono solo una scusa per annullare l’attacco, che evidentemente aveva promesso a Netanyahu con cui aveva parlato domenica, o se davvero siano state le suppliche dei reali mediorientali a fermare la macchina bellica americana.
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Iran, Ucraina e la grande illusione occidentale
di Giuseppe Gagliano
Quando la guerra non obbedisce più ai piani di Washington
La guerra contro l’Iran doveva essere, nelle intenzioni americane, una dimostrazione di forza. Doveva confermare l’idea che gli Stati Uniti possedessero ancora tutte le carte: pressione militare, superiorità tecnologica, dominio navale, sanzioni, intimidazione diplomatica. Invece il conflitto ha mostrato l’esatto contrario: Washington dispone ancora di una potenza enorme, ma non riesce più a trasformarla automaticamente in obbedienza politica.
La proposta americana respinta da Teheran non era, nella sostanza, un piano di pace. Era una richiesta di capitolazione. Le condizioni imposte dagli Stati Uniti toccavano il nodo dello stretto di Hormuz, la restituzione della libertà di passaggio, il congelamento delle capacità iraniane e l’accettazione di un ordine regionale scritto altrove. L’Iran ha risposto con una controposizione che conferma il punto essenziale: non si considera sconfitto. Anzi, ritiene di avere più margini di manovra di quanti Washington voglia ammettere.
All’inizio l’obiettivo dichiarato della guerra era il solito: nucleare iraniano, stabilità regionale, sicurezza di Israele, governo di Teheran. Ma con il passare dei giorni il centro dello scontro è diventato Hormuz. È lì che la guerra militare si è trasformata in guerra geoeconomica.
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Dalla Cina con disorientamento
di Claudio Conti
Quella dei mercati è stata una sentenza. Dal lato statunitense (che coincide poi con il punto di vista degli altrimenti anonimi “mercati”) l’incontro di Trump con Xi Jinping non ha prodotto i risultati sognati. Qualche Boeing civile in più da vendere, forse un po’ di prodotti agricoli oltre quelli già acquistati dai cinesi, ma poca sostanza economica e soprattutto geopolitica. Troppo poco per festeggiare, e quindi le borse hanno perso parecchio terreno.
Certo, Pechino auspica che lo Stretto di Hormuz torni attraversabile liberamente e senza pedaggi, ma Xi ci ha tenuto a ricordare che era già così prima che Usa e Israele, l’ultimo giorno di febbraio, cominciassero “una guerra che non doveva iniziare”.
In ogni caso, la Cina ignora palesemente le “sanzioni” statunitensi. All’inizio di maggio il governo di Pechino ha ordinato alle sue raffinerie petrolifere che acquistano greggio da Teheran di non rispettare né applicare le sanzioni statunitensi sul petrolio iraniano.
E in questi giorni il Ministero del Commercio cinese ha confermato che tali sanzioni “non dovrebbero essere riconosciute, attuate o rispettate“, considerandole misure unilaterali prive di fondamento nel diritto internazionale. Subito dopo la CNN ha riferito che Donald Trump ha annunciato di stare valutando la possibilità di revocare le sanzioni contro le aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
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Un eccezionale cronista della seconda guerra mondiale
di Eros Barone
Cari Compagni, sì, Compagni,
perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum” e “panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
Mario Rigoni Stern, messaggio inviato il 20 gennaio 2007, in occasione del Convegno Provinciale dell’ANPI di Treviso.
La figura di Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), nato ad Asiago e definito uno dei più grandi scrittori da Primo Levi, è legata indissolubilmente a quel capolavoro della narrativa basata sulle memorie di guerra che è Il sergente nella neve (sottotitolo: Ricordi della ritirata di Russia). Il racconto, scritto tra il 1944 e il 1945 e pubblicato nel 1953, si divide in due parti, Il caposaldo e La sacca, e narra le vicende dell’autore, sottufficiale degli alpini, impegnato sul fronte russo e successivamente nella terribile ritirata dell’inverno 1942-1943. La prima parte descrive la guerra di posizione, scandita dai riti caratteristici della vita militare: il rancio, la posta, gli sfoghi nostalgici tra i commilitoni sui paesi di provenienza, il cameratismo, la pulizia delle armi. Spiccano i volti di tanti compagni che via via si andranno sempre più assottigliando, ognuno còlto in un particolare atteggiamento o attraverso un’espressione dialettale, come Giuanin, la cui ricorrente domanda: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?», è il leitmotiv del libro. In questa parte del racconto, accanto alla descrizione del paesaggio, la pianura russa dominata dal “Generale inverno”, più severo e incombente che mai, prendono spesso risalto squarci di altre realtà, come quella lontana e familiare delle vallate alpine e quella della stessa terra russa, quale si indovina sotto il manto uniforme della neve, e tanto simile all’altra nel mondo contadino che la popola.
