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Daddy Donald va alla guerra
di Enrico Tomaselli
Quando l’amministrazione Trump ha iniziato una parabola di sganciamento dal conflitto in Ucraina, a spingerlo non era certo un improvviso amore per la Russia, ma semplicemente il timore che una sconfitta militare della NATO potesse ripercuotersi negativamente sulla reputazione degli Stati Uniti. Il desiderio di sconfiggere strategicamente la Russia, e di appropriarsi delle sue risorse, non era assolutamente venuto meno, ma solo contingentemente accantonato. Quando però sono cominciate a emergere le difficoltà, hanno cominciato a riconsiderare l’ipotesi.
Fondamentalmente, il progetto di disimpegno prevedeva innanzitutto la possibilità di porre fine al conflitto attraverso una trattativa, che vedesse Washington passare elegantemente dal ruolo di principale sponsor di Kiev a quello di mediatore tra le parti, e soprattutto che il negoziato portasse al risultato di sminuire il più possibile il vantaggio russo, e amplificare il ruolo statunitense (e personale di Trump) come risolutori. Questo progetto però si è scontrato con alcuni fattori, tra i quali le resistenze opposte dalla leadership ucraina – spalleggiata da quelle europee – e di parte della stessa amministrazione USA, ma soprattutto dalla fermezza russa. Mosca si è detta più volte aperta al negoziato, ma di fatto non ha mai riconosciuto a Washington un ruolo terzo, considerandola semmai il vero decisore, e al tempo stesso non ha mai ceduto sulle questioni fondamentali. In pratica, ha messo a nudo sia l’incapacità statunitense di comandare effettivamente il proxy ucraino, sia il tentativo di far accettare alla Russia un risultato minore.
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America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
di Raúl Zibechi
In Venezuela non è stato necessario fare una strage. È il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, supportata dai media, per intimidire. Se quel che resta della sinistra non vuole e non sa liberarsi dal ricatto militare potranno farlo i movimenti? Scrive Raúl Zibechi, che conosce quel continente come pochi: “Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico in Venezuela e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi… Oggi sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva… Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi…”
* * * *
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L'impero è nervoso: la Lunga Marcia della dedollarizzazione continua...
di Alex Marsaglia
L’assalto imperialista alla Repubblica Bolivariana del Venezuela con cui Trump ha aperto il 2026 si inserisce all’interno di una strategia ben precisa rivolta a terrorizzare tutti gli Stati dell’emisfero occidentale, al fine di affondare gli artigli economicamente su tutte le risorse di cui la “Grande America” ha bisogno. Se c’è un merito che si può attribuire a Trump è di parlare con una logica realistica, senza ammantare i suoi discorsi di altisonanti ideali e valori da esportare in giro per il mondo.
Agli Stati Uniti servono petrolio, risorse energetiche, terre rare e sicurezza dai concorrenti sino-russi, dunque agiscono direttamente per impadronirsene. Bene, evviva il realismo. Resta una grande incognita che grava su tutto questo: il National Security Strategy è una dichiarazione della proiezione di potenza dell’imperialismo americano decadente che per funzionare ha bisogno di essere accettata dagli altri soggetti del mondo, altrimenti non avverrà alcuna divisione concordata delle aree di influenza, bensì solo una moltiplicazione delle aree di conflitto e delle tensioni in tutto il globo. La Dottrina Monroe venne accettata dall’Europa che si ritirò di buon grado in quanto era quest’ultima a essere la potenza decadente, lasciando spazio alla potenza entrante, cioè gli Stati Uniti d’America.
Oggi è esattamente l’opposto: la dottrina Donroe (come la chiama Trump nei suoi deliri egocentrici) è la dottrina di un impero decadente che vuol mantenere le sue storiche aree di influenza sulle zone che vengono insidiate dal commercio delle potenze in fase ascendente.
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E Trump diventò il pirata dei Caraibi
di Barbara Spinelli
La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.
A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.
Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.
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Gli USA sono la più grande macchina bellica del pianeta
di Andrea Zhok
Sono il paese di gran lunga più aggressivo, il paese che ha fatto più guerre dalla sua fondazione, che ha rovesciato più regimi e fomentato più colpi di stato. Con l'eccezione di Pearl Harbour, quella macchina bellica non è mai stata utilizzata a fini difensivi ma sempre per promuovere i propri interessi economici.
