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altrenotizie

Propaganda UE e pragmatismo bulgaro

di Michele Paris

Non c’è stato nemmeno il tempo per l’Unione Europea di godersi la sconfitta di Orbán in Ungheria che gli elettori bulgari hanno consegnato una nettissima vittoria, nelle elezioni del fine settimana, a una nuova forza politica che Bruxelles e la stampa ufficiale hanno da tempo classificato come “filo-russa”. Quest’ultima è il partito Bulgaria Progressista (PB) dell’ex presidente, Rumen Radev, capace di presentarsi come l’uomo (forte) giusto al momento giusto con due semplici messaggi: mettere fine alla gestione mafioso-oligarchica del potere e ristabilire relazioni normali – e, soprattutto, vantaggiose per la Bulgaria – con la Russia. Come in Ungheria, anche qui la burocrazia europea e la classe dirigente europeista indigena avevano denunciato le fantomatiche “interferenze” del Cremlino, ma è bastato il discredito degli ultimi governi e una situazione economica a dir poco precaria a mobilitare un numero insolitamente alto di votanti che ha deciso di provare finalmente a voltare pagina.

La dimensione della crisi politica che attraversa il più povero dei paesi UE è spiegata da un dato: quelle di domenica sono state le settime elezioni anticipate in cinque anni. L’instabilità ha dominato il quadro domestico almeno dalle dimissioni nel 2021 dell’allora primo ministro conservatore, Boyko Borissov, in seguito all’esplosione di proteste popolari contro ingiustizie, povertà e corruzione diffusa. Da allora, nessuno dei gabinetti che si sono susseguiti è durato più di un anno. Le elezioni di domenica erano state indette dopo le ennesime manifestazioni di piazza, questa volta contro il governo del premier Rosen Zhelyazkov, anch’egli dimessosi a novembre e poi sostituito a febbraio da un esecutivo ad interim.

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megachip

Le conseguenze dell'incompetenza

di Scott Ritter

Gli Stati Uniti hanno perso nettamente il primo round della guerra contro l'Iran. Se Trump decidesse di intraprendere un secondo round, i risultati sarebbero disastrosi per l'America e i suoi alleati. [Scott Ritter]

Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.

Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale.

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lafionda

Il martello di Silvia e l’incudine del PD

di Michele Agagliate

La sindaca “federatrice” che prometteva Genova fino al 2030, ma ha già l’amo in bocca per Roma. Tra sondaggi-cannibale, selfie con le DJ e l’ira di Don Farinella: ecco come si sgonfia l’Anti-Meloni dei salotti.

Che rottura questa Silvia Salis. Ma, concretamente, cos’ha fatto di così speciale o eclatante per essere vista come la “reginetta del centrosinistra”, la futura federatrice del cosiddetto campo largo (o larghissimo, per meglio dire)?

A guardare il pedigree, sembra la versione politica di un set Lego: incastri perfetti per non scontentare nessuno. Figlia del custode di Villa Gentile (e via con la narrazione operaia e popolare), radici nel PCI del padre Eugenio (omaggio alla nostalgia), ma laureata alla Link University, l’ateneo prediletto dai “servizi” e dalla politica d’élite. Un mix che farebbe invidia a un alchimista del consenso. Eppure, tra un lancio del martello e una poltrona da vicepresidente vicaria del CONI gentilmente offerta dal Gran Maestro delle relazioni Giovanni Malagò, si fatica a trovare la scintilla della statista per acclamazione.

E così, nell’aprile 2026, ci ritroviamo a commentare il “miracolo Genova”. Eletta sindaca da meno di un anno, nel maggio 2025, la Salis è diventata istantaneamente il feticcio di un’area politica che non sa più a che santo votarsi. La vogliono a guidare il baraccone — e non è nemmeno del tutto colpa sua — perché risponde all’ossessione speculare della sinistra: contrapporre una donna a Giorgia Meloni.

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giubberosse

Chicken's Game

di Enrico Tomaselli

Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.

Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense a Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.

Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele e Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.

Che nel corso di queste due settimane si possa giungere a un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste.

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contropiano2

L’arrogante impotenza di Washington

di Dante Barontini

Se li conosci, li eviti. O quanto meno fai verifiche triple prima di accettare un incontro…

Sembra questo, al momento, l’atteggiamento del vertice iraniano a proposito dei colloqui con gli Stati Uniti a Islamabad.

A seguire le agenzie di Teheran la diffidenza si taglia con il coltello. Per quanto la delegazione Usa, capitanata dal vicepresidente J.D. Vance, sia data per già partita alla volta del Pakistan, con i media Usa che danno come certa la partecipazione del presidente del parlamento Ghalibaf, non c’è per ora alcuna conferma ufficiale.

A meno di non voler prendere come tale l’annuncio dell’agenzia Tasnim che sposta però la data a giovedì – in coincidenza con l’incontro tra Libano e Israele a Washington, a ribadire il legame organico tra i due fronti di guerra.

