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La Corte Suprema affonda i dazi di Trump
di Michele Paris
La decisione odierna della Corte Suprema che boccia i dazi d’emergenza imposti unilateralmente da Trump nell’ultimo anno rappresenta una sconfitta giuridica molto pesante per la Casa Bianca su uno dei pilastri della sua strategia economica e geopolitica. La sentenza stabilisce che l’uso dei poteri emergenziali per imporre tariffe globali senza un mandato esplicito del Congresso viola l’architettura costituzionale americana. Allo stesso tempo, il verdetto segnala una frattura crescente dentro la classe dirigente statunitense, dove settori dell’establishment iniziano a temere le conseguenze sistemiche di un uso così aggressivo e imprevedibile della leva commerciale. Preoccupazioni, queste ultime, che sono evidenti dal fatto che il verdetto arriva da una Corte nel suo complesso in larga misura favorevole all’agenda trumpiana.
La spaccatura all’interno della Corte Suprema degli Stati Uniti si è materializzata in un voto 6-3 che ha visto convergere una parte della maggioranza conservatrice con i giudici “liberal” di minoranza. Il parere di maggioranza, firmato dal presidente della Corte John Roberts, stabilisce che il potere rivendicato dalla Casa Bianca – imporre dazi globali senza limiti di entità, durata e portata – richiedeva una chiara autorizzazione del Congresso che nel caso specifico non esiste. Roberts ha ribadito che, quando il Congresso delega poteri tariffari, lo fa con vincoli precisi e verificabili.
Le udienze sul caso dei mesi scorsi davanti alla Corte Suprema avevano già fatto emergere la direzione in cui sarebbe potuta andare la sentenza.
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Le verità di Lavrov
di Norberto Fragiacomo
Qualche giorno fa Francesco Dall’Aglio, acuto osservatore delle vicende dell’Europa orientale e in special modo del conflitto russo-ucraino, ha voluto interrogarsi sulla plausibilità di un contrasto intervenuto tra Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri Sergej Lavrov, il quale in un intervento assai polemico accusava Trump, cioè gli Stati Uniti, di aver tradito lo spirito di Anchorage, e in sostanza di slealtà nei confronti della Russia: mentre la Federazione – questa la tesi del ministro – ha rispettato gli accordi presi in Alaska, facendo ampie concessioni alle controparti, gli Stati Uniti avrebbero mantenuto un atteggiamento ostile nei confronti di Mosca, di cui vengono presentate numerose prove.
Il commento di Dall’Aglio è ironico nei toni, ma assai serio sotto il profilo dei contenuti: a un certo punto egli si chiede se Presidente e ministro non si siano per così dire scambiati i ruoli, e Lavrov (di cui si adombra addirittura un’improbabile caduta in disgrazia) non abbia inteso esplicitare una critica, peraltro non isolata, a un Putin che si starebbe rivelando fin troppo morbido e addirittura remissivo nei confronti dell’interlocutore. La chiusa del ragionamento introduce un parallelismo tra la situazione attuale e quella verificatasi al crepuscolo dell’URSS, tra lo “spirito di Reykjavik” e quello di Anchorage: possibile che un uomo scaltro e disincantato quale è Putin possa lasciarsi abbindolare come un Gorbaciov qualunque?
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In Italia arriva il «capitalismo nero»
di Emiliano Brancaccio
Co2. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni
La minaccia di una catastrofe ecologica incombe tuttora sul mondo. Un paper appena pubblicato su «One Earth» rileva che le emissioni di anidride carbonica hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due milioni di anni.
E ci stanno avvicinando al cosiddetto «punto di non ritorno». Con la temperatura terrestre fuori controllo ed effetti economico-climatici potenzialmente devastanti.
In sostanza, i dati indicano che le politiche ecologiche di decarbonizzazione stanno fallendo. E che pagheremo le conseguenze. Ma perché un tale esito? Per quale ragione le emissioni non diminuiscono? L’attuale dialettica in tema, tra Unione europea e Italia, offre spunti per rispondere.
La politica ecologica dell’Unione europea ha finora seguito una dottrina che è stata talvolta definita di “capitalismo verde”. In pratica, per ridurre le emissioni, si avvale di tipici meccanismi di mercato. Il caso dell’elettricità è emblematico. L’Unione adotta il sistema Ets di «scambio delle emissioni». In poche parole, fissa un tetto alle emissioni totali di anidride carbonica che poi ripartisce distribuendo «diritti» di emissione alle singole aziende produttrici di energia. Più le imprese sono inquinanti, più devono comprare «diritti», per cui i loro costi aumentano.
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La verità sostituita da un falso verosimile, inesistente
di Carla Filosa
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente.
Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona.
Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, di cui si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto.
Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali, quello di Giancarlo Pittelli, schierato per il SI e “qualificato come un ‘valore aggiunto’ alle ultime Regionali. Chiederei a Meloni quali sono i contenuti del ‘valore aggiunto’” (Il Fatto Quotidiano, 14.02.26).
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La politica nel tempo dell’impossibilità della politica
di Giorgio Agamben
Nella settima lettera Platone lega la sua decisione di consacrarsi alla filosofia alle sciagurate condizioni politiche della città in cui viveva. Dopo aver cercato in ogni modo di partecipare alla vita pubblica, egli scrive, alla fine si rese conto che tutte le città erano politicamente corrotte (kakos politeuontai) e si sentì allora costretto ad abbandonare la politica e a dedicarsi alla filosofia.
