Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

pierluigifaganfacebook

Quando abbiamo smesso di provare a cambiare lo "stato delle cose"?

di Pierluigi Fagan

Leggevo un articolo di un professore americano su The Conversation, riguardo il lento scivolar via delle iscrizioni universitarie nelle discipline umanistiche e il successivo maggioritario pentimento di coloro che l’avevano fatto. L’analisi è prettamente centrata sul Nord America, ma in forme meno segnate è valida anche in Europa.

Sembra che “i laureati in discipline umanistiche: imparano a passare più tempo in riunioni a litigare tra loro che a cambiare il mondo”. Ogni affiliato a uno specifico complesso teorico ostracizza l’altro anche quando questo potrebbe esser utile in chiave di alleanze democratiche.

Sfugge il fine di creare quelle “masse critiche” (approssimativamente tra il 40 e il 60% di una società ma, a seconda dei fini e dei contesti la percentuale può anche essere inferiore) che nelle società complesse sono l’unico soggetto (per quanto plurale) che può operare cambiamenti significativi. Così, mancando del tutto l’orizzonte pratico, il tutto diventa una caotica e rissosa sbornia di pensiero teorico. Ma c’è di peggio.

Il fatto è che lo stesso pensiero teorico non conformista, è praticamente dominato dalla “Teoria critica” che più che una teoria (di iniziali origini francofortesi) è una costellazione teorica collocata nell’ammasso degli atteggiamenti critico-negativi. L’ingenuità di fondo di questo atteggiamento è che: “Sebbene l'obiettivo della teoria critica sia trasformare il nostro mondo, troppo spesso si presume che se scopriamo i modi nascosti in cui opera il potere, saremo trasformati da tale intuizione” e da ciò saremo in grado di trasformare lo stato di cose.

Print Friendly, PDF & Email

comedonchisciotte.org

I sicari dell'economia

di Giuseppe Cantarelli

Quanto accaduto in Venezuela a partire dal 3 gennaio scorso, con la cattura e il rapimento del presidente Maduro da parte degli USA, e più in generale la lunga storia delle tensioni fra americani e venezuelani, mi ha riportato alla mente un libro importante, Confessioni di un sicario dell’economia, uscito nel 2004 e poi aggiornato nel 2016 con una seconda edizione, anche se in italiano è stata tradotta solo la prima. L’autore è John Perkins, che ha lavorato per importanti aziende americane e il cui compito era, come dice lui stesso presentandosi, quello di “dirottare il denaro dalla Banca Mondiale, dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e da altre organizzazioni di aiuto estero, verso le casse di enormi multinazionali e nelle tasche di poche famiglie facoltose” (oggi diremmo dei grandi fondi di investimento e dell’elite finanziaria) . Perkins si definisce un “sicario dell’economia” (EHM – Economic Hit Man), uno di quelli che dovevano convincere i governanti di paesi in via di sviluppo a sostenere gli interessi corporativi e geopolitici degli Stati Uniti.

Il “Modus Operandi” di un sicario dell’economia, spiega Perkins, prevede 5 fasi:

1 – Previsioni gonfiate di crescita: redazione di rapporti che prevedono una crescita strabiliante del PIL di un paese se verranno realizzate grandi infrastrutture.

2 – Indebitamento massiccio: il paese contrae prestiti enormi con istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.

Print Friendly, PDF & Email

kamomodena

Il vento di Torino

di Kamo

«Ma c’è una grossa fila di persone,
camminano di fretta e cambian posizione,
fateli passare, piantatela di insistere…»

0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.

1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Il Board of peace e l’ideologia della Nuova Destra

di Alessandra Ciattini

Molti analisti hanno commentato in maniera assai negativa la nascita del Board of peace che sarà dominato da Donald Trump, nelle vesti di un nuovo monarca, postosi al di sopra di tutto. Si tratta certamente di un atto di forza della potenza imperialistica in declino e di un personaggio desideroso di protagonismo, ma anche di un progetto ispirato all’ideologia dei neo-reazionari.

Parlando del nuovo, per me strabiliante Board of peace, lanciato recentemente quasi come una merce dal nuovo Caligola (così lo chiama Scott Ritter), si può dire che si registrano opinioni controverse. Secondo il diplomatico Petru Dumitriu: “L’istituzione del Consiglio per la Pace non è di per sé contraria al diritto internazionale. La legalità del Consiglio per la pace dipende strettamente dalla sua conformità alla risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di sicurezza”. Secondo invece il Centro per i diritti umani dell’Università di Padova: “Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica”.

Vediamo di esaminare con calma i suoi diversi aspetti, tentando anche di delineare le conseguenze che potrebbero scaturire da questa novità, che Russia e Cina non hanno voluto bloccare nel Consiglio di sicurezza delle NU, forse non prevedendo che si sarebbe arrivati a tanto.

Print Friendly, PDF & Email

I diversivi

di Dante Barontini

Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti… tutto ignorato, facimme ammuina.

La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.

Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.

Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno a ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.

Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?

Print Friendly, PDF & Email

comidad

Il sistema della sorveglianza ha come logico esito la guerra civile

di comidad

Se le immagini circolate la scorsa settimana del poliziotto picchiato da manifestanti fossero provenute da Teheran invece che da Torino, se ne sarebbe data una interpretazione opposta. Infatti lo stesso governo e lo stesso capo dello Stato che qualche settimana fa plaudivano agli insorti iraniani che ammazzavano trecento poliziotti, oggi si indignano per il poliziotto italiano che riceve qualche pugno e qualche calcio da parte di manifestanti nostrani. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è certamente facilissimo manipolare le immagini di un video in modo da creare una inestricabile commistione tra vero e falso che sia funzionale al vittimismo poliziesco. Purtroppo le manipolazioni più insidiose non sono quelle della moderna tecnologia, bensì quelle intrinseche agli schemi di potere, per cui non è tanto importante ciò che si vede, bensì il modo in cui viene narrato.

La Meloni è andata a far visita al poliziotto in fin di vita e, rinnovando il miracolo di Lazzaro, lo ha fatto risorgere più in forma di prima. Eppure non sono passati neanche cinque anni dai tempi in cui la Meloni, dai banchi dell’opposizione, accusava il governo Draghi di “strategia della tensione” allo scopo di criminalizzare le manifestazioni contro il green pass. Toccava al ministro degli Interni dell’epoca, Lamorgese, respingere le accuse rivolte agli agenti della DIGOS di aver agevolato, e persino diretto, i manifestanti di Forza Nuova nell’assalto alla sede della CGIL. D’altra parte le due ultime lettere dell’acronimo DIGOS indicano appunto le “operazioni speciali”, per cui non ci sarebbe neppure tanto da stupirsi se tra quei compiti istituzionali “speciali” fossero comprese la provocazione e la mistificazione.

