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ilpungolorosso

Hamas rifiuta di disarmare finché continua l’occupazione sionista, e chiama alla resistenza in Cisgiordania

di Il Pungolo Rosso

Un primo, importante alt all’attuazione della “fase due” del famigerato “piano Trump” su Gaza, la cui natura colonialista e schiavista abbiamo più volte rimarcato, è arrivato in questi giorni da Hamas.

Da Hamas erano giunte notizie di altro segno, come la decisione di sciogliere tutte le strutture di governo di Gaza con il passaggio delle loro competenze e dei loro poteri al Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza diretto dall’ex vice-ministro dell’ANP Ali Shaath, nominato da Trump stesso.

Gli storici sostenitori italiani dell’ANP hanno vissuto questa decisione come un trionfo del loro “realismo” e dei loro beniamini dell’ANP. Replicando ad una loro sfida (“ora che anche Hamas e Jihad islamica accettano di entrare nella ‘fase due’, cosa avete da dire?”), abbiamo preso in considerazione l’ipotesi che Hamas, la Jihad islamica e le altre organizzazioni attive della Resistenza palestinese si siano incamminate sulla strada percorsa nei decenni scorsi da al-Fatah. Sostenendo che se davvero così fosse per effetto di una guerra “terribilmente asimmetrica”, sarebbero “le ultime da biasimare”. Perché “in ogni caso la resistenza opposta dall’intero popolo palestinese e da loro all’aggressione genocidaria dei sionisti, con le armi e con ogni altro mezzo, resterà scritta a caratteri indelebili nella storia universale della liberazione dei popoli dal colonialismo. I loro protagonisti e martiri, militanti e capi, sono da onorare anche da parte di chi, come noi, non condivide la loro ideologia e la loro strategia”.

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Mal d’Europa

di Antonio Cantaro

Anticipiamo l’intervento di Antonio Cantaro al seminario del prossimo 20 febbraio che si terrà presso il Senato della Repubblica (Sala ISMA, Piazza Capranica n. 72, ore 17,30) e in cui verrà discusso il volume curato da Enzo Di Salvatore “L’Europa in transizione. Gli Stati membri, le sfide della globalizzazione e la crisi dell’ordine internazionale” (Giuffrè, 2025).

Il titolo del volume che discutiamo oggi pomeriggio ha un titolo – L’Europa in transizione -politicamente e accademicamente corretto. Cioè, noioso e respingente per i comuni mortali. Ma sin dalla densa introduzione di Enzo Di Salvatore si capisce che si tratta, al contrario, di un libro mosso, tormentato, pieno di contributi inquieti. L’Europa in transizione di cui parlano i saggi che compongono il volume è chiaramente una Europa e un Occidente che hanno da tempo oltrepassato la soglia della transizione e navigano nelle acque del male. La martoriata Ucraina, l’etnocidio dei gazawi e, in queste settimane, l’orrore di un sistema, il sistema Epstein, che sarebbe un errore pensare destinato soltanto a sfiorare le classi dirigenti del Vecchio continente. Il male, il male assoluto, c’è e questo non è il tempo delle “anime belle”. È – deve essere – il tempo del politicamente e accademicamente scorretto, il tempo del coraggio, se non vogliamo ipocritamente consolarci con la cattiva retorica della responsabilità verso le generazioni future. Abbiamo il gramsciano dovere etico-politico di essere controcorrente: urticanti dice il filosofo. E urticante è Luigi Ferrajoli quando parla senza mezzi termini di “disfatta dell’Unione europea” e della necessità di una sua “rifondazione”.

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coniarerivolta

La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività

di coniarerivolta

Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.

È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.

L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato.”

L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, e aveva già raccolto la nostra attenzione critica.

