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Il dilemma Usa: come metter fine alla guerra?
di Dante Barontini
“La guerra sta per finire, ma potrebbe diventare 20 volte più violenta“. Se uno volesse capire la direzione degli avvenimenti dando credito alle dichiarazioni di Donald Trump rischierebbe seriamente il cortocircuito cognitivo. Se poi ci aggiungiamo gli sproloqui di Netanyahu – “Con Teheran non abbiamo ancora finito” – il ricovero alla neuro è quasi assicurato.
L’unico barlume di razionalità viene a suo modo offerto dalla notizia che Putin ha parlato telefonicamente con The Donald per oltre un’ora. Anche se non si sa nulla di quel che si sono detti, il dialogo tra diecimila testate nucleari non può essere mai una chiacchierata tanto per sentire come stai di salute.
La tempistica delle notizie mette in fila il ragionamento: prima la telefonata, poi la dichiarazione sulla guerra che sta per finire, quindi il commento incazzato del genocida polacco residente a Tel Aviv (“Bibi” si chiamava Mileikovski, poi riciclato in Netanyahu).
Così diventa tutto un tantino più logico, anche se condizionato da molti “se” e da calcoli fatti senza conoscere esattamente la dimensione delle diverse variabili (armi, danni subiti, contraddizioni interne e internazionali, ecc).
La bipolarità delle chiacchiere trumpiane può avere molte spiegazioni, nessuna delle quali però di carattere psichiatrico. In fondo il presidente “Maga” deve tenere insieme l’impossibile. Il declino statunitense può infatti essere aggravato e velocizzato dalla sua stessa azione tesa a evitarlo.
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Antioccidentale
di Andrea Zhok
Chi difende oggi le ragioni dei paesi aggrediti a vario titolo dagli USA (la lista è infinita) viene frequentemente tacciato di essere “antioccidentale”. Etichettature del genere come altre simili (es.: “rossobruno”, “no-vax”, ecc.) hanno il grosso vantaggio di essere sufficientemente vaghe e confuse da pensare che chi le formula abbia in mente qualcosa, mentre di norma ha solo una marmellata di “sentito dire”.
Tecnicamente io credo che oggi un abitante del continente europeo che abbia rispetto di sé stesso DEBBA avere una disposizione “antioccidentale”, purché ci si intenda chiaramente sul termine.
L’Occidente non è un luogo geografico, né culturale. L’Occidente è una categoria di valore geopolitico che evita ogni riferimento a una specifica tradizione culturale. Al posto di tradizioni culturali ha una tradizione geopolitica radicata nelle varie forme dell’imperialismo anglosassone (dall'impero britannico a quello americano). “Occidente” è ciò che accomuna Europa e Commonwealth nella fase del trionfo capitalista. E ciò che accomuna queste aree del mondo è il fatto di essere state dominate negli ultimi due secoli da una politica asservita all’economia, e da un’economia asservita a oligarchie finanziarie. Il suo principale esito geopolitico è stato l’imperialismo di tipo talassocratico, cioè un imperialismo fondato sul dominio marittimo, che è dominio delle rotte commerciali, un dominio volto non ad “espandere una civiltà”, ma a espandere il proprio potenziale di sfruttamento di luoghi remoti – rimanendone estranei.
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L’attacco all’Iran e la (sottile ma rischiosa) “strategia del carciofo”
di Norberto Fragiacomo
Analizziamo la situazione internazionale senza perderci in vacui preamboli: l’Occidente al traino di Washington ha adottato un atteggiamento di “difesa attiva anticipata” o se preferiamo prognostica, riassumibile nel motto “neutralizzare le minacce prima che si concretizzino”. Il corollario è che – come ha sentenziato un ministro per caso – “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, cioè finché a violarlo sono le potenze rivali: Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e ausiliari al seguito possono fare impunemente ciò che vuole il centro, mentre gli altri stati sono oggetto, non soggetti di diritto. Ma chi ha concepito e a cosa è finalizzata questa strategia cui i media sistemici conferiscono un’orwelliana patina di moralità? I fatti e le dinamiche globali fotografano una montante severa crisi dell”Occidente, non più padrone di un mondo che, dopo la dissoluzione dell”URSS, era persuaso di tenere al guinzaglio. La Storia però non è finita con l’avvento del comunismo e nemmeno con il crollo di quello sovietico nel ’91: dopo dieci anni – quelli terminali del XX secolo – di indiscusso predominio americano abbiamo assistito alla crescita sempre più impetuosa e meno silente della Cina, alla restaurazione di un forte potere centrale in Russia, a interessanti esperimenti politici in America Latina; da ultimo, al formarsi di un embrione di contropotere piuttosto economico che politico (e non ancora militare) con la nascita dell’organizzazione Brics, che raggruppa i principali paesi non occidentali.
