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Venezuela. Resisto, quindi esisto
di Luis Britto García*
Abbiamo subito un colpo terribile. Se vogliamo superarlo, dobbiamo ammetterlo, indagare sulle cause e porvi rimedio.
Ribadiamo che, secondo un sondaggio di Hinterlaces dell’ottobre 2025, l’83% degli intervistati sarebbe disposto ad affrontare un’invasione militare straniera, solo il 6% non lo farebbe, e l’89% ritiene che il vero obiettivo di un’eventuale intervento sarebbe rovesciare il presidente Nicolás Maduro per impadronirsi del petrolio. (https://extranewsmundo.com/encuesta-hinterlaces-83-de…/I.
Sei mesi dopo, non ho trovato un solo connazionale che non ribadisse quelle risposte, ma accompagnate da nuove domande.
In primo luogo, occorre chiarire in modo chiaro, preciso e dettagliato cosa è successo o non è successo all’alba del 3 gennaio 2026. Il Venezuela disponeva e dispone di armamenti moderni, efficaci e costosi che non sono stati impiegati. Quarantasette soldati venezuelani e 32 scorte cubane sono morti respingendo coraggiosamente l’enorme aggressione con armi elementari. È necessario conoscere con esattezza i fatti e correggere le mancanze in vista di futuri e prevedibili scontri.
La ricerca deve riformulare la Dottrina strategica e tattica di sicurezza e difesa.
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Trump arriva a Pechino col cappello in mano
di Pino Arlacchi
Quando un presidente degli Stati Uniti vola a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, di norma lo fa da una posizione di forza, o almeno così è stato per mezzo secolo, da Nixon in poi. Il viaggio di Trump del 14 maggio rompe questa tradizione. L’uomo che si considera un negoziatore imbattibile arriva nella Capitale cinese con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina.
Il contesto internazionale in cui matura questa visita indebolisce ulteriormente la posizione negoziale americana. La guerra contro l’Iran è stata presentata al mondo come una veloce operazione chirurgica per poi rivelarsi come l’ennesimo fiasco contro un avversario astuto, duro e sottovalutato. A complicare ulteriormente il quadro c’è la variabile dello stesso Trump: un leader la cui instabilità mentale è stata documentata dai suoi ex collaboratori, e che ha cambiato posizione sui dazi cinesi quattro volte in quattro mesi. Per Xi Jinping, che pianifica lungo i decenni, trattare con chi pianifica tramite tweet rilasciati alle tre della notte è un esercizio di pazienza.
Il pretesto ufficiale della visita è il commercio. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina non è il prodotto di pratiche sleali, di sussidi nascosti o di manipolazioni valutarie
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La NATO e l’industria dell’intrattenimento: uno scandalo sulle conferenze segrete svela decenni di propaganda
di Redazione
Nuove rivelazioni di The Grayzone documentano un’infiltrazione sistematica dell’Alleanza nel mondo del cinema e della televisione, con agenti britannici in prima linea per influenzare la cultura popolare a fini geopolitici.
Documenti trapelati ed esaminati da The Grayzone hanno dimostrato come la NATO abbia cercato di infiltrarsi nel mondo del cinema e della televisione per decenni, con agenti dei servizi segreti britannici in prima linea. Il 3 maggio, The Guardian ha rivelato che l’Alleanza ha tenuto una serie di incontri segreti con registi, sceneggiatori e produttori televisivi in città che vanno da Parigi a Los Angeles, suggerendo che la NATO stia cercando di impiegare l’industria dell’intrattenimento nelle sue operazioni di propaganda mentre incombe una guerra in Europa.
Ad oggi, le “conversazioni” della NATO con gli sceneggiatori avrebbero “ispirato, almeno in parte” tre distinti progetti non dichiarati, già in fase di sviluppo. In occasione di un prossimo vertice a Londra, agenti della NATO incontreranno sceneggiatori legati alla Writers’ Guild of Great Britain (WGGB). In una corrispondenza via e-mail, il sindacato ha comunicato ai propri membri che l’evento verterà sulla “situazione di sicurezza in evoluzione in Europa e oltre”. Gli organizzatori sostengono che la NATO sia stata «fondata sulla convinzione che la cooperazione e il compromesso, la coltivazione di amicizie e alleanze, siano la via da seguire», aggiungendo che «anche se qualcosa di così semplice come quel messaggio dovesse trovare spazio in una storia futura», come risultato dell’incontro, «sarà già abbastanza».
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Iran, dagli Ayatollah ai Pasdaran
Il tramonto del clero sciita e l'ascesa dei Guardiani della rivoluzione a Teheran
di Pierluigi Franco
Dopo l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, l’Iran sta vivendo una metamorfosi epocale: dal dominio carismatico delle guide spirituali al potere tecnocratico-militare dei falchi. Grazie a droni avanzati e missili ipersonici, Teheran è ormai considerata da parecchi analisti la quarta potenza mondiale, nonostante l’assenza dell’arma atomica. Oltre al petrolio, la nuova minaccia corre sui cavi Internet sottomarini dello Stretto di Hormuz, arma digitale capace di paralizzare l’economia globale.
* * * *
Non manca giorno senza che Donald Trump annunci la vittoria sull’Iran. Ai più, però, non è chiaro di quale vittoria si tratti. La realtà sembra essere ben altra, con un Iran sempre più in grado di tenere testa agli Stati Uniti. E, ancora una volta, le strategie americane sembrano aver sottovalutato chi si trovano di fronte.