Sono anche l'unico paese al mondo ad avere utilizzato bombe atomiche sulla popolazione civile.
Sono il paese che ha il più grande soft power del pianeta, di cui Hollywood è il principale braccio armato, capace di creare nel mondo un'immagine di sé integralmente fantastica e di farne un'arma egemonica. Accanto a Hollywood oggi il secondo braccio armato è rappresentato dai social media internazionali, tutti incardinati in California (tranne uno) e tutti a disposizione per qualunque pressione o indirizzo della NSA.
Sono il paese che, per usare una sineddoche, stermina un popolo (pellerossa) e poi ci fa su migliaia di film per presentarsi di volta in volta con tutte le parti in commedia: come coraggioso esportatore di civiltà o come animo nobile, simpatetico con la dolorosa sorte degli indiani.
Questo paese è guidato da un'oligarchia a base finanziaria che lascia alla minoritaria plebe votante scelte come quelle tra Trump e Biden, cioè scelte tra una padella demente e una brace squilibrata. In ogni caso ogni rappresentante politico, dal Senato alla Presidenza, anche quando più presentabile, è manipolabile e condizionato, potendo venire eletto solo se si è indebitato e compromesso a peso d'oro con i maggiorenti del paese.
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Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
di Yadira Márquez*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona orientale della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area meridionale dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, viene brutalmente attaccato da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazione in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, mentre diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni scende atterrita in strada, i media ufficiali rimangono in silenzio.
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"Siamo più soli". Ciao Guido...
di Agata Iacono
Il mondo è più vuoto. Più cupo e buio. E meno ironico e intelligente.
Guido Salerno Aletta ci ha lasciati all’improvviso, e io non riesco a scrivere di lui.
Guido Salerno Aletta era editorialista e saggista per Milano Finanza e Teleborsa, consulente strategico e Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni.
È praticamente impossibile sintetizzare la sua vita e il suo curriculum, perché si sovrappongono alla Storia della Repubblica Italiana — e non solo.
Mi incantavo ad ascoltare i suoi aneddoti che, sempre con eleganza e ironia, dipingevano l’inimmaginabile dietro le quinte della narrativa ufficiale.
Guido, infatti, è stato Consigliere del Senato, poi Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Segretario Generale del Ministero delle Comunicazioni e Capo di Gabinetto del Ministro delle Poste e Comunicazioni.
Conosceva anche molto bene l’America Latina: è stato Vice Presidente di Telecom Argentina, Chief of Operations di Telecom Italia in Argentina, General Manager di Mediterranean Nautilus e, ancora, Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni. Amava Cuba, per la quale era stato consulente governativo.
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Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
di Andrea Zhok*
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale.
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Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
L'ultimo pacco della Commissione Europea
di Coniare Rivolta
Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco a una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.
Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.
Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea, il nuovo pacchetto Automotive che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.
In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”. Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.
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Trump è un Mattarella che non ce l'ha fatta
di comidad
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una “operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino; ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
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La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
di Gerardo Lisco
Al netto della violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue. Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche: esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare.
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Economia globale: dominio o sviluppo?
di Fabio Massimo Parenti* - CGTN
L’economia mondiale è in una fase di crescita più lenta e strutturalmente fragile. L’occidente non è più il motore dell’economia mondiale, ormai da decenni, e la sua capacità di innovare il proprio modello politico-economico sembra essere svanita. È l’esaurimento strutturale di un modello fondato su rendita finanziaria, compressione salariale, consumi a debito e assenza di visione industriale.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita globale continuerà a calare lievemente anche nel 2026. Il dato più rilevante, tuttavia, è la divergenza strutturale tra le economie avanzate, che si attestano attorno all’1,5%, e quelle emergenti, che in media registrano una dinamica superiore al 4%. In una prospettiva di economia politica critica, questo rallentamento non appare come una semplice fase congiunturale: le crisi sistemiche nelle economie tradizionalmente avanzate tendono a essere gestite come strumenti di riequilibrio a favore delle élite economiche e non come occasioni di riforma strutturale.
