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Donald Trump prende atto dei limiti del jacksonismo
di Thierry Meyssan
Gli eventi si concatenano in senso negativo. Allorché il presidente Trump lancia la sua Kulturkampf contro la Chiesa cattolica per riaffermare il carattere anglosassone e non azteco del Paese, subisce una pesante sconfitta nella guerra contro l’Iran. È costretto a riconoscere che il suo modo di condurre gli affari commerciali non può sostituire la diplomazia, perlomeno con l’Iran; e che l’ideologia jacksoniana cui s’ispira fa miracoli sul piano interno, ma non è consona a risolvere problemi strategici. Consapevole dell’impasse in cui si trova, Trump si adatta. Cambia tutto.
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Il 21 e 22 giugno 2025, con l’Operazione Martello di Mezzanotte il presidente Donald Trump ordinò il bombardamento dei siti nucleari iraniani. L’obiettivo ufficiale era distruggere ogni capacità di produrre la bomba atomica. L’obiettivo ufficioso e preminente era sottrarre a Israele la scusa per ricorrere alla bomba atomica contro l’Iran, come suggerivano diversi politici.
Il Pentagono si rese conto che gli impianti iraniani sono interrati così profondamente da non poter essere raggiunti. Peraltro, se questi bombardamenti avessero colpito gli obiettivi le conseguenze sarebbero state inimmaginabili.
L’operazione è stata per Washington l’occasione d’interrogarsi sulla possibilità di rovesciare il regime khomeinista e, soprattutto, sulla propria strategia generale.
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25 Aprile. Provocazioni, vittimismo e trappole mediatiche
di Fabrizio Marchi
Tutto già visto e stravisto ma le cose non sono andate secondo le intenzioni di chi aveva concepito e scritto il copione. I sionisti si sono presentati alla manifestazione di Milano organizzati e ipocritamente camuffati dietro le insegne della Brigata ebraica. Lo scopo era scontato, provocare – la loro stessa presenza, in quanto rappresentanti di uno stato razzista e genocida e quindi in aperto conflitto con la Costituzione Italiana e lo spirito del 25 Aprile, è una provocazione – sperando di essere aggrediti per poi passare da vittime. Ma le cose sono andate in modo molto diverso perché c’è stata una risposta spontanea e di massa da parte di pressoché tutti i partecipanti alla manifestazione che hanno impedito in modo fermo ma composto al gruppo sionista di entrare nel corteo. Poi c’è sempre l’utile idiota che rivolge una battuta altrettanto idiota e razzista (se non ci fosse lo inventerebbero con l’IA) al Fiano di turno (un esponente del PD in prima linea nella difesa dell’indifendibile stato di Israele), un assist per fornire a lui e a quelli come lui l’alibi per gridare all’antisemitismo, ma la maggior parte delle persone ormai non ci crede più a queste frottole perché Israele è ormai percepito dalla maggioranza degli italiani per quello che è, e cioè, appunto, uno stato guerrafondaio, razzista e genocida. La favola dell’antisemitismo non regge più, possono anche inventarsi la legge in base alla quale chiunque osi criticare il sionismo e le politiche israeliane viene accusato di antisemitismo, ma non ce la faranno ad arginare il dissenso. Il troppo è troppo.
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Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena Basile
Secondo l’ambasciatrice Basile, le guerre contro Iran e Russia sono strumenti di egemonia
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
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Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
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Guerra all’Iran. Lo spettro della morte attraversa lo spazio e il territorio nazionale
di Antonio Mazzeo
La guerra alle porte di casa o in ogni casa degli italiani? E’ davvero estraneo e distante dal nostro paese il conflitto contro l’Iran scatenato da Stati Uniti d’America e Israele e che ha incendiato l’intero scacchiere mediorientale? Sì a sentire il governo Meloni e il presidente della Repubblica Mattarella. Proprio per niente se guardiamo invece alla presenza di reparti militari italiani nelle innumerevoli basi del Golfo Persico e dell’Africa orientale: prima del 24 febbraio 2026 ne avevamo in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Libano, Gibuti, Somalia; e schieriamo pure due unità navali tra il Mar Rosso e l’Oceano indiano con le flotte Ue anti-pirati e anti-Teheran.
Ancora più evidente il coinvolgimento dell’Italia negli attacchi Usa-Israele se guardiamo al ruolo assunto da alcune delle principali installazioni NATO e/o a stelle e strisce “ospitate” da Nord a Sud. Ad esempio la base aerea di Aviano (Pordenone) dove ha sede uno dei depositi con le testate nucleari tattiche di nuova generazione B61-12, in dotazione all’US Air Force: da quando è scoppiato il conflitto nel Golfo, da Aviano operano gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran.
