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contropiano2

Gli Usa navigano in acque incognite

di Claudio Conti

La portaerei Usa si sta avvicinando agli scogli. Ma al timone non c’è nessuno che sappia guidare. Anzi. Si moltiplicano le mani che cercano di afferrare il timone, tirando un po’ di qua e un po’ di là.

La constatazione appare controintuitiva, visto che mai come ora c’è un’amministrazione apparentemente “decisionista”, costantemente oltre i confini – e le relative lentezze – della democrazia parlamentare. Ma se uno si sofferma sulla singole decisioni non può che registrare il loro carattere altalenante, in linea con le esternazioni orarie di Donald “Taco” Trump.

I punti focali sono come sempre le guerra e l’economia. Le prime sono state fin qui un disastro. Quelle ereditate – in primis l’Ucraina, preparata lungo gli anni dai democrats prima ancora del golpe di majdan, 2014 – non si riesce a chiuderle.

Anzi, diverse fonti “anonime” e analisti militari in chiaro spiegano che dietro la recente ondata di missili e droni ucraini in territorio russo, fino a Mosca e San Pietroburgo, ci sia non solo l’ottusità guerrafondaia dei “volenterosi” europei, ma anche un via libera dato da Trump ai costruttori di armi statunitensi, ansiosi di “testare” i loro nuovo prodotti sul campo. E nessun terreno di battaglia – a parte forse il Medio Oriente – si presta così bene alla sperimentazione gratuita. Tanto a pagare saranno comunque quelli di Kiev (la popolazione, non certo i nazisti corrotti che lì comandano)…

La chiave interpretativa sembra sempre la solita: “accentuare la pressione” su Mosca, nella speranza di ammorbidirne la posizione negoziale. Dal che si vede che a Washington mancano ormai esperti di cose russe, altrimenti quell’idea non sarebbe neanche venuta in testa.

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lafionda

Marx e Spinoza “fuori programma”

di Vincenzo Capodiferro

Che Marx e Spinoza siano fuori dalle aule, come discoli allievi messi alla porta, o inginocchiati sui ceci, come si faceva un tempo, siano dei “fuori programma” non è una novità. Lo furono anche in vita: Spinoza bandito dalla sinagoga e maledetto con candele nere fumiganti, Marx bandito dagli ambienti accademici, temuto come uno spettro rossastro che si aggira per le strade, ed in parte lo era se lo si fosse veduto seduto da qualche parte o assiepato su di un’antica panchina di qualche parco londinese. Marx e Spinoza, due ebrei dissidenti, eretici, ognuno a modo suo! Uno panteista innamorato perdutamente dell’Assoluto, l’altro ateista (non ateo!), innamorato perdutamente dell’Assoluta, cioè della Materia, la grande Madre, la “Grande Proletaria”, ricca di figli. Marx e Spinoza come il crocefisso, cacciato dalle aule! Cristo, Spinoza e Marx, cacciati: tre ebrei dissidenti! Si caccia dalle aule ciò che è scomodo, pernicioso, ciò che può suscitare, o inculcare grilli volanti per la testa. Entrambi innamorati perdutamente della libertà.

«L’uomo libero a niente pensa meno che alla morte e la sua saggezza non consiste nel meditare sulla morte, ma sulla vita»[1].

«Solo gli uomini liberi possono nutrire vicendevolmente la massima gratitudine»[2].

«L’uomo libero non agisce mai con dolo, ma sempre in buona fede»[3].

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La concezione antropologico-strumentale misconosce la natura fondamentale della Tecnica planetaria

di Pier Paolo Caserta

Ho spesso occasione, e ne ho avuta ancora di recente, di constatare quanto siano radicati e persistenti, anche tra i compagni, retaggi che impediscono di cogliere la vera natura del fenomeno della Tecnica planetaria, in particolare nei suoi più recenti sviluppi innescati dalla controrivoluzione digitale.

Quando sostengo, come faccio da anni in tutte le occasione di confronto pubblico dedicate al tema, che la Tecnica delle ultime ondate non è essenzialmente uno strumento, non mancano mai sguardi perplessi, se non increduli. Sembra proprio che questa tesi offenda il senso comune. Eppure è vera. E quello che risulta offeso è, in realtà, il senso comune tecno-entusiasta.

Chioserà prontamente il sostenitore della posizione antropologico-strumentale: “L’intelligenza artificiale è come un’automobile, che può essere usata correttamente o per andare a sbattere”.

Viene in questo modo occultato il carattere essenziale almeno della Tecnica delle ultime ondate. Un mezzo, per definizione, posso decidere quando usarlo; e in che misura, e in che modo usarlo. È quanto accade con un martello, con una lavatrice o, appunto, con un’automobile. Non è quello che accade con i prodotti del capitalismo digitale. Dovrebbe già suonare stravagante la definizione di “mezzo” se riferita a qualcosa che di fatto non possiamo affatto decidere se usare o meno, perché è parte di un apparato planetario che si impone

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Ucraina. Nuove speranze di pace, nuova escalation

di Davide Malacaria 

Escalation pericolosa supportata dagli sponsor di Kiev tra i quali spicca la Gran Bretagna per la quale la guerra ucraina è diventata una questione esistenziale. Ha puntato tutto su di essa, nella speranza che logori le risorse europee, come sta avvenendo, così da mettere in ginocchio, o peggio incenerire, l'Unione europea

“La scorsa settimana è stata caratterizzata da attacchi potenti e di grande impatto contro le infrastrutture industriali e petrolifere russe. La raffineria di petrolio di Mosca è stata colpita due volte. In precedenza, quasi tutti i tentativi dei droni ucraini di raggiungerla erano falliti”. Così inizia un articolo di Strana.