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Quel che è in gioco in Iran
di Leonardo Mazzei
L’attacco all’Iran non è un’aggressione tra le tante nella lunga collezione di crimini che costella la storia degli Usa come quella di Israele. È anche questo, ovviamente, ma è qualcosa di più. Con le bombe sui cieli di Teheran il percorso verso una terza guerra mondiale pienamente dispiegata ha compiuto un salto tanto brutale quanto probabilmente decisivo.
Brutale per come ci siamo arrivati: con la solita trattativa truffa che è ormai il segno distintivo dell’Occidente, con la menzogna spudorata sulle armi atomiche, addirittura con quella di un possibile attacco preventivo dell’Iran. Brutale per l’uso massiccio dell’arma aerea contro le città di quel paese, per l’uso sistematico dell’omicidio politico, per l’assurdità delle pretese sul regime change, con Trump che dichiara di voler scegliere lui il successore di Khamenei.
Decisivo questo salto di qualità, non solo perché toglie ogni ambiguità su Trump, il trumpismo e l’effettiva strategia dell’imperialismo americano, ma soprattutto perché chiama in causa da un lato la resistenza del paese aggredito, dall’altro la risposta delle potenze che l’iniziativa trumpiana mira a mettere nell’angolo: in primo luogo la Cina e la Russia, ma non solo loro.
In molti si chiedono quale sia l’obiettivo finale del duo Trump-Netanyahu. Tralasciando qui le assurde panzane propinate ogni dì dalla propaganda di guerra, la cui falsità risulta evidente a chiunque senza bisogno di ulteriori confutazioni, a noi lo scopo dell’aggressione pare chiaro: porre fine alla Repubblica Islamica dell’Iran attraverso un regime change che riporti indietro quel paese di quasi cinquant’anni, quando Reza Pahlevi, l’ultimo scià di Persia, lo governava col terrore e la tortura in nome dei lussi della sua monarchia e degli interessi occidentali che serviva.
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L’”ombrello" che si chiude quando piove
di Alex Marsaglia
Il primo fondamentale insegnamento dall'aggressione all’Iran
A una settimana dalla barbarica aggressione all’Iran si possono fare alcune constatazioni di evidenza. Innanzitutto, siamo di fronte alla “legge della giungla” più completa, come la chiamano i cinesi. Ormai, l’imperialismo occidentale decadente non compie nemmeno più lo sforzo di appiccicare due giustificazioni posticce alle proprie aggressioni più brutali e vili. Infatti, ad una settimana di distanza nessuno negli Stati Uniti, in Europa, in Israele o in sede ONU è stato in grado di fornire uno straccio di motivazione campata in aria per cui occorreva assalire un Paese sovrano, ammazzarne la Guida spirituale e Presidente legittimo se non perché così voleva l’Impero. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica che è l’autorità internazionale che a lungo è stata invitata dalla Repubblica Islamica dell’Iran a vigilare sui propri impianti ha riferito che non vi era assolutamente alcun rischio e che anzi solamente la diplomazia avrebbe garantito la non proliferazione nucleare (https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-generals-introductory-statement-to-the-special-session-of-the-board-of-governors). Al contrario, scatenare una guerra regionale con due delle più grandi potenze atomiche che bombardano indiscriminatamente un Paese con installazioni nucleari determina gravissime violazioni del diritto internazionale nonché forti rischi radioattivi, come ha rimarcato in questi giorni non un diplomatico internazionale, ma un semplice direttore d’azienda.
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La propaganda che uccide la ragione: Iran, Gaza e il doppio standard dell’Occidente
di Elena Basile
Continuo a non rassegnarmi. Rimango stupita quando mi accorgo che persone dotate di media intelligenza e capacità di raziocinio possano abbeverarsi a una propaganda demenziale. Nei media storici, diplomatici, analisti e i cosiddetti esperti e intellettuali, a vario titolo, ci ripetono da settimane che il governo teocratico iraniano avrebbe ucciso in pochi giorni 40.000 civili. Paolo Mieli sente il dovere di premettere che questi dati non sono verificati, esattamente come quelli relativi a 75.000 vittime che circolano in relazione ai palestinesi di Gaza. Sono tentata di correre via urlando.
Mi ricompongo e continuo a sperare in un dialogo razionale. Il genocidio di Gaza e la cifra di 75.000 morti (approssimata per difetto, come conferma la rivista scientifica Lancet) sono confortati da immagini in streaming che hanno documentato bombardamenti a tappeto, utilizzo di carri armati, intere aree abitative spianate, incendi in campi profughi. La leadership iraniana, per uccidere 40.000 persone in due o tre giorni (mentre Israele, per arrivare a 50.000 morti, ha impiegato mesi), avrebbe dovuto bombardare il proprio popolo, radere al suolo le città, far crollare palazzi.
L’indignazione per questo utilizzo atroce, nei media europei, della facoltà raziocinante cresce, e piangiamo il gregge indottrinato.
