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lantidiplomatico

"Ferma solidarietà al popolo venezuelano": telefonata Lavrov-Delcy Rodriguez

di Redazione

Un fermo appoggio a Caracas e la condanna per quella che viene bollata come una "gravissima aggressione militare". È quanto emerge dalla conversazione telefonica intercorsa tra il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e la vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez, a seguito dell'attacco aereo condotto dagli Stati Uniti contro obiettivi nella capitale venezuelana e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Secondo un comunicato del ministero degli Esteri di Mosca, Lavrov ha espresso "ferma solidarietà con il popolo venezolano di fronte all'aggressione armata", ribadendo che "la Russia continuerà a sostenere la politica del governo bolivariano volta a proteggere gli interessi nazionali e la sovranità del paese".

Il colloquio ha visto entrambe le parti esprimere sostegno per "impedire un'ulteriore escalation e trovare una soluzione alla situazione attraverso il dialogo". Mosca e Caracas hanno inoltre confermato il loro "mutuo impegno a continuare a rafforzare la partnership strategica integrale tra Russia e Venezuela". Una presa di posizione netta che si inserisce nel solco delle forti tensioni che stanno scuotendo il Venezuela.

Il governo bolivariano ha reagito con durezza all'operazione militare statunitense, descritta come un atto che "costituisce una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite". In un comunicato ufficiale, Caracas ha accusato Washington di volersi "impadronire delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del suo petrolio e dei suoi minerali, cercando di spezzare con la forza l'indipendenza politica della Nazione".

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lafionda

C’è un aggressore e un aggredito?

di Paolo Arigotti

La notizia dell’ennesimo atto di forza di Washington contro uno stato sovrano è di queste ultime ore. Nella mattinata di oggi, sabato 3 gennaio 2026, nel comunicato ufficiale rilasciato dalle autorità della Repubblica Bolivariana del Venezuela si legge che “… l’aggressione militare estremamente grave perpetrata dall’attuale governo degli Stati Uniti d’America contro il territorio venezuelano e il suo popolo”, specificando che gli attacchi hanno colpito “… siti civili e militari nella città di Caracas, capitale della Repubblica, e negli stati di Miranda, Aragua e La Guaira”.

Tali azioni militari, sempre stando al comunicato di cui sopra, costituiscono “…una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite, in particolare degli articoli 1 e 2, che sanciscono il rispetto della sovranità, l’uguaglianza giuridica degli Stati e il divieto dell’uso della forza”, oltre che rappresentare una “… minaccia la pace e la stabilità internazionale, in particolare in America Latina e nei Caraibi, e mette seriamente in pericolo la vita di milioni di persone”.

Nessun dubbio neanche sulle ragioni alla base dell’aggressione militare. Scrivono da Caracas che “l’obiettivo di questo attacco non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione. Non ci riusciranno”, si legge nel testo.

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lantidiplomatico

Vergogna agli Stati Uniti, gloria eterna al Venezuela!

di Alberto Bradanini

Il vero stato canaglia del pianeta, gli Stati Uniti d’America, stanno aggredendo un paese sovrano, che nulla ha fatto contro la più grande “cosiddetta democrazia” del pianeta, guidata in questo momento da un sociopatico bisognoso di cure psichiatriche, ma in realtà teleguidato dalle grandi corporazioni private che controllano, in sequenza, lo stato profondo (Cia, Fbi, Nsa e le altre sorelle di merende), i produttori di morte (armi e virus), generali “stranamori” pronti a distruggere il mondo per sete di potere, e politici al soldo del miglior offerente.

Aggredendo il Venezuela, il bellicismo americano, conferma di essere la concentrazione di potere finanziario, militare e tecnologico più pericolosa oggi sul pianeta Terra, pronta finanche a mettere a repentaglio la sopravvivenza del genere umano, priva di umanità e di rispetto dei diritti altrui.

Come tutti i vigliacchi, tuttavia, gli Stati Uniti non si attentano ad attaccare grandi potenze come la Russia o la Cina, ma paesi poveri e indifesi, che però non si piegano ai capricci imperiali, che difendono la loro sovranità, facendo semmai errori come tutti, ma che cercano la strada per generare quel po’ di prosperità e benessere per i propri cittadini che le loro condizioni politiche ed economiche consentono.

Il giornalista John Pilger[1] ci ricorda che negli ultimi 70 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di oltre trenta paesi, bombardando popolazioni di trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese.

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lantidiplomatico

In Venezuela non c'è un aggressore e un aggredito?

di Alessandro Di Battista*

Al netto di quel che potete pensare di chi governa in Iran e Venezuela la verità è che Stati Uniti e Israele stanno attaccando due paesi che hanno deciso di cacciare via le imprese petrolifere straniere.

Il Venezuela detiene la 1° riserva al mondo di petrolio e l'8° di gas. L'Iran vanta la 2° riserva al mondo di gas naturale (la prima ce l'ha la Russia) e la 4° di petrolio. Ancora oggi, nel 2026, quella che viene definita la più grande democrazia al mondo, bombarda, uccide, destabilizza e promuove regime-change esclusivamente per il petrolio.

Se in occidente vi fossero media davvero liberi nessuno crederebbe alle balle nauseabonde dell'esportazione di democrazia, della tutela dei manifestanti o della lotta al narcotraffico utilizzate per giustificare i cosiddetti “massacri democratici”.