“Ieri, un deposito di carburante a Kerch, i traghetti che attraversano lo stretto di Kerch e il porto di Kavkaz hanno preso fuoco, causando il blocco totale delle vendite di carburante nella penisola”, prosegue Strana. “Gli attacchi dei droni hanno provocato anche interruzioni di corrente e di acqua in diverse zone della penisola. In diverse regioni russe sono state introdotte restrizioni alla vendita di benzina. Oggi una raffineria a Voronež è stata colpita da un missile”. Un’escalation rispetto alla quale il Cremlino sta tenendo un profilo basso. Solo oggi Putin si è pronunciato, ma anche questo caso in modalità soft, sollecitando il governo a ridurre al minimo le conseguenze degli attacchi.

Non che non ci siano rappresaglie in vista, ma tanta cautela stride con certe reazioni del passato. Evidentemente la Russia sta studiando la situazione, che si sta facendo sempre più pericolosa.

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lantidiplomatico

Il Secondo Fronte: Perché Kiev Punta a Trascinare la Bielorussia nella Guerra

di Fabrizio Poggi

Parafrasando il titolo di un celebre articolo pubblicato da Stalin sulla Pravda del marzo 1930, a proposito di metodi non corretti nella conduzione della collettivizzazione delle campagne in URSS e intitolato “Vertigini da successo”, l'osservatore Pavel Kotov, su Ukraina.ru, parla di “tempestose vertigini da dubbi successi”, che avrebbero colto i vertici nazigolpisti di Kiev. I principali “successi”, che hanno caratterizzato la settimana appena trascorsa, riguardano le conclusioni del vertice G7 a Evian e alcuni attacchi dei droni ucraini fino sull'area di Moskva.

Ed è a partire da tali “successi”, possiamo osservare, che hanno assunto toni sempre più intimidatori gli autentici ultimatum lanciati dal nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij all'indirizzo del presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko e che, a detta di vari osservatori militari russi, costituiscono una premessa a un probabile attacco ucraino al paese confinante.

Andiamo con ordine. Al summit in terra francese si sono sostanzialmente ripetute le declamazioni che ormai a cadenza quotidiana i media di regime si preoccupano di riportare quale verità rivelata su una stabile supremazia militare ucraina, che prelude a una prossima sconfitta della Russia. Nonostante al fronte continui, per quanto volontariamente lenta, l'avanzata delle forze russe, nel quadro disegnato dalla narrazione mediatica occidentale tale fronte è praticamente scomparso dalle cronache, che parlano solo degli “spettacolari successi ucraini” che lanciano sulla Russia droni e missili a ripetizione, che la contraerea non sarebbe in grado di intercettare.

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volerelaluna

Terra e cielo devastati. Non possiamo restare inerti

di Guido Viale

Il clima è praticamente scomparso dalle agende dei Governi, dei media, delle istituzioni internazionali e, in gran parte, anche delle nostre comunità di lotta. Lo hanno soffocato le guerre in corso che, insieme alla produzione di armi – che ormai, con l’uso doppio (il dual use), coinvolge l’intero sistema produttivo del pianeta – sono il fattore che contribuisce di più ad alimentare la catastrofe climatica che stiamo vivendo. La guerra è devastazione della Terra, del cielo e di chi ci vive sopra e sotto. Guerra e salvaguardia del clima sono incompatibili. Scegliere – sostenere in qualsiasi forma – la prima significa condannare l’altra. E viceversa. Per questo l’alternativa alla guerra non è la pace, l’assenza di guerre, ma la lotta per la salvaguardia del pianeta. D’altronde il clima, anche se ne rappresenta il fattore più urgente, non è che una metafora di un processo più generale di degrado che accomuna in un unico destino le condizioni materiali del nostro pianeta e la convivenza tra gli umani messa in forse dalle diseguaglianze e dalla violenza diffusa che la stanno minando alla radice.

Era – e rimane – questo il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco che Leone XIV non ha saputo o voluto approfondire o sviluppare nell’enciclica Magnifica Humanitas: la consonanza tra il “grido della Terra” offesa dalle forme assunte dallo sviluppo economico e tecnologico del nostro tempo e la crescente insostenibilità delle condizioni degli umili, degli sfruttati e degli oppressi.

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lantidiplomatico

Quando la realtà smaschera la finzione: la debacle USA contro l’Iran

di Leonardo Sinigaglia

Nel 1946, Mao Zedong definì l’imperialismo statunitense una “tigre di carta”. Nel 2022, lanciando l’Operazione militare speciale, il presidente Putin si riferì agli USA come “l’impero della menzogna”. Queste due descrizioni si potrebbero sintetizzare in una terza, quella di “impero della narrazione”. 

Gli Stati Uniti basano infatti il proprio potere, prima che sulla violenza e le misure coercitive, sulla diffusione dell’idea del loro essere onnipotenti e indispensabili. Sono le catene mentali imposte dall’egemonia di Washington nelle nazioni da essa controllate a fungere da primo ostacolo in qualsiasi processo di liberazione. 

