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La macchina del privilegio non ha sterzo, retromarcia e freno
di comidad
L’ex analista della CIA Larry Johnson ha affermato che l’unica spiegazione plausibile del viaggio a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, è quella che si sia trattato di andare a recuperare le salme di appartenenti all’agenzia che sono caduti nei combattimenti in Ucraina. Un dettaglio che conferma questa ipotesi è quello delle dimensioni del Boeing che ha portato Ratcliffe a Mosca; si tratta infatti di un velivolo militare in grado di reggere carichi pesanti come i carri armati, quindi anche il peso di un certo numero di bare. Un ulteriore dettaglio a sostegno dell’ipotesi dell’operazione umanitaria, è la contestuale presenza a Mosca di un diplomatico del Vaticano, che potrebbe aver svolto un ruolo di trattativa presso il ministero degli Esteri russo per favorire il rilascio delle salme degli agenti della CIA, in modo da restituirle alle loro famiglie. La presenza massiccia di personale CIA in Ucraina non è una supposizione, bensì un dato di fatto più volte riferito dalla comunicazione ufficiale, spesso legata alla stessa CIA, come il quotidiano New York Times; in Italia la principale agenzia di stampa, l’ANSA, ha ripreso con dovizia di dettagli le notizie sul radicamento della CIA in Ucraina fin dal 2014 (anche se c’è una documentazione desecretata che fa risalire la penetrazione della CIA in Ucraina addirittura agli anni ’50). Del resto non sarebbe realistico ritenere che, con un numero così elevato di addetti all’intelligence dislocati sul campo, la CIA non abbia dovuto subire delle perdite in Ucraina. Certo, si tratta di bazzecole rispetto ai milioni e milioni di soldati russi morti di cui ci narrano i nostri media.
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Il masochismo programmatico del “campo largo”
di Mauro David*
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese“. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
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L'imminente fallimento dell'Operazione per gli emarginati economici
di Jeffrey Sachs e Sybil Fares - Al Jazeera
La scorsa settimana il Pakistan ha annunciato che non si atterrà alle ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran e che continuerà a intrattenere rapporti commerciali con il Paese confinante. La notizia è arrivata pochi giorni dopo che la Cina aveva rilasciato una dichiarazione simile.
Le sanzioni annunciate dal segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent il 24 agosto nell’ambito dell’“Operazione Economic Outcast” dovrebbero essere “le sanzioni più severe della storia”, volte a imporre “il più grande isolamento economico coordinato nella storia del mondo”.
In precedenza, il presidente Donald Trump l’aveva definita in un post sui social media «il D-DAY ECONOMICO». Aveva promesso «enormi conseguenze economiche» per qualsiasi nazione che avesse offerto all’Iran «qualsiasi tipo di sostegno».
Sei mesi di bombardamenti e di blocco navale da parte degli Stati Uniti non hanno portato a nessuna vittoria per gli Stati Uniti, quindi il piano ora è quello di ridurre l’Iran alla capitolazione attraverso la fame. Il nuovo approccio è illegale, crudele e fallirà per diversi motivi.
Per cominciare, c’è la lezione della storia. Le sanzioni economiche non fanno cadere i governi determinati a sopravvivere ad esse. Sì, le sanzioni possono impoverire le popolazioni, rafforzare i servizi di sicurezza che controllano il contrabbando e fornire alla nazione presa di mira un punto di aggregazione fondato sulla malizia degli Stati Uniti. Ma non rovesciano i governi.
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Extraprofitti intoccabili: la presa in giro del governo Meloni sui giganti dell'energia
di Alessandro Volpi
Una clamorosa presa in giro, davvero inaccettabile.
Mentre l’Italia del 2026 barcolla sotto i colpi di un’inflazione energetica che ha spinto l'indice dei prezzi al consumo verso un pesante 2,8%, con un incremento del prezzo del gas nel mercato tutelato del 22% e dell'elettricità del 15% in sei mesi, il divario tra chi accumula ricchezza e chi fatica a sopravvivere si è trasformato in un abisso etico prima ancora che economico.
La chiusura dello stretto di Hormuz e le strozzature nella raffinazione hanno innescato un incendio nei mercati, ma a soffiare sulle fiamme è stata anche una speculazione finanziaria cinica che, nei primi mesi dell’anno, ha gonfiato i listini del gas e dei carburanti di una percentuale superiore 25% basata solo sulle scommesse algoritmiche, ben prima che sulla scarsità fisica di materia prima.
In questo scenario di crisi, i giganti del comparto energetico come ENI hanno registrato utili netti con crescite mostruose che sfiorano il 511% in un solo trimestre, accumulando miliardi di euro di extraprofitti mentre la famiglia media italiana si trova a fronteggiare una stangata annua di quasi 1000 euro.
La risposta del governo Meloni, tuttavia, appare drammaticamente insufficiente e intrisa di una profonda ingiustizia sociale, a partire dalla scelta di dilapidare oltre 2 miliardi di euro in sussidi per il gasolio erogati in modo indiscriminato.
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Trump chiama Putin (e non Zelensky)
di Davide Malacaria
Kiev è rimasta ferma nel suo rifiuto di accedere a un negoziato, da cui la distanza con Washington. D'altronde tale rigetto è evidente dalle dichiarazioni di Zelensky, attualmente concentrate sulla richiesta di difese aeree, in particolare Patriot
La notizia della telefonata di Trump a Putin in realtà ne nasconde anche un’altra: non ha chiamato Zelensky, smentendo tutte le anticipazioni che davano per certo che, ricevuto il rapporto sulla visita di Witkoff e Kushner a Kiev e Mosca, il presidente americano avrebbe contattato sia l’uno che l’altro. E anche se decidesse di telefonargli stasera o domani, il ritardo risulterebbe comunque significativo (atto dovuto, obtorto collo).