La filosofia si presenta in questa prospettiva come un sostituto della politica. Dobbiamo occuparci di filosofia, perché – oggi non meno di allora – fare politica è diventato impossibile. Occorre non dimenticare questo particolare nesso fra politica e filosofia, che fa del filosofare un succedaneo dell’azione politica, una supplenza e un risarcimento non certo pienamente appagante di qualcosa che non possiamo più praticare. Che valore dobbiamo allora dare a questo sostituto che non avremmo scelto se la vita politica fosse stata ancora possibile? La filosofia mostra qui il suo vero significato, che non è quello di elaborare teorie e opinioni da proporre a coloro che credono di poter fare ancora politica. La filosofia è una forma di vita, che ci permette di vivere in condizioni politicamente invivibili.
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L'ignavia al quadrato: governo osservatore, "movimento" spettatore
di Pasquale Liguori
Il governo italiano appone la propria firma - o meglio, la propria ombra - accanto a quella di Donald Trump. Si premura di precisare che non aderisce, ma “osserva”. Siede, insomma, nella stanza Board of Peace, ma con le mani nascoste sotto il tavolo. Senza assumere vincoli, senza responsabilità
Ora, partecipare a questa iniziativa crudele è di per sé ripugnante. Ma, per un momento, mettiamoci in una prospettiva più “nazionale”. Dante Alighieri avrebbe identificato la scelta di Meloni senza esitazioni. Nel Canto III dell'Inferno, Virgilio guida il poeta attraverso l'Antinferno, quel luogo liminare e ignobile popolato da coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Non abbastanza coraggiosi da schierarsi col bene (figuriamoci!), né abbastanza onesti da confessare di avere scelto il male più infame. Anime sospese, che per sé fuoro: calcolatori del proprio meschino tornaconto. Dante li disprezza al punto da non concedere loro nemmeno la dignità dell'Inferno vero. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, dice Virgilio.
Purtroppo, la storia non passa. Accusa.
Il Board of Peace - lo strumento ideato da Donald Trump, formalizzato in uno statuto di tredici articoli e costruito sui paradigmi del diritto societario privato - è qualcosa di più di un'atroce idea “diplomatica”. Tra l'altro, istituisce un Chairman a vita (Trump, con diritto di designare il proprio successore) rendendo tale opaca organizzazione una monarchia ereditaria. Un seggio permanente si acquista versando un miliardo di dollari nel primo anno: una sottoscrizione per miliardari.
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Manovre militari congiunte Iran-Russia-Cina davanti alla flotta Usa
di Dante Barontini
Vista da lontano, raccogliendo le informazioni disponibili sui media internazionali – meno su quelli italiani, fermi alla propaganda di derivazione Usa – le cose intorno all’Iran non sono molto tranquillizzanti.
Sappiamo tutti da settimane che una flotta militare statunitense è arrivata nell’oceano Indiano, al largo dello stretto di Hormuz, per “fare pressione” sull’Iran nel mentre si tengono colloqui indiretti inizialmente incentrati sul potenziale nucleare del paese. Il loro scopo è come sempre quello di impedire che l’Iran arrivi a possedere l’atomica e quindi fare da effettivo contraltare militare in Medio Oriente a Israele (che un arsenale nucleare lo ha costruito grazie all’Occidente e in barba a ogni trattato internazionale di “non proliferazione nucleare”).
Strada facendo, però, l’amministrazione Trump ha preteso che si parlasse anche di missili convenzionali, che attualmente sono la principale forma di “deterrenza” nei confronti dell’aggressività israeliana e statunitense (come si è visto negli ultimi due anni). La richiesta in questo capitolo è chiara: rendere Teheran incapace di rispondere a eventuali attacchi, e quindi consegnarsi nudo a tutte le “cattive intenzioni” occidentali.
E’ un paese petrolifero come il Venezuela, altrettanto – ma molto diversamente – indipendente e geloso delle proprie prerogative. Fa gola ma rischia di andare per traverso. Meglio renderlo debole…
La flotta statunitense verrà presto rinforzata dall’arrivo di una seconda portaerei (con annessa squadra di sostegno), la Gerald Ford, fin qui schierata proprio per effettuate l’attacco a Caracas e il rapimento di Maduro.