D’altronde, vista la base economica dell’imperialismo economico statunitense, non potrebbe essere altrimenti. Il sistema capitalista contemporaneo non si basa sulla realtà oggettiva della produzione e dell’economia reale, ma sull’irrealtà di una finanza ormai slegata da qualsiasi processo produttivo e ridotta alla mera speculazione tramite la creazione “dal nulla” di ricchezze virtuali e inesistenti. Un grande gioco di specchi dove a definire la “realtà” percepita non è il dato materiale, ma la narrazione proposta dai vari attori. Bastano alcune frasi su X del presidente degli Stati Uniti, per quanto palesemente distanti da qualsiasi descrizione veritiera della realtà, per provocare importanti movimenti capitale. Ci si comporta “come se” la narrazione fosse vera, perché all’interno del sistema capitalista fondato sull’egemonia di Washington, è la narrazione a definire la realtà. 

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italiaeilmondo

Il doppio inganno

di WS

In questo articolo Simplicius cerca di razionalizzare l’ attuale andamento della guerra in Ucraina che la solita macchina propagandistica occidentale ora vorrebbe venderci addirittura non più come uno “stallo” ma addirittura come una “ opportunità” per imporre alla Russia la sconfitta strategica programmata con questa “guerra ”.

In pratica sembrerebbe che il “pendolo “ dell’ “Impero occidentale”, dopo l’ evidente “battuta d’arresto” nel golfo si stia nuovamente concentrando sulla pratica “russa” dopo averla “contenuta” con lo “spirito di Anchorage” e più strettamente avvolta con la “cintura turca” nei “balcani caucasici”.

E detta così la cosa suonerebbe addirittura minacciosa per la Russia con il sempre più forte coro dei “nazionalisti” russi ad invocare di rompere questo “ cerchio” ripristinando “ la deterrenza che non c’ è” ( argomento su cui scrissi diversi mesi fa qualcosa qui ) con atti eclatanti se non addirittura strategicamente sconsiderati.

Ma se la cosa viene considerata più freddamente, come cerca di fare Simplicius, le conclusioni sono diverse; non c’ è nessuna “ crisi russa” sebbene sia sempre più evidente che la Russia sia coinvolta in una guerra da cui non può uscire.

E per capirlo bisogna innanzitutto partire dalle vere cause di queste “ crisi” , o per meglio dire di questa “ guerra mondiale a tranci ( congelabili)”. E la causa è una sola: Il sistema finanziario su cui si basa l’ impero americano sta per essere sommerso da un debito impagabile e gli “gnomi” che lo detengono hanno sempre più bisogno di una “guerra mondiale” per giustificare il LORO “non ti pago” restando non solo “in sella” ma cogliendo anche altre opportunità “ accessorie” che ne deriverebbero. Fermare Cina ad esempio; la definitiva liquidazione dell’ Europa.

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Debiti, Dollaro e bolle: le crepe dell'impero americano

di Alessandro Volpi

Debito record, dollaro in ritirata, industria stagnante e mercati in una fragile euforia. Sei numeri raccontano la fragilità crescente degli Stati Uniti e i rischi globali di una transizione imperiale

La pericolosità degli Stati Uniti sta in alcuni numeri molto espliciti. Ne ho già scritto ma voglio provare a metterli in fila con chiarezza.

1) Il debito federale è ormai vicino ai 40 mila miliardi di dollari. Il costo annuo degli interessi è di 1200 miliardi di dollari. I rendimenti dei titoli decennali sono superiori al 4,5. L’assicurazione contro il rischio di insolvenza del debito degli Stati Uniti è la più costosa tra quelle per i debiti dei principali paesi del mondo. I compratori esteri del debito Usa sono scesi al 25% del totale e le aste vedono una domanda non molto più ampia dell’offerta, per cui è fondamentale l’intervento delle banche americane che sono però imbottite di titoli che valgono sempre meno. Oggi il debito pubblico americano è pari al 40% del debito pubblico globale.

2) Il dollaro ha perso l’11% rispetto ad un paniere di valute globali e continua a registrare una tendenza la ribasso che non è giustificata solo con la volontà dell’amministrazione statunitense di favorire le esportazioni con una moneta debole, ma ha a che fare con una crisi di credibilità internazionale. La percentuale di asset in dollari delle banche centrali del pianeta è crollato a poco più del 50% e nel caso dei fondi sovrani è sceso ulteriormente al 48%.

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Chi finanzia la guerra di Israele?

di Gaetano Colonna

 

Nel mondo contemporaneo non bisogna mai dimenticare l’antico adagio britannico: “Follow the money” (segui i soldi), per capire come vanno davvero le cose. Può essere veramente utile a questo scopo riprendere i dati che Profundo, società di ricerca sulla sostenibilità (nelle sue diverse accezioni), ha condiviso con il periodico online Middle East Eye. Partiremo da qui per un approfondimento della questione.

 

Guerra, banche e fondi di investimento

Un conflitto moderno, come quello che Israele sta sviluppando in Medio Oriente dal 2023, ha infatti bisogno di soldi, tanti soldi: per trovarli, gli Stati ricorrono all’emissione di obbligazioni, titoli finanziari offerti al mercato per ottenere in questo modo, ovviamente indebitandosi, le risorse economiche necessarie per condurre un conflitto.

Solo tra il 7 ottobre 2023 e il gennaio 2025, sono stati emessi titoli di Stato israeliani per un valore di 19,4 miliardi di dollari, attraverso un pool di sette banche d’investimento internazionali: Goldman Sachs guida il gruppo con 7,2 miliardi di dollari, seguita da Bank of America (3,6 miliardi), Citigroup (2,9), Deutsche Bank (2,5), Bnp Paribas (2,0), JPMorgan Chase (0,69) e Barclays (0,5).