Lo scorso 23 marzo dalla base friulana sono decollati verso il Medio oriente un grande aereo tanker KC-46A e cinque aerei radar di pronto allarme e controllo Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” di US Navy. Dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni, i velivoli possono essere impiegati per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione
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NBC: miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
di Gigi Sartorelli
Un’inchiesta pubblicata il 25 aprile da NBC News, emittente statunitense, ha incrinato ulteriormente la credibilità delle frottole che Trump e la sua amministrazione hanno sistematicamente raccontato durante l’aggressione all’Iran. Sono almeno sei le fonti governative che avrebbero rivelato ai giornalisti che i danni subiti dalle basi militari statunitensi in Asia occidentale a seguito della risposta iranianiana sarebbero significativamente più gravi di quanto ammesso pubblicamente.
The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e una supremazia militare schiacciante, un paio di cambi di regime, persino un’operazione di salvataggio di un soldato statunitense che ormai molte voci, con analisi sensate alla mano, nascondeva il tentativo di furto (fallito) dell’uranio arricchiti iraniano.
Nessuno crede davvero alla versione ufficiale della Casa Bianca, e tutti hanno visto bene la capacità di Teheran di infliggere pesanti colpi alla superpotenza stelle-e-strisce. Ma stando a quel che riporta la NBC, l’entità dei danni all’infrastruttura militare statunitense sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a ciò che è trapelato fino a ora.
Il rapporto, curato dal team di Gordon Lubold e Courtney Kube, basato soprattutto sulle testimonianze di tre funzionari statunitensi e due assistenti del Congresso, indica che le spese di riparazione per le installazioni nel Golfo Persico ammonterebbero a svariati miliardi di dollari. Già alcuni analisti avevano fatto presente i costi di alcuni radar colpiti, ma ora arrivano informazioni più precise.
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Eraclito e Confucio
di Paolo Bottazzini
Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra testimoniano che l’Occidente ha arruolato le convinzioni dei greci tra i propri principi: se il conflitto può essere descritto come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», significa che il senso comune e la repubblica delle lettere concordano sulla normalità della belligeranza come regola di vita e come pratica di gestione dei rapporti sia personali sia internazionali – tanto da immaginare uno stato di natura consistente nella guerra di tutti contro tutti. Da Hobbes la legittimità del potere politico viene ascritta al diritto di monopolio della violenza da parte dello Stato, al fine di garantire le condizioni della convivenza pacifica tra i cittadini, la loro prosperità e lo sviluppo della civiltà.
Secondo Pino Arlacchi, nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, l’America non si limita a coltivare la conflittualità come idea regolativa dello stile di vita nei paesi occidentali, ma proietta le caratteristiche della sua metafisica militarista anche sulle altre culture. La trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione delle relazioni internazionali, secondo il quale l’ascesa di una nuova grande potenza non può che allarmare quella attualmente egemone, innescando uno scenario di scontro armato che risolva i contrasti di interessi tra le due.
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Sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici
di Angelo d'Orsi
Da tempo sto sostenendo che sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici. E che il sistema guerra li ha reclutati nella loro quasi totalità. Pronti a tessere le lodi dell'Occidente, a giustificare ogni infamia di Israele (l'ultima in data odierna è l'uccisione mirata della giornalista libanese Amar Khalil, alla quale sono stati anche impediti i soccorsi che avrebbero potuta salvarla), pronti a giustificare ogni osceno atto compiuto dagli Stati Uniti, pronti a demonizzare il "Nemico" di turno; pronti, soprattutto, a mentire, a volte a pagamento, altre volte gratis, perché forse, in qualche caso, credono persino alle sciocchezze che scrivono o urlano dagli schermi.
Questi due, uno del Corriere della Sera (presentato nelle biografie come "uno dei più autorevoli giornalisti italiani a livello internazionale"!), l'altro del "Foglio", vengono ambedue dalla sinistra, accomunati dalla passione delle bretelle. Ferrara ex PCI, comunista figlio di comunisti, sostenitore della causa palestinese, fino a quando incontra la CIA che lo recluta, con regolare ingaggio, e politicamente, questo coincide con un altro incontro, ossia Bettino Craxi, di cui diventa intimo, e dopo aver occupato la poltrona di eurodeputato, caduto in disgrazia il suo padrino politico, passata la sbornia di quell'epoca, "caduto il Muro", diventa seguace e persino ministro di Berlusconi, e suo ghostwriter. Si dibatte tra le alterne vicende, fino a che ottiene dalla seconda moglie del "Cav" (fu lui a usare per primo questo nomignolo, mi pare), i trenta denari per dar vita a un giornale della destra "colta", "Il Foglio", una di quelle testate lette da chi ci scrive ma che è da sempre tenuta in vita da fondi pubblici.
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L’imperialismo: da liberista a predatorio? Un forum per discuterne
di Rete dei Comunisti
Una ipotesi sui caratteri attuali dell’imperialismo. Le conseguenze sull’Unione Europea e le classi sociali. Forum, 9-10 maggio, Roma.
