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Biolaboratori americani in Ucraina. L’intelligence USA declassifica le prove
di Gianandrea Gaiani
Disinformazione putiniana? Complottismi dei filorussi? Macché, era tutto vero e le ricerche statunitensi su agenti patogeni altamente contagiosi hanno esposto per anni a grave rischio l’intera Europa.
Con il comunicato stampa n. 10-26 del 12 giugno 2026, l’Office of the Director of National Intelligence (ODNI) ha ufficialmente squarciato il velo su una delle questioni più controverse degli ultimi anni: la rete di oltre 120 biolaboratori finanziati dal governo degli Stati Uniti in più di 30 Paesi.
Il Direttore dell’Intelligence Nazionale (DNI), Tulsi Gabbard, ha reso noto che la documentazione relativa a tali strutture — inclusa la rete presente in Ucraina — è stata declassificata e resa accessibile al pubblico.
L’ammissione ufficiale sui rischi e i finanziamenti Secondo quanto dichiarato dall’ODNI, la comunità di intelligence ha confermato che molti di questi laboratori hanno operato, con scarsa supervisione, nella ricerca su agenti patogeni altamente contagiosi, includendo in alcuni casi studi di Gain-of-Function, cioè la modifica genetica di un organismo in modo da potenziare le funzioni biologiche dei prodotti genici.
Il documento chiarisce che la permanenza di tali strutture in zone di conflitto, come quella in corso tra Russia e Ucraina, espone il territorio e la sicurezza globale a rischi elevati di “compromissione, sequestro o danno”. La rottura con il passato Il comunicato segna una netta discontinuità rispetto alla gestione dell’amministrazione precedente.
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Lezioni iraniane
di Fabrizio Casari
Ammesso e non concesso che l’intesa intervenuta tra Stati Uniti e Iran trovi la sua formale approvazione, che non sia il 39esimo annuncio seguito da stop and go, la questione, dopo oltre 100 giorni di guerra che hanno cambiato il quadro politico e militare del Golfo Persico e del Medio Oriente, è stabilire chi ne esce sconfitto e chi vittorioso. Come già in precedenza Israele attacca per sabotare l’accordo, sa che la campana suona per Tel Aviv. Perchè il barometro della vittoria indica che l’Iran esce rafforzato sul piano strategico, avendo resistito e contrattaccato e mantenuto intatti territorio, sistema politico e assetto costituzionale, che erano gli obiettivi dell’aggressione israelo-statunitense.
Sul piano regionale i riflessi sono evidenti. È venuta meno l’idea di scambio tra petrolio, dollari e sicurezza su cui le petro-monarchie e gli USA hanno retto decadi di alleanza. L’incapacità dimostrata dagli Usa di difenderle spinge oggi Arabia Saudita e EAU a cercare un’intesa diretta con Teheran e a mettere in forse il ruolo degli USA che, lungi dal proteggerli, li ha resi un bersaglio.
Questo ridisegnerà un cambio globale di strategia statunitense per una regione che continua ad essere decisiva per una economia internazionale che ha ancora nel fossile la sua quota maggiore di generazione di energia e nei fondi sovrani dell’area una capitalizzazione fondamentale per il debito USA.
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Capitalismo finanziario e guerra permanente
di Elena Basile
La guerra con l’Iran sembrerebbe aver avuto fine con la firma del MOU prevista per venerdì 19 a Ginevra. I dubbi sulla sua attuazione sono tuttavia leciti. Il MOU si regge sul cessate il fuoco anche a Gaza e in Libano. Quindi finalmente avremmo gli Stati Uniti che tengono sotto controllo Israele?
Secondo molti analisti indipendenti, si tratta invece di una guerra di attrito nella quale la coalizione Epstein cerca, alternando dialoghi e bombardamenti, di distruggere la resilienza iraniana. Teheran non recede dai suoi obiettivi e risponde a ogni provocazione relativa anche al Libano e a Gaza. Impone linee rosse che, una volta violate, vengono sanzionate con rappresaglie su Israele e sulle basi americane nel Golfo Persico.
L’obiettivo occidentale resta quello di indebolire l’alleato della Cina, rivale sistemico, e di destabilizzare il governo teocratico affinché il capitale finanziario USA in crisi possa nutrirsi di nuove materie prime ed energetiche. La Cina, tuttavia, è intervenuta con la sua riconosciuta autorità per porre fine al blocco di Hormuz, che è contrario ai suoi interessi come a quelli di Washington. Se una svolta positiva ci sarà, è grazie a Pechino e alle forze riformiste iraniane che hanno temperato gli obiettivi dei falchi. L’incognita Israele, quale variabile impazzita, permane.
La nuova guerra, non di territori ma di attrito, continua anche tra Russia e NATO per interposta Ucraina. Come nota Andrey Bezrukov, ex agente dei servizi, nel suo discorso al Foro economico di San Pietroburgo, gli occidentali punterebbero a colpire, grazie al sistema Starlink, le infrastrutture strategiche russe e a neutralizzare, con sistemi di difesa come il Golden Dome, le forze nucleari russe. L’escalation occidentale cresce con il sistema della “rana bollita”.
