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lantidiplomatico

La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio

di Chris Hedges*

Gaza è solo l'inizio. Il nuovo ordine mondiale è un ordine in cui i deboli vengono annientati dai forti, lo stato di diritto non esiste, il genocidio è uno strumento di controllo e la barbarie trionfa

La guerra contro l'Iran e la distruzione di Gaza sono solo l'inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L'era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe.

Ospedaliscuole elementariuniversità e complessi residenziali vengono ridotti in macerie. Medici, studenti, giornalisti, poeti, scrittori, scienziati, artisti e leader politici, compresi i capi delle squadre negoziali, vengono uccisi a decine di migliaia da missili e droni assassini.

Le risorse – come sanno bene i venezuelani – vengono rubate apertamente. Cibo, acqua e medicine, come in Palestina, vengono usati come armi.

Lasciateli mangiare la terra.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono una farsa, inutili appendici di un'altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I leader più depravati della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta.

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lantidiplomatico

Gli Stati Uniti potrebbero perdere il Golfo

di Marc Lynch*

I bombardamenti iraniani sui vicini del Golfo li hanno inesorabilmente trascinati in una guerra che speravano disperatamente di evitare. Il potenziale ingresso degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e dell’Arabia Saudita in una guerra diretta al fianco di Israele e Stati Uniti rappresenta la prima manifestazione su vasta scala delle ambizioni americane per l’ordine mediorientale che ha supervisionato per decenni. Washington ha sempre sognato una cooperazione arabo-israeliana contro l’Iran senza risolvere la questione palestinese. Eccolo.

Sarebbe una non piccola ironia se il Medio Oriente americano raggiungesse la sua apoteosi proprio mentre l’intera regione sprofonda nell’abisso. Ma quel giorno potrebbe arrivare. Gli stati del Golfo non possono più credere che gli Stati Uniti possano o vogliano proteggerli da minacce esistenziali. E anche se sono costretti a cooperare apertamente con Israele nella sua guerra, lo considereranno sempre più una minaccia piuttosto che un potenziale alleato.

L’attacco dell’Iran agli stati del Golfo di fronte all’attacco USA-Israele ha infranto il riavvicinamento regionale duramente conquistato negli ultimi tre anni. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti erano da tempo allineati con Israele sulla necessità di una strategia di confronto con dell’Iran.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, all’inizio del suo regno de facto, si era scagliato contro la Repubblica Islamica e aveva manifestato la sua disponibilità all’azione militare.

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linterferenza

Dove sta andando il Venezuela? E che fine potrebbe fare Cuba?

di Manolo Morlacchi

I colloqui in corso tra Cuba e USA non giungono inaspettati. La crisi energetica che sta mettendo in ginocchio l’isola è giunta a una fase così grave da prefigurare un crollo complessivo del sistema con conseguenze molto pericolose per gli stessi che lo stanno provocando, gli Stati Uniti.

La destabilizzazione totale di Cuba potrebbe provocare una destabilizzazione complessiva dell’area, con – ad esempio – una migrazione di massa che gli USA non sarebbero in grado di gestire. Un accordo che preveda la salvaguardia del governo cubano in cambio di riforme ancora più radicali dal punto di vista economico e la ripresa nella consegna del petrolio, rappresenta per gli USA uno scenario preferibile al caos o alla guerriglia (soprattutto in una fase dove il paese è già esposto su più fronti). Tutto ciò ha subito un accelerazione a causa degli eventi venezuelani. Cuba ha potuto contare per decenni sul petrolio venezuelano che – da Chavez in poi – ha raggiunto l’isola a condizioni di estremo vantaggio per i cubani e rendendo meno duro l’impatto delle sanzioni USA.

Il blocco pressoché completo nella fornitura del petrolio venezuelano da dicembre 2025 e il radicale cambio di politica energetica e diplomatica di Caracas ha definitivamente messo in ginocchio l’isola. L’esito sembra scontato e ancora una volta conferma una legge della rivoluzione: se combatti puoi vincere o puoi perdere; se non combatti hai già perso. La decisione del governo venezuelano di stendere i tappeti rossi agli emissari della Shell o dell’amministrazione Trump, il reciproco scambio di convenevoli e ringraziamenti – come detto più volte nelle scorse settimane – non può non avere impatti drammatici sull’intero asse della resistenza antimperialista.

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sinistra

Dalla piazza di Roma. Una nota dolente

di Algamica*

La mobilitazione di sabato 14 marzo a Roma, dove sono confluite alcune sigle dell’estremismo di sinistra in piazza, contro il governo Meloni e le misure repressive varate, il No al referendum e un No alla guerra, è stata segnata da un episodio di una certa gravità nei confronti di una delegazione di iraniani presenti in piazza con le loro bandiere e i loro cartelli contro l’attacco che il loro paese sta subendo in questo periodo da tutte le forze occidentali, in modo particolare da USA e Israele.

Si è notata una precisa direttiva, da parte di tutte le componenti, politiche e sindacali, di marginalizzare la presenza della delegazione iraniana costringendola alla coda del corteo. O altrimenti detto: umiliandola.

La qual cosa non ha segnato certamente un bel messaggio nei confronti di un popolo e di una nazione aggredita violentemente dall’imperialismo.

Vorremmo soltanto far notare – visto che molti organizzatori del corteo fanno ancora riferimento ideologico agli anni ’70 – che in quegli anni in occasione delle manifestazioni veniva offerta la testa del corteo al settore sociale più colpito del momento.