A irrobustire la diffidenza sarebbero arrivate anche informazioni da Mosca che invitano l’Iran a prendere sul serio la possibilità di una “messa in scena mediatica” e di uno scenario di “inganno” da parte del nemico per spianare la strada a una nuova ondata di attacchi. Sarebbe la quarta volta che “il dialogo” viene interrotto dai bombardamenti, e la delegazione trattante – ovviamente composta da dirigenti di peso – rischierebbe di trovarsi esposta ai pruriti omicidi degli israeliani (specialisti nel tentare di uccidere la controparte al tavolo delle trattative).

Sul terreno – meglio, sul mare – lo stop and go prosegue. Due giorni fa la flotta statunitense ha colpito una nave portacontainer iraniana nell’Oceano Indiano, violando il cessate il fuoco che scade stasera, nel chiaro intento di dimostrare che si tratta alle condizioni di Washington, con la pistola puntata alla tempia, oppure “cadranno bombe” (secondo il solito Trump style).

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lantidiplomatico

Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi

di Antonio Martone

Fulvio Grimaldi, Uno sguardo dal fronte, Lad edizioni, 2026

Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.

Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari.

Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.

* * * *

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piccolenote

Trump impone a Israele la tregua in Libano. Netanyahu scioccato...

di Davide Malacaria

È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell'alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti "scioccati" dalla sua determinazione

“Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!!!”. Così Trump su Truth social. Un vero e proprio ordine ribadito in un’intervista ad Axios: “Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria gli edifici. Non lo permetterò”.

È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell’alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti “scioccati” dalla sua determinazione, che peraltro contraddiceva, almeno secondo essi, quanto concordato nell’incontro tra la delegazione israeliana e il Segretario di Stato Marco Rubio avvenuta a Washington martedì scorso, nella quale si era stabilito che l’IDF si riservava il diritto di colpire “per legittima difesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.

In pratica, nell’incontro con il neocon Rubio si era deciso per una tregua simile a quella entrata in vigore dopo il cessate il fuoco precedente, con Israele che l’ha violata quotidianamente adducendo motivazioni speciose e provocando centinaia di vittime.

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lantidiplomatico

Impero in disfacimento: Hezbollah neutralizza il "Grande Israele"

di Kit Klarenberg - Al Mayadeen

L'8 aprile, l'entità sionista ha sferrato un colpo diabolico al cuore di Beirut, sganciando bombe da 450 kg su zone residenziali densamente popolate, uccidendo innumerevoli civili e ferendone molti altri. Uno dei più efferati massacri in Libano dalla fine dell'aggressione israeliana del 2024, ha segnato la ripresa dell'invasione dichiaratamente genocida di "Israele". Mentre le bombe continuano a piovere senza sosta, anche in concomitanza con i rari colloqui di persona tra le due parti, i coloni sostenuti dalla Forza di Occupazione Sionista si stanno muovendo rapidamente per stabilire una presenza permanente nel sud del Paese.

Qualsiasi improvvisa pausa nella guerra contro l'Iran, dovuta ai blocchi navali contrapposti dello Stretto di Hormuz, deve essere vista nel contesto della ferma determinazione dell'entità sionista ad annettere il territorio libanese, al servizio della "Grande Israele". L'incursione criminale di Tel Aviv, iniziata il 16 marzo e definita in modo orwelliano dai funzionari come "un'operazione di terra mirata contro obiettivi chiave", è stata solo dieci giorni dopo che i principali organi di informazione si sono degnati di definirla un'invasione. 

Il 23 marzo , il ministro delle finanze di Tel Aviv, Bezalel Smotrich, un autoproclamato fascista, ha reso inequivocabili gli obiettivi di "Israele". Ha esortato la ZOF (Zero Opposition Force) ad annettere formalmente il Libano meridionale. Da allora, oltre un milione di persone sono state sfollate, migliaia uccise e infrastrutture civili rase al suolo in massa.

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contropiano2

Anche Confindustria torna a parlare di gas russo e di miopia della UE

di Stefano Porcari

Appena qualche giorno fa riportavamo le parole di Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, che parlava della necessità di sospendere il bando del gas russo, in vigore dal prossimo primo gennaio. Dichiarazioni piuttosto dirompenti, visto che arrivavano da uno dei principali attori del mercato degli idrocarburi, e colpivano direttamente una delle scelte suicide di Bruxelles, ma pur sempre centrale nello sforzo guerrafondaio contro la Russia.

A convincere di questa necessità Descalzi è stata la dura realtà dei numeri e dei mercati. E ora, a fargli eco, è arrivato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che è arrivato a fare affermazioni piuttosto pesanti: “questa miopia [della UE, ndr] veramente mi spaventa. Forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa“.

Il numero uno di Confindustria ha posto la questione del gas durante un convegno a Genova, legandola ai pericoli di una prosecuzione del conflitto con l’Iran. Ma su queste formule, diciamo così, “politiche” di come lanciare l’allarme alla classe politica non bisogna cadere in errore. Il fatto stesso che la messa al bando è prevista fra più di sette mesi e se ne parli ora fa capire che ci sono nodi strutturali con cui bisognerà fare i conti, e sono quelli delle capacità effettive e dei costi.