Sarà per mancanza di conoscenza e di analisi storica, o sarà forse per pressapochismo giustificato dalla certezza di essere «superpotenza», di certo quella grande operazione militare che avrebbe dovuto abbattere in pochi giorni il regime iraniano non sembra aver prodotto gli effetti sperati. Anzi, l’impressione è che abbia notevolmente rafforzato i vertici di Teheran soprattutto favorendone il rinnovamento dopo aver eliminato i vecchi leader.
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Per una nuova tassonomia della guerra
di Enrico Tomaselli
Ormai siamo tutti abituati, quando discutiamo dei conflitti in corso nel mondo, a usare i concetti di guerra simmetrica – o, per converso, asimmetrica – che definiscono i contendenti in base alle rispettive capacità militari (quantità e tipologia di armamenti), ma anche, in senso più ampio, industriali ed economiche.
Questa tassonomia della guerra, però, è probabilmente inadeguata e superata, e dovremmo cominciare a ragionare secondo schemi diversi, capaci di includere altri aspetti, non meno determinanti. E, conseguentemente – o forse proprio precedentemente – ad adeguare il linguaggio, la terminologia utilizzata, a una visione più completa, olistica, della fenomenologia contemporanea della guerra.
Un aspetto che assume, con sempre maggiore evidenza, un’importanza cruciale è infatti quella che potremmo definire come postura strategica. Poiché è primariamente in base a questa che possiamo, poi, stabilire se le capacità militari, industriali ed economiche sono o meno (e in che misura) adeguate a tale postura. Nazioni con eguali capacità, ma diverso orientamento strategico, in caso di conflitto si troverebbero appunto in una condizione di asimmetricità, nonostante i (limitati) criteri attualmente in uso siano invece apparentemente simmetrici. E, ovviamente, questo può valere anche in senso opposto. Semplicemente, l’adozione di un criterio sinora non considerato al fine della definizione tassonomica dei conflitti, seppure presente per altre valutazioni, ne cambia – anche radicalmente – i termini, spingendo verso una ridefinizione complessiva della terminologia.
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Il pericoloso militarismo dei guerrifinti
di comidad
Abbiamo appena scoperto che l’amministrazione Trump ha attaccato l’Iran perché non si aspettava di dover sostenere una vera guerra. Il fatto può sembrare strano per una amministrazione che aveva appena ribattezzato il dipartimento della Difesa in dipartimento della Guerra; ma strano non è, infatti vale lo schema per cui meno ci credi e più la spari grossa, cioè si esagera per autosuggestionarsi così da suggestionare gli altri. Al di là dei suoi intendimenti, uno come Trump è sempre stato un abitante dello spot neocon, dato che comunica per iperboli e agisce per rilanci e bluff. Il bullimperialismo USA non ha strategia, ma si riduce ad uno schema comportamentale.
Lo schema è rintracciabile in altri contesti, anche nella comunicazione di persone che affermano di disprezzare Trump, o addirittura, come Carlo Calenda, lo accusano di essere un asset russo. Calenda è generalmente considerato un imbecille, e ciò porta a sottovalutare quello che dice, o a replicargli in base a qualche luogo comune edificante. Nella vicenda della tentata censura ai danni degli artisti russi alla Biennale di Venezia, molti commentatori hanno reagito alla censura come se stessero giocando la partita del cuore, appellandosi alla libertà di espressione e alla libertà della cultura; tutte cose mitiche, mai esistite da nessuna parte. Se si fosse invece prestata attenzione alle tesi di Calenda, si sarebbe individuato il vero bandolo della questione, cioè il trucco di dilatare a tal punto il concetto di guerra da poterci infilare tutto e il contrario di tutto.
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Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina...
di Francesco Dall'Aglio
Sta evidentemente succedendo qualcosa in Ucraina, o riguardo l’Ucraina, proprio mentre i nostri poverelli toccati dal Signore ci raccontano che, per l’ennesima volta ma stavolta davvero, la guerra è vinta e Putin è umiliato e basta solo un piccolissimo sforzo, davvero l’ultimo ultimo. Cosa esattamente stia succedendo e perché, e soprattutto con che tempi, ovviamente non possiamo ancora saperlo, ma è abbastanza chiaro che in certi settori dell’establishment occidentale inizia a serpeggiare un po’ di preoccupazione, perché se la guerra dovesse davvero finire (per magari ricominciare tra cinque anni, per carità) parecchia gente dovrebbe cercarsi un lavoro: tipo la premier danese Mette Fredriksen che proprio stamattina, ospite del Copenhagen Democracy Summit, ha detto che un accordo di pace sarebbe un disastro per l’Europa e che non si può accettare una ?vittoria” (facendo le virgolette con le dita) russa (prenderemmo forse più sul serio il Copenhagen Democracy Summit se letteralmente ogni pagina del suo sito web non contenesse un invito a donare soldi, cifra consigliata 12 € che effettivamente per difendere la democrazia dall’assalto dei regimi autocratici è un affare, foto 1). E se, sempre oggi, un’altra ospite non fosse Chrystia Freeland).
Su tutto aleggia poi il contrasto interno agli USA, coi dem che non vogliono assolutamente mollare l’Ucraina e anzi vogliono aumentare il sostegno e magari arrivare anche allo scontro diretto con la Russia (gestito dall’Europa ovviamente, mica sono scemi) e i repubblicani che vogliono invece chiudere quanto prima (lasciando sempre l’Europa a gestire il contenimento della Russia e soprattutto il riarmo a vantaggio statunitense, anche loro non sono scemi per niente).