Dunque una fabbrica attaccata dalla ristrutturazione, un gruppo di operai licenziati, quando non la difesa di arrestati e così via.

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linterferenza

Jurgen Habermas

di Fabrizio Marchi

Ieri è scomparso Jurgen Habermas, più o meno unanimemente considerato l’ultimo dei grandi filosofi viventi.

La premessa, per quanto mi riguarda, è che quando parlo di questi grandi uomini che, a torto o a ragione, hanno fatto la storia del pensiero (o si ritiene che l’abbiano fatta), lo faccio con la stessa umiltà con cui un giocatore di calcio amatoriale, come il sottoscritto, parla di questo o quel giocatore di serie A. Spesso in queste discussioni o chiacchierate (molto divertenti, devo dire) fra amici e appassionati di calcio si bocciano drasticamente molti giocatori, in genere quelli meno dotati tecnicamente, i “terzinacci”, i mediani di spinta, gli “sportellari”, quelli che “la natura non ha dotato” (come recita la bellissima canzone di Ligabue, “Una vita da mediano”). In realtà poi, quando in età adulta ti capita di giocarci insieme come a me è capitato (perché anche loro per divertimento continuano a giocare anche in età avanzata), ti rendi conto che fra te e loro c’è la stessa differenza che c’è, metaforicamente parlando, tra una mosca e un elefante, quando ci giochi non ti fanno neanche vedere la palla e anche quello che quando giocava in serie A o in serie B ne parlavi al bar sotto casa come di uno “scarpone” rispetto a te è un gigante e ha un tasso tecnico che tu non sai neanche cosa sia.

Fatta questa doverosa premessa, torno rapidamente ad Habermas. La mia opinione – da umilissimo manovale della filosofia – è che fosse un filosofo innocuo, come altri, sia chiaro, non era certo il solo. E dal mio punto di vista, quando dici che un filosofo è innocuo, lo hai ammazzato.

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Un indecoroso spettacolo dell’ignavia ovvero il funerale della sovranità, al Quirinale

di Marco Nesci

Leggete e inorridite. Quello che è emerso dall’ultimo Consiglio Supremo di Difesa non è un documento politico, ma un certificato di sottomissione coloniale firmato dai vertici della Repubblica italiana. Sotto i soffitti affrescati del Quirinale, tra velluti e protocolli, si è consumata l’ennesima recita a soggetto di una classe dirigente che ha smarrito ogni briciolo di dignità nazionale, preferendo il ruolo di zerbino della geopolitica atlantista alla tutela della verità, del diritto internazionale e dei propri cittadini.

 

La semantica del servilismo: Aggressioni e “Azioni”

Il comunicato è un capolavoro di ipocrisia linguistica. Quando si parla della Russia, il linguaggio si fa netto: “irresponsabile aggressione”. Ma quando i missili portano il marchio di fabbrica di Washington o Tel Aviv e colpiscono l’Iran, la mano dei redattori trema, la voce si fa fioca. L’attacco frontale contro uno Stato sovrano viene derubricato a mera “azione militare” in un tripudio di cialtroneria. Questa asimmetria terminologica non è un dettaglio burocratico; è la prova provata di una parzialità che acceca e irrita l’intelligenza altrui. Si condanna l’Iran per il rischio di armi nucleari – un’accusa che persino l’Agenzia Internazionale per l’atomica, ha ripetutamente smontato come infondata – mentre si tace colpevolmente sul fatto che l’unica vera minaccia nucleare (e non dichiarata) nella regione risieda proprio in chi quella “azione” – aggressione l’ha scatenata.

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lantidiplomatico

Cina: Osservando il flusso dei missili

di Pepe Escobar Strategic Culture

 

Il blocco di Hormuz potrebbe spezzare l'Occidente. Ma non spezzerà la Cina.

Andiamo subito al sodo: i BRICS sono in profondo coma. Fatta saltare in aria, almeno temporaneamente, dall'India – che per caso ospiterà il vertice dei BRICS più avanti quest'anno. Quando si parla di tempismo orribile.

L'India ha tradito, in sequenza, sia i membri a pieno titolo dei BRICS, Russia che l'Iran. Sigillando il suo allineamento con il Sindacato Epstein, Nuova Delhi ha dimostrato, senza ombra di dubbio, non solo di essere inaffidabile: anzi, tutta la sua elevata retorica di "guidare il Sud Globale" è crollata – per sempre.

I BRICS dovranno essere completamente rinnovati: persino il Gran Maestro Sergei Lavrov dovrà arrivare a questa conclusione ineludibile. Il triangolo originale di Primakov, "RIC", muore ancora una volta un altro giorno. Anche se l'India non venisse espulsa dai BRICS – potrebbe essere sospeso – "RIC" dovrà necessariamente essere tradotto come Russia-Iran-Cina, o addirittura "RIIC" (Russia-Iran-Indonesia-Cina).

Quando si parla di dove ci troviamo sulla Grande Scacchiera, il Prof. Michael Hudson lo sintetizza: "La grande finzione abilitante è sparita. L'America non sta proteggendo il mondo dagli attacchi di Russia, Cina e Iran. Il suo obiettivo a lungo termine di controllare il commercio mondiale del petrolio richiede un terrorismo continuo e una guerra permanente in Medio Oriente."