Print Friendly, PDF & Email

acropolis

Le nazioni europee non possono essere sovrane all’interno della NATO

di Thomas Fazi

Le nazioni europee invocano il linguaggio della sovranità e della resistenza a Trump mantenendo o rimanendo o addirittura intensificando le strutture della dipendenza – in primo luogo la NATO stessa

L’annuale riunione del World Economic Forum a Davos non è conosciuta come un focolaio di resistenza anti-imperialista, per non parlare della retorica anti-USA. Eppure questo è stato inconfondibilmente il tono di molti discorsi pronunciati quest’anno.

L’intervento più sorprendente e ampiamente discusso è arrivato dal primo ministro del Canada, Mark Carney [che ho analizzato in dettaglio qui]. Carney ha dichiarato apertamente morto il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” – e ha anche messo in dubbio se fosse mai veramente esistito. Ha ammesso che questo ordine era sempre, almeno in parte, una finzione: una in cui le regole venivano applicate selettivamente dall’egemone per far avanzare i suoi interessi, mentre i poteri subordinati andavano d’accordo con la farsa perché ne beneficiavano.

Ma questo accordo, ha sostenuto Carney, è crollato ora che gli Stati Uniti hanno rivolto i loro strumenti coercitivi contro gli stessi alleati occidentali. “Questa non è sovranità. È la performance della sovranità mentre accetta la subordinazione”, ha detto, alludendo chiaramente alle minacce di Trump contro la Groenlandia – e il Canada stesso.

La conclusione di Carney è che le potenze occidentali di medio rango devono rompere i ranghi con l’egemone e in effetti coordinarsi per resistervi.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

La nottola di Draghi, nel tramonto UE

di Francesco Piccioni

Nel silenzio nebbioso che ormai caratterizza “l’Europa” – ossia quella cosa storta chiamata Unione Europea – la voce di Mario Draghi viene presa dai settori meno decerebrati dell’establishment e fatta squillare al di sopra della platea mormorante.

Ma i tempi sono cambiati. E anziché esibirsi nelle sedi istituzionali più importanti del Vecchio Continente stavolta SuperMario ha dovuto accontentarsi di un sede solo culturale, per quanto prestigio come l’università di Lovanio, una delle più antiche.

Il downgrade di location, inevitabilmente, significa qualcosa, e vedremo se e quanto del suo “indicare la strada” sarà ripreso da chi attualmente è al volante della UE. Fossimo in lui nutriremmo poche speranze nelle von der Leyen o addirittura nelle Kallas. E non meglio va con i leader nazionali, tutti “zoppi”, come si vede con Macron, Merz, Sanchez o l’ondivagante Meloni, più trumpiana che europea.

Il tema, una volta tanto, è però di alto livello strategico. Quasi troppo alto per essere affrontato dai nanerottoli attualmente in sella: quale destino strategico per “l’Europa”. Perché una cosa è diventata chiara con il rapido distacco degli Stati Uniti: “l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”.

Print Friendly, PDF & Email

aldous

Lo strappo culturale (toppe e rammendi)

di Davide Miccione

Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

Donne, lavoro e superamento del capitalismo: Nancy Fraser

di Sandro Moiso

Anna Cavaliere, Nancy Fraser, Carocci editore, Biblioteca di testi e studi, Collana «Donne e pensiero politico», Roma 2026, pp. 122, 13 euro

E’ possibile oggi pensare alla questione femminile e, più in generale, a quelle di genere fuori dall’ubriacatura liberale di Me Too? La risposta in chiave positiva a tale lecita domanda è ampiamente rintracciabile nell’opera pluridecennale della filosofa e militante femminista Nancy Fraser, riassunta per grandi ma essenziali linee nel testo di Anna Cavaliere pubblicato da Carocci editore.

Nata a Baltimora in una famiglia di piccoli commercianti dalle simpatie rooseveltiane e democratiche nel 1947, Nancy Fraser sul finire degli anni Sessanta, convinta che le risposte del partito democratico alle richieste di eguaglianza economica e razziale fossero troppo poco radicali e incisive, entrò a far parte della New Left americana su posizioni marxiste di orientamento trozkista. Prossima a lasciare gli studi universitari, a causa di questa scelta di campo che la induceva a pensare che non vi fosse spazio per la ricerca in una cultura e in un’università fortemente influenzate, se non sottomesse, agli interessi del capitale e della sua classe di funzionari, sia che si trattasse di imprenditori che di docenti e ricercatori, fu indotta a ripensare le proprie scelte sulla base del fatto che la prospettiva della rivoluzione, che era apparsa così vicina e possibile negli anni della contestazione e dei movimenti contro la guerra in Vietnam, sembrava essere sfumata ed essersi allontanata nel tempo.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Un racconto parziale. Quello che non torna della macchina di propaganda di Meloni

di Clara Statello

Qualcosa non quadra nella narrazione dominante degli scontri della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Non è un discorso di dietrologia o complottismo. È una questione di propaganda e strumentalizzazione. La violenza c’è stata, ma qualcuno ha interesse ad alimentare l’odio, criminalizzare l’opposizione, mettere alla gogna i manifestanti, per creare un clima da anni di piombo e perseguire gli stessi obiettivi: ridurre le libertà e perseguitare quanti osano opporsi a politiche liberticide, di riduzione dei diritti, di macelleria sociale.

I due agenti di polizia sono stati dimessi dall’ospedale domenica stessa, subito dopo la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

La premier si è recata dopo dieci giorni dalle popolazioni colpite dal ciclone. A Torino dai due poliziotti si è fiondata subito. Si è fatta fotografare con atteggiamento paternalistico: stretta di mani, mano sulla spalla. Lo stato c’è, lo stato sta con le forze dell’ordine, lo stato prenderà provvedimenti.

“Contro di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla polizia di comunicare”, scrive su Facebook.

“Erano lì per farci fuori”, ha detto un agente – prosegue - Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri.

Print Friendly, PDF & Email

kelebek3

“Il capitalismo funziona!”

di Miguel Martinez

Immaginiamo un tipico messicano del Gonfalone del Drago Verde di Firenze, dandogli il nome banale di Miguel Martínez.

Martínez fa il traduttore e si fa pagare 0.06 euro a carattere che batte sulla tastiera.

Cala un’App, che costa 0,00 euro a carattere e a essere sinceri, funziona benissimo.