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Pechino annuncia il fallimento della controffensiva statunitense
di Giuseppe Masala
Nei media occidentali è passata sotto silenzio la divulgazione di un fondamentale documento cinese. Si tratta di un report redatto dal CICIR - China Institutes of Contemporary International Relations - l'istituto di ricerca del potente Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), in pratica una sorta di superministero che unisce sia i servizi esteri che quelli interni in un'unica entità, in pratica come se gli USA avessero la CIA e l'FBI unite sotto un'unica regia centralizzata.
Il titolo del documento è "La grande trasformazione globale e il percorso verso la coesistenza tra Stati Uniti e Cina” e già da questo si può desumerne l'importanza perchè il MSS cinese ha l'ambizione, già dal titolo, di inquadrare e descrivere i rapporti di forza intercorrenti tra le due superpotenze e come questi influenzeranno gli equilibri globali, che peraltro già dal titolo sono definiti come in “grande trasformazione” e dunque transizione dal momento unipolare post fine della Guerra Fredda, quando gli USA e l'Occidente ebbero l'egemonia assoluta sul mondo, ad una realtà sempre più attuale dove si delinea un diverso equilibrio di forze.
Da notare che la lente attraverso la quale il Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS) inquadra questa fase storica dei rapporti internazionali è quello della “guerra prolungata” teorizzata da Mao Zedong nel testo scritto nel 1938 per descrivere la guerra con il Giappone. In questo opera, il padre della Cina Popolare teorizza tre diverse fasi nei conflitti di lunga durata: la prima, definita di “Difesa Strategica”, dove la parte più debole in conflitto assorbe l'assalto della parte più forte; la seconda, definita di “Stallo strategico”, quando l'equilibrio si sposta verso la stabilità tra le due parti in lotta e la terza parte che Mao definiva di “Controffensiva strategica” nella quale la parte precedentemente più debole – ribaltando i rapporti di forza originari – prende l'iniziativa e vince.
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Il 12 giugno e la distruzione dell'URSS: le origini profonde dello scontro con la NATO
di Fabrizio Poggi
12 giugno. Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell'URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell'Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevic che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall'Ucraina di Leonid Krav?uk. Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušca, Boris Eltisn Stanislav Šuškevic e Leonid Kravcuk decretavano a tavolino la fine dell'URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell'URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell'URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico. Si celebrano con ciò stesso, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l'iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni '90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all'anno. Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni '90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
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Immigrazione e sciacallaggio politico
di Andrea Zhok
Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.
1) Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
2) La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
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Un’Europa in crisi cerca i suoi nuovi capri espiatori, come negli anni Trenta
di Sergio Cararo
Le fiamme di Belfast dopo i tumulti razziali di Southampton mandano un segnale che va ben compreso.
Quanto accaduto in Gran Bretagna, dove gli stranieri (europei inclusi) sono circa 13 milioni su 70 milioni di abitanti, sembra voler anticipare lo scenario al quale prepararci anche in Francia, Germania, Italia, Spagna.
Strumentalizzando e utilizzando come una clava la questione degli immigrati, le “destre di sistema” e le “destre antisistema”, messe insieme diventano “sistema”, convergendo sempre più sistematicamente in molti ambiti nella individuazione degli immigrati come “capro espiatorio” per la profonda crisi economica, sociale e civile che attanaglia l’Europa.
Questa convergenza tra liberali e fascisti in materia di immigrazione, l’abbiamo vista spesso in sede di Parlamento europeo, mentre si manifesta come “competizione a tempo” nei periodi pre-elettorali.
E la vediamo agire e funzionare nelle sedi istituzionali europee proprio perché l’Unione Europea ha cessato da tempo di essere un antidoto contro razzismo e guerre per diventarne invece una incubatrice seriale.
Del resto “la bestia” è rimasta ancora feconda proprio qui, nel cuore dell’Europa, esattamente in quel quadrante che ne è stato, appunto, l’incubatore negli anni Trenta.
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L’Europa è tra i principali sconfitti della crisi di Hormuz
di Roberto Iannuzzi
Con la crisi di Hormuz e la Libia che resta uno stato fallito, dopo aver rinunciato alle fonti russe l’Europa rimane senza alternative energetiche, e sostanzialmente ostaggio di Washington
L’aggressione israelo-americana all’Iran ha uno sconfitto non dichiarato: l’Europa. Pur non avendo preso direttamente parte al conflitto, il vecchio continente è destinato a subirne i contraccolpi negativi.
Da questo punto di vista, sussiste un singolare parallelismo tra i paesi europei e le monarchie arabe del Golfo. Sia i primi che le seconde sono alleati storici di una superpotenza, gli Stati Uniti, della quale ancora ritengono di non poter fare a meno, ma che si sta dimostrando sempre più fonte di problemi piuttosto che di protezione.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, gli USA hanno trascinato gli europei in un conflitto per procura con Mosca salvo poi scaricare su questi ultimi i costi della guerra e atteggiarsi a mediatore in uno scontro nel quale sono in realtà cobelligeranti.
Nell’operazione contro l’Iran, Washington ha fatto uso delle basi nel Golfo (oltre che di quelle europee) attirando la dura rappresaglia iraniana sulle petromonarchie che le ospitano. Teheran ha anche minacciato di colpire le basi europee in un eventuale secondo round del conflitto.