Il fatto che sia stata annunciata la riapertura dello Stretto di Hormuz, di per sé, non risolve affatto la situazione. Anche perché c’è una certezza diffusa sul fatto che, qualora le attuali trattative portassero davvero a una normalizzazione della situazione in Asia Occidentale, le forniture non potranno essere ripristinate come nulla fosse successo: i danni materiali sono tanti, e richiedono tempo e soldi per essere aggiustati.

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intelligence for the people

Iran, la partita globale: che ruolo giocano Russia e Cina?

di Roberto Iannuzzi

L’aiuto discreto di Mosca e Pechino ha contribuito in maniera rilevante a rafforzare la risposta asimmetrica di Teheran che ha messo in crisi la macchina bellica americana

Mentre l’aggressione militare israelo-americana all’Iran, rapidamente sfociata in una guerra regionale, preannuncia una crisi energetica più grave di quella del 1973, numerosi commentatori hanno speculato sull’apparente basso profilo mantenuto da Russia e Cina nel conflitto.

Alcuni hanno osservato che, malgrado le dure espressioni di condanna dell’attacco israelo-americano e dell’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, né Mosca né Pechino sarebbero intervenute militarmente a sostegno di Teheran.

Molti hanno sostenuto che entrambe trarrebbero profitto da un conflitto che vede gli Stati Uniti impantanati per l’ennesima volta in Medio Oriente.

La realtà è più complessa e sfaccettata. Se è vero che Russia e Cina traggono alcuni benefici nel breve periodo da questa crisi, entrambe corrono gravi rischi a lungo termine da un’eventuale sconfitta dell’Iran.

E sia Mosca che Pechino hanno compiuto alcuni passi per sostenere Teheran, pur cercando di evitare uno scontro diretto con Washington e di inimicarsi le monarchie arabe del Golfo che subiscono la rappresaglia iraniana.

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marxdialectical

Dove sta andando l'università? Declini resistibili

di Roberto Fineschi

Oramai quello che, all'interno della comunità accademica, era un malessere di alcuni sta diventando uno stato d'animo diffuso. Dove sta andando l'università (e la scuola, ma ovviamente ci sono delle differenze specifiche)?

Avendo lavorato per venti anni in programmi universitari americani ed essendo quello il modello verso cui la nostra università si è indirizzata, diciamo che ho avuto modo di vedere in anteprima le tendenze adesso in atto da noi e forse di avere di fronte a me nel presente il nostro futuro prossimo.

Credo, d'altra parte, che l'analisi non si possa limitare al proverbiale "o tempora o mores", ma necessiti di un inquadramento nel contesto delle tendenze di fondo di ciò che chiamo capitalismo crepuscolare. Ma partiamo dalle fattualità.

I programmi di studi all'estero, da sempre interpretati dallo studente statunitense con una certa "leggerezza", stanno diventando - e in parte già sono diventati - delle agenzie di viaggio. Si tratta di un andamento coerente nel tempo per cui gli studenti sono sempre meno interessanti, sanno di meno in partenza, studiano poco e dunque ottengono risultati accademici modesti… ma comunque vanno passati. Non solo, devono apparire anche "bravi", quindi passare con buoni voti. Altrimenti diventano molesti con una serie di conseguenze cruciali per l'università.

Se questa tendenza è dilagante nei programmi abroad, si sta diffondendo sempre più ormai anche "at home", con una facilitazione generale che è premessa di livelli più bassi, dunque di ulteriori facilitazioni in una spirale perversa che punta inesorabilmente verso profondità abissali.

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Il brand Salis: come la politica usa la (sotto)cultura per vendersi

di Elia Buonora - Circolo Gap

Ricondividiamo l’interessante contributo di Elia Buonora, pubblicato sui social dal circolo Arci GAP di San Lorenzo, Roma. Elia fa emergere importanti elementi su come la politica sia ormai stata trasformata in un “mercato” in cui le varie forze politiche vendono lo stesso prodotto (ricette sociali da lacrime e sangue e politica estera guerrafondaia e imperialista), ma cambiano la “confezione”.

La riflessione del compagno mette in chiaro una necessità non rimandabile: quella di un polo indipendente e di rottura rispetto al bipolarismo che stritola una reale alternativa al pilota automatico impostato nel nostro paese. Un pilota automatico che ha come traguardo il disastro sociale, ecologico, bellico.

Vi lasciamo alle parole di Elia, che riteniamo utili nell’evidente impellenza di un’altra battaglia da riprendere in mano, con tutti gli strumenti possibili: quella culturale. Buona lettura.

* * * *

Per capire ciò che si muove intorno al recentissimo successo mediatico di Silvia Salis e al vociare che le si è alzato intorno bisogna prenderla alla larga e partire da una specifica figura: Marco Agnoletti.

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lantidiplomatico

La fiaba (derelitta) che circola sull'aggressione Usa all'Iran

di Andrea Zhok*

Continua a girare questa fiaba derelitta per cui l'aggressione americana all'Iran sarebbe comprensibile e persino utile, avendo come fine uno strangolamento della Cina.

Ho addirittura sentito editorialisti spiegare che Trump sta aiutando le partite IVA italiane perché colpisce la "concorrenza sleale" cinese.

