Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Anthropic, Maven, Vaticano. Le tre stanze di una stessa partita

di Margherita Furlan

Cronologia di una settimana che riscrive il pezzo precedente: l’azienda che il Pontefice ha scelto come voce «etica» dell’algoritmo resta integrata nei sistemi di selezione degli obiettivi del Pentagono. Le linee rosse rivendicate da Dario Amodei riguardano la sorveglianza dei cittadini americani e le armi pienamente autonome. Non gli innocenti sotto le bombe.

draft 86e576337d934741bc41ef5f0ed48777Nelle ore in cui il Pentagono cancellava ufficialmente Anthropic dalla propria catena di approvvigionamento, il modello Claude selezionava un migliaio di obiettivi nelle prime ventiquattr’ore del bombardamento congiunto americano-israeliano sull’Iran[1]. Tre giorni dopo Christopher Olah saliva al Soglio di Pietro per ricevere l’unzione vaticana dell’intelligenza artificiale «umanistica». Le due notizie convivono nella stessa settimana e si illuminano a vicenda.

La cronologia va ricostruita per gradi, perché ogni passaggio sposta il quadro. Il 27 febbraio 2026 Donald Trump firma un ordine esecutivo che impone a tutte le agenzie federali di interrompere ogni attività commerciale con Anthropic. Lo stesso giorno il segretario alla Difesa Pete Hegseth designa formalmente la società di Dario Amodei come «rischio per la catena di approvvigionamento della sicurezza nazionale»[2]. Etichetta nuova nella sua applicazione: un soggetto privato americano viene trattato come ostile. Lo scontro che ha portato al provvedimento riguarda due clausole d’uso che Anthropic si rifiuta di rimuovere: il divieto d’impiegare Claude per la sorveglianza domestica dei cittadini statunitensi e il veto di utilizzo all’interno di armi pienamente autonome. Il Pentagono pretendeva l’eliminazione di entrambi i limiti. Amodei ha tenuto il punto, almeno su questi due fronti.

Quarantott’ore dopo, alle 9:45 del mattino del 28 febbraio, comincia l’operazione Epic Fury: l’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran[3]. Più di duemila obiettivi colpiti in pochi giorni, basi delle Guardie rivoluzionarie islamiche, depositi missilistici, centri di comando. Nella prima giornata viene ucciso anche l’Ayatollah Ali Khamenei. E nelle stesse prime ventiquattr’ore, secondo le ricostruzioni del Washington Post e del Wall Street Journal, il sistema integrato Claude-Maven seleziona e gerarchizza circa mille bersagli, elaborando in tempo reale immagini satellitari, intelligenza dei segnali, flussi di sorveglianza[4]. Maven è il programma d’intelligenza artificiale di punta del Dipartimento della Difesa, sviluppato dalla società di Peter Thiel, Palantir, con contratti che superano il miliardo di dollari complessivo. Claude vi era stato integrato nell’autunno del 2024 attraverso una partnership annunciata a quattro mani da Anthropic, Palantir e Amazon Web Services[5].

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

I tre segreti della Cina che l'Occidente ignora: il nuovo libro di Pino Arlacchi cambia la narrazione

di Michele Blanco

Il libro di Pino Arlacchi ci fornisce un quadro generale dell’universo Cina che è sempre stata nel corso della storia umana uno dei centri più importanti della civiltà mondiale. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, il nostro “Occidente” è stato economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.

Fino al 1820, in Cina viveva la metà del genere umano e rappresentava la metà dell’economia mondiale, nello stesso periodo solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia era più avanzata sotto molti profili, escludendo quella militare, dove le nazioni occidentali hanno sempre investito in modo sconsiderato. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle due guerre dell’oppio (1840 e 1860).

I fattori che resero la Cina stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono l’oggetto specifico del libro.

Per Arlacchi, sulla base di solide evidenze fattuali la differenza fondamentale con l’occidente è questa: il mondo cinese è centripteto e non aggressivo è sempre tendenzialmente pacifico. Come scrive, si tratta di “un cosmo che guarda a sé stesso e che si considera al contempo universale, privo di perciò di una spinta espansiva di tipo sia territoriale che economica e militare”, (p. 39).

Print Friendly, PDF & Email

micromega

Il capitale chiude il mondo

di Nicolò Bellanca

Brancaccio vede la grande tendenza alla centralizzazione del capitale. Ma non basta opporre piano a mercato

Emiliano Brancaccio ha il merito raro di scrivere libri inattuali in un tempo che scambia l’attualità per intelligenza. Libercomunismo è inattuale fin dal titolo: pronuncia una parola che il lessico pubblico ha sepolto, deriso, musealizzato, e la riporta al centro non come nostalgia, ma come provocazione teorica. Comunismo, pianificazione, espropriazione del grande capitale, libertà individuale: termini che sembravano appartenere a famiglie incompatibili vengono ricombinati in una formula volutamente urticante. La tesi è che il capitalismo contemporaneo non sia semplicemente ingiusto o instabile, bensì attraversato da una tendenza storica: la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, una concentrazione di potere che cattura ecologia, scienza, politica internazionale, democrazia liberale e libertà individuale.

Da decenni, il pensiero pubblico occidentale vive di crisi senza tendenza. Crisi finanziaria, climatica, migratoria, democratica, geopolitica: tutto appare come somma di emergenze, accumulo di incidenti, sfortuna storica, cattiva gestione. Brancaccio rifiuta questo linguaggio della contingenza. Il capitalismo non procede a caso. Ha un movimento, una direzione, una logica di selezione. La concorrenza non produce armonia pluralistica, ma vincitori capaci di assorbire i vinti. Il libero scambio non livella il mondo, ma approfondisce squilibri. La democrazia non contiene automaticamente il capitale, perché il capitale centralizzato tende a svuotare dall’interno le istituzioni che dovrebbero limitarlo.