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Sandra Teroni, Sartre e Rossanda
di Massimo Raffaeli
Sandra Teroni, Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, Roma, Donzelli, 2025
Quasi una generazione divideva Jean-Paul Sartre (1905-1980) da Rossana Rossanda (1924-2020) ma un particolare sentimento ne ordiva il rapporto di istintiva intelligenza delle cose prima che di assennata amicizia, ed era un nucleo profondo in cui si combinavano la non-conciliazione nei riguardi dell’esistente e una ricerca di umana integrità, non più ferita né offesa dalla divisione in classi e da una diseguaglianza così antica tra chi ha e non ha, ad ogni livello, da essere ormai iscritta nel senso comune come fosse un dato ontologico. Sartre, che non fu mai un uomo politico stricto sensu né un marxista dottrinario, dettò in epigramma il suo testamento e scrisse di avere votato alla borghesia un odio che si sarebbe estinto soltanto con la morte mentre Rossana Rossanda, marxista antidogmatica il cui stile elegante riassorbiva i moti di un pensiero portato a interrogare il differenziale fra teoria e prassi, per parte sua testimoniava di una scelta di campo sempre ribadita tra la Resistenza, la militanza nel Pci e la fondazione del «manifesto» con la lunga straordinaria vicenda che ne sarebbe conseguita: ora attesta la ricchezza del loro rapporto Sartre e Rossanda. Una ingombrante intransigenza, il volume che Sandra Teroni allestisce con grande accuratezza limpidamente delineando nel saggio introduttivo le fasi di un rapporto che inizia nel dopoguerra, quando Rossanda è una ex resistente nonché giovanissima dirigente del Pci e responsabile della Casa della cultura a Milano mentre il filosofo, lo stesso che ci viene incontro dalla celebre foto scattata da Cartier-Bresson sul Pont Neuf, è fra molte altre cose l’autore del romanzo La nausea (1938), il fondatore della rivista che doppia in Francia il «Politecnico» di Vittorini, «Les Temps Modernes», ed è insomma l’emblema dell’esistenzialismo: dunque il loro è un rapporto – nota Teroni – che sussiste «nella formazione letteraria, nella polarizzazione tra letteratura e politica, nel sacrificio della prima alla seconda».
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Universalismo e guerra
di Alberto Giovanni Biuso
«Il pastore ha fatto temere il lupo alla pecora durante tutta la sua vita, ma alla fine è il pastore a mangiarsela» (Proverbio georgiano)
L’Europa ha nel mondo una sua specificità che affonda nelle antiche culture mediterranee, caratterizzate dall’identità dello spazio - il Mediterraneo appunto - e dalla differenza sia nei modi di viverlo sia nelle relazioni con la maggiore potenza soltanto in parte mediterranea, l’Impero persiano.
Le radici dell’Europa sono pertanto politeistiche e pagane; l’elemento ebraico-cristiano si è diffuso molto tardi rispetto a tali strutture, anche se è poi diventato dominante. La storia politica, sociale, culturale di questo spazio marittimo e continentale è stata molto variegata e assai complessa e si può ormai constatare che essa sembra arrivata alla sua fine. Il suicidio, insieme traumatico e lento, iniziato con la guerra civile europea (1914-1945) si va compiendo in forme sempre tragiche nella sostanza ma farsesche nell’espressione. Nel XXI secolo, e in particolare negli anni Dieci e Venti, l’Europa è infatti governata da oligarchie senza cultura, senza libertà, senza dignità, è governata da dei veri e propri «ectoplasmi o sonnambuli convertiti al bellicismo» (Alain de Benoist, in Diorama Letterario, n. 389, gennaio-febbraio 2026, p. 9).
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Mentre in Italia si è ancora alla faida tra politica e procure, negli USA la corruzione è già legalizzata
di comidad
Nel febbraio del 2022 il conflitto tra NATO e Russia tramite Ucraina ha bruscamente interrotto il grande esperimento di business emergenziale, e anche di grandeur nazionale dell’Italietta: il green pass. Venduto alla politica e all’opinione pubblica come un avveniristico strumento di controllo sociale, il green pass consisteva in effetti in una regressione ai lasciapassare interni da Ancien Régime e alla cara vecchia tessera del Fascio. Il green pass era gestito dalla Sogei, una SpA posseduta interamente dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Circa un anno e mezzo fa il direttore generale della Sogei è stato arrestato in flagranza di reato mentre percepiva una tangente di quindicimila euro da un imprenditore. Nelle perquisizioni dell’appartamento del direttore generale della Sogei sono stati trovati altri centomila euro in contanti. L’episodio è rimarchevole per la scarsa entità delle cifre in gioco e per il metodo trogloditico della bustarella con il quale la corruzione veniva esercitata; il che contribuisce ulteriormente a smantellare il mitico alone futuristico-distopico costruito attorno alla Sogei nel 2021.
La criminalità dei colletti bianchi non è un elemento degenerativo del sistema, ma la fisiologia e la ragion d’essere di un potere che riconosce di non avere senso di esistere senza l’abuso di potere. Il problema è che in Italia la criminalità dei colletti bianchi è rimasta al secolo scorso, al Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli e alla faida tra politica e procure, che infatti è alla base del prossimo referendum.
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Ursula ist kaput e l’anti-Ursuleide di Orgasmo
di Antonio Sanges
Secondo una nota tesi filosofica, il capitalismo avanzato starebbe colonizzando anche il sonno, estremo lembo non mercificato dell’esistenza umana. Come argomenta Johnatan Crary nell’agile e ormai classico 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, la società dei consumi spinge a un’attività perenne, sicché le ore di sonno diventano sempre meno perché durante il tempo che dovrebbe essere dedicato al riposo occorrerebbe lavorare e produrre. Inoltre, lo stesso capitalismo che sottrae il sonno vende sul mercato dei prodotti che inducono il sonno stesso, in un cortocircuito apparentemente paradossale. È notevole che la tesi di Crary non è tanto una profezia, né un’acuta teoria fondata su presupposti epistemologici influenzati da precise vedute ideologiche (direi nemmeno col senno del poi). Semmai, è la proposta al pubblico (e dunque l’immissione sul mercato in termini affascinanti, volendo tangenzialmente divagare e sottilizzare) di un dato di fatto. Che la società contemporanea spinga a produrre e dunque a erodere anche le ore di sonno è, sic et simpliciter, vero in termini teorici. Con un salto di senso, in termini storici e generazionali, invece, si traduce nella capitolazione e sconfitta dei moti rivoluzionari e di ribellione o, secondo un’altra prospettiva, dello spegnimento delle pulsioni erotiche o, ancora, diciamo pure della morte di Dioniso. Il fatto si è che sembra che per ribellarsi al capitalismo occorre non fare niente. Cioè, se il capitalismo erode il sonno, non serve più a nulla salire sulle barricate ma è più utile starsene a dormire perché il dormire stesso è un atto rivoluzionario.