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Ricostruire un pensiero strategico materialista senza ricadere nel “novecentismo” nostalgico o nell'”identitarismo reattivo”
di Alessandro Visalli
AAVV. “Per un nuovo pensiero strategico”, Meltemi 2026
Per Meltemi, collana Linee, esce un volume collettivo che mette insieme atti di convegni promossi dalla rivista “L’Interferenza”. Nell’insieme emerge un documento di fase, come naturale disomogeneo, che raccoglie diciotto autori in quattro parti. L’ambizione del testo è di fornire contributi al rinnovo di un punto di vista materialista che superi la stagione del postmodernismo e del più recente “politicamente corretto”, senza tuttavia rifugiarsi nel marxismo da catechismo. La tesi di fondo, che accomuna la maggior parte dei testi, è che la sinistra occidentale, incluso quella marxista, si è fatta egemonizzare dal ceto medio urbano benestante, assorbendone priorità e battaglie. Tale spostamento ha finito per concentrarla sulle rivendicazioni politico-culturali, mettendo sullo sfondo, per lo più retorico, i temi sociali che ne rappresentavano la ragione di essere durante il Novecento (più precisamente, dagli ultimi anni dell’Ottocento agli anni Ottanta del Novecento). Le sostituzioni operate sono: i diritti civili per i diritti sociali, il conflitto identitario per quello di classe, il cosmopolitismo per l’inter-nazionalismo. Probabilmente non per caso questo movimento, in particolare negli ultimi dieci o venti anni, si è accompagnato con lo spostamento di parte significativa dei ceti popolari e lavoratori verso destra. Dove ha trovato, non già un’effettiva difesa dei suoi interessi, quanto un riconoscimento della legittimità del suo risentimento.
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Bombe ferme, trattativa in corso
di Dante Barontini
Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Tehran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’”inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre“.
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Hantavirus e bioterrorismo psicologico
di Dott. Robert W. Malone
La paura è una delle droghe più potenti mai inventate.
A differenza degli antibiotici o degli antivirali, non richiede l’approvazione della FDA, né impianti di produzione, né trasporto a catena del freddo. La paura si diffonde da sola. Bastano un titolo, qualche esperto in televisione, una musica inquietante in sottofondo durante un notiziario, e improvvisamente milioni di persone iniziano a scrutarsi il corpo alla ricerca di sintomi di cui non sapevano di soffrire dieci minuti prima.
Il bioterrorismo psicologico è l’uso della paura della malattia come arma per manipolare individui, popolazioni, mercati e governi. A volte l’obiettivo è politico. A volte finanziario. A volte burocratico. Spesso, è tutte e tre le cose insieme.
Questa non è una teoria del complotto. È una forma riconosciuta di guerra psicologica. Ne abbiamo scritto ampiamente nel nostro libro Psywar.
In quel libro, parliamo del dottor Alexander Kouzminov, un ex ufficiale dell’intelligence sovietico-russa con una profonda esperienza nello spionaggio biologico e nelle operazioni di biosicurezza, che nel 2017 ha descritto come la paura delle malattie infettive possa essere strategicamente amplificata per plasmare il comportamento dei cittadini, influenzare i governi e creare opportunità per coloro che sono in grado di trarre vantaggio dal panico. Questo processo si chiama bioterrorismo psicologico.
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Stupidità artificiale
di Pierluigi Fagan
Un interessante articolo (nel primo commento il link) illustra la nuova “dumb economy”, più o meno “L’economia della stupidità” e dato il ruolo ordinativo che l’economia ha nella formazione e funzionalità sociale (e politica), il tutto tende a diventare “la società della stupidità”.
Questo movimento verso la semplicità è simmetrico contrario alle caratteristiche dell’era in cui stiamo storicamente transitando ovvero l’era complessa. La definiamo “artificiale” poiché non si tratta di, per altro difficili da definire, dotazione naturale di intelligenza o il suo contrario ma di una serie di pressioni convergenti verso una singola e decisiva operazione: ridurre lo spazio-tempo mentale. Laddove lo spazio mentale è sovraffollato, dove le funzioni superiori (neocorteccia) sono funzionalmente attivate assieme ai centri delle emozioni, dove il bombardamento delle percezioni sovrasta gli spazi di riflessione ed il tutto è proprio di individui de-socializzati e immersi in un universo di pressanti incombenze, lo spazio mentale è oggettivamente sempre più limitato. Ma altrettanto per il tempo, in cui le funzioni riflessive e di composizione del pensiero necessitano funzionalmente del tempo per esplicarsi. Riducete spazio e tempo mentale e avrete la stupidità artificiale. A quel punto si innesca la lotta per la fatidica “risorsa scarsa passibile di usi alternativi” ovvero l’attenzione.