Print Friendly, PDF & Email

coku

Hong Kong a fuoco

di Leo Essen

Hong Kong a fuoco di Laura Ruggeri è un manuale di controinformazione, come se ne scrivevano ancora negli anni Settanta. Fornisce una sorta di addestramento di base – un vero e proprio CAR semiologico – per interpretare le rivoluzioni colorate come strumenti di guerra ibrida: operazioni orchestrate con la precisione di campagne di marketing cognitivo, finanziate da apparati come USAID e NED e animate da una classe di nomadi intellettuali, corrispondenti esteri e cosmopoliti altamente scolarizzati che si ritrovano al Foreign Correspondents’ Club di Hong Kong con il fanatismo ideologico di chi non mette mai in discussione le premesse del sistema che lo nutre. Un ribellismo performativo ed estetizzante che lascia intatto il conformismo intellettuale di fondo. Ogni protesta ha una regia straniera; ogni dissidente è un utile idiota; ogni ONG una succursale della CIA.

I giovani provenienti dai campus americani che si erano politicizzati negli anni delle mobilitazioni contro la guerra in Vietnam, spesso orientati verso un progressismo liberal e desiderosi di sentirsi mossi da ideali, trovavano difficile immaginare un impiego diretto in un’agenzia percepita come compromessa da decenni di interventismo. Lavorare per ONG impegnate ufficialmente nella difesa dei diritti umani e civili consentiva invece di conservare credibilità all’interno dei propri ambienti culturali e politici. Per la CIA, inoltre, quell’esperienza di attivismo rappresentava un valore aggiunto: rendeva queste figure capaci di muoversi con naturalezza negli ambienti antigovernativi, intrecciando relazioni e costruendo reti. Non sorprende dunque che tra le nuove reclute figurassero numerosi giovani provenienti da collettivi di sinistra, spesso di ispirazione trotzkista.

Print Friendly, PDF & Email

comidad

Trappola di Tucidide o trappole narrative?

di comidad

Non si sa abbastanza del dibattito interno al gruppo dirigente cinese per stabilire se il riferimento di Xi Jinping alla cosiddetta “trappola di Tucidide” sia stato fatto seriamente oppure in chiave ironica. In effetti il contesto in cui il presidente cinese ha pronunciato quelle parole lascia adito a qualche dubbio, per cui potrebbe essersi trattato di uno sfottò alla leggendaria ignoranza di Trump, oppure di un dileggio nei confronti del vezzo occidentale di applicare pompose etichette storico-retoriche alle proprie teorie delle relazioni internazionali. La tesi secondo cui gli USA, in quanto potenza dominante, possano sentirsi minacciati e indotti a iniziare una guerra contro la emergente potenza cinese, potrebbe apparire realistica; ma, a proposito di trappole, ci sono anche le trappole narrative. Anzi, per essere più precisi, le trappole dell’epica.

La narrazione sulla emergente potenza cinese è inquadrata in una narrazione più ampia, che riguarda la fatidica “sfida multipolare” all’unipolarismo americano. Nel documento costitutivo del 2009 del gruppo dei BRICS (all’epoca ancora BRIC, poiché il Sudafrica si è aggiunto solo l’anno successivo), effettivamente c’è un richiamo esplicito ad un mondo multipolare, con rapporti più equi tra gli Stati. Sta di fatto che i BRICS non si sono mai posti come contrappeso al dominio statunitense. Nel 2014 l’India è entrata nel QUAD, una partnership militare guidata dagli USA in funzione anticinese. Inoltre, due attuali membri dei BRICS, l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, sono addirittura in guerra tra loro. Visto quanto gli USA sono ondivaghi, bizzosi, aggressivi e inaffidabili, è comprensibile che i regimi dei vari paesi cerchino qualche rete di protezione commerciale e finanziaria; ma da qui a raccontarci (o raccontarsi?) di sfida multipolare, ce ne corre.

Print Friendly, PDF & Email

unblogdirivoluzionari.png

È uscito “Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile”

di Mario Sommella

Dal manifesto in dodici punti contro il dominio digitale a una teoria del potere algoritmico contemporaneo

Quattro parti, tredici capitoli. Una diagnosi del potere dentro le infrastrutture digitali e cinque linee di resistenza. Da oggi disponibile su Kindle e Apple Books. L’edizione cartacea arriverà nelle prossime settimane.

Questo libro nasce anche da un’urgenza politica e morale.

Prima ancora della struttura teorica, prima ancora dei tredici capitoli che compongono il volume, ho sentito la necessità di fissare un punto di partenza chiaro: un manifesto in dodici punti contro il cyberfascismo. Dodici principi per riconoscere la trasformazione del potere contemporaneo e per riaffermare la centralità della dignità umana, della democrazia costituzionale, della libertà cognitiva e del controllo pubblico sulle infrastrutture digitali.

Perché oggi il dominio non si presenta più soltanto attraverso la forza visibile dello Stato o la repressione tradizionale. Si manifesta nella colonizzazione invisibile delle coscienze, nell’estrazione permanente dei dati, nella sorveglianza normalizzata, nella manipolazione algoritmica dell’informazione, nella dipendenza costruita dalle piattaforme, nella trasformazione dei cittadini in utenti profilati e prevedibili.

Quel manifesto rappresenta la soglia politica del libro. È il punto da cui prende avvio un’analisi più ampia, che prova a comprendere come il potere sia mutato nell’epoca delle infrastrutture digitali globali.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Esclusivo - Come la Cina e il Pakistan potrebbero fornire l'accordo vero e proprio

di Pepe Escobar

Il tramonto del petrodollaro: Verso la svolta geopolitica dell'Eid 2026

Il presidente Xi accoglie il presidente Trump a Pechino. Meno di una settimana dopo, accoglie il presidente Putin: entrambi firmano una dichiarazione strategica congiunta che indica una ristrutturazione de facto del sistema delle relazioni internazionali. All'inizio di questa settimana, il Presidente Xi accoglie una delegazione pakistana di alto livello, tra cui il feldmaresciallo Asim Munir, il principale mediatore tra Iran e gli Stati Uniti.