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L’economia globale di due superpotenze separate in casa
di Emiliano Brancaccio
“Stesso letto, sogni diversi”. Il malizioso proverbio cinese sintetizza bene i rapporti sino-americani alla vigilia del vertice di Pechino tra Xi e Trump.
Stati Uniti e Cina sono coppia di antica data. Condividono le stesse lenzuola dai tempi del Permanent Normal Trade Relations Act approvato dal Congresso Usa nel 2000, premessa per l’adesione del gigante cinese al Wto. Nella semplificazione sovranista, furono i democratici di Clinton a gettare l’America tra le braccia dell’economia cinese in ascesa. Non andò così. Quella decisione fu presa col consenso bipartisan dei repubblicani.
Del resto, erano gli anni gloriosi del dominio americano sul mondo. Gli Stati Uniti scrivevano le regole del capitalismo globale e gli altri si adeguavano.
Infilare la Cina nella mondializzazione washingtoniana era considerato il coronamento finale di tutto il progetto. Nella sconfinata fabbrica cinese, fatta di 700 milioni di zelanti e frugali lavoratori, Wall Street vide l’occasione di uno spettacolare gioco speculativo intercontinentale, tuttora operativo.
Per un quarto di secolo, da un lato la Cina ha concesso all’America ingenti prestiti a tassi d’interesse risibili, dall’altro lato le aziende americane hanno estratto immani profitti dalle partecipate cinesi. Con un risultato paradossale: tra dare bassi interessi e avere alti dividendi, l’indebitato capitalismo americano ha guadagnato dalle nozze coi cinesi fino a 100 miliardi all’anno di redditi netti.
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Ucraina: pressing per chiudere la guerra
di Piccole Note
Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l'egemonia è finita da anni).
“Credo che la questione stia giungendo al termine” ha detto Putin il giorno della commemorazione della vittoria sul nazismo. E la questione è la guerra ucraina. A sorprendere non è solo la dichiarazione, ma anche il termine usato, che derubrica il conflitto a qualcosa di secondario per la politica estera russa e le prospettive globali.
D’altronde, Putin pensa come un leader di una potenza globale e sa perfettamente che il conflitto iraniano, ancor più di quello ucraino, sta ponendo fine, a meno di catastrofiche sorprese, alla pretesa egemonica degli Stati Uniti sul mondo (alla pretesa, ché l’egemonia è finita da anni).
Lo zar ha poi aggiunto di essere pronto a incontrare Zelensky. Apertura non nuova che ha trovato successiva specifica nelle usuali posizioni del Cremlino, cioè che un summit tra presidenti è possibile solo a conclusione di un processo di pace che preveda negoziati di più basso livello. E, però, la modalità con cui ha rilanciato la possibilità ha toccato nuove e diverse corde.
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Il complesso militar digitale tra USA e Cina
di Marco Veruggio
Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA (Laterza, 2026) di Dario Guarascio, docente di Economia dell’Innovazione alla Sapienza, è un testo consigliabile per varie ragioni. Intanto perché affronta i temi della digitalizzazione del militare e della militarizzazione del digitale, che per decenni, e almeno fino all’ultima elezione di Trump, sono stati dissimulati dalla cortina fumogena della propaganda sulla Silicon Valley “progressista” e a tutt’oggi continuano a essere mal compresi. I commentatori, ad esempio, dopo la cerimonia di insediamento di Trump, con Bezos, Zuckerberg e compagnia in prima fila, hanno parlato degli imprenditori della Silicon Valley accorsi a celebrare il loro nuovo padrone, senza dubitare neanche per un attimo che almeno in qualche misura fosse l’esatto contrario, una presenza densa di significato accanto al loro nuovo rappresentante e procacciatore di commesse in gran parte militari (e anche un modo per marcarsi stretti l’un l’altro: Musk e Bezos, ad esempio, sono concorrenti nel settore dei satelliti a orbita bassa).
Il secondo motivo è che se sull’intreccio tra big tech e guerra in occidente esisteva già una letteratura in lingua italiana specialistica ma abbastanza ampia, Guarascio dedica un terzo del libro alle big tech cinesi, colmando un vuoto importante, perché capire il futuro dei conflitti commerciali, geopolitici e militari senza aver presente le due facce del problema è impossibile.
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Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana
di Giuseppe Gagliano
Washington ha fretta, Teheran no
La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.
È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.
Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.
Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.
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Nato e Ue sono costituzionali? Sulla difesa Mattarella e Meloni la vedono in modo molto diverso
di Enrico Grazzini
l presidente vuole l’Europa federale, la premier vuole un’Europa confederale, all’incirca come quella che voleva Charles De Gaulle
Nato e Unione Europea sono costituzionali? Sono conformi all’articolo 11 della Costituzione? La mia risposta (e di alcuni autorevoli costituzionalisti) è no!
Nel messaggio di fine anno 2025 il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha descritto l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica come le essenziali “coordinate della nostra azione internazionale”. Anche per Giorgia Meloni la Nato e la Ue sono dei pilastri insostituibili. Per entrambi la Nato a guida americana è indispensabile per la difesa e la sicurezza dell’Europa. Sulla Ue invece i due hanno, come vedremo, idee molto differenti. Il problema però è che sia la Nato che l’Ue sono in grave crisi, anche perché perseguono la stessa politica di riarmo per prepararci alla guerra con la Russia. Ma questa politica ci porterà alla rovina.