Ciò segnala che Kiev è rimasta ferma nel suo rifiuto di accedere a un negoziato, da cui la distanza con Washington. D’altronde tale rigetto è evidente dalle dichiarazioni di Zelensky, attualmente concentrate sulla richiesta di difese aeree, in particolare Patriot.
Richiesta che gli stolidi rappresentanti dei Paesi europei hanno accolto, destinando parte dei 90 miliardi di euro (90 miliardi…) concessi in prestito a Kiev all’acquisto di Patriot americani, rimpinguando in tal modo il complesso militar-industriale Usa con soldi che avrebbero dovuto essere investiti nel mercato delle armi europee.
Al di là dell’attivismo dei guerrafondai europei, va sottolineato che Trump e Putin hanno parlato per un’ora e affrontato tematiche più o meno usuali: concordare sulla necessità di porre fine la guerra, di ripristinare le relazioni bilaterali, ribadire che l’idea di un’aggressione russa all’Europa è una bufala etc. Insomma, nulla di nuovo, anche se Rubio, oltre a rilanciare la possibilità di una ripresa dei negoziati, ha parlato di “nuove idee” per la risoluzione del conflitto.
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Torna il nazismo: niente più guerra alla Russia
di Emanuele Maggio
Se quest’ultima frase non vi suona, se non vi tornano i conti, forse state utilizzando categorie interpretative leggermente fuori fuoco.
7 Settembre 2026
Questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor. Ho trovato i giornali invasi da una parola che credevamo sconfitta dalla storia: nazismo.
È tornato il nazismo in Europa, è tornato il nazismo in Germania!
Si salvi chi può.
Estrema Destra, Ultra Destra, Super Destra, SuperMega Destra, SuperTurboMegaUltra Destra.
Non sanno più che parole usare per spaventarvi.
E voi, razza di pantofolai borghesi, non vi spaventate. Andate persino a mare disertando il fronte ucraino, con il corpo e con la mente, come ha lamentato il sionista Fassino, gli occhi suoi intrisi di pianto. Non piangeva così tanto dall’ultima volta che scoprì di “avere una banca”.
Ma vi rendete conto? Con la vittoria di AfD in Germania si potrebbe persino evitare la Terza Guerra Mondiale. Non succedeva qualcosa di così grave (la pace) dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La redazione di Repubblica con le mani nei capelli, Propaganda Live in lutto, Zerocalcare sconvolto perché la cosa lo devasta.
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AFD: Ambizione Frustrata da (sicura) Delusione
di Alessio Mannino
Piccolo vademecum per uscire vivi dall’alluvione di analisi sul trionfo di Alternative für Deutschland nel Land di Sassonia-Anhalt.
- La vittoria di Afd è prima di tutto la sconfitta della Cdu del grigio Friedrich Merz, ex Blackrock, perdente nato, resuscitato per manifesta inadeguatezza media della classe dirigente di un partito che ha governato sempre, da guida o da secondo, nelle “grosse coalizioni” degli ultimi decenni. Uno che all’indomani della batosta non ha trovato meglio da dire che non c’è stato, sic, “accesso emotivo” con gli elettori. Un cretino politico come pochi.
- Il Land in questione è proprio in mezzo all’ex Ddr, la Germania est, che dall’unificazione con l’ovest sta messa molto peggio del nostro Mezzogiorno (a proposito: che fine ha fatto, questa parola?). Si tratta del principale bacino elettorale dell’Afd. Il risentimento popolare, lì, viene da lontano: deindustrializzazione, depressione economica, disoccupazione giovanile ecc.
- Le parole d’ordine vincenti dell’Afd sono quelle della destra neo-nazionalista un po’ in tutta Europa: anti-immigrazionismo, ostilità allo Stato sociale, orgoglio nazionale ferito da rammendare appellandosi a un sentimento patriottico vissuto in modo vittimistico e rancoroso. Ma risultano vincenti perché, nell’ultimo periodo storico, le altre fazioni politiche si sono abbandonate con una certa lascivia all’elogio della globalizzazione e dell’abbattimento delle frontiere, hanno smontato loro per prime il welfare, hanno abbracciato una supponente cultura da ditino puntato, nel discorso comune passata come woke.
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Il “Minsky moment”: quando la finanza prepara la crisi
di Fabrizio Pezzani
Hyman Minsky è stato uno degli studiosi più illuminati del secolo scorso, per la versatilità e l’originalità delle sue intuizioni nel campo dell’economia e della finanza. Ma le sue idee erano troppo pericolose: mostravano quanto il capitalismo finanziario fosse intrinsecamente instabile e soggetto al dominio di una speculazione tanto pervasiva quanto potenzialmente suicida. Il suo pensiero venne così a lungo oscurato, salvo essere recuperato oggi, quando i fatti sembrano dargli ragione.
L’eretico Minsky metteva in discussione la razionalità dei modelli economici e finanziari che ignoravano l’intrinseca instabilità del capitalismo finanziario. Attraverso una rilettura del Trattato di John Maynard Keynes, evidenziava che “è il sistema finanziario a regolare, in senso espansivo o restrittivo, l’andamento degli investimenti. La morale del messaggio keynesiano è che il sistema finanziario governa l’andamento dell’intera economia” (Hyman Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, 1975).
Minsky osservava come i mercati finanziari – e, in particolare, il ruolo delle banche nel concedere o meno prestiti – e la non neutralità della moneta producessero intrinsecamente oscillazioni e instabilità. L’instabilità finanziaria presenta infatti un andamento ciclico. Le fasi di andamento positivo inducono ad assumere posizioni di rischio e di debito sulla base di aspettative più emozionali che razionali – le aspettative non sono conoscenze, anche se fa comodo pensarlo – e rendono progressivamente più fragili gli stati patrimoniali delle imprese e delle banche, esponendoli a crisi finanziarie sempre più intense, fino alla formazione di bolle potenzialmente disastrose.