Ok, giusto per intenderci.

La Cina è sicuramente disturbata dalla guerra nel Golfo Persico, lo è per l'approvvigionamento di idrocarburi a basso costo e lo è perché è un grande spazio commerciale che momentaneamente si chiude.

Tuttavia la Cina ha diretto accesso alle eccedenze di petrolio e gas naturale russo (quelle eccedenze che l'Europa genialmente ha liberato, perché noi quando ci sono violazioni del diritto internazionale, signora mia...).

Dunque tanto la guerra nel Golfo Persico che l'attuale secondo blocco di Hormuz da parte americana alla Cina producono poco più di un prurito.

Al contempo, chi parla di "concorrenza sleale" della Cina è rimasto all'epoca in cui la Cina produceva grandi quantità di prodotti a basso valore aggiunto e a prezzi competitivi per i bassi salari. Solo che negli ultimi 20 anni i salari industriali cinesi sono diventati i più alti dell'intera Asia e i prodotti industriali cinesi sono tra quelli a maggior valore aggiunto.

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Sul Washington Post: se non firmate vi ammazziamo

di Pino Cabras

Sul Washington Post dell’8 aprile compare un editoriale firmato da Marc A. Thiessen, dal titolo “Iran thinks it has leverage. Here’s how Trump can prove it wrong”, ossia: “L’Iran pensa di avere una leva negoziale. Ecco come Trump può dimostrargli che si sbaglia”.

Il pezzo compare su una delle testate più rappresentative dell’establishment americano e Thiessen non è un opinionista qualsiasi. A suo tempo, scriveva i discorsi di Donald Rumsfeld — il superfalco del Pentagono negli anni della guerra in Iraq — e poi quelli di George W. Bush nei tornanti più caldi della “guerra al terrore”. È uno dei tecnici della retorica che ha contribuito a costruire per un quarto di secolo quella stagione di interventi militari presentati come necessità strategiche e poi rivelatisi catastrofi a largo raggio (ma non per i produttori di armi).

Il passaggio centrale dell’articolo merita di essere citato per intero:

«Quarto, condurre una raffica finale di attacchi mirati contro la leadership, eliminando i funzionari iraniani che erano stati risparmiati ai fini dei negoziati. Bisogna far capire ai leader iraniani che le loro vite dipendono letteralmente dal raggiungimento di un accordo negoziato gradito a Trump. Se si rifiuteranno di farlo, saranno uccisi.»

Poche chiacchiere. Thiessen propone, con linguaggio piano e manageriale, che gli Stati Uniti usino la minaccia di morte come strumento ordinario di negoziazione diplomatica. Lo scrive su un giornale, con nome e cognome, e il giornale lo pubblica.

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comidad

Israele in Libano col passaporto turco

di comidad

La questione di chi sia effettivamente al comando tra USA e Israele nell’aggressione americano-sionista all’Iran e al Libano, è basata su un presupposto erroneo, cioè credere ancora che siano i governi o gli Stati a guidare le politiche di un paese. In realtà oggi nell’area euro-americana i veri attori in campo sono le lobby d’affari. Attori non vuol dire decisori, poiché le lobby sono dispositivi automatici e unidirezionali, senza sterzo e retromarcia. Le lobby sono trasversali ai governi e agli Stati, e possono così occupare le organizzazioni sovranazionali come la NATO e la UE. Israele stesso non ha le caratteristiche formali per essere considerato uno Stato, ed esiste soltanto in funzione della proiezione lobbistica esterna. Il caso di ELNET (European Leadership Network) è piuttosto istruttivo, dato che si tratta di una organizzazione “non governativa” che persegue specificamente gli interessi di una entità coloniale, quella israeliana, e ne cura i rapporti tra la NATO e la UE; e si tratta di attività che non solo in base al diritto internazionale, ma alla legalità tout court, dovrebbero essere esclusiva delle diplomazie ufficiali. Nel momento in cui la politica estera dei vari paesi viene privatizzata tramite le ONG e le fondazioni, non esiste più un confine che possa indicare ciò che è corruzione e ciò che non lo è. Insomma, un paradiso per cleptocrati.

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lafionda

Censura, sanzioni e doppi standard: un allarme europeo

di Elena Basile e Angelo D'Orsi

In Europa, la situazione sta degenerando. Il liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei.

L’onorevole Pina Picierno, forte della sua carica di vicepresidente del Parlamento UE, non perde occasione per lanciare strali diffamatori verso i “putiniani” d’Italia, sorretta, all’interno, dal senatore Carlo Calenda e da qualche radicale e “+europeista”.

Tra i bersagli favoriti ci sono un’ambasciatrice, un professore universitario e tanti giornalisti che criticano nei loro scritti la politica della NATO, come Vauro Senesi, giornalista, umorista e vignettista ben conosciuto. Ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del prof. D’Orsi, non di rado con tentativi di aggressione. È successo recentemente a Milano, a Perugia, a Marzabotto, a Bologna, a Foligno, a Napoli, a Varese.