Gli Stati Uniti hanno appena attaccato un paese che non rappresenta alcuna minaccia per loro. Se non avesse il petrolio non avrebbero mai attaccato il Venezuela e allo stesse tempo se a Teheran e a Caracas vi fossero al governo i peggiori terroristi del pianeta, i peggiori sterminatori di bambini ma questi fossero alleati dell'occidente, nessuno gli torcerebbe un capello. E abbiamo le prove per affermare questo. Guardate l'impunità dello Stato terrorista di Israele.

Infine pensate a questo. Per quattro anni parlando della guerra in Ucraina, media e politici hanno ripetuto il mantra del “c'è un aggressore e un aggredito e si sta con l'aggredito fornendogli armi per metterlo in condizione di negoziare la Pace con l'aggressore”.

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lafionda

Logica sacrificale e cattiva coscienza

di Geminello Preterossi

La logica sacrificale perseguita Aldo Moro: dal “deve accettare di morire” alla liquidazione dell’art. 32 II comma, causa Covid, sancito dalla Consulta. È un paradosso amaro: monumentalizzazione retorica e rimozione etico-politica vanno di pari passo. Un atteggiamento che serba quasi un accanimento sospetto, un bisogno inconscio di negare, rivelativo di un modo complessivo di vedere il rapporto con il potere: quello che si è via via affermato dopo la cesura del ’78 e il cambio di regime mascherato del ’92/’93, e che non ha nulla a che fare con l’energia della Costituente e le sue culture politiche, tantomeno con il lascito, le convinzioni profonde e la sensibilità di Moro. Anche in virtù di tale abreazione, si spiega l’adesione totale all’ideologia del vincolo esterno presuntamente salvifico e il conseguente riorientamento dei cosiddetti “poteri neutri”, già in parte dopo Moro e definitivamente dopo Maastricht. Poiché oggi prevalgono gli arcana imperii finanziari, e l’unica fede è la salus fisica (non civile), si moralizzano gli interessi dei giganti farmaceutici. Tanto si trova sempre un leguleio, un praticone dell’Amministrazione, pronto a legittimare l’illegittimabile.

Il nodo è teorico, e per coglierne certe implicazioni è utile richiamare il saggio che Habermas (esponente prototipico del pensiero liberal-progressista) ha dedicato a Il coronavirus e la protezione della vita (uscito nei Blätter für deutsche und internationale Politik nel 2021 e pubblicato in italiano dal Mulino nel 2022).

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Se Leone diserta il riarmo

di Leonardo Animali

C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella – già ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu – il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno, e quelle rese note il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio (parole rafforzate nell’Angelus sulla “pace disarmata” pronunciate il 26 dicembre, festa di santo Stefano). Altro che figura defilata rispetto a Francesco: Leone mette al centro la nonviolenza, attacca l’ipocrisia della politici che sostengono il riarmo, prende le distanze da chi parla di guerra per fare la pace e da chi usa le religioni per promuovere una cultura bellicistica

C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.

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labottegadelbarbieri

Pillole di bancarotta n. 4

di Alessandro Volpi

Le pillole di oggi di Alessandro Volpi ci parlano del doppio standard della BCE, che intima agli Stati europei di non tassare le banche ma lascia i loro debiti pubblici in balia dei grandi fondi internazionali. Ci offrono una panoramica su proprietà dei giornali, “pluralismo” e “libertà di stampa”, e sul legame tossico fra fondi pensioni e settore immobiliare.

Infine, ci illustrano le possibili conseguenze della paventata confisca delle riserve della Banca Centrale Russa, ennesima follia autolesionista dell’Unione europea pervicacemente impegnata nella ricerca del disastro.

Buona lettura!

A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.

* * * *

La follia della Bce

Due note sull’istituto presieduto da madame Lagarde. La prima è costituita dal richiamo che la Bce ha fatto ai governi degli Stati europei a non tassare le banche perché sarebbe estremamente pericoloso per la stabilità dei paesi.

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Ma davvero Hamas è “terrorismo”?

Alcuni semplici fatti e puntini sulle i

di Emanuele Maggio

Nel diritto internazionale non esiste alcuna classificazione di Hamas come organizzazione terroristica. Singoli suoi atti sono stati considerati terroristici in virtù della Risoluzione ONU 1269/1999 (la quale sostiene che una forza combattente che è nel suo diritto, come Hamas, compie comunque terrorismo se colpisce obiettivi civili).

Non è terrorista l’organizzazione in sé, che è un vero e proprio apparato burocratico, un partito-Stato con decine di migliaia di funzionari, impiegati, collaboratori della società civile, impegnato a garantire la continuità statale dei servizi sanitari, scolastici, sociali sul suolo palestinese di Gaza.

L’ala militare di Hamas è una piccola parte della sua organizzazione, e gli atti terroristici di questa ala militare sono una minima parte dei suoi atti di combattente legittimo secondo il diritto internazionale (legittimità derivante dalle Risoluzioni 194/1948, 242/1967, 338/1973 e altre successive).

L’analfabetismo politico-giuridico dilagante impone una precisazione: che Hamas sia nel suo diritto nell’usare la forza militare contro Israele non significa che è buono bravo e bello, significa solo che è l’autorità politico-militare de facto di un Paese invaso (la Palestina), e dunque detiene la legittimità della resistenza all’invasore. Questo semplice fatto giuridico non esclude il giudizio politico su Hamas, che per molte buone ragioni può essere assolutamente negativo.

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La posta in gioco con l’arresto di Mohammed Hannoun

di Sergio Cararo

L’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi dell’Api e dell’Abspp è una montatura che deve e può essere smantellata. E’ indubbiamente un salto di qualità – atteso e prevedibile – della campagna tesa a disinnescare e depotenziare il vasto movimento di solidarietà che si è sviluppato in Italia con la lotta del popolo palestinese.

