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"Attacchi preventivi" della Nato? Il Generale Andrei Gurulëv sintetizza la pianificazione strategica russa
di Fabrizio Poggi
La Russia non aspetterà che un eventuale conflitto passi a quella che l'Occidente definisce una fase "convenzionale". In caso di una guerra di vasta portata, i sistemi di comando e controllo e le infrastrutture della NATO collasserebbero rapidamente sotto i colpi russi. Questa, in estrema sintesi, la risposta alla malsana idea esposta al Financial Times dall'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato militare NATO, secondo cui l'Alleanza atlantica sta considerando approcci più duri di dissuasione nei confronti di Mosca: in sostanza, la NATO starebbe valutando l'idea di lanciare un "attacco preventivo" contro la Russia in risposta ai presunti crescenti "attacchi ibridi".
«Stiamo valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo piuttosto che reattivo», ha detto Dragone, aggiungendo che il termine stesso di "attacco preventivo" viene già interpretato dall'Alleanza come una forma di "azione difensiva". In questo contesto, il generale e deputato della Duma Andrei Gurulëv evidenzia su Moskovskij Komsomolets come l'Occidente abbia più volte indicato gli anni 2028-2030 come arco temporale per una probabile guerra con la Russia e sottolinea come questo rappresenti un elemento di pianificazione strategica. L'aumento dei bilanci militari, i programmi di mobilitazione di Germania, Francia e altri paesi, dice il generale, insieme alle discussioni sul dislocamento di armi nucleari in Polonia e ora in Ucraina, fanno tutti parte dell'architettura a lungo termine dello scontro.
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Rinascita e caduta cinese
di Salvatore Bravo
Si susseguono nella sinistra radicale e comunista gli interventi a sostegno della Cina socialista. L’ammirazione è sostenuta da alcuni dati indiscutibili. In primis la sconfitta della povertà assoluta e, non è secondaria, la capacità del Partito comunista cinese di attrarre i capitali esteri al fine di sostenere lo sviluppo della Cina nel suo complesso. La Cina non si è lasciata cannibalizzare dai capitalisti come fu dopo la caduta dell’Unione Sovietica per la Russia. Nella Russia di Boris Eltsin lo sfruttamento e la privatizzazione dei servizi sociali portarono a una notevole riduzione dell’aspettativa di vita dei russi. Nel 1994 l’aspettativa di vita era di 64 anni. L’Eden che i russi si attendevano dal capitalismo si trasformò in un incubo reale che falcidiava sogni e vite umane. Non è possibile dimenticare Mikhail Sergeyevich Gorbachev, già pensionato, nel discutibile spot con la nipotina Anastasia nel 1997 per pubblicizzare l’americana Pizza Hut commercial. Lo spot non fu tramesso nelle TV russe, ma diede l’impressione agli occidentali che la Russia fosse ormai terra di conquista dei “capitali” e che la storia fosse finita sotto la bandiera del mercato in cui con le merci si vendono e svendono anche le culture dei popoli e la dignità degli uomini. La classe dirigente russa si svelò nella sua verità, essa era corrotta e aveva abbandonato la nazione al suo destino. Il successo di Putin non può che essere spiegato con il terrore introiettato dai russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica di diventare nei fatti una colonia dei capitalisti umiliata nell’identità culturale e con il pericolo di essere smembrata in stati facilmente dominabili.
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Chi gioca alla guerra su Taiwan
di Michelangelo Cocco*
Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.
La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.
Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).
I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.
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Italia. Portuali, Palestina e la nuova unità contro l'imperialismo
di Geraldina Colotti*
Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters. Tre volti noti a livello internazionale, rispettivamente un'attivista climatica, una relatrice Onu, e un famoso cantante rock, co-fondatore dei Pink Floyd. Tre figure appartenenti a generazioni diverse, in qualche modo simbolo del loro tempo: Waters ricorda gli anni '70, anni di rottura e messa in questione sistemica del modello capitalista, in cui era costume riprendere nelle piazze l'invito di Che Guevara a innescare “10, 100, 1.000 Vietnam”.
Albanese rappresenta la coerenza costituzionale contro gli effetti della crescente balcanizzazione del mondo e dei cervelli, che mostrano la contraddizione flagrante fra la legittimità del diritto e la legalità borghese, calpestata con arroganza in spregio delle leggi internazionali. Greta mostra la solitudine delle giovani generazioni orfane della memoria storica, però “costrette” a crescere e a fare esperienza di fronte alla violenza del modello capitalista, e a passare dalle lotte settoriali a quelle generali.
Tre figure che hanno marciato a fianco (in modo concreto o simbolico) della lotta dei portuali di Genova, il 28 novembre 2025, e nella successiva giornata di sciopero generale, organizzata con successo dai sindacati di base (100.000 persone).
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Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più…
di The Islander
Andriy Yermak si dice “disgustato” dalla mancanza di supporto dopo il raid NABU. Non dovrebbe esserlo. Chiunque capisca come funzionano gli imperi sa esattamente cosa è appena successo: nel momento in cui smetti di essere strategicamente utile, non sei più protetto, vieni cancellato. E agli occhi dei sostenitori dell’Ucraina, l’utilità di Yermak è venuta meno nel momento in cui è diventato un ostacolo alla definizione dell’accordo a porte chiuse.
La coreografia della sua caduta racconta la storia. La NABU, lo strumento di precisione di Washington che lavora in nero come agenzia anticorruzione, non distrugge la vita del più potente alleato di Zelensky, a meno che il copione non sia stato approvato a un livello superiore.