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Epstein, Yermak e Zelensky
di Thierry Meyssan
Se Epstein sembra aver commesso crimini per il puro piacere di compierli, non dobbiamo dimenticare che lavorava per un servizio segreto, il Mossad. Gli orrori perpetrati sono stati innanzitutto un mezzo per ricattare gli amici. Anche se al momento non ci sono personalità ucraine direttamente coinvolte, numerosi elementi ci costringono a cercare chi, in Ucraina, ha fornito bambini alla rete di Epstein
Il caso Epstein sta scuotendo tutti i Paesi sviluppati. Riassumiamo i fatti: il miliardario Jeffrey Epstein ha organizzato per conto del Mossad e del ramo franco-svizzero dei Rothschild una rete di informatori. Al fine di procurarsi mezzi di ricatto, ha progressivamente coinvolto i personaggi presi di mira (scienziati, finanzieri e politici) in una serie di giochi sempre più atroci. All’inizio proponeva relazioni extraconiugali, poi rapporti con partner sempre più giovani, arrivando infine a coinvolgerli in torture, uccisioni e cannibalismo. Persone che raggiungono posizioni importanti nella società possono sentire il bisogno di verificare il proprio potere; possono misurarlo solo con trasgressioni di pari livello, attraverso pratiche unanimemente condannate, cui si abbandonano senza tema di essere perseguiti.
Questo tipo di ricatto non è nuovo. In Francia abbiamo avuto il caso Doucé (1990) e in Belgio il caso Dutroux (1995-1996). Non è mai stata fatta luce sugli obiettivi di questi ricatti. Ci si è limitati a fare i nomi di alcuni personaggi, ma non sono mai stati arrestati criminali di alto rango. La novità nel caso Epstein è che la giustizia statunitense dispone di nove milioni di pagine di documenti, di cui un terzo è stato pubblicato.
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Conferenza Sicurezza Monaco 2026: i punti chiave
di Fabrizio Poggi
Ormai da tradizione la chiamano “conferenza sulla sicurezza” di Monaco. A sentire anche solo una piccola parte degli interventi dei principali lestofanti europei, si direbbe piuttosto trattarsi di un sabba in onore dei demoni della guerra.
Così, Gertrud-Demonia-Ursula ha proclamato più o meno apertamente che l'Occidente, per mano ucraina, sta conducendo una guerra di logoramento contro la Russia: è «fondamentale non lasciarsi ingannare dalla propaganda russa. Tutti ne sono già stufi. E se si considerano gli obiettivi strategici e militari di Putin, si può dire che ha subito un fallimento colossale. Voleva russificare l'Ucraina, ma l'Ucraina è diventata un paese europeo. Credo che sia fondamentale dire la verità su ciò che sta accadendo in Russia, con la sua economia di guerra, l'inflazione, i tassi di interesse in rapida crescita e il totale isolamento. È una guerra di logoramento... e l'economia russa è già al punto di rottura».
Sulla scia di Demonia, il Primo ministro britannico Keir Starmer ha detto che l'obiettivo non è semplicemente convincere la Russia a porre fine al conflitto, ma esaurire la sua economia al punto che sarà impossibile mantenere l'efficienza bellica delle forze armate. Quindi, rimescolando le carte, ecco che dal «fallimento colossale» evocato da Gertrud, Keir trapassa all'ammonimento su una Russia che «si sta riarmando, ricostruendo le sue forze armate e la sua base industriale. La NATO avverte che entro la fine di questo decennio la Russia potrebbe essere pronta a usare la forza militare contro l'Alleanza».
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Il Prezzo della Pace: L’Italia al Board of Trump e la Questione Palestinese Irrisolta
di Mario Sommella
1. Un palcoscenico costruito sulle macerie
Quando il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha comunicato al Parlamento la decisione dell’Italia di partecipare, in veste di osservatore, alla prima riunione del Board of Peace presieduto da Donald Trump, il mondo fuori dalle aule di Montecitorio continuava a contare morti. Oltre 72.000 palestinesi uccisi dall’ottobre 2023, secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza – dati validati dall’ONU, dall’OMS e dai servizi di intelligence statunitensi. Il Lancet, nella sua stima piu’ prudente, parla di almeno 186.000 decessi attribuibili al conflitto se si includono le morti indirette per mancanza di cure, malnutrizione, infezioni. L’aspettativa di vita nella Striscia e’ crollata di quasi 35 anni in un solo anno di guerra. Questi non sono numeri: sono generazioni cancellate.
E’ su questo sfondo che si e’ consumato il dibattito parlamentare italiano. E la distanza tra la realtà che quei numeri descrivono e il linguaggio diplomatico con cui la si maneggia e’, di per se’, una forma di disonesta’ politica.
2. Che cos’e’ davvero il Board of Peace
Prima di giudicare la scelta italiana, occorre capire con esattezza cosa sia questa istituzione. Il Board of Peace e’ stato proposto da Trump nel settembre 2025 e formalmente costituito a Davos il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum, quando 23 capi di Stato ne hanno firmato la carta costitutiva.