Era evidente la grande preoccupazione che avevano sollevato le enormi manifestazioni popolari e i ben due scioperi generali che hanno invocato un gigantesco “basta!” con ogni complicità dell’Italia con il genocidio avviato dalle autorità israeliane contro i palestinesi. Questa diffusa ondata di indignazione verso Israele andava smantellata, con ogni mezzo.

Da almeno tre mesi, sia in Israele che in Italia, le forze genocidiarie e i loro complici si erano messe al lavoro per agire con tutti i mezzi su quell’obiettivo.

I giornali di destra, spesso in combutta con gli apparati politici e mediatici israeliani, da tempo stavano martellando per ottenere questo risultato.

Ma andiamo a vedere le principali contraddizioni di questa indagine avviata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo con il beneplacito del governo.

a) Molta della documentazione utilizzata in questa ultima indagine proviene dagli apparati israeliani. Le inchieste fin qui effettuate dalla magistratura italiana in questi anni non avevano rilevato dei reati nelle attività di Hannoun e delle associazioni palestinesi.

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Il grande tradimento: quando la guerra diventa il nuovo contratto sociale

di Mario Sommella

C’è un punto, nella storia di un continente, in cui il lessico cambia e capisci che stanno spostando i pilastri della casa mentre tu sei ancora lì a contare gli spicci. Oggi, in Europa, quel punto ha un nome pulito, quasi aziendale: ReArm Europe, chiamato anche Readiness 2030. È presentato come un piano tecnico, un fascicolo di strumenti e scadenze. Ma dentro quella cornice c’è un’idea di società: l’ipotesi che la guerra, o la sua preparazione permanente, diventi l’infrastruttura di fondo dell’economia e della politica.

Il ReArm Europe plan viene descritto dalla Commissione europea come un pacchetto in grado di “mobilitare” fino a 800 miliardi di euro, tramite una combinazione di flessibilità di bilancio nazionale e strumenti finanziari comuni. Non è un dettaglio: quando un’istituzione decide che la priorità strategica è questa, tutto il resto inizia a ruotare attorno ad essa. E il rischio più grande è che, mentre sanità, scuola, casa, lavoro continuano a vivere sotto la parola “vincoli”, la spesa militare venga invece messa al riparo, normalizzata, resa facile.

L’architettura del piano parla chiaro. Da un lato si punta sulla clausola di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità per consentire agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa con maggiore margine, e la Commissione indica che un incremento pari all’1,5% del PIL potrebbe creare circa 650 miliardi di “spazio fiscale” in quattro anni.

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Il compito che ci spetta

di Andrea Zhok

In ogni momento storico ci sono molte cause degne, alcune cause urgenti, ma una causa cruciale, una ragione inderogabile per mobilitarsi.

Nell’epoca e nel luogo che ci è capitato di abitare questo movente cruciale e inderogabile dev’essere il rifiuto della guerra.

Rifiutare la guerra è qualcosa di molto più complesso e strutturato di un generico pacifismo, di uno “stato d’animo” irenico. Ci possono essere molte forme di guerra, talvolta esistono anche guerre necessarie, ma nel contesto in cui viviamo l’evocazione della guerra è un atto gratuito e motivato da ragioni accuratamente dissimulate, in effetti un atto criminale.

L’attuale insistente strategia che fomenta uno stato di guerra in Europa non ha, ovviamente, nulla a che fare con la realtà di un’esigenza difensiva. Ciò si mostra sia nel fatto che la minaccia di una guerra di conquista russa dell’Europa è una sciocchezza fuori dal mondo, sia nel modo in cui le presunte esigenze difensive sono gestite.

Che la Russia non abbia né l’interesse né la capacità di conquistare l’Europa è un’ovvietà per chiunque non si sia bevuto il cervello (o continui a leggere la stampa di regime): la Russia con i suoi 17 milioni di kmq è più di quattro volte l’UE, ma è abitata da soli 145 milioni di abitanti, un terzo degli abitanti dell’UE. Il principale problema storico della Russia è tenere insieme il suo impero con una posizione relativamente esigua, non certo sovraestendersi acquisendo nuove terre abitate da popolazioni ostili. È peraltro lo stato con la maggiore dotazione di risorse naturali al mondo, dunque supporre che vada alla ricerca di nuove risorse è ridicolo.

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La lezione di diritto impartita dal Belgio alla Commissione europea

di Thomas Fazi

Thomas Fazi descrive il braccio di ferro tra Bruxelles e il premier belga sui capitali russi congelati in Europa

Acuto osservatore delle politiche di Bruxelles, Fazi sostiene che, opponendosi alla confisca dei beni di Mosca depositati presso Euroclear, il premier belga ha difeso il diritto internazionale dalle pressioni di Germania e Commissione. Ma la risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. L’Unione europea ha aggirato il veto attraverso un escamotage finanziario da 90 miliardi di euro, che scarica il rischio della guerra direttamente sui contribuenti europei.

* * * *

Il primo ministro del Belgio ha imparato a proprie spese che non c’è bisogno di essere un sedizioso populista per incorrere nell’ira dell’Unione europea. Fino a poco tempo fa, il conservatore moderato Bart De Wever era rimasto fuori dai riflettori europei. Nulla di cui stupirsi, dato che il suo partito appartiene al gruppo dei Conservatori e riformisti al Parlamento europeo, che si è allineato con forza alla Commissione di Ursula von der Leyen sull’Ucraina.