Tutto ciò è profondamente interconnesso. A parte gli accordi relativi al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), il progetto di punta delle Nuove Vie della Seta, e agli accordi di Islamabad con Alibaba, il fatto è che il silenzioso garante dei febbrili sforzi di mediazione pakistani tra Washington e Teheran è la Cina.

Così la leadership pakistana di vertice ha dovuto andare a Pechino per spiegare in dettaglio le mille giravolte e capovolgimenti.

Fonti diplomatiche confermano che Asim Munir, fresco da un viaggio di lavoro a Teheran, ha ribadito al presidente Xi che, dal punto di vista iraniano, gli impegni statunitensi non hanno alcun valore. Questo viene costantemente ribadito dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei.

Quindi, se mai dovesse essere firmato un accordo – dopo eventuali progressi sull'attuale Memorandum d'Intesa bloccato – la firma della Cina è un imperativo assoluto. Lo stesso vale per la Russia.

Print Friendly, PDF & Email

alessandrorobecchi

IA. Solo il Papa parla di tecnologia e “necrosfera” che ormai è già qui

di Alessandro Robecchi

Alla fine (o all’inizio, le cose si toccano), dell’intelligenza artificiale si deve occupare il Papa. La politica non se ne occupa, o lo fa solo per vedere quanto può guadagnarci in termini di dominio, l’economia applaude i nuovi clamorosi profitti, i militari festeggiano che qualcuno possa ammazzare senza troppe remore o problemi etici, i lavoratori perdono il lavoro o vengono relegati in nuovi inquadramenti schiavistici, gli scienziati, in maggioranza, collaborano. Su una cosa sono tutti d’accordo: siamo all’inizio, e tra una ventina di anni guarderemo all’intelligenza artificiale di oggi come oggi guardiamo a un telefono grigio con il filo e la rotella per i numeri: preistoria. 

Se qualcosa è possibile tecnicamente, l’uomo lo farà, e i dilemmi morali ed etici verranno dopo – se verranno – ed è stato così per ogni tecnologia dalla scoperta del fuoco in poi. Con moltissime analogie e alcune differenze, tra cui, evidentissima, quella che ad avere in mano le sorti dell’umanità sono oggi una decina di persone – persone fisiche, con nome e cognome – più potenti di qualunque stato nazionale, organizzazione collettiva, istituzione democratica, e quindi senza alcun controllo. Dobbiamo fare i conti, dunque, con una specie di fantascienza reale, effettiva, tangibile, che si svolge qui e ora, non in un ipotetico futuro, non in uno scenario lontano e fantastico, ma nella vita di oggi. I sistemi di guerra gestiti dall’IA valutano quanti civili possono morire in un attacco e accettano la barbarie, decide l’algoritmo, così come l’algoritmo decide le consegne delle nostre pizze portate da uno schiavo in bicicletta, il nostro rendimento sul lavoro, quali contenuti possiamo leggere sui social media e tutto il resto.

Print Friendly, PDF & Email

officinaprimomaggio

Dalla discarica al clic

di Sergio Fontegher Bologna

Il 1 maggio 2026 i principali sindacati italiani si sono dati appuntamento a Marghera. Qualcuno della mia venerabile età, ma anche qualcuno con venti anni di meno, avrà pensato: “Oh che bello! Ricorderanno le lotte contro la nocività degli Anni Sessanta, contro il CVM, cloruro di vinile monomero, che ha portato alla morte centinaia di operai per angiosarcoma. Finalmente si rivaluta quella stagione di ribellione allo sfruttamento, di autonomia della classe, che il sindacato negli ultimi decenni aveva rimosso, anzi, ne aveva dannato la memoria.”

Macché, questa è roba retrò, il sindacato oggi parla di Intelligenza Artificiale. Che c’entra Marghera? Perché lì è successo un caso esemplare, un’azienda high tech che impiegava fior d’informatici li ha licenziati per sostituire il loro lavoro con l’IA (in realtà ha delocalizzato). Quindi il sindacato si prepara alla lotta del futuro: la soppressione di posti di lavoro qualificati. L’IA, in misura maggiore che la vecchia automazione, distrugge posti di lavoro, manda a casa migliaia di laureati, gente con venti anni d’esperienza.

Confesso che rimasi un po’ deluso, speravo che si parlasse di comitati autonomi, di scioperi selvaggi, però andava bene lo stesso, è giusto lottare contro la disoccupazione tecnologica, anzi, è meglio che sbraitare contro la Meloni perché non accetta il salario minimo legale (richiesta che il sindacato, CGIL in testa, ha rifiutato per anni).

Print Friendly, PDF & Email

aldous

Gli analfabeti dell'egemonia culturale

di Francesco Coniglione

Vi è un equivoco, oggi molto diffuso, che rivela non soltanto povertà politica, ma anche una sorprendente ignoranza teorica: credere che l’egemonia culturale consista nell’occupazione degli apparati, nella sostituzione dei dirigenti, nella nomina di “propri” intellettuali nei luoghi chiave della produzione simbolica. È un errore grossolano: l’egemonia non è il risultato meccanico del potere politico, ma la sua precondizione. Non si governa per stabilire un’egemonia: si è legittimati a governare – in senso storico-politico e non solo in termini elettorali – nella misura in cui un’egemonia è già stata conquistata.

Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, nominare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Essa può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, ma restare priva di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera egemonia. Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un feticcio, ma per comprenderne il significato profondo, al di là degli scimmiottamenti opportunistici. In Gramsci, l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, convincere, attrarre, costruire consenso.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Rossobruni

di Vincenzo Costa*

“Rossobruno” è l’appellativo con cui si cerca di squalificare qualcuno, sulle prime. Ma in realtà io credo che il suo uso abbia di mira qualcosa di più fondamentale: troncare sul nascere una possibilità, classificandola come qualcosa di ignobile e dividendo le persone che potrebbero riconoscersi in essa. Quale possibilità? Quella secondo cui giustizia sociale e tradizione non solo non si escludono ma viaggiano insieme.