Yermak si è dimesso nel giro di poche ore. Nessuna protesta. Nessuna resistenza. Poiché aveva capito qualcosa che Zelensky si rifiuta ancora di accettare, quando gli americani decidono che la purga è necessaria, l’unica domanda che rimane è chi verrà estromesso per primo.
Zelensky crede davvero che sacrificando i propri complici possa proteggere se stesso. Immagina che gettare Yermak in mare gli salverà la pelle. È l’ultima illusione di un uomo già sull’orlo del baratro, la convinzione che la lealtà alla macchina gli comprerà la pietà. Dovrebbe guardare negli occhi Saakashvili.
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Il regime epistemologico neoliberale e i suoi amici: Daniel Innerarity
di Patrizio Paolinelli
La società della conoscenza ha un alter ego: la società dell’ignoranza. È questa l’indovinata ipotesi di lavoro del filosofo spagnolo Daniel Innerarity contenuta nel suo libro, La società dell'ignoranza. Sapere e potere nell'epoca dell'incertezza, (Castelvecchi, Roma, 2024, pp. 206). Ipotesi calata nel nostro mondo ipertecnologico e con la quale siamo invitati a riflettere sulla controversa relazione tra sapere e non sapere. Poiché della società della conoscenza si scrive e si discute da anni, Innerarity pone l’enfasi sulla trascurata ignoranza in un denso libro composto da una serie di articoli e saggi brevi. Ognuno dei pezzi tratta un tema relativo alla produzione, alla fruizione e all’istituzionalizzazione del sapere in questo primo scorcio del XXI secolo.
Diciamo subito che Innerarity nobilita l’ignoranza e allo stesso tempo la mette in questione. Operazione oggi necessaria perché la proliferazione delle conoscenze è talmente consistente da obbligare gli individui a confrontarsi con l’aumento della propria mancanza di competenza, ovvero, a misurarsi col crescere della propria ignoranza. Il tema è indubbiamente all’ordine del giorno in un mondo in cui la scienza, la tecnologia e l’informazione hanno acquisito un ruolo determinante nella transizione epocale di cui tutti siamo testimoni. Il problema, come al solito, è il punto di vista con cui si leggono i cambiamenti sociali. E Innerarity chiarisce il suo: in un contesto di sovrapproduzione di contenuti quando si parla di ignoranza dobbiamo occuparci essenzialmente dell’ignoranza “di cui nessuno è colpevole, se non le circostanze reali che, in tutto o in parte, la rendono inevitabile.”
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Fisica e politica
di Alberto Giovanni Biuso
Wolfgang Pauli, uno degli iniziatori della fisica quantistica, una volta diede la seguente risposta, a proposito di un articolo che gli era stato sottoposto: «das ist nicht einmal falsch», ‘non è neanche sbagliato’, poiché i suoi contenuti non avevano semplicemente senso. Nel 2002 alcuni articoli sulla gravità quantistica scritti a Parigi dai fratelli Igor e Grichka Bogdanov vennero giudicati al loro apparire uno scherzo proprio perché i loro contenuti erano privi di senso. E tuttavia questi articoli erano riusciti a ottenere giudizi positivi nelle procedure di peer review, la valutazione che le riviste scientifiche danno degli articoli loro proposti. Il procedere della faccenda mostrò che non si trattava di una burla, che i Bogdanov avevano scritto i loro testi con intenzioni ‘scientifiche’ serie. In ogni caso ben cinque riviste, tre delle quali molto prestigiose, avevano pubblicato dei testi che erano intrisi di affermazioni errate o assurde.
Si tratta di un episodio molto grave, il quale si spiega anche con lo stallo nel quale la fisica teorica è impantanata da quasi ormai mezzo scolo. Dopo lo sviluppo delle prime teorie quantistiche si era pervenuti negli anni Sessanta al cosiddetto Modello standard di tali teorie. Da allora non si è registrato alcun progresso sostanziale e anzi i grandi obiettivi della conciliazione tra teoria dei quanti e relatività e della unificazione delle quattro forze fondamentali della materia in una Grande Teoria Unificata si sono rivelati completamente fallimentari.
La teoria che sembrava poter conseguire tale obiettivo si chiama Teoria delle stringhe, diventata poi Teoria delle Superstringhe. Questa teoria è un esempio eclatante di ciò che il fisico quantistico Lee Smolin non esita a definire la situazione tragica della fisica teorica contemporanea: «Per parlar chiaro, abbiamo fallito: abbiamo ereditato una scienza, la fisica, che aveva continuato a progredire a tale velocità così a lungo che spesso veniva presa a modello per altri generi di scienza. La nostra comprensione delle leggi della natura ha continuato a crescere rapidamente per oltre due secoli, ma oggi, nonostante tutti i nostri sforzi, di queste leggi non sappiamo con certezza più di quanto ne sapessimo nei lontani anni Settanta» (L’universo senza stringhe. Fortuna di una teoria e turbamenti della scienza, Einaudi, Torino 2007, p. X).
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I furbetti della manipolazione e dell’indignazione
di Sergio Cararo
In soli tre giorni abbiamo assistito a un combinato disposto di disinformazione, manipolazione e stigmatizzazione teso a coprire e rimuovere eventi politicamente scomodi per la narrazione dominante.
Il primo è avvenuto venerdì quando l’attenzione politica e mediatica si è concentrata quasi esclusivamente nell’incursione alla sede del quotidiano La Stampa allo scopo evidente di oscurare lo sciopero generale dell’Usb e dei sindacati di base contro “La Finanziaria di guerra” del governo Meloni.
