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fattoquotidiano

Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile

di Alessandro Robecchi

Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.

La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.

Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.

Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.

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contropiano2

Il più grande furto nucleare della storia è fallito

di Tahar Lamri*

Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.

Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.

Poi succede qualcosa che non torna.

I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.

A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.

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italiaeilmondo

Non è vero, ma se è vero…

di WS

L’ ultimo articolo di Simplicius qui https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/

snocciola dati che fanno sempre più credere che l’ Iran stia affrontando questa aggressione U$raeliana ben più preparata di quanto fosse mai ipotizzabile prima e che i suoi aggressori, o di certo quantomeno gli U$A, ne siano rimasti sorpresi e privi di una qualche strategia che non sia una pericolosa escalation.

E infatti qui https://smoothiex12.blogspot.com/2026/04/here-is-colonel-general.html una persona competente prospetta ora l’ ipotesi strategica che fu anche la mia il 7-10-23; si fosse cioè in presenza di un “gioco triplo” in cui Israele certamente usava la reazione palestinese alle proprie provocazioni per risolvere i suoi problemi strategici cacciando i palestinesi dalla Palestina, ma che al contempo l’ Iran avrebbe poi potuto usare la reazione israeliana all’ attacco di Hamas per risolvere i propri problemi strategici cacciando gli U$A dal MO.

Se questo fosse , quello iraniano sarebbe un piano lucido e complesso finalizzato a farsi aggredire sul proprio terreno simulando una debolezza pagata col sangue delle proprie elites prima ancora che di quelle del popolo. Una mossa che ai nostri occhi di “moderni” pare assurda fino all’ impossibile, ma che è stata spesso usata in passato da élites moralmente superiori alle nostre attuali e per le quali il termine “noblesse oblige” non era allora un modo di dire usato per giustificare spese da nababbi.

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piccolenote

La follia dell'Europa in un mondo impazzito

di Davide Malacaria

I neocon vogliono un Europa nemica di Mosca e che la guerra ucraina non finisca. Così la leadership europea, che non può concepirsi se non come serva obbediente ai neocon, condanna alla canna del gas i propri cittadini

Non è un mistero che la guerra all’Iran stia provocando disastri al mondo a motivo delle restrizioni energetiche e degli altri prodotti che passano per il vitale Stretto di Hormuz. Né è un mistero che Trump sta usando questa guerra per attuare un punto del suo programma elettorale: distaccarsi dall’Europa e uscire dalla Nato.

Una prospettiva già delineata nel suo programma isolazionista, quell’America First che con l’attuale conflitto ha assunto una forma nuova, sotto steroidi. Non più un ritiro dal mondo per concentrarsi sullo sviluppo del proprio Paese e la prosperità dei cittadini americani, ma il rilancio del primato statunitense sul mondo attraverso la Forza bruta.

Nulla di nuovo, essendo la vecchia dottrina neocon declinata in altro modo: non più gli Usa come gendarme globale necessario a punire gli asseriti cattivi e a vigilare sulle Regole, ma più semplicemente il perseguimento degli interessi imperiali attraverso il mero dispiegamento della Forza.

Non che in precedenza l’Impero fosse meno brutale, ma la nuova declinazione rende obsoleto il soft power, né richiede una retorica che legittimi la Forza né ricerca il consenso, interno e internazionale, al suo esercizio; infine dichiara decaduta la pulsione verso la globalizzazione, essendo ormai evidente lo scacco irrevocabile di tale prospettiva.

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intelligence for the people

Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto

di Roberto Iannuzzi

Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese

Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.

Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.

Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.

Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.

Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.

Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.

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machina

Oltre lo stallo dell'apocalittismo

di Vando Borghi

Recensione a Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025)

Vando Borghi si confronta con le tesi sviluppate in Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025), interrogandosi sulle implicazioni dell’apparente incapacità delle scienze sociali di pensare un futuro non già interamente inscritto nel presente e nelle forme di dominio che lo strutturano. Più in generale, la riflessione si estende al rapporto che le nostre società intrattengono con il futuro.

* * * *

Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza materiale e immateriale e dell’eclisse del proprio mondo non è più il lottatore Okonkwo, abitante di un villaggio sulle sponde del Niger dal quale assiste all’imporsi di un mondo altro, quello dei missionari e degli emissari del governo britannico.