Malgrado questi incresciosi risultati, molti paesi europei sono restii a negoziare con Mosca, così come diverse monarchie del Golfo sono riluttanti a scendere a patti con Teheran (Arabia Saudita e Qatar hanno aperto canali negoziali, mentre Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein mantengono una linea intransigente).
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L’inclusione nel vuoto
di Andrea Zhok
Nell’ultimo post che ho condiviso, compare una frase per me cruciale, relativamente al tema dell’identità collettiva e dei processi migratori: “Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma.”
Questo per me è un punto molto importante, che accomuna in modo paradossalmente complementare destra e sinistra. La destra finge che sia un dato ovvio ciò che la società (italiana, europea) è. La destra immagina che basti appellarsi a qualche residuo esteriore, a qualche memoria nostalgica, a qualche rimanenza sempre più scarnificata della tradizione che fu per definirsi; suppone che basti chiacchierare di Europa cristiana per dare un contenuto spirituale a una società non solo secolarizzata, ma radicalmente sradicata e relativistica, di cui peraltro la destra stessa coltiva intensivamente il più schietto individualismo. La destra chiacchiera di comunità, ma pensa al nepotismo; chiacchiera di società, ma pensa alle società per azioni.
Non fa e non ha mai fatto nulla, da almeno mezzo secolo a questa parte, per prendersi davvero cura della tradizione culturale italiana ed europea, lavorando indefessamente per la sistematica mercificazione di ogni istanza culturale, di ogni costume, di ogni tradizione. Gonfiano il petto col “made in Italy” e non a caso usano un’espressione inglese, perché “Italy” per loro è solo un marchio per conquistarsi quote di mercato sfruttando un passato che non studiano e non capiscono.
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Il modo sbagliato di criticare il fascismo di Vannacci
di Paolo Desogus
Ieri sera dalla Gruber il generale Vannacci ha mostrato di essere un politico di infimo livello, senza argomenti, sconclusionato, del tutto privo di una lettura del paese e delle sue strutture sociali ed economiche. Dico questo non perché è un fascista. Certo, quello è il principale motivo per contestarlo.
Dico che è un politico senza arte né parte nel senso che non possiede alcun talento che non sia quello del tribuno, dello squallido populista che parla alla pancia della gente disorientata dal tracollo del sistema democratico italiano. Una volta al governo questo personaggio non saprebbe da dove cominciare e sulle grandi questioni finirebbe come una Giorgia Meloni qualsiasi.
Il punto non è però quello. La storia ci insegna che per prendere i voti non occorre essere dei grandi geni della politica. E sicuramente Vannacci, sebbene sia politicamente uno scappato di casa, ha la possibilità di crescere elettoralmente, pur senza avere alcuna qualità di governo.
È questo che mi sembra che non abbiano del tutto afferrato Lilli Gruber e Lina Palmerini. Durante la trasmissione hanno cercato di prenderlo in castagna, hanno messo in evidenza le sue contraddizioni, le sue incoerenze, la vacuità della proposta politica… Come dicevo però il successo di Vannacci non dipende dalla qualità della sua proposta, né dal suo vero talento politico.
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Cuba-Venezuela. Il fucile, la penna e il dovere di non tradire: giugno, mese di esempi e rotture
di Geraldina Colotti
"Chi tenta di impadronirsi di Cuba, raccoglierà la polvere del suo suolo impregnata di sangue, se non perisce nella lotta". Queste parole, che la tradizione rivoluzionaria ha scolpito nella coscienza cubana come l'eco eterna della Protesta di Baraguá, appartengono alla tempra di Antonio Maceo, il Titán de Bronce. Uomo di umili origini, nato il 14 giugno del 1845 in una famiglia mulatta che fece della lotta per la libertà un destino collettivo, Maceo è stato un genio della strategia militare.
La postura che assunse a Baraguá, nel 1878 — quando di fronte al generale Martínez Campos rispose con un secco “Non ci intendiamo”, rifiutando il Patto del Zanjón — non fu un gesto isolato. Fu il seme della consapevolezza che, anni dopo, lo avrebbe portato a guidare la leggendaria Invasione da Oriente a Occidente (1895-1896). Se a Baraguá Maceo aveva salvato la dignità della rivoluzione dal tradimento della resa, con l'Invasione dimostrò che quella stessa dignità era diventata un progetto nazionale capace di mettere in ginocchio l'Impero.
La leggendaria Invasione inizierà nell'ottobre del 1895. All'epoca, il grosso delle forze spagnole e della ricchezza economica dell'isola si concentrava nelle province occidentali, mentre l'Oriente rimaneva il focolaio della rivolta. La strategia di Maceo, condivisa con Máximo Gómez, fu quella di spezzare l'illusione della Spagna di poter isolare la ribellione in una periferia periferica e povera. Attraversare l'intera isola significava percorrere circa 1.800 chilometri in poco più di tre mesi, sfidando decine di migliaia di soldati nemici, superando linee fortificate come la famosa Trocha di Júcaro a Morón e marciando in condizioni estreme.