Le autorità iraniane hanno provveduto a stilare una lista di tutti i morti civili, con nome, cognome e data di nascita: all’incirca 6.000, inclusi 300 poliziotti. Dov’è la lista delle ONG finanziate da noi che “danno i numeri”?
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Il colpo di Stato che ha portato Washington ad attaccare l'Iran
di Davide Malacaria
“Israele ha messo in atto con successo un colpo di stato contro gli Stati Uniti d’America e ha ordinato al presidente Trump di forzare un cambio di regime in Iran a prescindere da quanto alto sia il costo!” Questa la sintesi di un’intervista rilasciata da Max Blumenthal ad Alex Jones che fotografa quanto sta accadendo
Un colpo di Stato ovviamente non si fa dall’estero, ma attraverso i sostenitori di Israele in America, che sono potenti a tutti i livelli. Ed è stato realizzato attraverso i Files di Epstein che hanno rivelato realtà indicibili, ma sono stati strumentalizzati per causare danni ancora più indicibili.
Lo abbiamo sostenuto fin dal primo momento, spiegando che lo scandalo è scoppiato perché serviva a una parte del potere di questo mondo, degenerato quanto quello immortalato nei Files, per piegare le élite occidentali, e non solo, ai propri disegni. Tanto è vero che Epstein è sparito dai media mainstream Usa (a parte sporadici cenni per ribadire il ricatto).
Così il disvelamento delle malefatte di parte delle élite occidentali ha avuto come esito non un sussulto di moralità – al di là di qualche dimissione, poco altro – ma il genocidio dei palestinesi, la devastazione del Libano e ora la guerra all’Iran, le cui ripercussioni globali prevedibili – costo dell’energia e altro – sono solo una frazione di quelle imprevedibili.
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Iran, Ci Risiamo: Propaganda 90- Verità 5
di Paolo Di Marco
Dato ufficiale USA sui missili iraniani su Israele intercettati: 90%
(dati del Ministro della Guerra USA e ‘confermato’ sul Bulletin of the Atomic Scientists dal prof Sean di Stanford– docente di scienze politiche (!)-)
Dato reale su tutti i video disponibili /analizzati dal prof Theodore Postol dell’MIT-docente di tecnologia e sicurezza nazionale-: 5% (e se guardiamo i video possiamo verificarlo anche noi – si vede anche in questa foto con una salva di 8 missili contraerei israeliani che mancano un missile iraniano). D’altronde lo stesso Postol aveva analizzato 10 anni fa (sul Bulletin) la capacità del Dome come buona contro i missili da crociera ma pessima contro i missili balistici.
Dato ufficiale USA sui risultati dall’attacco UsIsraeliano: abbiamo il controllo totale dei cieli, il regime sta crollando, abbiamo scorte di munizioni sufficienti per andare avanti in eterno…ma chiuderemo in pochi giorni -o poche settimane (a seconda di chi parla, Hegseth o Trump ).
Dato reale riportato dagli esperti di guerra e MedioOriente (Sachs, Mearsheimeir, Alastaire Crooke, …): Komenhei ha scelto il martirio, ed è rimasto nel suo ufficio senza neppure voler scendere nel bunker; gli iraniani, anche quelli critici e ‘oppositori’ ora sono tutti -anche loro malgrado- contro gli assassini aggressori che hanno mentito spudoratamente per la seconda volta (trattano sul nucleare solo per prendere tempo e mira per l’attacco) e vogliono rompere in pezzi uno stato millenario di cui perdipiù non sanno nulla.
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Da Asimov a Bryson, dal rigore all'accessibilità
di Il Chimico Scettico
Ci sono due libri di divulgazione che possono idealmente tracciare una traiettoria significativa che attraversa gli ultimi 50 anni, e condividono persino metà del titolo. Il primo è A Short History of Chemistry di Isaac Asimov.
La fama mondiale di Asimov è legata alla sua narrativa fantascientifica. Chi non ha mai sentito parlare delle tre leggi della robotica potrebbe aver visto almeno una pubblicità della serie Foundation. Ma Asimov era chimico di formazione — aveva un dottorato in chimica e insegnò biochimica alla Boston University School of Medicine per diversi anni. Scrisse anche diversi libri di divulgazione scientifica, tra cui A Short History of Chemistry. Fu pubblicato nel 1965 da Anchor Books nella collana Anchor Science Study Series, e il progetto editoriale in sé è già degno di nota:
La Science Study Series offre a studenti e al pubblico generale la scrittura di autori illustri sui temi più stimolanti e fondamentali della scienza, dalle particelle più piccole conosciute all'intero universo. Alcuni dei libri parlano del ruolo della scienza nel mondo dell'uomo, della sua tecnologia e civiltà. Altri sono di natura biografica, e raccontano le affascinanti storie dei grandi scopritori e delle loro scoperte. Tutti gli autori sono stati selezionati sia per la competenza nei campi che trattano sia per la capacità di comunicare le loro conoscenze specifiche e i loro punti di vista in modo interessante. Lo scopo principale di questi libri è fornire una panoramica alla portata del giovane studente o del profano. Si spera che molti dei libri incoraggino il lettore a condurre le proprie ricerche sui fenomeni naturali.