È la possibilità che nasca una cultura e un progetto politico di questa natura a fare paura. Va bene persino Vannacci, ma non i rossobruni. Del resto, l'uso del termini "Rossobruni" mira a dividere le persone. Serve a ricondurre a vecchie distinzioni. Serve a ricondurre all’ovile: alcuni alla Meloni o a Vannacci e altri al PD o a AVS.

I rossobruni non esistono, dunque, e tuttavia esistono persone che hanno un progetto politico-culturale che mira a tenere insieme giustizia sociale e tradizione.

A fare paura è proprio che questi due termini vengano a saldarsi. È questo che il sistema non può tollerare, perché farebbe saltare l’alternanza senza alternativa, mostrerebbe la complicità di Destra e Sinistra, il loro essere una funzione di stabilizzazione e ciò che impedisce al paese di cambiare.

Se solo per un attimo dovessimo dire che cosa è quel movimento, complesso, litigioso, informe, ma che esprime un’esigenza e che si esprime nel rifiuto di scegliere tra questa destra e questa sinistra in quanto mere versioni del neoliberalismo, potremmo forse indicare alcune caratteristiche:

Print Friendly, PDF & Email

linterferenza

L’Europa tedesca: dalla moneta unica al riarmo continentale

di Gerardo Lisco

L’Unione Europea nasce ufficialmente come progetto di pace e cooperazione economica tra Stati che, per secoli, si erano combattuti. Ma sotto questa rappresentazione idealistica ha sempre agito un’altra dimensione: quella geopolitica. La costruzione europea, infatti, non può essere compresa senza collocarla dentro gli equilibri strategici emersi dopo la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, all’interno del sistema di potenza costruito dagli Stati Uniti durante la Guerra fredda.

Oggi, con la crisi dell’ordine internazionale uscito dal 1989, con il progressivo disimpegno americano dall’Europa e con il conflitto russo-ucraino, riemerge una questione che sembrava archiviata dalla storia: il ruolo della Germania nel continente europeo. Le recenti dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sulla necessità di una maggiore assunzione di responsabilità tedesca nella NATO e nella difesa europea rappresentano soltanto l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo e profondo, che porta inevitabilmente a interrogarsi sul destino dell’Unione Europea e sulla sua possibile “germanizzazione”.

Per comprendere l’attuale fase storica bisogna tornare agli anni Cinquanta del Novecento. La nascita della Repubblica Federale Tedesca fu favorita dagli Stati Uniti non soltanto per ragioni economiche ma soprattutto strategico-militari.

Print Friendly, PDF & Email

nicomaccentelli

Sono campista

di Nico Maccentelli

Sono un campista… nel senso che amo i campi di calcio, o quelli di grano senza dormirvi sepolto? Oppure al contrario, che campo, nel senso che sono ancora vivo…

Ma forse sono campista perché sono in un campo contro un altro, quindi parteggio, allora sono partigiano. Sì, ma di cosa?

Beh, come comunista parteggio per la mia parte, che aspira al comunismo, il quale è per tutta l’umanità, anche se oggettivamente la classe che maggiormente ha interesse al comunismo è la classe operaia, il proletariato.

Quindi il campismo conduce per contraddizioni a riunire l’umanità in un unico campo, quello della libertà dallo sfruttamento. Ma c’è qualcuno che inizia e che entra materialmente nelle contraddizioni.

Ma il campo è qualcosa di lineare? E’ l’armonia per la Cina confucio-marxiana, o un’astrazione “internazionalista” che è rimasticatura di un cosmopolitismo borghese?

Ma parlavo di contraddizioni, non di armonia, perché sarebbe bello che tutto fosse chiaro e limpido: ma la società non è così.

Quando i campi sono due: borghesia e proletariato , la scelta è chiara. ma allora qualcuno ti può dire: se scegli il proletariato, come puoi pensare che ciò vada nella direzione di tutta l’umanità?

Eppure è così: la contraddizione si scioglie nel superamento della vecchia società per la nuova.

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Il debito pubblico estero USA segue la frammentazione del mercato mondiale

di Stefano Porcari

Un recente articolo di Fausta Chiesa sul Corriere della Sera ha sottolineato il cambiamento degli “azionisti” di maggioranza che è avvenuto, nell’ultimo decennio, tra i detentori del debito pubblico estero statunitense. L’occasione è perfetta per uscire dai ragionamenti di bilancio e vedere come, invece, i trend sul debito federale seguano la frammentazione del mercato mondiale, le faglie della competizione globale e, in sostanza, girino intorno alla questione del dollaro come strumento imperiale.

Da più parti si è spesso sentito che la Cina ha in mano le chiavi della Casa Bianca, perché ha a lungo detenuto una quota sostanziale del debito estero stelle-e-strisce. Ma Pechino punta a uno scenario internazionale stabile che garantisca la crescita, e per questo non è mai stata interessata (né poteva farlo senza scatenare una crisi che avrebbe colpito anche il Dragone) a far crollare gli USA, svendendo in massa i titoli statunitensi.

Allo stesso tempo, però, la crescente aggressività finanziaria, commerciale, e in ultima istanza militare di Washington ha spinto a ridurre velocemente i Treasuries in mano ad attori cinesi, per un motivo molto “economico”: l’interdipendenza finanziaria espone molto più facilmente al regime sanzionatorio sempre più ampio messo in campo da Washington, compreso il rischio del congelamento degli assets.

Sempre più scambi commerciali avvengono in divise diverse dal “biglietto verde”, e la sua quota tra le valute di riserva si è ridotta.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

"Magnifica Humanitas": la mossa storica di Leone XIV nel cuore dell'intelligenza artificiale

di Glauco Benigni

La prima enciclica di Leone XIV è un profondo e tempestivo atto di discernimento spirituale, antropologico e sociale. Il Pontefice affronta la rivoluzione algoritmica non rifiutandola ma ponendo una domanda centrale: come preservare l'essenza, la dignità e la relazionalità dell'essere umano di fronte a una tecnologia capace di replicare e talvolta direzionare il pensiero e le decisioni umane?