La stessa App contemporaneamente estrae da noi miliardi di dati e di segreti e fattacci personali, che trasforma magicamente in miliardi di dollari, anzi nel più grande cumulo di miliardi della storia umana; ma non ce ne accorgiamo minimamente, perché in termini puramente monetari, “è tutto gratis“. E’ fantastico: confidandogli i nostri innamoramenti, noi compriamo lo yacht da 500 milioni di dollari per Jeff Bezos, e poi lo ringraziamo pure.

La gente comprensibilmente preferisce l’App a Martínez.

A partire da Martínez stesso, che se deve tradurre un articolo di The Guardian da mettere sul blog, preferisce fare clic che passare mezz’ora a tradurre. Che poi, visto che è diventato disoccupato, una mezz’ora ce l’avrebbe a disposizione, è solo pigrizia…

Risultato, Martínez non ha più i soldi per comprare il pane dal fornaio.

Per fortuna il pane al supermercato costa la metà di quello che costa dal fornaio, grazie a un sistema che riduce a praticamente a zero quanto va a quello che chiamiamo ancora il “contadino”.

Print Friendly, PDF & Email

piccolenote

Dopo il Venezuela, Cuba: l'Impero colpisce ancora

di Davide Malacaria

Dopo il Venezuela, è la volta di Cuba. “Come Presidente degli Stati Uniti, ho l’imperativo di proteggere la sicurezza nazionale e la politica estera di questo Paese”, inizia così un ordine esecutivo della Casa Bianca nel quale si dichiara che L’Avana rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria […] per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Nell’ordine si accusa Cuba di “allinearsi e fornire supporto a numerosi paesi ostili, gruppi terroristici transnazionali e attori malvagi avversi agli Stati Uniti”, tra cui Russia, Cina e Iran e di fornire “assistenza in materia di difesa, intelligence e sicurezza agli avversari nell’emisfero occidentale” e di violare i diritti umani dei suoi cittadini. Inutile commentare tali sciocchezze.

Gli ha fatto eco il Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha parlato esplicitamente di un cambio di regime. Era ovvio che l’isola sarebbe stato il prossimo obiettivo di Washington nella sua folle realizzazione dell’America First 2.0, una versione aggressiva dell’originale America First, dottrina che era stata rivenduta all’opinione pubblica americana come avversa alle avventure belliche e ai cambi di regime in giro per il pianeta (tanto che parte dei Maga si stanno allontanando da Trump).

In realtà, tale riorientamento non è altro che una convergenza tra i dettami dell’America First originale e la dottrina neoconservatrice che, sconfitta alle presidenziali del 2024 – tanto che i neocon (i Never-Trump) si erano schierati con Kamala Harris – ha vinto successivamente, informando la nuova amministrazione e incrementando al parossismo gli elementi dell’America First congeniali a tale prospettiva.

Print Friendly, PDF & Email

ilchimicoscettico

La censura è sempre la stessa, anche quando cambia segno

di Il Chimico Scettico

Posso dire di essere un veterano della censura. Ai tempi dell'Italian Crackdown (1994) ero lì, aspettando una perquisizione di gente in divisa, che non si verificò. In compenso fu perquisita Peacelink e il loro hardware fu sequestrato. Le accuse erano inerenti la diffusione software piratato e gli esecutori inclusero nella fattispecie i pacchetti freeware per la rete Fidonet, per i gateway usenet etc etc - la cosa non reggeva? Irrilevante. Chi volesse approfondire il tema può recuperare e leggere il libro, che si trova su Archive.org . Se preferite un riassunto potete leggere qui. Quel che posso dire al riguardo è che in effetti le forze dell'ordine individuarono un nodo della rete che aveva software piratato. Al che la magistratura prese come elenco dei possibili complici del reato gli indirizzi di tutti i nodi della rete italiana. Ai tempi era come dire: ho perquisito una casa a Genova, ho trovato 10 chili di cocaina, l'arrestato usava il telefono, considero tutti i presenti nell'elenco telefonico di Genova come possibili complici. In realtà era semplicemente uno di quei giri di vite che già si erano visti negli USA

E infatti la faccenda del crackdown italiano ebbe una grande risonanza proprio oltreoceano. L'Elecronic Frontier Foundation prese posizione, se ne parlò su Wired, che al tempo era molto diversa e non aveva un'edizione italiana.

Ai tempi la sensazione fu che "la frontiera elettronica" che, più o meno autoregolandosi era rimasta per qualche anno non presidiata dall'autorità, avesse riscosso l'attenzione degli sceriffi di turno, che arrivavano a dire cosa era concesso e cosa non lo era. E per esempio mail e forum criptati potevano non esserlo. 

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Le macchinazioni di Trump intorno al petrolio, tra India, Venezuela, Cuba… e Brics

di Alessandro Avvisato

Ieri Donald Trump ha annunciato che, dopo una telefonata con il primo ministro indiano Narendra Modi, gli Stati Uniti si sono accordati per un ampio accordo commerciale che riguarda l’acquisto, da parte di Nuova Delhi, di “energia, tecnologia, prodotti agricoli e altri prodotti statunitensi per un valore di oltre 500 miliardi di dollari“, si legge sul sito dell’agenzia britannica Reuters.

Già sabato, sull’Air Force One, il presidente USA aveva accennato al fatto che presto sarebbero stati resi noti i termini di un’importante intesa con l’India, e non si è dovuto attendere molto. Ovviamente, la rimodulazione dei dazi imposti sui beni indiani in entrata negli States – passati dal 25% al 18% – sono uno dei nodi fondamentali, mentre l’altro è quello del petrolio.

Già alla fine della scorsa settimana The Donald aveva affermato che uno dei punti qualificanti dell’accordo sarebbe stato l’acquisto di “oro nero” venezuelano, ma in quel frangente aveva detto che ciò avrebbe portato gli indiani a fare a meno delle forniture iraniane. Elemento che non poteva che destare qualche interrogativo a chi ha seguito anche un minimo i flussi dei barili di Teheran.

In realtà, Nuova Delhi ha ridotto da tempo gli acquisti di petrolio iraniano. Al contrario, sono le importazioni russe che hanno raggiunto un livello significativo: acquisti, questi sì, che hanno portato anche a diverse tensioni tra USA e India, riaffacciatesi negli ultimi mesi.

Print Friendly, PDF & Email

effimera

Il tempo di Ares: recensione al libro di Stefano Lucarelli

di Andrea Fumagalli

Il saggio di Stefano Lucarelli (“Il tempo di Ares. Politiche internazionali, ‘leggi’ economiche e guerre”, Mondadori, Milano, 2025. Euro 12) è un piccolo libro di poco più di 130 pagine ma estremamente denso, forse fin troppo. Un testo che vuole “ricercare una logica nelle cose che accadono”: un obiettivo ambizioso ma che viene centrato. Un testo che capita a fagiolo per cercare di dipanare la matassa della complessa situazione geopolitica e geo-economica del presente, una situazione per lo più in costante divenire.