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La stanza vuota

di Mario Sommella

Egemonia culturale, potere algoritmico e la posta in gioco del presente

Da qualche tempo la destra italiana ha riscoperto Gramsci. Lo cita, lo rivendica, lo brandisce come una parola d’ordine: egemonia culturale. In un recente intervento, «Gli apprendisti stregoni dell’egemonia culturale», Francesco Coniglione ha smontato con precisione questa pretesa, mostrando come essa scambi la cultura per un palazzo da espugnare, le nomine per il prestigio, gli organigrammi per il pensiero. La sua tesi è netta e, a mio avviso, incontrovertibile: l’egemonia non è il bottino del potere, ne è la condizione. Voglio partire da lì. Non per ripeterla, ma per spingerla un passo più avanti, là dove mi pare oggi più urgente.

 

1. Una parola riscoperta

Il punto che Coniglione coglie con esattezza è la differenza, tutta gramsciana, tra dominio e direzione. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce a orientare, persuadere, attrarre, rendere il proprio linguaggio spontaneamente condiviso. L’egemonia non si proclama: accade. Non si decreta: si sedimenta. Per questo la si conquista prima di conquistare il potere, non dopo, e per questo il potere resta legittimo solo finché sa mantenere quella funzione dirigente, invece di ridursi a pura forza.

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La geometria sociale

di Pierluigi Fagan

… La città vuole essere costituita, per quanto è possibile, di elementi simili e uguali, e questa condizione si verifica soprattutto tra i membri del ceto medio […] pertanto la comunità civile migliore è quella fondata sul ceto medio”. Così, per diverse e ben argomentate ragioni, la pensava Aristotele, duemilatrecento anni fa.

La società mediana ha una geometria circolare e il circolo era la geometria antropo-sociale universale dei gruppi umani di piccole dimensioni, nel circolo tutti vedono tutti e nessuno è più di altri.

Questa saggezza del “giusto mezzo”. in breve, raccoglie una costellazione di concetti quali: a) equilibrio dinamico; b) evitare eccessi e difetti; c) parità ontologica tra le parti in relazione. Per quelle “strane” sincronie notate da Karl Jaspers nei suoi studi sull’età assiale, il concetto e la sua stessa formulazione compaiono sincronicamente in Aristotele e Confucio.

Cronologicamente Confucio è di due secoli antecedente ad Aristotele, ma il concetto proprio di “giusto mezzo” è nel Zongyong che, recenti studi, datano come l’Etica Nicomachea e la Politica del greco, nel III secolo a.C.

Per realizzare la forma ideale di società e di forma politica che chiama Politeia (una democrazia costituzionalizzata), Aristotele presuppone più o meno una parità di ricchezze, uguaglianza sociopolitica pur nell’estrema diversità e varietà dei caratteri umani, “scholé” ovvero tempo libero da dedicare alla conoscenza e alla politica. Questo tempo dedicato a conoscere diverrà la matrice del termine “scuola”, dove si va a studiare e conoscere. Almeno fino al XX secolo, l’educazione scolastica è stata sequestrata dal gruppo sociale dominante poiché è la base reale che permette tutte le altre diseguaglianze.

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lantidiplomatico

Da Gramsci ai cabaret nazisti: l'inganno della risata che ci sta portando alla dittatura

di Chris Hedges*

I buffoni che orchestrano il fascismo – con la sua pseudoscienza, la sua idiozia, la sua propensione alla violenza e la sua grottesca ipermascolinità – sono un terreno fertile per la satira. È fin troppo facile, come fanno i comici dei late-night show o come facevano i cabaret berlinesi con i nazisti, mettere alla gogna i teppisti, gli inetti e i mediocri che detengono il potere. Tuttavia, questa forma di satira finisce per accecare gli oppositori, impedendo loro di vederne il nucleo omicida e il potere distruttivo. Ignora i veri centri di potere. Non genera resistenza, ma disprezzo e cinismo, acuendo la faglia sociale e politica tra noi, l'élite "illuminata e colta", e loro, il "cesto di deplorevoli" da deridere e disprezzare.

Esistono due forme di satira. Quella delle élite istruite, che domina i media commerciali, si limita a ridicolizzare le debolezze e le pretese di Trump e dei suoi sfortunati seguaci. Questa satira non attacca mai i colossi multinazionali o l'industria bellica. Ignora il degrado e la corruzione strutturale delle nostre istituzioni politiche – incluso il Partito Democratico – che hanno creato il fenomeno Trump, fingendo che viviamo ancora in una democrazia sana. Caratterizzata da una ripugnante superiorità morale e intellettuale e da una spietata umiliazione delle classi inferiori, questa comicità alimenta proprio le divisioni sociali e l'alienazione che nutrono il fascismo.

Antonio Gramsci avvertiva che la satira elitaria è controproducente. Invocava invece un "sarcasmo appassionato" capace di prendere di mira i reali meccanismi del potere.

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contropiano2

Cuba socialista risponde all’assedio con una moderna pianificazione

di Luciano Vasapollo

Mentre i grandi media occidentali continuano a raccontare Cuba come un Paese al collasso, incapace di trovare una via d’uscita dalle difficoltà economiche, dall’Avana arriva in questi giorni un messaggio politico di straordinaria importanza. Non il linguaggio della resa, non quello dell’abbandono dei principi della Rivoluzione, ma la ricerca di nuove forme di sviluppo socialista in condizioni eccezionali, determinate da un blocco economico che il presidente Miguel Díaz-Canel ha definito ancora una volta un “feroce blocco imperialista”.

