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Accordo USA-Iran: cronaca di una morte annunciata?
di Roberto Iannuzzi
Il braccio di ferro a Hormuz e la comparsa di un accordo “parallelo” in Libano sono indice di una paralisi negoziale già in atto
A poco più di due settimane dalla firma del Memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, l’accordo fa già acqua ed è sfociato in un nuovo braccio di ferro tra i due paesi.
I punti di scontro sono essenzialmente due, il controllo dello Stretto di Hormuz e il fronte libanese.
Israele non ha mostrato alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano e ha proseguito alcune operazioni militari nel paese.
In base all’articolo 1 del Memorandum, tuttavia, i firmatari ed i loro alleati si impegnano a cessare le operazioni militari su tutti i fronti, incluso il Libano, ed a garantire l’integrità territoriale e la sovranità di quest’ultimo.
Washington ha però mediato un accordo trilaterale, insieme a Israele e al governo libanese, che in concreto aggira l’intesa con Teheran.
L’altro elemento di controversia è incentrato sul controllo dello Stretto di Hormuz, che l’articolo 5 del Memorandum attribuisce all’Iran, in coordinamento con l’Oman (a cui appartiene la sponda sud dello Stretto).
L’interesse iraniano a controllare lo Stretto non è tanto legato alla possibilità di imporre pedaggi o commissioni per il transito delle navi, quanto all’esigenza di legare la libertà di navigazione nello Stretto a garanzie di sicurezza per Teheran.
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L'ipotesi di una guerra termonucleare per procura contro la Russia
di Piccole Note
Durissimo attacco di Mosca contro Kiev: 20 le vittime. Attacco annunciato da tempo come rappresaglia per gli attacchi ucraini nel profondo del territorio russo. Infatti, all’indomani dell’attacco di maggio al pensionato studentesco di Starobilsk, nel Donbass (21 le vittime), Putin, sull’onda dell’indignazione popolare, aveva avvertito della rappresaglia contro Kiev, rimandata fino a stanotte.
Mosca ha dichiarato di aver preso di mira obiettivi militari ed energetici, dettagliandoli nello specifico, ma ovviamente ciò che riecheggia sui media occidentali è la parola strage, come se si trattasse di un attentato e non di una guerra che fa morti, militari e civili, da ambo le parti (peraltro, se si voleva un eccidio di civili, l’attacco, massivo e durato tutta la notte, avrebbe prodotto centinaia di vittime, come visto nei bombardamenti contro l’Iran).
Il fatto è che dei civili russi uccisi negli attacchi ucraini normalmente non si fa menzione, derubricando le informazioni russe a fake news (nonostante spesso siano accompagnate da filmati inequivocabili). I media occidentali si limitano a riportare gli obiettivi degli attacchi di Kiev, che sia Mosca, una raffineria o altro.
Un escamotage mediatico che abbiamo visto applicato in maniera massiva già nella guerra siriana, altra guerra per procura dell’Occidente contro un antagonista di minor calibro nella quale fu utilizzata come ariete sacrificale non una nazione, come nel caso ucraino, ma i tagliagole di al Qaeda. Anche allora si enfatizzavano le vittime degli attacchi delle forze siriane, ignorando quelle causate dagli ascari del Terrore dell’Occidente.
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In Iran evocata la mutua deterrenza nucleare come opzione possibile
di Sergio Cararo
“L’Iran non ha altra scelta che ottenere la bomba nucleare per rimuovere le minacce militari contro il paese durante la transizione verso un nuovo ordine mondiale”. Un articolo pubblicato sull’agenzia iraniana Fars news ha messo i piedi nel piatto della contraddizione fin qui rimossa nei negoziati sul futuro degli assetti in Medio Oriente.
L’articolo, non firmato, sostiene che l’Iran deve raggiungere la deterrenza nucleare per ottenere quella che ha definito la “calma necessaria” per garantire che altre controversie possano essere risolte tramite negoziati e che solo in tali condizioni sarebbero possibili negoziare dalla “posizione giusta”.
L’agenzia Fars ha spiegato che l’articolo era stato pubblicato su una piattaforma interattiva in cui gli utenti possono pubblicare i propri contenuti e che “non riflette la posizione ufficiale dell’agenzia”.
Quanto pubblicato su Fars news sottolinea inoltre come la deterrenza nucleare potrebbe creare un equilibrio di potere tra Iran, Stati Uniti e Israele e mantenere sotto controllo l’ampiezza di qualsiasi possibile conflitto.
L’articolo sembra mettere in discussione lo spirito dell’accordo preliminare recentemente firmato tra Iran e Stati Uniti, secondo il quale Teheran si è impegnata a non perseguire l’uso di armi atomiche permettendo però agli ispettori internazionali di tornare gradualmente a ispezionare le sue strutture nucleari. Un trattamento che però non viene nè ancora preso in considerazione nè attuato verso l’unica potenza nucleare del Medio Oriente: Israele.