Lucarelli utilizza i miti greci come schema interpretativo del rapporto tra economia e guerra: un tema, che è ha sempre caratterizzato la storia umana. Lo fa prendendo a riferimento tre figure mitologiche: Ares, il dio della guerra e della violenza bruta, Hermes, il dio del commercio e dei ladri, Pan, il dio che si incontrava nei luoghi più oscuri e che rappresentava gli impulsi umani vitali da cui derivavano il panico come l’euforia (ogni riferimento ai mercati finanziari è puramente casuale). Si allude con ciò  al fatto che “lo sviluppo di crescenti relazioni di scambio conduca a un mondo sempre più privo di regole, teso verso uno scontro che da semplicemente mercantilista rischia di diventare economico-militare per produrre un nuovo ordine sulle ceneri di quello precedente”, come scrive Marco Bertorello. .

Per questo il libro si divide in tre parti.

Print Friendly, PDF & Email

clarissa

Inventori di Malattie

di Luigi Gallo

Il disease mongering, ovvero la mercificazione della malattia, è stato descritto come un modo per creare nuovi mercati per i farmaci, aumentare le vendite e i profitti, e talvolta anche per giustificare l’uso di farmaci costosi e inutili.

Circa mezzo secolo fa Henry Gadsen, direttore generale di una delle principali case farmaceutiche al mondo, la Merck, rilasciò una sconcertante dichiarazione alla rivista Fortune: il suo sogno era creare farmaci per le persone sane, così da poter vendere proprio a tutti. Questo sogno è ora il motore trainante di una delle industrie più redditizie del mondo.

«Si possono fare molti soldi dicendo ai sani che sono malati». Era il fulminante attacco di un articolo comparso nel 2002 sul British Medical Journal, in un fascicolo dedicato per intero all’invadenza della medicina».

Da quell’inizio prese il via una ricerca che condusse il giornalista scientifico australiano Ray Moynihan a verificare come le strategie di marketing delle maggiori compagnie farmaceutiche oggi prendano di mira soprattutto quelli che stanno bene.

In due anni di ricerca, attraverso interviste con i protagonisti del settore (clinici, ricercatori, manager, informatori), studio minuzioso della letteratura scientifica, acquisizione di documenti ufficiali e testimonianze di vicende esemplari, ricostruì in modo accurato e dettagliato, nel libro oggi introvabile Farmaci che ammalano, le strategie e le tecniche utilizzate dall’industria farmaceutica per garantire una sempre maggiore crescita del proprio mercato, ridefinendo continuamente i confini tra salute e malattia in modo da allargare il dominio sui cui si esercita l’azione della medicina.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

La strategia del 2026: quando la potenza fa i conti e presenta la fattura

di Giuseppe Gagliano

C’è un’arte tutta americana: scrivere strategie come se fossero lastre ai raggi X del mondo, oggettive, fredde, inevitabili. Poi le leggi bene e scopri che sono specchi, non radiografie. La Strategia di difesa nazionale 2026 è un esempio da manuale: si definisce realista, pratica, concentrata sulle minacce “vere”. Ma la parola che comanda, anche quando non la ripetono, è una sola: gerarchia. Chi conta, chi paga, chi combatte. E soprattutto chi deve smettere di vivere “a scrocco” sotto l’ombrello americano.

Il testo parte con un’autoassoluzione che sembra scritta col timbro: la colpa è sempre di “quelli di prima”. Avrebbero lasciato crescere il caos, avrebbero legato le mani a Israele dopo il 7 ottobre, avrebbero consentito all’Europa di fare la bella vita sulla sicurezza garantita dagli Stati Uniti e, ciliegina, avrebbero lasciato andare in malora la base industriale della difesa. Poi arriva la medicina universale: pace attraverso la forza. Ma con un’aggiunta che è la vera novità: la forza non si spreca. Si concentra dove interessa agli Stati Uniti. Difesa del territorio nazionale e competizione nell’Indo-Pacifico. Il resto, dall’Europa al Medio Oriente, diventa una voce di spesa “critica ma più limitata”. Traduzione: ci siamo, ma non come prima, e soprattutto non gratis.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La rivoluzione delle sigarette

di Riccardo D'Amico

Il nuovo anno è cominciato con il post sulla piattaforma “X”, targato Mike Pompeo, che affermava la propria solidarietà ai manifestanti nelle strade di Teheran. Alla conclusione di questo contenuto social, l’ex Segretario di Stato USA (nonché ex Direttore della CIA), ha dichiarato la vicinanza del Servizio segreto israeliano (Mossad) alle proteste contro il “regime”iraniano.

La guerra che si è svolta tra Iran e Israele nel giugno 2025, non può avvalersi dell’appellativo: “dodici giorni”. Essa non rappresenta un conflitto episodico, poiché si tratta di una contesa militare che ancora oggi è in corso. In questo quadro si innesta una componente autonoma sotto tutti i punti di vista (Iran) e una coalizione Trump-Netanyahu. Questo binomio non persegue lo scopo di liberare gli iraniani dall’oppressione islamica, bensì quello di imporre un’egemonia nel contesto medio-rientale, conquistando un punto strategico di rilevanza primaria. La delegittimazione del potere di Teheran, consiste nell’attuazione di una manovra concernente una forma di guerra ibrida, nella quale la politica estera e quella interna vengono deliberatamente cancellate.

La dissertazione social presa in analisi, non solo testimonia quanto detto poc’anzi. Essa prova che, nei rapporti geopolitici, la sovranità statale non è più un elemento di diritto.

Print Friendly, PDF & Email

fattoquotidiano

La Nato non difende più l’Europa, finita l’alleanza con gli Usa: è ora di cominciare a emanciparsi

di Enrico Grazzini

Immaginiamoci che cosa accadrà a quello che resta della democrazia europea se e quando l’Ucraina entrerà nella Ue, come vuole il genio della politica europea Ursula von der Leyen

La Nato a guida americana ci difende o ci mette in pericolo? Che cosa aspettano gli europei a rivedere i rapporti con la Nato? A causa dell’articolo 5 della Nato invocato dal presidente americano George W. Bush i nostri soldati sono (malauguratamente) andati in guerra in Afghanistan per combattere contro il terrorismo. Tuttavia oggi l’Afghanistan è in mano ai talebani e l’attuale presidente americano Donald Trump ha addirittura deriso e insultato le truppe europee che valorosamente si sono battute nella guerra voluta dagli Stati Uniti: i morti italiani sono stati 52 e 700 i feriti. Tutto questo per soccorrere gli americani in una guerra inutile – perché il terrorismo certamente non si sconfigge con la guerra – che è stata persa.