Eppure, in pochi mesi De Wever è diventato il nemico pubblico numero uno dell’establishment di Bruxelles. La sua colpa? Opporsi al piano Ue di sequestrare i beni congelati russi detenuti in Europa.

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lantidiplomatico

L’arresto di Hannoun. Repressione-metodo e movimento innocuo

di Pasquale Liguori

C’è qualcosa di ipnotico nel leggere, in fila, le dichiarazioni di Calenda, Meloni, Renzi, Lupi, Picierno, Salvini e Tajani. Non è politica: è karaoke. Uno spartito unico, un’impressionante omogeneità lessicale, simbolica e politica. Parole d’ordine preconfezionate: infiltrazioni, tolleranza zero, sicurezza, ordine.

L’arresto di Mohammad Hannoun ha un obiettivo tricolore preciso: criminalizzare retroattivamente e in prospettiva l’intero campo palestinese. Non è un caso che Calenda parli di “movimenti infiltrati”, che Picierno ne approfitti per cucire il fantasy del filo “galassia putiniana”-Palestina, che Salvini ironizzi sulle masse e che Meloni celebri l’operazione come una vittoria geopolitica. Tutti mobilitati a ridefinire il perimetro del dicibile.

Dentro questo trionfalismo securitario colpisce soprattutto ciò che manca (al netto della disonestà intellettuale e della profonda ignoranza storico-politica su cosa siano resistenza, Hamas, Gaza). È un’analisi condotta col buco intorno: non esiste occupazione illegale; non esiste idiritto alla resistenza; non esiste la parola genocidio.

Per costoro, bisogna infatti rassicurare i carnefici. Dire a Israele, agli Stati Uniti, all’architettura imperiale occidentale: «Siamo affidabili. Conteniamo il dissenso. Facciamo anche noi il lavoro sporco». È lo stesso ceto politico che esprime esponenti apicali che, senza imbarazzo, dichiarano di voler accogliere sul suolo italiano criminali sionisti ricercati a livello internazionale. Qui il doppio standard non è un inciampo: è la regola. Da questa gente te lo puoi aspettare.

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L’unica democrazia del Medio Oriente

di Mario Sommella

Israele tra suprematismo giuridico, censura strutturale e guerra permanente anche dopo la tregua

“L’unica democrazia del Medio Oriente” è diventata una formula pronta all’uso: un lasciapassare morale che, in Occidente, sostituisce la verifica dei fatti. Funziona così: si pronuncia quella frase e, come per magia, tutto il resto diventa “complesso”, “controverso”, “difensivo”. Ma se si guardano le scelte legislative, il trattamento riservato ai palestinesi, la gestione dell’informazione e il modo in cui vengono ostacolate perfino le organizzazioni umanitarie, quella definizione non regge. O meglio: rivela che cosa è diventata, oggi, la parola democrazia quando viene piegata a coprire la forza.

Il punto non è negare che esistano elezioni e pluralismo formale. Il punto è capire se quel pluralismo possa ancora essere chiamato democratico quando convive con un impianto giuridico e politico che istituzionalizza gerarchie etniche, normalizza la colonizzazione e si dota di strumenti sempre più autoritari per mettere a tacere chi documenta, denuncia o soccorre.

 

Un suprematismo scritto in legge

Un passaggio vale più di mille editoriali autoassolutori: la Basic Law del 2018, “Israel – The Nation State of the Jewish People”, stabilisce che la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusiva del popolo ebraico.

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“Caso Limes” e molto oltre: quattro anni di disastro informativo e moralismo un tanto al chilo

di Fulvio Scaglione

Del “caso Limes” si è già occupato da par suo Paolo Mossetti in queste pagine e non è c’è ragione di aggiungere altro. Vorrei invece scrivere qualche riga su un aspetto della questione a prima vista secondario ma che invece spiega tanto del disastro informativo che l’opinione pubblica italiana (e in larga misura anche europea) ha subito in questi quasi quattro anni di guerra.

Una delle “colpe” che vengono imputate a Lucio Caracciolo, direttore di Limes ed editorialista dei giornali del gruppo Gedi, è di aver sostenuto, all’epoca, che la Russia NON avrebbe invaso l’Ucraina. È un questione che conosco bene perché, tra fine 2021 e inizio 2022, anch’io, nel mio piccolo, avevo detto e scritto la stessa cosa. Previsione clamorosamente sbagliata, come si è visto, ed è inutile ora ricostruire qui i perché e i percome di quella mia idea. Seguì, ovviamente, aggressione verbale sui social, inviti a cambiare mestiere ecc. ecc.

Bisognerebbe ricordare che, persino nelle ultime settimane prima dell’invasione, anche Volodymyr Zelensky ed Emmanuel Macron (8 febbraio 2022: “Da Putin ho ottenuto che non ci sarà escalation”, si legga qui), smentivano la possibilità di un’invasione. Come peraltro il nostro ministro degli Esteri Luigi di Maio, che dichiarava: “Già nei giorni scorsi il ministro della Difesa ucraino Reznikov era intervenuto affermando che l’entità e lo stato di preparazione delle forze russe al confine non risulterebbero, agli occhi di Kiev, tali da lasciar presagire un’operazione bellica a tal punto impegnativa.

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lantidiplomatico

Il "welfare surrogato" del turismo di massa

di Antonio Di Siena

Oggi La Gazzetta del Mezzogiorno propone due articoli sulla prima pagina cittadina che raccontano la stessa storia osservandola da due angolazioni diverse ma convergenti.