Per le giornate di sabato 9 maggio e domenica 10 maggio la Rete dei Comunisti organizza a Roma un Forum di analisi e confronto.
Sabato 9 maggio, ore 10.00-13.30 Centro congressi Forma Spazi (via Cavour 181)
Domenica 10 maggio, ore 10.00-13.30 Cinema Aquila (via L’Aquila 66)
Qui di seguito il documento di presentazione dell’iniziativa.
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La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a livello mondiale, ci obbligano ad andare oltre la descrizione dei fenomeni, le statistiche economiche, la stessa diffusa lettura geopolitica, per evidenziare la dinamica fondamentale nascosta sotto la coltre delle forme e interpretabile, dal nostro punto di vista, solo utilizzando la cassetta degli attrezzi del pensiero marxista e leninista.
L’avvento di Trump, in quanto fenomenologia “pura” della fame di profitto del capitale, porta allo scoperto la condizione reale degli USA in quanto imperialismo non più egemone ma solo dominante e, comunque, come prodotto del livello di sviluppo più avanzato raggiunto dal Modo di Produzione Capitalista dopo la fase della sua mondializzazione, cioè di quel periodo descritto a suo tempo come globalizzazione liberista.
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Karl Löwith e il Giappone: come la tecnica ha ucciso l'anima del Sol Levante
di Tiziano Tussi
Un piccolo testo-raccolta di saggi di Karl Lowith, poco più di cento pagine, ci rende un percorso filosofico e sociale, anche storico, molto significativo per comprendere il Giappone dopo il 1868, epoca Meiji, la piena restaurazione del potere imperiale sullo Shogunato che aveva avuto il controllo reale del Paese sino ad allora e ci permette di organizzare pensieri per l’oggi.
Il passaggio verso la modernità, indotto dalle navi da guerra statunitensi che hanno forzato i porti giapponesi, ha resistito sino a ora. Nella seconda parte di questo scritto vedremo come la raffinata differenza del Paese del Sol levante rispetto alla rozzezza dell’occidente si sia polverizzata avendo come definitiva conseguenza, anche se inconscia, la rottura e la scomparsa del Giappone moderno uscito dall’epoca Meiji a opera della tecnica, così come è capitato o sta capitando nel resto del mondo. La scomparsa della storia sotto l’aspetto etico.
Lowith è profugo in Giappone tra il 1936 e il 1941 in una tappa di un percorso di fuga per motivi razziali, che parte dalla Germania hitleriana. Negli scritti raccolti in questo volume si mette in relazione lo spirito profondo del Giappone con quello dei Paesi “occidentali”. Un senso profondo del nulla, del vuoto, del vacuo, rispetto alla rivendicazione di un percorso storico, più o meno preciso, che Lowith non tiene in considerazione come elemento di decifrazione della vita degli uomini. Meglio l’assenza e il nulla dal quale ogni cosa si può distendere – un elemento di memoria parmenidea all’opposto.
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L'Ucraina e la Nato. Le parole di apertura di Cavo Dragone al "Forum sulla sicurezza" a Kiev
di Fabrizio Poggi
24 aprile. L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, lo stesso personaggio che qualche mese fa aveva “stupito” il pubblico con la trovata della “difesa proattiva” contro la Russia, non poteva meglio delineare ora i rapporti che intercorrono tra Alleanza atlantica, UE, cancellerie europee varie e la junta nazigolpista di Kiev.
Nemmeno l'indicibile signora Anna Zafesova che, a giorni alterni, ora intona peana all'indirizzo di quella junta che intasca miliardi estorti ai bisogni primari delle masse europee e ora predica l'imminente disfatta politica e militare della Russia, era sinora riuscita ad arrivare a una così precisa caratterizzazione delle relazioni euroatlantiste con il regime majdanista.
L'ammiraglio in questione, che è solito conturbare gli ascoltatori con l'omelia della «minaccia russa» che, dice, sarebbe tra le priorità della NATO e che meno di anno fa plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti, oggi, intervenendo al cosiddetto Forum sulla sicurezza a Kiev ha fatto il punto sui sogni della junta banderista e ha “semplicemente” proclamato che l'adesione dell'Ucraina alla NATO, ribadita al vertice di Washington del 2024, non è svanita: tutto ciò che serve è sconfiggere la Russia e raggiungere l'unanimità tra i membri dell'Alleanza. Bazzecole. Quisquilie. «Già nel 2024, a Washington... la promessa rimane valida; è stata fatta, ma la guerra deve essere vinta. E il percorso verso l'adesione alla NATO è stato approvato. Questo è un passo necessario; è una procedura di routine», ecc, ecc.
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Guerra ucraina: l'Europa deve riconsiderare i propri rischi
di Davide Malacaria
"Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l'Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative...
La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto, ha anche lanciato un avvertimento: “Alcuni potrebbero definirci una ‘tigre di carta’. Sconsiglierei questo tipo di paragoni. Abbiamo pazienza, ma a un certo punto la pazienza si esaurisce. Per fortuna nessuno sa esattamente dove si trovi questa linea rossa”.