L’intera macchina commerciale, la politica dal punto di vista di chi la esercita come professione, il sistema informativo, la nuova e vociante suburra social in cui moltitudini sono in cerca del loro quarto d’ora di celebrità (relativa), lottano per colpire il più intensamente e a lungo possibile le nostre strutture neuronali. Il che aggrava il problema dell’autonomia di spazio e tempo mentale.
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La proiezione degli Emirati in Africa: la longa manus degli Accordi di Abramo
di Gigi Sartorelli
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) stanno conducendo una delle politiche estere più aggressive e destabilizzanti che si siano viste negli ultimi decenni, nel silenzio occidentale e in una partnership strategica con Israele, per ridefinire gli assetti dei paesi africani e asiatici che si affacciano su quello che, a Roma, chiamano “Mediterraneo allargato”.
E non è sempre il solito giornale comunista (come il nostro) a dirlo. A metterlo nero su bianco è un dettagliato rapporto del German Institute for International and Security Affairs (SWP), che comincia anche a chiedere conto delle reazioni inesistenti delle cancellerie europee alle scelte emiratine, nonostante le pesanti ripercussioni sui nodi della sicurezza del e delle migrazioni verso il Vecchio Continente.
Secondo lo studio, la leadership di Abu Dhabi – guidata da Mohammed bin Zayed Al Nahyan – si è trasformata nel principale motore esterno di alcuni dei più sanguinosi conflitti africani: dal Sudan alla Libia, fino all’Etiopia e alla Somalia. Una strategia d’intervento che non si è fermata nemmeno davanti all’escalation dovuta all’aggressione all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele.
Il peso dell’interventismo emiratino emerge in tutta la sua drammaticità in Sudan, teatro di quella che da molte organizzazioni internazionali è considerata la più grave crisi umanitaria globale, con 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza e oltre 15 milioni di sfollati. Il rapporto individua negli EAU il principale sponsor militare, logistico e finanziario delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la milizia guidata da Mohamed Hamdan Dagalo (noto come Hemedti).
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In piena crisi gli Usa di Trump celebrano il modello cinese di Xi Jinping. I retroscena di un summit
di Alessandro Volpi
La visita di Donald Trump in Cina ha costituto un passaggio storico per almeno tre considerazioni. La prima riguarda il significato che ha assunto per gli Stati Uniti. Il presidente Trump si è recato a Pechino nel momento in cui le relazioni con la Cina erano al livello più alto di conflittualità; sanzioni per la raffinerie cinesi accusate di accogliere il petrolio di paesi terroristi, dura controversia legale sul Canale di Panama, accuse dirette al governo di Xi Jinping di sostenere l’Iran nella guerra in corso. Andare in Cina con tali premesse significava dunque abbandonare i toni aggressivi e, di fatto, prendere atto della insuperabile necessità di chiedere aiuto all’ex impero celeste per arrestare un declino rapido che proprio la guerra con l’Iran metteva a nudo. Il gigantesco e insostenibile debito federale Usa, la tenuta del dollaro come valuta internazionale, indispensabile per finanziare la spesa pubblica Usa e per non far crollare la bolla finanziaria avevano bisogno di un clamoroso atto di politica globale che, nel momento in cui sanciva l’esplicita accettazione della assoluta centralità cinese nello scenario planetario, affidava alla Cina le sorti della sopravvivenza dell’economia pubblica e privata degli Stati Uniti. Il viaggio a Pechino ha assunto i caratteri per gli Stati Uniti della piena consapevolezza della gravità della propria crisi e della contemporanea esigenza dell’aiuto cinese per arginarla, per approdare a un bipolarismo dove però diventava inevitabilmente evidente lo squilibrio, in termini di rapporti di forza tra i due poli.
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Né socialdemocratici né liberisti. Lo stallo del sistema Italia (con nostalgie di Trentennio)
di Emanuele Maggio
Sono passati 32 anni dalla Prima Repubblica. Finalmente si può essere nostalgici senza passare per fascisti, per nascondere in casa un busto di Pasquale Saraceno, mica del Duce.
In quei trent’anni gloriosi di miracolo sociale ed economico (1950-1980), l’Italia ha costruito il più potente apparato statale non-sovietico del mondo.
Quel patto costituzionale e socialdemocratico tra Stato e Mercato che nel 1991, all’alba della svolta liberista di Maastricht, fece titolare al Corriere “Italia quarta potenza”, sopra Regno Unito e Francia.
Era un sistema basato su tre pilastri: imprese pubbliche enormi, ramificate e ad alto impatto strategico e tecnologico; una banca centrale sovrana che tesaurizzava riserve auree e comprava titoli di Stato per abbassare i tassi mentre finanziava la spesa; un governo dirigista in grado di mobilitare il risparmio nazionale per ripagare il debito e allocare gli investimenti.