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comidad

I nessi tra finanza, servizi segreti e regine change

di comidad

La narrativa mainstream è all’insegna della miliardariolatria e della miliardariomachia; cioè oggi i miliardari sarebbero i nuovi leader che hanno trionfato nella selezione darwiniana, coloro in grado di rappresentare le grandi concezioni politiche, e sarebbe appunto l’epica lotta tra i miliardari a determinare l’affermazione o l’arretramento di quelle concezioni politiche. In questa narrazione mitologica Trump e Soros rappresenterebbero rispettivamente il nazionalismo e il globalismo, e quindi i due miliardari sarebbero agli antipodi e reciprocamente ostili. A supporto di questa pretesa contrapposizione si rileva ogni tanto qualche volata di stracci, come la questione delle centinaia di milioni di dollari che il dipartimento di Stato, tramite la sua agenzia USAID, ha versato alla Open Society Foundation di Soros. Niente di strano, dato che, ad onta delle panzane darwiniste, quasi tutti i capitalisti privati operano con denaro pubblico; si chiama assistenzialismo per ricchi. Sta di fatto che queste presunte denunce da parte trumpiana sono di più di un anno fa, e non hanno comportato conseguenze reali. Tra l’altro oggi risulta chiusa l’USAID, ma le sue operazioni sono passate direttamente al dipartimento di Stato.

Molto più decisivo è invece il fatto che Trump abbia nominato come segretario al dipartimento del Tesoro un ex collaboratore di George Soros. Si tratta ovviamente di un altro miliardario, Scott Bessent, che risulta anche tra i principali “donors” di Trump; cioè Bessent ha finanziato Trump sia in modo diretto, sia raccogliendo fondi a suo favore.

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giubberosse

Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi

di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com

Netanyahu e i suoi sostenitori vedono la strategia egemonica israeliana in fase di “esplosione”: lo Stato sta cadendo in una crisi interna e lui, come Trump, si sta disperando. Ha bisogno che Trump non si limiti a bombardare l’Iran, ma che lo elimini completamente dal tavolo strategico con una campagna di bombardamenti, al fine di mantenere la spinta dietro il progetto di dominio del Grande Israele.

A tal fine, Netanyahu ha elaborato una trappola per Trump sull’Iran, che consiste nell’invertire la priorità della questione nucleare, sostituendola con quella dei missili iraniani, che ora rappresentano la minaccia primordiale ed esistenziale per Israele. Questo è stato il messaggio che Netanyahu ha trasmesso a Trump a Mar-a-Lago il 28 dicembre 2025.

La stampa israeliana sostiene con fermezza che Trump, durante il vertice di Mar-a-Lago, abbia dato il “via libera” a un attacco contro l’Iran condotto dagli Stati Uniti. Questa è la versione di Israele, ma non è stata confermata da fonti statunitensi.

Il vertice del dicembre 2025 ha portato gli Stati Uniti a tentare di imporre all’Iran l’ennesimo inganno, al fine di fornire una falsa giustificazione per un pesante attacco aereo e missilistico contro l’Iran. Falsa, poiché gli Stati Uniti sanno fin dai colloqui del 2010 guidati dall’allora negoziatore iraniano Saeed Jalili che l’Iran insiste sul fatto che la sua difesa missilistica non è negoziabile (come ci si aspetterebbe da qualsiasi nazione sovrana).

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Istituzionalizzazione dello spreco

di Leo Essen

Nel 1957 il mensile giapponese Sekai pubblica un articolo di Shigeto Tsuru. Si tratta di una delle prime riflessioni dell’ecologismo moderno, fondata su solide basi economiche. Nel 1959 il testo di Tsuru viene commentato da autorevoli economisti. Tra questi spicca, per lungimiranza, il contributo di Baran, mentre risultano di una rigidità inspiegabile quelli di Dobb e di C. Bettelheim. Di fronte alla disgregazione del sistema dei prezzi, essi sostengono che, tutto sommato, non stia accadendo nulla di rilevante, che tutto proceda come prima, che il capitalismo sia più forte che mai e che, per abbatterlo, servano persone determinate come loro.