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fattoquotidiano

USA-Israele nei guai. E sono già pentiti

di Fabio Mini

Nei primi tre giorni di combattimenti gli Stati Uniti hanno consumato la produzione bellica di cinque anni. Mentre le scorte di Patriot sono ridotte al 25% del loro fabbisogno a livello globale.

Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi. Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.

Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale. Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto. L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni.

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lantidiplomatico

L'arciere persiano e lo scacco matto all'Impero del Caos

di Alex Marsaglia

L’11 Marzo il conflitto della Coalizione Epstein contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha travalicato lo storico traguardo dei 12 giorni. Un’aggressione bestiale, al di fuori del diritto internazionale che il 28 Febbraio ha ucciso l’Ayatollah Khamenei e la sua famiglia, inclusa la nipotina che era in casa con lui. La Guida Suprema riteneva di non doversi nascondere, ma di dover rimanere al suo posto. La Coalizione Epstein ha iniziato un’ondata sanguinaria di bombardamenti indiscriminati su civili e strutture energetiche che durano tuttora e probabilmente verranno intensificati nelle prossime ore, come unica strategia per esercitare il dominio. I vertici di quest’alleanza ovviamente compiono tali atti terroristici ben al riparo da ogni forma di ritorsione, con l’unilateralismo e l’asimmetria che caratterizza le loro guerre dalla caduta del Muro di Berlino in poi. Forti del rapimento del legittimo Presidente del Venezuela Maduro, i neocon ringalluzziti pensavano di poter liquidare anche la questione iraniana con la medesima facilità. Tuttavia, come ho tentato di spiegare, la questione esistenziale non è da sottovalutare, anzi. Come hanno annunciato i suoi vertici militari e politici, l’Iran ha avuto lungamente modo di prepararsi alla guerra per la sua sopravvivenza, sino a testarla lo scorso Giugno proprio nel conflitto dei 12 giorni, dove ha fatto le “prove di tiro” riuscite sulle basi americane nel Golfo e sull’entità sionista che occupa la Palestina.

Da allora le cose nell’Impero sono notevolmente precipitate: il debito pubblico americano ha sfondato nuovi picchi, la dedollarizzazione è avanzata con la corsa all’oro e la dismissione dei titoli di debito pubblico americani è proseguita implacabile.

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lantidiplomatico

L'inganno del burattinaio: perché Israele è l'asset degli USA, non il loro padrone

di Brian Berletic

Chi sostiene che “Israele” controlli gli Stati Uniti è o delirante o disonesto.

In particolare, gli Stati Uniti hanno sterminato le popolazioni indigene, rubato terre e saccheggiato risorse per quasi 200 anni, prima ancora che Israele esistesse.

In che modo ciò che gli Stati Uniti stanno facendo al Medio Oriente è diverso da ciò che hanno fatto alle popolazioni indigene del Midwest americano?

La civiltà occidentale lo fa da secoli…

…l’impero britannico per ben oltre 2 secoli prima dei “Rothschild”.

Per secoli la civiltà occidentale è stata incline a costruire un impero brutale e razzista e continua a farlo ancora oggi: Israele è solo uno dei tanti ingranaggi creati per perpetuare questo processo.

L'idea che "Israele" sia riuscito in qualche modo a convincere i ladri spietati e razzisti che governano gli Stati Uniti a inginocchiarsi davanti a "loro" è un'assurdità a prima vista.

Quasi assurdo quanto immaginare che l’Occidente fosse in passato governato da uomini “onorevoli” e poi “dirottato” da “Israele”.

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linterferenza

“Epstein fury”

di Andrea Zhok

Il “Times of Israel” di ieri (10/03) dedica un articolo a ciò che per molti era chiaro dall’inizio: l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran non ha alcuna data di scadenza prevedibile e non ci sono segni di un collasso del regime, né di una “rivoluzione colorata”.

Potremmo compiacerci di aver avuto ragione. In molti capivano perfettamente da subito che la strada dell’aggressione frontale può avere semmai l’effetto di consolidare un regime e di radicalizzarlo, ben difficilmente di persuadere la popolazione che chi li bombarda gli vuole bene e fa i loro interessi. Potremmo concludere che il Mossad e il Deep State americano siano imbecilli, gente incapace, che non è riuscita neppure a considerare probabile un esito che a moltissimi appariva certo. Non stiamo parlando naturalmente di Trump, che potrebbe perfettamente aver creduto che in 4 giorni lo avrebbero incoronato imperatore dell’Iran e che perderà le elezioni di mid-term (l’uomo, lasciato a sé stesso, potrebbe girare in tondo tutto il giorno alla ricerca del proprio culo.) Il punto è che queste decisioni non le prende Trump, se non formalmente, e la sua condizione di minorità rende semplice usarlo come cavatappi dai veri decisori (come Biden prima di lui.) Insomma, può darsi che i decisori reali abbiano davvero sbagliato clamorosamente i conti, ma è altrettanto possibile, anzi più probabile, che lo scenario di un conflitto duraturo sia stato non solo messo in conto, ma visto con favore.

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labottegadelbarbieri

La bancarotta in pillole n.9

di Alessandro Volpi

Segui il denaro. Il denaro dei profitti, quello della speculazione finanziaria, quello del debito pubblico (statunitense e italiano) e del pagamento dei relativi interessi, quello dell’inflazione che sta per esplodere. Alessandro Volpi ci indica con le sue “pillole” chi guadagna sulla morte di migliaia di iraniani, preparando al contempo la crisi che viene.

Buona lettura da Alexik.

A questo link le pillole precedenti. I testi delle pillole sono tratti da qui.