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Il crollo dello Yen e il ritiro dei capitali cinesi verso i beni rifugio e la scarsità di dollari offshore
di Francesco Cappello
Attualmente, sia il crollo dello yen sia la ritirata dei capitali cinesi verso i beni rifugio dimostrano che il sistema dell’Eurodollaro è teso, la liquidità globale in dollari è rigida e l’intera area asiatica sta scegliendo la via della massima cautela di fronte a mercati del lavoro fragili e a una domanda globale in calo
Il crollo dello yen giapponese ha toccato il livello minimo degli ultimi quarant’anni rispetto al dollaro americano, scivolando oltre la soglia di 162 yen per dollaro. Non si tratta di un semplice problema locale del Giappone o di una normale scommessa degli speculatori, ma di un serio campanello d’allarme che riguarda la salute dell’intera economia globale.
Il governo e la banca centrale giapponese hanno sostanzialmente perso il controllo della situazione, nonostante abbiano messo in campo misure teoricamente gigantesche. Per cercare di salvare la propria moneta, la Banca del Giappone ha infatti interrotto l’era dei tassi d’interesse negativi e ha alzato il tasso di riferimento fino all’1%, un livello massimo che non si vedeva dal 1995. Inoltre, le autorità di Tokyo hanno speso la cifra record di 11.730 miliardi di yen (circa 72,5 miliardi di dollari) in interventi diretti sul mercato dei cambi, vendendo cioè riserve in dollari per ricomprare massicciamente yen e sostenerne artificialmente il prezzo.
Secondo i manuali di economia tradizionali, queste mosse avrebbero dovuto far risalire immediatamente il valore dello yen. Nella realtà, la valuta ha continuato a perdere valore.
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Mondiali, un calcio al calcio
A cosa e a chi serve il baraccone imperialista
di Fulvio Grimaldi
“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ
Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.
Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.
Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.
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Non solo Epstein files: c’è l’Honduras-gate
di Daniel A. Casari
Chi pensava che i colpi di Stato in Honduras e le ingerenze della CIA appartenessero al secolo scorso, deve fare i conti con la cruda realtà del 2026: l’Honduras-gate. Un gigantesco scandalo internazionale, scoppiato grazie ai leak della piattaforma investigativa Hondurasgate.ch, che svela l’ennesima cospirazione di estrema destra volta a eradicare “il cancro della sinistra” dal continente.
Al centro della ragnatela troviamo una vecchia conoscenza della giustizia internazionale: l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (JOH), già condannato negli Stati Uniti per narcotraffico. Com’è possibile che un criminale di tale calibro sia tornato libero? La risposta è scritta nei file audio ed è stata analizzata da varie testate giornalistiche; file audio in cui si fa esplicitamente riferimento alla necessità di organizzare omicidi politici e falsi attentati terroristici da affibbiare a presunte sigle marxiste e in cui si può udire chiaramente non solo paventare un ritorno ai tempi dei desaparecidos, ma con il generale coinvolto che risponde che ha già pronta una squadra selezionata, motivata e adatta al caso.
A liberare JOH non sono stati i miracoli della diplomazia, ma soldi sporchi e i favori incrociati. Hernández stesso ammette che il denaro per la sua grazia presidenziale – concessa da Donald Trump alla fine del 2025 – è arrivato direttamente da lobby pro-Israele e da una “giunta di rabbini”. Mediatore d’eccezione? Benjamin Netanyahu in persona, che ha fatto valere il suo peso politico sulla Casa Bianca.
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Dopo Starmer, continua il militarismo inerziale del Regno Unito
di comidad
Ormai nel Regno Unito i primi ministri nascono e muoiono come mosche, anche se risultano decisamente più molesti. L’ultimo rappresentante della specie, Keir Starmer, sta cercando di stiracchiare le procedure di addio, in modo da prolungare l’agonia di quel tanto che servirebbe a far slittare la successione a dopo l’estate. Anche il prossimo candidato “laburista” è infatti un clone di Tony Blair, perciò tutti sanno che l’avvicendamento a Downing Street non comporterà alcun cambiamento nella politica britannica. Sembra quindi che l’establishment britannico stia cercando di garantire la continuità di una linea politica impopolare gettando ciclicamente in pasto alla pubblica opinione dei personaggi di facciata. Dopo aver spremuto i conservatori e i “laburisti”, arriverà il turno anche di qualche “sovranista” come Nigel Farage per il ruolo di uomo di paglia. In linea con i suoi predecessori, Starters ha promesso a Zelensky alcuni miliardi di sterline in prestito; e in più lo stesso Starmer ha dichiarato che il Regno Unito parteciperà al mega-prestito promesso all’Ucraina dalla von der Leyen. ll peso finanziario del sostegno all’Ucraina sta mettendo in difficoltà il bilancio, e il governo “laburista” è costretto a tappare le falle ricorrendo ai tagli sulla spesa sociale. Secondo alcuni analisti, l’establishment britannico starebbe cercando di preservare questa politica militarista e antisociale adottando una tattica ispirata ad una razionalità subdola e contorta, ma comunque si tratterebbe di una linea razionale.