Il sen. Calenda ha tenuto una conferenza stampa per denunciare come atto “indecente” la presentazione del libro di Angelo D’Orsi nella Sala Stampa di Montecitorio, con la partecipazione, accanto all’autore, dell’ambasciatrice Elena Basile, dell’on. Stefania Ascari e della giornalista Fiammetta Cucurnia.

L’ambasciatrice è stata linciata sui giornali più letti, è stata chiamata “addetta della Farnesina” e “funzionario di grado medio-basso”.

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megachip

La Guerra dei Droni ha finito di smascherare la finzione europea: ora siamo tutti un bersaglio

di Pino Cabras

Mosca indica le fabbriche europee come bersagli, l’UE arma Kiev con filiere industriali integrate: la nuova evoluzione industriale-militare dei droni cancella ogni finzione e porta il continente dentro il fronte

La guerra dei droni ha fatto saltare l’ultima finzione utile con cui l’Europa ha raccontato a sé stessa il conflitto ucraino. Fino a ieri il continente poteva ancora recitare la parte del sostenitore esterno: aiuti, forniture, addestramento, denaro, sanzioni, intelligence. Oggi quella rappresentazione non regge più. Quando Germania, Regno Unito, Norvegia, Paesi Bassi e adesso anche l’Italia entrano nella produzione congiunta di droni con Kiev, non siamo più davanti a una “guerra per procura” nel senso classico del termine. Siamo davanti a una “cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence” che Mosca ha deciso di nominare apertamente come tale.

Il segnale è arrivato in modo brutale e repentino. Il ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco di aziende europee coinvolte nella produzione di droni per l’Ucraina, con indirizzi e localizzazioni. Dmitry Medvedev ha accompagnato quel gesto con un messaggio che non lascia spazio a interpretazioni ingenue: quei siti sono, agli occhi russi, potenziali obiettivi. È il modo con cui il Cremlino sta dicendo agli europei: sappiamo da tempo che siete parte della guerra, ma finora vi abbiamo lasciato il beneficio della finzione; ora quella finzione è finita. E da questa consapevolezza non si torna indietro.

La foto di Friedrich Merz e Volodymyr Zelensky davanti al drone kamikaze Anubis vale più di cento comunicati.

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manifesto

La giravolta dell’Fmi: chi vuole la pace prepari l’austerity

di Emiliano Brancaccio

Secondo l’outlook 2026, se la guerra all’Iran va per le lunghe si rischia un calo della crescita mondiale fino a un punto e mezzo e maggiore inflazione fino a due punti percentuali

Un manuale d’istruzioni per l’economia di guerra. Così possiamo intendere l’ultimo outlook pubblicato dal Fondo monetario internazionale che dedica due interi capitoli ai risvolti macroeconomici di questi nuovi tempi di ferro e di fuoco.

Il Fmi riconosce tardivamente un fatto che già altri avevano segnalato. I conflitti in corso non sono più episodici ma descrivono una tendenza generale: «Il numero di guerre attive è aumentato fino a livelli che non si vedevano dalla fine della seconda guerra mondiale». E al momento non si intravedono inversioni di rotta: «Le dinamiche sono destinate a continuare».

Il Fmi non osa interrogarsi sulle cause di questa tendenza. Nella miope ottica dell’istituto di Washington, una teoria della “guerra capitalista” resta inconcepibile. Il conflitto militare viene quindi ancora visto come uno “shock” inatteso, una specie di maledizione caduta dal cielo. Il massimo che gli economisti del Fondo riescono ad ammettere, per adesso, è che la guerra non è più una fenomenale eccezione storica, ma sta diventando una sorta di “baseline”, una normalità del sistema.

In questa nuova normalità, si pone un problema di adattamento retorico. Qui l’istituto di Washington sembra cadere in uno spettacolare cortocircuito argomentativo: da un lato l’ideologia della guerra, dall’altro la scienza della pace.

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Christian Marazzi: la faccia negativa del fordismo

L'imposizione da parte del lavoro vivo della rigidità del reddito

di Gigi Roggero

C. Marazzi, Capitale & linguaggio, DeriveApprodi, Roma 2002, pp. 166, ISBN 88-87423-41-5

Questo libro si concentra sulle cause che hanno portato alla depressione economica e finanziaria internazionale e sugli strumenti di cui il governo americano si sta dotando per rispondervi: la guerra. Tra la fine della new economy e la nuova economia di guerra non c'è un semplice legame di causa-effetto, ma un rapporto che è tessuto da molti fili: il passaggio da una forma di produzione di tipo industriale a una di tipo informatico, il ruolo della finanza e delle politiche neoliberali, la proprietà delle risorse mondiali e delle materie prime, e persino la radicale mutazione dello stesso capitalismo. Capire le premesse economiche del crollo delle Twin Towers significa capire il paradigma produttivo che si va imponendo: la guerra

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Interpretandola come bolla speculativa oppure nuovo paradigma economico, con toni fortemente critici o accenti apologetici, la maggior parte delle letture della New Economy ha trovato un punto di convergenza metodologico: l'osservazione esclusiva dei meccanismi sistemici ed economici che la determinano.