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Il metodo nella follia: comprendere la politica estera di Trump
di Thomas Fazi
Spesso vedo molta compiacenza nei circoli favorevoli alla multipolarità: si presume che la megatendenza sia in definitiva inarrestabile e che gli Stati Uniti non possano fare altro che rallentarla leggermente. Io ho una visione meno deterministica. Perché se parliamo di un nuovo ordine internazionale – che lo si voglia chiamare multipolare o policentrico – per definizione esso richiede un certo livello di ordine. Pertanto, semplicemente creando disordine e destabilizzazione permanenti, gli Stati Uniti e i loro vassalli possono creare seri problemi ai BRICS, e in effetti lo stanno già facendo. Quindi non sono convinto che l’approccio della Cina di evitare a tutti i costi il confronto con gli Stati Uniti darà necessariamente i suoi frutti nel lungo periodo. Ma suppongo che il tempo lo dirà.
Vorrei iniziare dicendo che le attuali tensioni e i cambiamenti geopolitici a cui stiamo assistendo non sono chiaramente una crisi come quelle che il mondo ha vissuto nel corso dell’ultimo secolo o dei secoli passati. Stiamo vivendo quella che è probabilmente la più grande transizione geopolitica della storia umana. Quello a cui stiamo assistendo è di fatto la fine di 500 anni di egemonia economica, politica e militare occidentale, che negli ultimi trent’anni, dopo la Guerra Fredda, si è manifestata sotto forma di egemonia globale assoluta e incontrastata degli Stati Uniti e dell’Occidente. Quel mondo è chiaramente finito e penso che le megatendenze relative alla multipolarità siano abbastanza chiare a tutti noi. Quindi non mi addentrerò troppo nei dettagli al riguardo.
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Dubai: quello che i social non mostrano. Dalla schiavitù moderna alla 'lavatrice' di denaro sporco
di Michele Blanco
Dubai è una città ed emirato degli Emirati Arabi Uniti, nota per i negozi di lusso, gli edifici ultramoderni e la vivace scena notturna. Burj Khalifa, una torre di 830 m, spicca tra i grattacieli del paesaggio urbano. Ai suoi piedi si trova la Dubai Fountain, i cui spruzzi d'acqua creano coreografie con musica e luci. Sulle isole artificiali poco distanti dalla costa si trova Atlantis The Palm, un resort con parchi acquatici e animali marini.
Questa è L'immagine ma vediamo altre caratteristiche che nessuno dei maggiori mass media italiani ci informa.
Tra le nazioni contemporanee si basa su un tipo di contratto che secondo molti esperti giuslavoristi rappresenta un tipo di schiavitù moderna, proprio in senso letterale.
Il Global Slavery Index 2023 colloca gli UAE al settimo posto mondiale per prevalenza di forme di schiavitù moderna. Il sistema kafala lega lo status migratorio del lavoratore al datore di lavoro, che gli sequestra il passaporto. Se scappa, viene accusato di "absconding", un grave reato di inadempimento contrattuale, e rischia arresto e deportazione. Si tratta do 8 milioni di lavoratori migranti che vivono sequestrati da questo sistema. La Harvard International Review lo definisce chiaramente: il lavoratore è "preso in ostaggio."
Migliaia di lavoratori muoiono. E nessuno li conta.
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Le piazze iraniane nella guerra: ciò che l’Occidente non vuole vedere
di Andrea Zhok
Mentre i bombardamenti colpiscono città e infrastrutture, in Iran folle immense scendono in piazza sotto le bombe. La guerra rafforza l’orgoglio nazionale e rivela la fragilità morale dell’Occidente
C’è una cosa che impressiona chi guarda i filmati provenienti dall’Iran in questi giorni. Accanto alla distruzione, ai bombardamenti talora apocalittici, si vedono quotidiane manifestazioni popolari in sfregio agli aggressori.
Letteralmente ogni giorno, in varie città iraniane si vedono enormi folle, in piazze e in luoghi pubblici, all’aperto, che manifestano a sostegno della propria indipendenza nazionale e della Repubblica islamica.
Non so se o cosa passi di tutto ciò sui media mainstream, che mi rifiuto di guardare da anni essendo una pura e semplice fucina di propaganda, ma queste manifestazioni sono testimoniate da un’infinità di filmati, spesso dall’interno della folla stessa.
Manifestano sotto ogni condizione, anche sotto le bombe, con alcune scene incredibili (missili e droni che attraversano il cielo e vengono maledetti dalla folla sottostante.)
Chiunque pensi che una roba del genere possa essere inscenata sotto coercizione è un cretino.