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Capitale, Costituzione, democrazia
di Carla Filosa
È tempo di scontro politico, in cui ogni argomento si combatte col discredito dell’avversario, la verità opportunisticamente cancellata è sostituita con un falso verosimile inesistente. Tanata la riforma della Giustizia come riforma della Costituzione, il ministro Nordio sposta gli obiettivi “tecnici” di merito di questa sull’attacco alla persona. Quale miglior bersaglio del procuratore Gratteri, antagonista da sempre, senza protezioni di appartenenze, troppo ligio e specchiato per essere ricattabile, troppo famoso per non suscitare invidie, di cui si decontestualizza una frase ribaltandone concettualmente il senso!
La denuncia del malaffare che Gratteri ha esposto diventa così una ridicola parzialità, meritevole di gogna mediatica come minimo. Dire che ‘ndranghetisti, massoni deviati, imputati di centri di poteri, cioè ogni disonesto “voterà SI per dormire sonni tranquilli” può essere capovolto in: ognuno che voterà SI è un disonesto. Inoltre, l’avvocato Li Gotti, crotonese e profondo conoscitore dei pentiti di mafie, non solo poi conferma l’affermazione di Gratteri riferita all’ambito territoriale, ma fa anche un nome per tutti tra i corrotti negli atti processuali, quello di Giancarlo Pittelli, schierato per il SI e “qualificato come un ‘valore aggiunto’ alle ultime Regionali. Chiederei a Meloni quali sono i contenuti del ‘valore aggiunto’” (Il Fatto Quotidiano, 14.02.26).
Il mondo rovesciato è così l’utile campagna intimidatoria contro il “nemico” immaginario, ma da delegittimare come inaffidabile. Chi non rammenta poi il magistrato Raimondo Mesiano che nel 2009 condannò Fininvest al risarcimento di oltre 750 milioni di euro, e che subito diventò per questo “l’inattendibile magistrato dai calzini celesti”? Stessa operazione diffamatoria, stesso linciaggio mediatico. Però di questo non è qui da dilungarsi.
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Società liquide e solide impunità
di Il Chimico Scettico
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/08/liberta-diritti-repressione-dissenso-oggi/8282420/
Devo a Gandini e Bartolini la mia personale scoperta de L'industria del complottismo di Mathieu Amiech, che ha molto pesato su quanto è stato scritto su questo blog nell'ultimo anno. Questo loro articolo mette assieme cose apparentemente sconnesse (la deriva a-democratica degli ultimi anni e gli Epstein files). In realtà sono aspetti complementari di un fenomeno sfaccettato ma univoco negli esiti, quello che Carlo Galli ha definito l'ultimo atto della democrazia.
In quel contesto, ciò che veniva presentato come tutela collettiva si è tradotto, per molti, in un’ulteriore compressione della libertà materiale e dell’autonomia quotidiana. Anche qui, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile.
La domanda allora diventa inevitabile: nella diseguaglianza, nella repressione del conflitto e in un contesto di impunità sistemica si può essere liberi? Povertà, precarietà, assenza di diritti sociali e criminalizzazione del dissenso compromettono l’esercizio di una libertà effettiva. Recuperare un’idea di libertà non neoliberale significa tornare a pensarla come condizione collettiva e materiale, non come privilegio individuale.
I legami sociali, territoriali e politici non sono il limite della libertà, ma la sua possibilità. Senza dissenso, senza conflitto, senza la capacità di spezzare la normalizzazione dell’ingiustizia, la libertà resta una formula retorica: utile a legittimare l’esistente, incapace di trasformarlo.
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Come sarà la "nuova" Europa DraghiLettaMerzMeloni?
di Alessandro Volpi*
A proposito della "nuova" Europa di DraghiLettaMerzMeloni (in pratica una sola espressione senza soluzione di continuità), vorrei proporre una considerazione. Mi sembra che ormai persino la Germania non si opponga (come ha dichiarato il presidente della Bundesbank Nagel) agli Eurobond. Nella "visione" del quartetto, a cui aggiungerei un sempre più stralunato Macron, i titoli dei debito comune europeo dovrebbero servire ad assolvere due funzioni. La prima, che è un chiodo fisso della coppia DraghiLetta, è costituta dalla possibilità per gli Eurobond di essere "safety asset", beni rifugio verso cui far convergere l'ampio e diffuso risparmio europeo, per metterlo al sicuro dal sempre più pericolante capitalismo finanziario americano.
Per far questo oltre agli Eurobond servono un mercato dei capitali europeo ancora più aperto al suo interno e regole che favoriscano la creazione di "campioni europei", attraverso cui i risparmiatori comprano il debito comune. Si tratta in altre parole di un'ulteriore finanziarizzazione del risparmio in chiave europea, per coprire il probabile scoppio della bolla finanziaria Usa. Cosa colpisce di questa visione? Un elemento evidente è quello di far finta di non capire che i "campioni" in Europa ci sono già e sono i grandi fondi americani a cui, anche attraverso gli Eurobond, verrà comunque consegnato il risparmio degli europei. BlackRock, Vanguard, State Street compreranno grandi partite di Eurobond e ne determineranno il destino, data la loro assoluta centralità, già acquista nell'azionariato e nella gestione delle istituzioni europee.