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Il vigilante e noi
di Michele Agagliate
Sarò sincero: non sono mai stato un grande amante dei film d’azione, e i giustizieri da cinema mi hanno sempre lasciato piuttosto indifferente. Quando cerco evasione, guardo altrove — alla storia, all’avventura, a mondi sufficientemente lontani da non costringermi a fare i conti con quello in cui vivo. A volte, però, è la realtà a venire a cercarti, e lo fa prendendo la forma di un film che fa parlare di sé più per quello che gli è stato fatto che per quello che racconta.
Si chiama Citizen Vigilante, lo ha diretto Uwe Boll — regista che la critica cinematografica ha sempre trattato con la considerazione riservata a un parente imbarazzante — e in Germania non ha ricevuto alcuna certificazione di età, il che equivale, nella pratica, a un divieto di distribuzione. Il risultato è stato prevedibile per chiunque conosca la storia della censura: quindici milioni di visualizzazioni su X in quarantotto ore, Elon Musk che lo rilancia, e una discussione che ha travalicato ogni confine geografico e culturale. I censori, si sa, sono i migliori agenti pubblicitari che esistano. Lo erano ai tempi dell’Indice dei libri proibiti, e non sono migliorati nel frattempo.
Il film racconta di un ex militare statunitense che, trasferitosi in una città europea innominata, decide di fare ciò che la giustizia ordinaria, a suo giudizio, non ha il coraggio di fare: uccide stupratori, spacciatori e criminali stranieri che i tribunali hanno rimandato in libertà con pene sospese e qualche buona parola sulla difficoltà dell’integrazione.
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Venezuela. Una lettera a Delcy Rodriguez
di Raúl Torres*
Qui di seguito la traduzione in italiano della lettera aperta del cantautore cubano Raúl Torres indirizzata alla Presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez. Il documento propone una riflessione critica sul momento politico attraversato dal Venezuela e sul futuro del progetto bolivariano nel contesto delle attuali tensioni internazionali. La traduzione è a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista.
* * * *
Fratelli latinoamericani,
è importante riconoscere che l’attuale situazione del Venezuela è di una sensibilità straordinaria. Dopo i drammatici avvenimenti del gennaio 2026, il governo di transizione guidato da Delcy Rodríguez naviga sotto una pressione esterna soffocante, cercando un equilibrio che per molti di noi nel campo rivoluzionario sfiora la capitolazione. Il confine tra resistenza tattica e sottomissione strategica è diventato, per molti, dolorosamente sfumato. Questa lettera, pertanto, non vuole impartire lezioni, ma esprimere lo strazio di un popolo che sente che le proprie bandiere storiche stanno iniziando a essere ammainate. È uno scritto per impedire che si chiudano gli occhi a coloro che oggi hanno nelle loro mani il timone della patria bolivariana.
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Giorgia Meloni e il prossimo presidente della Repubblica: il duplice paradosso delle sue parole
di Alessandro Volpi*
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato durante una lunga e incalzante intervista condotta dall'imparziale Nicola Porro, su un canale di altrettanto provata imparzialità, che è giunto il momento di un Presidente della Repubblica che non sia di Sinistra perché anche questo tabù deve essere superato.
Ci sarebbero molte cose da dire su questa affermazione, ma mi limito a brevi note storiche.
Dei 12 presidenti della Repubblica, il solo che può essere definito di Sinistra è stato Sandro Pertini.
Fra gli altri, c'erano 3 che erano filo monarchici, De Nicola, Einaudi e Segni, i primi due è certo che votarono per la monarchia al referendum del 2 giugno 1946; De Nicola, Gronchi e Einaudi avevano votato anche la fiducia al primo governo Mussolini.
Posizioni molto conservatrici caratterizzarono le presidenze di Antonio Segni e di Giovanni Leone, quest'ultimo eletto, all'ultima votazione, con il contributo dei parlamentari dell'MSI.
Certamente non di Sinistra furono le presidenze di Oscar Luigi Scalfaro e di un super tecnico come Carlo Azeglio Ciampi.
Un caso a parte, ma non direi qualificabile come di "Sinistra", fu la presidenza di Francesco Cossiga, mentre la presidenza del socialdemocratico Saragat si poneva nell'ottica della spaccatura dei riformisti rispetto alla politica estera del PCI.
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Bugie di guerra, il governo minimizza ma la NATO conferma: le basi USA in Italia sono la piattaforma degli attacchi all’Iran
di Antonio Mazzeo
Crosetto tranquillizza: solo autorizzazioni tecniche. Smentita del segretario generale dell'Alleanza Mark Rutte: partiti migliaia di voli dall'Europa
Se le bugie hanno le gambe corte, quelle del governo Meloni sulla “non belligeranza italiana contro l’Iran” devono averle proprio cortissime, gambe e braccia.
“L’Italia non è in guerra, ma agisce nel pieno rispetto della Costituzione e dei trattati internazionali: l’utilizzo delle basi militari si inserisce in una linea di continuità seguita da tutti i governi, che negli anni hanno sempre applicato questi accordi senza metterli in discussione”. Così ha dichiarato il 7 aprile scorso il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel corso del dibattito parlamentare sull’uso del territorio italiano per le operazioni di guerra all’Iran.