Nel 1946 il Congresso degli Stati Uniti approva l’Employment Act e, nello stesso anno, il presidente Truman, nel discorso sullo Stato della Nazione, afferma che il governo ha la responsabilità di basare il proprio programma generale sul conseguimento della piena produzione e del pieno impiego.

Ogni società che sia progredita nella produttività generale oltre lo stadio del semplice soddisfacimento delle necessità elementari dei suoi membri possiede la potenzialità di produrre un surplus. Questo è l’aspetto tecnico del surplus. Vi è poi un aspetto istituzionale. Nella società feudale, per esempio, è la classe dominante dei feudatari ad appropriarsi del surplus e a disporne in modo caratteristico. Nel capitalismo il surplus assume la forma di profitto, percepito dalla classe capitalista, che ne dispone anch’essa in maniera peculiare al sistema. La sua qualità essenziale è quella di espandersi continuamente.

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Il buco nero dell’Occidente: il post-uomo che emerge dal caso Epstein

di Alex Marsaglia

Nel cuore della notte, come ha scritto Martin Heidegger, gli uomini dimenticano totalmente cosa sia la luce. Precipitano allora nella società del consumismo, del comfort, diventano gli ultimi uomini raffigurati da Nietzsche in Così parlò Zarathustra . Il culmine della notte coincide con l’oblio totale dell’Essere, della luce[1].

Mentre nel giorno del Li Chun del 2026 le relazioni sino-russe si approfondiscono sempre di più, al fine di rivitalizzare il Nuovo Ordine Mondiale multipolare nascente, portando luce, l’Occidente precipita nell’oblio più totale con la desecretazione dei file Epstein.

Dai 3 milioni di file sta emergendo una vera e propria fiera dell’orrore morale da cui l’Occidente faticherà a salvarsi, nonostante stia tentando con tutte le sue forze di occultare, manipolare e sminuire. La vicenda dei file è sinora significativa, perché ci mostra anche la parabola discendente di Donald Trump. Il Presidente americano neoeletto si era impegnato politicamente nella desecretazione dei file, poiché evidentemente mostravano le implicazioni del mondo democratico e del celebre Deep State in un abisso morale di cui non si intravede il fondo.

Ora a un anno di distanza pare però che in quelle vicende sia coinvolto anche lui che, come ha dichiarato a suo discapito, “come unico limite ha la sua morale, la sua mente”.

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giubberosse

La proposta di pace globale dell'Iran agli Stati Uniti

di Jeffrey Sachs, scheerpost.com

La storia a volte presenta momenti in cui la verità su un conflitto viene espressa in modo così chiaro da diventare impossibile da ignorare. Il discorso del Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi del 7 febbraio a Doha, in Qatar (trascrizione qui) dovrebbe rivelarsi uno di questi momenti. Le sue importanti e costruttive osservazioni hanno risposto alla richiesta degli Stati Uniti di negoziati globali e ha presentato una solida proposta per la pace in tutto il Medio Oriente.

La scorsa settimana, il Segretario di Stato americano  Marco Rubio ha chiesto negoziati globali: “Se gli iraniani vogliono incontrarci, siamo pronti”. Ha proposto che i colloqui includessero la questione nucleare, le capacità militari dell’Iran e il suo sostegno ai gruppi per procura nella regione. A prima vista, questa sembra una proposta seria e costruttiva. Le crisi di sicurezza in Medio Oriente sono interconnesse e una diplomazia che isola le questioni nucleari dalle più ampie dinamiche regionali difficilmente durerà.

Il 7 febbraio, il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha risposto alla proposta degli Stati Uniti per una pace globale. Nel suo discorso all’Al Jazeera Forum, il Ministro degli Esteri ha affrontato la causa principale dell’instabilità regionale: “La Palestina… è la questione fondamentale della giustizia nell’Asia occidentale e oltre”, e ha proposto una via da seguire.