Mark Rutte, il capo della Nato, chiama Trump “paparino” ma Trump vuole conquistare la Groenlandia, territorio danese e quindi europeo: è chiaro che non soccorrerà mai l’Europa in caso di attacco. L’alleanza tra Europa e Usa è già finita. La Nato ormai serve agli americani soprattutto per vendere armi.

Per colpa dell’espansione a est della Nato e del tentativo della Nato di mettere le sue basi militari anche in Ucraina, dove è nata la Russia e dove si parla russo, l’Europa e l’Italia soffrono una gravissima crisi economica ed energetica.

Print Friendly, PDF & Email

officinaprimomaggio

Intifada a Torino

di Sergio Fontegher Bologna

La manifestazione nazionale di Torino per Askatasuna, che poteva tradursi in un ulteriore momento di crescita e di graduale unificazione, ha segnato invece un punto di arresto e di contrasti interni. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. In genere, dopo questi episodi, c’è il rischio di un avvitamento del dibattito, mentre la reazione impazza perché può permettersi ulteriori giri di vite. Per evitare la paralisi, bisogna alzare lo sguardo e guardarsi attorno.

Punto primo: Torino è un epicentro del disastro industriale italiano, disastro che oggi sta arrivando a un punto di svolta e nessuno pare accorgersene: quel formidabile strumento, l’ammortizzatore chiamato Cassa Integrazione, che ha consentito di far passare quasi inosservata la trasformazione dell’Italia da paese industriale a paese di grandi eventi e di schiavismo, non funziona più. Se una fabbrica, se un’azienda, sono in crisi, si tratta di solito sul monte ore di CIG, poi si riprende, lasciando per strada sempre qualcosa. Così si è andati avanti finora. Oggi si chiude, e basta. E la reazione operaia e sindacale non c’è e se anche ci fosse, avrebbe scarsa visibilità.

Ma non è questo il punto. Il problema è che una cultura, una civiltà del conflitto se ne sta andando, assieme all’Italia industriale. Il 31 gennaio questo è venuto alla luce.

Punto secondo: Torino è anche un epicentro del sistema informativo ed editoriale italiano. Che cosa ne resta? La vicenda de La Stampa è significativa, era una potenza, poi è scaduta ma restando ancora un pilastro del potere, poi è diventata un pilastrino e adesso fa quasi tenerezza vedere come se la rimpallano i padroni: “Dài prendila tu!”, “Grazie non m’interessa”.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Xi varca il Rubicon e e sfida il dollaro

di Giuseppe Masala

Secondo il Financial Times Xi avrebbe dato ordine di trasformare il Renminbi in una moneta di riserva mondiale e da usare per gli scambi internazionali. Una notizia di portata storica che pone le premesse per la sostituzione del dollaro statunitense

Da anni proviamo a spiegare da queste colonne che la radice dell'enorme crisi geopolitica in corso va ricercata nel disastroso stato dei conti nazionali statunitensi che - di fondo - minano la credibilità del dollaro come moneta standard per gli scambi internazionali.

Un chiarimento fondamentale: per conti nazionali non si intendono i conti dello stato e dunque il bilancio pubblico, ma la Bilancia Commerciale, il Saldo delle Partite Correnti e il suo cumulato, ovvero la Posizione Finanziaria Netta (in inglese, NIIP, Net International Investment Position). Si tratta di una categoria specifica di conti che consente di valutare la reale competitività del sistema produttivo di una nazione, ma anche la sua capacità di attrarre investimenti e, al contrario, anche di valutare l'eccessiva dipendenza di un paese dagli stessi capitali esteri. Circostanza questa ultima che espone il paese in questione agli umori e alle speculazioni del grande capitale apolide interessato solamente ai rendimenti e incurante dei danni sociali che può creare in una nazione ogni qualvolta innesca una crisi a causa del ritiro dei capitali.

La stabilità finanziaria dei conti nazionali statunitensi ha iniziato a traballare con la deflagrazione della crisi dei mutui sub prime del 2008 che portò, oltre che al crollo di Wall Street anche al fallimento della celebre banca d'affari Lehman Brothers.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Nell’attacco al Venezuela sperimentata la guerra cognitiva

di Luciano Vasapollo

Nelle ultime ore si è aperto alle Nazioni Unite un confronto di portata storica, destinato a segnare profondamente il dibattito sui conflitti dei prossimi anni. A New York si è svolta una riunione senza precedenti sull’uso delle nuove tecnologie militari, in particolare quelle legate alla guerra ibrida e cognitiva, con specifico riferimento a quanto avvenuto in Venezuela il 3 gennaio. Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha diffuso un comunicato con toni di estrema preoccupazione, riconoscendo la gravità di un salto qualitativo nelle modalità di guerra che rischia di ridefinire persino la nozione di crimine di guerra.

Le tecnologie impiegate in Venezuela il 3 gennaio, per l’ attacco che ha causato 100 morti e il sequestro di Maduro e Cilia Flores, non sono armi convenzionali. Si tratta di dispositivi elettronici, sonori ed elettromagnetici capaci di produrre effetti biologici devastanti sul sistema nervoso, cerebrale e fisiologico delle persone. Armi invisibili, ma non meno letali. Anzi, proprio per la loro invisibilità, potenzialmente ancora più pericolose. Russia e Cina hanno denunciato apertamente la violazione della sovranità tecnologica del Venezuela e hanno chiesto alle strutture competenti delle Nazioni Unite un’ispezione sui residui elettronici rinvenuti dopo l’attacco alle basi venezuelane.

Particolarmente dura è stata, al Palazzo di Vetro, la posizione cinese, che ha chiesto una moratoria immediata sull’uso di queste tecnologie sperimentali montate su aerei statunitensi, note come discombobulator o sistemi di disorientamento sonoro.

Print Friendly, PDF & Email

 

lantidiplomatico

Frana di Niscemi: il prezzo della subalternità agli USA e del MUOS

di Clara Statello

"Le antenne cadranno giù“. I NO MUOS cantavano questo slogan, negli anni delle lotte contro la militarizzazione dei territori, subendo feroci persecuzioni da parte dello stato. Oggi che le antenne della stazione di telecomunicazioni dell’esercito americano sono ancora in piedi, mentre Niscemi frana metro dopo metro, casa dopo casa, quelle parole diventano l’emblema di una sconfitta: non solo del movimento, ma della stessa Sicilia.