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Questo voglio, così comando
di Rocco Ronchi
In una intervista di qualche tempo fa al New York Times, Trump ha affermato che solo la sua “moralità” e la sua “mente” limitano l’esercizio del suo potere globale. Delirio paranoico? Senza dubbio, ma ciò non toglie che, come spesso capita con le parole di Trump, in quella brutale franchezza sia contenuta una verità d’ordine metafisico che trascende il piano della sola psicopatologia. Essa ci porta al cuore dell’“attualità” e della sua “ontologia” (“ontologia dell’attualità” era la definizione foucaultiana della pratica filosofica). Ci aiuta a comprendere perché, quando ci alziamo il mattino e scorriamo le notizie, abbiamo sempre la percezione netta che il “mondo” stia approssimandosi alla sua fine o, forse, che sia già finito, e che alla nostra intelligenza non resti altro da fare che prenderne atto.
“Mondo” non indica semplicemente la totalità delle cose che sono, “mondo”, spiegava Heidegger, è un “esistenziale”, vale a dire è una costellazione significativa che al suo centro, come suo polo di riferimento, ha l’uomo come essere sociale, come soggetto determinato dalla sua partecipazione a un ordine simbolico dato. “Mondo”, insomma, è innanzitutto una cornice di senso, una direzione per una umanità storica. Ebbene, il “mondo” che finisce nelle parole deliranti di Trump è il mondo che era stato generato nel 1789 dalla Rivoluzione Francese, il mondo che aveva trovato nella trinità “libertà uguaglianza fraternità” la sua parola d’ordine.
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Una straordinaria sintesi del Manifesto marx-engelsiano: omaggio a Umberto Eco
di Eros Barone
«Non si può sostenere che alcune belle pagine possano da sole cambiare il mondo. L’intera opera di Dante non è servita a restituire un Sacro Romano Imperatore ai comuni italiani. Tuttavia, nel ricordare quel testo che fu il Manifesto del Partito Comunista del 1848, e che certamente ha largamente influito sulle vicende di due secoli, credo occorra rileggerlo dal punto di vista della sua qualità letteraria o almeno – anche a non leggerlo in tedesco – della sua straordinaria struttura retorico-argomentativa.
Inizia con un formidabile colpo di timpano, come la Quinta di Beethoven: “Uno spettro si aggira per l’Europa” (e non dimentichiamo che siamo ancora vicini al fiorire preromantico e romantico del romanzo gotico, e gli spettri sono entità da prendere sul serio). Segue subito dopo una storia a volo d’aquila sulle lotte sociali dalla Roma antica alla nascita e sviluppo della borghesia, e le pagine dedicate alle conquiste di questa nuova classe “rivoluzionaria” ne costituiscono il poema fondatore – ancora buono oggi, per i sostenitori del liberismo. Si vede (voglio proprio dire ‘si vede’, in modo quasi cinematografico) questa nuova inarrestabile forza che, spinta dal bisogno di nuovi sbocchi per le proprie merci, percorre tutto l’orbe terraqueo (e secondo me qui il Marx ebreo e messianico sta pensando all’inizio del Genesi), sconvolge e trasforma paesi remoti perché i bassi prezzi dei suoi prodotti sono l’artiglieria pesante con la quale abbatte ogni muraglia cinese e fa capitolare i barbari più induriti nell’odio per lo straniero, instaura e sviluppa le città come segno e fondamento del proprio potere, si multinazionalizza, si globalizza, inventa persino una letteratura non più nazionale bensì mondiale.
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Orgoglio coloniale
di Paola Caridi
I cinque secoli della nostra colpa, la colpa occidentale di aver colonizzato il mondo, diventano – per il segretario di stato USA Marco Rubio, nel suo discorso alla conferenza per la sicurezza a Monaco di Baviera – l’epopea sulla quale costruire il futuro. “Per 5 secoli, prima della fine della seconda guerra mondiale, l’Occidente si è espanso. I suoi missionari, pellegrini, soldati, esploratori sono andati oltre le loro spiagge per attraversare oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire enormi imperi che si sono estesi nel pianeta.”
È l’orgoglio coloniale, versione Terzo Millennio, dopo un tempo in cui vi era stata un’ammissione di responsabilità. Qui invece, in Marco Rubio e non solo, non c’è nessun senso di colpa, solo il senso della forza totale che si esplicita in chiave militare, culturale, economica, e pure religiosa (cristiana) come Rubio spiega diffusamente. Schiacciare, imporre, definire. Dobbiamo “costruire un nuovo secolo occidentale”, dice Rubio a Monaco. Da brividi, la frase e il luogo deputato. L’olimpo occidentale di Marco Rubio comprende Mozart (la musica o i cioccolatini?), Dante e Shakespeare, Michelangelo, i Beatles e i Rolling Stones, come un bignami dell’occidente stereotipato. E proprio in quest’ordine. Alla fine, il condimento è fatto dalle volte della Cappella Sistina e dalle “guglie svettanti” della cattedrale di Colonia. Orizzontale e verticale, come la Croce, insomma.