Naturalmente niente di tutto ciò significa che tutti siano, siano stati o saranno schierati con il governo nella politica ordinaria.
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“Attacco all’Iran è la nuova scommessa capitalista di Trump e soci”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»
Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore di Libercomunismo, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari.
* * * *
Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione?
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La banalità del male nell'era dello spettacolo
di Mario Sommella
Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa
I. Il tempo delle abitudini impossibili
Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.
L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.
«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»
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La guerra all'Iran si allarga
di Davide Malacaria
La grande guerra mediorientale si colloca nella più ampia disfida tra l’Impero d’Occidente e la Cina. Annotazione scontata, ma che pure va fatta. La nuova avventura bellica arriva non a caso dopo il regime-change venezuelano, che ha colpito un alleato chiave di Pechino, dal quale peraltro riceveva parte significativa dell’energia necessaria al suo sviluppo. Scompenso che la Cina si era affrettata a colmare incrementando l’acquisto del petrolio iraniano, ma l’attacco israelo-americano è arrivato prima che ne traesse beneficio.
È in questo quadro che si deve situare la strana guerra tra Afghanistan e Pakistan e la visita del premier indiano Narendra Modi in Israele prima che il Medio oriente si incendiasse. Infatti, i talebani hanno avviato uno scontro del tutto inspiegabile con Islamabad, con cui c’erano stati attriti transfrontalieri, ma alquanto relativi.
Tale guerra sta ponendo criticità a un alleato chiave della Cina usando delle frammentate milizie islamiche. Milizie supportate da esperti, altrimenti sarebbe impossibile per una compagine tanto arretrata tecnologicamente riuscire a colpire con precisione un impianto nucleare. Se si sta ai rapporti che legano India e Israele, soprattutto sul piano militare, si può ipotizzare la provenienza di tali esperti.
D’altronde la mossa di Modi, di visitare Israele mentre era ancora in corso il genocidio palestinese (non ancora interrotto) e con un conflitto in fieri contro l’Iran aveva tutta l’apparenza di una presa di posizione o, almeno, l’intenzione di Tel Aviv era quella di stringere ancora di più l’alleanza con Nuova Delhi in funzione anti-cinese, a motivo del loro sostegno all’Iran.
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Con l'Iran khomeinista nel momento in cui l'Iran khomeinista è aggredito
di Stefano G. Azzarà
Gli Stati Uniti e Israele non stanno semplicemente attaccando l'Iran, magari per prendersi la terra o le risorse o mettere le loro basi militari: stanno attaccando l'Iran nato dalla rivoluzione anticoloniale e guidato dal regime khomeinista, perché quell'Iran e quel gruppo dirigente - e non certo la popolazione - costituiscono per vari motivi un ostacolo per l'imperialismo.
Fermo restando che stiamo parlando solo dell'analisi, dal momento che nessuna componente ha oggi la minima effettualità, non è sufficiente, pertanto, per i comunisti di orientamento leninista e per gli antimperialisti - altra cosa è la sinistra in generale, alla quale non è ovviamente possibile chiedere questa presa di coscienza, e altra cosa ancora sono anche altri e diversi orientamenti comunisti - deplorare la guerra e dirsi genericamente dalla parte del popolo iraniano; e nemmeno, al limite, difendere la sovranità nazionale iraniana come epifania della sovranità nazionale in quanto tale.
Queste sono cose ovvie, ma non bastano.
Nel momento in cui si sta nel movimento generale contro la guerra per quel minimo che tale movimento esiste, e lo si sostiene e promuove senza ridicoli settarismi e con tutti i suoi limiti, bisogna invece difendere, in questa analisi, proprio gli Ayatollah, per quanto non corrispondano al nostro ideale occidentale di rivoluzione proletaria e persino di rivoluzione anticoloniale; e anche se in condizioni diverse e più avanzate li avremmo avversati e magari un giorno - improbabile, per come siamo messi - potremmo combatterli.
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Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici
di Francesco Pallante e Tomaso Montanari
La destra è estranea alla storia della Repubblica. Per questo vuole trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto
Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo.
Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana).
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Arte e politica
di Gianmarco Pisa
È l’arte che interagisce dialetticamente con il reale, che riguarda l’uomo nella società e nella storia, con la sua vita, le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, sempre dialetticamente intrecciate con la dinamica sociale, il conflitto sociale, e il divenire storico, la trasformazione storico-sociale, a essere propriamente arte.
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.
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MANIFESTO DEL REALISMO VISIONARIO
(a cura di Paolo Bartolini)
Premessa
La realtà fa frizione, non tutto è possibile. La stagione del decostruzionismo radicale è finita: ha avuto un suo senso, oggi non più. La “svolta linguistica”, e la pretesa di ridurre i fenomeni a come li raccontiamo, sono state assorbite dal neoliberalismo e dal pensiero ipermoderno funzionale alla dismisura tecno-capitalista. L’effetto, ben visibile nelle guerre culturali di questi anni, è la perdita di dialettica tra struttura e sovrastruttura. La vita di ogni giorno, le sue condizioni materiali plasmate dai rapporti di potere e dai mercati capitalistici, interessa sempre meno un ceto intellettuale miope e autoreferenziale. Bisogna correggere la rotta.