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lafionda

Quando Dio incontra la Bomba

di Vincenzo Pellegrino

Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale

C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?

Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.

 

Un sistema che si smonta pezzo per pezzo

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effimera

L’IA: il disallineamento di un paese di geni

di Giorgio Griziotti

Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale.

Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate.

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manifesto

Sigonella, Aviano, Napoli Capodichino. Così le guerre Usa si servono dell’Italia

di Antonio Mazzeo

Ciò che la Difesa non dice Il ruolo chiave assunto dalla base siciliana, ma non solo, per le operazioni militari in Iran

Nessun’altra notte di Sigonella. Quel che è accaduto la notte di tre giorni fa sui cieli siciliani non ha niente a che vedere con il confronto armato tra avieri italiani e marines Usa, il 10 ottobre 1985, all’interno della stazione aeronavale in Sicilia, dopo il dirottamento dell’aereo in cui viaggiavano gli autori del sequestro dell’Achille Lauro. Il mondo era diverso, c’era ancora la Guerra fredda e l’Italia, nonostante la partnership con Washington, interpretava un ruolo di mediazione nello scenario mediorientale, riconosciuto dalle parti.

Il divieto all’atterraggio a Sigonella di velivoli diretti in Iran che la Difesa italiana avrebbe imposto all’Aeronautica militare degli Stati uniti non condurrà di certo a una crisi nelle relazioni del governo Meloni con l’amministrazione Trump. Tropo stretti sono i legami con Washington e soprattutto mai è stato fatto mancare in queste settimane il sostegno diretto e indiretto alle operazioni di guerra Usa-israeliani. Ancora top secret il numero e la tipologia dei velivoli che si voleva far transitare da Sigonella. Gli analisti hanno tracciato il volo di 4 cacciabombardieri F-35 dei marines sullo spazio aereo della Sicilia orientale, sabato 28 marzo; lasciato il Regno Unito i velivoli hanno raggiunto il Medio Oriente dopo essere stati riforniti dagli aerei cisterna. Erano quelli non autorizzati dalla Difesa?

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piccolenote

Israele e neocon bombardano l'Iran, Vance e i negoziati

di Davide Malacaria

Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”.

L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da sembrare un sarcastico pesce d’aprile: semplicemente il presidente non sapeva più che dire ed è andato in confusione.

Probabilmente si preparava ad annunciare l’apertura di negoziati concreti, rispondendo in qualche modo, in maniera più o meno indiretta, alla lettera aperta agli americani resa pubblica nello stesso giorno – tempistica che a posteriori non sembra un caso – dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, i cui toni erano fermi, ma pacati, e nella quale apriva al dialogo, pur senza concedere nulla ai diktat statunitensi.

Le bombe israeliane hanno chiuso, almeno al momento, la finestra di opportunità. A indicare che le trattative avevano un fondamento anche l’appello lanciato ieri sera dalla Cina – che sta spingendo il Pakistan, partner privilegiato di Pechino insieme all’Iran, a impegnarsi a fondo nella mediazione – nel quale ha chiesto “la fine immediata delle operazioni militari”.

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contropiano2

Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump

di Francesco Piccioni

Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni.

Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.

Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.

Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).

Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità».

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lantidiplomatico

Il "Metodo Trump": Insider trading e speculazione sulle macerie della guerra all'Iran

di Alessandra Ciattini

Già dai tempi delle famose e belle tasse lanciate entusiasticamente da Trump molti analisti avevano notato una costante relazione tra le sue dichiarazioni e l’andamento delle borse, alimentando il sospetto, più che ragionevole, che i componenti della sua stessa famiglia e della sua cerchia più stretta, tra cui stanno anche i donatori per le campagne elettorali, avessero accesso a informazioni privilegiate, del tutto illegali, per investire o disinvestire a seconda delle decisioni prese, accaparrandosi così straordinari guadagni. Del resto, un video registrato alla Casa Bianca circa un anno fa mostra il presidente, sulla cui salute mentale ormai si esprimono apertamente molti dubbi, che loda alcuni suoi amici per i loro recenti guadagni in borsa. In particolare, in questo video si riferisce a Charles Schwad e Roger Penske i quali, entrambi organizzatori di gare automobilistiche, si sarebbero messi in tasca il primo 2.500 milioni di dollari, il secondo solo 900 milioni.