Il copione si è ripetuto tra sabato sera e domenica mattina quando, tra telegiornali serali e giornali domenicali, è stata oscurata una enorme manifestazione popolare contro il governo puntando esclusivamente ad amplificare la “stigmatizzazione” delle parole della relatrice speciale dell’Onu Francesca Albanese nel corso della manifestazione, tra l’altro distorcendone spudoratamente il senso e le parole stesse.
Aver usato Francesca Albanese come target di questa offensiva disinformativa e manipolante ha consentito alla classe politica e ai mass media di evitare di riferire e commentare una manifestazione pienamente riuscita sul piano della partecipazione e che proprio governo, mass media al servizio dello stesso e apparati sionisti avevano ardentemente sperato che non riuscisse. Un certo giornalismo-avvoltoio sperava magari in scontri o qualche vetrina sfasciata. Ma sono rimasti delusi, ragione per cui hanno ritenuto di dover oscurare una manifestazione con decine di migliaia di persone.
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La guerra degli zombie europei alla Russia
di Giuseppe Masala
Nel contesto del sempre più evidente disinteresse di Washington per la Nato e la UE la posizione bellicista di molte capitali europee assume sempre di più la logica del giocatore d'azzardo che per non perdere tutto rilancia. Quella che preparano a Londra, Parigi e Berlino è sempre di più una guerra degli zombie contro la Russia
Mentre sul campo di battaglia ucraino appare sempre più evidente la rotta delle truppe del regime di Kiev, sul piano della diplomazia a rompere l'inerzia è il piano di pace proposto da Trump che poi non è altro che la presa d'atto di ciò che il conflitto armato ha decretato e che, al massimo, può essere visto come il tentativo da parte della Casa Bianca di limitare i danni militari, diplomatici ed economici innanzitutto per gli USA, ma anche per i suoi scriteriati vassalli europei.
Definire scriteriato il comportamento europeo non può essere considerato esagerato perchè chiaramente fondato sulla completa negazione della realtà ovvero l'evidenza che l'Ucraina ha perso la guerra nonostante l'enorme aiuto della Nato, degli USA e della UE sia sul piano militare che su quello diplomatico ed economico. Va detto che per i paesi europei questa è una realtà difficilissima da accettare perché sancisce la completa e catastrofica sconfitta anche della Nato e della UE come istituzione. Alla luce di questo si comprendono i tentativi europei di questi giorni di riuscire a sabotare le trattative di pace sia portando Zelensky dalla propria parte, sia usando metodi poco ortodossi tra alleati come quello di divulgare intercettazioni tra il plenipotenziario americano Witkoff e i suoi interlocutori russi.
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Perché gli Stati Uniti non possono più imporre i propri “valori” all'Arabia Saudita
di Redazione
Washington deve sempre più spesso negoziare non da una posizione di dominio assoluto, ma di vantaggio relativo
La visita del Principe Ereditario e Primo Ministro saudita Mohammed bin Salman a Washington, nel novembre 2025, ha segnato non solo il suo ritorno alla Casa Bianca dopo sette anni, ma un riallineamento strategico di portata storica. L’incontro con il Presidente Donald Trump, caratterizzato da una formale cena di Stato e colloqui approfonditi, ha prodotto una serie di accordi che spaziano dalla difesa all’intelligenza artificiale. Lo scrive Murad Sadygzade, Presidente del Middle East Studies Center di Mosca nel suo ultimo articolo.
Nel dettaglio, gli Stati Uniti hanno designato l’Arabia Saudita come “Major Non-NATO Ally”, hanno siglato un patto di difesa che apre la strada alla vendita di caccia F-35 e carri armati e hanno annunciato una cooperazione sul nucleare civile, i minerali critici e le tecnologie avanzate. In cambio, Riyadh ha promesso investimenti negli USA che potrebbero raggiungere la soglia simbolica del trilione di dollari.
L’agenda, ha proseguito l'esperto, si è estesa ben oltre la cerimonia, con incontri a Capitol Hill e un forum dedicato agli investimenti in AI ed energia. L’evento è stato orchestrato come l’apertura di un “nuovo capitolo” nell’alleanza strategica, sancendo la riabilitazione politica di Mohammed bin Salman e consolidando il ruolo saudita come partner centrale per Washington.
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Marx e il materialismo dialettico
di Marco Pondrelli
Un libro scritto a nove mani rischierebbe normalmente di risultare poco organico e omogeneo, ma questo testo smentisce immediatamente tale pregiudizio. Fin dal titolo chiarisce e mantiene fermo il proprio oggetto di ricerca, mostrando che il dialogo tra teoria e pratica del marxismo può essere trattato con coerenza anche in un’opera corale. Gli autori scrivono nella Prefazione: “Questo libro, assieme a quelli che seguiranno, cerca di iniziare a colmare un particolare buco nero teorico indicando gli elementi principali del materialismo dialettico, oltre a smentire e confutare il presunto e inesistente divorzio tra Marx e il materialismo dialettico” [pag. 4].
Potrebbe sembrare un ragionamento teorico astratto, soprattutto in un periodo in cui la situazione italiana è per la sinistra e i comunisti particolarmente difficile. Tuttavia, la difficoltà che stiamo vivendo in Italia è dovuta anche – ma non solo – alla mancanza di un approfondimento teorico su questi temi. Lo studio e l’elaborazione teorica, fondamentali per la formazione di quadri dirigenti, non hanno avuto un ruolo significativo nel movimento comunista post-’89.
La teoria marxiana non è solo descrittiva. Gli Autori sottolineano infatti che “la dialettica marxiana non si limita a descrivere i fenomeni, ma orienta anche l’azione politica attraverso la previsione dei momenti in cui le strutture esistenti possono crollare e lasciare spazio al nuovo” [pag. 7]. Se non si comprende il marxismo come prassi rivoluzionaria, non se ne coglie appieno il senso.