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linterferenza

Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia

di Gerardo Lisco

Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.

Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.

Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.

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contropiano2

Nel gioco del Golfo entrano “gli adulti”

di Francesco Piccioni

Non interrompere mai un tuo nemico mentre sta commettendo un errore.” Che sia una massima di Napoleone oppure di Sun Tzu, il significato strategico non cambia. Di errori catastrofici l’amministrazione Trump ne sta accumulando a decine, e il ritmo accelera.

Neanche il tempo di mordersi la lingua per aver stupidamente attaccato un Papa che se ne stava tranquillo sulle sue – Bergoglio, al suo posto, avrebbe fatto fuoco e fiamme – alienandosi il voto dei cattolici negli Usa e guadagnandosi il disprezzo di quelli del mondo, ed ecco scattare il suo “controblocco” dello Stretto di Hormuz.

Nella visione strategica ridicola che regola questa scelta si tratta in fondo di fermare le navi che gli iraniani lasciano passare (quelle dei paesi “amici” e dei “neutrali” che accettano di pagare un pedaggio). Una cosa un po’ complicata sul piano operativo – come spiegavamo ieri – perché una flotta militare non dispone di “doganieri” capaci di discernere tra tipologie contrattuali stipulate online, ma tutto sommato semplice da ottenere “spontaneamente”.

Se, infatti, il presidente del paese militarmente più potente del mondo dice che affonderà le navi che entrano od escono dallo Stretto, chi mai oserà contravvenire il suo diktat?

Detto fatto, una nave cinese – la Paya Lebar – è entrata nello Stretto dirigendosi verso un porto iraniano. Al momento in cui scriviamo (le 8.00 del 14 aprile) si trova al largo dell’isola di Kush, avendo come meta Umm al Qasr.

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fattoquotidiano

Perché un esercito federale europeo è impossibile (e Rutte e von der Leyen sbagliano tutto)

di Enrico Grazzini

L’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”. Solo una Confederazione volontaria potrebbe fare il nostro interesse

La Nato è ormai ripudiata dal presidente americano Donald Trump: l’Europa ha dunque urgente bisogno di una forte difesa comune autonoma, non più subordinata al bullismo statunitense. Ma l’embrione di una “difesa comune” che attualmente si sta costituendo non è veramente “europea”, cioè federale e centralizzata a Bruxelles: la difesa comune ha invece una forma confederale perché è basata sulla “Unione dei volontari” avviata da Francia, Germania e Gran Bretagna indipendentemente da Bruxelles e dalla Commissione dell’Unione Europea. Lo scontro con la Russia in Ucraina, la pretesa di Trump di conquistare la Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, paese membro della UE e della Nato, e poi le guerre scatenate da Israele e dagli Stati Uniti in Palestina, Libano, Siria, e infine in Iran, danneggiano enormemente l’Europa. Tutto questo ha portato Francia e Gran Bretagna, gli unici due Stati europei che possiedono delle bombe atomiche, a trattare un accordo per la difesa atomica comune, un accordo che ha una proiezione europea.

Inoltre il presidente francese Emmanuel Macron si è accordato nel marzo 2026 con otto paesi europei – tra i quali Germania, Olanda e Polonia (ma non l’Italia) – per dislocare parti dell’assetto atomico francese, aerei cacciabombardieri e altri sistemi, nei loro territori, e per avere un approccio comune alla difesa atomica.

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sinistra

Dai “No Kings” ai war bonds. Il silenzio imbarazzante sui Fondi cannone

di Leonardo Casetti

Verrebbe da pensare che il profilo acquiesciente della CGIL sull’industria bellica italiana fosse dettato da una sostanziale scelta “ideologica” sotto il segno dell’amor patrio e dell’”interesse nazionale”. Oltre, ovviamente, alla difesa dei valori democratici europei. Il tutto corroborato da una consolidata e ultra decennale concertazione con il padronato e Confindustria in materia di contratti al ribasso e “buone” relazioni sindacali. Ma è solo questo? In tempi di economia di guerra non è capzioso porsi questa domanda visto lo stretto legame con il capitale finanziario.

E’ in questo contesto che in Italia, come nel resto del mondo, assumono un ruolo importante i fondi pensione privati e la loro gestione in investimenti redditizi.

Il 2007 fu l’anno dell’attacco alla previdenza pubblica e al salario differito. E’ di allora la firma di un protocollo tra Governo-Confindustria-CGIL-CISL-UIL. Protocollo che verrà poi convertito in legge aumentando l’età pensionabile e diminuendo le pensioni future. Parallelamente si attua anche la riforma del TFR, già decisa dal Governo Berlusconi in accordo con CGIL-CISL-UIL… Una bella torta da dividere per i broker dei tre maggiori sindacati italiani che siederanno nei CdA dei vari fondi negoziali di categoria, inseriti a forza nei contratti insieme alle imprese.

Una vera e propria mascalzonata di questi sindacati che invece di lottare contro le riforme pensionistiche che hanno allungato l’età pensionabile, e a differenza dei sindacati francesi che hanno promosso lotte durissime contro la riforma Macron, si sono prodigati non solo per convincere i lavoratori a rinunciare alla lotta per diminuire l’età pensionabile, ma anche per farli aderire ai fondi pensione integrativi.