La distruzione di Niscemi è la conseguenza di una precisa scelta politica: subordinare la sicurezza dei territori alla sicurezza della potenza straniera che li occupa. Gli Stati Uniti d’America.

 

L’elefante nella stanza

Il MUOS è il grande rimosso di questi giorni. I media riportano le promesse e le passerelle dei politici, la disperazione degli abitanti, gli insulti di giornalisti e dell’opinione pubblica che rivittimizzano gli sfollati con commenti dai toni antimeridionalisti.

Nessuno che ricordi che Niscemi è la città del MUOS e della NRTF (Naval Radio Transmitter Facility) della US Navy, la marina statunitense. Nessuno che ricordi che Niscemi è una città chiave nella strategia globale degli USA.

Le antenne della stazione di telecomunicazione sono un’infrastruttura a utilizzo esclusivo delle forze armate statunitensi, in grado di trasmettere “oltre l’orizzonte”, cioè a grandi distanze, comunicazioni di intelligence alle forze di superficie, sottomarine, aeree e terrestri e dei centri C4I (Command, Control, Computer, Communications and Intelligence) della Marina militare Usa.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Trump, predatore senza prede

di Pino Arlacchi

Ma chi è davvero Donald Trump? È troppo facile sbarazzarsi dell’interrogativo con la scorciatoia cognitiva della follia e della delinquenza. È troppo facile perché gli psichiatri ci dicono che il delirio di molte patologie mentali è metodico e coerente. E perché la criminologia ci dice che il comportamento criminale è razionale rispetto allo scopo e perciò lucido e prevedibile. Tutto il contrario di un Trump squilibrato e/o malfattore.

Proviamo invece a leggere il presidente americano attraverso il famoso ritratto dei protagonisti del capitalismo dipinto da Fernand Braudel, il maggiore storico del ’900, e attraverso gli studi più recenti sul comportamento animale.

Nella sua opera più nota, Braudel ha disegnato i profili delle singolari creature che si aggirano negli strati più alti del capitalismo occidentale. Quegli ambienti off-limits, avvolti nella nebbia, che l’autore chiama l’antimercato. Zone dove non ci sono più la regolazione e la concorrenza che dominano i piani più bassi del sistema, la “sfera rumorosa della circolazione delle merci”, il mercato dove tutto accade in superficie e dove vige la trasparenza.

I vertici supremi del capitalismo degli ultimi sette secoli, secondo Braudel, sono il regno degli animali da preda: le decine e centinaia di Donald Trump cui non può importare di meno delle regole che valgono per gli animali più deboli. Il “dolce commercio” è pacificatore finché non diventa grande impresa monopolistica o cartello di Stato.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Gaza e la "verità istantanea"

di Andrea Zhok

Come al solito, con la dovuta calma, dopo che la tempesta è finita e quando cominciano a crescere i fiori sulle tombe, le verità si definiscono.

L'IDF ha ammesso ufficialmente il conteggio di 71.667 palestinesi uccisi nei due anni successivi al 7 ottobre 2023 (è ovviamente legittimo ipotizzare che se questi sono ammessi, in realtà siano ben di più, ma lasciamo stare).

Secondo l'IDF di questi 71.667 ben 20.000 erano combattenti di Hamas.

I parametri per definire cosa sia un combattente di Hamas per Israele sono notoriamente problematici e, diciamo così, "generosi"; ma ammettiamo di nuovo, per un momento, che il dato sia reale.

Questo significa che oltre 51.000 civili (sic!) sono stati sicuramente uccisi dall'esercito.

Ora per piacere continuate a spiegarci che Israele rispetta i civili e che i dati dell'autorità palestinese sono farlocchi (davano 56.000 morti).

Continuate a spiegarci che la repressione iraniana delle rivolte interne chiama in causa la nostra umanità, richiede sanzioni durissime e un cambiamento di regime, anche bombardandoli, ma che per Israele questo è inapplicabile. 

Il punto di fondo, semplice, è lo stesso che abbiamo rilevato mille volte, e negli ultimi anni con particolare frequenza.

Print Friendly, PDF & Email

marxismoggi

“Pecunia non olet” (Il denaro non manda odore)

di Carla Filosa

Dal rapporto OXFAM 2026 si apprende che ci si appresta a cadere nel “baratro della diseguaglianza”, dove si calcola una concentrazione della ricchezza mondiale tra 3.000 ricchi e l’altra metà del mondo in stato di povertà. Ciò significa che 12 uomini più ricchi detengono più denaro di 4,1 miliardi di esseri umani, e che con questi numeri si potrebbe cancellare per ben 26 volte la fame nel mondo. Nella sola Italia si registra un incremento del 10% di miliardari.

Se poi guardiamo all’attuale politica di Trump si riscontrano tagli fiscali, deregolamentazione tecnologica ed esenzione per le multinazionali americane dalla tassazione minima globale del 15%, come fattori che alimentano il divario sociale. Tutto ciò si traduce in potere politico che riposa anche sul possesso di più della metà delle testate mondiali dei media, il cui controllo erode diritti e sicurezza in generale. Gli Usa, inoltre, hanno già da tempo tagliato il 17% dei finanziamenti a cooperazione e sostegno alle fasce deboli del pianeta, per sanità, istruzione e accoglienza, determinando una previsione di 14 milioni di morti entro il 2030, forse per difetto.

Questa breve citazione vuole introdurre un tema che non riguarda lo sdegno – pur inevitabile e giusto – di chi ancora mantiene un concetto di eguale diritto umano alla vita, ma più precisamente di chi cerca di indagare sul punto di partenza e di arrivo del denaro nelle fauci dei vari ricchi, e che già due secoli fa è stato chiamato “la cosiddetta accumulazione originaria” (Marx, Il Capitale, I, 3, VII).

Print Friendly, PDF & Email

nicomaccentelli

Quando chi si dice comunista fa il gioco dell’imperialismo

di Nico Maccentelli

Riporto la dichiarazione congiunta di questi partiti comunisti, solo per evidenziare come certe posizioni settarie cadano nel gioco dell’imperialismo.

Non a caso il Partito Comunista Cubano, il Partito Comunista della Federazione Russa e il Partito Comunista Cinese non siano in questa lista. Per non parlare del Partito Comunista Svizzero che ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Il Partito Comunista (Svizzera) segue con attenzione la situazione nella Repubblica Islamica dell’Iran e condanna le evidenti e violente ingerenze promosse dagli Stati Uniti e dall’Entità sionista per destabilizzare il Paese, deviando le inizialmente legittime proteste popolari in risposta alle difficoltà economiche e sociali provocate peraltro proprio dalle pesanti sanzioni imposte dagli USA all’Iran.»