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Le quattro narrazioni sul conflitto in Ucraina
di Emanuele Maggio
Le posizioni sul conflitto ucraino si possono riassumere in QUATTRO grandi categorie, a partire dalla differenza tra antiamericanismo e filoamericanismo, declinati secondo interpretazioni MORALI dei fenomeni (cioè fantasiose, sceniche), oppure REALISTE (cioè basate sugli interessi delle Potenze e delle loro élites).
ANTIAMERICANISMO MORALE
L’antiamericanismo morale è tipico di coloro che istintivamente non credono a una sola parola dei media occidentali e istintivamente simpatizzano per i nemici degli Usa, fossero anche gli Unni di Attila. Secondo questa interpretazione, gli Usa e l’UE sono il Male Assoluto e qualunque cosa è meglio.
Costoro interpretano il conflitto ucraino secondo la propaganda di Mosca: la Russia, ultimo baluardo della cristianità, è intervenuta in Ucraina per debellare il nazismo e proteggere la popolazione russofona. Qualunque altra cosa è da imputare all’Occidente malvagio.
ANTIAMERICANISMO REALISTA
Chi appartiene a questa categoria sottolinea le responsabilità occidentali all’origine del conflitto ucraino e gli interessi delle élites occidentali nella sua continuazione.
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Giornalisti, vil razza dannata
di Dante Barontini
Premessa breve, ma necessaria. Siamo un giornale, alcuni di noi hanno lavorato per decenni in altri media, frequentando redazioni, l’alto e il basso della società, palazzi del potere, bar dove cronisti e “fonti riservate” si incontrano quotidianamente.
Conosciamo il mestiere e i suoi format, sappiamo riconoscere quando viene messa la sordina, ignorata una notizia o una tendenza (è la cosa più semplice: “non ne parliamo”), invertire “aggressore e aggredito” (una carica di polizia immotivata contro ragazzi a mani nude può in un attimo diventare “scontri”), e via elencando.
Insomma, siamo giornalisti pure noi, ma di quelli che hanno messo le proprie “competenze” dentro un progetto collettivo di ricostruzione della soggettività antagonista e indipendente dal “sistema dominante” (per dirla in breve).
E che sanno riconoscere i “colleghi” che obbediscono al comando della proprietà, rappresentata istituzionalmente dal direttore e dai capiredattori.
In questi giorni l’esibizione di servilismo professionale si è dovuta applicare a due compiti piuttosto abituali: silenziare preventivamente uno sciopero generale seguito da una manifestazione nazionale (più altre locali) e trovare qualcosa che aiuti a “coprire”, magari mettendo in pessima luce – direttamente o indirettamente – le aree politico-sindacali-associative che davano corpo alle mobilitazioni.
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Contro la finanziaria di guerra la mobilitazione è necessaria
di coniarerivolta
Di fronte a una manovra che smantella il Welfare e i servizi pubblici e apre le porte a un gigantesco riarmo imposto da Bruxelles, dalla NATO e dal governo italiano, lo sciopero del 28 novembre lanciato da USB diventa uno spartiacque decisivo. I numeri dell’economia italiana parlano chiaro, raccontando di un Paese che arretra mentre si accumulano più armi e meno diritti di cittadinanza.
Crescita in caduta libera: l’Italia fanalino di coda dell’Europa
La Commissione Europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano per il 2025, dallo 0,8% atteso a inizio anno allo 0,4% della stima del 17 novembre. Mentre l’Eurozona crescerà in media dell’1,3%, l’Italia diventa così il suo fanalino di coda. È importante sottolineare che l’enfasi sulla crescita non è un vezzo. Meno crescita vuol dire, meno occupazione e meno opportunità di lavoro complessive, quindi condizioni di vita peggiori per milioni di persone. Un rallentamento della crescita si scarica, dunque, direttamente sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. Questo rallentamento, inoltre, non è casuale, e arriva dopo tre anni in cui il Governo Meloni si è distinto come primo della classe nell’applicazione zelante dei vincoli del Patto di stabilità ed è tornato a praticare politiche di austerità. L’Italia è tornata all’avanzo primario già nel 2024 ed ha previsto di mantenerlo per tutto il triennio successivo.
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La strana democrazia di Macron: che diamine sta accadendo in Francia?
di Clara Statello
Liberté, Egalité, Fraternité…ma solo finché sta bene a me. Che il motto dei liberal, falsamente attribuito a Voltaire, “non sono d’accordo con ciò che dici ma sono pronto a dare la vita affinché tu possa dirlo” nel corso della guerra in Ucraina si fosse trasformato in “sei libero di dire e pensare ciò che vuoi, finché la penserai come Ursula von der Leyen”, è cosa arcinota.
Ma che la Francia, la patria dell’Illuminismo e della Rivoluzione, la Nazione che ha donato la statua della Libertà agli Stati Uniti, il Paese di Sartre, Camus, Voltaire, Robespierre, Montesquie, che ha dato rifugio ai nostri perseguitati politici, si sia trasformato in uno Stato se non totalitario, certamente autoritario, è davvero difficile da credere.
Purtroppo, però, i fatti parlano chiaro e dipingono un governo che, nonostante il consenso più basso di sempre, usa il pugno duro contro i “dissidenti” (chiamiamoli così, visto che ormai, in democrazia liberale, non esiste l’opposizione) e calca la mano sulla repressione. Anche contro i ragazzi dei licei.
E’ notizia pubblicata oggi (27 novembre 2025) sul cartaceo del Corriere della Sera, l’intervento violento della polizia nei confronti degli studenti dei licei più esclusivi di Parigi, per “sedare” la tradizionale sfida natalizia della guerra degli abeti.