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fuoricollana

Libia, Italia e due morti eccellenti

di Stefano Bellucci

L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi segna il continuo fallimento strategico italiano in Libia. Aver contribuito alla caduta del regime nel 2011 senza un piano e ora assistere all’eliminazione dell’ultimo potenziale interlocutore unitario, ha lasciato l’Italia in balia del caos a cui essa stessa ha contribuito

Il rapporto coloniale con Libia poneva l’Italia in una posizione centrale nella questione mediterranea. Se da un lato il colonialismo italiano è stato segnato da violenze umanitarie indicibili; dall’altro lato il rapporto post-coloniale italo-libico ha visto entrambi i paesi usare pragmatismo e opportunismo a fini di reciproca convenienza. Ora due morti eccellenti segnano la storia di questo rapporto ambiguo ma fruttifero per entrambe le compagini.

 

Il peso della storia

La prima morte, quella del colonnello Muammar Gheddafi, simboleggia la fine del rapporto post-coloniale che dai tempi della DC, del PSI e anche del PCI aveva visto tessere una trama strategica che la nuova classe politica italiana, inclusi gli ex-missini, senza storia e cultura politica, non ha saputo o potuto proseguire. La seconda è quella del figlio Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta qualche giorno fa, che estingue la possibilità per l’Italia di avere un interlocutore libico unitario a garanzia dei propri interessi nazionali.

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Le olimpiadi al via: una interminabile serata da voltastomaco

di Il Pungolo Rosso

Perché parlare della “cerimonia di inaugurazione” dei giochi olimpici “Milano-Cortina? Avremmo volentieri impegnato il nostro tempo in cose più divertenti. Ma lo spettacolo era in mondovisione con (pare) oltre un miliardo di spettatori, ed è utile capire come l’ultra destra, con il contorno dei falsi oppositori, diffonde il suo messaggio, come si manifesta il degrado generale a livello non solo politico, militare ed economico, ma anche culturale.

La seconda ragione è che tutta sta bella roba, alla fine, la pagheranno i lavoratori, perché l’accordo con la fondazione Milano-Cortina, un ente privato, prevede che i soldi spesi in eccedenza al miliardo e mezzo pattuito, li pagherà lo stato, cioè noi! Senza contare le migliaia di “volontari”, significativo esempio di lavoro gratuito, indispensabili alla realizzazione dell’evento, ormai una costante (la vicenda Expo 2015 insegna).

La terza ragione è che il fascino dello “sport” è diffuso anche nelle fila dei militanti, che conservano in cuor loro l’affezione del tutto sentimentale per questa o quella squadra di calcio o campione sportivo, o che gioiscono all’inclusione delle squadre di calcio femminili, e tutto ciò non incoraggia la critica a tutto tondo di quello che è lo sport oggi in Italia e nel mondo – Orwell lo definì giustamente “un modo di farsi la guerra senza sparare”.

Ecco perché ci siamo sciroppati oltre quattro ore dello spettacolo.

E’ stata dura. A cominciare dall’apertura.

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lantidiplomatico

Il "gigante dai piedi di argilla" è una narrazione, non un fatto

di Mario Pietri

Continuo a leggere analisi che descrivono la Russia come un sistema ormai senza ossigeno, un’economia di guerra arrivata al capolinea, costretta a divorare il proprio futuro per sopravvivere al presente, ma quando si entra davvero nel merito dei dati e dei meccanismi reali – non degli slogan – questa rappresentazione si sfilaccia rapidamente e rivela una funzione più propagandistica che analitica.

Si cita, come prova definitiva, il calo delle entrate fiscali da petrolio e gas di gennaio 2026, scese a circa 393 miliardi di rubli, quasi la metà rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2020, ma si omette che un dato di gettito mensile riflette soprattutto prezzi più bassi, sconti più elevati e un rublo più forte, non la scomparsa delle vendite; e infatti, mentre si parla di “ossigeno finito”, i flussi energetici continuano a muoversi: a gennaio 2026 il gas russo verso l’Europa tramite TurkStream è aumentato di circa il 10% su base annua, e nello stesso mese le esportazioni di LNG russo sono cresciute del 7,7% rispetto a dicembre, con oltre 1,69 milioni di tonnellate provenienti da Yamal dirette in Europa, pari a più del 90% dell’export di quel progetto, e in aumento di circa 8% rispetto a gennaio 2025.