Dietro questo sistema vi erano le menti di funzionari e dirigenti brillanti, come Donato Menichella, Oscar Sinigaglia, Paolo Baffi, oltre ovviamente a un apparato partitocratico ideologicamente compatibile, per il quale lo Stato non era una bestemmia o una zavorra sul groppone dei privati, ma un generatore attivo di valore, però a vantaggio di tutti.
Eravamo praticamente la Francia di De Gaulle, ma fatta meglio.
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La chiusura dell’immanenza. Frammento di ontologia del presente
di Antonio Martone
I.
Il problema filosofico del nostro tempo è anzitutto ontologico: l’essere è dato interamente nella forma di un’immanenza chiusa, un orizzonte senza esterno che ha assorbito ogni possibile posizione di trascendenza – non solo di tipo religioso ma anche semplicemente critica. In altre parole, il pensiero del nostro tempo deve confrontarsi con una configurazione ontologica che determina le condizioni di possibilità dell’esperienza prima ancora che questa si articoli in desiderio e relazione. Nel sistema onnipervasivo di tipo tecnocapitalistico nel quale viviamo, non si tratta di ciò che gli enti sono ma di come possono darsi come enti: di quale forma dell’essere precede e articola ogni apparire.
Kant aveva mostrato che il soggetto costituisce il mondo attraverso forme a priori che non dipendono dall’esperienza ma la rendono possibile. Per esprimermi con una metafora audace, direi che il presente è un Kant rovesciato e storicamente situato: le forme a priori dell’esperienza contemporanea non sono strutture pure della soggettività trascendentale ma configurazioni storiche che hanno acquisito la funzione del trascendentale senza averne legittimità. L’orizzonte entro cui ogni ente appare costituisce una forma prodotta, contingente, cristallizzata e resa necessaria. Il trascendentale si è fatto storico senza perdere la propria forza strutturante: è questa la specifica violenza ontologica del presente.
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Affaristi vs statisti, il tavolo di Pechino
di Francesco Piccioni
Volare alto quando hai davanti degli struzzi. E’ l’effetto che fa leggere i resoconti del discorso fatto da Xi Jinping stamattina accogliendo ufficialmente la delegazione statunitense guidata da Trump.
Non c’è osservatore nel mondo che ignori quanto sia pericoloso – per tutto il pianeta, non solo per Cina e Usa – che le due principali superpotenze entrino in conflitto. Ma ben pochi sanno cosa si può fare per evitarlo. Non è un problema di intelligenza, ma di modelli di pensiero. Chi è cresciuto con il dogma della “competitività” nella testa difficilmente può superare, o concretamente evitare, l’esito bipolare nascosto nelle premesse: vincere o morire. Il che, trattandosi di potenze nucleari, non è per nulla auspicabile.
A Pechino, però, il mismatch tra le due delegazioni è davvero impietoso. Da un lato i padroni di casa, quasi tutti ingegneri, frutto di una selezione severa fondata su criteri che collegano la prassi dei partiti comunisti con l’esperienza millenaria di “armoniosa amministrazione” confuciana. Dall’altra una banda di affaristi improvvisati come “statisti”, convinti che il miglior affare si fa quando riesci a fregare l’altro, o a cancellarlo dalla faccia della terra.
Lo sconforto della ragione si fa strada quando Xi Jinping sciorina concetti per nulla nuovi, ma che assumono una maggiore profondità quando sono accompagnati – come in questo caso – dalla possibilità di fare quello che si dice (al contrario, insomma, di commentatori anche molto preparati, ma senza alcun potere).
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Genocidio, tribunali speciali, forca
di Fulvio Grimaldi
In questo video lo Stato invasore, occupante coloniale, terrorista, razzista, predatore, infanticida, giornalisticida, femminicida, androcida, torturatore, genocida:
https://youtu.be/hJ-H1uilJ2Q
Pensierino del mattino
Chi è colpa del suo mal, il sionismo, pianga se stesso, l’antisemitismo
I colpi di coda del mostro ferito (quasi) a morte.
La perdita totale di credito morale e culturale, ma parzialmente anche politico e militare, è confermata dal disperato appello del genocida Netanyahu a rovesciare l’esito di una battaglia d’informazione, vitale per la sopravvivenza dello Stato sionista nella sua forma attuale, che lui dichiara persa.
Battaglia da rilanciare e vincere, mica ponendo un freno o una fine all’esercizio della violenza razzista senza limiti contro chiunque si opponga al dominio e al dilagare di questa entità nutrita dal sangue di popoli costruita sulle macerie di un paese e di una civiltà. Mica decidendo di ammazzarne, violentarne, affamarne, umiliarne, mutilarne qualcuno di meno. Macchè.
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