Gli Stati Uniti non svolgono più una funzione di locomotiva globale. L’elevato livello dei tassi di interesse, il peso del debito pubblico e la crescente politicizzazione delle politiche industriali e commerciali ne limitano la capacità di sostenere una ripresa diffusa. Più nello specifico, le politiche di reshoring selettivo e il ricorso crescente a strumenti restrittivi nel commercio internazionale contribuiscono a frammentare il sistema economico globale, riducendo l’efficienza complessiva degli scambi e degli investimenti.
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Dopo il Venezuela, il “sovranismo” senza anti-americanismo è barbarie
di Alessio Mannino
Sequestrando e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a scorgere i limiti futuri. Giustamente si sottolinea che la politica di ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno ipocriti e più brutali. E da un anno a questa parte c’era già chi – compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”, ecc) con cui era ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington. Altrimenti, buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Aeropago ateniese in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.
Il realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta quello di vassalli. Uno status di asservimento destinato a peggiorare. L’Italia è presa fra due fuochi: l’alleanza-sudditanza alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles. E da bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due padroni (ché poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di BlackRock, da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in seno al blocco imperiale).
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La maschera caduta: sequestro imperiale, resistenza materiale
di Pasquale Liguori
Non siamo di fronte a una semplice apatia, ma a un vasto coma vigile. Viviamo immersi in una diffusa umanità lobotomizzata, di "gente che vive senza fiatare" in un sistema che rende sguatteri privi di diritti e guardiani delle proprie catene. Il risultato è un quadro clinico grottesco: sudditi persuasi di essere liberi mentre vengono saturati 24 ore su 24 da una propaganda che inverte la realtà e normalizza l’abuso. Sudditi pronti a dimenticare in un lampo i loro stessi slogan. Quelli che ieri ripetevano come automi "c'è un aggressore e un aggredito", oggi applaudono l'aggressione pura, lo stupro della sovranità altrui, l’atto predatorio elevato a “difesa dell’ordine”, dimostrando che la loro morale è un interruttore manovrato dal padrone.
Dentro questa miseria morale, le testimonianze che arrivano dal tribunale statunitense sono di una potenza devastante e non richiedono interpretazioni. Nicolas Maduro, trascinato di peso in un'aula che non ha giurisdizione se non quella della prepotenza imperiale, ha squarciato il velo dell'ipocrisia occidentale. Di fronte a un giudice che non è altro che un funzionario dell'impero, Maduro non ha cercato difese legali. Ogni difesa “legale” sarebbe un atto di sottomissione simbolica, l’accettazione di un sistema strutturalmente illegittimo. Maduro sceglie un’altra postura: non cerca appigli nell’ordinamento di chi lo sequestra, ma nomina la realtà con la statura della storia: "Sono il presidente costituzionalmente eletto della Repubblica bolivariana del Venezuela, prigioniero di guerra".
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Il crollo dell’ordine occidentale e l’ascesa di un mondo multipolare
di Carlos X Blanco
Il sistema internazionale istituito nel 1945, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è nella sua fase terminale. Questo ordine, dominato dagli Stati Uniti e dalla loro Pax Americana, non ha mai raggiunto un dominio completo a causa del contrappeso esercitato dall’Unione Sovietica e dal blocco comunista. Furono proprio lo sforzo e l’immenso sacrificio sovietico a contenere l’espansione del Terzo Reich e, successivamente, a scoraggiare una potenziale aggressione occidentale che avrebbe potuto portare a un immediato conflitto nucleare. Così, l’URSS non solo liberò l’Europa dal fascismo, ma costituì anche un secondo ordine mondiale che offriva un’alternativa ideologica e geopolitica al progetto americano.
Tuttavia, è fondamentale comprendere che le dinamiche dei blocchi non erano governate esclusivamente dall’ideologia. Nell’analisi geopolitica, le dottrine politiche fungono da fattore aggiuntivo, la cui rilevanza viene attivata o modulata in combinazione con specifici interessi storici, economici e strategici. La nozione di “totalitarismo”, sviluppata da pensatori come Hannah Arendt, servì come strumento concettuale all’Occidente liberale per raggruppare regimi profondamente diversi (nazionalsocialismo, fascismo, bolscevismo) sotto un’unica voce, oscurandone le abissali differenze. La sua reale utilità era più pragmatica: stigmatizzare come “totalitario” qualsiasi sistema politico non liberale, e in particolare uno non allineato con l’egemonia statunitense. Questa etichetta divenne la pietra angolare del discorso della Guerra Fredda, consentendo la creazione di un’immagine speculare del nemico che giustificava l’espansione dell’influenza occidentale.