* * * *

Chi guadagna da questa guerra

Provo a tracciare un breve elenco dei beneficiari di questa guerra. Per farlo, è utile prendere in esame i titoli delle società che sono cresciute.

Allora, in tutte le borse sono cresciute le società energetiche: Exxonmobil, ConocoPhillips, Chevron, Shell, Eni e numerose altre hanno registrato aumenti dal 2 al 5%, così come sono cresciute anche le società che producono gas, a partire dalle americane Eqt Corporation e Expand Energy, con incrementi fino al 7%.

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sinistra

Dopo Gramsci, Nicola Zitara e la variabile legittima della storia

di Ciro Schember

Nel 2023, Angelo Calemme pubblica un libro che riprende e aggiorna un problema non solo italiano: la Questione meridionale dalla Conquista regia al processo di (dis-)integrazione europea1. Con gli strumenti concettuali di una Storia critica della tecnologia dell’Italia meridionale e della Sicilia tra Sette e Ottocento e di una Critica dell’economia politica dei Sud italiani dal secolo precedente all’Unità al trentennio successivo al Trattato di Maastricht, la Questione meridionale appare in una veste diversa da quella tradizionale: non più come la “palla al piede” del mancato sviluppo capitalistico siciliano e napoletano, ma come la faccenda dell’arresto di questo sviluppo nei Mezzogiorni italiani, funzionale alla proto-industrializzazione (1870-1940) prima e alla grande-industrializzazione (1945-1965) poi dell’Italia centro-settentrionale2.

Sulla falsariga delle analisi del gramsciano Nicola Zitara, dunque applicando fino alle estreme conseguenze il metodo marxiano allo studio della Questione meridionale, senza anteporgli alcuna retrotopia di Destra e senza alcun pregiudizio sciovinista di Sinistra, con il volume del 2023, Calemme dimostra che non vi sarà mai alcun futuro di emancipazione economica e sociale per gli italiani dei Sud senza una separazione rivoluzionaria dallo Stato unitario3.

Sulla scorta delle ricerche pubblicate nel 2023, sulla base delle collaborazioni con Giuliano Marrucci e Cristiano Sabino per il canale web OttolinaTV e l’associazione Multipopolare4, con La variabile legittima della storia.

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carmilla

Il sogno della rivoluzione

di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni

[In occasione dell’uscita del volume Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta (Mimesis 2026) curato da Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, ringraziando l’editore per la gentile concessione, si pubblica di seguito un breve estratto derivato dall’Introduzione stesa dai curatori del volume – gh.t.]

Culmine e crisi della “modernità comunista”

Il Sessantotto italiano ha una sua lunga incubazione – originandosi culturalmente dalla crisi dello stalinismo a partire dal 1956. L’operaismo, da molti considerato come il punto fondante di una presunta “ideologia del Sessantotto”, si configura non tanto (o non solo) come tentativo di fuoriuscire “da sinistra” dal “cominternismo” che, nelle sue ovvie rimodulazioni (Cominform, “partito nuovo”, “vie nazionali al socialismo”), ancora ispirava la prassi politico-ideologica e organizzativa del movimento comunista; l’operaismo sperimenta una fuoriuscita dall’“eresia” – quella trockista o bordighista, consiliarista o anarchica – che alimentava la critica da sinistra del modello sovietico. Con gli anni Sessanta prende forma una storia nuova, interna al marxismo rivoluzionario – al quale si richiama tutta la mobilitazione – ma distante dalle forme tradizionali della militanza comunista della prima metà del secolo. Per questo, abbiamo sottotitolato il volume La nuova sinistra negli anni Settanta, ritenendo questa formula generalmente più adatta a quella di “sinistra rivoluzionaria”, pur essendo consapevoli del dibattito presente nella comunità storiografica, dibattito che però riteniamo non dirimente, tanto da aver lasciato autori e autrici liberi e libere di utilizzare la forma che preferivano.

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mondocane

"Non siamo in guerra!"  Non siamo in guerra?

di Fulvio Grimaldi

Approfittando della vocazione mercenaria dei curdi, manifestatasi in Siria e Iran, ma soprattutto da sempre in Iraq, al servizio dei disgregatori sion-imperialisti delle nazioni, grazie alla sua base militare a Irbil nel Kurdistan iracheno, il regime Meloni-Crosetto è entrato, anche ufficialmente, in guerra. E, logicamente, è stata punito dall’aggredito iraniano.

Cosa cazzo ci fanno i carabinieri a Irbil, aggiungendo altre motivazioni al nostro sputtanamento internazionale e al nostro impoverimento collettivo, favorito dall’arricchimento degli armaioli garantito dal loro lobbista Crosetto?

Spieghiamo quanto deve essere mantenuto inspiegato. Perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, è stata colpita da missili iraniani. Non molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato i militari della base italiana (come si può constatare nell’immagine) installata, chissà perché, in questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato.

Carabinieri vi addestrano i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change. Comandante supremo della milizia, come autocrazia assoluta del Kurdistan, è dal secolo scorso la dinastia Barzani, ieri Mustafa, oggi Massud. Entrambi a libro paga della CIA e foraggiati in armi da Israele.