Detto questo aggiungiamo: la realtà non è una “cosa”; è un dinamismo relazionale dove, per ogni limite e vincolo, si sprigiona un campo (non infinito) di possibili adiacenti da esplorare. La realtà ci ricorda che il vivente non può essere colonizzato, usato e manipolato oltre un certo limite (che non è fissato a priori, ma sempre si manifesta a un certo punto). Prima o poi, nella forma di sintomi o di reazioni abnormi, le logiche di sfruttamento e oppressione producono risposte che incrinano la narrazione del migliore dei mondi possibili (quello governato dal motto thatcheriano e ultraliberista “There Is No Alternative”, TINA). Il presente manifesto muove dalla consapevolezza che, sul piano esistenziale e su quello politico, la cura e la trasformazione passino attraverso una tensione generativa tra senso di realtà e capacità di immaginare altrimenti. La visionarietà è l’elemento decisivo che distingue questa proposta da qualunque soluzione “riformista” che si accontenti di levigare i meccanismi dell’impianto tecno-capitalista sperando di temperarne un po’ le disuguaglianze strutturali.
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Adolf Hitler, Pietro Savastano e la "Macarena" di Donald Trump
di Salvatore Minolfi
Come di regola avviene in qualsiasi bolla mediatica e socio-culturale, stiamo normalizzando ciò che normale non è, o non lo è ancora. Vale a dire, stiamo provando a definire ciò che d’ora in poi sarà la nostra nuova normalità, quella socialmente e politicamente accettabile.
Stiamo sdoganando l’assassinio politico come pratica di routine.
In questi giorni, sui media occidentali, c’è tutto un operoso fervore giornalistico nello svelare in che modo sia stato mai possibile assassinare un’autorità religiosa che è nel cuore di centinaia di milioni di credenti.
Appunto: la curiosità e lo stupore sono tutti sul “come”.
Eppure, solo poche settimane fa si era registrata una certa indignazione, per l’emergere di una nuova ipotesi intorno alla morte di Alexei Navalny (prima attribuita alla tecnica del “pugno al cuore”; oggi ricondotta all’uso di un esotico veleno): ciò che non cambiava, comprensibilmente, era lo sdegno suscitato dal sospetto che la morte del noto oppositore politico fosse stata causata dal regime politico contro cui lottava.
Con Khamenei siamo già oltre: non c’è neanche il più pallido interesse a discutere la legittimità dell’atto, ma solo la morbosa eccitazione intorno ad un evento che – replicando l’assassinio di Hassan Nasrallah (settembre, 2024) – mostra al mondo i magici poteri di una GBU-57 Bunker Buster (ovvero, un Massive Ordnance Penetrator) e il senso di onnipotenza che restituiscono al cittadino medio di un paese occidentale.
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Il sole di Austerliz
di Antonio Martone
C’è un momento, nel racconto tolstoiano di Austerlitz, in cui il principe Andrej cade ferito e vede il cielo. Solo il cielo – alto, infinito, incomparabilmente più vasto degli stendardi, delle grida, di Napoleone stesso che gli passa accanto come una piccola figura. È il momento in cui l’idolo si sgretola per la violenza della luce.
Quel sole è tornato. Lo stiamo vedendo adesso, mentre i cieli del Venezuela e dell’Iran bruciano dello stesso fuoco che ha consumato l’Ucraina. E quello che illumina – con una crudeltà che non lascia scampo – non è la superiorità di un esercito sull’altro ma la struttura nuda di un ordine mondiale che non ha mai smesso di essere, in fondo, l’ordine del più forte.
Bisogna allora avere il coraggio di guardare in faccia questa luce senza socchiudere gli occhi.
Il diritto internazionale è uno strumento. In quanto tale, funziona soltanto se sostenuto da una forza capace di imporlo. All’alba del moderno, Hobbes lo sapeva: i patti senza la spada non sono che fiato sprecato. Una norma priva di coercizione non è una norma debole: non è neppure una norma. È la volontà del più forte che ha imparato a vestirsi da legge.
Questa è la chiave per smontare la retorica atlantista degli ultimi anni. Quando le potenze occidentali invocavano il diritto internazionale davanti all’aggressione russa in Ucraina, non stavano necessariamente mentendo sulla norma. Stavano applicando uno strumento in modo selettivo. Il problema non era la falsità della norma: era che la norma era stata impugnata come clava ideologica da chi possedeva la capacità di renderla operante o inoperante a proprio piacimento. Il silenzio – o il plauso – di fronte alle operazioni statunitensi in Venezuela e in Iran è la rivelazione che quel principio non è mai stato autonomo dalla forza che lo sosteneva.