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Risposte alle obiezioni sull’introduzione di una tassa sulle grandi ricchezze
di Marco Veronese Passarella*
a) “È una misura illegittima perché introduce una doppia tassazione”
Si tratta di un equivoco concettuale. Anche l’IVA normalmente pagata sui consumi grava su redditi che sono già stati tassati. In generale, ogni sistema fiscale moderno prevede una pluralità di strumenti di imposizione che possono gravare, in momenti diversi, sulla stessa base economica.
Il problema non è quante volte una determinata ricchezza venga tassata, ma quali fasce sociali siano chiamate a contribuire e in quale proporzione. La vera questione è dunque quella della distribuzione del carico fiscale e della sua coerenza con i principi di equità e capacità contributiva.
b) “È una misura inutile perché chi deve pagare troverà il modo di non farlo”
Evasione ed elusione fiscale sono problemi che riguardano qualunque forma di tassazione, sia essa applicata ai redditi, ai consumi o ai patrimoni. Se l’esistenza dell’evasione fosse una ragione sufficiente per rinunciare a un’imposta, allora bisognerebbe abolire l’intero sistema fiscale.
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La fatwa del “marxista scientifico” Brancaccio contro i sovranisti reazionari e piccolo borghesi
di Fabrizio Marchi
Non sono entrato e non entro nel merito della polemica in corso da qualche settimana fra l’economista Emiliano Brancaccio e il filosofo Andrea Zhok – ampliatasi successivamente ad altri economisti e filosofi politici (fra cui il nostro amico Alessandro Visalli, autorevole saggista e filosofo politico, bollato sprezzantemente dal Brancaccio come “confusionario sovranista”) – perché non ho le competenze sufficienti in materia economica, e quindi mi guardo bene dal farlo. Del resto, fra tutti i saccenti i “tuttologi” se la battono con gli “specialisti”, fermo restando che la democrazia (come la dialettica), come uso dire, è il dialogo fra “ignoranti”. Se così non fosse al mondo avrebbe diritto ad esprimere la propria opinione soltanto lo 0,0001 per mille delle persone, forse, e solo nella materia di propria esclusiva competenza.
Non appartenendo né all’una né all’altra categoria, mi limito, comunque, a considerazioni di ordine esclusivamente umano sul “personaggio Brancaccio”, in base alla mia personale percezione, avendo letto tutti i post da lui scritti in risposta alle obiezioni e alle critiche sollevate dai suoi interlocutori (che in realtà lui non considera tali dal momento che si limita sostanzialmente ad insultarli) e diversi stralci, fra i più significativi, del suo “libro dei sogni”, “Libercomunismo”, estrapolati dagli articoli e dalle analisi dei suoi critici, in particolare quella di Visalli (che è entrato nel merito della materia economica, eccome… https://www.linterferenza.info/attpol/intorno-a-emiliano-brancaccio-e-il-libercomunismo/ ), che abbiamo anche pubblicato su L’Interferenza.
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Israele, il business del genocidio
di Michele Paris
Durante la fase più intensa del genocidio a Gaza, in Occidente e tra i regimi arabi si sono sprecate le dichiarazioni di “preoccupazione”, i richiami al diritto internazionale e le rituali condanne degli “eccessi” dell’offensiva israeliana. Dietro questa retorica, tuttavia, il business militare dello stato ebraico non solo non ha subito contraccolpi, ma ha continuato a prosperare come mai prima d’ora. Anzi, proprio il genocidio in corso nella striscia sembra avere trasformato Israele in una vetrina globale ancora più appetibile per quei governi interessati a tecnologie militari sperimentate direttamente sul campo.
I numeri pubblicati nei giorni scorsi dal SIBAT, l’agenzia del ministero della Difesa israeliano incaricata delle esportazioni militari, parlano da soli. Nel 2025 Israele ha esportato armamenti per 19,2 miliardi di dollari, nuovo record storico e quinto anno consecutivo di crescita. Rispetto al 2024, l’incremento è stato del 30%, mentre dall’inizio dell’assalto a Gaza il balzo complessivo dei profitti del comparto militare israeliano supera il 56%.
Il dato forse più clamoroso riguarda però la provenienza degli acquirenti. L’Europa è diventata il principale mercato per l’industria bellica israeliana, con acquisti pari a 6,9 miliardi di dollari, circa il 36% dell’intero export militare. Ancora più significativo è il fatto che i paesi arabi abbiano acquistato più armi israeliane degli stessi Stati Uniti. Il Medio Oriente e il Nord Africa hanno rappresentato infatti il 15% delle esportazioni, per un valore di circa 2,9 miliardi di dollari, contro il 13% del Nord America.
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Elmetto al campo largo, la strategia di Giorgia
di Michele Prospero
Meloni ha schivato con furbizia il vertice in Montenegro perché ha già iniziato la campagna elettorale. Ha capito, a differenza delle opposizioni, che il referendum non l’ha perso per i tecnicismi della separazione delle carriere o per l’istituzione dell’Alta Corte. A travolgerla è stato l’impatto ideale, oltre che economico e sociale, delle bombe del duo Bibi-Donald. A marzo è stata lei a pagare poiché il ponte con l’amministrazione statunitense, proprio nelle settimane dell’appello al popolo per dirimere le funzioni delle toghe, significava complicità con i raid in Medio Oriente e acquiescenza ai crimini contro l’umanità.