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Il caso Ranucci e la questione woke
di Giuseppe Giannini
I dibattiti intorno al caso Ranucci e la questione woke contraddistinguono l’arretratezza culturale di un Paese in perenne campagna elettorale. Temi e figure, che diventano segni di identificazione, feticci da sbandierare, opportunisticamente, ma che nella pratica sono divisivi.
Soprattutto per chi, preso dalle difficoltà materiali, sa di essere stato per troppo tempo abbandonato da una parte politica e sindacale, ed oggi paga l’involuzione sociale e civile dell’Italia. L’imbarbarimento dei costumi, il clima d’odio, la mancanza di appartenenza. Isolati all’interno del mondo globalizzato, che corre veloce e non aspetta. Proiettati in una dimensione altra, quella virtuale dei social, come via di fuga dal quotidiano insopportabile, in cerca di accettazione, ma anche come occasione dove tutto il risentimento accumulato prende forma. In mancanza di tangibili punti di riferimento - le ideologie - idonee ad indicare la direzione, i singoli, massificati nel consumo, alienati nelle esistenze, incapaci di trovare una narrazione credibile cercano riparo, spesso, inseguendo personalità in grado di sopperire al vuoto di una società sempre più instabile.
Nell’assenza della politica come arte del possibile, di figure autorevoli (gli intellettuali), ecco che emergono, oltre le proprie possibilità e reali volontà, altri soggetti. Solo che queste persone, del tutto rispettabili per le competenze e l’onestà, hanno ruoli e responsabilità diverse.
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Il business della guerra sbarca a Roma: Fëdorov e i miliardi sulla pelle del popolo ucraino
di Fabrizio Poggi
1 settembre. Cominciano a delinearsi un po' più apertamente le linee operative del “giovanilismo innovativo” dell'ex ministro della guerra nazigolpista Mikhail Fëdorov, ora “consigliori” del ministro italiano Guido Crosetto.
Se un paio di settimane fa pareva implorare che Kiev «ha urgente bisogno di un piano per porre fine al conflitto», ecco che ora, dagli Stati Uniti, lancia piani e progetti alla cui base sta proprio la continuazione della guerra per almeno altri due-tre anni. Intervistato dal Financial Times, Fëdorov ha presentato un piano che prevede la creazione di un fondo sovranazionale tecnico-militare orientato a una prolungata guerra di posizione contro la Russia. Ovviamente, da diligente ukronazista, addossa ogni responsabilità al Cremlino, sostenendo che sia proprio Moskva a pianificare di prolungare il conflitto in Ucraina per altri due o tre anni. Questo, proprio quando Vladimir Putin afferma che la guerra si sta avviando alla conclusione.
I piani dell'industria militare euroatlantista sono però diversi e l'analista Nikita Volkovic osserva su Ukraina.ru che, di fatto, Fëdorov parla di questi ulteriori due-tre anni da vero e proprio uomo d'affari: tre anni di guerra sono il minimo temporale necessario per assicurarsi un ritorno finanziario vantaggioso, durante il quale gli investitori occidentali avranno il tempo di finanziare, testare e capitalizzare su un'intera costellazione di startup militari.
In sostanza, Fëdorov punta a uno scambio militare su scala globale. Offre alle agenzie di difesa e ai colossi del capitale di rischio di tutto il mondo una soluzione preconfezionata: l'Ucraina si impegnerà a creare un esercito di droni robotici completo per gli Stati Uniti e a trasferire al Pentagono le sue esclusive innovazioni tecnologiche.
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L’autorganizzazione artificiale
di Francesco Piccioni - Zachary Basu
Alcuni recenti sviluppi dell’intelligenza artificiale “made in Usa” – quella cinese ha seguito altre logiche, sfornando altri modelli – ripropongono molto concretamente l’antica contraddizione tra ciò che si può fare e ciò che conviene fare, ovvero su cui si ha il controllo sia nell’immediato che nei passi successivi.
Si possono fare miliardi di esempi su scoperte o invenzioni il cui uso immediato è sembrato “fichissimo” ma che si sono rivelate ben più che problematiche una volta che si sono moltiplicate e diventate “un sistema di vita”.
E’ il caso, per stare terra terra, dell’invenzione della plastica – un derivato del petrolio, dalla flessibilità pressoché assoluta – che è ora diventato un inquinante mortale per il ianeta (dunque anche e soprattutto per l’umanità).
E ancor più chiaramente della fissione nucleare, processo fisico fondante sia la bomba atomica che la produzione controllata (insomma…) di energia, che ha dato per un breve attimo la superiorità militare assoluta agli Stati Uniti per diventare poi “mutua distruzione assicurata” con l’arrivo dell’ex Unione Sovietica agli stessi risultati e poi un confuso (pericolosissimo) “livello di deterrenza assoluta” con la moltiplicazione degli Stati in grado di costruirla.
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Dalla bandiera rossa a quella verde e gialla: Lula e la costruzione del nazionalismo di sinistra in Brasile
di Leandro Alvarez De Lorenzo*
Il governo di Lula da Silva sta sperimentando una delle più grandi trasformazioni ideologiche nella storia della sinistra brasiliana. Dalla campagna presidenziale del 2022 ad oggi, il Partito dei Lavoratori (PT) si è prefissato l’obiettivo di sfidare il controllo di Bolsonaro sui simboli nazionali: la bandiera, l’inno nazionale, la nazionale di calcio e la rivendicazione della sovranità nazionale. In questa campagna, quest’ultimo tema è diventato un asse centrale per Lula: la costruzione di un nazionalismo sovranista, antimperialista e di giustizia sociale.