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fattoquotidiano

Perché la narrazione occidentale sulla guerra all’Iran è totalmente falsa

di Paolo Ferrero

E’ dal 24 febbraio 2022 che ci sentiamo ripetere che l’invasione del Donbass da parte della Russia era immotivata e non provocata. Questa formulazione è stata ripetuta come un mantra in ogni documento dell’Unione Europea e nei discorsi pubblici da parte dei leader occidentali a partire da quelli italiani. Che la CIA avesse organizzato e finanziato un colpo di stato a Maidan nel 2014 al fine di rovesciare il legittimo governo dell’Ucraina aprendo una stagione di dura repressione delle popolazioni russe del Donbass e ribaltando gli orientamenti geopolitici del paese, non è mai stato preso in considerazione come fattore problematico.

Così come non è mai stato presa in considerazione che il progressivo l’allargamento della NATO a est – a partire dalla guerra contro la ex Jugoslavia del 1999 – fosse stato ripetutamente contestato dalla leadership russa, la quale aveva comunicato ancora nel 2021 di ritenere inaccettabile – per ragioni di sicurezza nazionale – l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Nel caso della guerra tra Russia e Ucraina i media e i governi occidentali hanno quindi ripetuto mille volte che la situazione era chiarissima: c’è un aggressore e un aggredito e l’aggressore non ha alcuna motivazione che non sia la sua malvagità e quindi la difesa dell’aggredito è una condizione imprescindibile in quanto l’Occidente – che è buono e democratico – deve difendere gli indifesi dall’attacco dei gradassi.

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megachip

Quando crollano i padroni del mondo: La guerra non basta più a salvare il capitalismo finanziario

di Alessandro Volpi

La guerra doveva rilanciare la finanza globale. Ma la crisi è troppo profonda: ETF in calo, riscatti bloccati, Big Tech in perdita. Persino i grandi gestori scoprono di non poter più controllare i mercati

Trump pensa che la guerra sia la soluzione della crisi profonda del capitalismo finanziario, ma, in realtà, la gravità di tale crisi è davvero troppo pesante.

Per la prima volta, infatti, stanno registrando una difficoltà vera anche “i padroni del mondo”.

Il titolo BlackRock ha perso in una settimana di guerra il 12%, recuperando oggi solo l’1,8%.

E’ evidente che una guerra in una zona tanto strategica sta facendo crollare il valore dei patrimoni gestiti dal fondo di Larry Fink.

Sono troppi i titoli che scendono e gli strumenti finanziari di BlackRock, che hanno come sottostante quei titoli, soffrono e non trovano compratori.

In altre parole i mirabolanti risultati degli Etf stanno sgonfiandosi e persino le grandi major petrolifere pagano se Hormuz è chiuso, perché speculare sui titoli che operano sul petrolio quando il petrolio è talmente scarso da generare una recessione globale non genera effetti significativi.

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lantidiplomatico

Il primato scientifico delle donne in Iran e il falso mito della "liberazione"

Francesco Santoianni Intervista Maddalena Celano

"Se pensiamo all'Iran abbiamo un'immagine stigmatizzata: la donna velata e succube, ignorante e schiava, uccisa se dal velo esce una ciocca di capelli. La realtà è un’altra."

Tutti, sui giornali e in TV, che si sentono in dovere di mitigare l’indignazione generale per l’ennesimo attacco contro l’Iran (costellato anche da mostruosi crimini di guerra come questo, passato sotto silenzio) parlando della “sopraffazione delle donne da parte del regime di Teheran”. E c’è pure chi lo fa, quasi, auspicando una “liberazione delle donne iraniane” da parte delle milizie del Kurdistan irakeno dimenticandosi che questa terra, ancora oggi, è la patria dell’infibulazione. Sulla attuale situazione della donna in Iran abbiamo intervistato la ricercatrice Maddalena Celano, autrice del libro “L’Iran oltre il velo – Media, politica e immaginario coloniale”, prefazione di Bruno Scapini), in stampa in questi giorni per Mario Pascale Editore e già pre-acquistabile su Amazon.

* * * *

Ieri 8 marzo, “Festa della Donna”, l’Iran è sotto attacco anche, secondo tutti i giornalisti di regime, per “liberare le donne iraniane” e i tanti che avevano protestato nei mesi scorsi.

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lantidiplomatico

Tecnologie duali e AI: così il PNRR sta trasformando gli atenei in laboratori militari

di Federico Giusti e Valentina Salada delegati CUB

Il Ministro Bernini firma i decreti attuativi ma le assunzioni saranno ben poche per la ricerca privilegiando essenzialmente i progetti finanziati, con fondi europei, del PNRR parte dei quali suggeriti direttamente dal Ministero della Difesa. Staremo a vedere quante delle unità annunciate (circa2000) saranno assunte con i concorsi e quante di queste saranno chiamate a ricerche duali, nel campo della AI, dei calcoli quantistici e matematici necessari per i nuovi sistemi di arma.

Veniamo da anni nei quali centinaia di ricercatori sono scappati (letteralmente!) all’estero o, dopo anni di sacrifici e studi, hanno preferito rinunciare ai progetti di ricerca in assenza di finanziamenti pubblici e privati specie se indirizzati ad ambiti poco redditizi e non oggetto delle attenzioni speculative.

Il MUR destinerà nel 2026 un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro per assunzioni di ricercatori in università ed enti di ricerca, se confrontiamo la cifra con il reale fabbisogno (anche per i buchi di organico derivanti da 30 anni di tagli) siamo dinanzi a delle briciole.  Come se non bastasse, metà della spesa sarà a carico degli Atenei che già devono fare salti mortali non avendo risorse da spendere per le borse di studio e per la edilizia scolastica.

1.051 di queste future assunzioni riguarderanno ricercatori PNRR (e molti progetti saranno legati alla guerra e alle tecnologie duali), con 880 posti nelle università e 204 negli enti di ricerca vigilati dal Ministero.  Siamo certi allora che il rilancio della ricerca non sia appositamente pensata per scopi di guerra senza un piano di assunzioni rivolto indistintamente a tutti i settori?

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ilchimicoscettico

"Perchè sventolare la bandiera galileiana?"

di Il Chimico Scettico

Un recente articolo di Eros Barone su Sinistrainrete mi ha dato da riflettere. Di fatto Barone si pone il problema della meccanica quantistica da un punto di vista filosofico e ontologico e in questa chiave cita Bohm ed i potenziali quantistici per restituire oggettività alle particelle elementari. E' una questione assolutamente legittima, collocata in un contesto più ampio. Ma dal mio punto di vista è anche una questione al di fuori del dominio delle scienze sperimentali.

La struttura quantomeccanica dell'atomo, per esempio, è stata elaborata per risolvere i problemi insiti sia nel modello atomico di Rutherford che in quello di Bohr: un elettrone in un atomo non può avere una traiettoria, cioè non può orbitare intorno al nucleo, perché altrimenti perderebbe energia emettendo radiazione e finirebbe per collassare sul nucleo. Quindi in quel quadro fu usata la funzione d'onda al fine specifico della risoluzione di questo problema: il modo migliore per far quadrare le cose era levare di mezzo le traiettorie dell'elettrone sostituendole con geometrie di distribuzione di probabilità nello spazio attorno al nucleo, cioè con l'elettrone delocalizzato. Questo e altri aspetti della meccanica quantistica cento anni fa furono scioccanti (la famosa uscita di Einstein su Dio che non gioca a dadi con l'universo). Restava però il fatto che quando si parlava di estremamente piccolo, cioè di particelle, atomi, molecole, la meccanica quantistica era uno strumento eccellente non solo per descrivere i fenomeni, ma anche per prevederli. La meccanica bohmiana descrive i fenomeni noti bene quanto la meccanica quantistica, ma non è stata in grado di prevedere alcunché.

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comidad

Crosetto ci insegna come difendere un paese che non è stato attaccato

di comidad

Si richiama spesso quell’aforisma, di incerta attribuzione, secondo cui la prima vittima della guerra è la verità. Il problema è che anche in quei rari casi in cui la verità riesce parzialmente a scamparla, la logica non se la passa liscia comunque. Si può essere pietosamente comprensivi finché si tratta dei soliti deliri del suprematismo bianco alias occidentalismo. Ad esempio: USA e Israele hanno scatenato i bombardamenti sull’Iran quando il tavolo delle trattative era ancora aperto e l’Oman, che mediava tra i delegati, si diceva ottimista sull’esito dei negoziati. L’attacco a negoziato in corso era già stato sperimentato nella guerra dei dodici giorni e per Israele la perfidia è sempre stata prassi consueta; i media occidentali l’hanno ogni volta presentata come componente essenziale del diritto di Israele a difendersi. I commentatori occidentali hanno perciò sottolineato l’arroganza dei dirigenti iraniani che osavano riunirsi in quei frangenti, e quindi meritavano di essere bombardati. Sono farneticazioni razziste, ma almeno sono un vaniloquio dall’inizio alla fine, per cui non c’è difetto di conseguenza.

Più preoccupante è quando si esce, si rientra e si esce di nuovo dalla realtà come se nulla fosse. Pochi giorni fa i media ci avevano raccontato che un drone iraniano aveva attaccato una base britannica a Cipro. Lo scorso 5 marzo la notizia veniva smentita dal ministro della Difesa britannico: il drone in questione non era affatto partito dall’Iran; inoltre non si riscontrava neppure alcuna conferma dell’ipotesi che il drone fosse partito dal Libano, perciò anche l’attribuzione del presunto attacco ad Hezbollah rimane del tutto aleatoria.

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Pure questa guerra si poteva evitare

di Barbara Spinelli

Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.

Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation).

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sollevazione

Chi sta davvero vincendo la guerra di Hormuz?

di Daria Mitina* e Said Gafourov**

Il punto di vista e l’analisi dei comunisti russi sulla Terza Guerra del Golfo e le sue implicazioni geopolitiche a scala mondiale

 

Strategia contro “spettacolo di fuoco”

«Sul mare caldo e blu / Al largo dell’isola di Gurmyz»…

Questi versi dell’opera di Rimskij-Korsakov suonano oggi come un’ouverture inquietante. Dove un tempo c’erano onde e scogli, ora si sta svolgendo un dramma, una tragedia che molti scambiano per un film catastrofico. Molti sono abituati a misurare il successo in guerra in base al frastuono delle esplosioni e al numero di immagini satellitari di attrezzature in fiamme. Ma la vera battaglia per il Golfo Persico è già avvenuta e il suo esito è paradossale: le basi americane sono state abbandonate, la flotta è stata respinta e l’Iran, a detta di tutti, ha raggiunto il suo obiettivo principale. È iniziata una guerra remota con uno scambio di attacchi missilistici. Come è possibile tutto ciò senza “una bandiera della vittoria sulla Casa Bianca”? La risposta sta in un concetto antico: la definizione degli obiettivi.