Si tratta di un gioco goliardico tra i ragazzi dei licei Henri-IV e Louis-le- Grand, in cui si è formata l’elite del Paese: da Emmanuel Macron a Jaque Chirac, da Michel Foucault a Simone Veil, da Jean Paul Sartre a Roland Barthes.
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Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050
di Paolo Di Marco
1- i fatti
È molto che se ne parla, a volte anche a livello di massa (tanto che ci avevano anche fatto un film), e fino all’anno scorso sembravano falsi allarmi, tanto che l’IPCC ne dava una probabilità del 4% nel 2100; gli studi più recenti hanno invece rovesciato il quadro: non è più questione di se ma di quando; e il quando più probabile è tra il 2025 e il 2095, con centro nel 2050: per allora l’AMOC, la grande corrente (Atlantic Meridional Overturning Circulation) che porta le acque calde dal sud al nord e riporta le acque fredde da nord a sud, redistribuendo il calore su tutta la superficie marina e poi terrestre (trasporta 50 volte l’energia prodotta in un anno da tutta l’umanità) si fermerà.
Il collasso ha una causa semplice: il riscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacciai della Groenlandia, e l’acqua dolce diminuisce la salinità delle acque del nord, che è il motore base della circolazione.
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E le banche? Non pagano mai
di coniarerivolta
Dopo aver descritto le riforme in tema di IRPEF, continuiamo a descrivere alcune delle altre misure fiscali presenti, o quantomeno annunciate, nella legge di bilancio.
Fra le varie misure la parte del leone, anche nel dibattito mediatico, l’ha fatta senz’altro la questione “contributo delle banche”. Per capire esattamente di cosa si tratta, occorre fare un passo indietro, anzi due.
Il tema di un maggior contributo del sistema bancario al gettito fiscale emerge nel biennio 2022-23. A seguito dell’ondata inflattiva e conseguente aumento dei tassi di interesse dalle banche centrali, aumenta a dismisura il margine di interesse delle banche commerciali -il divario fra interessi attivi e passivi- una delle componenti fondamentali dell’utile complessivo. Come abbiamo già raccontato, un periodo d’oro per i profitti del sistema bancario.
Ne segue che nella primavera del 2023, il Governo Meloni annuncia in pompa magna una tassazione sugli “extraprofitti” delle banche, identificati appunto come l’incremento di questo margine di interesse rispetto agli anni precedenti. Su tale incremento si decide di imporre un prelievo del 40%. In poche settimane, di fronte alle proteste delle banche, il Governo fa dietrofront: invece di versare quanto dovuto, le banche possono decidere a loro discrezione di accantonare un importo pari a 2,5 volte l’imposta teorica in una riserva non distribuibile. Se i fondi accantonati in questa riserva saranno poi distribuiti agli azionisti sotto forma di dividendi, allora si tornerà a dover pagare l’imposta del 40%.
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L’impoverimento non fa soft power
di comidad
I rituali della fintocrazia prevedono che ogni tanto vi sia un conflitto istituzionale simulato, una tempesta in un bicchier d’acqua che consenta al fantoccio di turno di recitare la parte dell’impavido nocchiero. Quando si tratta di concedere a Giorgia qualche attimo di fittizio protagonismo, il presidente Mattarella si dimostra paterno e comprensivo; l’importante è che sia lui a comandare. Lo si è visto alla riunione del Consiglio Supremo di Difesa del 17 novembre scorso, dove la linea l’ha dettata lui, con Crosetto in funzione di maggiordomo. Il Consiglio presieduto da Mattarella ha rilasciato un documento finale in cui si denuncia la “minaccia ibrida” della Russia, e di altre potenze ostili, ai nostri processi democratici ed alla nostra coesione sociale. Molti hanno interpretato queste dichiarazioni come la manifestazione dell’intento di limitare ulteriormente la libertà di espressione. Sicuramente è così, ma non è questo l’elemento più rilevante da notare in dichiarazioni del genere, che rappresentano invece l’esplicita confessione di non detenere più il primato in ciò che, quando proviene dal campo occidentale, viene definito “soft power”. Secondo Mattarella e soci, il rischio è che la Russia riesca ad esercitare sulla nostra popolazione più fascinazione della NATO e dell’UE. Si tratta di un’ammissione piuttosto grave. Si vorrebbe farci credere che il motivo della fascinazione esercitata da Putin stia nella perfida abilità dei suoi troll. In realtà il crollo del soft power ha cause esclusivamente interne al cosiddetto Occidente.
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Intelligenza artificiale, bolla e disoccupazione
di Il Chimico Scettico
La bolla AI probabilmente sta per scoppiare. Le conseguenze del suo scoppio finiranno per colpire anche chi di AI non si è mai interessato.
https://www.nature.com/articles/d41586-025-03776-0
Dopo anni di clamore e investimenti in crescita esponenziale, il boom della tecnologia dell'intelligenza artificiale comincia a mostrare segni di cedimento. Molti analisti finanziari concordano ormai sul fatto che esista una "bolla dell'IA", e alcuni ipotizzano che potrebbe finalmente scoppiare nei prossimi mesi.
In termini economici, l'ascesa dell'IA è diversa da qualsiasi altro boom tecnologico nella storia — oggi gli investimenti nell'IA sono 17 volte superiori rispetto a quelli nelle aziende Internet prima del crollo della bolla dot-com dei primi anni 2000. E, con una valutazione di circa 4.600 miliardi di dollari, l'azienda di IA NVIDIA valeva più delle economie di tutte le nazioni ad eccezione di Stati Uniti, Cina e Germania.