Questo il commento di Ashes of Pompeii pubblicato sul sito del Ron Paul Institute: “Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l’Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative. Non si tratta semplicemente di fiducia nella deterrenza; è una convinzione più profonda e pericolosa di invulnerabilità intrinseca”.
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“La guerra della finanza” di Alessandro Volpi
di Michele Lupo
Dopo aver analizzato nel precedente I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia i meccanismi attraverso cui la finanza globale ha progressivamente sostituito la politica come centro decisionale, lo storico Alessandro Volpi torna sul tema con La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza). In questo nuovo saggio, l’autore amplia e approfondisce la sua indagine, mettendo a fuoco i conflitti interni al potere economico mondiale e le loro conseguenze geopolitiche.
Al centro dell’analisi tornano i cosiddetti Big Three — BlackRock, Vanguard e State Street — colossi del risparmio gestito che controllano una porzione enorme della ricchezza globale. A questi fondi Volpi affianca un nuovo protagonista, ancora più inquietante: il mondo finanziario che orbita intorno a Donald Trump.
Da questa contrapposizione nasce una vera e propria “guerra della finanza”, che si combatte negli spazi opachi della speculazione e dell’investimento, avendo però sull’industria bellica uno dei suoi terreni privilegiati. L’industria degli armamenti è divenuta il principale strumento di espansione e di profitto per entrambe le fazioni del potere economico globale, mentre l’Europa, in questa contesa, assume il ruolo della vittima designata.
La popolazione mondiale, priva di reali strumenti di intervento, assiste impotente a un collasso che somiglia sempre più a una distopia reale: senza gli effetti speciali del cinema, ma con la stessa logica di sottomissione e perdita di controllo che la narrativa aveva da tempo anticipato.
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Natura umana
di Marta Mancini
Quando anche il nome di Noam Chomsky è apparso nel novero di personaggi collegati a vario titolo alla raccapricciante figura di Epstein, la notizia ha suscitato non poche perplessità con reazioni oscillanti tra l'indignazione e l'indulgenza, il credito di ingenuità e il discredito a tutto campo, fino alla motivazione del possibile cedimento allo sterco del diavolo. Si comprende il contraccolpo emotivo di fronte a uno strabismo che altera la figura simbolica di Chomsky agli occhi del pensiero progressista e dell'attivismo politico. Ma non solo. La fama di massmediologo, acuto nel rivelare i meccanismi del potere e l'uso spregiudicato della propaganda, non è da meno di quella di eminente linguista che ha incardinato l'impegno civile tenendo insieme la ricerca scientifica, l'antropologia e il pensiero politico.
Così il fatto di cronaca fa tornare in mente il dibattito che ebbe luogo nel 1971 tra Chomsky e Michel Foucault a proposito della natura umana, sullo sfondo delle possibili interazioni tra la dimensione biologica e la prospettiva storicistica, rimaste alla fine del confronto inconciliabili. Il fatto è che davanti alla ferocia degli accadimenti di questo tempo, sopportabili solo annebbiando la mente (quante volte e per quanto tempo dipende dalla soglia individuale del dolore) capita di farsi domande sulla natura umana, magari paragonandola con quella lupina, ma a torto giacché i lupi non sono capaci dell'abisso di crudeltà che appartiene allo spettro dei comportamenti umani.
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Il “predominio energetico” USA rischia di naufragare nel Golfo Persico
di Roberto Iannuzzi
Lo shock energetico originato da Hormuz affossa il Golfo, investe gli alleati asiatici di Washington, e favorirà le energie rinnovabili, dando un’ulteriore spinta alla Cina che è leader nel settore
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump.
Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca).
Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto Diana Furchtgott-Roth, una delle “menti” dell’amministrazione che hanno elaborato questa dottrina.
In patria, tale dottrina ha comportato una rinnovata scommessa su idrocarburi e nucleare, a spese delle energie rinnovabili.
Con riserve tecnicamente estraibili pari a oltre 300 miliardi di barili di greggio, e circa 85 trilioni di metri cubi di gas naturale, gli USA sono una superpotenza degli idrocarburi. La produzione petrolifera è a livelli record, mentre l’esportazione di gas naturale liquefatto (LNG) è cresciuta più del 20%.
Non solo Washington ha accresciuto la dipendenza degli alleati (orfani delle fonti russe a basso costo) nei confronti delle proprie risorse energetiche, ma vuole ostacolare la loro transizione verso le energie rinnovabili, dove la Cina occupa una posizione di leadership.
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Le alternative frustrate nel ‘900 hanno bisogno di essere riscattate oggi. Per l’umanità
Tre domande di Alberto Deambrogio a Pier Paolo Poggio
Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica (Jaca Book 2015) eLa Rivoluzione Russa. Intellettuali e potere (con S.Caprio e G. Codevilla, Jaca Book, 2017). Ha curato inoltre il progetto l’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Pier Paolo Poggio ha voluto realizzare l’intervista che segue dopo un lungo periodo di silenzio. Gli siamo riconoscenti.
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Alberto Deambrogio: Pier Paolo Poggio il tuo monumentale lavoro con la collana l’Altronovecento ha portato alla luce correnti di pensiero, figure, conflitti spesso espunti dalla narrazione ufficiale del cosiddetto secolo breve.
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Iran: la guerra inevitabile
di Davide Malacaria
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington - Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto.
Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei più importanti corridoi del commercio globale, infuria, tenendo in allerta gli operatori del mercato delle materie prime e contribuendo a spingere i prezzi internazionali del petrolio oltre i 100 dollari al barile […] né Washington né Teheran stanno allentando le tensioni, quanto piuttosto mettendo alla prova i limiti della coercizione. Finché il doppio blocco rimarrà in vigore, ogni abbordaggio, ogni colpo di avvertimento o sequestro di navi può diventare un fattore scatenante per una più ampia ripresa del conflitto”.
Il Pakistan continua a tessere la tela del dialogo Washington – Teheran, ma tante sono le complicazioni, con Trump che non riesce a trovare una via di uscita dal tunnel in cui si è ficcato. Perché ciò avvenga deve ottenere qualcosa dall’Iran, una vittoria che Teheran non è disposta a concedere.
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Sullo spirito del capitalismo
di Andrea Zhok
Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.
Questo fatto è da sempre un ostacolo a una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali e internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata. Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (e per quanto alcuni, come Rosa Luxemburg, li avesse descritti già ai tempi), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
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Il nuovo “caso Mattei” e la crisi della sovranità simbolica italiana
di Tiberio Graziani
L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare.
C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso ritenuto distorsivo da parte del Governo stesso. La diffida inviata a Palazzo Chigi contro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non è soltanto un episodio di conflittualità politico-giuridica, ma un sintomo di una più ampia crisi di orientamento strategico.
Quando Pietro Mattei parla di “distorsione dell’eredità politica”, egli richiama implicitamente una categoria centrale della riflessione geopolitica: quella della coerenza tra rappresentazione simbolica e prassi strategica. In altri termini, il problema non è il nome in sé, ma il disallineamento tra ciò che esso storicamente significa e l’azione politica che oggi pretende di incarnarlo.
Per comprendere la portata di tale disallineamento, è necessario collocare la figura di Enrico Mattei nel contesto della competizione sistemica del secondo dopoguerra, evitando letture riduttive che ne limitino l’azione alla sola dimensione industriale.
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Il culto dell’eccezionalismo americano
di Ashes of Pompeii*
L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo.
Questa visione del mondo poggia su una serie di pilastri che rimangono in gran parte indiscussi, anche dalla maggior parte di quegli americani che si considerano anti-sistema. Per capire il potere americano, bisogna capire queste regole non dette.
Soprattutto, c’è la convinzione assoluta della maggior parte degli americani, ma specialmente della classe dirigente, che l’America sia divinamente benedetta, su questa terra per guidare l’umanità verso la prosperità e la luce. Scelta da Dio!
Persino tra gli (ammettiamolo: pochi) atei americani, l’idea di una missione divina e messianica è ancora presente, sebbene espressa in termini di moralità, buon senso e inevitabilità del trionfo del capitalismo e della cultura americana. Il liberalismo americano come “La fine della storia”, e la politica estera americana come operante per il bene dell’umanità, come opera missionaria.
Il primo principio dell’America come “nazione messia” è la sacralità del capitalismo, la convinzione prevalente che il libero mercato sia il più grande motore economico mai ideato, e che i vincoli normativi, anche se occasionalmente necessari, siano intrinsecamente sospetti.
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Gli USA sono una cleptocrazia legale e costituzionale
di comidad
Ci si domanda da più parti se Trump sia davvero stupido o pazzo, oppure se dietro le sue esternazioni vi sia una strategia. Nel suo miglior film, Groucho Marx pronunciò la sua più famosa battuta: “Parla come un idiota e ha la faccia da idiota, ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota”. Insomma, non sempre l’apparenza inganna. Il percorso da seguire non è quello psicologico o psichiatrico; bensì, ancora una volta, il sentiero dei soldi; cioè capire se le condizioni strutturali del finanziamento elettorale consentano che negli USA vi sia effettivamente una direzione politica, qualcosa di simile a una strategia.
Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema ha riconfermato la giurisprudenza che si era già consolidata nel corso degli anni. Le sentenze della Corte hanno equiparato le donazioni elettorali da parte delle società e dei privati alla libertà di espressione, sancita dal Primo Emendamento, quello che impedisce al Congresso di promulgare leggi che limitino la libertà di parola o di stampa. Quindi, secondo i giudici della Corte Suprema, corrompere i politici non è soltanto legale, ma deve essere considerato un diritto costituzionale. Una giurisprudenza del genere ovviamente è un ossimoro, in quanto pone una ovvia obiezione: e se anche una tale sentenza fosse l’effetto di “donazioni”, ovvero comprata? D’altra parte i giudici della Corte Suprema potrebbero rispondere che, secondo la loro lettura della Costituzione, convincerti e comprarti sono la stessa cosa.
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Donald contro Leone
di Alessandro Zaccuri
La prima parola scritta tutta in maiuscolo è WEAK, “debole”; l’ultima è LOSER, “perdente”, che nella logica della manoshpere (modesta proposta: in italiano la resa migliore sarebbe “maschiosfera”, anziché il calco “manosfera”) è più o meno un sinonimo di weak, con ulteriore sfumatura denigratoria. Non soltanto non ce la fai, ma le prendi pure. Dopo di che, sempre in aggressivo stile caps lock, segue la firma DONALD J. TRUMP. Nel messaggio pubblicato il 13 aprile sul social Truth come d’atto d’accusa contro il pontificato di Leone XIV, gli altri termini messi in risalto a colpi di tastiera sono FEAR (“paura”), COVID, MAGA, OK e IN A LANDSLIDE, “a valanga”, o anche “schiacciante”, in riferimento a un risultato elettorale. Trump si serve di questa accezione per ribadire l’incontestabilità della vittoria conseguita sulla democratica Kamala Harris. Essendo diventato presidente degli Stati Uniti, adesso decide tutto lui. È persuaso che l’elezione di Robert Francis Prevost sia merito suo, perché – sostiene – la Chiesa aveva bisogno di un papa statunitense per gestire i rapporti «con il presidente Donald J. Trump», cioè con lui stesso. Motivo per cui Leone XIV farebbe meglio a darsi una regolata, magari lasciandosi consigliare dal fratello Louis, che è un tipo con la testa a posto. Un MAGA dichiarato, che altro?
Messe una in fila dopo l’altra, le parole in maiuscolo sintetizzano in modo straordinariamente efficace un programma che, prima di essere politico, è anzitutto culturale: una mentalità che diventa prassi, ma che già in quanto mentalità è di per sé incompatibile con la mitezza del messaggio evangelico.
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Lenin, il primo architetto del mondo multipolare
di Fabrizio Verde
Dall'Ottobre del 1917 alle sfide del 2026: la lezione eterna di chi osò sognare un mondo oltre il capitale
C’è un momento preciso nella storia in cui un uomo armato di un’idea e di una volontà granitica, riesce a deviare il corso della storia in maniera decisiva. Vladimir Il'i? Ul'janov, che il mondo avrebbe conosciuto semplicemente come Lenin, non fu soltanto il protagonista di quel tornate storico. Ne fu l’incarnazione stessa, la prova vivente che la storia non è una sorte di copione già scritto, ma bensì una pagina bianca che attende di essere riempita dal coraggio di chi osa immaginare un mondo diverso. Di oltrepassare il limite dell’esistente.
Pensiamo alla Russia di inizio Novecento. Non stiamo parlando di una potenza industriale paragonabile all’Inghilterra vittoriana o alla Germania guglielmina. Stiamo parlando di un impero sterminato, è vero, ma attraversato da contraddizioni laceranti, dove l’eco medievale della servitù della gleba risuonava ancora nei campi mentre le ciminiere delle fabbriche iniziavano timidamente a punteggiare le periferie di Pietrogrado e Mosca. Era un paese dove l’élite aristocratica discuteva di Voltaire in francese e dove il mugik analfabeta piegava la schiena su una terra che non gli apparteneva. Secondo ogni schema dogmatico del marxismo ortodosso dell’epoca, la rivoluzione proletaria sarebbe dovuta scoppiare altrove, in quei contesti dove il capitalismo aveva già mostrato tutte le sue contraddizioni più mature. E invece no. La storia, si sa, è una materia capricciosa e non sopporta i copioni scritti a tavolino da chi confonde la teoria con un manuale di istruzioni.
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L’America mette la marcia indietro
di Francesco Piccioni
Dalla guerra alla farsa è stato un attimo. E questo naturalmente è un bene.
Dopo avere per giorni imbastito una comunicazione terrorizzante – “accettate la nostra offerta o bombarderemo ogni centrale elettrica e ogni singolo ponte” – l’America di Donald Trump ha deciso di prolungare il cessate il fuoco con l’Iran, senza una scadenza fissa.
La scadenza dell’ultimatum era ormai vicina – le due di questa notte, ora italiana – quando è stato emesso il milionesimo tweet che affermava: “Considerato che il governo iraniano è gravemente frammentato … ci è stato chiesto di sospendere l’attacco al paese dell’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unificata“, ha scritto Trump.
Il cessate il fuoco durerà “fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un senso o nell’altro“.
In pratica, gli Stati Uniti non possono riprendere le ostilità – per problemi interni, pressioni internazionali praticamente universali, crisi energetica ormai conclamata e lunga da recuperare anche senza continuare la guerra, ecc – e devono innestare la marcia indietro.
Siccome nella narrazione statunitense anche le sconfitte devono essere spacciate per vittorie. La motivazione ufficiale è rintracciata nelle “gravi spaccature” interne al gruppo dirigente di Teheran.
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La fine dell’illusione atlantica
di Giuseppe Gagliano
Perché la crisi della NATO impone all’Italia una scelta strategica
Per decenni l’Italia, come gran parte dell’Europa, ha vissuto dentro una certezza considerata intoccabile: la protezione americana. Era il fondamento implicito della nostra politica estera, della nostra postura militare, perfino della nostra pigrizia strategica. Ora quella certezza si sta sgretolando. Non con un atto formale, non con una dichiarazione solenne, ma attraverso una serie di segnali politici che indicano tutti la stessa direzione: gli Stati Uniti, sotto la guida di Trump, non considerano più la NATO come un vincolo storico da onorare, bensì come uno strumento da usare finché conviene.
Il punto decisivo è questo: Washington non sembra orientata a distruggere apertamente l’Alleanza Atlantica, ma a svuotarla dall’interno. È una differenza cruciale. Le basi restano, i comandi restano, il linguaggio ufficiale resta. Ma si riduce progressivamente la sostanza politica della garanzia collettiva. Il messaggio rivolto agli europei è semplice e brutale: pagate di più, assumetevi più rischi, ospitate le infrastrutture che servono agli Stati Uniti, ma non date per scontato che l’ombrello americano si apra automaticamente quando ne avrete bisogno.
La strategia del disimpegno selettivo
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Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio
di Emanuele Zinato
I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale
Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.
Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.
Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).
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Iran. Tregua prolungata. Trump non sa come uscire dal conflitto
di Davide Malacaria
La proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell'improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l'Iran
Un sospiro di sollievo: la proroga del cessate il fuoco del conflitto mediorientale non era scontata dal momento che ancora una volta il partito della guerra globale stava usando dell’improvvido ultimatum di Trump, che scadeva stanotte, per incenerire l’Iran (e con esso il mondo), come annotava il Timesofisrael, che riferiva come Israele si stesse coordinando con gli Stati Uniti per riprendere le ostilità.
Due giorni intensi, nei quali tutto poteva precipitare, con Trump che insisteva nei suoi farneticanti discorsi nei quali appariva certo che l’Iran avrebbe negoziato, alternando prospettive rosee a minacce orrorifiche, con l’aggiunta, altrettanto improvvida, che non il cessate il fuoco non sarebbe stato procrastinato.
Così ieri, di fronte alla fermezza di Teheran, che continuava a ribadire che non avrebbe inviato alcuna delegazione a Islamabad se gli Usa non avessero tolto il blocco allo Stretto di Hormuz, tutto sembrava precipitare.
La posizione di Teheran era legittima: si aspettava che dopo la riapertura dello Stretto di Hormuz da parte iraniana decisa a fine settimana gli Usa avrebbero fatto altrettanto sollevando il blocco imposto alle navi in transito da e verso i porti iraniani.
La decisione americana di non procedere ha fatto infuriare la controparte, già fin troppo scottata dalla doppiezza dell’Impero, che ha richiuso lo Stretto a tutti i navigli.
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Padroni del potere
di Enrico Tomaselli
Che il capitale abbia sempre cercato di controllare i governi, per ottenerne tutti i vantaggi possibili, è ovviamente storia antica. E anche di successo, dobbiamo dire. Ma negli ultimi anni si sta facendo strada – niente affatto a caso – l’idea che sia giunto il tempo di superare questa intermediazione, e che siano direttamente i capitalisti ad assumere la responsabilità di governare. Questa è peraltro la diretta conseguenza della finanziarizzazione estrema che l’economia liberista occidentale ha propalato praticamente ovunque nel mondo, creando una classe di super-ricchi, i cui patrimoni (personali o controllati) sono spesso superiori al bilancio di molti stati. Da questo punto di vista, è ad esempio paradigmatico ciò che ha cercato di fare Bill Gates con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che in effetti rappresenta una forma di governo globale surrettizio.
Questa pulsione verso un governo tecnocratico spesso si ammanta di buone intenzioni, si fa schermo obiettando che l’essere miliardari non deve essere di impedimento ad assumere posizioni politiche pubbliche (ovviamente fingendo di ignorare che tali posizioni hanno spazio e peso solo in virtù del patrimonio di chi le sostiene), e talvolta assume tratti visionari e quasi teologici. Impossibile qui non pensare al fondatore di Palantir, Peter Thiel, recentemente venuto a Roma a predicare il suo verbo. Il dato costante è che praticamente tutti questi aspiranti benefattori dell’umanità vengono dal mondo dell’high-tech digitale e dell’AI. Con quest’ultima che sempre più si configura come uno strumento di controllo totalizzante, quello che Shoshana Zuboff definì “Capitalismo della sorveglianza” – nell’omonimo libro, scritto nel 2019, quando ancora Palantir non aveva sviluppato il suo software Gotham…
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A Teheran migliaia di donne sono scese in piazza
di Antonio Micciulli
A Teheran, oggi, migliaia di donne sono scese in piazza. Con rabbia, disciplina e una consapevolezza politica che il mondo occidentale vuole nascondere.
Immagini di piazza, effigi bruciate di Trump e Netanyahu, cori contro l'intervento straniero: lo scenario è lontano anni luce dai cliché con cui i media occidentali raccontano l'Iran.
Si tratta di un segnale potente e complesso di un popolo stanco di guerre che non sono le sue, di sanzioni che affamano, di blocchi navali che strangolano le economie e isolano interi Paesi.
In Italia, i "giornalisti" dell'era Meloni hanno tentato di liquidare questa notizia come "manifestazione pro-regime" per evitare una domanda scomoda: perché così tante donne iraniane scendono in piazza contro gli USA?
La risposta non è l'indottrinamento, come suggerisce la narrazione dominante.
La verità è che l'Iran vive da anni sotto una pressione esterna sistematica: sanzioni economiche che colpiscono la popolazione civile, isolamento finanziario, minacce militari cicliche.
Gli Stati Uniti parlano di "diritti umani" mentre strangolano un paese con misure che hanno effetti diretti su sanità, lavoro, inflazione, accesso ai beni essenziali.
E quando le persone protestano contro chi le colpisce, le si delegittima: se protestano contro Washington, allora sono burattini; se protestano contro Teheran, allora diventano improvvisamente "il popolo".
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Da Giosuè a Teheran
di Alberto Giovanni Biuso
«Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi, ve l’ho assegnato, come ho promesso a Mosè. Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Ittiti, fino al Mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te; non ti lascerò né ti abbandonerò» (Giosuè, 1, 3-5; Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane, Bologna 1988, p. 407).
Siamo sempre lì, siamo sempre a questa promessa di un Dio/Arconte al suo Popolo Eletto. Una promessa che ha prodotto guerre e stermini di ogni genere, dal XII secolo a.C. (epoca alla quale si riferiscono i fatti narrati nel Libro di Giosuè) sino al XXI secolo d.C.
Siamo alle radici religiose e più esattamente teocratiche di un presente che si crede laico e ‘scientifico', libero da ogni superstizione, emancipato da ogni parola di Dio e la cui politica internazionale è invece in mano alla teocrazia sionista e ai movimenti che negli Stati Uniti d’America vedono in Donald Trump l’uomo inviato dalla Provvidenza divina a preparare i tempi dell’Apocalisse, dopo i quali avverrà il ritorno di Cristo.
Incredibile? No. Perché è certamente vero che «sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo» (Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, vv. 1-2) ed è altrettanto vero che «sei ancora quello della Bibbia e della guerra, / uomo del mio tempo».
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Attila e Papa Leone
di Antonio Martone
Nella storia occidentale, c’è stato un tempo in cui il potere si accompagnava strettamente alla responsabilità morale. Allora, una figura simbolica – un papa, un imperatore, un condottiero – poteva tracciare un limite con estrema nettezza. L’incontro tra papa Leone I e Attila, re degli Unni, nel 452 d.C. nei pressi del Mincio, è divenuto l’archetipo di questa possibilità. Secondo i resoconti coevi, il pontefice si presentò senza armi, con i soli paramenti sacri, e parlò al condottiero unno. Attila si ritirò. La tradizione cristiana lesse il fatto come un miracolo; la storiografia più avvertita vi ha visto una complessa operazione diplomatica, in cui Leone portava non solo l’autorità morale della sede romana ma anche un preciso messaggio politico: l’imperatore Valentiniano III era disposto a trattare, a pagare un tributo e a cedere dei territori. Da parte sua, Attila era logorato da difficoltà logistiche e da un’epidemia nel suo esercito. L’incontro fu dunque un negoziato condotto in un quadro di equilibri di forza molto concreti. Eppure, per secoli quella scena ha alimentato l’idea che una voce solitaria, se abbastanza autorevole, potesse fermare la barbarie.
Oggi tale possibilità non esiste più nella forma ingenua del “miracolo diplomatico”, perché la natura stessa del potere è mutata in modo irreversibile. La nostra epoca non è attraversata da orde visibili come quelle unne. Una forma diversa di barbarie si è fatta strada: è la barbarie della riduzione dell’umano a dato, a consumo e funzione. Si manifesta nei meccanismi del tecnocapitalismo, nelle disuguaglianze sistemiche, nel controllo diffuso, in una velocità che schiaccia il pensiero critico e svuota il senso.
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