 

La guerra come strumento, non come fine a sé stessa

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altrenotizie

Iran, le illusioni e la realtà

di Mario Lombardo

A dieci giorni dall’inizio della guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le fantasie trumpiane di una vittoria o una resa rapida del governo di Teheran sono andate in fumo. Le indicazioni che la decisione di attaccare sarebbe sfociata in una guerra di attrito dalle conseguenze imprevedibili erano molteplici, in varie occasioni arrivate dalle stesse agenzie di intelligence e dai vertici militari americani. La domanda che in molti continuano a farsi è perciò se Trump e Netanyahu siano così stupidi da aver creduto in un’operazione indolore che avrebbe cambiato il volto del Medio Oriente a favore di Washington e Tel Aviv senza conseguenze troppo pesanti per i loro paesi. Al di là della risposta, i contorni del conflitto continuano ad allargarsi e non ci sono ovvie vie d’uscita da un’avventura che minaccia di essere la più disastrosa della già distruttiva storia dell’Impero a stelle e strisce.

 

I rapporti fantasma e il fantasma dei rapporti

Già alla vigilia del lancio dei bombardamenti contro la Repubblica Islamica era circolata la notizia di un avvertimento rivolto a Trump dal capo di Stato Maggiore USA, generale Dan Caine, circa i rischi di una guerra di questo genere. A molti, la rivelazione era sembrata un modo per i militari di mettere le mani avanti e scaricare la responsabilità della probabile débâcle interamente sulla Casa Bianca.

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Il cielo sopra Teheran

di Pierluigi Fagan

Dopo ben cinque giorni dalla sua elezione, MK ha mandato un messaggio letto alla televisione da uno speaker. È confermato che MK è stato ferito ma ovviamente non sappiamo con certezza con quali danni effettivi, voci rassicuranti e molto più pessimiste si rincorrono a seconda parli il governo o l’opposizione. Ma che sia pienamente in sé o sia un simbolo manovrato dall’IRGC poco importa.

Importa relativamente poco come conferma di quanto scrivemmo già il primo giorno di guerra ovvero che l’intento vantato di un “regime change” dato in pasto alle cieche e sorde opinioni pubbliche occidentali era insensato e avrebbe ottenuto l’effetto esattamente opposto ovvero una ovvia affermazione dell’ala militare più dura. Non solo, si avverte diffusamente anche una ipotesi di minaccia esistenziale per l'Iran (non a caso questo è il primo punto del comunicato di MK) qualunque potere lo amministri, il che non fa che compattare il Paese.

Importa invece molto di più quello che è stato detto perché è la posizione ufficiale del potere in carica. Potere che i commentatori occidentali scoprono con stupore infantile, essere ben radicato. Strano, visto che l’IRGC conta quasi 200.000 effettivi, potere economico e finanziario, servizi segreti e polizia, nonché ampia fetta del clero sciita e relativa sponda politica e giuridica (che in un paese islamico ha significativo rilievo).

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manifesto

Se il conflitto fa scoppiare la bolla

di Emiliano Brancaccio

«Gli investitori stanno giocando col fuoco». La metafora del magnate americano Warren Buffett descrive ormai, in modo letterale, il tumulto che attraversa le borse mondiali.

Il gioco di moda tra gli speculatori, infatti, è la scommessa sulle conseguenze per i mercati dell’incendio della guerra scatenata da Usa e Israele all’Iran.

L’azzardo che va per la maggiore riguarda la scelta del momento perfetto per realizzare le cosiddette vendite «allo scoperto». Queste operazioni consistono nel farsi prestare azioni, venderle quando i prezzi sono ancora relativamente alti, quindi attendere il crollo, ricomprarle a prezzi stracciati, restituirle ai prestatori e tenersi la differenza tra valore di vendita e di acquisto.

Dalla puntata di George Soros contro la sterlina fino alla scommessa di Bill Ackman sulla crisi pandemica, simili giochi «ribassisti» possono fruttare svariati miliardi in poche manciate di giorni.

L’aumento del prezzo del petrolio è una delle variabili chiave della partita. Per adesso il brent fa registrare incrementi fino al 50 percento. Già spaventano, eppure gli analisti li reputano ancora «moderati», per ragioni storiche: dalla prima guerra del Golfo del 1990 alla guerra in Ucraina del 2022, gli aumenti del greggio causati da conflitti militari sono stati spesso superiori.

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piccolenote

Iran: la guerra contro la Cina, i Paesi del Golfo e l'Europa (1)

di Davide Malacaria

Tutti gli analisti concordano sul fatto che l’aggressione contro l’Iran è diretta contro la Cina, un altro Paese che l’America vuole sottrarre all’influenza di Pechino dopo il Venezuela. Pochi comprendono che si tratta di una guerra contro l’Europa (peraltro, come l’invasione dell’Iraq del 2003, simboleggiata dal fatto che Saddam nel 2000 aveva deciso di vendere il petrolio in euro piuttosto che in dollari).

L’Europa era già l’obiettivo parallelo della guerra ucraina, che ne ha vampirizzato le risorse e avviato un processo di de-industrializzazione incenerendo i benefici che gli derivavano dall’energia a basso costo proveniente dalla Russia. Tale sviluppo si incrementerà con la guerra iraniana.

Una guerra che si preannuncia di lunga durata anche perché l’assassinio dell’ayatollah Khamenei ha indebolito notevolmente la fazione moderata, rafforzando i falchi. Infatti, nonostante in Occidente fosse percepito come un integralista, era stato Khamenei a favorire l’ascesa al potere di figure moderate come il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.