Chi sperava di vedere la Rivoluzione piegarsi sotto il peso delle sanzioni si trova oggi di fronte a una realtà diversa. Cuba discute, innova, corregge errori, introduce trasformazioni profonde, ma continua a difendere la propria sovranità. È questo il significato politico delle dichiarazioni rese da Díaz-Canel e del Plenum straordinario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba.

Particolarmente significativa è la frase con cui il presidente cubano sintetizza la filosofia delle nuove misure economiche: “insieme possiamo promuovere produttivamente il Paese, creare ricchezza e distribuire tale ricchezza con giustizia sociale”. Non si tratta della ricerca del profitto come fine, ma della creazione di ricchezza per garantire equità, diritti sociali e protezione dei più deboli.

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Carlo Ginzburg nel momento del pericolo

Un saluto al maestro (1939 – 2026)

di Luca Casarotti*

«Nell’autunno del ’71 decidemmo di riunire i nostri studenti e di organizzare con loro dei seminari. In uno di questi proponemmo di leggere il Trattato utilissimo del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso i cristiani […]

Ci sedevamo a un tavolo da gioco dove le carte erano in parte già state distribuite, e le regole fissate: il piacere del gioco s’identificava per noi con la possibilità d’introdurre nella partita carte impreviste. Naturalmente, non potevamo barare, nel senso che le regole comunemente ammesse dalla corporazione degli storici ce lo impedivano: per esempio, non potevamo falsificare dei documenti».

Cosa che a un romanziere, all’opposto, è lecito e a volte necessario fare.

Si è detto più volte che per ideare la terza parte del nostro romanzo d’esordio Q fu cruciale Giochi di pazienza, il libro in cui Carlo Ginzburg e Adriano Prosperi resero conto di quel celebre seminario su un misterioso libro del Cinquecento. Nel 2019, proprio insieme ai due storici celebrammo il ventennale del romanzo.

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aldous

Tornare umanistici

di Chiara Tinnirello

Chi avrebbe mai detto solo vent’anni fa che degli studi umanistici potessero divenire cruciali in un’era di verosimiglianze, di mescolanza tra autentico e inautentico, vero e falso? In balia dei flutti le trame dello Zeitgeist si mostrano sfibrate anzitempo. Lo  attraversiamo su una barca consegnata alla risacca, il va e vieni delle onde sfrangia la cronaca, i programmi, le nostre previsioni. Intanto prosegue il livellamento della cultura per obliterare progetti egemonici. Con ostinazione suggeriamo ai nostri figli di studiare discipline spendibili sul mercato quasi fosse la soluzione a tutto: trovare un lavoro, essere al passo con il mondo contemporaneo, contribuire al progresso globale. Questa smania deriva dall’investimento del capitalismo finanziario sulle tecnologie dell’informazione per esercitare il suo controllo sui nostri bisogni. Tra queste spicca l’intelligenza artificiale generativa diventata in pochi anni oggetto di una fiducia incondizionata che la sta conducendo verso la sua nemesi. Non sto esaminando programmi avanzati come Claude. Penso invece al nostro armeggiare quotidiano con pc e smartphone chiedendo supporto alle chat per ogni minimo dubbio, compito, incombenza.

Eccoci gettati sulla spianata dei calcolatori e dei detector antiplagio fatti sempre con l’IA. Oggi non possiamo più scrivere nulla senza temere di essere presi per dei copiatori. Sono bastati pochissimi anni di ChatGPT, e affini, per finire in una fratta di controlli incrociati per attestare che uno scritto, un libro, un articolo, persino una relazione tecnica, giuridica o un’immagine siano opera esclusivamente umana. I risvolti di questo processo di autenticazione capovolta sono grotteschi. Siamo caduti in Una celia infinita direbbe Wallace.

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Tocca a Vance sedare Israele: “Siamo noi a tenerti in piedi…”

di Dante Barontini

Il boss ha infine gridato un comando verso il botolo ringhioso che azzanna tutti. Non è secondario analizzare il contenuto dell’ordine, i punti di forza che rendono il comando più “autorevole” del solito ed anche il fatto che l’avvertimento non sia stato affidato a “Taco” Trump – Trump always chickens out, ovvero Trump fa sempre marcia indietro – ma al suo vice, J.D Vance.

Il quale, narrano le indiscrezioni di palazzo circolanti da diversi mesi, era decisamente scettico sulla necessità di far guerra all’Iran, o per lo meno sulle modalità che sono state scelte. Oltre che – particolare forse ancora più importante – notevolmente lontano dal pantano puzzolente degli Epstein files.

Mentre tutto il mondo constatava che il memorandum of understanding” firmato con Tehran rappresenta di fatto un notevole cedimento statunitense, l’interrogativo principale riguardava come avrebbe Israele impedito che le intenzioni di pace si traducessero in accordo vero e proprio.

Non “se”, ma “quando e come”. L’occupazione del Libano resta in piedi, i raid mirati o intimidatori anche, la minaccia di fare sfracelli ancora più estesi – con qualche problema, vista la resistenza di Hezbollah – davano già a Tel Aviv la possibilità di mandare a monte i sessata giorni di negoziato sui dettagli del memorandum. Eventualmente, cominciavano già a dire apertamente i genocidi sionisti, si sarebbero incaricati direttamente loro di continuare la guerra contro l’Iran.

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Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

di coniarerivolta

Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale europea, il luogo istituzionale in cui l’austerità viene declinata in prescrizioni puntuali rivolte a ciascun Paese.