Ma l'IA non sta mantenendo la promessa di rivoluzionare molteplici settori — quasi l'80% delle aziende che utilizzano l'IA ha riscontrato che non ha avuto un impatto significativo sui propri guadagni, secondo un rapporto della società di consulenza gestionale McKinsey, e le preoccupazioni riguardo all'architettura di base dei chatbot stanno portando gli scienziati ad affermare che l'IA ha il potenziale di danneggiare la loro ricerca.
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L’infantilismo dell’Ue disfa i piani per Kiev
di Fabio Mini
Se il teatrino europeo riesce a far fallire ancora i negoziati, Putin potrà dimostrare agli alleati dei Brics che non è colpa sua e passare così all’opzione militare, la sola cosa che conta nelle trattative
I piani sono cose serie, sono l’articolazione delle strategie e della politica. Il presunto piano per l’Ucraina di 28 punti di Trump e quello di 18 degli europei non sono piani.
Sebbene siano attribuiti alla mente maligna di Putin, a quella rapace di Trump e ai geni europei sono solo i prodotti maldestri, ingenui e raffazzonati che qualche burocrate statunitense o europeo ha tratto da una cosa seria: l’elenco delle quattro o cinque priorità e condizioni che Trump e Putin concordarono in Alaska, a voce ma opportunamente registrate, stenografate e verbalizzato. Una lista di ciò che Putin aveva sempre e pubblicamente dichiarato e che Trump sembrava aver capito. I punti che lo stesso Putin aveva illustrato ai leader dei Paesi amici della Russia che nel frattempo, durante la guerra, sono aumentati. La Russia non ha mai fatto mistero dei propri interessi e principi fondamentali riguardanti l’Ucraina: neutralità, denazificazione e demilitarizzazione e cessione dei suoi territori acquisiti con le operazioni militari e con i referendum popolari. Tutto il resto apparso nei 28+18 punti era fuffa, che però eccitava in particolare gli europei votati a sostenere il martirio ucraino come altrettanti politici americani ed europei.
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Ucraina verso l’accordo con Trump e Putin: il pensiero magico Ue non protegge Kiev
di Barbara Spinelli
Ancora non è dato sapere se gli Stati europei che minacciano di svuotare l’accordo di pace con la Russia riusciranno nel loro intento: bloccare il piano che Trump discute con Mosca perché le radici del conflitto siano infine sanate, spingere Kiev a ignorare quel che accade sul fronte, restare appesi al pensiero magico di una guerra giusta (quando si dice pace giusta s’intende guerra giusta).
Fin d’ora tuttavia è abbastanza chiaro che gli Stati in questione non riconosceranno facilmente di essersi sbagliati su quasi tutto, di non essere comunque affidabili militarmente, e di aver distrutto quel pochissimo che esisteva delle tradizioni diplomatiche europee, ben più antiche di quelle statunitensi e qualificabili come occidentali e atlantiste solo nello spazio temporale della Guerra Fredda.
Chi grida contro la capitolazione farebbe bene ad ascoltare le parole di Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelensky e convinta sostenitrice dell’Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all’interno del Paese in questo momento”. Il post verrà forse smentito, ma l’editorialista Wolfgang Münchau lo fa proprio e chiosa: “I più accaniti sostenitori di Kiev in Europa sono coloro che non hanno la minima comprensione della realtà militare sul campo”. Zelensky forse l’ha capita prima dei propri accaniti sostenitori, se è vero che ha accettato buona parte del piano Trump.
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Il cosiddetto piano di pace di Gaza: fase due del genocidio?
di Davide Malacaria
Secondo uno studio del Max Planck Institute for Demographic Research (MPIDR) sintetizzato da Antiwar, a Gaza sono state uccise oltre 100mila persone. Una constatazione alquanto ovvia, dal momento che le 78.318 vittime registrate finora sono quelle accertate in un territorio in cui domina un caos che rende oltremodo difficile le verifiche. Ma ora è ufficiale.
A tale analisi vanno aggiunte due considerazioni. La prima è che alle vittime dirette vanno aggiunte quelle indirette. Lo spiega Ana C. Gómez-Ugarte, che ha partecipato allo studio: “Gli effetti indiretti della guerra, che sono spesso più gravi e duraturi, non sono quantificati nelle nostre considerazioni”. Stime conservative, cioè minimaliste, sui conflitti indicano che nelle guerre a ogni vittima diretta se ne devono aggiungere 4 indirette.
Peraltro, parliamo di conflitti in cui esisteva un qualche servizio sanitario, non venivano imposte restrizioni draconiane agli aiuti né la Forza era usata in maniera tanto massiva e ingegnerizzata, cose che hanno reso l’aggressione di Gaza un unicum. A causa di questa mortalità, conclude lo studio, l’aspettativa di vita dei palestinesi di Gaza si è quasi dimezzata.
Non solo, il MPIDR ha accertato che ““la distribuzione per età e genere delle morti violente a Gaza […] è molto simile ai modelli demografici osservati in diversi genocidi documentati dal Gruppo interagenzia delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile (UN IGME)”.
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Il funerale dello Stato: la deriva neoliberista che trasforma i diritti in favori
di Giuseppe Libutti e Mariangela De Blasi
C’è un funerale che si celebra in silenzio, ma con costanza e meticolosità: è quello dello Stato, o meglio, della sua funzione pubblica e sociale. Un funerale che non avviene tra lacrime e lutti, ma tra tagli di bilancio, cessioni di sovranità, applausi alla filantropia e partenariati “virtuosi”. È l’esito di una lunga deriva neoliberista che ha trasformato il principio della giustizia sociale in una parola fuori moda, e l’interesse generale in una variabile dipendente dall’interesse privato.