Per inquadrare la sfida contemporanea, l'enciclica ricorre a due potenti immagini bibliche: 1) la torre di Babele, che rappresenta l'archetipo dell'idolatria tecno-scientifica e della presunzione umana. È il sogno di una potenza centralizzata che si chiude alla trascendenza, omologa i linguaggi, sacrifica l'individualità in nome di un'efficienza astratta e pretende di edificare una verità autosufficiente; 2) La ricostruzione di Gerusalemme (Neemia) che rappresenta la risposta comunitaria, la cura della città ferita che rinasce non attraverso la standardizzazione, ma mediante la cooperazione, il riconoscimento della vulnerabilità e la protezione dei legami sociali. Il Papa ci avverte che l'umanità si trova dinanzi a un bivio : cedere al "paradigma tecnocratico" totalizzante o governare l'innovazione affinché serva il bene comune.

Collegandosi esplicitamente, dopo 135 anni, alla tradizione della dottrina sociale della Chiesa inaugurata dalla Rerum Novarum, Leone XIV dedica una parte cruciale del documento agli impatti della transizione tecnologica sul mondo del lavoro. Il progresso tecnologico deve essere strutturalmente "centrato sulla persona".

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Pace come un barile di dinamite

di Carla Filosa

Ultimamente si sente riparlare di comunismo. Da parte di pochissimi intellettuali ovviamente, non da tecno-criminali o capi di stato, da Parlamenti, Congressi, Knesset o come li si voglia chiamare. Da chi, in altri termini, pensa ancora con il lascito storico da rileggere con profondità, indispensabile per capire tendenze già presenti di quello che si chiama futuro.

La potenza predittiva”, per riprendere le stesse parole di E. Brancaccio nel suo ultimo libro Libercomunismo, o per citare anche L. Canfora nel suo Comunismo, un’altra storia, è necessario capire come la cultura europea possa ritrovare una propria “anima”, per evitare l’insignificanza geopolitica ove la decadenza si combatte attraverso la memoria critica e la capacità di affrontare le contraddizioni del presente, senza rifugiarsi in nostalgie sterili.

Tesi da prendere in considerazione nella riflessione di questo difficile e frammentato presente, all’indomani dello storico incontro Usa-Cina, i cui risultati offrono controverse interpretazioni e soprattutto problematici sviluppi.

Una lettura che sembra convincente nel senso di aderenza alla realtà che monitoriamo con “fatti” più o meno quotidiani o comunque legati tra loro, è quella su cui Canfora insiste e cioè il processo inarrestabile di una “ricolonizzazione” occidentale successiva alla “decolonizzazione” avvenuta in seguito alla fine della II° Guerra Mondiale, quale onda lunga della rivoluzione russa del 1917.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Fare come “Amen” per mandare in tilt l'Electronic Hasbara di Israele

di Clara Statello

Leggendo in questi giorni post, interviste e commenti sulla Global Sumud Flotilla, due cose emergono drammaticamente: i) i social sono infestati da bot di Israele, che almeno dal 2010 si serve delle nuove tecnologie per indirizzare l’opinione pubblica; ii) la missione ha raggiunto il suo obiettivo strategico, i volontari hanno vinto.

Electronic Hasbara. Già nel 2010 era chiaro che la guerra aveva acquisito un’ulteriore dimensione: i cyberspazio. L’arrembaggio della Mavi Marmora fu uno dei primi banchi di prova. Alcuni giornalisti come Amir Mizroch avvertirono che l’”offensiva comunicativa” di Israele sui nuovi media era stata un “fallimento totale”. Il maggiore Avital Leibovich dell'ufficio stampa estera dell'esercito israeliano indicò la strada: "La blogosfera e i nuovi media rappresentano un'altra zona di guerra. Dobbiamo essere rilevanti anche qui".

Precedentemente nel 2009, per arginare i sentimenti anti-israeliani diffusi tra gli europei a causa dell’operazione Piombo Fuso, il ministero degli Esteri iniziò a reclutare volontari sotto copertura per diffondere il punto di vista di Israele:

"Parleranno come navigatori di Internet e come cittadini, e scriveranno risposte che sembreranno personali ma saranno basate su un elenco di messaggi preparato dal Ministero degli Esteri", dicevano i funzionari. Questo progetto fu formalmente aggiunto al bilancio statale nel 2009 sotto la rubrica "Squadra di guerra su Internet".

Print Friendly, PDF & Email

contropiano2

Confindustria piange, ma non capisce

di Claudio Conti

Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento.

Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa fosse programmato per fermarsi ai cancelli delle fabbriche o ai portoni degli uffici. Come se ci si potesse occupare degli effetti di una crisi senza nulla voler sapere delle cause.

Vediamo un attimo qualche dettaglio. Interrogato sull’evidente crisi della produzione Orsini ha dato in primo luogo la colpa a cause esterne. «L’industria italiana è penalizzata dagli alti costi dell’energia, abbiamo un gap che ci vede al 27° posto nella Ue. Questo è un problema, speriamo che si riesca a trovare una soluzione per Hormuz e che il conflitto possa finire. Non vogliamo delocalizzare le nostre industrie e deindustrializzare il nostro Continente».

Sicuramente è un fattore rilevante, che dovrebbe far alzare la voce contro un governo incapace e un sistema europeo dei prezzi dell’energia – collegato automaticamente al prezzo più alto del gas, secondo un meccanismo delirante – chiedendo dunque una revisione veloce e drastica di una serie di decisioni che favoriscono solo la speculazione e i profitti delle società energetiche.

Nemmeno per sogno… «In un momento come questo l’Europa deve unirsi per poter varare politiche economiche vere a sostegno delle imprese. Imprese e lavoratori sono la stessa cosa, è in gioco la tenuta sociale dell’Italia e della Ue. Ad oggi però le politiche europee sono deficitarie».

Print Friendly, PDF & Email

Imponente attacco russo con missili e droni a Kiev e nelle retrovie ucraine

di Gianandrea Gaiani

La sera del 23 maggio l’Ucraina è stata nuovamente colpita da un attacco combinato su larga scala probabilmente con oltre 700 tra missili balistici, da crociera e droni russi.