Tutto ciò si sta ripetendo con quanto sta avvenendo in seguito all’imperialistica e folle guerra non provocata degli Usa e di Israele contro l’Iran, che si sta difendendo eroicamente e in maniera notevolmente abile, mirando a far sì che il conflitto diventi economicamente insostenibile per gli spietati nemici grazie, per esempio, all’uso dei droni Shahed. Questi costituiscono una delle armi più distruttive ed efficaci, per il fatto che sono droni d'attacco unidirezionali e costano assai poco, mentre i missili necessari per abbatterli costano milioni di dollari (per es. i famosi Patriot) e le grandi produttrici occidentali di armi non riescono a costruirli nella quantità necessaria per sostituire quelli abbattuti.

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contropiano2

La ormai insostenibile ipoteca delle basi militari Usa in Italia

di Sergio Cararo

Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato.

Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.

Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.

La stessa Repubblica scrive che due ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.

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lantidiplomatico

"Dissonanza imperiale": quando la menzogna diventa l'unico pilastro del sistema

di Mario Petri

C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore, escalation militari presentate come strumenti di stabilizzazione, atti di forza descritti come necessità difensive. Il punto non è più la violenza — che appartiene da sempre alla dinamica del potere — ma la leggerezza con cui l’incoerenza viene ormai esibita come normalità.

Non si tratta più nemmeno di costruire una versione alternativa dei fatti, ma di sovrapporre piani inconciliabili senza preoccuparsi della loro compatibilità, come se il linguaggio avesse smesso di essere uno strumento di mediazione per trasformarsi in un atto di imposizione pura, una dichiarazione performativa che pretende di sostituire la realtà stessa. Ed è proprio qui che si inserisce una delle crepe più evidenti emerse nelle ultime settimane: mentre la Casa Bianca continua a parlare di “negoziati produttivi” e “progressi significativi”, le controparti negano apertamente che tali negoziazioni esistano, arrivando a definire queste dichiarazioni come costruzioni funzionali alla manipolazione dei mercati energetici.

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comuneinfo2

La guerra dei petro-monarchi del Golfo

di Tahar Lamri

C’è una frase che spiega la guerra contro l’Iran. Una sola. Donald Trump, il 27 marzo, davanti a una platea di investitori sauditi riuniti a Miami per il Future Investment Initiative – il forum finanziario dell’Arabia Saudita – parla di Mohammed bin Salman [MbS] e dice: “Non pensava che avrebbe finito per leccarmi il culo. Davvero no. E ora deve essere gentile con me”. Fermiamoci qui. Non sulla volgarità quella è stile, non sostanza. Fermiamoci sulla scena: Trump che umilia pubblicamente il principe ereditario saudita davanti ai suoi stessi uomini d’affari. Non in un’intervista, non in un comizio per la base MAGA. Lì. In quella sala.

Perché quella sala è il cuore del problema. Il Future Investment Initiative è il braccio mondano del fondo sovrano saudita il luogo dove i miliardi del petrolio si trasformano in relazioni, influenze, favori. Ed è esattamente attraverso quella macchina che le monarchie del Golfo hanno costruito, pazientemente e nell’ombra, la guerra all’Iran che volevano.

Il prezzo era già stato pagato da tempo, e in contanti. Durante il primo mandato di Trump, l’Arabia Saudita aveva versato 450 miliardi in accordi e investimenti negli Stati Uniti. Non bastava. Al ritorno di Trump alla Casa Bianca, MbS ha promesso 600 miliardi nei successivi quattro anni, cifra che Trump ha subito rilanciato pretendendo mille.

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comidad

Il fuorviante accostamento tra Israele e la Germania nazista

di comidad

Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.

Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce.

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coniarerivolta

L’impossibile trilemma: le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni

di coniarerivolta

Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.

Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.

Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?

Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta a una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.