“L’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche e logistiche, non cinetiche”, hanno successivamente ribadito la premer Giorgia Meloni e Crosetto. “Senza tema di smentita, non è stata autorizzata né consentita attività al di fuori delle previsioni vigenti”.
Peccato che a sbugiardare il governo ci abbia pensato il segretario generale della NATO, Mark Rutte. “Per sostenere l’operazione Epic Fury in Iran, dalle basi in Europa sono state effettuate tra le 4.000 e le 5.000 missioni di volo statunitensi”, ha spiegato Rutte all’emittente Fox News. “Dalle basi USA in Italia sono decollati 500 aerei americani, mentre la Romania ha dovuto ridurre il traffico aereo commerciale perché l’aeroporto di Bucarest veniva utilizzato come deposito per le aerocisterne statunitensi”.
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Lo sciacallaggio geopolitico sul Venezuela devastato
di Davide Malacaria
È un messaggio da Capo di Stato, quello di Maduro, con tanto di firma che l'attesta: "presidente costituzionale della Repubblica bolivariana del Venezuela". Un messaggio nel quale esprime dolore per la sorte del suo popolo, lancia appelli all'unità, alla solidarietà e incoraggia ad affrontare l'ennesima prova con fede e fiducia nella ripresa. Messaggio autorizzato, evidentemente, da Trump…
Nel doppio sisma venezuelano non è tanto il numero dei morti che impressiona, sebbene sia già insopportabile, quanto quello dei dispersi: 50mila. Certo, parte di essi potrebbero semplicemente essersi persi nel caos successivo al disastro, ma la maggior parte giace sotto le macerie e col passar dei giorni saranno sempre meno quelli che ne potranno riemergere vivi. D’altronde, la duplicazione sismica incrementa i danni, una sorta di double-tap per usare una terminologia militare.
Fin qui la cronaca di un disastro naturale, ma il nostro sito è di geopolitica e non ci saremmo occupati di questa catastrofe – altri sono molto più bravi di noi in questo – se non ci fossero dettagli a margine di questo disastro da rilevare.
Anzitutto, c’è il messaggio di Nicolás Maduro dal carcere americano nel quale è ristretto mentre si dipana il processo farsa nel quale sarà ovviamente condannato (è stato rapito il 3 gennaio: 6 mesi di carcere “preventivo”). Un messaggio davvero imprevisto, che i suoi carcerieri hanno permesso, di certo dopo essersi interfacciati con l’amministrazione Trump (né poteva essere altrimenti).
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Terremoto e sanzioni: il Venezuela che non raccontano i media mainstream
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Le sanzioni che uccidono, i farmaci che mancano, la terra che trema: cosa si nasconde dietro la tragedia venezuelana
Per capire davvero cosa è accaduto in Venezuela dopo i due terremoti di mercoledì scorso, bisogna partire da lontano. Non si può leggere la tragedia senza inquadrare il contesto economico e sociale in cui è piombata. I primi report delle agenzie internazionali e dei soliti disinformatori del mainstream hanno subito puntato il dito contro il governo: servizi sanitari travolti nelle prime ore, emergenze al collasso, e una situazione particolarmente drammatica nello stato di La Guaira, che ha registrato le maggiori devastazioni e il numero più alto di vittime. Il ritratto che ne è uscito è stato quello di un governo venezuelano impreparato e inadeguato.
Ma la realtà, come spesso accade, è ben diversa da questa narrazione unilaterale. A pochi giorni dal sisma, la fotografia che arriva dagli ospedali pubblici di Caracas è differente dal pandemonio descritto da alcuni servizi. I quindici nosocomi della capitale hanno retto l'urto in regime di contingenza, certo, ma senza quel crollo totale che molti avevano paventato. E c'è un dato che merita attenzione: un centinaio di cliniche private, dotate di attrezzature all'avanguardia, si sono attivate immediatamente su coordinamento governativo, offrendo cure gratuite ai feriti. Una mobilitazione che ha alleggerito la pressione sul settore pubblico.
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Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio
di Gigi Sartorelli
La Germania ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.
Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane sia ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione ha risposto alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.
Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico maggiormente autonomo dagli Stati Uniti.
Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini.
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Il mercato in cattedra: il saggio che smonta il mito dell’istruzione-azienda
di Kulturjam
La scuola italiana è ancora un luogo di formazione o è diventata un ingranaggio del mercato? Il mercato in cattedra analizza riforme, burocrazia, competenze e neoliberismo con una tesi netta e documentata, riaprendo un dibattito che riguarda il futuro dell’istruzione.
La scuola è diventata un mercato? Un libro che costringe a riaprire il dibattito
Ci sono libri che cercano il consenso e libri che cercano il conflitto. Il mercato in cattedra di Pier Paolo Caserta (Mario Pascale Editore) appartiene senza esitazione alla seconda categoria. Non concede scorciatoie al lettore, non attenua il linguaggio per renderlo più digeribile e non tenta di costruire improbabili punti di equilibrio tra posizioni opposte. La sua tesi è dichiarata fin dalle prime pagine: la scuola pubblica italiana sarebbe ormai il terreno sul quale si è compiuta una progressiva colonizzazione delle logiche di mercato, un processo che avrebbe trasformato l’istruzione da strumento di emancipazione a meccanismo di adattamento alle esigenze dell’economia contemporanea.
È una tesi radicale, ma il pregio principale del volume è quello di non fermarsi allo slogan.
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I nodi al pettine
di Alessandro Volpi
I nodi cominciano a venire al pettine? Mi scuso se sarò lungo e un po' noioso, ma penso che questo tema sia davvero centrale perché oramai riguarda milioni di risparmiatori e ha a che fare con un modello - quello dell'oggettività della finanza - che ha retto il tecnoliberalismo.
A giugno 2026, il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti "Magnifici Sette" (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. I titoli più colpiti sono:
Nvidia: Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip AI possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (GOOGLE): In forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione AI, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo e premi Nobel del team.
Tesla: Continua a soffrire per il rallentamento della crescita nel settore dei veicoli elettrici e per margini di profitto ridotti, con il mercato scettico sulla velocità di realizzazione dei progetti su robotica e guida autonoma.
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Un impietoso atto d’accusa dal ventre della classe dirigente
di Marco Veruggio
Venti contrari. Imprese e politica nel declino economico italiano (Il Mulino, 2026) è un impietoso atto di accusa alla classe dirigente italiana, che tuttavia proviene dal suo interno. Gli autori Pietro Modiano e Marco Onado, infatti, sono o sono stati (Onado è morto nel 2025) due autorevoli esponenti delle élites: manager bancario Modiano, economista ed esperto di diritto bancario Onado, entrambi formatisi alla Bocconi, insieme già autori di un altro saggio sferzante verso il capitalismo italiano, Illusioni perdute. Banche, imprese, classe dirigente in Italia dopo le privatizzazioni (Il Mulino, 2023).
In Venti Contrari gli autori riprendono e generalizzano la critica relativa a quella singola stagione, stilando un lungo elenco di capi di imputazione, dentro una scansione in fasi della storia del capitalismo italiano dal primo dopoguerra mutuata da Michele Salvati e che fa da sfondo all’intero lavoro, con sintetiche ma accurate ricostruzioni storiche di alcune delle pagine più controverse di questi ottant’anni – dalla strategia della tensione alla P2, con occhio attento alle complicità tra Stato, imprese e criminalità organizzata. L’accusa rivolta alla borghesia liberale – imprenditori e politici – è quella di aver disperso un prezioso patrimonio di idee innovatrici accumulato nel corso della Resistenza antifascista e condensato in testi come il Manifesto di Ventotene e di aver sprecato le occasioni presentatesi a più riprese, vedi l’avvio del processo di unificazione monetaria e poi l’era delle privatizzazioni, e potenzialmente utilizzabili per instaurare nell’economia italiana un sistema di “buone regole di mercato” e un “rapporto equilibrato tra capitale e lavoro”, ignorando le preziose indicazioni di alcuni esponenti “illuminati” del mondo bancario e politico-accademico, tra i più citati l’ex governatore di Bankitalia Baffi e l’economista e l’otto volte ministro Andreatta.
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Da "Tigre di carta" a "Impero della narrazione": il grande inganno del potere USA
di Michele Blanco
Molti non lo sanno o, quantomeno, non lo ricorderanno: nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Molto più recentemente, nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale contro l'Ucraina, il presidente russo Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”, riferendosi alle continue manipolazioni dell'informazione presenti nei mass media occidentali. Queste due definizioni si potrebbero molto bene sintetizzare in una terza, secondo il mio modesto parere molto più appropriata, che sarebbe molto più calzante: “l'impero della narrazione”.
Gli Stati Uniti basano fondamentalmente il proprio potere, prima che sulla violenza, colpi di stato, elezioni manipolate e truccate, la sopraffazione e le note misure coercitive, che pur praticano da secoli, sulla diffusione costante con la manipolazione dell'informazione mondiale dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono delle vere e proprie "catene mentali" imposte dall’egemonia culturale degli Stati Uniti d'America nelle nazioni da essa controllate, soprattutto nelle opinioni pubbliche di queste nazioni, a fungere da primo fondamentale ostacolo in qualsiasi possibile e necessario processo di liberazione.
Infatti, vista la base economica dell’imperialismo statunitense, non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalista contemporaneo non si basa sulla realtà oggettiva della produzione e dell’economia reale, ma sull’irrealtà di una finanza globalizzata ormai slegata da qualsiasi reale processo produttivo e ridotta alla sola speculazione tramite la creazione “dal nulla” di ricchezze virtuali e non esistenti realmente.
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L’operazione Barbarossa 85 anni dopo
di Fabrizio Casari
Nel giugno di ogni anno, l’anniversario dell’Operazione Barbarossa richiama alla memoria uno degli eventi più drammatici del XX secolo. Il 22 giugno 1941 la Germania nazista lanciò con sei milioni di soldati l’invasione dell’Unione Sovietica, aprendo il più vasto fronte terrestre e aereo della storia e inaugurando una guerra di annientamento che avrebbe provocato decine di milioni di vittime e disegnato la sconfitta strategica del Terzo Reich. Ottantacinque anni dopo, il ricordo dell’operazione Barbarossa torna al centro del discorso politico in un contesto radicalmente diverso ma non privo di richiami inquietanti: il riarmo della Germania e le minacce di guerra alla Russia.
Il riarmo tedesco è una svolta storica. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, Berlino ha scelto di assumere un ruolo di guida militare del continente proprio mentre la sua leadership economica viene meno. Negli ultimi anni, infatti, la Germania ha visto rallentare la propria economia, ha subito gli effetti della crisi energetica seguita alla rottura dei rapporti con la Russia e si confronta con problemi strutturali che vanno dalla deindustrializzazione alla crescente riduzione del welfare.
Berlino è stata locomotrice europea in ragione di una forza produttiva ed una capacità di commercio internazionale che si basava su due elementi: qualità alta dei propri prodotti, particolarmente nel mercato dell’auto e degli elettrodomestici, e crescita annuale del suo PIL, dovuta anche ad uno stato di salute eccellente della sua economia che riuscì (con gli aiuti europei) a riassorbire i costi della riunificazione in tempi molto più rapidi di quanto si prevedeva.
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Trump regalerà all'Iran più di un anno del suo PIL
di Pino Arlacchi
La superficialità e l’ignoranza di molti commentatori impedisce loro di valutare le effettive proporzioni del fiasco di Donald Trump in Iran nonché la situazione a dir poco sconcertante creata dai termini dell’intesa di pace in discussione. I 14 punti del Memorandum of understading vengono scorsi senza rendersi conto del peso reale di uno di essi. Quello che riguarda il fondo per la ricostruzione del Paese attaccato dall’operazione “Epic Fury” tra il 28 febbraio e il 17 giugno. “Epic Fury” vuol dire “Furia Epica”. Ma contro chi, in fin dei conti?
Lascia senza parole, in verità, la somma di 300 miliardi di dollari che gli Stati Uniti si impegnano a convogliare in Iran per la ricostruzione del Paese. Il Pil dell’Iran, infatti, ammonta esattamente a questa cifra, a cui vanno aggiunti i fondi derivanti dalla riduzione delle sanzioni (stimabili in 40-70 miliardi anno), più i 24 miliardi di depositi iraniani congelati finora nelle banche internazionali, più le entrate dei pedaggi futuri su Hormuz. Anche se si materializzerà in forma ridotta, il pool di risorse trumpiane si aggiunge al programma venticinquennale da 400 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Iran firmato nel 2021 e in fase di esecuzione. Esso riguarda la ristrutturazione dell’industria degli idrocarburi e la modernizzazione dei trasporti e della manifattura, in cambio di
una fornitura di petrolio stabile e a prezzi scontati.
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Non c’è più Laicità!
di Miguel Martinez
La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone.
Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri,
“Gli altri, spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto,
“lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”.
Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato.
Ora, il partito di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28.
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I titoli tecnologici non sono crollati “solo” per lo scetticismo verso l’intelligenza artificiale
di Alessandro Volpi
A fine giugno il mercato azionario statunitense è stato attraversato da una fase di forte volatilità che ha coinvolto in particolare le Big Tech, a partire da Nvidia. Una crisi innescata in realtà dal veicolo che ha gonfiato quella bolla, ovvero l’investimento passivo in Etf, e che ora sta funzionando al contrario. Affidare pensioni e sanità di fasce crescenti di popolazione a meccanismi del genere è una follia. L’analisi di Alessandro Volpi.
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A giugno 2026 il settore Big Tech sta attraversando una fase di forte volatilità, con i titoli dei cosiddetti “Magnifici sette” (e nuovi protagonisti come SpaceX) che hanno registrato perdite significative, entrando ufficialmente in territorio di correzione con un calo superiore al 10% dai massimi. Segue una panoramica dei titoli più colpiti.
Partiamo proprio da Nvidia. Dopo una corsa senza precedenti, il titolo ha subito cali giornalieri superiori al 4% a fine giugno. Gli investitori temono che la domanda di chip Ai possa aver raggiunto un picco temporaneo. Vale la pena ricordare che questo titolo è presente in praticamente tutti i fondi pensione degli italiani.
Alphabet (Google) è in forte perdita (circa -5% in sessioni recenti) a causa di preoccupazioni interne alla divisione Ai, acuite dalla partenza di ricercatori di alto profilo tra cui John Jumper, premio Nobel per la Chimica nel 2024, che ha lasciato per Anthropic.
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La sinistra e la conquista della fortezza digitale del capitalismo
di Rezgar Akrawi*
La battaglia per la liberazione socialista nel XXI secolo non può essere combattuta con le armi del secolo scorso. In un’era in cui gli algoritmi dominano, in cui l’influenza dell’intelligenza artificiale sui media, la cultura, l’istruzione e il lavoro continua ad espandersi, e in cui le politiche e le strategie economiche vengono formulate sulla base dei big data e dell’analisi algoritmica, la sinistra si trova ad affrontare una domanda esistenziale: come possono i movimenti che si organizzano ancora secondo logiche tradizionali far fronte a un capitalismo digitale che ha raggiunto un livello di avanzamento tecnologico senza precedenti?
Questo testo non è meramente un appello a sviluppare strumenti, è un appello a trasformare la coscienza organizzativa e intellettuale verso una profonda comprensione della natura della battaglia digitale.
Il divario in questione non è semplicemente un divario nel “dominio tecnico”, è un divario nella comprensione del fatto che lo spazio digitale è diventato un campo di battaglia di classe in cui il capitalismo domina, programma e sottomette, mentre la sinistra soffre di una presenza ridotta e dell’assenza di una visione digitale chiara.
Colmare questo divario non è più un lusso; è una condizione per la sopravvivenza della sinistra stessa, poiché la battaglia di oggi si combatte negli algoritmi e nelle reti tanto quanto si combatte sul terreno.
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Ritorna il rialzo dei tassi:la BCE all'attacco dei lavoratori
di coniarerivolta
Giovedì 11 giugno la Banca Centrale Europea ha annunciato l’aumento del tasso di interesse di riferimento di 25 punti base. Il tasso di interesse di riferimento rappresenta il tasso al quale la BCE concede prestiti alle banche che operano nell’Unione europea e che, a cascata, influenza i tassi ai quali vengono stipulati i mutui o ai quali cittadini e imprese accedono al credito. Questa decisione comporterà quindi un aumento del tasso sui depositi che le banche detengono presso la banca centrale, dal 2% al 2,25%.
La scelta, sebbene attesa, non è di secondaria importanza. Si tratta infatti del primo aumento degli ultimi tre anni che, dopo il periodo di inflazione post-pandemica, ci avevano abituato a tassi via via decrescenti: dal 4% del maggio 2024 al 2% del giugno dello scorso anno.
Secondo la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, la decisione, assunta all’unanimità, è stata presa per prevenire i rischi inflazionistici che potrebbero derivare dalla guerra tra Stati Uniti e Iran, in particolare per quanto riguarda i prezzi dei generi alimentari.
Le banche centrali ci hanno ormai abituato a un modo di operare per cui un aumento dell’inflazione (o delle aspettative di inflazione) deve essere tassativamente contrastato con una politica monetaria restrittiva, così da affievolire la domanda aggregata, aumentare la disoccupazione, indebolire la capacità rivendicativa dei lavoratori e spegnere sul nascere qualsiasi dinamica inflattiva.
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Gli Stati Uniti stanno perdendo “la Guerra Mondiale a pezzi”?
di Giuseppe Masala
Molti osservatori e analisti leggendo il Memorandum Of Understanding tra gli USA e l'Iran sono arrivati alla conclusione che gli statunitensi abbiano perso la guerra contro l'Iran. Certamente l'opinione è suffragata dai fatti scolpiti nel Memorandum: gli USA e i suoi alleati si impegnano a riversare fondi per la ricostruzione dell'Iran per cifre ragguardevoli (si parla di oltre 300 miliardi di euro), inoltre gli USA si impegnano - sempre sul piano finanziario - a sbloccare i fondi congelati a causa delle sanzioni. Non solo, l'Iran di fatto si vede riconosciuta la propria sovranità (in coabitazione con l'Oman) sullo stretto di Hormuz e inoltre sul piano militare Teheran non si impegna in alcun modo a ridimensionare il proprio programma missilistico. A fronte di tutto questo, l'unica concessione fatta dagli ayatollah agli USA è quella di impegnarsi a non costruire mai una bomba nucleare; una concessione peraltro che ribadisce quanto l'Iran sostiene da sempre in materia di armi nucleari.
Vedremo come andrà a finire, considerato che le trattative tra Iran e USA in svolgimento a Ginevra per trasformare il Memorandum of Understanding in un vero e proprio trattato di pace tra i due paesi è ancora in svolgimento; ma una cosa si può dire, non è sbagliato sostenere la tesi che Washington è uscita perdente dal confronto militare.
Guardando però la situazione nell'ottica più generale degli equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali, ovvero nell'ottica de “La Guerra Mondiale a pezzi” segnalata da Papa Francesco, le cose vanno viste diversamente.
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La sfida industriale dei computer quantistici
di Cesare Alemanni
La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.
Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.
Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.
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Il sionismo nasce come affare immobiliare
di comidad
Qualcuno si è accorto che le risposte della Meloni alle insolenze di Trump hanno assunto lo stesso tono extra-istituzionale, cioè sia la provocazione che la reazione si sono svolte come se si trattasse di una lite personale. A caposaldo di ogni istituzione dovrebbe esserci invece la distinzione tra persona e funzione; perciò se due capi di Stato o di governo si fanno fotografare insieme, ciò dovrebbe costituire un segnale diplomatico; non di una amicizia personale, bensì di un rapporto di collaborazione tra paesi. In termini istituzionali la Meloni avrebbe dovuto reagire inoltrando una protesta diplomatica, nella quale si sarebbe dovuto far presente all’interlocutore il carattere di ufficialità di certe foto, per cui non si posa per una foto con un governante straniero se si ritiene che gli elementi di tensione prevalgano, quindi non ha senso affermare di averlo fatto solo come favore personale; poi addirittura rinfacciando quello stesso favore. L’appello estemporaneo della Meloni all’orgoglio nazionale, dire che l’Italia non chiede e non implora, fallisce nel tentativo di ricondurre la questione nei termini istituzionali; semmai determina quell’inghippo comunicativo che consiste nel ribadire attraverso la negazione. D’altra parte, se la Meloni avesse reagito rimanendo nell’ambito delle procedure istituzionali, ciò comunque avrebbe determinato oggettivamente un paradosso comunicativo, cioè il contestare a Trump di non star facendo politica ma pubbliche relazioni; una contestazione che si sarebbe estesa all’intera farsa del G/7, e quindi alla stessa Meloni.
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L’Ue esorta l’Italia a fare debito per comprare armi
di Francesco Vignarca
Pressioni sul governo perché chieda più risorse dal fondo SAFE. Ma i conti della Difesa indicano come di quei soldi non ci sia bisogno se non per sostenere l’industria bellica. Il 14 giugno scorso i pacifisti hanno manifestato in migliaia a Bruxelles
C’è qualcosa di rivelatore nella dinamica che si è consumata in questi giorni a Bruxelles. La Commissione europea, attraverso un proprio portavoce, ha esortato l’Italia a firmare “rapidamente” gli accordi di prestito del programma SAFE per la difesa, avvertendo che resta “ancora un mese di tempo” prima che i fondi non utilizzati vengano riallocati verso altri Stati membri. “Il tempo è essenziale”, ha dichiarato la Commissione, perché “dobbiamo aiutare la nostra industria della difesa europea ad aumentare la produzione e le sue capacità produttive”. Tradotto: l’Unione fa pressione su uno Stato Membro sovrano affinché contragga un debito. Non per ricevere un trasferimento, non per accedere a risorse a fondo perduto, ma per indebitarsi. È bene fermarsi un momento su questo punto, perché è davvero poco ordinario.
Un prestito, non un regalo
Conviene ricordare cosa sia davvero SAFE, perché il dibattito pubblico continua a ignorare l’aspetto più elementare della questione. Il Security Action for Europe è uno strumento finanziario da 150 miliardi di euro con cui la Commissione, indebitandosi sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni europee comuni, mette a disposizione degli Stati membri dei prestiti da restituire in 45 anni.
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Israele, i media italiani e la propaganda
di Riccardo Taddei
Chiamiamola con il suo nome, senza girarci attorno: quella pubblicata dal Corriere della Sera martedì 23 giugno non è un’intervista a Isaac Herzog. Esce mentre la Commissione ONU dichiara che i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira da Israele. È un’operazione di propaganda istituzionale confezionata nella forma dell’intervista. Il presidente israeliano non viene interrogato: viene accompagnato.
Gli viene offerto uno spazio protetto in cui depositare i propri messaggi — l’Iran, Hezbollah, l’amicizia mediterranea, il turbamento per una petizione letteraria — senza che nessuno gli chieda conto di nulla che conti davvero. Le regole del genere giornalistico prevedono che l’intervistatore eserciti pressione, che verifichi le affermazioni, che segnali le contraddizioni. Qui non accade nulla di tutto questo. Il risultato è un testo che avrebbe potuto scrivere l’ufficio comunicazione della presidenza israeliana: formalmente dialogico, sostanzialmente monologico.
Il momento più rivelatore è quando Herzog dice agli italiani: “Siamo vicini nel Mediterraneo, siamo amici, i problemi dobbiamo discuterli come si fa tra amici”. Bella formula. Peccato che l’amico in questione presieda istituzionalmente uno Stato che da anni blocca sistematicamente l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza — cibo, medicine, carburante — condannando la popolazione civile a morire non solo sotto le bombe ma per fame e per sete. Un assedio che organizzazioni internazionali, relatori ONU e la stessa Corte Internazionale di Giustizia hanno definito in termini che non lasciano spazio all’ambiguità.
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Perché i confini sono importanti
Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok
Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank Furedi, professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere”.
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Prof Zhok, Frank Furedi sociologo ungherese, in un libro che potremmo definire politicamente scorretto, pone l’accento sull’importanza dei confini, quello che i Romani chiamerebbero Limes. Ce ne vuole parlare?
«Francamente non sarei incline a dire che il libro di Furedi è “politicamente scorretto”, a meno che non si voglia usare quest’espressione per qualunque idea non scontata. Si tratta in effetti di un’analisi molto ricca sul piano esemplificativo di un processo culturale di lungo periodo. Quando il sottotitolo del libro parla di “arte di tracciare frontiere”, con “frontiere” si traduce “boundaries”, che è in effetti ogni limite circoscrivente. La parola “frontiera” evoca la geografia, ma ciò che Furedi segnala è una denigrazione culturale generalizzata del valore attribuito al limite, che tocca la politica non meno che la psicologia, la pedagogia, la sociologia».
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