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sollevazione

L’età della pietra e l’ipocrisia della sinistra internazionale

di Fatemeh Sadat-Serki

Questo articolo, scritto, sotto il fuoco nemico, ci è stato inviato da Fatemeh Sadat-Serki a Teheran nel trentaquattresimo giorno dell’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran. Fatemeh è un’attivista sociale di sinistra e una nota ricercatrice nel campo della filantropia d’impresa in Iran, con diversi progetti di successo per l’emancipazione economica e lo sviluppo comunitario tra le comunità più vulnerabili del paese.

*   *   *  *

Sono trascorsi trentaquattro giorni dall’inizio della guerra e i dati che emergono dai vari quartieri di ogni città dipingono un quadro orribile e sconvolgente della palese violazione dei principi umanitari. Secondo i rapporti della Mezzaluna Rossa, al 2 aprile, più di 3000 civili sono stati uccisi. Almeno 117.239 unità abitative civili sono state danneggiate. Più di 300 centri sanitari, scuole, strutture della Mezzaluna Rossa e persino diversi elicotteri di soccorso sono stati presi di mira o distrutti. Questi vengono colpiti dalle tecnologie di distruzione più precise nel contesto dell’indifesa aviazione iraniana. Questi numeri non sono semplici statistiche; sono una testimonianza vivente del crollo dei confini dell’umanità di fronte alla spietata logica della guerra.

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marxismoggi

La vera guerra nascosta dalla teoria del pazzo

di Salvatore Minolfi

Un esercizio di base che ogni storico dovrebbe fare con sé stesso, per liberarsi dal sovraccarico caotico e disorientante degli eventi del presente, dovrebbe essere quello di mettere distanza, per provare a ripensare ciò che accade ora dalla prospettiva del futuro e conservare solo quelle due o tre cose veramente essenziali per capire, sbarazzandosi dell’inutile zavorra.

Ci proviamo. Tra cinquant’anni – poniamo nel 2076, a trecento anni dalla rivoluzione americana – come vedremo la guerra scatenata in questi mesi da Stati Uniti e Israele contro l’Iran? Come la inquadreremo, quando sarà sbiadito ogni ricordo dell’inarrestabile declino cognitivo dei presidenti americani e l’efferatezza patologica dei dirigenti di Isra-Hell sarà l’oggetto residuale di una serie pornografica di B-Movies?

Nessuno vuol negare l’importanza del fattore umano e delle specifiche patologie di questo o quel dirigente, se non altro perché gettano luce sulle condizioni delle società che li hanno selezionati per dirigere i rispettivi Stati. Ma tra cinquant’anni, a chi ragiona del passato, servirà qualcosa di più serio e consistente.

Nel caos apparentemente incomprensibile degli eventi della guerra gli indizi non mancano.

L’Iran, com’è noto, è un paese molto grande: circa 1.650.000 km quadrati, l’equivalente di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi Bassi messi insieme. Eppure, di fronte a tale vastità, i nostri serial killers non si sono lasciati sopraffare dal disorientamento. 

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mondocane

Blocco a Hormuz, crack a Washington... Ma follow the money

di Fulvio Grimaldi

Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”: https://www.youtube.com/watch?v=XC9qManzFdk    https://youtu.be/XC9qManzFdk

Il mantra: destabilizzare

Il nuovo principio strategico è il contrario di quello perseguito da decenni: instabilità al posto di stabilità, insicurezza anziché sicurezza. Si tratta di scelta di necessità, se non di panico, ma ci si può anche guadagnare di più. Vi si affidano i primattori dell’imperialismo come i suoi scherani in periferia. E se a Washington i marosi suscitati dal nuovo approccio di necessità costringono a saltare perigliosamente da zattera a zattera, dalle nostre parti le capriole vedono gli ex militi dello squadrismo trumpista provare a scamparla – il referendum lo suggerisce – sotto il pastorale di un capogita più collaudato.

Persino una brigata Brancaleone, raffazzonata peggio di quella del cinema, ha inteso il cambio del vento, di quello che li ha seppelliti sotto una grandinata di NO. Siamo, a Washington dei padroni come tra i domestici, al si salvi chi può. Un redde rationem che vede Meloni porsi all’angolo del pugile in tonaca bianca e sospendere la proroga automatica del memorandum militare d’intesa con Israele che faceva l’Italia complice del genocidio. Tanta roba. Tutto merito dell’Iran.

 

Il NYT e le sue gole profonde

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lantidiplomatico

Venezuela, la lezione d'aprile

di Geraldina Colotti

Esistono momenti in cui il tempo sembra ripiegarsi su se stesso, come l’Uroboro che si morde la coda: l’aprile del 2026, in Venezuela, non è una semplice ricorrenza del golpe contro Chávez, ma l’eco di quel trauma che si trasforma in scontro presente. Ieri come oggi, l'imperialismo tenta di decapitare la speranza sequestrando il corpo fisico e politico della Rivoluzione. Se nel 2002 lo fece per interposta oligarchia, oggi lo fa calando la maschera e mostrando con arroganza il volto del predatore, colpendo direttamente il Presidente Nicolás Maduro e la deputata Cilia Flores, sua moglie.