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comedonchisciotte.org

“Le alleanze della terza guerra mondiale stanno diventando sempre più evidenti”

di Aleksandr Dugin, alexanderdugin.substack.com

L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale.

In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha fatto di questa guerra la guerra di Trump. E Trump non sta facendo marcia indietro.

Si è così formato un asse: Stati Uniti/Israele contro l’Iran. Alle altre potenze regionali viene offerta una scelta – ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi all’Iran (la Resistenza). Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Qui non c’è neutralità. Il treno è partito.

Il secondo asse: UE/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (principalmente il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev. Si tratta di una guerra molto reale e feroce, alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. Il Partito Democratico negli Stati Uniti sta promuovendo proprio questa guerra; per questo polo, l’Ucraina è la priorità.

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mondocane

Guerra che fai, resistenza che trovi

di Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/6xMaWppSb8M

Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?

Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?

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lantidiplomatico

Dalle cene di Manhattan alle bombe su Gaza: il filo nero che lega Epstein, Thiel e i Rothschild

di Fabrizio Verde

Dagli Epstein Files emergono i legami tra Peter Thiel, la famiglia Rothschild e l'apparato militare israeliano. Un'impresa criminale globale che dalla finanza è arrivata a fornire gli algoritmi per il massacro di Gaza

Nel febbraio del 2016, un periodo in cui i riflettori del mondo iniziavano a illuminare le zone d’ombra di Jeffrey Epstein, quando il finanziere scriveva una email a Peter Thiel. Non chiedeva consigli sulla Silicon Valley, né offriva affari leciti. Voleva sapere se il suo essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali per lo scandalo sessuale con una minorenne e il principe Andrea potesse spaventare l’uomo più potente della tecnologia statunitense. "La mia cattiva reputazione ti fa riflettere?", chiese Epstein.

La risposta di Thiel, oggi uno dei più spietati oligarchi tecnologici alleati di Donald Trump, fu una pietra tombale gettata sopra ogni parvenza di morale. "Se mi facessi intimidire dalla cattiva stampa, non sarei arrivato da nessuna parte nella vita", scrisse. Per poi aggiungere: "Spero che tu stia resistendo e che questo ciclo non vada oltre".

Non è andato oltre. Quello che è emerso dai milioni di pagine dei cosiddetti "Epstein Files" rilasciati dal Dipartimento di Giustizia è la fotografia nitida di un capitalismo criminale che non conosce confini, imbarazzo o ritegno. È la storia di come un mostro sia diventato il collante tra un miliardario della tecnologia e l’apparato di sicurezza di uno Stato straniero, un intreccio che oggi si traduce in bombe sganciate su bambini, grazie all’intelligenza artificiale fornita da Palantir, l’azienda di Thiel.

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linterferenza

Il movimento ” No Kings” e l’americanizzazione della sinistra italiana

di Gerardo Lisco

Basta poco, oggi, perché una parte della sinistra italiana si senta chiamata alla mobilitazione. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello del movimento “No Kings”, nato negli Stati Uniti come forma di protesta contro le politiche della presidenza di Donald Trump. Un nome evocativo, che richiama i valori della guerra d’indipendenza del 1776 e l’opposizione a ogni forma di potere percepito come arbitrario. Eppure, nel passaggio dal contesto americano a quello italiano, quel richiamo perde gran parte della sua specificità e viene rapidamente adattato al dibattito interno, fino a diventare l’ennesimo segnale di un presunto rischio autoritario domestico. È una dinamica ormai ricorrente: categorie, simboli e mobilitazioni nati altrove vengono importati e reinterpretati senza un reale lavoro di mediazione.

Più che dire qualcosa sugli Stati Uniti, questo meccanismo rivela molto sulla trasformazione della cultura politica della sinistra italiana. Il punto, infatti, non è tanto il movimento “No Kings” in sé, quanto ciò che esso rappresenta: un ulteriore tassello nel processo di americanizzazione del lessico, delle categorie e dei riferimenti politici. Un processo che in Italia appare più marcato rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia o Spagna, dove le tradizioni politiche nazionali hanno mantenuto una maggiore capacità di resistenza. In Italia, al contrario, la fine della Prima Repubblica ha segnato non solo la crisi dei partiti, ma anche la dissoluzione delle culture politiche che li sostenevano: quella comunista, socialista, cattolico-democratica e laica.