Confida che più in là, a emergenza iraniana spenta e con gli avvoltoi israeliani placati, la sintonia con il tycoon di Washington attenuerà gli effetti negativi sprigionati da una subalternità a Tel Aviv che gronda di sangue. Una volta siglato il cessate il fuoco, la destra intende giocare la vecchia carta del Trump pacifista, preziosa nella gestione dei contraccolpi della questione ucraina. Adducendo un francobollo come pretesto per evitare il tour nei Balcani, Meloni valuta che conviene evitare gli abboccamenti con Parigi, Berlino e Londra. Ha intuito che i tre condottieri, rimasti senza un briciolo di consenso interno, annunciano soltanto guai.
Per ottenere il secondo mandato a Palazzo Chigi, la Madre ha perso l’aereo.
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La vera costituzione è la mistificazione
di comidad
Non c’è nulla di strano nel fatto che un papa colga l’occasione dell’avvento dell’intelligenza artificiale per riproporre la consueta retorica sulla centralità dell’uomo. Non c’è da stupirsi se i preti usano ogni opportunità per dire messa e pronunciare omelie; il problema semmai riguarda quelli che si arruolano come chierichetti. Meno spiegabile è infatti che tanti “laici” si mettano in cordata con l’enciclica papale per offrire un contributo, anche in chiave critica, per un nuovo umanesimo. Non si tratta soltanto di mantenere un realistico scetticismo sull’effettivo potenziale critico della Chiesa cattolica nei confronti dell’establishment di cui è parte integrante; il problema sarebbe soprattutto di capire se sia serio voler ancora affidare all’umanesimo le prospettive di sopravvivenza e di benessere dell’umanità. Il punto è che per sostituire le classi dirigenti e le opinioni pubbliche, non c’era bisogno dell’arrivo dell’intelligenza artificiale; bastava un distributore automatico o una fotocopiatrice, che probabilmente avrebbero fatto persino di meglio. Nessuna vicenda sfugge al copione preconfezionato, tanto che lo stesso pubblico in sala conosce già le battute e interagisce con la commedia che si recita sul palcoscenico.
A proposito di pessimismo antropologico, un personaggio come Adriano Sofri è un esempio da manuale. La circostanza di essere stato vittima di un abuso giudiziario, non ha affatto nobilitato Sofri; al contrario, egli ha trovato la sua personale via di salvezza nel diventare dispensatore di paralogismi per conto dell’establishment che lo aveva incastrato. Nel caso della grazia concessa da Mattarella a Nicole Minetti, l’espediente retorico più banale era quello di ricorrere all’episodio dell’adultera del vangelo di Giovanni; e infatti Sofri lo ha usato.
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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale
di Pino Arlacchi
Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.
Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.
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Da Al-Dhafra a Sigonella: la rotta dei Triton
di Antonio Mazzeo
Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio catanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?
* * * *
Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.
Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo.
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La ragnatela militare e di intelligence allestita da Israele attorno all’Iran
di Giacomo Gabellini
Lo scorso dicembre Israele è diventato il primo Paese a riconoscere formalmente il Somaliland, una regione autonoma separatasi dalla Somalia decenni fa. Il Somaliland, nella Somalia nordoccidentale, è da tempo in conflitto con il governo di Mogadiscio, avendo dichiarato l’indipendenza nel 1991 mentre la Somalia sprofondava nella guerra civile e nel caos. Da allora, il Somaliland ha governato la maggior parte del territorio che rivendica senza ricevere il riconoscimento internazionale.
Il primo ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele moltiplicherà gli sforzi per istituire una cooperazione immediata con il Somaliland in settori quali agricoltura, sanità, tecnologia ed economia. Si è inoltre si è congratulato con il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, elogiandone la leadership e invitandolo a visitare Israele.
Il premier israeliano ha affermato che la dichiarazione «rientra nello spirito degli Accordi di Abramo, firmati su iniziativa del presidente Trump» nel 2020 per normalizzare le relazioni diplomatiche di Israele con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, a cui si sono aggiunti successivamente altri Paesi.
Netanyahu, il ministro degli Esteri Saar e il presidente Abdullahi hanno firmato una dichiarazione congiunta di reciproco riconoscimento. Abdullahi ha dichiarato in una nota che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi di Abramo, definendoli un passo avanti verso la pace regionale e globale, e annunciato che il Somaliland si impegna a costruire partenariati, a rafforzare la prosperità reciproca e a promuovere la stabilità in Medio Oriente e Africa.
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Follie anglosassoni, saggezze russe
di Alberto Giovanni Biuso
Alcune forme di follia pervasive, clamorose eppure in gran parte disconosciute, attraversano la politica, la cultura, l’esistenza dell’occidente anglosassone e da qui si riverberano anche sull’Europa. La follia del transumanesimo che nelle menti e nei progetti ingegneristici di miliardari tecno-apocalittici come Peter Thiel prende la forma del superamento di ciò che costoro chiamano mortalismo, vale a dire la finitudine umana come di ogni altro ente. In un suo recente pellegrinaggio europeo (Parigi, Roma) dedicato all’avvento dell’Anticristo, Thiel ha definito l’inevitabilità del morire come una ideologia da respingere, condannare e superare, anche e specialmente attraverso lo sviluppo delle tecnologie digitali e delle cosiddette intelligenze artificiali. Anche in questo modo la tecnoteologia politica di Thiel si conferma un esempio, un caso, un’espressione del dominio di «Mammona, il Signore di questo mondo (oggi concretamente la tecno-finanza politico-digitale operata dall’Intelligenza Artificiale)» (Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 94-95).