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La guerra santa tra il paradiso islamico e il paradiso fiscale
di comidad
Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità. Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato. Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato. Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso. Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia. Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata. Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle. Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, Leonardo SpA, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’Airshow che si svolge a Dubai. In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno Leonardo SpA sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.
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Trump ha aperto il vaso di Pandora mediorientale
di Giuseppe Masala
Il conflitto in corso nel Golfo Persico è di natura diversa rispetto alla guerra dei 12 giorni del 2025 a causa della morte dell'Ayatollah Khamenei che la trasforma in uno scontro di civiltà tra Occidente e Iran. Una guerra che però nasconde un altro scenario: quello della lotta per la sopravvivenza degli USA come impero.
* * * *
Come era ampiamente previsto è iniziata la grande Guerra Mediorientale, capitolo fondamentale di quella “Guerra mondiale a pezzi” teorizzata da Papa Bergoglio già più di dieci anni fa.
Non ha alcun senso fare la cronistoria di queste ore convulse né usare come chiave di lettura la guerra dei 12 giorni deflagrata tra USA, Iran e Israele solo a giugno dell'anno scorso.
Questo conflitto è di natura estremamente più pericolosa di quanto abbiamo visto in questi tribolatissimi anni per tre ragioni fondamentali interconnesse l'una all'altra:
- La scelta di eliminare l'Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran, è più che una provocazione un vero e proprio atto di delegittimazione di tutto il sistema iraniano che proprio dall'autorità della sua Guida Suprema trae origine.
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La guerra messianica-apocalittica all'Iran
di Davide Malacaria
“Lunedì, durante un briefing, il comandante di un’unità militare ha detto ai sottufficiali che la guerra in Iran fa parte del piano di Dio e che il presidente Donald Trump è stato ‘unto da Gesù per accendere un segnale di fuoco in Iran e provocare l’Armageddon che produrrà il suo ritorno sulla Terra’”, secondo quanto denunciato da un sottufficiale. Da sabato mattina laMilitary Religious Freedom Foundation degli Stati Uniti ha ricevuto 200 chiamate da più di 50 basi militari di tutti i servizi nelle quali venivano segnalate simili inquietanti dichiarazioni da parte di “comandanti cristiani fanatici”.
L’intervento in Iran, cioè coinciderebbe con l’Armageddon, la battaglia finale apocalittica che avrà come esito il ritorno di Cristo. Non è una barzelletta, né si spiega solo col fatto che il Capo del Pentagono Pete Hegseth sia un fanatico religioso e abbia infarcito gli alti gradi dell’esercito di evangelicals.
La teologia apocalittico-messianica degli evangelicals, infatti, ha radici lontane. “Nel XIX secolo, il teologo John Nelson Darby ipotizzò che Dio si relazionasse con l’umanità in epoche distinte o ‘dispensazioni’. Questa teologia dispensazionalista si diffuse rapidamente negli Stati Uniti raggiungendo le masse cristiane mainstream con la diffusione della Bibbia di riferimento Scofield del 1909″.
“Darby sosteneva che Ezechiele 38 descrivesse una guerra futura in cui le nazioni si schiereranno contro Israele e Dio emetterà il suo giudizio contro di esse. Scofield prese questa affermazione e iniziò ad applicarla alla geopolitica moderna, con il nemico di Israele identificato nella Russia”.
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Una storia antica dell’Iran
di Eros Barone
Dopo le tre guerre del Golfo Persico (1980-1988, 1991, 2003), dopo l’aggressione alla Serbia e l’intervento nel Kossovo (1999), dopo l’occupazione dell’Afghanistan (2002), dopo l’assassinio di Gheddafi e la distruzione della Libia (2011), dopo lo scatenamento della guerra civile in Siria (2011-2024), dopo la “guerra dei dodici giorni” sferrata da Israele contro l’Iran (2025), dopo il colpo di Stato e il rapimento del presidente della repubblica in Venezuela (3 gennaio 2026), dopo l’assassinio della “guida suprema” dell’Iran (28 febbraio 2026), fermo restando nel corso del tempo (1948-2026) il totale appoggio alla politica espansionista e genocida di Israele nel Vicino Oriente, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo americano intraprende o sostiene una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi. Consideriamo dunque il fattore geopolitico.
Orbene, basta dare un’occhiata a una carta geografica per notare che nel ‘limes’ lungo circa 10.000 chilometri che, saldamente presidiato dalle forze armate statunitensi, parte dalla Turchia e, passando attraverso l’Iraq e l’Afghanistan, giunge al confine nord-occidentale della Cina, c’è solo un anello che manca: l’Iran, un paese che, con la sua estensione di oltre un milione e seicentomila chilometri quadrati, con le sue risorse naturali e con la sua posizione strategica, è il vero gigante del Medio Oriente.