L’indebolimento dei moderati è stato palese sabato, quando Pezeshkian ha dovuto rimangiarsi le dichiarazioni distensive verso i Paesi della regione, ai quali aveva assicurato che le operazioni militari contro di essi erano finite, eccetto quelle in risposta ad attacchi provenienti dai loro territori, e gli aveva chiesto scusa.

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lantidiplomatico

Guerra del Golfo: infuria la battaglia finanziaria

di Giuseppe Masala

Mentre nel Golfo infuria il conflitto armato nel silenzio delle grandi banche e società finanziarie di Wall Street, Hong Kong e delle petro-monarchie infuria uno scontro finanziario altrettanto grave. Quello per scalzare il dollaro dal suo ruolo di riserva mondiale

Come sosteniamo da anni la guerra mondiale “a pezzi” in corso almeno dal 2013 ha una matrice di natura economica e finanziaria: gli Stati Uniti, deindustrializzati e con i conti con l'estero conseguentemente in cronico deficit hanno scatenato una serie di conflitti in Europa e in Medio Oriente con la finalità, da un lato, di rompere il cordone ombelicale tra Russia ed Europa, minando la competitività dell'Unione Europea e dall'altro lato di tenere in perenne stato di soggezione i paesi arabi (ed in particolare me petro-monarchie del Golfo) e dunque nella sfera di influenza a stelle e strisce.

In questo contesto ovviamente va letto anche l'attacco all'Iran da parte degli USA e di Israele. Come ha sostenuto Mike Pompeo (Segretario di Stato nel primo mandato di Trump) l'Iran deve scegliere l'Occidente e abbandonare Russia e Cina. Conseguentemente il vero obbiettivo della guerra (al netto dei casus belli più o meno pretestuosi) è bloccare la penetrazione sino-russa in Medio Oriente, che sta avvenendo proprio grazie all'Iran che funge da perno.

Naturalmente fermare questa penetrazione ha la funzione di mantenere l'egemonia USA nell'area che è basilare (grazie agli investimenti delle petro-monarchie in USA e al meccanismo del petrodollaro) per conservare il dollaro come moneta di scambio dei mercati internazionali e moneta di riserva mondiale.

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contropiano2

La “coalizione Epstein”, a puntino

di Francesca Fornario*

E veniamo al mio rompicapo enigmistico preferito: unisci i puntini.

1) Scoppia lo Scandalo Epstein in seguito alla parziale pubblicazione dei file da parte del dipartimento di giustizia del governo Trump. I File evidenziano il legame tra il finanziere pedofilo e il Mossad. Una fonte confidenziale dell’Fbi indica Epstein come agente del Mossad addestrato da Barak: l’ex ministro Israeliano ed ex ministro della difesa di Israele era del resto sodale e socio in affari di Epstein, soggiornava regolarmente nei suoi appartamenti a Ny.

Il legame riguarda anche la compagna e socia in crimine Ghislaine Maxwell, a sua volta figlia di una spia del Mossad. Da anni, l’ex spia del Mossad Ari Ben-Menashe andava spiegando che il pedofilo Epstein era una risorsa del Mossad e che il suo ruolo era quello di organizzare e gestire una “honey trap”, una trappola per ricattare figure influenti dopo averle compromesse attirandole “al miele”.

2) Per i loro rapporti con il finanziere pedofilo emersi dai file rilasciati dal dipartimento di Trump si dimettono politici di primo piano, quasi tutti dell’area del “centrosinistra”.

Ora, chiamare quella roba centrosinistra è come chiamare amore la gelosia: diciamo quindi esponenti del centro di quella roba che ha fatto fuori la sinistra, tipo il New Labour di Blair e Starmer che ha fatto fuori il vecchio labourista Corbyn (con l’accusa – pensa il caso – di antisemitismo).

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Guerra e tempo

di Pierluigi Fagan

Come anticipato, stamane si terrà qui a Roma l’incontro promosso da l’Interferenza su questioni di politica mondiale. Previsto di taglio analitico-riflessivo generale, è chiaro che alla luce degli eventi la guerra all’Iran prende un rilievo particolare. Questo quindi il condensato del mio intervento che vale anche come riepilogo delle pedine sulla scacchiera per chiunque sia interessato.

Il Medio Oriente è un frattale di complessità (molte variabili e interrelazioni non lineari tra queste) del mondo. Lo è per ragioni geografiche, storiche, religiose, economiche e finanziarie. Intorno alla sua articolata composizione che oltre alle monarchie del Golfo, lo Yemen, la Siria, la Giordania, il Libano e l’Iraq, vede agenti interessati anche la Turchia, l’Iran, l’Egitto, nonché la presenza distinta di Israele, ci sono anche le grandi potenze: Russia, Stati Uniti, Cina e India. In questo scenario l’UE o più genericamente l’Europa, ha una sua pertinenza anche se in forma passiva.

Quadro di riferimento strategico di fondo, il piano israel-americano, noto prima come Accordi di Abramo (Trump) poi Via del Cotone (Biden), di fare della penisola arabica il tratto di congiunzione tra India ed Europa. Ferrovie, gasdotti, oleodotti (a questo punto da rigirare verso nord e non più uscenti sul Golfo), elettrodotti, joint venture, turismo, ricerca nuove tecnologie, fiumi di investimenti, paradisi del lusso e dell’evasione fiscale e forti legami di interdipendenza reciproca. Il tutto con sbocco in Israele come costa sul Mediterraneo verso l’Europa.