Il Governo Meloni si è presentato a questo appuntamento in mutande. Col fucile puntato dagli Stati Uniti di Trump, che hanno imposto nell’ambito della NATO un aumento della spesa militare, e tra le grida di dolore del capitalismo italiano, sempre più schiacciato tra la concorrenza internazionale e il rialzo dei costi dell’energia e dei carburanti, con un livello dei salari interni talmente basso da non lasciare più margini significativi di ulteriore compressione.

Con la finanziaria per il 2026, nel goffo tentativo di servire i tre padroni della NATO, dell’Unione europea e di Confindustria, il Governo Meloni ha provato, attraverso una serie di artifici contabili, a migliorare la situazione cosmetica dei conti pubblici del 2025. L’obiettivo era duplice: da un lato erogare minime mance al padronato nazionale, dall’altro uscire dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo dell’Unione europea. Una procedura che limita fortemente ogni aumento della spesa pubblica, tanto quella necessaria a onorare gli impegni assunti verso gli Stati Uniti sul riarmo quanto quella che il Governo vorrebbe utilizzare nella prossima legge di bilancio, in vista delle elezioni politiche del 2027.

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machina

Lettera a una professoressa

di Gigi Roggero

La scuola volge al termine, ma i bilanci sembrano riguardare solo gli studenti, tra ansia della media matematica e perdita di senso di ciò che studiano. A non essere quasi mai toccata da bilanci è la scuola in quanto tale, il suo funzionamento, i suoi obiettivi: non vengono messi in discussione coloro che delle sorti della scuola decidono, i dirigenti scolastici che la vogliono gestire managerialmente, e neppure gli insegnanti, che sfogano spesso le loro frustrazioni verso gli studenti, appunto. Continuando il dibattito già avviato su Machina, Gigi Roggero squarcia il velo dell’ipocrisia e parte proprio da qui, da professori e professoresse.

* * * *

Gentile professoressa,

l’anno scolastico volge al termine e con esso le fatiche, è dunque tempo di bilanci. Da ex insegnante so che le fatiche non sono tanto legate all’orario lavorativo, di cui pure i docenti tendono spesso a lamentarsi: 18 ore settimanali a scuola, anche aggiungendoci i corollari burocratici, la preparazione delle lezioni, i compiti da correggere, non sono propriamente paragonabili alle imprese di Stachanov nelle miniere di carbone.

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Dalla rivoluzione bolivariana alla Realpolitik, con il potere popolare che resiste

di Geraldina Colotti

Contraddizioni, resistenze e prospettive di un Paese che continua a cercare un equilibrio tra istituzioni e protagonismo collettivo

Il governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha formalizzato, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il rinnovo dello “Stato di Commozione Esterna” per un periodo di 90 giorni. La misura, adottata in precedenza da Maduro, ha completato l’iter costituzionale con la ratifica dell’Assemblea Nazionale e il controllo di legittimità della Sala Costituzionale del TSJ. Non è il rinnovo di un atto burocratico di routine, ma il prosieguo della risposta istituzionale allo scenario inedito e critico apertosi il 3 gennaio 2026. In quella data, il sequestro del presidente Nicolás Maduro e della moglie, la deputata Cilia Flores, avvenuto a Caracas per mano di truppe speciali statunitensi, ha impresso una frattura profonda nella continuità dello Stato. Da quel momento, il Venezuela non opera più in una dimensione politica convenzionale: è entrato in una fase cinetica in cui ogni decisione del governo incaricato — dalla gestione delle infrastrutture strategiche alla politica estera — è una risposta obbligata a un attacco che ha colpito il vertice dell’autorità nazionale. Il decreto di rinnovo, che conferisce all’Esecutivo facoltà eccezionali, inclusa la militarizzazione dei nodi strategici degli idrocarburi e la facoltà di requisizioni per la difesa, fotografa uno Stato in trincea.

Come il precedente, il decreto rinnovato ora non indica un’emergenza proclamata per comprimere il dissenso, ma una condizione imposta dall’esterno, in cui la salvaguardia della sovranità si gioca sul filo di una sopravvivenza che ha trasformato la gestione politica in una crisi di sicurezza permanente.

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Il fenomeno Vannacci: un PD rovesciato

di Antonio Martone

Il paradosso più profondo del nostro tempo risiede nella cecità con cui le classi dirigenti osservano l’emergere di figure come Roberto Vannacci. Liquidare queste parabole politiche sotto le logore categorie del folclore, della parentesi passeggera o del semplice, anacronistico ritorno del fascismo è un esercizio di pigrizia intellettuale che rasenta l’assoluta inconsapevolezza. Peggio ancora quando lo si offende senza argomentare e senza comprendere realmente ciò che dice, né sforzarsi di farlo. In fondo, tutto ciò significa non voler guardare nell’abisso del nostro presente. Queste traiettorie non sono incidenti storici ma i sintomi visibili, i prodotti di laboratorio, di una patologia (fascio)sistemica profonda: rappresentano la risposta inevitabile allo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a una duplice tenaglia che da decenni stringe l’Occidente.

Da un lato, la cultura postmoderna ha demolito le grandi narrazioni collettive, i corpi intermedi e i riferimenti valoriali comuni, lasciando l’individuo privo di bussole esistenziali; dall’altro, il neoliberismo più sfrenato ha colonizzato ogni anfratto della vita, riducendo la persona a un atomo isolato, a un consumatore perennemente in competizione all’interno di un mercato universale dove tutto, persino il corpo e le relazioni, viene ridotto a valore di scambio. Il risultato di questo processo è una vera e propria tribalizzazione della società.

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I “liberali” son più matti di Trump

di Francesco Piccioni

Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che hanno detto e scritto in questi quattro mesi.