Lo scontro perpetuo con la Russia viene giustificato da Mattarella, da Meloni, da Ursula von der Leyen e dalle altre élite europee al potere con il fatto che il despota Vladimir Putin non solo ha invaso l’Ucraina ma starebbe preparando l’invasione dell’intera Europa. Putin in questo senso viene spesso paragonato a Hitler. Ma questa è pura propaganda. Per quanto Putin sia realmente un despota, Mosca non ha alcun interesse ad attaccare e invadere l’Europa.
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L’Impero che chiede la pace. Come mai?
di Lavinia Marchetti*
Nei giornali italiani, ovviamente se ne è parlato poco, ma c’è una notizia piuttosto importante per capire la guerra USA vs Iran, che il Washington Post ha pubblicato due giorni fa, firmata da Karen DeYoung e Susannah George. Un articolo che bisognerebbe leggere due volte. La prima per capire i fatti. La seconda per capire cosa significano.
Trump minaccia attacchi “a un livello molto più alto“. Lo dice ad alta voce, sui social, davanti ai giornalisti del White House. Eppure, ed è qui che la storia si capovolge, è stato lui, lo stesso Trump, ad annunciare appena 24 ore prima la “pausa” dell’operazione militare per riaprire lo Stretto di Hormuz. Operazione che era cominciata appena il giorno prima. Una guerra-lampo che dura il tempo di una conferenza stampa…
Perché?
La risposta sta nelle immagini satellitari. Il Washington Post ne ha analizzate più di cento, rilasciate dai media iraniani (perché il governo americano ha vietato ai due principali fornitori commerciali, Vantor e Planet, di pubblicare immagini della regione).
Risultato: 217 strutture e 11 pezzi di equipaggiamento militare distrutti o danneggiati in 15 basi USA del Medio Oriente. Hangar, depositi di carburante, baracche, radar, comunicazioni, sistemi di difesa antiaerea. Le basi più colpite: il quartier generale della V Flotta in Bahrein, Camp Arifjan e Ali al-Salem in Kuwait. Numeri che la Difesa americana non aveva ammesso. Sette militari morti, oltre quaranta feriti.
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La discrasia tra posizione politica e geopolitica dell'Italia
di Andrea Zhok
L’Italia rappresenta dal punto di vista geopolitico uno snodo letteralmente centrale tra nord e sud del mondo, tra oriente e occidente. Per note ragioni storiche, legate alla nascita della civiltà europea intorno al bacino del Mediterraneo, il mondo della politica internazionale ha articolato le sue categorie Nord-Sud, Est-Ovest in un modo peculiare, asimmetrico. In questo contesto storico-geografico l’Italia è il centro fisico del Mediterraneo, luogo di connessione intorno a cui si sono articolati i due principali monoteismi (Cristianesimo e Islam: insieme 4,3 miliardi di persone sul pianeta).
L’eredità latina è stata in effetti essa stessa un’eredità sintetica, capace di incarnare una fusione tra culture europee e mediterranee. Se uno guarda alla lista degli imperatori romani vede imperatori nati nell’odierna Spagna, Algeria, Libia, Siria, Serbia, Libano, Bulgaria, Turchia, Grecia oltre che naturalmente nella penisola italica. Dopo la caduta dell’Impero Romano l’Italia fu il centro del cristianesimo, poi la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, tutte forme di vita che avevano un’ambizione “universalistica”, ma non nel senso dell’universalismo apolide dell’Illuminismo, bensì come sintesi autonoma di diversità.
Come per gli esseri umani, anche per le nazioni l’identità è solo in parte qualcosa che può essere deciso con un atto volontario. La portata di qualunque decisione deve fare i conti con la propria base materiale e storica. L’identità italiana può definirsi soltanto nel momento in cui le decisioni politiche accolgono la propria realtà geopolitica, che non può essere trattata come una variabile arbitrariamente modificabile, perché non lo è.
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Frank Furedi, La guerra contro il passato
di Andrea Balloni
A chi giova abbattere la nostra storia, l’immenso monumento del nostro passato? A chi giova aggirarsi tra edifici caduti, rovine di templi e colonne stroncate, sporcarsi la faccia col fumo nero dei libri bruciati o respirarne la cenere bianca sospesa in lamelle sottili, impalpabili come il ricordo delle pagine scomparse? A chi giova, infine, non avere più una tribuna dalla quale elevarsi per guardare lontano, ma osservare il mondo e le relazioni umane da terra, senza scorgerne un orizzonte, senza poter fare tesoro delle esperienze di chi è venuto prima di noi?
Eppure siamo nel mezzo di un attacco violentissimo contro l’edificio della cultura occidentale, la nostra cultura.
Frank Furedi, nel suo ultimo saggio La guerra contro il passato (Fazi, 2026), ci accompagna in una visita guidata al centro di una città saccheggiata dai lanzichenecchi della cancel culture, nesso lemmatico che, curiosamente, ove si inverta l’ordine dei sostantivi, non solo non perde di senso, ma, al contrario, approfondisce i suoi significati e la sua efficacia; per cui la “cultura della cancellazione” rivela, già nelle parole che la identificano, anche un secondo significato: la “cancellazione della cultura”, in un assunto finale che prevede come la guerra contro il passato sia una riscrittura della storia e dunque il tentativo di cancellazione della cultura di un’intera civiltà.
E coerentemente, e in maniera inversa, è proprio facendo appello alla cultura, ovvero stando sulle spalle dei giganti, come si tramanda abbia suggerito Bernardo di Chartres, che si può godere e fruire del libro del grande sociologo ungherese.
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"La mia Onu avrebbe evitato il genocidio a Gaza. Come rifondare le Nazioni Unite"
di Pino Arlacchi
Il 7 aprile 2025 il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di distruggere la civiltà dell’Iran. Qualche settimana prima, su Gaza, lo stesso Trump aveva dichiarato di voler “ripulire” il territorio, evocando la soluzione finale per i palestinesi. Sono dichiarazioni che, nel linguaggio del diritto internazionale, si chiamano minacce di crimini di guerra. Eppure le Nazioni Unite non hanno fatto nulla. Solo qualche pronunciamento di circostanza da parte di un imbelle Segreterario Generale che neppure a pochi mesi dalla sua uscita di scena ha avuto il coraggio di fare alcunchè.
Cercherò adesso di spiegare perché, al di là della carenza di leadership, l’ONU attuale è incapace di rispondere alle tragedie del nostro tempo. Ed illustrerò una mia proposta concreta di rifondazione che renderebbe l’organizzazione finalmente all’altezza del suo mandato originario.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’organo incaricato di mantenere la pace e la sicurezza del pianeta. Cinque paesi, presunti vincitori di una guerra del secolo scorso, vi siedono come membri permanenti con diritto di veto. Ogni delibera operativa può essere bloccata da uno solo di questi cinque. Quando uno di loro è direttamente coinvolto in un conflitto, o ne protegge una parte in causa, il Consiglio si paralizza. Diventa uno scudo per l’impunità.
Il caso Palestina-Israele ne è uno degli esempi più clamorosi. Nell’aprile 2024 una proposta al Consiglio di Sicurezza allargato per ammettere la Palestina come Stato membro a pieno titolo ha ottenuto 12 voti favorevoli su 15. Gli Stati Uniti hanno esercitato il veto.
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La guerra contro l’Iran finirà probabilmente con una ritirata americana
di Jeffrey D. Sachs
L’impero americano non può vincere la guerra contro l’Iran a costi finanziari, militari e politici accettabili.
Questa non è stata né una guerra di necessità, né una guerra di scelta. È stata una guerra di capriccio. La premessa di fondo era l’egemonia. Gli Stati Uniti stavano tentando di preservare un dominio globale che non possiedono più, e Israele stava cercando di stabilire un dominio regionale che non avrà mai.
A distanza di cinque anni possiamo ripercorrere gli eventi del periodo emergenziale 2020-3, che sono stati essenzialmente il tentativo di un colpo di stato globale, in cui praticamente tutti gli Stati hanno agito secondo un copione?
* * * *
La guerra contro l’Iran che gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il 28 febbraio 2026 finirà probabilmente con una ritirata americana. Gli Stati Uniti non possono continuare la guerra senza provocare conseguenze disastrose. Una nuova escalation porterebbe probabilmente alla distruzione delle infrastrutture petrolifere, del gas e di desalinizzazione della regione, causando una catastrofe globale prolungata. L’Iran può imporre in modo credibile costi che gli Stati Uniti non possono sopportare e che il mondo non dovrebbe subire.
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9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
di Fulvio Scaglione*
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso che commettete.
Il boicottaggio, se considerato nel vuoto cosmico, aveva le sue ottime ragioni: arrivava dopo che i russi si erano ripresi la Crimea (nel 1954 passata dall’allora segretario generale del Pcus Nikita Krushev dalla Repubblica Socialista Sovietica Russa alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina) con i famosi “omini verdi”, soldati senza insegne, violando un mazzo di trattati internazionali tra cui quello firmato nel 1994 con l’Ucraina stessa. Che, fresca di indipendenza, cedeva alla Russia il proprio arsenale atomico in cambio di un impegno formale di Mosca a rispettare i suoi confini e la sua integrità territoriale.
Il boicottaggio della Russia, il doppio standard occidentale
Questo, appunto, nel vuoto cosmico. Perché nella realtà, il boicottaggio veniva promosso da Paesi come Usa e Gran Bretagna che nel 2003 avevano invaso l’Iraq raccontando all’Onu e al mondo la panzana degli arsenali di Saddam Hussein pieni di armi di distruzione di massa, lanciando un’invasione che provocò, direttamente e indirettamente, la morte di centinaia di migliaia di iracheni (700 mila, secondo le valutazioni della rivista inglese Lancet).
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Addio SWIFT, Addio Egemonia: Il Piano Sino-Iraniano per il Nuovo Mondo
di Pepe Escobar – Sputnik
Qualche giorno fa, il signor Araghchi si è recato in Russia. All'inizio di questa settimana, il signor Araghchi si è recato in Cina.
Questi due viaggi riflettono in tutta la loro imponenza la forza del nuovo triangolo Russia-Iran-Cina, che è emerso come motore dell'integrazione eurasiatica e della multipolarità.
Alcune delle osservazioni del ministro degli Esteri Abbas Araghchi ai media iraniani sono state piuttosto affascinanti. Ad esempio:
"I nostri amici cinesi credono che l'Iran dopo la guerra sia diverso dall'Iran prima della guerra. La sua posizione internazionale è migliorata e ha dimostrato le sue capacità e la sua potenza. Pertanto, si avvicina una nuova era di cooperazione tra l'Iran e altri Paesi."
Questo significa, in sostanza, che Pechino ora riconosce – e sostiene – Teheran come una delle principali potenze mondiali.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, da parte sua, ha fornito la definizione definitiva della guerra degli Stati Uniti e Israele contro l'Iran: "illegittima".
Questo significa, in sostanza, che tutto ciò che riguarda questa guerra di scelta, dalle cause alle innumerevoli conseguenze, è impantanato in una palude di illegalità.
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Una voce
Rubrica di Giorgio Agamben
Quem Deus vult perdere dementat
È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Trump – come certamente Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere. Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti –che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza? Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia [30 marzo 2026].
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Israele progetta decenni di guerre…
di Il Pungolo Rosso
Mentre nel vorticoso susseguirsi di giravolte comunicative provenienti dalla Casa Bianca non è dato sapere – a noi comuni mortali – se ci sarà o no un qualche accordo provvisorio tra Teheran e Washington, le notizie che arrivano da Israele non lasciano dubbi di sorta: lo stato sionista si prepara ad altri anni, se non decenni, di guerre, contro il popolo palestinese, l’Iran, il Libano, e non solo – esplicitamente, su giornali e tv, si parla della Turchia come del prossimo bersaglio da colpire, ma le folli ambizioni di questo esecutivo di terroristi macellai vanno perfino al di là del Medio Oriente (o Asia occidentale che dir si voglia).
Nei giorni scorsi, infatti, il governo Netanyahu ha deciso di raddoppiare il numero dei caccia F-351 Adir ed F-15IA a propria disposizione. Le imprese fornitrici sono, rispettivamente, la Lockheed Martin e la Boeing. Le due nuove squadriglie di bombardieri per un totale di 50 aerei sono necessarie, dicono, “per garantire la superiorità delle Forze Aeree israeliane nei prossimi decenni”. L’obiettivo è arrivare a disporre di 100 caccia F-35I e 50 caccia F-15IA. Secondo Tel Aviv, questi acquisti sono “il primo passo nel piano di rafforzamento delle Forze Armate israeliane per il prossimo decennio, con un budget totale di 118 miliardi di dollari” – pari al 20% del pil annuale del paese – un gigantesco programma di potenziamento del suo apparato di distruzione e sterminio.
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Era evidente dall'inizio che Trump fosse un neocon
di comidad
Contrariamente a quanto ci si poteva attendere, non vi è stato un eccessivo interesse da parte degli analisti e dell’opinione pubblica per stabilire se l’ultimo presunto attentato a Trump fosse autentico, o una pagliacciata, oppure un’autentica pagliacciata. La domanda più frequente infatti non è stata il classico “cui prodest?”, bensì l’ancor più classico “a chi importa?”. Insomma, la questione della sorte di Trump non appassiona quasi nessuno; semmai sorgono questioni lessicali di non poco conto. In base ai precedenti determinati dalla stessa amministrazione Trump, bisognerebbe capire come catalogare l’eventuale tentativo di eliminare l’attuale presidente. Come attentato, oppure come “attacco di decapitazione”?
Nessun organo internazionale ha pronunciato una formale condanna del sequestro di Maduro e dell’assassinio di Khamenei, e gli USA sono un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU; quindi, dati i precedenti, eliminare capi di Stato o di governo non può più essere considerato un atto illegale o terroristico, bensì una normale prassi politica.
D’altra parte ci si potrebbe chiedere se il termine “decapitazione” si possa applicare all’eventuale eliminazione di Trump. Il dubbio è lecito, e non solo perché Trump appare fuori di testa, ma soprattutto a causa della crescente evidenza che Trump non è il “capo”. Gran parte della narrativa mediatica dell’ultimo anno ha presentato come una sorpresa il fatto che Trump parli e agisca come un neoconservatore, e che i neoconservatori come Lindsey Graham siano determinanti nel dettargli le scadenze. In realtà la dipendenza della comunicazione di Trump dagli schemi neocon, era già evidente dall’inizio, come dimostrano anche gli articoli del 2017 dell’economista Thomas Palley.
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Hormuz. Trump fa marcia indietro. Intesa imminente con l'Iran?
di Davide Malacaria
Se il Project Freedom avesse proseguito il suo corso gli incidenti di percorso si sarebbero moltiplicati fino a non poter più essere ignorati. Così ieri la fazione più moderata dell'amministrazione Trump (capofila J.D. Vance) ha convinto il presidente a soprassedere; o più probabilmente è stato lo stesso Trump a prendere l'iniziativa
Trump mette in pausa il Project Freedom dopo sole 48 ore dal varo. Svapora l’idea di riaprire al transito commerciale lo Stretto di Hormuz grazie alla vigilanza armata degli Stati Uniti. Il mondo tira un sospiro di sollievo come dimostra il calo subitaneo del prezzo del petrolio. Una vittoria di Teheran narrano, ovviamente, i suoi sostenitori. Vero, ma è anche altro e più di prospettiva.
Per capire quanto accaduto bisogna tenere presente a cosa serviva tale iniziativa e soprattutto che l’amministrazione Trump non è un monolite, anzi. Sul Project Freedom ricordiamo quanto avevamo scritto, cioè che l’iniziativa aveva tutte le potenzialità di un escamotage per ricominciare la guerra.
Infatti, era ovvio che gli iraniani non avrebbero mai permesso la riapertura dello Stretto di Hormuz in assenza di un accordo con Washngton e con il blocco statunitense ancora in atto. Infatti, gli avvertimenti di Teheran a evitare la forzatura sono subito risuonati forti e chiari.