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La fine dell’ipocrisia imperiale
di Elena Basile
«Il rischio che la rinuncia a un ruolo globale mini le basi stesse della superpotenza americana, dollaro incluso, è evidente». Così si esprime Paolo Gentiloni nell’articolo apparso su la Repubblica del 29 dicembre. La percezione è finalmente chiara. Secondo la narrativa dei Democratici statunitensi e dei partiti che in Europa ne seguono l’ideologia, di cui Gentiloni è uno dei rappresentanti, la politica estera statunitense deve essere una politica imperiale, in grado di utilizzare lo strumento militare per affermare il cosiddetto “ordine basato sulle regole” e difendere la supremazia del dollaro.
L’ordine basato sulle regole, o quella che possiamo chiamare Pax Americana, implica, come afferma Jeffrey Sachs, che la stessa azione sia giudicata diversamente se compiuta dall’Occidente o dal resto del mondo. La NATO può espandersi ai confini della Russia, ma se questa o la Cina avessero l’ardire di installare basi militari in Messico si griderebbe alla minaccia delle autocrazie. Se Israele attacca il Libano o l’Iran, si tratta di guerre preventive contro Stati canaglia e terrorismo islamico. Se Mosca risponde ai bombardamenti sulle popolazioni russofone da parte di Kiev invadendo l’Ucraina, Putin diventa un criminale di guerra.
Abbiamo uno strabismo ideologico legittimato non solo dai politici. Purtroppo l’accademia e il giornalismo di regime non hanno remore ad abbandonare l’analisi oggettiva e indipendente.
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Venezuela, non solo
TAG 24 Intervista Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0
Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.
Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.
E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?).
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Forza senza consenso: la crisi terminale dell'Impero
di Mario Pietri
Il 2026 non si è aperto come un nuovo capitolo della storia internazionale, ma come una nota stonata trascinata troppo a lungo, un suono che per anni era rimasto sullo sfondo – fastidioso ma tollerabile – e che ora, improvvisamente, diventa assordante, impossibile da ignorare, capace di coprire ogni altra melodia. Non un evento isolato, non una crisi improvvisa, ma la materializzazione di una deriva. L’aggressione al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro non sono stati né un errore di calcolo né una reazione emotiva fuori controllo: sono stati un atto consapevole, teatrale, performativo, concepito per essere visto, metabolizzato, interiorizzato come messaggio politico globale.
Non si tratta di vincere, perché vincere presupporrebbe un obiettivo chiaro e un ordine da imporre. Si tratta di terrorizzare, di ricordare che l’impero può ancora colpire, anche quando non sa più bene perché lo fa. È la dimostrazione muscolare di chi sente scricchiolare le proprie ossa e, proprio per questo, le sbatte sul tavolo con maggiore violenza, sperando che il rumore venga scambiato per forza.
È qui che l’analisi deve rallentare, respirare, diffidare della superficie. L’istinto immediato – quello dei commentatori embedded e degli intellettuali organici dell’ordine morente – è leggere questi atti come segni di onnipotenza. Ma l’onnipotenza non ha bisogno di gesti così crudi, così esposti, così scopertamente illegali. L’onnipotenza governa. Qui, invece, siamo davanti a un potere che colpisce ma non affonda, che minaccia ma non conclude, che rompe regole senza essere in grado di scriverne di nuove.
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Creazione di attività finanziarie nette
di Marco Cattaneo
Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani
L’emissione di titoli da parte di un’istituzione privata ha una dinamica notevolmente difforme rispetto all’emissione di titoli di uno Stato che utilizza la propria moneta.
Si vedano i seguenti esempi.
La società XYZ emette un prestito obbligazionario di 100 a cinque anni. Marco Rossi lo sottoscrive e dispone quindi di 100 di moneta in meno a fronte di 100 (all’attivo) di obbligazioni in più.