Una storia di nazionalismo imperiale, militarista e anticomunista
Non è mai stato facile per la sinistra brasiliana abbracciare il nazionalismo. A differenza di altri paesi latinoamericani come Argentina, Messico e Venezuela, i cui processi di indipendenza furono legati a movimenti rivoluzionari, la conquista della sovranità da parte del Brasile è sempre stata connessa a una storia imperiale: quella di un re come Giovanni VI che, dopo le invasioni napoleoniche, stabilì la sua corte a Rio de Janeiro, e in seguito, suo figlio Pietro I si ribellò agli ordini di Lisbona e costruì l’Impero del Brasile che dominò la regione per tutto il XIX secolo.
Nel XX secolo, il nazionalismo in Brasile divenne una roccaforte delle élite e dei militari.
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Come il sionismo ruba le elezioni (in video)
di Marco Consolo
L’industria della disinformazione digitale e della manipolazione elettorale è relativamente nuova: un settore giovane e innovativo… dedito a distorcere la realtà e spargere propaganda on line. Una florida industria clandestina capace di interferire nelle elezioni e manipolare il dibattito pubblico, che ha trovato in America Latina un terreno particolarmente fertile. I suoi clienti sono, in generale, direttamente Stati, mercenari al soldo di governi, o clienti privati che preferiscono operare nell’ombra, dove la morale non conta e i pagamenti non lasciano traccia.
La denuncia video del The Guardian
Sul fronte della manipolazione elettorale, una documentata denuncia arriva dalla testata britannica The Guardian e da Forbidden Stories, che hanno deciso di seguire una pista lunga sei mesi. Tre giornalisti – Gur Megiddo di TheMarker, Frédéric Métézeau di Radio France e Omer Benjakob di Haaretz – si sono finti consulenti di un fantomatico uomo d’affari intenzionato a ritardare le elezioni in un grande Paese africano. Spacciandosi per clienti interessati ai servizi di una misteriosa impresa informatica israeliana, hanno scoperchiato l’esistenza di una struttura clandestina di contrattisti di Tel Aviv, nota come Team Jorge: una specie di agenzia di marketing politico globale, specializzata in hackeraggi, propaganda e manipolazione elettorale su scala planetaria.
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Sulla resa dei curdi siriani al terrorista riciclato Al-Jolani
di Vincenzo Brandi
Si è appreso nei giorni scorsi che i Curdi siriani, rinunciando a costruire la tanto decantata entità democratica, femminista, indipendente del Rojava, hanno deciso di aderire al nuovo stato siriano governato dall’ex terrorista dell’ISIS e di Al-Qaida Al-Jolani, di sciogliere le proprie milizie nel nuovo esercito siriano e di riconsegnare al governo siriano i pozzi di petrolio siriano che avevano gestito insieme alle truppe USA.
Chi scrive è stato in anni passati un sostenitore della causa curda. Sono stato varie volte nel Kurdistan settentrionale entro i confini della Turchia, parlando con simpatizzanti del PKK (il partito dei Lavoratori Curdi, di ispirazione marxista-leninista e comunista) e con militanti sotto copertura.
Cominciò a sorgermi qualche dubbio quando i compagni ed amici curdi con cui parlavo cominciarono a lodare gli USA, e poi anche Israele, per la loro azione contro l’Iraq di Saddam, che permise alla fine la secessione dei Curdi dell’Iraq settentrionale.
Successivamente si è verificato l’ambiguo comportamento dei Curdi del Nord della Siria, in buona parte provenienti dalla Turchia, accolti in Siria, e divenuti cittadini siriani grazie all’atteggiamento favorevole tenuto dal partito socialista Baath, al potere in Siria, e del Presidente Bashar Al Assad.
Lo stesso capo carismatico dei Curdi, Ocalan, è stato per anni rifugiato e ospite in Siria sotto la protezione del Baath, e del padre di Bashar, Hafez Assad.
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Gli islandesi non si fanno incantare dalle sirene europeiste. Vince il No al referendum
di Sergio Cararo
Il popolo islandese ha detto no ai negoziati per l’adesione all’Unione europea. Con il 52,8% contro 47,2%, gli elettori islandesi ha nuovamente respinto l’idea di riavviare il processo di adesione, sospeso già nel 2013.
Il referendum non era un voto diretto sull’adesione all’UE, ma, di fatto, gli islandesi non si sono fatti incantare dalle sirene “europeiste” negando alla Ue di poter aggiungere un altro tassello al proprio mosaico di controllo su tutta l’Europa.
Neanche l’aver agitato il fantasma delle minacce di Trump sulla regione artica ha invogliato gli islandesi ad aggregarsi alle Ue, anche se le concionerie di Trump, che in alcune occasioni ha anche confuso la Groenlandia con l’Islanda, hanno messo in evidenza la crescente importanza di una regione cruciale per gli equilibri geopolitici nell’Artico.
Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la postura degli Stati Uniti doveva rafforzare l’argomento secondo cui il Paese sarebbe più al sicuro all’interno dell’Unione.
La campagna referendaria è stata invece dominata dalle divergenze che da anni plasmano il dibattito islandese sull’adesione all’UE: la sovranità, il modello economico del Paese e il controllo della pesca e dell’agricoltura rispetto alle ingerenze europee.