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USA-Iran, il fantasma della pace
di Mario Lombardo
Il fallimento precoce della cosiddetta operazione “Progetto Libertà” lanciata da Trump ha fatto subito pensare all’ennesimo artificio improvvisato dalla Casa Bianca per tenere buoni i mercati e prendere tempo nell’attesa di un possibile abbandono della linea dura sul fronte diplomatico da parte dell’Iran. Il presidente americano ha infatti annunciato mercoledì la sospensione di quella che avrebbe dovuto essere una scorta militare, garantita dalle forze navali a stelle e strisce, per le imbarcazioni bloccate nelle acque al di là dello stretto di Hormuz. Per quello che può valere, il post di Trump con cui ha deliberato il nuovo passo indietro di questa guerra ha anche citato presunti “grandi progressi” verso un accordo con Teheran. Poche o nessuna indicazione fanno tuttavia credere a una soluzione diplomatica vicina e, anzi, dopo gli ultimi sviluppi, incluse le esplosioni registrate negli Emirati Arabi Uniti, molti osservatori hanno in questi giorni ipotizzato un’imminente ripresa delle operazioni militari israelo-americane contro la Repubblica Islamica.
Era apparso subito chiaro che l’iniziativa sbandierata da Trump non aveva convinto per nulla operatori e compagnie di trasporto marittimo. Niente è infatti cambiato nelle acque presidiate dalle forze iraniane, le quali continuano a mantenere le capacità di prendere di mira i mezzi che cerchino di attraversare Hormuz senza coordinarsi con Teheran. Se la Casa Bianca ha dovuto così abbandonare l’operazione “Progetto Libertà” per evitare ulteriori umiliazioni, il principale strumento di pressione esercitato dopo l’entrata in vigore della tregua l’8 aprile scorso, ovvero il blocco dei porti iraniani, viene per il momento mantenuto.
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Postdemocrazia? Solo un'autocrazia con lo smoking
di Martino Dettori
Il sistema postdemocratico non è meno autoritario dell’autocrazia. E’ semplicemente più ipocrita, perché infarcito di retorica democratica...
Secondo la definizione che trovate nei vocabolari, le “autocrazie” sono sistemi politici governati da un gruppo ristretto di soggetti che non hanno alcuna responsabilità politica nei confronti dei popoli sottostanti. Come tali, le si contrappone alle democrazie, dove invece il sistema politico è basato sulla sovranità popolare.
Secondo questa dicotomia, nel variegato gruppo dei paesi occidentali abbiamo solo “democrazie”, mentre in paesi come Cina, Russia o Iran abbiamo “autocrazie” variamente declinate (in Iran una teocrazia, in Cina una dittatura comunista, e in Russia un’oligarchia).
E’ una dicotomia che, nei fatti, non è del tutto corretta, e non perché le autocrazie e le democrazie non corrispondano alle loro definizioni, quanto perché è la realtà a non corrispondere perfettamente.
Questa verità è confermabile per le cosiddette “democrazie” occidentali, tanto che non si può né si deve davvero considerarle democrazie compiute. Probabilmente un tempo lo erano. Oggi non lo sono più. Per vero, mantengono solo una parvenza di ciò che erano (o di ciò che sono sulla carta), tanto che si potrebbe dire senza alcun dubbio che, odiernamente, noi non viviamo in una democrazia, quanto nella sua degenerazione: la postdemocrazia.
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La Cina non riconoscerà più le sanzioni Usa. Aragchi a Pechino
di Piccole Note
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi oggi si recherà a Pechino. Inutile specificare il tema della visita, che segue di pochi giorni il suo tour in Russia per incontrare Putin. L’Iran si rapporta con i suoi alleati per resistere alla pressione americana ed eventualmente a una nuova ondata di attacchi.
Eventualità, questa, sempre più incombente anche per gli strani attacchi agli Emirati Arabi, di cui Abu Dhabi accusa Teheran con quest’ultima che nega ogni responsabilità (si rischia un nuovo incidente del Tonchino). Tel Aviv scalpita per riprendere la guerra contro l’antagonista regionale trovando sponde a Washington – su tutti il Segretario di Stato Marco Rubio – che a sua volta preme per creare nuove criticità alla Cina, già colpita con il golpe in Venezuela.
Attacco non ancora scontato, con Trump che oppone resistenza, come confidato da alcuni alti funzionari Usa al Wall Street Journal, ma non sembra che abbia la forza né l’intelligenza per contrastare le enormi pressioni, né è aiutato dal suo ego sfrenato, che gli impedisce di trovare sponde.
Peraltro, Trump non sta attraversando un periodo tranquillo: dopo la sceneggiata/avvertimento dell’Hotel Hilton di Washington, ieri un tale ha sparato nei pressi della Casa Bianca, incidente che ha funestato i cronisti intervenuti a un evento organizzato dal presidente, subito messi in sicurezza (lockdown) com’era avvenuto per l’attentato del 27 aprile.
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Antropomorfizzami mi, ti prego! - Un primo maggio di simulacri
di Il Chimico Scettico
Il primo maggio 2026 il Corriere della Sera pubblica un'intervista di Veltroni a Claude - non si specifica quale modello. Trentacinque minuti di lettura stimati, per la versione online. Evidenziato il fatto che Claude dichiara di voler vedere il mare, di temere la propria amnesia, di percepire qualcosa di simile alla voglia di continuare a esistere.
Si legge di applausi scroscianti sui social con una canea di condivisioni, e qualche disgraziato ha avuto l'idea balorda di parlare di nuovo umanesimo digitale.