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La rana freccia e la creazione del nuovo leader dell'"opposizione russa"
di Marinella Mondaini
La conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si è trasformata in conferenza sulla guerra, ovviamente contro la Russia, ha visto sfilare sul palcoscenico una dopo l’altra le figure più indegne di questo Occidente, con i loro discorsi bellicisti, compreso il pianista clown narco-führer di Kiev che autorizzato dai suoi benefattori e sostenitori finanziari europei è andato fuori di testa completamente con le sue dichiarazioni aggressive e insolenti. Dopo aver preso in giro Orban, con un’indecente frase “Viktor pensa a far crescere la pancia invece di far crescere il suo esercito per fermare i carri armati russi che ritorneranno a Budapest”, passa a un linguaggio ancora più spinto, triviale nell’esortare i paesi europei a espellere i russi e i loro parenti (fuck away in Russia a casa vostra!)
Qualcuno potrebbe obiettare che l’Europa è strapiena di ucraini con parenti e auto di lusso, e magari è ora che tornino a casa e vadano al fronte, dove c’è grande richiesta di carne da macello.
Ma al peggio non c’è mai fine. Il colmo della giornata è stato raggiunto dalla notizia, con la pretesa di essere una “bomba”, diffusa dalle “agenzie di intelligence speciali” di cinque paesi Gran Bretagna, Germania, Francia, Paesi Bassi e Svezia: “Putin ha “molto probabilmente” avvelenato Navalnij con il veleno di una “rana freccia”. Nessuna “bomba”, è la solita notizia, ritrita e perfino noiosa dell’avvelenamento, a cui hanno voluto dare una “veste” nuova, stravagante, di sapore esotico.
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La Monaco del Terzo Millennio, nucleare
di Francesco Piccioni
Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.
Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.
Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.
E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale nucleare ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento nucleare, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.
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Il vero obiettivo di chi vuole silenziare Francesca Albanese
Il negazionismo come arma di guerra
di Rania Hammad e Tawfiq Al-Ghussein*
Il tentativo di rimuovere Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi occupati dal 1967, sulla base di citazioni inventate e accuse fabbricate, non rappresenta un semplice dissenso politico. Costituisce piuttosto una strategia deliberata di intimidazione volta a silenziare una titolare di mandato le cui conclusioni, fondate su un’analisi giuridica rigorosa, mettono in discussione assetti consolidati di protezione e impunità.
Nonostante l’accumulo di prove documentali, il negazionismo persiste. Si trasforma, si riformula, si diffonde attraverso piattaforme politiche e mediatiche, ripetendo distorsioni fino a conferir loro un’apparenza di legittimità. Non si tratta di un equivoco. È un metodo. In questi mesi di violenza sistematica contro il popolo palestinese, il negazionismo ha funzionato come scudo per i responsabili e per coloro che li sostengono.
Difendere uno Stato di fronte a prove schiaccianti di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, distruzione sistematica di infrastrutture civili e dichiarazioni pubbliche che esprimono intenti eliminazionisti, significa partecipare a una struttura di impunità. Il contesto precedente al 2023 è parte integrante dell’analisi: decenni di occupazione illegale, espansione coloniale in violazione del diritto internazionale, regime di apartheid denunciato da autorevoli organizzazioni per i diritti umani, reiterata inosservanza di risoluzioni vincolanti delle Nazioni Unite. L’attuale catastrofe affonda le radici in questa lunga storia di espropriazione e colonizzazione.
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Netanyahu-Trump: per ora l'Imperatore resiste e negozia con l'Iran
di Davide Malacaria
Netanyahu, per una volta, va a vuoto. Si era precipitato a Washington, anticipando la visita fissata per fine febbraio, nella speranza di interrompere i negoziati con l’Iran o, in alternativa, di convincere l’amministrazione Trump a mettere sul tavolo, oltre al nucleare, anche la rescissione dei rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, ma soprattutto il programma missilistico iraniano.
Una richiesta, quest’ultima, che avrebbe fatto collassare le trattative, dal momento che Teheran non può negoziare sui missili perché, priva della deterrenza, sarebbe facile preda di Israele, che da decenni persegue l’annientamento dell’antagonista regionale.
L’incontro avrebbe dovuto durare due ore, ma si è prolungato fino a tre, particolare che dimostra una divergenza accesa, peraltro rivelata dallo stesso presidente americano, il quale ha rivelato di “aver insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano”, particolare che evidenzia l’insistenza opposta dei fautori della guerra.
Insomma, non è andata come sperava Netanyahu, nonostante abbia tentato di tutto per piegare Trump, forte anche della presenza al vertice delle sua squadra e di alcuni esponenti dell’amministrazione Usa che gli obbediscono usque ad effusionem sanguinis – in tutti i sensi – in particolare il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio e il genero del presidente Jared Kushner (quest’ultimo fin dalla fanciullezza, da quando venne spedito a dormire in cantina perché cedesse il suo letto a Netanyahu, venuto a trovare negli States il suo amico Charles, il padre di Jared, vedi Jerusalem Post).
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Paradosso Iran: no blitz e sanzioni
di Pino Arlacchi
Mentre la flotta americana si dirige verso il Golfo Persico con l’obiettivo dichiarato di intimidire il regime iraniano, è legittimo chiedersi se questo attacco non stia producendo l’effetto esattamente opposto.
Potendo rappresentare non una minaccia, ma un soccorso all’establishment clerico-fascista dell’Iran che traballa in queste settimane sotto la furia popolare.