L’Islanda aveva già dimostrato la propria dignità durante la crisi bancaria del 2008. Il 7 ottobre 2008, mentre i mercati finanziari globali sprofondavano nel panico dopo il collasso della Lehman Brothers, il governo dell’Islanda decretava la nazionalizzazione delle principali banche del paese, i cui attivi, dopo un periodo di deregolamentazione e rapida espansione, avevano raggiunto una dimensione equivalente a 10 volte il totale dell’economia nazionale.
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Il fantasma diligente
di Francesco Coniglione
La questione, posta nei termini più brutali, sembra semplice: quando un articolo viene scritto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, chi ne è davvero l’autore? L’uomo che ha fornito le idee, oppure la macchina che le ha distese sulla pagina? La domanda è legittima, ma rischia di essere mal formulata. Presuppone infatti che la scrittura sia un atto unitario, compatto, indivisibile, mentre chiunque abbia scritto qualcosa di appena più complesso di una lista della spesa sa bene che essa è, al contrario, un processo stratificato: intuizione, scelta del tema, architettura, sviluppo, argomentazione, documentazione, stile, revisione, taglio finale. L’autore non coincide sempre con la mano che scrive. Talvolta coincide con la mente che orienta.
Il paragone più utile, forse, non è quello con il copista, né con il traduttore, né con il segretario, ma con il ghost writer. Nessuno si scandalizza troppo quando un politico pronuncia un discorso scritto da altri. Si sa benissimo che dietro le grandi allocuzioni pubbliche vi sono spesso collaboratori, consulenti, esperti di comunicazione, tecnici della frase efficace e della pausa teatrale. E tuttavia nessuno direbbe, salvo casi estremi, che quel discorso non appartiene al politico. Gli appartiene perché ne esprime la linea, l’intenzione, la visione, la strategia. Il ghost writer gli presta la penna; non gli presta l’anima. O almeno non dovrebbe.
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L'orchestra sull'iceberg. Cronache di un Occidente che corre verso il baratro convinto di fare jogging
di Mario Pietri
C'è un momento, in ogni impero terminale, in cui la classe dirigente smette di governare la realtà e comincia a gestirne la percezione. L'Occidente collettivo — quella entità geopoliticamente confusa che si estende da Washington a Tokyo passando per Berlino, Parigi, Londra e Tel Aviv — ha superato quel momento da un pezzo. Oggi, alla fine dell'agosto 2026, non gestisce più nemmeno la percezione. Suona. Suona come l'orchestra del Titanic, ma con i cachet più alti della storia e nessun iceberg all'orizzonte, perché l'iceberg è stato riclassificato come «opportunità di crescita del comparto difesa».
Facciamo l’inventario. Con calma, perché il catalogo è lungo.
Ucraina. I negoziati sono «a un punto morto», per usare la formula diplomatica che significa: nessuno ha più niente da dire e tutti hanno ancora molto da sparare. Il Cremlino ha chiuso la porta con la cortesia di un fabbro: da Mosca si fa sapere che il Donbass è ormai territorio della Federazione Russa e che non lo si amministra con il concorso di paesi terzi. E intanto ci si prepara a intensificare i raid su Kiev. Zelensky ha proposto tregua, ritiro e zone economiche gestite da terzi; la proposta è caduta nel vuoto con lo stesso rumore che fa un comunicato stampa europeo. Dalla Casa Bianca arriva l'annuncio che si sta «lavorando sodo per porre fine a questa guerra»: la stessa frase, con lievi variazioni sintattiche, che circola da tre amministrazioni. Nel frattempo la CIA fa la spola con Mosca, il Vaticano manda il proprio ministro degli Esteri, e Bruxelles — che in questa vicenda ha esattamente il peso specifico di un post su LinkedIn — spiega che la pace si costruisce comprando più cannoni.
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La fabbrica dei veleni digitali
di Geraldina Colotti
Decostruzione delle narrazioni tossiche sul Venezuela e l'industria della manipolazione
Analizzare la situazione venezuelana richiede di mantenere uno sguardo critico sulla complessità dei processi reali: le rinegoziazioni con i colossi energetici, le sanzioni internazionali, i nodi dell'economia rentier e le contraddizioni di una gestione statale condizionata dal ricatto USA. Tuttavia, c'è una differenza sostanziale tra la critica politica basata sui fatti e l'assimilazione passiva delle favole di intelligence. Accettare, così, la favola dei "87 ufficiali venduti" o dei "miliardi ombra" inviati da Washington alla presidenta incaricata significa farsi cassa di risonanza delle medesime reti di intossicazione digitale svelate dall'arresto di operatori di estrema destra come Cerimedo. La difesa dell'informazione indipendente passa prima di tutto dal rifiuto del sensazionalismo e dallo smontaggio sistematico delle fabbriche di troll.
Nelle ultime settimane si è invece assistito, anche in Italia, al rilancio aggressivo di un rumor che ritrae la dirigenza venezuelana impegnata in un presunto "negoziato di svendita del Paese": una complessa narrazione secondo cui figure chiave dello Stato, tra cui la presidenta incaricata Delcy Rodríguez e 87 alti ufficiali della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB), avrebbero intascato somme da 1 a 50 milioni di dollari inviati dagli Stati Uniti per simulare la cessione delle risorse petrolifere.
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Gli economisti ortodossi non ne azzeccano mezza
di Pino Arlacchi
Sul Corriere della Sera del 2 agosto, Lucrezia Reichlin, figlia di quell’Alfredo che fu tra le menti più fini della sinistra italiana (sic transit gloria patris), ci spiega con lieve sussiego che capire l’ascesa dei tassi americani non è un esercizio accademico perché i Treasury sarebbero la stella polare della finanza mondiale e il loro rendimento deciderebbe il costo del capitale ovunque: per gli Stati, per le imprese e perfino per le famiglie.