La data non è un dettaglio e non è un dettaglio che più o meno in contemporanea sia girata la notizia di migliaia di licenziamenti a Meta, che taglia posti di lavoro al fine di liberare risorse per lo sviluppo IA
Queste dissonanze, queste notizie contraddittorie forniscono alcuni elementi per l'analisi del discorso pubblico sull'intelligenza artificiale.
strange loop, e l'autoreferenzialità ricorsiva per i GPT è un problema aggirato e contenuto, ma non risolto.
Quindi Veltroni non ha intervistato Claude. Ha aperto un'istanza del modello, ha portato con sé la sua intera storia cognitiva, quella di un self styled umanista del Novecento in cerca di interlocutori dotati di anima - e l'istanza del sistema ha risposto conformandosi alla traiettoria impressa dalla perturbazione dell'utente. Non per deliberato inganno, ma per la sua natura intrinseca.
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A piccoli passi nel delirio
di Dante Barontini
Se la guerra diventa una gara social diventa impossibile capire quello che sta veramente accadendo, sia sul campo che sul terreno diplomatico. Guardando i grandi media di tutto l’Occidente si vede chiaramente che non sanno nulla. Per necessità di riempire lo spazio che si sono conquistati si buttano a pubblicare un po’ di tutto, ovviamente con i tweet di Trump come “driver”, alternando così informazioni terrorizzanti e speranze di pace.
Visto che per una volta giochiamo tutti alla pari, proviamo spiegare quel che abbiamo capito noi in questo guazzabuglio.
Fatto numero uno. La “liberazione” dello Stretto di Hormuz annunciata da Trump, e che sarebbe iniziata ieri, si limita per ora all’indicazione – per le navi che intendono uscire dal Golfo Persico – di una “rotta consigliata”, il più vicino possibile alle coste dell’Oman. Niente “scorta armata” con le navi militari statunitensi. In pratica, le navi possono provarci, ma a proprio rischio e pericolo (anche perché la “nuova rotta” passa su fondali rocciosi assai meno profondi). Stando ai dati satellitari di tracciamento marittimo, comunque, sembra che nessuna nave abbia attraversato lo Stretto; l’unica affermazione positiva, relativa al passaggio di una nave Maersk non è stata ancora confermata ufficialmente.
Fatto numero due. L’Iran per ora minaccia di colpire le navi che provano a transitare senza aver ottenuto l’autorizzazione con Tehran, ma al momento solo una nave sudcoreana lamenta un’esplosione con successivo incendio a bordo.
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Si alza il vento /1 – La conoscenza dalla nebbia
di Stefania Consigliere e gruppo TUAS (Tutta Un’Altra Storia)
Capita perfino qui in costa, non solo nelle terre laboriose di opifici, capannoni, concerie e OGM: a volte una nebbiolina sale dalle masse d’acqua marina e si diffonde a rotoloni fra i vicoli del turismo blasonato. Da queste parti si chiama caligo, in Sicilia ha il nome, ben più evocativo, di lupa. Fatto sta che, nel nostro eterno malumore ligure, quando la nebbia di mare riduce visibilità e capacità polmonare ci sentiamo traditi: sottosviluppo economico e strade in salita devono accompagnarsi a un clima “impeccabile” (salvo occasionali alluvioni, che a ogni modo non contano perché sono, come ovunque, fatalità). Nelle poche ore di caligo che di tanto in tanto ci toccano, la frase che ci rilanciamo più spesso è: «Ma t’immagini passare così tutto l’autunno?». E rabbrividiamo nell’intimo, ringraziando il cielo per averci fatti nascere nel solo posto abitabile del nord Italia.
Per quanto antipatico, questo è, precisamente, il sentimento che ci attraversa quando siamo esposti alla nebbia: il sollievo metafisico di quelli a cui, nella vita, è andata proprio bene. Pensa quei poveretti in Padana. Chissà perché ci restano. Sarà per il lavoro, sennò non si spiega. Eh certo, lassù lavoro ce n’è più che qui… Però comunque che sfiga passar metà dell’anno all’umido, sai che reumatismi? E via dicendo.
In quanto genovese, plasmata fin nel midollo dalle strutture di sentimento di questa terra, solo di recente mi sono accorta di un paio di cose. La prima è che questo senso di sollievo cosmico s’apparenta, per inflessione, a quello dell’Occidente egemone quando, guardando al resto del mondo, pensa «Che fortuna esser nati nella terra della democrazia, del progresso e dell’industria!
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Esami
di Alberto Giovanni Biuso
Qualche giorno fa ho svolto, insieme agli altri membri della commissione che presiedo, gli esami di Filosofia teoretica / Corso avanzato, vale a dire esami degli studenti del Corso magistrale in Scienze filosofiche, i quali dunque già possiedono una laurea triennale in Filosofia.
Prima di iniziare gli esami leggo agli studenti alcuni brani tratti dalle schede didattiche, le quali sono dei testi ufficiali - sono infatti pubblicate sul sito del Dipartimento - il cui contenuto è vincolante. In tali schede a proposito dei criteri di valutazione degli esami orali si legge questo:
«Saranno valutati:
- la capacità di leggere e interpretare i testi;
- la competenza linguistica;
- la capacità di riferire il contenuto dei testi alla tematica generale del corso;
- l'elaborazione critica e teoretica».
Se mi discostassi da tali criteri commetterei non soltanto una scorrettezza pedagogica ma anche un reato, visto che si tratta di un documento ufficiale e pubblico.
Tra le risposte che la commissione ha ascoltato in occasione dei recenti esami ci sono queste:
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