È il passaggio dal sabotaggio chirurgico al rapimento di Stato, il tentativo estremo di recidere il legame tra il leader e la sua base. Eppure, proprio in questa escalation di tecnologie belliche mai sperimentate e di menzogne globali, emerge una lezione antica: mentre Washington tenta di gestire una "transizione" che esiste solo nei suoi laboratori di propaganda, il chavismo risponde con la scienza della ritirata strategica. Non una resa, ma il compattarsi della materia politica per proteggere la "semina nuova" di Chávez, perché nessun sequestro può durare contro una coscienza collettiva che ha già preso gusto alla libertà.

Il sequestro di Chávez nel palazzo di Miraflores era arrivato al culmine di un susseguirsi di tensioni determinatesi dopo la mostra d'indipendenza manifestata dal presidente, che non aveva sottoscritto il programma di governo confezionato da Washington per il paese.

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contropiano2

Se la tregua dovesse fallire, potrebbe esserci una “Hormuz digitale”

di * * *

Tutti giustamente concentrati sui due beni naturali più importanti del Golfo Persico (petrolio e gas), in pochi si sono occupati degli altri settori che sono andati in crisi in appena sei settimane di guerra. Certo, il mercato immobiliare e il turismo hanno ricevuto un po’ di attenzione, ma forse meno di quanto le centinaia di miliardi investiti tra Dubai e le altre capitali locali – oggi praticamente azzerati come valore di scambio – avrebbero meritato.

Silenzio assoluto, invece, causa ignoranza (anche nostra, non abbiamo difficoltà ad ammetterlo) sulle infrastrutture digitali che senza dare nell’occhio erano cresciute in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Anche queste sono ricchezza, potenzialità, potere vero e proprio, disponibilità al dual use (civile e militare insieme), anche grazie all’interconnessione con il resto delle analoghe infrastrutture occidentali.

Una serie di legami a rete che rende totalmente irrazionale e materialmente impossibile il sogno statunitense di America first. Se tutto si tiene ormai da decenni, sbrogliare la matassa può creare solo danni. Soprattutto per chi quella matassa l’ha abbondantemente filata. Ossia gli Stati Uniti.

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antoniomazzeo

Conflitto USA-Iran. L’Italia è in guerra

di Antonio Mazzeo

“Il nostro paese non prende parte e non intende prendere parte al conflitto in Iran”. Così ha assicurato la premier Giorgia Meloni intervenendo in Parlamento l’11 marzo scorso. Due giorni dopo è giunto il sigillo del Consiglio Supremo di Difesa presieduto da Sergio Mattarella. “L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il Presidente del Consiglio”, si legge nel comunicato finale. “Il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici e alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico (…) Eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.

Le basi USA e NATO in Italia solo per l’addestramento e il supporto tecnico-logistico delle forze armate di Washington che con Israele hanno aggredito l’Iran in palese violazione del diritto internazionale? No, assolutamente no, con buona pace del Capo dello Stato e del governo. Il belpaese è in prima linea e non solo per le centinaia di militari italiani presenti in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Libano, Gibuti, Somalia e nelle acque del Mar Rosso. In prima linea e belligerante, con un contributo strategico innanzitutto per le operazioni di intelligence e individuazione degli obiettivi dei velivoli con e senza pilota statunitensi.

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nicomaccentelli

Alcune considerazioni sulla politica italiana (ed europea)

di Nico Maccentelli

Il festival “Il tempo dei nostri eroi” che si sta tenendo a Bologna in questi due giorni, caratterizzato dalla documentaristica russa e promosso da forze politiche sotto traccia e la stessa RT, ci deve riportare ad alcune considerazioni.

Ovviamente l’iniziativa non poteva restare inosservata. E i soliti dem fascisti e frattaglie varie del liberalismo di sinistra si sono adoprate per far intervenire le autorità di polizia appellandosi alla famigerata legge europea che vieta la trasmissione di contenuti russi nei paesi dell’UE. Scalfarotto di Italia Viva ha segnalato il caso presso il Governo, sollecitando un intervento in merito da parte dele autorità.

Pina Picierno, vicepresidente del parlamento Europeo, che interviene tutte le volte su iniziative del genere, ha definito questo festival come: “… peggior propaganda putiniana”, dichiarando che “È necessaria una reazione delle istituzioni europee e italiane”.

Non v’è dubbio che le forze liberal europeiste, PD, Italia Viva, Azione di Clenda, radicali, + Europa, quasi tutte in quota al campo largo, si siano trasformate (loro sì) in propagandisti dell’intervento bellico in Ucraina e in censori di qualsiasi posizione politica che tematizzi quella guerra in corso.

Lo abbiamo visto in tante circostanze, con sale negate all’ultimo momento, spazi chiusi come Villa paradiso a Bologna a opera della junta che definire poliziesca per la repressione sui comitati cittadini come alle Besta e al Pilastro è un dato di fatto.