Da una parte Bari Vecchia, che esplode di turisti e strutture ricettive ma è priva di servizi pubblici adeguati; dall’altra la denuncia di un residente e memoria storica, che evidenzia la perdita - di fatto irreversibile - delle tradizioni del quartiere.

Ciò che emerge è un processo strutturale, che investe l’intera città di Bari così come (a velocità variabili) la quasi totalità delle altre città euromediterranee.

Partiamo da un presupposto: che la proliferazione incontrollata di B&B faccia tabula rasa di residenti, comunità e tradizioni locali non è un’opinione, è un fatto. E non saranno di certo la focaccia e i San Nicola di terracotta elevati a brand internazionale a salvarli.

Quando si sceglie di trasformare un quartiere in una vetrina, infatti, si trasforma un luogo in un prodotto e i suoi residenti in figuranti. Si allestisce uno spettacolo, fatto di luoghi e persone, funzionale a rievocare un passato esotico che non esiste più. Una sorta di “musealizzazione del passato” non molto diversa da un presepe vivente.

Non è un effetto collaterale, ma una conseguenza concreta e diretta del modello stesso che si è scelto di implementare. Che se ne parli, che si prenda posizione e si denunci questa evidente stortura, è certamente un bene.

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codicerosso

“Una poltrona per due” e il Natale violento del capitale

di Guy Van Stratten

Perché ogni anno, Una poltrona per due (Trading Places, 1983), di John Landis, viene puntualmente trasmesso dalla televisione italiana in occasione della vigilia di Natale? E perché ogni anno raggiunge altissimi livelli di ascolto tali da superare, come leggiamo nella pagina wikipedia dedicata al film, la messa di mezzanotte trasmessa quasi contemporaneamente? La visione di questo film, almeno da noi, è diventata un classico natalizio, ancora più natalizio della messa di Natale. Si potrebbe pensare che esso venga associato al Natale perché è una facile commedia che, tra l’altro, si svolge nel periodo natalizio e perché, alla fine, trionfano i buoni sentimenti. Eppure, se lo analizziamo attentamente, si scopre che si tratta di una storia che racconta un feroce spaccato di un’altrettanto feroce guerra, quella finanziaria. Due ricchi capitalisti, i fratelli Duke, per una scommessa, decidono di sostituire il loro agente di cambio, il benestante Louis Winthorpe III (Dan Aykroid), con il povero senzatetto Billy Ray Valentine (Eddie Murphy). Winthorpe e Valentine, inizialmente rivali, si alleeranno contro i Duke. Tutto il film è incentrato sul desiderio di arricchirsi a tutti i costi, sull’odio e sulla gelosia che si prova per chi gode una qualsiasi situazione di privilegio, sull’aspirazione al benessere e ai confort che si possono acquistare con il denaro. In questo senso, si tratta di un film in linea con l’ideologia reaganiana degli anni Ottanta americani ma anche di quelli italiani. Non è un caso che ogni anno a Natale venga programmato da Italia 1 o, comunque, da una rete Mediaset, fondata da Berlusconi, il personaggio simbolo della “Milano da bere” anni Ottanta.

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lantidiplomatico

Asset russi, riserve d'oro e bolla delle armi: come la dedollarizzazione continua a scavare la fossa dell'imperialismo

di Alex Marsaglia

Mentre i Paesi europei colonizzati subiscono il giogo dell’Unione Europea che mira a depredare anche le riserve auree rimaste nelle casseforti delle Banche Centrali Nazionali (vedi: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52025AB0039), raschiando il fondo di un barile sempre più vuoto dopo quasi un ventennio di crisi e stagnazione economica e anni di sanzioni e blocchi al partner energetico russo, succede che nel resto del mondo si afferma chi pensa di sganciarsi da questo modo criminale di fare economia.

Dalla questione degli asset russi, all’appropriazione delle riserve auree, ormai il pensiero fisso dell’Unione Europea è la rapina diretta in aperta violazione delle sovranità nazionali e del diritto. Se i singoli Stati europei si sono lasciati ingannare facilmente, il resto del mondo in questi anni ha pensato e costruito un’altra strada per non farsi colonizzare brutalmente e dover subire ogni sorta di violenza e angheria. Non è infatti stata solo la crisi economica e il conseguente acquisto dell’oro come bene rifugio da parte dei privati ad averne determinato l’apprezzamento record. Dietro la valorizzazione c’è una ben precisa strategia che ha visto le Banche Centrali di Cina, Russia e Iran negli ultimi anni acquistare oro a ritmi vertiginosi, determinando il raddoppio del suo valore nel giro di pochi mesi (vedi grafico 1).

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Elena Basile: «Quando la forza sostituisce il diritto»

di Elena Basile

Le amare riflessioni dell’ambasciatrice sulla crisi delle democrazie liberali

Elena Basile analizza la deriva autoritaria dell’Occidente, dove l’arbitrio ha ormai soppiantato la legalità. In ogni ambito: dal declino del multilateralismo allo smantellamento dello Stato sociale. Tra censura mediatica, algoritmi e il silenzio dell’intelligencija, il pensiero critico è sotto attacco. Un appello urgente alla razionalità e all’unione per invertire la rotta, prima che la «rana bollita» della nostra civiltà soccomba.

* * * *

La forza sostituisce il diritto. Sul piano internazionale si è trattato di un processo graduale, iniziato negli anni Novanta con la distruzione del multilateralismo e con la sostituzione di Osce e Onu con la Nato, promossa, da Alleanza militare difensiva dal Patto di Varsavia, a organizzazione per la sicurezza e la democrazia con un raggio di azione non più limitato all’Europa.

La forza sostituisce il diritto sul piano economico-sociale. Termina la dialettica capitale/lavoro. La detassazione dei ceti capitalisti, possibile in virtù della libera circolazione dei capitali, innesta il processo di finanziarizzazione dell’economia dando vita alla distanza sociale mai avuta in precedenza tra privilegiati e non.

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quodlibet

Credere e non credere

di Giorgio Agamben

Nel 1973, scrivendo La convivialità, Illich prevedeva che la catastrofe del sistema industriale sarebbe diventata una crisi che avrebbe inaugurato una nuova epoca. «La paralisi sinergica del sistema che l’alimentava provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale… In un tempo molto breve la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’istruzione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.) si dissolverà di colpo allorché diventerà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che portò alla Grande Depressione… Da un giorno all’altro, importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme alla reputazione di servire il bene pubblico».

È bene riflettere sulle ragioni e sui modi in cui queste profezie, sostanzialmente corrette, dopo quasi mezzo secolo non si sono avverate (anche se molti sintomi sembrano confermarne l’attualità). Il modo di produzione industriale e il potere che l’accompagna continuano a esistere pur avendo perduto ogni rispettabilità e ogni credibilità. Illich non poteva immaginare che un sistema potesse mantenersi proprio attraverso la perdita di ogni credibilità – che, cioè, gli uomini continuassero ad agire secondo modelli e principi in cui non credevano più, che la mancanza di fede, l’essere oligopistos (Matteo, 14, 31), diventasse la condizione normale dell’umanità (e certamente a rendere accettabile la perdita della fede, era stata innanzitutto la Chiesa, trasformando in un pacchetto di dogmi la vicinanza fra cuore e parola che era in questione in Paolo, Rm. 10,6-10).

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lafionda

 

Mosca, l’autobomba e la soglia invisibile della guerra

di Giuseppe Gagliano

 

L’attentato che colpisce la struttura

L’uccisione del tenente generale Fanil Sarvarov, avvenuta il 22 dicembre in un parcheggio residenziale nel sud di Mosca, segna un passaggio ulteriore nella trasformazione del conflitto russo-ucraino. Non è soltanto l’eliminazione di un alto ufficiale, ma un colpo portato alla spina dorsale organizzativa delle Forze armate russe. Sarvarov, responsabile dell’addestramento operativo dello Stato maggiore, incarnava la continuità e la trasmissione del sapere militare: una funzione meno esposta mediaticamente, ma decisiva per la capacità di rigenerazione dello strumento bellico.

La dinamica è chiara e studiata. Un ordigno collocato sotto l’auto, l’esplosione all’alba, il ferimento mortale e il decesso poco dopo in ospedale. Un’azione che non cerca lo spettacolo, ma l’efficacia. Il Comitato Investigativo russo parla apertamente di omicidio e traffico illecito di esplosivi, indicando la pista dei servizi speciali ucraini come una delle principali. È il linguaggio della guerra segreta, dove l’attribuzione non è mai definitiva ma sempre politicamente orientata.

 

Precedenti e metodo

L’attentato a Sarvarov non arriva nel vuoto. È il terzo episodio, in poco più di un anno, che colpisce generali russi di alto rango con ordigni esplosivi nell’area di Mosca.

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comidad

La fine di una globalizzazione mai cominciata

di comidad

La genesi storica delle talassocrazie è strettamente intrecciata con la pirateria. Negli ultimi giorni di dicembre del 1600 fu costituita la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, che, secondo alcune ricostruzioni storiche, fu anche una delle prime società per azioni, quindi l’antenata delle attuali multinazionali. Ovviamente la Compagnia esisteva già prima di formalizzarsi legalmente, ed era una delle tante associazioni a delinquere dedite alla pirateria. La legalizzazione della Compagnia delle Indie fu un episodio di cronaca di notevole risonanza e se ne trovano tracce anche nella letteratura. L’Amleto fu pubblicato tra il 1602 e il 1603, ma scritto nel corso dei due anni precedenti; nel terzo atto dell’Amleto il re Claudio dice che nelle “correnti corrotte” di questo mondo spesso la mano aurea del delitto riesce a spostare la bilancia della giustizia a proprio favore, e ciò proprio usando i proventi del delitto per comprarsi la legge.

La talassocrazia statunitense è considerata l’erede della talassocrazia britannica; perciò il fatto che l’amministrazione Trump abbia adottato la prassi di abbordare e saccheggiare le navi che trasportano petrolio venezuelano, è considerata da alcuni come una regressione infantile ai primordi pirateschi della talassocrazia, a prima del diritto internazionale della navigazione ed a prima della globalizzazione. Potrebbe essere un’interpretazione abbastanza valida se opportunamente dimensionata, cioè se si evita di credere che davvero esistesse un diritto internazionale e non un suo simulacro. Un trattato internazionale sul diritto della navigazione (l’UNCLOS) è stato firmato dagli USA nel 1982, ma mai ratificato dal senato; ciò nella pratica ha significato per Washington applicare il trattato solo nei casi in cui gli faceva comodo.

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coku

Lenin: Lezione ai geopoliticanti

di Leo Essen

Il titolo più appropriato per questo straordinario libretto di Lenin, scritto nel 1916, avrebbe potuto essere La fine del «laissez-faire». La lettura è particolarmente indicata per quei geopolitici che fanno ruotare la storia attorno a un punto fisso, la giurisdizione statale. In Lenin, invece, nulla svolge la funzione di perno centrale: nemmeno le categorie della produzione e della finanza, che risultano sempre affettate dalle classi e dalle forme giuridiche ed economiche.

Dove va il capitalismo?, si chiede Lenin.

L’antico capitalismo — quello della libera concorrenza — risponde, va a carte quarantotto.

La libera concorrenza, nel suo periodo d’oro (1850–1873), sfocia inevitabilmente nel monopolio. Quest’ultimo, osserva Lenin, introduce tre — anzi quattro — elementi di rottura fondamentali.

1) Socializzazione.

La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne deriva un immenso processo di socializzazione della produzione.

2) Calcolo.

La concorrenza, che operava su mercati ignoti, ha compiuto progressi tali che ormai è possibile calcolare quasi tutte le fonti di materie prime di un dato paese, anzi di una serie di paesi e perfino del mondo intero. Si calcola la capacità del mercato, che viene ripartito; si calcolano la manodopera e i tecnici; ci si impadronisce dei mezzi di comunicazione e di trasporto per poter calcolare. Il calcolo diventa così un momento essenziale del processo di socializzazione.

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contropiano2

Torino. La violenza che non fa notizia

di Osservatorio Repressione

Di fronte a quanto accaduto, colpisce prima di tutto il silenzio. Un silenzio assordante, bipartisan, codardo. Non esiste oggi nessuno schieramento politico che abbia il coraggio di chiamare le cose con il loro nome e di criticare apertamente la violenza e gli abusi delle forze dell’ordine. Nessuno che osi puntare il dito contro il Questore e i dirigenti della Polizia per l’uso sproporzionato di lacrimogeni e idranti: sproporzionato nella quantità, sproporzionato nelle modalità, sparato ad altezza uomo contro una folla eterogenea, composta da migliaia di persone di ogni età.

Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.

E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.

La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.

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lantidiplomatico

“Russofilia Russofobia Verità”. L'elemento più preoccupante del sabotaggio alla Federico II

di Andrea Zhok

Ieri la conferenza su “Russofilia Russofobia Verità”, già boicottata due volte, si è tenuta a Napoli, protagonisti Angelo D'Orsi e Alessandro DI Battista. Al termine della conferenza una folta claque presente tra il pubblico si è alzata con addosso magliette dell'Ucraina, urlando a squarciagola domande retoriche tipo "Chi vi paga?", cioè domande che non sono tali, ma sono in effetti ingiurie. Alla resistenza di alcuni astanti a questa azione di disturbo, alcuni hanno cominciato a lamentarsi della scarsa democraticità per non aver risposto alle domande (tipo che se ti chiedono "A che ora tua madre smette il turno sulla tangenziale?" devi rispondere educatamente dandogli un orario - e non invece con una sacrosanta testata sul setto nasale.)

Ora, qui gli organizzatori politici del sabotaggio sono i soliti noti: Radicali, + Europa et similia, ma qui c'è stato anche il sostegno di elementi della comunità ucraina locale. Napoli, come molte altre città italiane ed europee, ospita una folta comunità di profughi ucraini e questo fatto credo sia stato finora sottovalutato nella sua portata.

L'Ucraina ha esportato in questi anni - grazie alle leggi europee che lo consentivano - milioni di propri cittadini in una moltitudine di città europee. Come è emerso da dati sul traffico social, tra gli ucraini, la maggior parte dei più acerrimi sostenitori della prosecuzione a oltranza della guerra sono proprio ucraini fuggiti all'estero.

Il sostegno degli ucraini alla guerra alberga soprattutto tra gli imboscati all'estero, mentre in patria l'auspicio di una rapida conclusione, anche con sacrifici territoriali, appare maggioritario.

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lantidiplomatico

Indovinate cosa chiede Vladimir Zelenskij all'Italia (tramite La Stampa)?

di Fabrizio Poggi

Soldi, soldi e ancora soldi: è questo il succo delle dichiarazioni di Vladimir Zelenskij a La Stampa e «alcuni dei principali media internazionali». Soldi, principalmente per mantenere, a pace conclusa, un esercito ucraino di 800.000 uomini, come agognato dai nazigolpisti di Kiev. Un numero, commenta l'articolista del giornale torinese, Francesco Semprini, che costituisce «un altro dei principali nodi del piano di pace nato su impulso di Washington e successivamente emendato dagli emissari di Europa e Ucraina... Un numero che però l’Ucraina non sarebbe in grado di garantire autonomamente, perché non ci sono risorse finanziarie sufficienti».

Ci vorranno anni, dice infatti il “Walter Chiari” della tragicommedia ucraina, prima che Kiev sia in grado di pagarsi da sola le proprie forze armate ed è dunque «per questo che sto portando avanti un dialogo con i leader internazionali: considero il finanziamento parziale del nostro esercito da parte dei nostri alleati come una ulteriore garanzia di sicurezza per l’Ucraina... per ora, abbiamo bisogno del sostegno dei partner». E, catechisticamente, l'articolista commenta commosso che «Nonostante il cammino verso la pace, a quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione russa, sia ancora lastricato di incertezze e complessità, nelle parole del leader ucraino è sempre presente il richiamo alla speranza. Un tratto che ha sempre caratterizzato la postura ucraina nell’arco di questi quarantasei mesi di resistenza». Manca solo l'evangelica preghiera per la trasformazione di un farabutto, che continua a mandare al macello decine di migliaia di giovani ucraini, in un apostolo della fede e l'omelia è completa.

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analisidifesa

L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia

di Gianandrea Gaiani

La decisione di congelare a tempo indeterminato i beni finanziari russi in Europa e di procedere a un prestito comune da 90 miliardi di euro per finanziare l’Ucraina si presta a diverse valutazioni.