Anche sul fronte petrolifero e dei prodotti raffinati la narrativa del “crollo” regge poco, perché le esportazioni continuano verso Asia e mercati intermedi, con Cina, India e Turchia tra i principali sbocchi, a dimostrazione che il tema non è l’assenza di flussi ma la riconfigurazione delle rotte, con margini ridotti ma volumi che non scompaiono; confondere deliberatamente prezzo e volume serve solo a costruire l’immagine di un collasso imminente che viene annunciato da tre anni e puntualmente rimandato al trimestre successivo.

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Olimpiadi del doppio standard: repressione, propaganda e la svolta autoritaria nella crisi dell’egemonia occidentale

di Mario Pietri

L’inizio delle Olimpiadi, rituale spettacolare con cui l’Occidente tenta ciclicamente di autorappresentarsi come spazio universale di pace, competizione leale e neutralità dei valori, si è aperto sotto il segno della contestazione diffusa, della frattura politica e di una tensione che non può più essere archiviata come rumore di fondo o devianza marginale, perché riguarda ormai direttamente la tenuta simbolica dell’egemonia occidentale e la sua capacità di produrre consenso anziché semplice obbedienza.

Le proteste contro il vicepresidente statunitense J.D. Vance, le contestazioni rivolte alla delegazione israeliana durante la cerimonia di apertura e gli scontri avvenuti nel corso della manifestazione contro i Giochi non sono episodi scollegati né espressioni di una generica “radicalità”, ma rappresentano la manifestazione concreta di un conflitto politico profondo, alimentato da anni di doppi standard, di morale selettiva e di una narrazione dei valori ridotta a strumento di dominio imperiale.

Lo sport, lungi dall’essere neutrale, diventa così uno dei dispositivi ideologici più raffinati del nostro tempo: gli atleti russi vengono esclusi dalle competizioni internazionali in quanto russi, in una logica apertamente collettiva e punitiva che smentisce ogni pretesa di apoliticità; al contrario, agli atleti israeliani viene garantita piena legittimità e partecipazione, mentre a Gaza è in corso un genocidio, una devastazione sistematica di civili che, se attribuita a un Paese non allineato, sarebbe già stata elevata a paradigma del male assoluto.

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lantidiplomatico

“Con un tipo come Trump non c’è spazio per l’ammorbidimento”

Geraldina Colotti intervista Juan Carlos Monedero

Juan Carlos Monedero non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta la politica radicale tra le due sponde dell'Atlantico. Politologo, agitatore di coscienze e architetto del pensiero post-neoliberista, Monedero ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente di Hugo Chávez. La sua visione è un ponte prezioso: possiede la sensibilità per comprendere i ritmi del Sud Globale e gli strumenti analitici per smascherare le ipocrisie delle democrazie europee. In questa conversazione, analizziamo la tempesta scatenata dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores del 3 gennaio e la resistenza di un Venezuela che continua a essere, per l'Europa, lo specchio deformante dei propri fallimenti.

* * * *

Juan Carlos, lei conosce bene la malattia dell'eurocentrismo. Perché una parte della sinistra europea, che un tempo applaudiva Chávez, oggi sembra incapace di difendere il presidente Maduro e la sovranità venezuelana di fronte al banditismo di Washington? Ritiene che sia un problema di codardia politica o di una profonda colonizzazione del pensiero?

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contropiano2

Il governo è “nervoso”. La rendita di posizione si va esaurendo

di Sergio Cararo

Il video degli scontri di Milano pubblicato dalla Fox News statunitense (che tra l’altro è il network più allineato con Trump) il primo giorno delle Olimpiadi, non è proprio andato giù alla Meloni.

E allora sui social sono partiti subito gli anatemi della premier che tradiscono un bel po’ di nervosismo: “Sono i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano contro le Olimpiadi, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo. Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire”.