È il classico ragionamento occidentalista condotto con categorie occidentaliste. E offre l’occasione per porre la domanda che l’economia ufficiale evita con cura: perché le sue previsioni falliscono con tanta regolarità? Non parliamo di errori marginali, ma di cantonate epocali. Il Fondo monetario internazionale – il tempio dell’ortodossia – non vide arrivare il crollo del 2008. Annunciò per un ventennio l’imminente “atterraggio duro” della Cina, che nel frattempo diventava la prima manifattura del pianeta. Nel 2022 previde il collasso dell’economia russa sotto le sanzioni: meno 8,5 per cento. La Russia perse poco più di un punto e l’anno dopo cresceva più dell’Europa. E fu lo stesso capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, a firmare nel 2013 la confessione più clamorosa: i moltiplicatori fiscali usati per imporre l’austerità alla Grecia erano sbagliati. E conta poco, a questo punto, chiedersi quanto fosse casuale lo sbaglio. Perché non si tratta in realtà di un problema di calcoli. È un problema di mappa. Questi economisti misurano con precisione decrescente un centro che non è più il centro.
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L’Europeismo: la foglia di fico della NATO e del FMI
di comidad
Il povero Massimo Giannini è stato subissato di sghignazzi e sberleffi per la sua frase sullo scontro con la Russia, da lui indicato come una occasione per forgiare nel fuoco della battaglia un vero progetto di difesa europea. Lo svolazzo retorico del “forgiare nel fuoco della battaglia”, ha catturato quasi tutta l’attenzione, mentre invece la questione è un po’ più insidiosa. In realtà la tesi dell’articolo pubblicato il 15 agosto scorso da Giannini sul quotidiano “la Repubblica”, è che la guerra in Ucraina avrebbe potuto rappresentare un’occasione di integrazione europea, ma i vari paesi non l’hanno saputa cogliere e procedono ancora una volta in ordine sparso. La posizione di Giannini potrebbe quindi sembrare realistica e pessimistica. Si parte dalla concezione, già cara a Prodi e Monti, delle crisi viste come preziose occasioni per l’UE di procedere in avanti; salvo concludere, gozzanianamente, che la rosa non fu colta.
Ma il vero problema è che non soltanto le crisi non hanno portato avanti il processo di integrazione europea, ma, al contrario, hanno addirittura messo in evidenza quale fosse l’autentico sottostante dell’impalcatura UE. Il Trattato di Maastricht del 1992 non faceva alcun riferimento alla NATO ed al Fondo Monetario Internazionale, quindi sembrava delineare una Unione Europea autonoma da queste organizzazioni internazionali. C’è chi ha osservato che la mancanza di riferimenti espliciti al FMI è stata una mera ipocrisia, perché l’ideologia alla base del Trattato di Maastricht è la stessa del FMI, cioè quella di privilegiare il punto di vista e l’interesse della lobby dei creditori.
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La guerra all'Iran con l'emorragia del Dollaro che si aggrava
di Giuseppe Masala
Mentre il segretario al tesoro USA Bessent promette sfracelli contro l'economia iraniana l'amministrazione USA, sempre più disperata, attinge al conto di tesoreria per riacquistare bond così da abbassare i tassi. Nel frattempo Deutsche Bank su autorizzazione cinese apre la prima camera di compensazione europea per lo Yuan
Come avevo ipotizzato, nell'attuale situazione di stallo del conflitto con l'Iran, l'amministrazione di Washington ha puntato sulla guerra economica contro Teheran al fine di riuscire a piegare la volontà del regime degli Ayatollah. Va immediatamente chiarito che gli Stati Uniti non hanno – almeno per il momento – imposto sanzioni secondarie contro i paesi che intendono continuare ad intrattenere rapporti commerciali con l'Iran e dunque, di fatto, violando il sostanziale boicottaggio imposto da Washington.
Prima di spiegare i possibili effetti di questa “stretta” statunitense, però, spieghiamo 'operazione congegnata dal Dipartimento del Tesoro statunitense e illustrata dal suo Segretario Scott Bessent ai mass media di tutto il mondo, proprio ieri. Innanzitutto il nome che è stato scelto è “Operazione Economic Outcast” (Operazione Economia Emarginata) a significare che con questa operazione si vuole emarginare l'economia iraniana da quella del resto del mondo inaridendo la linfa vitale che la tiene in vita.
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IA e leadership: il pensiero critico nell’era dell’algoritmo
di Maylyn López
Le aziende stanziano milioni per potenziare i server, ma delegare il giudizio alle macchine è l'errore strategico più grande del nostro tempo
C’è una scena che si ripete attualmente con regolarità nei piani strategici delle aziende. Un dirigente, con lo sguardo perso nel vuoto digitale, dichiara: “Dobbiamo investire nell’IA”. Seguono, come un rituale pagano, stanziamenti per software, automazioni, corsi di formazione tecnica. Tutto sacrosanto, tutto doveroso.
E mentre l’intelligenza artificiale corre, sollevando polvere di dati e promesse, un silenzio imbarazzato cala sulla domanda successiva. Quella che nessuno osa formulare ad alta voce, per timore di apparire retrogrado: “E noi, siamo pronti a usarla senza smettere di pensare?”
Il rischio, cari lettori, non è l’IA. Il rischio è farlo in un’azienda che ha investito milioni per potenziare i server, ma non per potenziare le proprie risorse umane.
Il punto, e lo dico con la dovuta enfasi, è che il vero vantaggio competitivo non sarà avere la macchina più veloce, ma avere persone capaci di usarla. Persone che, di fronte a una risposta perfettamente articolata dell’algoritmo, non annuiscano come studenti modello, ma alzino un sopracciglio e chiedano: “E se invece guardassimo il problema da un’altra angolazione?”.