Il modello dominante – oggi considerato inevitabile – è quello in cui lo Stato viene rappresentato come vecchio, inefficiente, improduttivo. Non è più “il garante dei diritti”, ma un burocrate stanco, da sostituire con attori dinamici, imprenditori “illuminati”, fondazioni private e capitali “socialmente responsabili”. Il passaggio da un sistema basato su diritti universali a un sistema di favori selettivi è stato tanto silenzioso quanto devastante: ha trasformato cittadini in beneficiari, doveri in opportunità di branding aziendale, politiche pubbliche in occasioni di investimento.
La nostra Costituzione parla chiaro: è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e la libertà dei cittadini. Eppure, nella pratica, queste responsabilità sono state progressivamente delegate a soggetti privati. Non si tratta più di rafforzare la cittadinanza attraverso investimenti pubblici, ma di affidarsi a chi ha capitale da “donare”. Il concetto stesso di “diritto” si dissolve, sostituito dalla “generosità” arbitraria di chi sceglie se, quando e dove intervenire.
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Non esiste il sionismo buono
di Paolo De Prai*
Nelle settimane scorse ho letto o partecipato a tre eventi che erano direttamente collegati alla valutazione che ebrei italiani hanno del sionismo.
Il primo episodio è quello di Emanuele Fiano, appartenente sia alla associazione “Italia-Israele” che al Partito Democratico, e che in varie occasioni ha negato che ci sia un genocidio, contestato e interrotto a un dibattito presso l’Università di Venezia, Ca’ Foscari.
Il secondo episodio è la relazione di Anna Foa ad un convegno organizzato dalla Chiesa Valdese a Roma, storica che condannava il genocidio a Gaza ma sollecitava in quel convegno la necessità di continuare i rapporti con le Università Israeliane.
Il terzo, letto su Contropiano, venivano riportate le critiche di Giorgio Mariani verso Carlo Ginsburg a proposito delle dichiarazioni del primo fatte per i cento anni della Hebrew University di Gerusalemme, il quale sollecitava l’importanza di continuare con essa le relazioni, a fronte “dell’orrendo pogrom” (definizione di Ginzburg) avvenuto il 7/10/23 e della “risposta criminale” di Netanyahu (altra sua definizione).
Il dato, che è necessario esaminare prima di tutto, è la difficoltà degli ebrei italiani rispetto alla relazione con uno stato estero, tra l’altro criminale, razzista e genocida, tanto che molti di loro nel nostro paese si sentano comunque legati ad esso.
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Le differenze tra il piano per Gaza e quello sull'Ucraina
di Elena Basile
Il piano di pace a Gaza è una farsa tragicomica che diviene emblematica della politica internazionale odierna, pilotata da un Occidente in declino economico e tracollo morale che ha trasformato la democrazia in demagogia, il diritto in forza, la libertà di stampa e di espressione in censura sistematica del pensiero diverso. Così ritorniamo alla Società delle Nazioni e ai mandati coloniali. Gaza, avulsa dallo Stato palestinese, pur ben definito dalle risoluzioni dell’Onu, viene governata da un Consiglio di pace il cui presidente, Trump, deciderà le fasi di un improbabile autogoverno palestinese, demandato alle calende greche. Anp e arabi moderati sembrano sostenere il progetto che appare soprattutto una iniziativa plutocratica per il bene delle multinazionali.
Difficile comprendere come una forza internazionale composta di eserciti dei Paesi arabi moderati potrà mai installarsi su un territorio ancora sotto il controllo di Hamas. L’organizzazione ha comprensibilmente rifiutato di disarmare, data la sfiducia nei patti con Israele e la scarsa lungimiranza del piano di pace. Mentre l’aspirante al Nobel si diletta con mediazioni che sembrano scritte per un copione hollywoodiano, Netanyahu agisce, continuando a eseguire il progetto del grande Israele, seminando distruzione e morte in Palestina, rendendo il genocidio visibile e concreto per tutti coloro che hanno l’onestà di guardarlo in faccia.
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Un flusso continuo di droni cinesi per Zelensky&Co. attraverso il triangolo Cina-Cechia-Ucraina
di Il Pungolo Rosso
Anche se la pensiamo in modo quanto mai diverso sulla guerra tra NATO e Russia in Ucraina, Paolo Selmi ci sta simpatico. Anzitutto per il prezioso, instancabile, rigoroso lavoro di decostruzione delle balle spacciate in Italia e in Europa dalla propaganda di guerra anti-russa, che impazza qui da quasi quattro anni (lo si trova sulla home page di “Sinistra in rete”). Ma anche per il suo stile franco e pungente, che talvolta non si ritrae neppure davanti alle verità a lui più sgradite.
E’ il caso di questo suo post di ieri che prende atto di un dato di realtà che non aveva mai considerato, e che forse è ignoto alla maggior parte dei militanti: esiste, è esistito almeno fino all’inizio di giugno 2025, un flusso continuo e regolare di droni cinesi per l’esercito di Kiev che, attraverso la Cechia, arrivava in Ucraina, con l’annesso giro di mazzette milionarie, come si conviene al mercato nero proprio di ogni guerra che si rispetti. La ditta cinese implicata è la stessa che rifornisce di droni dual use l’esercito sionista, che li usa sistematicamente per assassinare palestinesi: la DJI (Da-Jiang Innovations) di Shenzhen.