La follia del servilismo totale, inaudito e privo di ogni pur minima dignità che i decisori politici dell’Unione Europea mostrano nei confronti del padrone statunitense che li insulta, li umilia, li disprezza ma al quale continuano a leccare la mano. È del tutto palese che è nelle intenzioni e nell’interesse degli USA mantenere l’Europa nel suo stato di impotenza e dipendenza, nella divisione tra la sua parte occidentale e quella orientale e slava. È palese ma sembra anche invisibile.
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Si scrive Colombia, si legge Israele (e Honduras)
di Marco Consolo
Si scrive Colombia, si legge Israele. Sui risultati elettorali colombiani si allunga l’ombra di Israele sul continente latino-americano e delle manovre per destabilizzare i governi progressisti.
Sullo sfondo appare lo scandalo internazionale del cosiddetto Hondurasgate [i] con le rivelazioni di 29 audio divulgati da una rete di giornalisti honduregni e da Diario Red, che coinvolgono i poteri forti del Paese centro-americano, Netanyahu e le lobby sioniste negli Stati Uniti e, naturalmente, la stessa Washington.
Ancora una volta, la realtà supera di gran lunga l’immaginazione. La trama è intricata e vale la pena dipanarne il filo.
In concreto, ambienti israeliani, con l’immancabile appoggio statunitense, preparano il terreno per il secondo mandato dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, già condannato a 45 anni di carcere negli Stati Uniti per il traffico di 450 tonnellate di cocaina, non proprio bazzecole. Ma dopo qualche mese di carcere, il fiduciario israeliano Hernández viene graziato a sorpresa da Donald Trump, due giorni prima delle elezioni truccate dai brogli in Honduras, che riportano al governo la destra di Nasry Asfura, dello stesso Partido Nacional di Hernández [ii]. Le sue dichiarazioni sono una perla: «Oggi sono qui, con la mano di Dio che mi sostiene, con la speranza e la convinzione che ce la faremo. E oggi devo dirlo con grande chiarezza: sono stato vittima di una cospirazione della sinistra radicale, non solo dell’Honduras, ma anche di altri paesi, nonché di funzionari del governo Biden».
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Sionismo e Nazismo, brevi note
di Paolo Di Marco
Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania e uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi e industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra
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Mearsheimer ad Atene: il realismo come ritorno della storia
di Giuseppe Gagliano
Quando la teoria torna a essere strumento del potere
John Mearsheimer riparte da una verità spesso dimenticata: nessuna politica estera nasce nel vuoto. Anche i governi che si dicono pragmatici, anche i leader che disprezzano gli intellettuali, anche le cancellerie che rivendicano il primato dei fatti, agiscono sempre dentro una visione del mondo. La chiamino dottrina, istinto, interesse nazionale o buon senso, resta una teoria. E una teoria sbagliata produce quasi sempre una politica sbagliata.
È qui che Mearsheimer colloca il fallimento strategico dell’Occidente dopo la guerra fredda. Gli Stati Uniti hanno creduto che l’espansione del mercato, l’allargamento delle istituzioni liberali e la diffusione della democrazia avrebbero addomesticato la competizione tra le grandi potenze. Hanno pensato che la Cina, arricchendosi, sarebbe diventata un attore responsabile; che la Russia avrebbe accettato l’avanzata della NATO; che l’Europa potesse vivere di prosperità senza occuparsi fino in fondo della propria sicurezza; che il Medio Oriente potesse essere riplasmato con guerre, pressioni e cambi di regime. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la storia non è finita, è tornata.
Il realismo contro la religione liberale
Il realismo di Mearsheimer è duro perché parte da una constatazione elementare: il sistema internazionale non ha un governo superiore agli Stati.
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Perché non sosteniamo le proposte di legge sulla Geoingegneria
di Costantino Ragusa
Non avevamo dubbi che il tema della Geoingegneria, da questione di nicchia legata in gran parte a valutazioni emotive e fantasiose, tranne ovviamente rari casi in cui invece il lavoro di ricerca e denuncia ha mantenuto spessore, si prestasse prima o poi a essere strumentalizzato a fini elettorali, di consenso, megalomania, visibilità, ecc… C’è grande agitazione per le recenti proposte di legge sulla geoingegneria soprattutto nel mondo virtuale, dove l’adesione passa da un atto meccanico della durata di qualche millisecondo. Ovviamente parliamo del mondo del dissenso che conosce la questione soprattutto nella sua emanazione comunicativa più becera “Scie chimiche”; altri contesti invece, dagli ecologisti, radicali, gretini ecc… niente è pervenuto, probabilmente sono occupati a criticare il governo per le recenti proposte di mini reattori nucleari per far fronte alla crisi energetica, ma solo ovviamente perché la proposta non arriva dai propri schieramenti politici amici che a loro volta sarebbero pronti a sostenerla come soluzione pulita alla crisi climatica.