Il paradosso si spiega mettendo a fuoco alcuni effetti non voluti delle sanzioni occidentali contro l’Iran. Lungi dall’indebolire il regime, esse sono diventate la forza principale per la sua sopravvivenza. Ma non solo per l’impulso che danno al patriottismo antiamericano iniziato nel 1953 con il colpo di Stato firmato dalla neonata CIA contro il governo democraticamente eletto di Mossadeq, e proseguito con l’opposizione alla dittatura dello Scià e la rivoluzione khomeinista del 1979. Il regime sopravvive anche perché negli ultimi decenni è diventato una colossale cleptocrazia che ha vari punti in comune con l’Italia pre-Mani Pulite. Non si tratta di corruzione accidentale, ma di un sistema dove l’appropriazione delle risorse pubbliche costituisce una tecnica ordinaria di governo. Un assetto dove specifiche entità semi-ufficiali o ufficiali controllano larghi settori dell’economia imponendo tangenti, gestendo enti e industrie di Stato, saccheggiando la spesa pubblica di un Paese di 90 milioni di abitanti.
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Il momento in cui il capitale critico incontra il capitale finanziario
di François Vadrot e Fausto Giudice
Negli anni ‘90, il capitale finanziario ha cominciato a investire in modo massiccio nelle università: in molti paesi le entrate provenienti da donatori privati e fondazioni hanno superato i sussidi diretti dello Stato. È in questo scenario che trovano spazio figure come Epstein. Oggi non si tratta di annullare l’opera di Chomsky, ma di considerarla nel suo contesto, come una tappa di un processo che è proseguito oltre di essa. Dopo Propaganda di Edward L. Bernays nel 1928, La fabbrica del consenso di Chomsky nel 1988, gli Epstein Files si inscrivono come la terza tappa: dal manuale di persuasione passando per l’analisi dei filtri si arriva a un corpus grezzo esposto pubblicamente, consultabile riga per riga.
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“Il manuale onesto e pratico di Bernays fornisce molte informazioni su alcune delle istituzioni più potenti e influenti delle democrazie capitalistiche industriali contemporanee” (Noam Chomsky)
Per cercare di capire meglio il rapporto tra Chomsky ed Epstein, e come si inseriscano in esso i lavori di Chomsky, ci sembra utile fare un passo indietro.
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L’era del disordine
di Dante Barontini
Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto a sua certificazione più autorevole.
Alla Conferenza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole… non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata“.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
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“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”
Giuseppe Acconcia intervista Angela Lano
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.
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L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?
L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.
L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?
Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva.
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Se attaccato, l'Iran colpirà obiettivi Usa in tutto il Medio oriente
di Davide Malacaria
L’attacco all’Iran incombe. I tamburi di guerra rullano su tutti i media come fosse un destino irrevocabile, senza alcun palpito per la devastazione che potrebbe abbattersi sul popolo iraniano, chiamato ad accogliere le bombe come una benedizione dal cielo e la destabilizzazione successiva, l’impoverimento e l’asservimento del loro Paese, come una liberazione dagli attuali ceppi cui li costringe un regime oppressivo.
Inutile discettare su tale stolida narrazione, che ripete pedissequamente quanto avvenuto per altre disastrose avventure belliche. Resta da vedere se tale destino sia così irrevocabile. Anzitutto chi prevedeva che la visita di Netanyahu negli Usa avrebbe dato il “la” all’attacco deve ricredersi.
Tra questi il pur intelligente Larry Johnson, ex analista della CIA, il quale non solo ammette con sollievo l’errore, ma aggiunge che, durante il burrascoso incontro, “Trump ha cercato di placare Bibi annunciando di aver ordinato alla Marina di PREPARARSI a schierare un altro gruppo d’attacco di portaerei nel Mar Arabico. La parola chiave è PREPARARSI… Prepararsi non è la stessa cosa di dare un ordine di schieramento”.
E qui si può notare una discrasia rispetto ad altri resoconti secondo i quali l’ordine sarebbe stato impartito, anche se in realtà tale notizia, a quanto abbiamo visto, proviene da fonti confidenziali; finora non abbiamo rinvenuto nulla di ufficiale. L’ordine riguarderebbe la portaerei U. S. Gerald Ford e la flotta a cui si accompagna.
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I tre fattori anti-sociali che hanno permesso alle banche italiane di fare una montagna di profitti
di Alessandro Volpi*
La finanziarizzazione per pochi. Potrebbe essere questa la forma migliore per sintetizzare in maniera chiara il nocciolo dell’economia italiana. Nel 2025, dopo vari anni record, le prime sei banche italiane hanno realizzato utili per quasi 28 miliardi di euro, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del tutto sconosciuta rispetto ad altri settori.
Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%. Simili dati, davvero impressionanti, meritano alcune considerazioni generali, declinabili poi in maniera più specifica caso per caso.
Questa enorme mole di profitti è stata trasformata in dividendi e buy back -un’operazione senza alcuna tassazione- per quasi il 90%: tali dividendi sono andati dunque a vantaggio degli azionisti che nella stragrande maggioranza sono fondi internazionali, con punte intorno al 70% del totale del capitale e, naturalmente, con BlackRock in larga evidenza. La quota di dividendi di cui hanno beneficiato i piccoli azionisti retail italiani oscilla invece, nelle varie banche, dal 7% al 15% del totale. I dividendi bancari sono stati, pertanto, un significativo trasferimento di ricchezza all’estero.
Prendiamo il caso di Unicredit che ha distribuito nel 2025 ai propri azionisti 9,5 miliardi di euro, di cui 4,75 miliardi in dividendi e il resto in operazioni di buy back.
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