Questo è il mio commento in questo post di Rifondazione Comunista:

«Neanche una parola sul terrorismo sionista del Mossad e della CIA che ha sparato indistintamente su manifestanti e polizia come in Euromaidan, bruciato sedi statali, moschee! Sembra che l’imperialismo attacchi solo dall’esterno… Neanche una parola sulle grandi manifestazioni popolari a difesa della Repubblica Islamica. La sfilza di sigle non toglie il fatto che questa posizione non giova al popolo iraniano, ma all’imperialismo legittimandolo!»

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Silicio e sangue: la strategia di Pechino e la furia del debitore armato

di Pasquale Liguori

Il Wall Street Journal annuncia il tramonto dell'economia cinese, ma gli ordini di chip raccontano un'altra storia. Ecco perché lo squilibrio finanziario globale ci spinge verso l'opzione nucleare

Nella giornata di ieri, l’osservatore che ha sfogliato la stampa internazionale si è trovato di fronte a una dissonanza cognitiva quasi perfetta. Da un lato, il Wall Street Journal pubblica in prima pagina un'autopsia dell'economia cinese intitolata A Doom Loop of Deflation (Una spirale negativa di deflazione), descrivendo un Paese paralizzato dalla sfiducia, con consumatori che non spendono e aziende intrappolate in una competizione suicida. Dall'altro, l'ambasciatore cinese Xu Feihong rivendica in un editoriale sul quotidiano indiano The Hindu una crescita del 5% trainata da “nuove forze produttive” e consumi di qualità, rigettando con sdegno l'accusa di sovrapproduzione.

Chi mente? La risposta non si trova nelle colonne dei giornali, ma qualche utile indizio lo si può rintracciare nei movimenti sotterranei del silicio. La notizia, battuta lo scorso mercoledì da Reuters, del via libera di Pechino all'importazione dei chip Nvidia H200 è la pistola fumante che smentisce la narrazione del collasso e rivela una strategia industriale di una lucidità disarmante.

Per capire perché la “spirale negativa” del Wsj sia una lettura parziale, bisogna analizzare la coreografia dei semiconduttori andata in scena negli ultimi mesi.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Sui difensori in Italia del neo imperialismo (scomposto) di Trump

di Andrea Zhok

Il posizionamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti delle politiche dell’amministrazione Trump non vale, naturalmente, come fattore di politica internazionale (la nostra opinione, pubblica o di vertice, non influenza in alcun modo la politica americana). Esso conta tuttavia come elemento di autocomprensione e di consapevolezza politica interna.

Ora, di fronte ai non pochi che continuano a difendere, magari a denti stretti e con varie contorsioni, le politiche dell’amministrazione Trump, io ho – almeno in parte – comprensione psicologica. Ne capisco fino a un certo punto la dinamica mentale.

Trump è stato eletto come alfiere populista del movimento MAGA, con un’agenda che si voleva:

• Avversa al “Deep State” e al predominio degli interessi finanziari “macro” rispetto alle istanze della piccola proprietà (la “piccola borghesia” e il “proletariato qualificato”, nella terminologia tradizionale);

• Contraria alle derive “Woke” e agli eccessi del politicamente corretto nell’amministrazione, nella scuola, nell’accademia americane;

• Contraria a una politica di presenzialismo imperialistico sul piano mondiale, favorevole all’isolazionismo, a una maggior cura dei problemi interni agli USA;

• Favorevole a un ripristino dell’ordine interno e a una limitazione di processi migratori incontrollati;

Alastair Crooke: I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump

2025-12-31 - Hits 5210

Marco Travaglio: A chi inviamo le armi?

2026-01-04 - Hits 2896

Domenico Moro: Sequestro di Maduro: un episodio della terza guerra mondiale a pezzi

2026-01-04 - Hits 2896

Alastair Crooke: Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi

2026-02-07 - Hits 2759

Pier Giorgio Ardeni: Contro l’imperialismo da gangster rovesciamo il tavolo dell’alleanza e rilanciamo il multipolarismo

2026-01-06 - Hits 2578

Sergio Cesaratto: Scenario UE. Gli abbagli di sinistra e neo-liberali lasciano a Bruxelles solo la guerra

2025-12-31 - Hits 2576

Mario Sommella: Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

2025-12-30 - Hits 2567

Il Pungolo Rosso: L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari

2026-01-02 - Hits 2520

Luigi Alfieri: Trumpismo, malattia senile dell’americanismo?

2026-01-26 - Hits 2291

Antonio Martone: Giovani d’oggi

2026-01-13 - Hits 2269

Alessandro Visalli: A Trump ‘piace vincere’. Note sull’Iran e l’avvio della “Campagna delle Guerre” USA

2026-01-19 - Hits 2255

Carlo Formenti: La lotta alla guerra è priva di prospettive se non è funzionale alla lotta antimperialista e anticapitalista

2026-01-12 - Hits 2236

Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli: La Cina e la lotta antimperialista su scala planetaria

2026-02-16 - Hits 2189

Tiberio Graziani: Dalla pace multilaterale alla pace selettiva: il Board of Peace come tassello della dottrina Trump

2026-01-20 - Hits 2078

Pasquale Liguori: Contro la polizia morale. Antisemitismo e microfascismi a partire da un recente caso editoriale

2026-01-21 - Hits 2014

Antonio Evangelista: Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod...La scena del crimine che non torna

2026-01-02 - Hits 1895

Carlo Formenti: Diritto internazionale? Non fatemi ridere!

2026-01-04 - Hits 1855

comidad: Lindsey Graham è il vero Trump (e non solo)

2026-01-15 - Hits 1830

Maylyn López: Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse

2026-01-05 - Hits 1813

Giuseppe Gagliano: La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia

2026-01-23 - Hits 1737

Alessandro Volpi: Aggressione all'Iran. Quello che i giornali italiani non scrivono

2026-02-28 - Hits 1703

Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera: Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra

2026-02-07 - Hits 1645

Elena Basile: Aggressione all'Iran.  "Se non ci mobilitiamo, le prossime vittime saremo noi e i nostri figli"

2026-02-28 - Hits 1635

Ilan Pappè: “Il destino di Israele è segnato”

2026-02-07 - Hits 1569

Alessandro Volpi: I tre fattori anti-sociali che hanno permesso alle banche italiane di fare una montagna di profitti

2026-02-13 - Hits 1538

François Vadrot e Fausto Giudice: Il momento in cui il capitale critico incontra il capitale finanziario

2026-02-14 - Hits 1450

Nicola Casale: Palestina e Iran nella crisi dell'imperialismo e del capitalismo

2026-02-12 - Hits 1431

Carmelo Buscema e Gennaro Imbriano: Con il Venezuela bolivariano. Contro l'imperialismo suprematista statunitense

2026-02-16 - Hits 1429

Roberto Fineschi: Che cosa distrugge la scuola? Riflessioni a partire dal film “D’istruzione pubblica”

2026-02-25 - Hits 1403

Andrea Zhok: L'illusione della testa tagliata: perché l'Iran non è un videogioco

2026-03-02 - Hits 1306

Carlo Di Mascio: Il soggetto moderno tra Kant e Sacher-Masoch

2025-04-23 - Hits 34944

Salvatore Bravo: "Sul compagno Stalin"

2025-05-18 - Hits 28062

Lavinia Marchetti: All’improvviso la macchina della propaganda giornalistica scopre il genocidio. Perché?