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Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione
di Andrea Fumagalli
L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.
1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.
2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.
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La guerra vista da Pechino
di Michele Paris
A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.
È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi.
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Il peggio è già qui
di Carlo Lucchesi
Sempre più spesso si parla di una guerra inevitabile e imminente con la Russia. Da parte della UE e della Nato lo si fa addebitando alla Russia la volontà di aggredire l’Europa. E’ questa una tesi palesemente inconsistente, verrebbe da dire idiota. Non si citano mai i Paesi che sarebbero oggetto dell’attacco, non si dice che colpirà un Paese baltico, o la Finlandia, o la Polonia, cosa che, per quanto inventata, rientrerebbe comunque nel campo del teoricamente possibile. Si fa credere che tutta l’Europa sia sotto attacco. Ma i fatti, non le chiacchiere, dicono che la Russia, avendo deciso di combattere con armi convenzionali, è in guerra con l’Ucraina, anche se in realtà con la Nato, da oltre tre anni. Come si può immaginare in buona fede che potrebbe sostenere un fronte grande quanto l’Europa? E poi, una volta che avesse vinto la guerra, come potrebbe mai mantenere il controllo dei Paesi conquistati? E quale vantaggio ne trarrebbe visto che già dispone di un territorio immenso e di preziosissime risorse che in Europa non ci sono? Domande che non vengono poste perché le sole risposte possibili svelerebbero l’inganno che questa tesi cela. Del resto, tutti sanno perfettamente che la Russia preferirebbe mille volte tornare a fare buoni affari con l’Europa come è accaduto fino a poco fa e, se avesse nei governanti europei interlocutori affidabili, lo farebbe subito. Dunque, dire che la Russia è in procinto di aggredire l’Europa è una balla gigantesca. Questa guerra, Russia contro Europa, non ci sarà. Resta da capire, ma non è difficile, perché i governanti europei e i media vogliano farlo credere.
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La fine della distensione tra Stati Uniti e Russia?
di Thomas Fazi
Mentre Washington intensifica la sua guerra economica contro la Russia, incoraggiando gli elementi più falchi all’interno dell’establishment della sicurezza russa, la pace appare inafferrabile come sempre
Dall’incontro dello scorso agosto in Alaska tra Putin e Trump, i funzionari russi hanno spesso invocato lo “spirito di Anchorage” per descrivere il quadro di intesa che si presume sia stato raggiunto tra i due leader. In pratica, possiamo supporre che ciò mirasse a conciliare l’istinto transazionale di Trump, sotto forma di accordi economici vantaggiosi per le aziende statunitensi e per il prestigio dello stesso Trump, con l’insistenza di Putin sulla necessità di affrontare le “cause primarie del conflitto”: ovvero la necessità di un nuovo accordo di sicurezza in Europa. Questo accordo, tuttavia, si è sempre basato su basi molto instabili, proprio perché le due parti hanno attribuito ad Anchorage due significati molto diversi. Dal punto di vista di Mosca, la posta in gioco è niente meno che una rinegoziazione fondamentale delle regole alla base della sicurezza europea e globale; Washington, al contrario, vede la questione in termini più ristretti: un conflitto specifico da gestire e contenere, senza disturbare la più ampia struttura del potere internazionale che va benissimo a Washington.
La Russia ha cercato di gestire questa tensione attraverso quello che potremmo definire un approccio a doppio binario.
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Capire l'Iran
di Agata Iacono
Siamo stati abituati a guardare all'Iran attraverso stereotipi, costruiti per fomentare rivoluzioni colorate e regime change.
È difficile, per noi figli del positivismo e dell'illuminismo, della narrazione suprematista della nostra storia imperialista e colonialista, nonché consumatori compulsivi e schiavi del neoliberismo, concepire che vi possa essere sincretismo tra spiritualità e azione politica.
Noi occidentali crediamo di essere i detentori della democrazia e della libertà: siamo cresciuti a nutella, McDonald's e libertà:
libertà di arricchirsi sulla pelle degli altri, libertà di sfruttare i più deboli, libertà di avere successo e arricchirsi, di occupare e depredare, di imporre la legge del più forte, di consumare ed elevare il prodotto di consumo a status simbol....
Salvo, poi, essere anche liberi di perdere il lavoro, di non trovare nessuno disposto ad aiutarci o almeno a condividere empaticamente la nostra sofferenza, liberi di fallire, di essere "perdenti", di suicidarci o cadere in preda a droghe e depressione, senza assistenza, senza welfare, senza sanità e istruzione pubbliche.
Liberi di mercificare il corpo della donna, di essere indifferenti se 20.000 bambini a Gaza vengono uccisi deliberatamente, se i nostri potenti (la Coalizione Epstein) abusano di minorenni, stuprandoli, torturandoli, uccidendoli in riti antropofagi...
In Iran tutto è pubblico, è diritto dovere di ognuno partecipare alla pari alla vita politica.
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