Si è trattato forse dell’attacco più massiccio che ha colpito l’Ucraina e ha visto l’impiego, per la terza volta dall’inizio della guerra, di missili balistici ipersonici Oreshnik (nella foto sotto), questa volta dotati di testate indipendenti esplosive.
Secondo l’aeronautica ucraina l’attacco ha coinvolto 600 droni da combattimento e 90 missili (111 secondo altre fonti) lanciati da aria, mare e terra.

Il ministero della Difesa russo, che ha dichiarato che si è trattato di una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro “strutture civili sul territorio russo”. Un riferimento all’attacco con droni ucraini contro un dormitorio universitario a Starobelsk, nella regione ucraina di Lugansk (nella foto sotto) controllata dai russi, che secondo le autorità russe ha provocato 21 morti.

L’attacco ha preso di mira anche almeno un comando dei servizi di sicurezza interna ucraini (SBU), possibile rappresaglia per un attacco contro un obiettivo analogo russo nella regione di Kherson, in parte occupata dai russi nel sud del Paese.

Quella di Starobelsk (nella foto sotto) contro un obiettivo civile è una strage quasi nascosta dai media, in Italia come gran parte d’Europa, ma anche dalla politica che ha condannato l’attacco russo senza fare però alcun cenno a quello ucraino che ha scatenato la rappresaglia di Mosca.

Print Friendly, PDF & Email

La Cina tra socialismo, mercato, tradizione e contraddizioni irrisolte

di Renato Rapino

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

 

Premessa

Mi sono imbattuto casualmente in questo video, di cui consiglio vivamente la visione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=F5R-gbGKqLM&t=92s.

Ne ho tratto un articolo molto sintetico su un singolo aspetto, cioè le proteste di Tienanmen come momento di accesa lotta di classe; tuttavia, gli aspetti che il video mostra sono molti e tutti molto interessanti.

“Interessante” non è sinonimo di “vero”, ma sappiamo che la verità è un traguardo al quale possiamo solo approssimarci confrontandone tutti i frammenti.

 

Tienanmen oltre la propaganda: la lotta di classe cancellata dalla memoria del 1989

Quando in Occidente si parla delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, il racconto è quasi sempre lo stesso: giovani studenti democratici, ispirati ai valori liberali occidentali, schiacciati dalla repressione brutale del Partito Comunista Cinese. Dall’altra parte, la narrazione ufficiale cinese descrive quelle proteste come un tentativo di destabilizzazione sostenuto da influenze occidentali e da elementi “controrivoluzionari”.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

Golfo Persico: la diplomazia sull’orlo del precipizio

di Elena Basile

La diplomazia potrebbe fallire nel Golfo Persico. L’ultima proposta statunitense chiede sostanzialmente la capitolazione iraniana, contraddetta dalla resistenza militare della leadership e di un popolo sceso in piazza in milioni contro gli attacchi stranieri, difendendo con i propri corpi le infrastrutture civili minacciate. Washington imporrebbe la rinuncia iraniana a ogni compensazione, il trasferimento dell’uranio arricchito negli USA e la possibilità per il Paese di avere una sola struttura nucleare operativa; in cambio rilascerebbe meno di un quarto degli assetti finanziari iraniani congelati e accetterebbe che il cessate il fuoco su tutti i fronti sia funzionale alla ripresa dei negoziati a Islamabad.

Difficile interpretare la proposta americana se non come un ultimatum prima dell’attacco. Il Presidente USA, in esternazioni pubbliche, reitera infatti la minaccia genocidaria a un popolo di quasi 90 milioni di abitanti: «Il tempo sta scadendo, si diano una mossa, altrimenti non rimarrà nulla di loro!». L’opinione pubblica non sembra scandalizzarsi. Le televisioni progressiste, di cui prendiamo ad esempio il programma su YouTube Piers Morgan Uncensored (di cui i talk show di TV7 sono un’ilare imitazione), continuano nell’opera di demonizzazione del Paese, gonfiando i numeri dei manifestanti uccisi, che variano da 12.000 a 20.000, a 30.000, a 40.000, senza mai raccontare la verità: e cioè che si è trattato, a gennaio scorso, di un tentativo di cambiamento di regime israelo-americano, che ha utilizzato ignari studenti e avanguardie armate per attacchi a municipalità, ambulanze e civili in strada, uccidendo centinaia di poliziotti iraniani.

Print Friendly, PDF & Email

doppiozero 

Occhio rotondo 67. Flotilla

di Marco Belpoliti

Il gesto di rannicchiarsi a terra, appoggiandosi sulle ginocchia e coprendosi nel contempo la testa, è senza dubbio un’azione protettiva. Può anche assumere il significato d’un atto di preghiera: ci si genuflette davanti alla divinità e si tocca ripetutamente la terra con il capo appoggiandovi la fronte in segno di riverenza. Nelle fotografie diffuse dall’esercito israeliano sul web dopo l’assalto alle barche della missione umanitaria “Flotilla”, e il trasferimento degli arrestati su navi o in terraferma, si vedono le persone disposte in questa posizione con tutt’altro significato e le mani legate all’indietro: sono obbligate a restare in una posa non solo palesemente scomoda, ma decisamente umiliante. Non si vede nessun volto né maschile né femminile, solo schiene. È un modo per impedire ai soldati israeliani di guardare negli occhi questi uomini e donne, ovvero di stabilire con loro anche solo un semplice contatto visivo?

Non si tratta solamente d’una punizione che ha qualcosa di brutale, ma anche della negazione di quel rapporto che si crea naturalmente nella semplice relazione visiva tra esseri umani. È proprio ciò che si vuole disconoscere attraverso questa imposizione forzosa. Inoltre, gli arrestati, i loro corpi, sono trasformati in questa maniera in nemici da punire – e non lo sono –, peggio, in cose: sacchi senza alcuna identità o valore. Nei bassorilievi di un sarcofago romano conservato nel Camposanto di Pisa si scorgono i due prigionieri con le mani legate; uno di loro è seduto a terra, non riverso, con le mani serrate dietro la schiena.