La cosa, francamente, ci era nota da tempo, ed ha come base il dato di fatto che nella produzione di droni e componenti di droni la Cina ha una posizione dominante sul mercato mondiale. La ha anche in Ucraina. Scrive Quinn Urich (su “Russia Matters!” del 10 settembre scorso) che “con solo il 5% delle aziende di difesa ucraine che dichiarano di non utilizzare componenti cinesi nei propri sistemi, la stragrande maggioranza dei droni che solcano i cieli è probabilmente prodotta in Cina o contiene diversi componenti chiave realizzati in Cina.
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Il piano Trump sulla guerra in Ucraina e le scomposte reazioni europee
di Francesco Dall’Aglio
Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo[1], Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato da una vignetta comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese.
Ora, "capitolazione" ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c'è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l'Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l'ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.
Dal punto di vista territoriale l'Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco). Tra questi accordi c'è anche quello da parte della NATO di cessare la sua espansione (ormai di posti nei quali potrebbe espandersi ce ne sono ben pochi...) e di non schierare truppe in Ucraina, e la rinuncia, inserita nella Costituzione ucraina, a entrarvi - e questo, naturalmente, era uno dei punti fondamentali delle richieste russe, e uno dei motivi dell'inizio del conflitto.
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di Alastair Crooke – Strategic Culture Foundation
Il cosiddetto “piano di pace” in 28 punti, redatto come un presunto trattato legale, apparirà a qualsiasi lettore esperto come un prodotto dilettantesco
Come al solito l’ottimo Simplicius (vecchia ‘volpe di canneto’) aveva analizzato perfettamente la situazione, come ce l’aveva presentata nel suo “La proposta di pace” trapelata nasconde intrighi” che vi abbiamo presentato due giorni fa. È adesso il turno di Alastair Crooke di darcene conferma. Buona lettura.
* * * *
Ora disponiamo dei dettagli del cosiddetto “piano di pace” in 28 punti fornito dal parlamentare ucraino Goncharenko, che sostiene essere una traduzione dell’originale.
Il testo, redatto come un presunto trattato legale, apparirà a qualsiasi lettore esperto come un lavoro amatoriale, basato in diverse parti su “discussioni successive” e “aspettative”.
In altre parole, molto è lasciato ambiguo, vago e non definito con precisione; un piano del genere sarebbe ovviamente inaccettabile per Mosca (anche se potrebbe non rinnegarlo apertamente). Ciononostante, il piano ha suscitato rabbia e reazioni negative in Europa.
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La "Pipeline" degli aiuti a Kiev e il precedente dell'Afghanistan
di Loretta Napoleoni
Durante il conflitto afghano degli anni '80, l’anti-soviet jihad, la cosiddetta Pipeline degli aiuti americani e sauditi era un intricato e opaco sistema di finanziamento dei mujaheddin. Per celare il flusso di miliardi di dollari e armi destinati ai mussulmani che venivano arruolati per combattere i soldati sovietici la CIA usò come canale di distribuzione l'Inter-Services Intelligence (ISI), i servizi segreti pakistani. In questo modo venne consegnato di fatto all'ISI il controllo totale sulla distribuzione delle risorse, permettendo ai servizi pachistani di indirizzare preferenzialmente gli aiuti verso i gruppi islamisti più vicini ai propri interessi strategici nella regione, marginalizzando le fazioni laiche o nazionaliste. Sappiamo tutti come è andata a finire questa storia, ma ciò’ che molti non sanno sono gli effetti negativi della Pipeline sulle istituzioni pakistane e sul futuro della regione.
Allora si sapeva poco o nulla di quanto stava realmente accadendo in Pakistan e in Afghanistan, erano i tempi della guerra fredda e l’Occidente considerava il blocco sovietico il nemico. Tuttavia, mentre noi vivevamo nell’oblio, questo fiume di denaro, gestito in gran parte in contanti e con una supervisione americana volutamente distante per "plausibile negabilità", innescò una corruzione sistemica all'interno dell'apparato militare e dell'ISI pakistano. Una parte significativa dei miliardi di dollari inviati da Washington non raggiunse mai i mujaheddin sul campo, ma venne intascata da generali, agenti dei servizi e funzionari corrotti come tangente per il "servizio" di transito.
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L’Ucraina, senza più “amici” credibili, deve scegliere
di Dante Barontini
Ma quale “piano” c’è per arrivare a una pace in Ucraina? Col passare delle ore e dei giorni si affastellano notizie probabili e completamente false, ipotesi e testi del tutto differenti. E non si tratta di semplici dettagli: possibilità di entrare nella Nato oppure no, limiti alla dimensione dell’esercito e al tipo di armi oppure niente limitazioni, riconoscimento di aver definitivamente perso territori oppure status da lasciare in sospeso (garantendo così la ripresa della guerra al primo “fraintendimento”).
Abbiamo già chiarito ieri che quella in corso tra Ginevra (domenica) e Abu Dhabi (oggi) è solo una pre-trattativa interna all’ex “Occidente collettivo”, con gli Stati Uniti che hanno presentato prima a Zelenskij e poi anche ai “volenterosi” (Francia, Gran Bretagna e Germania, bypassando completamente l’Unione Europea) una bozza in 28 punti.
Su quella è partita un fuoco di sbarramento “europeo” (niente affatto compatto, bisogna dire) riassumibile nella parola d’ordine “non può essere una capitolazione”.
Si è saputo poi che il testo era stato dato solo a Zelenskij per discuterne preventivamente in via riservata. E quindi la responsabilità della “fuga di notizie” era attribuita dagli inviati Usa – Witkoff e Kushner, come per Gaza – proprio a lui, nel classico gioco poco “diplomatico” teso a far saltare la proposta chiamando a raccolta tutti gli “oppositori europei”.
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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto









