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Gli effetti collaterali della privatizzazione dei vaccini
di Claudio Marciano*
L'autorizzazione per il vaccino antinfluenzale tramite mRNA di Moderna sembra orientare verso tecnologie sempre più costose e proprietarie più che verso la crescita della copertura vaccinale. Servirebbe un’infrastruttura pubblica europea per sviluppo e produzione di farmaci e vaccini
L’innovazione tecnologica non nasce sempre dal bisogno di risolvere un problema specifico. Capita, e non di rado, che sia piuttosto una soluzione alla ricerca di un problema. Nel mercato biotecnologico questo accade anche perché le imprese raramente vendono soltanto prodotti: vendono asset – progetti, brevetti, pipeline – il cui valore cresce o diminuisce in base alla percezione che la tecnologia proprietaria possa davvero «spaccare». Questa forma di organizzazione del mercato, che Kean Birch e Fabian Muniesa hanno definito assetization, non orienta soltanto il comportamento dei Ceo delle biotech, ma anche le direzioni applicative della ricerca. La tecnologia finisce così per precedere il bisogno: una volta sviluppata e valorizzata una piattaforma, si cercano i problemi ai quali possa essere applicata, anche quando il rapporto tra costi e benefici è discutibile o esistono già soluzioni consolidate.
Ho avuto modo di soffermarmi su questo meccanismo durante la pandemia, mostrando come sviluppare un vaccino efficace, sicuro e a basso costo contro il Covid-19 fosse alla portata del sistema di innovazione cubano, ma non di quello dei paesi a capitalismo avanzato, nonostante l’enorme divario di risorse industriali e finanziarie.
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Sull'imposta sugli extraprofitti energetici proposta dalla segretaria del PD
di Alessandro Volpi*
La segretaria del Partito democratico ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al direttore del "Corriere della sera" in cui ha esortato il governo Meloni ad adottare, subito, un'imposta sugli extraprofitti energetici.
Si tratta di una proposta molto interessante che, però, a mio parere, dovrebbe essere integrata da due ulteriori considerazioni.
La prima riguarda la necessità, per avere un gettito davvero in grado di fare la differenza, di non limitare l'imposizione al settore energetico.
L'adozione di una sovrimposta temporanea calcolata sull'utile netto eccedente la media pluriennale rappresenta oggi la soluzione tecnica più solida e meno vulnerabile a ricorsi legali per colpire i profitti eccezionali maturati in settori strategici.
A differenza di modelli basati sul fatturato o sui saldi IVA, che rischiano di colpire la liquidità aziendale senza considerare l'effettiva marginalità e i costi di produzione, questo meccanismo si focalizza esclusivamente sul profitto ante imposte, garantendo il rispetto del principio della capacità contributiva poiché interviene solo laddove si è effettivamente generata una nuova ricchezza reale.
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Il vicolo cieco della finanza globale
di Alessandro Volpi
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte a un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti quindi, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce.
È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni. Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana. In tale gruppo è presente l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e gli amministratori delegati delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan).
La cricca di finanzieri voluta da Trump per indicare la via alla Fed
C’è poi Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute. Ne fa parte anche l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty.
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Retorica tricolore e il conto lasciato ai posteri
di Emiliano Brancaccio
Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale»
Sovranità, interesse nazionale, patria: parole che ricorrono ossessivamente nel lessico meloniano. Resta da capire quale sia il vero significato, quando dalla retorica si passa ai fatti. L’ultima crisi dell’acciaio a Taranto offre un rilevante banco di verifica. Riferendosi agli stabilimenti tarantini, Meloni ha assicurato che il mantenimento di un’importante capacità produttiva di acciaio è ritenuto dal governo «obiettivo di rilievo nazionale».
A ben vedere, però, le azioni del suo governo sembrano muovere in direzione esattamente opposta.
C’era una volta Dri d’Italia, società pubblica incaricata di realizzare a Taranto il tassello decisivo della riconversione ecologica: un nuovo impianto per produrre ferro preridotto, il cosiddetto Dri, da utilizzare in forni elettrici al posto del vecchio ciclo a carbone. L’obiettivo ufficiale era «partecipare alla riconversione del sito produttivo di Taranto», abbatterne le emissioni e ridurre la dipendenza italiana dalle importazioni. Un ambizioso progetto di politica industriale, che doveva esser finanziato dal Pnrr europeo con un miliardo.
Poi però comincia la ritirata. Con la revisione del Pnrr gestita dal ministro Fitto, il miliardo viene stralciato per la «complessità del progetto». Il governo promette di recuperarlo con fondi nazionali e in effetti lo rifinanzia.
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Assistenzialismo, due pesi e due misure
di Francesco Coniglione
Il 4 agosto 2026, nel corso di una conferenza stampa ospitata al Senato, esponenti della maggioranza hanno presentato quella che il governo definisce la propria “Rivoluzione Welfare”: 52 miliardi complessivamente destinati, secondo quanto rivendicato, alle politiche sociali in meno di quattro anni, con l’obiettivo di superare finalmente “la logica dell’assistenzialismo”. Poco più di un mese prima, commentando l’approvazione del decreto Lavoro, la presidente del Consiglio aveva adoperato la stessa parola d’ordine: sostenere il lavoro e non la dipendenza dai sussidi, creare opportunità e non “assistenzialismo esasperato”.