Senza voler ripetere i dettagli già ampiamente illustrati dall’articolo di Giacomo Gabellini, gli aspetti più rilevanti della vicenda sono almeno tre.

Il primo ha risvolti interni alla UE e alla tenuta della Commissione von der Leyen: è fallito il tentativo, reiterato per mesi da tutti i principali commissari europei e da molti leader nazionali, di sequestrare i beni russi per finanziare l’Ucraina giustificando l’atto illegale con il valore morale di sostenere Kiev col denaro del suo nemico russo.

Invece di lanciare proclami per mesi attribuendo patenti di “putiniani” a chiunque mettesse in dubbio l’opportunità e la legalità del furto degli asset russi, i leader europei avrebbero risparmiato molte brutte figure rinunciando alle dichiarazioni pubbliche (molte sopra le righe) e chiudendosi in una stanza, anche per litigare, ma per uscirne poi con una decisione precisa e condivisa.

La conseguenza di questo dilettantesco pressapochismo è un compromesso in cui hanno vinto le posizioni prudenti espresse da cinque nazioni, tra cui Italia e Belgio, preoccupate di dover affrontare cause giudiziarie e del crollo di credibilità dell’intera Area Euro agli occhi degli investitori internazionali.

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contropiano2

L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare

di The Islander

Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato a ospitare contributi e opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre.

Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, e restiamo convinti di aver centrato il problema.

Qui, comunque, nonostante una differenza di interpretazione su quale sia stato l’ostacolo principale per i “rapinatori” (se i pareri contrari di parecchi paesi membri oppure “i mercati”), il ruolo dell'”ecosistema finanziario globale” è delineato in modo chiaro.

E aiuta a comprendere la gravità – e la follia sistemica – dei caporioni della UE. Colonialisti nel cervello, ma senza più una visione realistica del mondo né le physique du rôle per imporre la propria volontà.

* * * *

Non con carri armati, non con trattati, non con dichiarazioni di guerra, ma con qualcosa di molto più permanente: la politicizzazione della proprietà sovrana.

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lantidiplomatico

Come il Parlamento italiano vuole garantire l’impunità di Israele e tacitare il dissenso

di Agata Iacono

Non è la costituzione dello Stato di Israele, all’indomani della seconda guerra mondiale, che ha dato origine al sionismo. Il sionismo come progetto e ideologia esisteva già.

Fu Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico che nel 1896 propose la creazione di “una patria legalmente garantita per il popolo ebraico in Palestina”, e organizzò il primo Congresso Sionista a Basilea nel 1897.

Il sionismo si prefigurava già, quindi, alla fine del XIX secolo, come colonialismo d’insediamento in un territorio già abitato, fiorente e ricco di secoli di storia, tradizioni, cultura interreligiosa, dove pacificamente vivevano mussulmani, cristiani, ebrei. Ma l’Italia non è nuova a questa equiparazione spuria e antistorica.

All’indomani della giornata della memoria nel gennaio del 2007, ad esempio, l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accogliendo un gruppo di sopravvissuti all’Olocausto e di studenti di ritorno da una visita scolastica ad Auschwitz, tuonò “contro ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo”. E non solo.

Nel novembre 2016, lo stesso Napolitano, non più in carica, si sentì in dovere di scrivere una lettera aperta all’Osservatorio antisemitismo, per ribadire che l’antisionismo è una forma di antisemitismo.

“Negare le ragioni storiche della nascita dello Stato di Israele è una forma di antisemitismo. Vale anche per l’Unesco. Lottiamo insieme per l’indipendenza e la sicurezza di Israele” (https://share.google/P9Mmog9JHfWXoXpGL)

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marxismoggi

“Bolivarismo contro Monroismo”, la pace delle donne e degli uomini liberi

di Gianmarco Pisa

La giornata internazionale dei diritti umani, 10 dicembre, corrisponde, qui a Caracas, capitale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, alla seconda giornata, quella della restituzione in plenaria dei Tavoli di lavoro, dei panel conclusivi, e della proclamazione del Manifesto di Caracas per la verità, la pace e la sovranità dei popoli, della Assemblea dei Popoli per la sovranità e la pace, la grande assise internazionale, di lotta contro la guerra e per la pace, che ha portato nella capitale venezuelana mille delegati provenienti da ben cinquanta Paesi di tutto il mondo, letteralmente da tutti e cinque i continenti. Già la restituzione dei tavoli di lavoro fornisce una prima ricostruzione di massima della vastità, dell'ampiezza e della ricchezza dei temi che sono stati sviluppati e che sono stati oggetto di relazioni, confronto e dibattito: guerra economica; guerra cognitiva e, in particolare, voci del mondo emergente contro la guerra mediatica; difesa della madre terra; difesa dei diritti delle persone migranti contro razzismo, xenofobia, suprematismo; unione dei popoli del Sud globale; giovani generazioni, la generazione geniale contro l’etichetta di “generazione Z”; e infine, ma non certo per importanza, di fronte all’escalation statunitense nel mar dei Caraibi, all’ennesima aggressione in corso contro il Venezuela bolivariano (ma si potrebbero aggiungere Cuba socialista e tutti i Paesi i cui governi non sono “allineati” alle imposizioni statunitensi), al proliferare della violenza armata, della militarizzazione e della guerra a ogni latitudine, “bolivarismo contro monroismo”, la dottrina e il pensiero di Simón Bolívar contro la famigerata e attualissima dottrina Monroe.