Lo fa col suo stile Marco Travaglio, sul giornale che dirige, ma non ci sembra che abbia colto il punto vero che accomuna trasversalmente i “critici liberali” e quelli di estrema destra. I primi oggi strillano, mentre i secondi minimizzano la portata della “botta” subita prima sul campo e poi nelle trattative.

Cosa c’è in comune?

Lo si capisce dal tono rabbioso con cui, oggi, tutti i media “liberali” – statunitensi, europei e anche italiani – attaccano Trump per aver firmato un accordo che in modo quasi imbarazzante sancisce la vittoria di Tehran. E’ la versione giornalistica, diciamo, del conato coloniale che agita i “volenterosi” che medita(va)no di mandare le loro navi da guerra a “sbloccare lo Stretto di Hormuz”.

Ogni singolo punto di quell’accordo viene agitato come una “concessione” agli ayatollah che mai e poi mai dei “liberali veri” – tipo Biden, supponiamo – avrebbero permesso, se fossero stati al posto del tycoon.

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lantidiplomatico

Ucraina, l'ombra del fronte: mentre Kiev chiede aiuti per la svolta, i russi avanzano a Konstantinovka

di Eliseo Bertolasi

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali. Secondo quanto riportato sulla testata “Politico” da un alto funzionario ucraino della difesa, questa richiesta punterebbe a sfruttare i presunti vantaggi sulla prima linea del fronte e a intensificare la pressione sulla Russia.

La richiesta di 20 miliardi di dollari verrà presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come “Formato Ramstein”, dove gli alleati organizzano gli aiuti finanziari e militari a Kiev.

Parlando in forma anonima, il funzionario ucraino ha dichiarato: “Tutti possono vedere che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo che bruci ancora di più, ma per questo abbiamo bisogno di finanziamenti”.

La questione è stata sollevata dal ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov e da altri funzionari governativi durante una serie d’incontri coi rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

A ciascun alleato verrà chiesto un contributo compreso tra 2 e 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi, si tratterà di aiuti o di prestiti.

Il bilancio della difesa dell’Ucraina per quest’anno è fissato a 4.400 miliardi di grivne (85 miliardi di euro), e i 20 miliardi di dollari si aggiungerebbero a tale cifra.

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manifesto

Goffredo Fofi, quando l’eresia è una grammatica

di Marco Gatto

Goffredo Fofi ha intrattenuto con la rivista «Confronti» un fitto dialogo. Tra il marzo 2019 e il luglio 2025, mese della sua scomparsa, ha tenuto con regolarità tre rubriche, «Ieri e oggi», «Ribelli» e «A squola», nelle quali ha depositato articoli, ritratti, riflessioni d’occasione, ricordi. La forma narrativa breve, mai davvero bozzettistica e sentimentale, bensì ragionativa e orientata all’esplicitazione di una tesi, è particolarmente congeniale a Fofi e costituisce una delle sue cifre autoriali, come dimostrano i numerosi libri di intervento e di militanza (da Prima il pane a Da pochi a pochi, passando per Zone grigie e per il postumo Arcipelago Sud) e i diari come Pasqua di maggio o Quante storie.

BENE HA DUNQUE fatto «Confronti» a raccogliere questi scritti in Controcorrente. Memoria, scuola e resistenza (Edizioni Con Nuovi Tempi, pp. 354, euro 15), un volume che si apprezza anche per le illustrazioni di Doriano Strologo, capaci di accompagnare, in ideale contrappunto, una collezione di settanta pezzi, chiusa da una sentita nota su Fofi a firma di Michele Lipori e di tutta la redazione. Sono presenti in questi ritratti d’autore molte figure decisive per il percorso intellettuale di Fofi: dai «maestri» e modelli – Danilo Dolci, Aldo Capitini, Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro – ai compagni di strada come Giovanni Mottura (assai intenso il ricordo della comune esperienza a Partinico al seguito di Dolci).

Ma emergono anche i nomi di figure dimenticate – Comparetto, sindacalista e agitatore sociale, campione di «fogli di via» – o di «miti d’oggi» (da Che Guevara a Bob Dylan) e di luoghi (Napoli e Firenze), ulteriori tasselli e spunti per una riflessione sui temi della resistenza, della nonviolenza, dell’impegno civile.

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comidad

La lobby dei creditori prevale perchè non ha bisogno di pensare

di comidad

C’è una differenza notevole tra le attuali forme di divismo a destra e quelle di una decina di anni fa. Oggi la destra vende “identità”, cioè spaccia sfacciatamente fumo, come i pusher dentro le scuole. Risulta quindi evidente che la destra sta facendo puro intrattenimento e che si sta rivolgendo a un pubblico che non si attende esiti pratici, bensì soltanto una rivalsa in termini di orgoglio; insomma, un Macho Pride al posto del Gay Pride. Alle elezioni europee del 2024 Matteo Salvini ha venduto al suo elettorato un fantoccio identitario, e l’espediente gli ha fruttato al momento oltre mezzo milione di voti; poi il fantoccio gli si è rivoltato contro, ma questi sono cavoli suoi. Nel 2016 invece Salvini sembrava voler fare sul serio e, per capire che ci stava prendendo in giro, occorreva entrare nelle pieghe del suo discorso. Il Salvini di allora parlava infatti di un problema reale come l’euro, cioè di un veicolo di trasferimento di reddito dai poveri ai ricchi, e prometteva una uscita dell’Italia dalla moneta unica se la Lega fosse andata al governo.