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contropiano2

L’errore di calcolo del secolo; l’avventura di Trump in Iran

di Vijay Prashad

Nel giugno dello scorso anno, gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato gli impianti di energia nucleare e di ricerca nucleare dell’Iran per dodici giorni. Dopo alcuni giorni, le due potenze belligeranti – che non disponevano dell’autorizzazione delle Nazioni Unite per questa guerra di aggressione – hanno aperto le porte a un cessate il fuoco.

In quel momento, credendo che ciò potesse benissimo servire come base per una negoziazione completa, il governo iraniano guidato dalla Guida Suprema Ali Hosseini Khamenei accettò i termini stabiliti: la fine immediata degli attacchi e l’assenza di escalation.

I lanciamissili tacquero, ma l’accordo era molto fragile. Non c’era un accordo di pace a lungo termine, né meccanismi vincolanti di attuazione o monitoraggio, né un accordo sulle questioni nucleari, né un accordo per porre fine agli atti di sabotaggio e agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Non si trattava della fine della guerra imposta dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran, ma solo di un accordo per interrompere una battaglia. Khamenei descrisse l’aggressione di Stati Uniti e Israele come futile e affermò che essi “non avevano guadagnato nulla“, dichiarando al contempo che l’Iran aveva imposto un cessate il fuoco e “non si sarebbe mai arreso“.

L’Oman ha una reputazione decennale come mediatore neutrale tra Iran e Stati Uniti (con la presenza discreta di Israele dietro le quinte).

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gazzettafilosofica

In cerca di regole

di Adelino Zanini

Un’analisi delle politiche economiche internazionali e della guerra come possibile esito delle logiche finanziarie globali. Tra epica, tragedia, ragionevole utopia

Un’età non più epica, certamente tragica

Il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lucarelli (Il tempo di Ares. Politiche interna­zio­nali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori Università, Milano, 2025) non è so­lo allusivo, è anche esplicativo. Ricorre, con intenzione teorica dichiarata, all’epica greca, a figure che informano paradigmi fonda­tivi della grande cultura occidentale. Basti leggere i titoli dei tre capitoli che co­stitui­scono il breve libro: oltre ad Ares, in essi s’invocano Ermes e Pan. La nascita del primo è segnata dal conflitto: dio della guerra, egli rappresente­rebbe i tempi odierni. Dei quali Ermes, liberatore di Ares, mes­saggero degli dèi e scal­tro dio dei commerci, prefigurerebbe gli intrighi, poiché ingegno, elo­quenza e per­suasione si sono spinti sino alla “astuzia” dello scambio ine­guale glo­ba­lizzato. In­fine, il dio-capro, Pan – secondo l’interpretazione di Károly Ke­ré­nyi, prima, e di James Hillman, poi –, il quale, sebbene sia per molte ragioni avvicinabile ad Ares, potrebbe dare un significato al “trauma”, in modo tale che l’odierno tempo della paura e del “panico” potesse far na­scere una con­sape­volezza assente nel tempo della guerra. In­somma, una mi­sura.

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sinistra

Qualche riflessione sull’Iran e su di noi

di Flavia

Perché è così maledettamente difficile schierarci incondizionatamente a fianco dell’Iran? Perché non riusciamo a solidarizzare con l’Iran “senza se e senza ma?” Perché nelle ultime manifestazioni è difficilissimo trovare una bandiera iraniana o uno slogan di solidarietà contro l’aggressione al paese? Mai come adesso anche i più radicali antagonisti o internazionalisti sollevano rischi di “campismo” o mettono in guardia sui pericoli di semplificazioni, terzomondismi o poca sensibilità alle condizioni delle donne nel paese. Ma magari c’è dell’altro.

La nostra solidarietà ai popoli oppressi è quasi spontanea quando è in assenza di una loro reazione, tanto più se non violenta e brutale; ma se lo diventa iniziamo a sollevare perplessità e distinguo. Facendo un esempio relativamente recente sulla Palestina: fino a quando le reazioni dei palestinesi si sono limitate alle diverse Intifade ci veniva automatico solidarizzare con gli eroici lanci di pietra dei ragazzini della Cisgiordania ma già con il 7 ottobre quella solidarietà ha iniziato a vacillare. La reazione passava dai sassi alle mitragliatrici e la nostra empatia ha iniziato a vacillare.

La nostra solidarietà contro l’aggressione imperialista all’Iran rischia di essere ancora più ostica e condizionata. L’Iran è sì un paese aggredito ma è anche uno Stato teocratico e patriarcale, schierarci in sua difesa vorrebbe dire appoggiarne la struttura reazionaria e conservatrice. Così la pensano tanti compagni anarchici e tante compagne femministe; salvo - poi - non solo cadere nei tanti luoghi comuni costruiti ad arte della propaganda occidentale ma soprattutto ignorare che si aggredisce lo Stato iraniano, ancor prima che per colpirne gli Ayatollah, per colpire e assoggettarne la popolazione e per depredarne le risorse. E quindi lo slogan “Giù le mani dall’Iran!” è tutt’altro che campista o semplificatorio.

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militant

Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico

di Militant

Su Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni politiche del presente

Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po’ inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che corrono, ovviamente. Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico, dei suoi alleati.

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ilpungolorosso

“No Kings” a Roma: buona la partecipazione, ma c’è una questione di fondo da chiarire

di Il Pungolo Rosso

Molte migliaia di manifestanti, molte di più di quanto dichiarato dalla Questura, sono scesi sabato a Roma da Piazza della Repubblica fino a San Giovanni per poi salire sulla tangenziale. Un fatto positivo questa partecipazione alla chiamata dei “No Kings”, che aveva un respiro internazionale essendo partita dagli Stati Uniti.

A Roma questa nuova mobilitazione di massa ha visto partecipare centinaia di associazioni, reti sociali, organizzazioni politiche, movimenti, centri sociali e la Cgil, con esponenti politici e sindacali dell’opposizione di centro sinistra (Landini, Bonelli, Fratoianni, I. Salis, qualche deputato e senatore del M5S e del Pd).

Pur avendo deciso di non aderire all’iniziativa, abbiamo osservato attentamente l’andamento della giornata, perché ci è estranea l’attitudine indifferentista di mettersi alla finestra a contemplare “a che punto è la notte”. Nel pieno di una terza guerra mondiale “a pezzi”, ma a pezzi sempre più collegati tra di loro, per chi si muove in un’ottica di classe vanno scrutati con attenzione tutti i segnali di attivizzazione delle masse. Una attivizzazione che in Italia è stata incoraggiata, nelle ultime settimane, dalla batosta subita dal governo in carica con il No al Referendum.

Pur non essendo quella una nostra vittoria, è ovvio, siamo contrari a ridurla a un’eterodirezione dei PD, AVS, M5S o CGIL su masse totalmente informi. Tocca a chi si muove su una prospettiva di classe, approfittare del momento di difficoltà del governo Meloni, per lavorare alacremente a rovesciargli contro la disponibilità a scendere in campo di settori di massa, e a farlo sul terreno meno congeniale al riformismo e all’opportunismo: la piazza e i cancelli dei magazzini e delle fabbriche.

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giubberosse

Prigionieri di Patton

di Enrico Tomaselli

Le guerre sono un processo evolutivo. Non solo perché, quasi sempre, è nel corso di un conflitto che la ricerca di soluzioni tecnologiche subisce una accelerazione, e questo soluzioni poi si riverberano nella normale vita civile, ma proprio in sé: la guerra, come fenomenologia, si evolve, sia nel corso della storia – com’è ovvio – sia nel corso di una specifica guerra. Un esempio perfetto è il conflitto in Ucraina, iniziato in determinato modo – con caratteristiche operative e tattiche di un certo tipo – e poi successivamente evolutosi, con progressivi cambiamenti tecnologici che si sono riflessi sulle modalità stesse del combattimento. Questa evoluzione è particolarmente marcata, nella guerra russo-ucraina, ed evidenzia – tra le altre cose – quanto sia rilevante la capacità di adattamento all’innovazione, che si applica non solo sul piano tattico, ma investe l’intera infrastruttura materiale e dottrinaria del combattimento. Quindi velocità nel recepire il valore dell’innovazione, nell’implementarla e svilupparla ulteriormente (ricerca e produzione industriale), nell’adattare l’organizzazione militare e le modalità di combattimento, etc.

Nel caso della guerra ucraina, il fattore evolutivo fondamentale è stato l’utilizzo dei droni, ed in particolare dei cosiddetti FPV (First Person View), cioè piccoli apparecchi guidati direttamente da un operatore che lo pilota da remoto, e che hanno un impatto radicale rispetto al movimento offensivo, rendendo estremamente difficile la concentrazione di forze necessaria. Da questo punto di vista, anche se la Russia ha saputo adattarsi al cambiamento, ed ha fatto poi prevalere la sua soverchiante capacità produttiva e di sviluppo, indubbiamente oggi le forze armate ucraine sono tra le più capaci nella conduzione di questo tipo di guerra.

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cambiailmondo

Guerra e recessione

di Alessandro Volpi

Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi. Per evitare la fuga dal dollaro e trovare compratori del debito devono obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta Usa. Una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default.

In questa ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva, persino a costo di una recessione vera e propria. Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia.

In questo senso, gli Usa devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai paesi europei che ne hanno una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia.

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linterferenza

Cos’è un gatekeeper?

di Andrea Zhok

Un gatekeeper (letteralmente guardiano del cancello) è chi incanala le energie di protesta o rivolta di una collettività indirizzandola verso obiettivi innocui o fittizi. Questa definizione mi è venuta in mente guardando alla manifestazione “No Kings” in Italia (ma non solo).

Dico subito che è importantissimo che molte persone abbiano preso l’iniziativa di farsi sentire e di scendere in piazza per esprimere un dissenso, un disagio, una protesta. So per certo che molti hanno partecipato mossi da una sacrosanta indignazione contro il genocidio palestinese, contro la diffusione di uno spirito bellicista e orizzonti di guerra. Mi pare una bella cosa e dunque sono lontano anni luce dal criticarli. Ma un elemento di cautela è necessario.

La manifestazione si muove sotto uno slogan guida, una parola d’ordine: “No Kings”. Che diavolo vuol dire? Perché è stato scelto questo slogan? Si tratta di uno slogan di importazione da proteste antitrumpiane avvenute negli USA. E la prima domanda che emerge è: perché dobbiamo andare a traino di una protesta che legittimamente alcuni cittadini statunitensi hanno mosso al loro presidente? Non ce la si faceva a usare uno slogan in italiano e mirato a un obiettivo italiano?

E qui emerge un’aggravante. Se si fosse protestato per qualcosa di preciso: contro il riarmo forzoso, contro il nostro coinvolgimento obtorto collo in guerre che non ci riguardano (ma di cui paghiamo le conseguenze), contro l’aggressione unilaterale israelo-statunitense all’Iran, o altro, un sacco di pupazzi travestiti da opposizione parlamentare non si sarebbero potuti presentare in piazza.

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metis

Giro di boa

di Enrico Tomaselli

Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto indifferente a quel che pensano gli stati vassalli e quelli nemici, tanto meno quelli non allineati. Ne è un segnale inequivocabile la sostituzione della diplomazia con l’esercizio dell’inganno e della manipolazione, non a caso appaltata a una coppia di affaristi, senza alcuna competenza né conoscenza.

La vittoria è perciò sostanzialmente la narrazione che andrà venduta al popolo americano per evitare crisi di rigetto, almeno fintanto che alcune forme di democrazia verranno mantenute.

La questione, quindi, non è più come finirà la guerra – chi la vince e chi la perde – quanto piuttosto quando, e quali saranno le condizioni implicite ed esplicite che accompagneranno la fine.

Ovviamente, se l’ipotesi su accennata è valida, ciò significa che – in effetti – non si tratterà di una fine, ma di una sospensione. Se gli americani si chiamano fuori, indipendentemente da ciò a cui si appelleranno per farlo, ne consegue che non ci sarà alcun negoziato, né quindi alcun accordo.