Non entreremo in dettagli tecnici e rivendichiamo il non farlo per non contribuire ad abituare i cervelli a quella neolingua impregnata di “verità tecniche” che comprende anche le forme giuridiche o inglesi che sterilizzano il linguaggio restituendolo in quella formula adatta ai tempi presenti, ai tempi delle macchine e alla coesistenza con le nocività.
La prima proposta di legge denominata “Cieli blu” evidentemente tradotta da testi americani con il traduttore automatico mostra subito il suo scopo ed è proprio il contesto dove nasce che completa il quadretto con lo sfondo del tricolore che va oltre al folclore, ma che rappresenta una tradizione ben consolidata.
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Dal populismo semplicista ai contorni del populismo penale
Alba Vastano intervista Massimo Siclari
“Diciamo che la crescente pervasività dell’informazione rende deboli tali rimedi e dunque conta molto il grado d’impermeabilità dei giudici. Ho conosciuto magistrati che sospendono la lettura dei giornali e l’ascolto o la visione di notiziari quando sono investiti di questioni di un certo clamore mediatico, non penso che siano casi isolati, per fortuna” (Massimo Siclari)
Il tema dell’intervista nasce dal convegno del 21 maggio nell’aula Tesi del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Roma Tre. Il tema trattato dai relatori si è articolato sul populismo penale e sul ruolo degli attori che influenzano l’opinione pubblica in materia di giustizia penale.
Molte le lectio magistralis sul tema, dalla lectio di Didier Fassin (College de France) sulla passione di punire a quella di Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone sull’uso del diritto penale da parte dei movimenti sociali, alla lectio di Denis Sala (Association française pour l’histoire de la justice) sul tema della volontà di punire. Si conclude il Convegno con una tavola rotonda coordinata da Stefano Anastasia, garante delle persone detenute della Regione Lazio e professore dell’università Unitelma Sapienza.
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Come i risparmi dei lavoratori italiani diventano il nuovo bottino della finanza
di Alessandro Volpi
Con la nuova portabilità del contributo datoriale, il governo apre ai grandi gestori finanziari un mercato miliardario. In gioco non ci sono solo pensioni, ma il futuro del welfare contrattuale
L’azione del governo Meloni e della sua maggioranza è decisamente certosina nella demolizione dello Stato sociale a vantaggio di grandi banche e dei grandi gestori del risparmio.
La recente riforma introdotta con la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha effettivamente segnato un punto di svolta nel sistema della previdenza complementare italiana. Il fulcro della questione è la piena portabilità, fino a ora non consentita, del contributo datoriale: una misura che permette al lavoratore di trasferire non solo il proprio capitale e il TFR, ma anche la quota a carico dell’azienda, da un fondo negoziale (chiuso) a un fondo aperto o a un PIP (Piano Individuale Pensionistico), gestiti da banche e assicurazioni.
Il Governo ha giustificato questa misura con un argomento principale. Prima della riforma, se un lavoratore decideva di passare a un fondo privato, perdeva il diritto al contributo che il datore di lavoro è obbligato a versare solo nel fondo di categoria (negoziale). Il Governo sostiene che “liberare” questo contributo stimoli la concorrenza tra i gestori, spingendoli a offrire rendimenti migliori per non perdere iscritti: un’affermazione davvero incredibile, data la pressoché totale situazione di monopolio esistente fra i grandi gestori, a partire da BlackRock, che, con questa misura, arriveranno molto più facilmente ai risparmi italiani.
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L’impotenza del diritto di fronte a una nuova tragedia
di ALGAMICA*
Una nuova tragedia di immigrati ad Amendolara in Calabria. Si dirà: storia di ordinario razzismo. Questo senz’altro, ma c’è un particolare che ai più sfugge, ovvero il fatto che a dare fuoco e bruciare vivi in un’auto 4 immigrati siano stati due caporali pachistani, anch’essi immigrati. Semplice il motivo: i quattro arsi vivi chiedevano quanto loro spettante.
Criminali i pachistani nel ruolo di caporali? Certamente. Ma per conto di chi operavano quei caporali? Per conto di aziende agricole della zona, per la raccolta di frutta del periodo. A che scopo lavoravano per quelle imprese i poveri braccianti uccisi? Per il profitto, ovviamente. Dove finivano quelle cassette di frutta? Acquistate dalle multinazionali della distribuzione e vendute nei grandi centri urbani. Dunque abbiamo una filiera il cui motore che muove tutto è il profitto che provoca una reazione a catena producendo criminalità e lutti, ma non compare mai come soggetto agente, cioè fattore determinante.
Scrive il cronista « Tra Metaponto, Sibari, Corigliano, Schiavonea e Rossano è un fiorire di imprese agricole che lavorano stagionalmente su svariati prodotti. Secondo i dati del sindacato solo il 30% dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate. Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite tra aziende e bracciante ». Dunque il caporale è il prodotto delle imprese agricole ma compare non come prodotto ma come agente da condannare.
È questa la questione.