L’inganno stava nel risvolto del discorso, cioè nel porre il problema in termini di sovranità, come se la moneta unica ci fosse stata imposta dal perfido straniero. Nel 2018 si è poi scoperto che l’alt a mettere in discussione l’appartenenza (e persino le semplici condizioni dell’appartenenza) dell’Italia alla moneta unica, non proveniva da Berlino, bensì direttamente dal Quirinale.

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fuoricollana

Finanzcapitalismo all’italiana

di Alfonso Gianni

Allo stato delle cose nessuno può dire con certezza se al lungo risiko bancario sia subentrata per davvero una pax bancaria. Come vedremo ci sono ancora alcune varianti possibili e caselle da scoprire. Ma quello che è successo in questi ultimi giorni ha certamente delineato un processo di ristrutturazione e di centralizzazione del sistema bancario italiano. Il fatto che ciò avvenga mentre il mondo è avvolto in un sistema di guerra ove improbabili accordi di pace non sono altro che una parentesi tra un conflitto e un altro, o tra una fase dello scontro e un’altra del medesimo, dimostra che il capitalismo, e a maggior ragione il finanzcapitalismo, le crisi e l’instabilità geopolitica marcata da guerra non solo le crea, quindi le subisce, ma poi soprattutto le sfrutta per dare vita o registrare nuovi assetti di potere.

La vicenda italiana si sta incanalando verso un successo per il gruppo Intesa-San Paolo. In un’intervista a un importante quotidiano il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti ha riassunto – a denti stretti – pressappoco così l’epilogo del risiko: nel mercato vince chi paga di più. La stessa cosa veniva spesso ripetuta anni addietro, quando non era banale affermarlo, da Alfredo Reichlin ricorrendo alla locuzione in rima baciata “È l’articolo quinto: chi ha i soldi ha vinto” per simboleggiare il passaggio al finanzcapitalismo. Di fronte a questa antica potenza, quella del denaro, in qualunque forma essa si presenti, possono assai poco le golden power dei governi, che riescono sì a rallentare i processi, ma non ad arrestarli né far loro cambiare direzione.

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Necessità della politica tra destino e possibilità

Salvatore Bianco intervista Carlo Galli

Carlo Galli è tra i filosofi della politica più prestigiosi nel panorama internazionale. In un suo recente lavoro intitolato “Tecnica”, per le edizioni il Mulino, ha espresso la tesi che la tecnocrazia non esiste. A comandare sono sempre determinati poteri politici, economici e mediatici che si servono della tecnica a scopo di profitto e dominio. Ora, in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio, dal titolo “Necessità della politica”, che verrà discusso con il professor Gennaro Imbriano il prossimo 25 giugno alle ore 18 presso la Feltrinelli di Bologna, gli abbiamo rivolto alcune domande cui ha risposto con la consueta disponibilità.

* * * *

Salvatore Bianco: Nel suo ultimo saggio appena pubblicato da Raffaello Cortina, che si intitola “Necessità della politica”, lei parla di una necessità della politica innanzitutto come produzione di potere inevitabile da parte degli esseri umani in comunità. Potrebbe illustrare questa prima necessità della politica?

Carlo Galli: Ho definito la politica come la umana convivenza vista sotto il profilo del potere. E ho definito kratos, cioè etimologicamente “potere come prevalenza”, il fatto che ogni forma di coesistenza produce e implica potere, e dal potere è resa possibile e mantenuta.

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mondocane

Generale Vannacci, peggio la toppa o il buco?

A che serve e cosa copre il Generale

di Fulvio Grimaldi

Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.

Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.

Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento.

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doppiozero

Cacciari ed Esposito dentro il Kaos

di Paolo Perulli

“In un momento in cui i cambiamenti centenari accelerano e la situazione internazionale è caratterizzata da caos a seguito di cambiamenti, il mondo si trova di fronte a un nuovo bivio. Sapranno Cina e Stati Uniti superare la ‘trappola di Tucidide’ e inaugurare un nuovo paradigma nelle relazioni tra grandi potenze?” È Xi Jinping che parla in occasione dell’incontro con Trump il 14 maggio scorso. È lui che usa il termine caos per descrivere lo stato attuale del mondo. Come siamo giunti a questo punto, e quando?

“Nell’istante in cui entrano in scena i primi Stati contrassegnati da una tendenza planetaria – quindi oggi –, in quest’istante anche la questione della libertà dei mari diventa assoluta a livello planetario… Grozio parlava come un dominatore di uno stretto marittimo che fosse posto sotto assedio…”. Si sta parlando dello stretto di Hormuz? No, chi scrive è Franz Rosenzweig e siamo nel 1917, durante la Prima Guerra mondiale. Globus è un abbozzo di teoria storico-universale dello spazio, scritta dal filosofo ebreo che sarà l’autore di La Stella della redenzione. Geopolitica ha a che fare con filosofia e teologia, quindi? Certamente. Scriveva Oswald Spengler in quegli stessi anni (Il tramonto dell’Occidente è del 1918) che il pensiero tecnico ha un’origine religiosa, e un’epoca irreligiosa perfettamente cosmopolita è un’epoca di decadenza.

Entrambi questi autori sono ricordati nel saggio ora dedicato da Massimo Cacciari e Roberto Esposito al Kaos (Il Mulino 2026). Due filosofi scrivono il miglior saggio di geopolitica della nostra epoca. Con buona pace di chi pensa alla geopolitica come affare di strategie militari e di intelligence.

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manifesto

Washington paga e ottiene promesse

di Emiliano Brancaccio

Partita Persia. È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Ma il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa

È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese.

Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa.

Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico.

Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali.

In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma.