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Genova 2001: la democrazia spezzata e l’alternativa necessaria
di Marco Nesci
Il G8 di Genova del 2001 non è stato soltanto un drammatico evento di cronaca o una pagina nera della storia repubblicana; è stato il momento in cui il capitalismo globale e il neoliberismo, messi a nudo nella loro fragilità ideologica, hanno dovuto ricorrere alla violenza di Stato per sopravvivere. Chi, come me, ha vissuto quella stagione totalmente immerso in quel contesto essendo Segretario regionale ligure del Partito della Rifondazione Comunista e di Consigliere regionale, porta con sé non solo il peso della memoria e il dolore per quei fatti, ma la consapevolezza politica di ciò che quel movimento rappresentava: una minaccia reale e tangibile all’ordine economico dominante, il più alto momento di quella coscienza collettiva che aveva capito che si poteva cambiare il mondo.
L’alternativa di sistema: la convergenza delle differenze
La fase di preparazione che precedette le giornate del luglio 2001 fu un laboratorio politico di una complessità e di una ricchezza straordinarie. Per mesi, all’interno del Genoa Social Forum, culture politiche e storiche radicalmente diverse – dal marxismo critico al cattolicesimo di base, dall’ambientalismo all’anarchismo – trovarono una sintesi relazionale che non si è mai più replicata nella storia recente.
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Il mirino e la tenerezza
di Geraldina Colotti
19 Luglio 1979: la rivoluzione sandinista ha il volto delle sue donne
C’è un’immagine che ferma il tempo. Arriva dalle montagne del Nicaragua, dagli anni in cui la storia ha deciso di cambiare rotta, e porta con sé l’odore della terra bagnata, della giovinezza e del coraggio. In primo piano, sdraiata tra l’erba alta, una ragazza fissa il mirino del suo fucile. Ha i capelli scuri, ricci, che le incorniciano un viso ancora infantile; gli occhi, limpidi e terribilmente seri, guardano dritto davanti a sé, oltre l’obiettivo, verso un futuro che allora era tutto da conquistare. Dietro di lei, altre compagne, le muchachas, imbracciano le armi con la stessa postura fiera.
Questa foto non racconta la guerra come fine, ma la difesa della vita come principio. Racconta di una generazione di donne – staffette, infermiere, militanti, comandanti – che hanno deposto il destino domestico a cui la dittatura di Somoza le condannava per inventare, zaino in spalla, un’alba di liberazione. Erano la spina dorsale del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. Nelle loro mani il fucile non era uno strumento di morte, ma la garanzia che nessun bambino nicaraguense sarebbe più morto di fame o rimasto nell'analfabetismo. Quella che Julio Cortázar definì, con mirabile sintesi, "la rivoluzione più tenera della storia", camminava sulle loro gambe e guardava attraverso i loro occhi.
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La strategia americana: l'ucrainizzazione dell'Europa
di Martino Dettori
L'idea è quella di alimentare uno scontro con la Russia per infliggere a quest'ultima una sconfitta strategica. Tolta di mezzo la Russia, gli USA potranno così occuparsi della Cina
Ho letto giusto ieri, su Facebook, un interessante commento a firma di un certo Mattias Forsgren. Il commento propone un’idea che condivido e che ho già espresso in diversi miei articoli fin dal 2022, seppure in modo non così esplicito: l’idea americana di ucrainizzare l’Europa, cioè di fare in modo che il vecchio continente — una volta che l’Ucraina verrà sconfitta (e verrà sconfitta) — assuma il ruolo di nuovo proxy nella guerra contro la Russia, perché a quest’ultima venga inferta quella sconfitta strategica che gli americani inseguono da anni e che permetterebbe loro di occuparsi in tutta tranquillità della Cina, il loro avversario principale.
Vedete, la Russia e la Cina minano da anni l’egemonia americana e propongono un ordine internazionale multipolare. Ma questo ordine non è accettabile per gli USA, poiché — come dice l’autore della riflessione — «il welfare americano dipende dalla capacità di estrarre valore aggiunto dal resto del mondo» attraverso il dollaro, la superiorità tecnica e chiaramente la propaganda, molto spesso veicolata grazie ai film hollywoodiani che vedono gli americani come i salvatori e protettori del mondo libero.
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La guerra degli Stretti “gemelli”
di Alberto Negri*
È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.
Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz. di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).
Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.
Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.
Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.
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La logica del potere computazionale
di Diego Bertozzi
Quali sono le caratteristiche della particolare forma di potere definita “Potere computazionale”? Cosa la differenzia da quelle precedenti? Quali spazi lascia alla regolamentazione e, più di tutto, alla creatività e al cambiamento sociale? Si tratta di domande urgenti e impegnative alle quali vuole dare risposta Paolo Benanti nel suo ultimo e impegnativo lavoro “La nuova logica del dominio”.
* * * *
Per il celebre filosofo italiano Emanuele Severino (1929-2020) il dominio dell'apparato tecnologico (tecno-scienza) è un approdo certo della storia di un'umanita da sempre in cerca di un riparo dal quotidiano spettacolo del divenire e dall'annientamento. Cosa più della tecnica, con il suo prodigioso e incrementale sviluppo, può nutrire speranza di fuga dall'angoscia? E di questi inesorabili sviluppo e destino fa parte anche l'Intelligenza Artificiale (AI). Se non vi è alternativa reale e concreta a questo incipiente dominio, significa che a nulla valgono, se non come momentaneo e impotente argini, norme, morale e valori; la morale stessa è pronta ad essere assorbita nel cono d'ombra della volontà di potenza dell'Apparato: ciò che per la tecnica è possibile, diventa anche giusto. Il processo delineato con estrema coerenza da Severino, non trova del tutto concorde il Paolo Benanti, studioso assai attento alle conseguenze politiche, sociali e morali dello sviluppo tecnologico accelerato degli ultimi lustri, con particolare attenzione riservata alla AI e alla sua logica, e autore del recente La nuova logica del dominio.
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Dalla rivoluzione all’ONG: la metamorfosi dell’intellettuale latinoamericano
di Sergio Medina Viveros
Erano i primi tempi della transizione negoziata quando la rivista Punto Final pubblicò un articolo di James Petras che suscitò indignazione negli ambienti intellettuali della Concertación. Intitolato “La metamorfosi degli intellettuali in America Latina”, il testo evidenziava un aspetto inquietante: in balia di influenze esterne – soprattutto finanziarie – questi intellettuali di centrosinistra riorientavano le proprie posizioni verso “una serie di formule che giustificavano l’accondiscendenza con le élite militari ed economiche, locali e straniere, come unica opzione praticabile e ‘possibile’, congelando così il processo di trasformazione”.
A trent’anni di distanza, la diagnosi di Petras rimane una delle chiavi di lettura più acute per comprendere la profonda mutazione del pensiero critico in America Latina. La scomparsa del sociologo greco-statunitense il 17 gennaio 2026 ci invita a rileggere la sua opera e a chiederci: come si è trasformato l’intellettuale rivoluzionario del XX secolo nell’operatore democratico della sinistra revisionista attuale?
L’intellettuale collettivo: dall’esilio alla trincea militante
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Il nuovo argomento per distogliere l'attenzione da un mondo in fiamme
di Andrea Zhok*
Nel funzionamento dei media, non meno delle tesi esplicite che vengono presentate, conta l'imposizione del discorso dominante.
In questa fase, con il mondo che sta andando a fuoco verso una guerra mondiale, mentre l'endiadi Israele-USA sta tentando di ricostituirsi in impero unipolare a colpi di bombardamenti quotidiani, mentre l'Europa tutta, a partire dalla Germania, sta scendendo nel gorgo della deindustrializzazione perdendo cittadini con alta formazione e importando mano d'opera estera con bassa formazione, mentre tutto questo e molto altro sta succedendo, quest'estate ci viene imposto il tema della "Sicurezza fai da te" come questione fondamentale.
Non è importante per quali tesi questo o quel giornale o telegiornale parteggino, l'importante è che, su un tale tema, non ci si debba poter appellare a nessuna forma di ragione.
Si producono narrazioni mirate e si chiede alla plebe cogliona di contribuire lanciando sassi nell'arena.
Basta presentare in maniera umana la posizione di una delle parti in causa (X), raccontandone le vicende pregresse, i colpi della fortuna avversa, narrandone il possibile filo psicologico, suscitando empatia, per poi raccogliere i frutti in termini di gente che si vuole arruolare nelle fila dei difensori di X.
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Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
di Osservatorio Repressione
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.
Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.
Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.
Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.
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Tutto si tiene. Vance, Herzog, la propaganda, e la guerra. Il tempo più pericoloso
di Paola Caridi
Cominciamo dalla fine. Per meglio dire, cominciamo dalla periferia dell’impero. Italia, estate 2026: un governo di destra/destra che non ha dimenticato le sue radici fasciste vara una pessima legge elettorale balneare, di quelle che servono a blindare una vittoria possibile del governo in carica, anche se non una vittoria sicura, visto l’indebolimento mediatico di Giorgia Meloni. Causa Trump e le sue reiterate esternazioni contro la presidente del consiglio dei ministri.
A rendere ancora più pericoloso il quadro politico, e soprattutto istituzionale, è un caso di cronaca che – non è certo la prima volta – prova a rimettere in gioco la struttura istituzionale costruita dalla Costituzione. È il caso del gioielliere che ha ucciso due rapinatori, e ferito un terzo, ha avuto regolare processo, è stato condannato con sentenza definitiva compreso il pronunciamento della Cassazione. Per tutta risposta, il ministro Nordio (ma non è un magistrato?) si dimentica che, per il nostro assetto istituzionale, tocca solo ed esclusivamente al presidente della Repubblica decidere la grazia.
Quello che succede in Italia non è cosa così slegata dallo stato in cui versa un pezzo di occidente, segnato da un revisionismo delle strutture democratiche che conduce verso pratiche autoritarie. Quasi nelle stesse ore in cui alla Camera andava in onda una crisi di nervi della maggioranza riunita attorno a Meloni, il più ascoltato podcast USA, condotto da Joe Rogan, mandava in onda una intervista di quasi 3 ore con il vicepresidente statunitense JD Vance. Con un atto inusuale, uno dei tanti di questa amministrazione USA, il vicepresidente si concede a una intervista irrituale, invece di rimanere dentro un alveo istituzionale.
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La sfida al presente nel leggere Marx
di Alfonso Maurizio Iacono
«A tu per tu con ‘Il capitale’» di Roberto Fineschi, per Laterza. Il libro spiega il processo di accumulazione, la produzione del plusvalore e il profitto. Ma l’autore non si limita a spiegare le idee del Moro, lo interpreta e lo confronta con l’epoca attuale
Il miglior modo per avvicinarsi al pensiero di Marx e, in particolare, al suo capolavoro, Il capitale, è quello di leggerlo direttamente, specialmente oggi che l’Ia, dopo che si apre un documento sul computer o sullo smartphone, ci dice che esso è troppo lungo e che, se vogliamo, ci può fare un riassunto. Trionfo della lettura di seconda mano! Con la scusa che non c’è tempo, si procede dottamente verso l’ignoranza grazie all’assenza di quelle che una volta si chiamavano fonti primarie.
QUESTO, TUTTAVIA, non vuol dire che non si debbano scrivere introduzioni e guide alla lettura di testi classici come Il capitale di Marx, vuol dire più semplicemente che le introduzioni, le guide alla lettura, i riassunti non devono sostituire il testo originale, ma, semmai, accompagnarlo. È in questo senso che va letto A tu per tu con ‘Il capitale’ di Roberto Fineschi (Laterza, pp. 184, euro 18), il quale, peraltro, è il curatore della nuova, bella – e piuttosto cara edizione de Il capitale (Einaudi, 2024).
Non si tratta di un riassunto, ma di una intelligente lettura dell’opera di Marx e quindi, in questo senso, di una guida alla lettura.
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Iran. Verso l'ennesima Forever War?
di Davide Malacaria
J.D. Vance: "Ci sono alcune persone all'interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando… l'opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente"
S’intensifica il conflitto iraniano, con gli Stati Uniti che hanno cambiato target: non più obiettivi costieri, ma infrastrutture civili all’interno del territorio. L’idea è quella di degradare l’Iran per convincerlo alla resa su Hormuz. E non riusciranno.
L’unica conseguenza di tale strategia, al netto delle sofferenze inflitte al popolo iraniano (che dicevano di voler “liberare”…), è che Teheran ha dichiarato decaduto il Memorandum di Islamabad e ha ampliato il raggio e gli obiettivi del suo tiro a segno contro i target militari statunitensi. E minaccia di incendiare il Golfo se gli Usa ampliano ulteriormente raid e obiettivi.
Invece di scorrere, il tempo in Medio oriente sembra tornare indietro avvicinandosi pericolosamente al 28 febbraio scorso, quando iniziò l’improvvida, sanguinaria, avventura israelo-americana contro l’Iran.
Pochi i cenni in controtendenza. Quello più importante è l’intervista rilasciata da J.D. Vance a Joe Rogan, nella quale ha criticato le pressioni israeliane per fare del conflitto iraniano una guerra infinita: “Ci sono alcune persone all’interno del loro sistema, lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente indefinitamente”.
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Missili da sfornare nelle fabbriche ukro-europee: l'odore della pecunia attrae i guerrafondai europeisti
di Fabrizio Poggi
16 luglio. Soldi e armi. Armi e soldi. Ma soprattutto tanti tanti soldi. Entro queste coordinate, si può raccontare di tutto sui rapporti tra Unione Europea e Ucraina, blaterando di “valori europei”, bofonchiando di difesa della “vittima dell'aggressione russa”. Basta non arrivare a confessare che, come anticipava l'imperatore Vespasiano duemila anni fa, pecunia non olet e che, dunque, ai farabutti delle cancellerie europee, usi a declamare su “democrazia”, “libertà”, “valori liberali”, non importa proprio nulla che a Kiev imperversi la più sfacciata corruzione tra le alte sfere del potere nazigolpista e che al centro di tutto ci siano proprio i soldi che vanno e vengono tra Bruxelles e le ville di Versilia o Costa del sol, dove albergano i ras nazisti tra un vertice G7 e un summit di “Volenterosi”.
In questo senso, non potevano essere più espliciti gli ultimi incontri di Ankara, Parigi, Kiev: soldi per le armi; tantissimi miliardi sottratti alle necessità elementari delle masse popolari europee e dirottati sulla produzione di guerra, che porta così tanti profitti nelle tasche delle varie Eurosam, Leonardo, Thales, Saab, Hensoldt, Diehl Defense, Safran e tante altre, insieme alla ucraina “FirePoint”, tanto magnificata dai media guerrafondai e che non fa mistero delle proprie ambizioni di intascare la pecunia europeista a scapito delle concorrenti italiane, britanniche, tedesche, untuosamente presentate però come “partner strategici” con cui avviare una produzione comune, per la verità da tempo iniziata. Si tratta solo di mettersi d'accordo sulla dislocazione, in base alla redditività dei singoli soggetti e, come si direbbe citando Marx alla bell'e meglio, spartendosi il lucro in base alla misura del singolo capitale.
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Salario vitale: la mossa del cavallo…
di Nico Maccentelli
Se gli USA e tutte le oligarchie capitalistiche e i vassalli presenti nel blocco occidentale dovessero avere a giusta causa (per loro) una ragione per liquidare la Cina con una guerra imperialista, ebbene questa non sarebbe la spartizione e il controllo delle risorse o dei mercati, o la competizione tecnologica, bensì la vecchia questione del comunismo.
Come si suol dire: adesso sì che avete una ragione.
Cai Fang non è il primo che passa, ma uno dei massimi economisti ed esponenti politici del PCC che lavora negli ambiti in cui vengono elaborate le dottrine ufficiali, e riprese poi su organi autorevoli di partito come il Qiushi, ha posto la questione di un cambio radicale nel suo sistema salariale per rispondere attivamente all’impatto dell’AI sull’occupazione. Il che non significa altro che fare fronte a un aumento considerevole e destabilizzante per la valorizzazione del capitale costante espresso in automazione (macchine, impianti, robotica sistemi digitali di produzione e creazione di capitale), disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione.
La chiave di volta è il salario vitale, che non coincide con il salario minimo legale, né con il salario di mercato determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Esso rappresenta una soglia retributiva che consente al lavoratore e alla sua famiglia di vivere dignitosamente, partecipare alla vita sociale e sostenere i consumi necessari a una società sviluppata.
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«L’intelligenza artificiale è fatta da milioni di lavoratori invisibili»
Anita Fallani intervista Antonio Casilli
Dietro l’IA ci sono milioni di lavoratori sottopagati e senza tutele. Antonio Casilli racconta il lato nascosto dell’intelligenza artificiale
Ormai onnipresente nelle nostre vite e nel discorso pubblico, l’intelligenza artificiale è presentata da alcuni come la promessa di un futuro radioso, da altri come una minaccia esistenziale. La verità, probabilmente, sta altrove: più che immaginare scenari lontani, è urgente guardare a cosa l’IA sta già facendo oggi alla società, al lavoro e ai diritti.
Ne abbiamo parlato con Antonio Casilli, ordinario di sociologia all’Istituto Politecnico di Parigi e tra i massimi esperti dei rapporti tra tecnologie digitali e trasformazioni del lavoro.
* * * *
Partiamo dall’inizio. Che cos’è l’intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale nasce negli anni Cinquanta, tra Cambridge e gli Stati Uniti. Matematici, ingegneri, linguisti ed esperti di educazione si chiedevano come insegnare ai computer a ragionare come esseri umani. Da allora si sono affermati due approcci: quello basato su regole e quello basato sugli esempi.
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Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario
di Gioacchino Toni
Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00
Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.
Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari –, ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).
Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.
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Allarme rosso sull’economia Usa
di Alessandro Volpi*
Torno sul viaggio precipitoso di Christine Lagarde negli Stati Uniti per incontrare il presidente della Fed Kevin Warsh e il segretario al tesoro Scott Bessent.
Il primo giorno il colloquio con Warsh ha avuto ad oggetto, al di là del tema molto formale – l’opportunità per i banchieri centrali di non annunciare in anticipo le loro mosse – la gravità della situazione debitoria degli Stati Uniti.
Una situazione che, di fatto, non ha precedenti storici dal secondo dopoguerra e provo a mettere in luce perché
1. Debito Federale e Rapporto Debito/PIL
Il precedente: L’unico momento paragonabile per intensità fu la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946, il rapporto debito/PIL raggiunse il 106%.
Oggi: Siamo oltre il 125-130%. La differenza fondamentale è che nel 1946 il debito servì a vincere una guerra e fu seguito da un boom demografico e industriale (i “Trenta Gloriosi“). Oggi il debito è strutturale, alimentato da spesa sociale, interessi passivi e spese militari per una sorta di stato di guerra endemica.
2. Tasso di risparmio basso e Debito privato alto
Il precedente: Il 2005-2007 (pre-crisi Lehman). Allora il risparmio scese verso il 2% e il debito delle famiglie era ai massimi.
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Riarmo europeo? Un grande bluff
di Pino Arlacchi
Per i vertici militari Usa e Nato, la Russia non è una minaccia: perciò i piani dell’Ue sono inutili. Ma l’industria della paura ha un difetto indelebile: consegnare la guerra promessa o restituire la paura incassata
Il 4 marzo 2025 Ursula von der Leyen annunciò al mondo, con una conferenza stampa di sei minuti, che l’Europa era entrata “nell’era del riarmo”.
Il piano ReArm Europe — poi ribattezzato, con un eufemismo degno dei tempi, “Readiness 2030” — avrebbe mobilitato fino a 800 miliardi di euro per fronteggiare la minaccia russa. La stampa europea si genuflesse davanti alla cifra. I mercati applaudirono. I titoli dell’industria bellica volarono. A più di un anno di distanza, possiamo dire con tranquillità ciò che gli osservatori seri avevano capito fin dal primo giorno: quel piano era un bluff. E il bluff è stato definito non da noi, ma dall’unico giocatore che al tavolo contava davvero: Putin.
Cominciamo dall’anatomia contabile dell’inganno. Degli 800 miliardi sbandierati, 650 non sono mai esistiti come risorse. Sono semplicemente il permesso, concesso agli Stati membri attraverso la sospensione delle regole di bilancio, di indebitarsi per comprare armi. Non un euro di fondi comuni: solo la facoltà di scavare più a fondo nei propri deficit nazionali, generosamente offerta a Paesi come l’Italia, che con un debito oltre il 140 per cento del Pil dovrebbe finanziare i carri armati con lo stesso strumento che le viene proibito di usare per la sanità.
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Conseguenze del pensiero
di Paolo Bartolini
In principio è l'azione, diceva Goethe, ed è tanto vero che anche il gesto linguistico va inteso come azione che acquisisce il suo senso in uno spazio comunitario, dove la parola facilita atteggiamenti coordinati tra gli umani che appartengono a un medesimo gruppo. Poi c'è un aspetto che sta molto a cuore a noi filosofi: in base a come pensi, così agirai. La tua visione del mondo produce effetti, perché orienta percezioni e decisioni. Ecco allora che il cerchio si chiude. Fare teoria, fare discorsi, non è un passatempo, onanismo a tempo perso: è ricerca di una coerenza, per quanto aperta e talora conflittuale, che possa guidare un'etica adeguata.
Trasposto tutto ciò alla situazione politica attuale, e ai relativi dibattiti online, ecco cosa ne deriva. Prendiamo tre opinioni intorno ai rapporti tra centro-destra e centro-sinistra (la mia è la numero 3):
1) Sono tutti uguali: vanno combattuti come se fossero la stessa cosa.
2) Il centro-sinistra è l'unico argine di un certo peso nei confronti del nuovo fascismo.
3) Il centro-sinistra, dopo la caduta del Muro di Berlino, è divenuto simmetrico e complementare al centro-destra: non sono affatto uguali su tutto, ma sull'essenziale (economia e politica internazionale) si assomigliano troppo e risultano entrambi al servizio del neoliberalismo.
Ora ragioniamo, pensando al quadro politico italiano e alle future elezioni.
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Lindsey Graham e la tecnica di mettere davanti al fatto compiuto
di comidad
Le biografie sul senatore Lindsey Graham diffuse dopo la sua morte, concordano nel presentarlo come un oppositore di Trump successivamente diventato suo alleato, collaboratore o, addirittura, tutore. Se si analizza questa vicenda in termini oggettivi, senza fare processi alle intenzioni, si nota uno schema. Un senatore è noto come guerrafondaio e come esponente della lobby delle armi e, per questo motivo, diventa impopolare e ineleggibile al di fuori dei distretti in cui si è potuto creare una clientela piazzando fabbriche di armi. Di conseguenza, chi riceve l’ostilità di un personaggio del genere ottiene immediatamente credito presso l’opinione pubblica esasperata dal pagare tasse allo scopo di finanziare appalti alle multinazionali delle armi; una esasperazione accentuata dal fatto che ormai la nozione di “contribuente” si identifica con i ceti subalterni, dato che ai ricchi e alle multinazionali si concedono varie forme di immunità fiscale. Un Trump appoggiato da Lindsey Graham non sarebbe mai stato un candidato vendibile; ma, una volta che Trump è stato eletto, Graham lo ha potuto gestire e indirizzare.
Gestirlo come? Anche qui non c’è da fare psicologismi, bensì guardare allo schema, che è quello del mettere davanti al fatto compiuto. Graham non si limitava a dettare la politica estera, ma la faceva direttamente lui, e senza alcun titolo o alcun mandato; poiché, in quanto lobbista delle armi (in particolare della Boeing) aveva un suo specifico potere contrattuale quando si recava all’estero.
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Caso Ahmadinejad. La bufala che il New York Times non riesce a seppellire
di Pino Cabras
Ventiquattr’ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e della Menzogna», l’ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso «scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie agenzie internazionali.
Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare.
𝗜𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲
Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso.
La prima riguarda la sostanza dell’accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una smentita non chiude nulla: l’ufficio di un ex presidente respingerebbe un’accusa simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti – un’idea possiamo farcela da subito.
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Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
di Global Times
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte, a Parigi per dare, come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).
Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).
Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di una governance superiore?“.
Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc, e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?
Ecc.
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USA-Iran, la guerra e il nodo di Hormuz
di Michele Paris
Il presidente americano Trump ha fatto definitivamente carta straccia di un “Memorandum d’Intesa” (MoU) con l’Iran che gli Stati Uniti avevano mostrato di non volere rispettare già all’indomani della ratifica il 17 giungo scorso a Versailles. L’escalation militare di questi giorni conferma infatti un salto di qualità significativo nell’intensità e negli obiettivi degli attacchi di entrambe le parti, complicando sensibilmente la ricerca di una via d’uscita diplomatica permanente. A livello razionale, la ripresa del conflitto su vasta scala fa intravedere un vicolo cieco per Washington non molto diverso da quello seguito alle due aggressioni registrate negli ultimi tredici mesi. Per questa ragione, molti osservatori si aspettano tutt’al più qualche settimana di guerra e un ritorno al tavolo delle trattative, anche perché le prospettive politiche ed economiche appaiono molto cupe già nel breve periodo. Tuttavia, gli Stati Uniti sono organicamente incapaci di mantenere un impegno, poiché per l’Impero è semplicemente impossibile ammettere la sconfitta strategica incassata e, finché le condizioni lo permetteranno, è probabile perciò che l’opzione militare continuerà a essere quella preferita, nell’illusione di poter piegare la Repubblica Islamica e il suo popolo.
La misura dell’umiliazione inflitta agli Stati Uniti è evidente anche solo dal progressivo ridimensionamento dell’obiettivo ufficiale della guerra, ovvero dal cambiamento della definizione di “successo” delle operazioni militari scatenate il 28 febbraio scorso. Dal cambio di regime si è passati in maniera relativamente rapida alla negazione della facoltà di possedere armi nucleari, per arrivare infine al ristabilimento dello status quo ante nello stretto di Hormuz.
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Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro
NATO per soldi
di Fulvio Grimaldi
NATO per far soldi, ma che davvero? E allora diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio, scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari depositari di risorse che andrebbero riappropriate.
Avete presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e, alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi. Bisanzio 2.0.
Defence Industry Forum
Questa la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei.
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L’agenda atlantica si può strappare
di Emiliano Brancaccio
Nato: Una prova di inattesa resilienza per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale»
Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari. Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.
Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.
La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.
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Melodramma Trump, e Israele punta sull’atomica
di Dante Barontini
Nella tragedia c’è sempre anche un angolo per la commedia. La novità di Trump è quella di aprirci anche un siparietto di melodramma: “Sono da molto tempo sulla loro [dell’Iran ndr]lista“, ha detto al New York Post. E per questo ha aggiunto di aver ordinato che, se dovesse essere ucciso, “li bombardino come mai è stato fatto prima“.
Non serve una grande memoria per ricordare che l’Iran, con tutti i suoi difetti, non ha fin qui ucciso nessun capo di stato o di governo, neppure di paesi di poco perso internazionale. Al contrario, questa è un’antica abitudine proprio degli States e di Israele (solo quest’anno: il rapimento di Nicolàs Maduro, l’uccisione di Ali Khamenei e di altri dirigenti iraniani).
E dunque appare logicamente improbabile Tehran possa meditare l’”omicidio mirato” della principale superpotenza. Non solo perché quella prassi appare più occidentale che non persiana, ma soprattutto in considerazione delle possibilità di risposta che la superpotenza avrebbe a disposizione.
Una breve analisi più attenta della notizia, oltretutto, permette di sapere che è stata pubblicata dal Wall Street Journal, il quale precisa anche la provenienza: un rapporto dei servizi segreti israeliani descritto come “un tentativo di influenzare le decisioni di Trump”. Cosa che ha fatto sorridere ironicamente persino funzionari del Pentagono e della Casa Bianca.
L’unico elemento di realtà sarebbero insomma i canti e cartelli che, durante i funerali di Khamenei, inneggiavano alla morte di Trump e degli Usa. Praticamente quello che si sente in ogni corteo del mondo, dal secondo dopoguerra…
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Vertice Nato, come i governanti europei hanno regalato i nostri soldi a Trump
di Paolo Ferrero
A questo punto è chiaro perché le élites Ue ripetono istericamente che stiamo per essere attaccati dalla Russia...
Il vertice Nato di Ankara è stata una grande rappresentazione teatrale che – in primo luogo – è servita a produrre la narrazione con cui coprire una aggressione senza precedenti contro i popoli europei.
Il contesto del vertice è quello noto: da anni i media europei presentano la guerra in Ucraina come una aggressione russa “ingiustificata e non provocata” e descrivono la Russia come un paese barbaro che minaccia di invadere l’Europa. In particolare le classi dominanti europee portano avanti una campagna russofobica che possiamo compendiare con le parole espresse recentemente da Minniti, noto esponente del Partito Democratico: “Per Trump la Russia non è una minaccia immediata. Per noi è invece imminente.”
In questo clima isterico che va avanti da tempo, il vertice è stato poi preceduto da una forte campagna stampa che ha ricominciato a dipingere come l’Ucraina vittoriosa nel conflitto e la Russia sul punto di crollare. In particolare il cattivissimo Putin è stato presentato come sull’orlo del baratro in quanto in caduta libera nei consensi.
Con queste premesse, la logica del vertice è stata la seguente:
1) Trump si è fortemente lamentato perché gli Usa nei decenni hanno speso barche di soldi per difendere gli europei e questi, nel momento della guerra contro l’Iran, non hanno ricambiato il favore, per cui gli europei sono approfittatori e ingrati.
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NATO, l’orrore si compatta
di Fabrizio Casari
La riaffermata unità di facciata esibita al vertice NATO di Istanbul ha nascosto le differenze di interessi dei suoi membri, ma non poteva che essere così. Per quanto diverse siano priorità e interessi di ognuno dei 32, la centralizzazione del comando a guida statunitense non è emendabile e obbliga alla compattezza tutto l’Occidente. Sul piano squisitamente militare (che è però ormai difficile distinguere da quello politico ed economico nel nuovo modello di guerre ibride di 4a e 5a generazione) non sono emerse innovazioni di prodotto. La Russia viene definita “nemico strategico” e la sua sconfitta militare continua ad essere l’obiettivo su cui centrare le politiche complessive dei paesi dell’Alleanza senza eccezione alcuna.
L’Ucraina è il luogo prescelto per un primo confronto militare con rischi di effetto globale. Washington ha ufficializzato il cambio di rotta nelle regole d’ingaggio del conflitto, archiviando, apparentemente, la stagione del sostegno a fondo perduto con lo stop alle forniture dirette e spazio solo a triangolazioni commerciali e intelligence strategica. Ma concede a Zelensky l’autorizzazione all’utilizzo dei missili USA per colpire il territorio russo con quello che comporta, ovvero una nuova escalation nello scontro, da tradurre in migliaia di morti.
La guerra della NATO alla Russia è ormai conclamata e dato che la sconfitta russa sul campo è impensabile, gli scenari prevedono solo due ipotesi, una irrealizzabile e una truffaldina: la prima, decisamente difficile da ipotizzare, prevede un accordo che “rispetti l’integrità territoriale ucraina”, dunque uscita delle truppe russe dai territori conquistati; nessuna possibilità di riuscita perché per Mosca si tratterebbe di una sconfitta politica forse peggiore di una militare.
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Perchè la guerra non finirà
di Leonardo Mazzei
Perché la guerra non finisce? Perché gli Stati Uniti (per non parlare di Israele) firmano tregue solo per violarle il giorno dopo? Perché ad un anno da Anchorage la guerra d’Ucraina si va incrudendo? Queste domande cruciali avranno pure una risposta.
In un certo senso, la tendenza ad una sorta di “guerra infinita” sembrerebbe voler smentire lo stesso Clausewitz. Se la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi, prima o poi si dovrà pur tornare agli strumenti ordinari di quest’ultima. Già, ma quando? Ecco un orizzonte che sembra allontanarsi vieppiù.
In realtà, a ben guardare, non c’è nessuna smentita delle concezioni del generale prussiano. La guerra attuale, nelle sue due articolazioni (europea e mediorientale), non finisce proprio perché nessun obiettivo politico di chi l’ha promossa è stato raggiunto. Di più: se i vecchi equilibri prebellici sono palesemente in crisi, nessun nuovo equilibrio è sorto finora dal conflitto (o, se preferite, dai conflitti) in atto.
E’ chiaro come la guerra d’Ucraina abbia le sue specifiche motivazioni, così come ce l’ha ancor più quella quasi cinquantennale mossa dal duo Usa-Israele alla Repubblica Islamica dell’Iran, ma entrambi questi fronti possono essere letti come parte di un tutto: l’iniziativa strategico-militare decisa dall’Occidente a guida americana a difesa del vecchio ordine in crisi. E’ questa iniziativa la causa scatenante della Terza Guerra Mondiale in corso.
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L’esorcista
di Nico Maccentelli
Regolarmente a ogni tornata elettorale assistiamo alle belle parole di chi in tutti questi anni non ha fatto altro, in alternanza con la destra, che smantellare i diritti sul lavoro (jobs act, art. 18, ma si può dire sin dal pacchetto Treu), approvare e promuovere “missioni umanitarie” e oggi schierarsi con l’Occidente per il riarmo e la guerra contro la Russia voluta dai complesso militare industriale e digitale USA-NATO. Ma di più mettere il pareggio d bilancio con il titolo V in Costituzione legare il paese mani e piedi ai diktat degli euroburocrati che hanno creato devastazione sociale, distruzione del welfare pubblico.
Un forza della sinistra radicale e di classe a Napoli l’altro giorno non ha fatto altro che ricordare queste belle robine ai signori del campo largo schierati e quindi a ricordare quanto siano inattendibili soprattutto in vista delle elezioni, che… apriti cielo! Tutta la sinistreria, antifascista a comando, da salotto, che di fascismo non ha capito un cazzo (poi lo spiegherò) si è lanciata a riempire di contumelie i poveri papisti, che hanno semplicemente indicato che sul piano del lavoro e e della guerra il re è nudo.
Le contumelie sono sempre all’insegna del tutti uniti contro la destra con il solito vecchio schema fuorviante che recita sostanzialmente il mantra in due parti:
Uno: che la destra è fascista e dall’altra parte c’è la sinistra;
Due: che c’è il pericolo fascista e bisogna difendere le istituzioni democratiche.
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I funerali Khamenei: la terza sconfitta Usa nella guerra all'Iran
di Piccole Note
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di "migliaia" di persone
Si può azzardare con un certo grado di certezza che i funerali dell’ayatollah Alì Khamenei sono stati i più partecipati della storia, imparagonabili per numero di convenuti con quelli di altri leader occidentali recenti, politici o spirituali che siano, e, a quanto pare, anche con altri del passato (escludiamo quelli più antichi, che non potevano avvalersi per attirare le folle di mezzi di comunicazione efficaci).
Secondo i media iraniani nei sei giorni di lutto hanno partecipato oltre 40 milioni di persone, cifra che i media occidentali hanno cercato in tutti i modi di sminuire, come denota il fatto che tanti hanno riferito, a dispetto di immagini inoppugnabili, di “migliaia” di persone.
Certo, le cifre iraniane potrebbero essere esagerate, ma sicuramente siamo ben oltre i 2 milioni di persone che parteciparono ai funerali di Ghandi e ai 3 milioni di quelli di Giovanni Paolo II, per citare due eventi funebri tra i più partecipati.
Un media autorevole come il Financial Times ha scritto di una cifra che sarebbe oscillata tra i 12 e i 15 milioni, numeri lontani da quelli comunicati da Teheran, ma pur sempre altissimi.
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