Print Friendly, PDF & Email

kamomodena

𝗟𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗺𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼

di Kamo

0. Il pomeriggio di sabato 16 maggio la nostra città è stata ferita.

1. Su quel pavimento della via Emilia che conosciamo bene non è stato lasciato solo del sangue di persone innocenti. Insieme ad esso, un terrore già visto come modus operandi, e l’orrore che la sua insensatezza comporta. Ma anche il coraggio di pochi, e la solidarietà popolare di tanti. Senza distinzioni. Odio, amore, vita, morte: tutto mischiato. Nella consapevolezza che su quella strada, in quel momento, ci poteva essere chiunque di noi. Dei nostri amici, dei nostri affetti.

2. In questi giorni di rabbia e paura legittime non vogliamo unirci ai latrati degli sciacalli e agli ululati delle scimmie. Le facili parole degli “imprenditori del click”, degli influencer governativi e delle anime belle di sinistra. Dei politicanti infami in cerca di visibilità e di quelli opportunisti in cerca di tornaconto. Delle passarelle di Stato e dei pelosi giornalisti. Un teatrino politico e “social” terrificante, a cui si aggiunge la miseria dell’arrivo del circo fascista in città, tra mitomani razzisti vecchi e nuovi, patrioti di tik tok e inutili giustizieri della notte.

Da questa ferita, cominciamo a mettere insieme qualche parola difficile. Parziale, incompleta. Ma ragionata – «prima pensare, poi parlare», ha detto una nostra giovane compagna. Cercando di armarci di un punto di vista di parte, nostro. Strumento per disarticolare il dispositivo narrativo che, con riflesso pavloviano, ci porta a prendere posizioni già preordinate da altri. O, almeno, utile a non mischiarci all’orgia di scimmie, sciacalli e pagliacci di cui sopra.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Cosa accadrà all'Italia in autunno con la "dottrina Dombrovskis"

di Alessandro Volpi*

Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l'Economia (con deleghe anche alla Produttività, l'Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull'andamento dell'economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l'unica strada è quella dell'austerità: poca spesa pubblica, poco debito e "cautela". Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle "stime di primavera" della Commissione von der Leyen.

La "crescita" nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe "salire" all'1,4 nell'ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l'economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall'effetto dell'intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l'intervento pubblico - e sottolineo pubblico - l'affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l'Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E' significativo notare che tra i paesi "virtuosi", sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell'Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Print Friendly, PDF & Email

lafionda

La lezione al tempo della scuola neoliberale

di Emanuele Dell'Atti

Al di là delle polemiche sulle Indicazioni nazionali per i Licei, con le loro deplorevoli e intenzionali omissioni e con i vari cortocircuiti e incongruenze disciplinari che le caratterizzano, la scuola di Valditara non si muove di un millimetro dalla visione generale che negli ultimi decenni ha egemonizzato il mondo dell’istruzione. Anzi, rincara la dose.

Nella Premessa alle Indicazioni, infatti, dopo aver celebrato il valore eminentemente formativo dell’istruzione, dopo aver esaltato retoricamente la storia e la funzione dei licei in un afflato pseudo-hegeliano volto a rimarcare il valore dell’universale sul particolare e della comunità sull’individuo, dopo aver sottolineato l’importanza delle tradizioni culturali e dei loro autori di riferimento, si passa a confermare (e a rinforzare) i soliti obiettivi: scuola del territorio, competenze digitali, alternanza scuola-lavoro, STEM e – proprio così – “competenze imprenditoriali”.

Ma mettiamo da parte le Indicazioni e torniamo per un momento all’inizio di quest’anno scolastico. Il MIM a settembre inviò a molti docenti un questionario con l’obiettivo di elaborare dei descrittori utili per il RAV, il Rapporto di Autovalutazione che ogni scuola redige ogni tre anni. I docenti erano invitati a rispondere a delle domande sui punti di forza e sulle criticità della scuola in cui lavorano, elementi utili per migliorarne la produttività. E fin in qua nulla di nuovo: è lo schema a cui ormai siamo abituati, quello che emula il metodo e il lessico del management aziendale.

Print Friendly, PDF & Email

lantidiplomatico

Sulla relazione Dombrovskis: contro il tecnofascismo dell'UE

di Alex Marsaglia

Il quadro disegnato nella relazione del freddo burocrate Vice-presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis delinea tutta la tragedia in cui sprofonderanno le popolazioni europee nei prossimi anni. L’Unione Europea come braccio armato dell’imperialismo statunitense decadente si configura sempre più come un’entità indebitata, intrappolata in uno scenario di stagflazione e capace di identificare come unica prospettiva la guerra.

L’impulso economico del PNRR è stato pari a zero, poiché un lustro dopo la sua approvazione il Pil europeo è piantato allo zero virgola, in compenso si è incrementato l’indebitamento degli Stati membri a cui nei prossimi anni arriverà il conto da pagare. Dall’approvazione del piano che avrebbe dovuto traghettare l’Unione Europea fuori dai disastri economici del lockdown l’Unione Europea è stata lanciata dai tecnocrati che la governano nella famosa “economia di guerra”, come l’ha battezzata Draghi che intimava alla popolazione “la pace o i condizionatori”.

La ripresa del motto mussoliniano “burro o cannoni” non è casuale, poiché si inserisce oggi come allora in una rincorsa isterica al riarmo come unica soluzione alla stagnazione e all’endemica crisi economica. In altre parole, quando le classi dominanti non hanno più idee contro l’immiserimento e si trovano davanti una domanda di mercato avvitata in una caduta inarrestabile nonostante le iniezioni di deficit pubblico, allora si rivolgono all’economia di guerra.

Print Friendly, PDF & Email

manifesto

La ricetta sovranista che danneggia proprio l’Italia

di Emiliano Brancaccio

Melonomics: La narrazione del governo scricchiola ogni giorno di più

La narrazione sulle magnifiche sorti della “Melonomics” scricchiola ogni giorno di più. Le ultime previsioni della Commissione Ue situano l’Italia all’ultimo posto nella classifica della crescita cumulata fino al prossimo anno. Nel 2026, in particolare, il Pil italiano aumenterà di appena lo 0,5 percento, contro una media Ue dell’1,1 percento e paesi come la Spagna che potrebbero sfiorare il 3 percento. L’inflazione, al contrario, schizzerà al 3,2 percento, al di sopra della media europea.