Alla scadenza dei cinque anni la società rimborsa il prestito e Marco Rossi ritorna in possesso della moneta. Il gioco è a somma zero.
Nel caso invece dell’emissione di titoli di Stato in moneta sovrana:
Il governo emette 100 di titoli di Stato a cinque anni. Franco Verdi li sottoscrive e si ritrova con meno moneta e più titoli.
Il governo invece ottiene moneta, ma contestualmente la spende in favore (per esempio) di Carlo Bianchi.
Quindi in sintesi:
Franco Verdi ha meno moneta e più TdS.
Carlo Bianchi ha più moneta.
Il governo ha TdS al passivo.
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La guerra per fermare un declino inesorabile
di Alessandro Volpi
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.
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Trump attacca il Venezuela. Un gangster a piede libero
di Marco Consolo
- Nella notte di sabato 3 gennaio, l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha ordinato un attacco militare alla Repubblica bolivariana del Venezuela. I bombardamenti contro le infrastrutture militari e civili sono stati la copertura operativa di ciò che il linguaggio militare imperiale definisce un’“estrazione”. Nella stessa notte, il Presidente costituzionale Nicolas Maduro è stato sequestrato insieme a sua moglie, la deputata Cilia Flores, da truppe speciali statunitensi e portato in gran segreto negli USA dove è iniziato un processo farsa contro entrambi. Mentre scrivo, non c’è ancora un bilancio delle vittime civili e militari dei bombardamenti e delle distruzioni.
- I bombardamenti e il sequestro del mandatario e della deputata Cilia Flores sono una flagrante violazione della Carta dell’ONU, e fanno carta straccia del diritto internazionale, sostituito dalla “legge della giungla” e la “legge del più forte”. Nessun Paese è al sicuro da questo comportamento da gangster internazionale.
- Tutto questo non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa della democrazia, dei diritti umani o la lotta al narcotraffico. Si tratta della riconfigurazione della geopolitica imperiale più sfacciata e bellicosa, del dominio geopolitico della regione e del saccheggio coloniale delle risorse naturali. Ne è un esempio lampante la conferenza stampa di Trump, una perla di infamia e cinismo. La maschera è caduta e il re (si fa per dire) è nudo.
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Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse
di Maylyn López
Introduzione — 3 gennaio: una soglia oltrepassata
Il 3 gennaio si è verificato un evento senza precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali che ha riguardato il Venezuela. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il vertice istituzionale del Paese, il presidente della Repubblica bolivariana, è stato sequestrato insieme alla moglie, dopo bombardamenti che hanno prodotto tra gli 80 e i 100 morti (stime attuali). Il tutto all’interno di una più ampia escalation che ha incluso sequestri marittimi, blocchi operativi e misure extraterritoriali.
Ciò che rende questo episodio qualitativamente diverso dal passato non è solo la sua gravità, ma la soglia politica e simbolica che è stata oltrepassata. Quando la coercizione non si limita più alla pressione economica o diplomatica e tocca il cuore della rappresentanza statale, la questione non è più solo negoziale: diventa una questione di sovranità.
Sul piano cognitivo, è anche un test estremo: verificare fino a che punto un evento eccezionale possa essere assorbito, normalizzato e reso accettabile attraverso il linguaggio.
È da qui che l’analisi deve partire.
Il linguaggio che decide prima del pensiero
Nel discorso pubblico dominante, il Venezuela non viene raccontato come una realtà complessa, ma come una formula riduttiva: dittatura, regime, narco-Stato, crisi umanitaria.
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I “finanziamenti ad Hamas”: prove, indizi, preconcetti
di Emilio Sirianni
Dell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Genova ha disposto la misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di nove persone con l’accusa di finanziare Hamas (https://volerelaluna.it/controcanto/2026/01/02/la-trasformazione-della-solidarieta-in-terrorismo/), colpiscono le pagine iniziali.
In esse si narrano la costituzione e l’evoluzione della suddetta associazione iniziando addirittura dal 1928, anno di nascita del movimento dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è filiazione e si percorre, molto approssimativamente e discutibilmente, un secolo di storia contemporanea di quella parte di mondo che gli Stati europei hanno plasmato con la forza, in un processo storico efficacemente definito “l’invenzione del Medio Oriente” (espressione che da il titolo a un interessante libro di C. Brad Faught, pubblicato nel 2023 da Neri Pozza). Sono pagine che colpiscono tanto lo storico che il giurista, entrambi consapevoli delle note diversità epistemiche fra verità storica e verità giudiziaria. La prima, “mero” prodotto della libera esplicazione del pensiero umano, libera nei mezzi e nei fini. La seconda, estrinsecazione di un potere coercitivo e, proprio in quanto tale, condizionata da procedure e approdi predeterminati, a tutela dei diritti individuali che dalla sua affermazione sono attinti.
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Schiavi. E mercanti di schiavi
di Paola Caridi
È il petrolio, bellezza, e non ci puoi far niente. È davvero così? Oppure il petrolio è solo la parte per il tutto, la metonìmia per la rappresentazione del nuovo tipo di potere che si espande a livello globale? In sintesi, è proprio il petrolio venezuelano l’obiettivo dell’operazione da gangster di Trump, oppure è l’idea di un mondo che potremmo definire suddiviso tra schiavi e proprietari di schiavi?
Il petrolio è importante, eccome se lo è. Basti guardare a due tra gli ultimi paesi bombardati dall’attuale amministrazione statunitense, la Nigeria e il Venezuela, appunto. La Nigeria è il più grande produttore di petrolio in Africa, e il paese che più ha subìto la presenza delle società petrolifere, da quelle statunitensi alle europee, Eni compresa. È sempre importante ricordare il prezzo altissimo che la Nigeria ha pagato in termini umani, sociali, ambientali, simboleggiato dall’uccisione di Ken Saro Wiwa e degli altri otto attivisti, e dalle sofferenze del popolo Ogoni nel delta del Niger. E il Venezuela? È il paese al mondo con la maggiore quantità di riserve petrolifere. Guida una classifica, quella delle riserve a livello globale nel 2024, che, a oggi, sembra un trattato di relazioni internazionali. Non di geopolitica, per favore. Di relazioni internazionali, e in particolare di politica estera statunitense. Ecco la classifica. Venezuela al primo posto, seguito da Arabia Saudita, Iran, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Russia, Libia. Al nono posto, appunto, gli Stati Uniti, che con i paesi che la precedono hanno, a seconda dei regimi e delle intese, rapporti tesi, tesissimi, buoni. Rapporti comunque di forza, in cui gli strumenti possono anche essere i ricatti e l’occupazione militare.
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Stati imperfetti, dominio perfetto: cosa succede quando le alternative sono eliminate
di Lia Haramlik De Feo
Negli anni ’90 la sovranità sulle risorse segnava il confine invalicabile imposto al Sud del mondo. Chávez lo oltrepassò, rendendo visibile un conflitto già esistente. Cuba, Venezuela, Iran mostrano che l’autonomia ha un prezzo altissimo, ma la sua eliminazione produce solo più dominio, meno alternative e un ordine globale più autoritario
Erano gli anni ’90 e insegnavo italiano ai dirigenti di una multinazionale che si dedicava alle estrazioni petrolifere. Chiacchieravamo molto. Arrivò un pezzo grosso dal Venezuela, mi raccontava che il governo era al loro servizio e che nessun tentativo del Venezuela di controllare le proprie risorse petrolifere sarebbe mai stato tollerato, pena un colpo di Stato immediato.
Parlavamo della scoperta dell’acqua calda, certo. Era il copione eterno dell’America latina, eccezione cubana a parte: la linea rossa che nessun governo latinoamericano poteva oltrepassare non era il socialismo, era la semplice sovranità sulle risorse.
Arrivò Hugo Chávez, oltrepassò quella linea rossa e tutto ciò che quel dirigente mi aveva anticipato accadde.
Alla luce di quelle conversazioni, per me in quei giorni era evidente che Chávez non avesse creato alcun conflitto in Venezuela. Si era limitato semplicemente a rendere esplicito l’esistente: la democrazia era limitata, la sovranità energetica era totalmente fittizia, le multinazionali davano per scontata la reazione di fronte a qualsiasi tentativo di rompere il patto implicito durato fino ad allora e Chávez era disposto a pagare il prezzo della rottura.