2025-05-14 - Hits 21487

Andrea Zhok: "Io non so come fate a dormire..."

2025-05-17 - Hits 19911

Fabrizio Marchi: Gaza. L’oscena ipocrisia del PD

2025-05-28 - Hits 18129

Massimiliano Ay: Smascherare i sionisti che iniziano a sventolare le bandiere palestinesi!

2025-05-28 - Hits 17379

Guido Salerno Aletta: Italia a marcia indietro

2025-05-19 - Hits 16393

Elena Basile: Nuova lettera a Liliana Segre

2025-05-06 - Hits 16241

Alessandro Mariani: Quorum referendario: e se….?

2025-05-17 - Hits 16230

Clara Statello: Xi Jinping a Mosca per la Parata del 9 Maggio: Pechino sfida gli avvertimenti di Kiev

2025-05-04 - Hits 16196

Michelangelo Severgnini: Le nozze tra Meloni ed Erdogan che non piacciono a (quasi) nessuno

2025-04-29 - Hits 15887

Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana

2025-05-15 - Hits 15786

Diego Giachetti: Dopo la fine del comunismo storico novecentesco

2025-05-25 - Hits 15736

comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella

2025-05-29 - Hits 15669

Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie 

2025-08-02 - Hits 15181

Manlio Dinucci: Washington caput mundi

2025-05-04 - Hits 14829

Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica

2025-05-25 - Hits 14739

Lavinia Marchetti: Il giornalista perfetto per un mondo impresentabile: Enrico Mentana e il consenso

2025-06-21 - Hits 14156

Aidan J. Simardone: Il declino di SWIFT: come le potenze globali stanno sfuggendo alla trappola del dollaro

2025-05-04 - Hits 13336

Giorgio Agamben: Il medioevo prossimo venturo

2025-04-28 - Hits 13238

Andrea Zhok: Vogliamo lasciarci alle spalle la vicenda pandemica?

2025-04-25 - Hits 13237

Barbara Spinelli: La follia bellica Ue e l’arma di Čechov

2025-04-10 - Hits 13212

Ilan Pappé: Sul panico morale e il coraggio di parlare

2025-05-03 - Hits 13121

Fabrizio Verde: Mario Draghi: il profeta del disastro che continua a predicare il neoliberismo fallito

2025-05-15 - Hits 13044

Chris Hedges: La nuova era oscura

2025-05-19 - Hits 13028

Barbara Spinelli: Ucraina, l’ignavia dei 4 volenterosi

2025-05-18 - Hits 13013

G. P.: Kiev, in difesa dei principi liberali

2025-05-01 - Hits 12955

Thomas Fazi: L’UE prospera sulla paura. Prima il Covid, ora la Russia

2025-05-10 - Hits 12917

Vincenzo Maddaloni: Un puzzo di Reich aleggia su Berlino

2025-05-14 - Hits 12531

Fabrizio Verde: Il rublo russo (+38%) e la figuraccia dei media occidentali

2025-04-16 - Hits 12399

CALEMME COVER.pdf

Qui una recensione di Ciro Schember

Copert.ISBN COSA E SUCCESSO IL 2020.jpg

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo

COVER bitte.jpg

Qui un estratto del volume

Qui comunicato stampa

382eb4 c6bcd861b60b4f91920e8b7d925032edmv2

Qui la prefazione di Thomas Fazi

mazzoli2.png

Qui la quarta di copertina

 

copetina poletti.png

Qui una recensione del volume

Qui una slide del volume

 

2025 03 05 A.V. Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF

speranzaforzasociale.png

Qui quarta di copertina

Qui un intervento di Gustavo Esteva attinente ai temi del volume

Tutti i colori. Piatto.jpg

Qui una scheda del libro

 

castaldo Prima Cop.jpg

Qui la premessa e l'indice del volume

Cengia MacchineCapitale.pdf

Qui la seconda di copertina

Qui l'introduzione al volume

 

 

libro daniela.png

Qui il volume in formato PDF

Locandina presentazione scienza negata2 1.jpg

 

Copindice.pdf

Qui l'indice e la quarta di copertina

 

9788875883782 0 536 0 75.jpg

Copertina Danna Covidismo.pdf

Qui la quarta di copertina

 

sul filo rosso cover

Qui la quarta di copertina

 

Copertina Miccione front 1.jpeg

CopeSra0.pdf

Qui una anteprima del libro

Copertina Ucraina Europa mondo PER STAMPA.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Terry Silvestrini

Qui una recensione di Diego Giachetti

 

9791281546103 0 536 0 75.jpg

Qui una presentazione del libro

 

COPERTINA COZZO 626x1024.jpg.avif

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

Calemme copertina 1.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Ciro Schember

 

Copertina Tosel Il ritorno del religioso 1a e 4a.jpg

Qui la quarta di copertina

 

1697301665 semi mondo futuriobile cover.jpg

Qui la quarta di copertina

Qui l'introduzione

 

copertina manifesto.jpg

Qui l'introduzione al volume

 

9788831225328 0 536 0 75.jpg

Qui una recensione del libro

9788865485071 0 536 0 75.jpg

Qui la quarta di copertina

 

copertina malascienza.jpg

Qui la quarta di copertina

 

PRIMA Copertina.pdf

Qui la quarta di copertina

Qui una presentazione

 

Russojby.jpg

AIorK4wQjRWXSZ

Qui una recensione di Luigi Pandolfi

 
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008

copertina minolfi.pdf

Qui l'indice del libro e l'introduzione in pdf.

 

Mattick.pdf

Qui la quarta di copertina

Ancora leggero

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto

La Democrazia sospesa Copertina

Qui la quarta di copertina

Qui una recensione di Giuseppe Melillo

 

 

cocuzza sottile cover

Qui l'introduzione di Giuseppe Sottile

Web Analytics