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Le nuove aziende israeliane per manipolare ChatGpt e Claude
di C. L. Dias*
Brad Parscale (nella foto) è stato il capo della campagna elettorale di Donald Trump nel 2020. Oggi gestisce diverse aziende di comunicazione digitale ed è direttore strategico di Salem Media Group, un grande conglomerato mediatico conservatore americano che ospita commentatori di punta della destra, figure paragonabili, per capirci, ai soliti opinionisti che negano il genocidio palestinese o minimizzano i bombardamenti in Libano nei salotti televisivi italiani.
Il governo israeliano ha assoldato Parscale per condurre una vasta operazione di influenza tra i conservatori americani, in particolare tra i giovani evangelici, una fascia demografica sempre più critica verso Israele.
Il dato che preoccupa Tel Aviv è inequivocabile: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un’opinione sfavorevole di Israele, secondo un sondaggio Pew del marzo 2026.
Per invertire questa tendenza, come ho già scritto su questa pagina, il governo Netanyahu ha più che quadruplicato il proprio budget per la “diplomazia pubblica”: da 150 milioni di dollari nel 2025 a 730 milioni nel 2026.
L’inchiesta pubblicata da The Intercept dal titolo “Ex-Trump Campaign Chief Funneled Millions of Israeli Government Money to His Longtime Allies’ Companies” ha svelato nuove aziende, finora sconosciute, che lavorano per condurre questa operazione.
Una di loro è la SparkFire Technologies, azienda di chatbot basati sull’intelligenza artificiale, che ha ricevuto la fetta più consistente dei fondi israeliani canalizzati da Parscale.
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La fine della sintesi liberal-democratica
di Gerardo Lisco
Per chi segue il dibattito nella sinistra italiana, in rete e sulle riviste online di area, è stato difficile non imbattersi nel confronto tra il filosofo Andrea Zhok e l’economista Emiliano Brancaccio. Un dibattito seguito da una platea vastissima, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e commenti favorevoli all’uno o all’altro interlocutore.
Nutro grande stima per entrambi. Ho letto e apprezzato diversi loro lavori: tra quelli di Brancaccio, in particolare Libercomunismo; di Zhok, soprattutto Critica della ragione liberale, un saggio del quale condivido sostanzialmente l’impianto teorico. Proprio per questo, il confronto mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione. Ho avuto l’impressione di assistere a una discussione che appartiene più al Novecento che al XXI secolo.
Per quanto ho potuto comprendere, il nodo centrale del contendere riguardava il rapporto tra sovranismo e fascismo, ovvero la tendenza a considerare il primo come una forma più o meno esplicita di fascistizzazione della politica. A mio avviso, tuttavia, il problema è posto in termini ormai superati. Fascismo e antifascismo, così come comunismo e anticomunismo, appartengono alla storia. Hanno certamente ancora un valore come categorie storiografiche, utili a comprendere il Novecento, ma risultano sempre meno adeguate a interpretare la realtà contemporanea.
Viviamo in una società profondamente diversa da quella nella quale quelle categorie sono nate. Una società destrutturata, individualista, nichilista e attraversata dall’egemonia culturale del capitalismo neoliberale.
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La lingua neoliberale imposta alla scuola: “replicare”
di Pier Paolo Caserta
Gli studenti diventano replicanti
Dalle life skills ai nuclei concettuali da “replicare”, la neolingua aziendalista invade la scuola e trasforma l’insegnamento in una catena di montaggio. Il docente diventa un distributore di contenuti e il pensiero critico lascia spazio alla conformità.
La lingua neoliberale imposta alla scuola
La larga schiera delle parole della neolingua neoliberale ha la funzione di scalzare e sostituire le pratiche relazionali ed educative della scuola pubblica e costituzionale, ridisegnando un nuovo campo di valori connotato come intrinsecamente progressivo.
È il caso, per esempio, di termini ed espressioni quali 𝗹𝗶𝗳𝗲 𝘀𝗸𝗶𝗹𝗹𝘀, 𝗰𝗼𝘂𝗻𝘀𝗲𝗹𝗶𝗻𝗴, 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺 𝘀𝗼𝗹𝘃𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗲𝘀𝗶𝗴𝗻 𝘁𝗵𝗶𝗻𝗸𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹 𝗺𝗶𝗻𝗱𝘀𝗲𝘁, 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝘁𝘂𝘁𝗼𝗿𝗶𝗻𝗴, 𝗴𝗮𝗺𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗶𝗼𝗻, 𝗽𝗲𝗲𝗿 𝗹𝗲𝗮𝗿𝗻𝗶𝗻𝗴, 𝗱𝗶𝗴𝗶𝘁𝗮𝗹 𝗯𝗼𝗮𝗿𝗱, 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗹𝗶𝘁𝗲𝗿𝗮𝗰𝗶𝗲𝘀.
L’elenco sarebbe ancora lungo. Si potrebbero stilare intere pagine, per non parlare della spasmodica proliferazione di sigle e acronimi, che riduce il campo del pensiero, incoraggia l’esecuzione passiva e legittima l’architettura del potere.
Vale la pena notare che il lessico di base della scuola neoliberale, del quale volutamente ho prodotto un elenco non organizzato, svaria dagli aspetti pedagogico-didattici a quelli organizzativi, entrando in tutti gli spazi per modellarli secondo il catechismo aziendalistico.
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