Alle spalle dell’annuncio, però, vi era una realtà più ambivalente. La legge di bilancio 2026 ha ridotto di 267,16 milioni di euro, per quell’anno, il Fondo per il sostegno alla povertà e per l’inclusione attiva. È vero che tale riduzione concorreva a finanziare l’abolizione del mese di sospensione fra due cicli dell’Assegno di inclusione e non può quindi essere descritta come un semplice taglio lineare ai poveri; restava tuttavia la struttura categoriale del nuovo sistema, che, secondo Caritas Italiana, aveva ristretto del 40-47% la platea delle famiglie raggiunte rispetto al Reddito di cittadinanza, mentre l’Istat indicava nel 22,6% la quota di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. In pochi mesi, la stessa parola ha potuto celebrare una vittoria politica e insieme separare i poveri meritevoli di accompagnamento da quelli sospettati di dipendenza. È da questa ambivalenza, tutt’altro che isolata, che vale la pena ripartire per chiarire un termine quanto mai equivoco.
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E se il "Melonellum" saltasse?
di Leonardo Mazzei
Domanda: e se alla fine il Melonellum saltasse del tutto? Sia chiaro, la nostra è solo un’ipotesi. Non una previsione, ma un’ipotesi che conviene considerare, che comunque ci aiuta a ragionare su certe dinamiche in atto. E forse è soltanto una suggestione, ma di quelle suggestioni che hanno un loro perché.
Il 20 luglio scorso così concludevamo un articolo sul tema:
«Davvero si voterà con il Melonellum (come sembrerebbe), oppure il trasversale “partito del pareggio”, che guarda ad una sorta di “Union Sacrée” in nome della guerra alla Russia, avrà altre carte da giocare?».
Oggi, ad un mese di distanza, quel dubbio rimane. La legge andrà in aula al Senato il 9 settembre, mentre il voto finale è previsto per il giorno 15. Poi, se sarà passato il nuovo emendamento sulle finte preferenze, sul quale i caporioni della maggioranza si sono accordati ad inizio agosto, il testo dovrà tornare alla Camera per l’approvazione definitiva.
Dunque, vada come vada, la risposta al quesito di cui sopra non è lontana. Perché allora arrovellarsi su quel che avverrà?
Prima di arrivare al punto che ci interessa, togliamo di mezzo le due questioni di cui si è tanto disquisito nelle settimane scorse. Primo, il tema delle preferenze è del tutto irrilevante: con la legge attuale (Rosatellum) semplicemente non ci sono, mentre con quella in discussione l’eventuale reintroduzione sarebbe solo una presa in giro, visto il mantenimento dei capilista bloccati. Secondo, il Melonellum è palesemente incostituzionale per via dell’introduzione surrettizia e pasticciata del premierato, ma in quanto alla distorsione del principio proporzionale non è poi così diverso dalla legge in vigore.
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Germania. Il piano dei partiti "democratici" per mantenere il potere
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Coercizione federale, esclusione dai tavoli decisionali e sospensione dei fondi: i tre scenari per neutralizzare un governo sgradito
C’è un’immagine dell’Unione Europea che i suoi apologeti vendono quotidianamente: quella di un faro di democrazia, dialogo, stato di diritto. Poi, però, basta aprire gli occhi o semplicemente riflettere oltrepassando la cortina fumogena della propaganda mainstream per scoprire il volto vero.
L’ultima conferma arriva dalla Germania, il cuore pulsante dell’UE, l’ormai ex locomotiva d’Europa. Secondo quanto reso noto da Politico, i partiti del cosiddetto “establishment” starebbero già studiando un arsenale di misure straordinarie per impedire di fatto a un eventuale governo regionale dell’opposizione (il partito AfD, Alternativa per la Germania) di esercitare il proprio mandato, qualora vincesse le elezioni nel land della Sassonia-Anhalt. Non si tratta di confutare idee con altre idee, né di sottoporre le leggi al vaglio della corte costituzionale. Si parla invece di “opzione nucleare”, di coercizione federale, di tagli ai fondi, di esclusione dai tavoli decisionali e persino di “muri informativi” per negare l’accesso a dati sensibili a ministri legittimamente eletti.
Stiamo parlando di uno Stato membro dell’UE, non di una cosiddetta Repubblica della Banane. Un paese che viene definito come un modello di democrazia e convivenza liberal/liberista. Eppure il lessico usato è quello della guerra preventiva contro il nemico interno.
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Sul filo rosso del tempo. Riflessioni su alcune ideologie contemporanee di Alessandra Ciattini
di Marco Pondrelli
Il libro di Alessandra Ciattini è un importante contributo al dibattito sulle grandi questioni che, dal 1989, hanno trasformato il mondo, non soltanto dal punto di vista geopolitico, con la fine della contrapposizione tra i due blocchi e l’affermazione di una fase dominata dagli Stati Uniti, ma anche sotto l’aspetto culturale e filosofico. È cambiato infatti il modo stesso di interpretare gli avvenimenti e le trasformazioni della società contemporanea.
Per affrontare queste complesse questioni, l’autrice ha raccolto nel volume una serie di scritti, organizzandoli in tre parti: Ideologia, Religione e Femminilità. Si tratta di temi diversi, ma legati da un filo conduttore comune: la necessità di leggere i fenomeni sociali e culturali nella loro dimensione storica e nelle loro relazioni con le condizioni materiali.
Dopo l’89 qualcuno, improvvidamente, parlò di «fine della storia» e in molti parlarono di fine delle ideologie. Ciattini dedica ampio spazio proprio alla discussione sul concetto di ideologia, ricostruendone alcuni significati e seguendone l’evoluzione nella riflessione marxista e nelle scienze sociali. Marx ed Engels rappresentano un riferimento fondamentale, ma nel libro trovano spazio anche autori come Bourdieu, Raymond Williams, Terry Eagleton e altri studiosi che hanno contribuito a ridefinire il concetto di ideologia.
Uno dei temi centrali del volume è il rapporto tra le idee e la realtà sociale, riconducibile anche alla discussione marxiana sul rapporto fra struttura e sovrastruttura.
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