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3 gennaio 2026. Venezuela, la fine del diritto
di Alessandro Visalli
Userò una formula che non amo, ma che è necessaria qualche volta. Non si può essere tutto, ma capita che il mondo metta di fronte alla necessità di valutare dimensioni di cui non si è specialisti.
Non sono un giurista, ma ciò che è accaduto il 3 gennaio 2026 è un passaggio storico. Si tratta di un cambiamento irreversibile che fa seguito alla recente pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, nella quale è dichiara l’intenzione di affermare il dominio sull’emisfero Occidentale ed espellere i paesi extraemisferici (la Russia e la Cina).
Ciò che ha fatto l’Amministrazione Trump è un atto extragiudiziario sia sul piano dell’esile Diritto Internazionale e delle sue Istituzioni, sia su quello strettamente interno. Un atto senza alcuna base giuridica, pura forza. Si tratta della diretta contestazione della Carta delle Nazioni Unite tale da determinare un terremoto di portata catastrofica, e di lunghissima durata, sui meccanismi messi faticosamente (e non senza forzature) in piedi nel dopoguerra, con l’espresso obiettivo di non rendere più possibile fenomeni come il Nazismo.
Si è trattato di un atto giustificato come espressione di un law enforcement militarizzato, fondato su un superseding indictment (Atto di accusa sostitutivo) non emesso da alcun organismo giuridico preesistente ed avente giurisdizione. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti[1], come ovvio, ha giurisdizione su questi ultimi e non ha portata extraterritoriale di tale portata da poter travolgere l’immunità dei Capi di Stato in carica. Non è la prima volta che accade, ma è sempre stato avanzato dagli Stati Uniti e solo da questi.
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I segni precursori della guerra sono già in atto. L'Iran è il bersaglio di un'intensa lotta politica per definire il futuro post-Trump
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Durante l’incontro del 30 dicembre con Netanyahu e il suo team, il presidente Trump si è impegnato pubblicamente ad attaccare l’Iran: se continua con il suo programma missilistico balistico, “Sì”. E per il suo programma nucleare: “Immediatamente”. “Li faremo fuori di testa“, ha detto Trump.
In contrasto con questa bellicosità, il linguaggio di Trump all’incontro di Mar-a-Lago rifletteva solo calore e lodi smodate per Netanyahu e Israele. Pubblicamente, Netanyahu ha ricevuto il sostegno pubblico di Trump per un attacco all’Iran e per la Fase Due di Gaza, ma dietro le quinte, scrive Anna Barsky (in ebraico), molti dei dettagli sono rimasti indefiniti e controversi.
Il linguaggio inasprito nei confronti dell’Iran non è stato una sorpresa per Teheran. Era prevedibile. Tutti i segnali di ostilità imminenti sono evidenti: la narrazione in crescendo – “centinaia di cellule dormienti di al-Qaeda pronte a scatenare la carneficina; al-Qaeda ha trovato rifugio sicuro in Iran per 25 anni… [permettendo all’Iran] di potenziare la diffusione del fondamentalismo islamico”, afferma un “infiltrato dell’MI5 e dell’MI6”. Al momento giusto, la valuta iraniana crolla vertiginosamente e gli iraniani scendono in piazza.
Cosa si nasconde dietro questa esplosione di militarismo tra Stati Uniti e Israele? Le fanfaronate di Trump sulle “porte dell’Inferno” che si aprono a “chiunque” sono ormai familiari a tutti noi. Ciononostante, i segnali indicano che Trump e Netanyahu sono schierati per un altro round di guerra.
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L’emergenza in Cisgiordania mette a nudo le intenzioni di Israele
di Roberto Iannuzzi
Espansione degli insediamenti, offensiva militare, violenze dei coloni, strangolamento economico. E’ evidente l’intento annessionista del governo Netanyahu. Ma l’Occidente tace
Il fragile cessate il fuoco a Gaza, continuamente violato da Israele, invece di ridurre le tensioni nella vicina Cisgiordania ha visto un’accelerazione delle operazioni israeliane finalizzate all’annessione di fatto del territorio palestinese occupato.
Dall’inizio della tregua nella Striscia, lo scorso 10 ottobre, le violenze dei coloni e l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania si sono intensificate.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il ministro israeliano della sicurezza interna Itamar Ben-Gvir aveva emesso 220.000 nuove licenze di porto d’armi, in gran parte rilasciate nelle colonie, che ora sono controllate da gruppi armati paragonabili a milizie private.
L’ONU ha registrato il più alto numero di attacchi alla raccolta palestinese delle olive dal 2006. Essi restano solitamente impuniti.
Secondo Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani, solo il 6,6% degli attacchi compiuti da civili israeliani contro i palestinesi tra il 2005 e il 2023 sono stati perseguiti dalla magistratura.
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Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?
di Rete dei Comunisti
Le contraddizioni si acutizzano velocemente, come dimostrano i ripetuti colpi di mano dell’amministrazione USA e la precipitazione di tutti i teatri di crisi internazionali. Di fronte a questa velocizzazione la mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Di questo se ne discuterà a Roma il prossimo 24 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti.
C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del 28 novembre scorsi così come nelle grandi manifestazioni di questi mesi: non solo migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti hanno scioperato ma lo hanno fatto con numeri superiori agli scioperi sindacali su questioni sociali anche fondamentali.
Il fatto che uno sciopero chiaramente “politico” come il ripudio del genocidio dei palestinesi e il sostegno alla Global Sumud Flotilla sia stato una leva mobilitante superiore rispetto agli scioperi vertenziali, è un fattore che merita di essere approfondito e discusso.
Per anni infatti si era ritenuto che il conflitto sociale fosse più forte e credibile agli occhi delle “masse” di quello politico, sia per il crollo di credibilità della politica mutatasi in farsa – per le stesse forze della sinistra – sia perché le vertenze e la logica vertenziale (nei posti di lavoro come nei territori) sembravano svolgere una funzione di supplenza rispetto a obiettivi dichiaratamente politici. Insomma sembrava che il particolare fosse più convincente del generale.
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Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci
di Carlo Cattivelli
È questo lo splendido titolo battagliero di una raccolta di saggi pubblicata di recente dall’editore Jaca Book.
Una raccolta che, oltre all'omonimo contributo di Miguel Benasayag, pensatore, psicanalista e attivista argentino di fama internazionale, include i saggi di altri tre autori: Paolo Bartolini, analista a orientamento filosofico e formatore, nonché Matteo Mollisi e Giulia Zaccaro, ricercatori in filosofia e analisti filosofi in formazione.
Un libro prezioso. Soprattutto in questo caotico frangente storico che ci vede schiacciati in una morsa: da una parte, l’evidente crisi sistemica che investe quel neoliberismo che soprattutto a queste latitudini pervade ormai da mezzo secolo ogni ganglio e struttura della nostra vita associata; dall'altra, l’apparente assenza di alternative credibili e strutturate, il crollo delle aspirazioni socialiste e comuniste, nonché, da qualche anno a questa parte, inquietanti prospettive belliche.
In simili condizioni, la tentazione del pessimismo disfattista - giocoforza - è sempre in agguato.
Dunque che fare? Da dove ripartire per costruire un’alternativa degna del nome?
In realtà, sembrano suggerire gli autori, il fondamento di questa alternativa è già qui, da sempre presente, da sempre letteralmente a portata di mano: ed è il nostro stesso corpo.
Posto che per gli autori la mente è ancora, in termini spinoziani, “idea del corpo” (Benasayag utilizza il termine psichesoma), il punto cruciale da comprendere bene è: che cos’è, nella prospettiva adottata dagli autori, “corpo”?
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Michelangelo Severgnini: La Libia e le narrazioni fiabesche della stampa italiana
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comidad: La fintocrate Meloni e l'autocrate Mattarella
Carlo Di Mascio: Diritto penale, carcere e marxismo. Ventuno tesi provvisorie
Manlio Dinucci: Washington caput mundi
Giorgio Cremaschi: Alla larga dai No Pax!
Il Chimico Scettico: Bias per la "scienza": perché l'intelligenza artificiale non critica
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto
















