Evidentemente, le glorie del governo Meloni in campo economico venivano soprattutto da luce riflessa. Vale a dire, dalla sospensione del Patto di stabilità e dalle risorse del Pnrr, entrambe ereditate dai governi precedenti. Per lungo tempo i meloniani hanno cercato di snobbare il lascito testamentario, ritenendolo persino deleterio. Eppure, guarda caso, una volta esaurita la spinta di quei due strumenti, l’economia italiana è tornata alla sua vecchia traiettoria di semi-stagnazione, scivolando di nuovo nei bassifondi delle graduatorie europee.

Per giunta, il quadro rischia di aggravarsi. Con lo sblocco di Hormuz ancora fuori dai radar e la crisi internazionale che si spande, l’Italia si candida a diventare il primo grande paese a finire nel gorgo di una potenziale “disoccu-flazione”, vale a dire: contemporanea distruzione di posti di lavoro e di potere d’acquisto.

Print Friendly, PDF & Email

piccolenote

Negoziati Russia-Ucraina del 2022: confermato il sabotaggio Nato

di Piccole Note

"Persino Victoria Nuland, ex sottosegretaria di Stato americana per gli affari politici e referente per l'Ucraina nell'amministrazione Obama, ha affermato che i negoziati di Istanbul sono falliti quando delle 'persone al di fuori dell'Ucraina' hanno messo in discussione l'accordo"

Ai negoziati di Istanbul dell’aprile 2022 Russia e Ucraina avevano concordato la pace, poi la Nato spinse Kiev a proseguire la guerra. A quanto avvenne allora abbiano dedicato varie note, ma il nuovo libro di Richard Sakwa, The Russo-Ukrainian War: Follies of Empirepone un sigillo irrevocabile a tale realtà denegata. Ted Snider, su The American Conservative, riporta ampi brani del volume, che riprendiamo di seguito.

Sakwa osserva che “‘sette degli otto membri della delegazione [ucraina] confermano che a Istanbul era stato raggiunto un accordo di pace dettagliato’. L’ottavo non lo confermò perché non poté: Denis Kireev fu assassinato dai servizi segreti ucraini al suo ritorno a Kiev dai colloqui in Bielorussia”.

“David Arakhamia, leader del partito Servi del Popolo di Zelensky al parlamento ucraino, era uno dei due capi della delegazione negoziale ucraina. Arakhamia ha confermato l’esistenza di una sorta di accordo, che a suo dire avrebbe firmato personalmente. Ha aggiunto che la Russia era ‘disposta a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità e ci fossimo impegnati a non aderire alla NATO’.

Print Friendly, PDF & Email

intelligence for the people

La Flotilla riaccende i riflettori su Gaza 

di Roberto Iannuzzi

Mentre infuriava la guerra nel Golfo, Netanyahu ha inasprito la morsa sulla Striscia. Nessuna ricostruzione è all’orizzonte, le condizioni di vita sono insostenibili

Il sequestro illegale e la detenzione violenta degli attivisti della Global Sumud Flotilla da parte di Israele ha riacceso l’attenzione internazionale sulle azioni indiscriminate del governo Netanyahu, in particolare in relazione alla questione di Gaza.

Nel drammatico quadro mediorientale contrassegnato dal pericoloso stallo nel Golfo Persico e dalla devastazione israeliana del Libano, l’enclave palestinese, per certi versi la scintilla dell’attuale crisi regionale, era sprofondata nell’ombra.

A partire dal 28 febbraio, data di inizio dell’aggressione israelo-americana all’Iran, il governo Netanyahu ha di nuovo stretto la morsa sulla Striscia, incrementando i bombardamenti malgrado il cessate il fuoco nominalmente in vigore dallo scorso ottobre, e riducendo dell’80% l’ingresso degli aiuti.

Israele ha progressivamente spostato in avanti la linea gialla che separa l’area di Gaza sotto il controllo israeliano, praticamente spopolata, da quella controllata da Hamas, dove si concentra la quasi totalità della popolazione che ancora abita l’enclave palestinese.

A causa di questo spostamento, Israele controlla ormai il 60% della Striscia.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare

di Eros Barone

Milioni di persone in tutto il mondo considerano la rivoluzione cubana un esempio importante di sovranità, resistenza e solidarietà internazionale. Si può discutere il giudizio sul percorso di Cuba, ma un fatto rimane inoppugnabile: la rivoluzione ha infranto le catene del dominio straniero che avevano ridotto l’isola, secondo la ben nota espressione, a un “bordello dell’emisfero occidentale”. Con la sua rivoluzione Cuba ha invece dimostrato al mondo intero che anche una piccola nazione può opporsi al potere imperialista senza arrendersi o sottomettersi.

Così, per oltre sessant’anni, gli Stati Uniti hanno tentato di spegnere il fuoco acceso dalla rivoluzione cubana con tutti i mezzi possibili. Strangolamento economico, isolamento diplomatico, complotti per assassinare i leader, campagne di destabilizzazione, sanzioni interminabili, tentativi di invasione: una terribile panoplia il cui impiego aveva ed ha il fine di costringere Cuba ad accettare la dipendenza e la sottomissione. Eppure Cuba ha resistito. E in effetti – come riconosce l’Unesco e. insieme con essa, tanti osservatori obiettivi - nonostante le enormi difficoltà il socialismo cubano (poiché questo è il nome dell’esempio evocato nel titolo del presente articolo) ha raggiunto conquiste sociali che rimangono fuori dalla portata di ampie fasce della popolazione persino nei paesi capitalistici più ricchi.

Anche in questo caso, un ‘excursus’ storico fondato sul confronto delle modalità di intervento dell’imperialismo romano e di quello americano può essere illuminante.