Le fa eco il Presidente del Senato Larussa: “Mentre il mondo rende ancora omaggio all’Italia per la bellissima cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, delinquenti e violenti provano a sabotare linee ferroviarie e scendono in piazza per creare disordini”.

Indubbiamente questa insistenza sul connubio tra manifestazioni e treni semina una certa inquietudine – e qualche interrogativo – tra chi ha vissuto la storia recente del paese.

E non poteva mancare il ministro degli Interni Piantedosi, secondo cui: “C’è chi mira al caos generalizzato”. Nell’intervista di oggi al Corriere della Sera il ministro espone il suo teorema – piuttosto banale – secondo il quale il problema sono i cattivi maestri che però “si sono fatti vedere solo come osservatori”, tra questi ci sono “gli organizzatori di iniziative pubbliche nelle quali dichiarano di voler sovvertire il sistema democratica e arrivare alla resa dei conti con lo Stato democratico”.

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sinistra

Le tre Europe in un’epoca di massimo pericolo

di Carlos X. Blanco*

Tocca agli uomini e alle donne di questa generazione rivivere ancora una volta tempi pericolosi. In realtà, l’eccezione è l’opposto: la fortunata circostanza di sperimentare, nell’arco di una sola vita, lunghi anni di relativa pace, intervallati solo da conflitti locali che non minacciano l’esistenza stessa della civiltà, o addirittura della specie.

Quella pace “fredda” e relativa, gli 80 anni di guerre localizzate e contenute, è ormai finita. Dobbiamo prepararci alla “convergenza delle catastrofi”, per usare un termine caro al defunto pensatore francese Guillaume Faye.

Le vite di questa e della prossima generazione, soprattutto in quella sfera che viene chiamata, per interesse o per pigrizia, “Occidente”, saranno sempre più rischiose, insicure e sottoposte a dure realtà. “Occidente”, in quanto tale, è un concetto destinato a scomparire; l’idea sta morendo perché la realtà che riflette sta morendo. Esiste un solo Impero statunitense… e gli altri. La debolezza stessa del concetto, da un lato, così come la trasformazione della realtà geopolitica, brutale negli ultimi mesi, dall’altro, stanno inevitabilmente portando alla sua fine.

“Occidente” era un concetto che, se non inventato, è stato certamente diffuso a fini propagandistici dall’Anglosfera. La parola stessa nasconde quella che, fino al XIX secolo, era una realtà fondamentale: la civiltà europea. Gli inglesi, dalle loro isole, si dedicarono storicamente a mantenere il continente in uno stato di guerra civile permanente, disunito e –soprattutto– separato dalla Russia, separato dall’enorme nazione, l’unica che avrebbe dato consistenza (territoriale, demografica, energetica) a un continente già dotato di una tradizione culturale comune, come l’Europa.

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Antisionismo criminalizzato, genocidio ignorato

di Riccardo D'Amico

Mentre il governo di Beirut, con la conferma dell’ONU, testimonia che Israele rilascia volontariamente diserbanti dai propri aerei sui terreni agricoli libanesi, in Italia le proposte di leggi che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo, raccolgono l’unanimità politica parlamentare.

È uno dei numerosi esempi in cui la realtà revisionista che viviamo, supera di gran lunga il grottesco. Ancora una volta, le istituzioni di palazzo e i media mainstream, tendono a distorcere la definizione di antisemitismo, trasformandola in uno strumento di censura. Il fatto appena citato non è isolato: è il sintomo di una memoria storica che viene riscritta stando a certe convenienze.

Il semitismo indica una vasta area di questioni culturali e linguistiche di determinate popolazioni: arabe, ebraiche, babilonesi e altri gruppi etnici.

Di conseguenza, il carattere antisemita, non si rivolge solo ed esclusivamente agli ebrei (in quanto tali), ma a diversi componenti che rientrano all’interno del contesto semitico. Pertanto, un individuo, o un gruppo che manifesta posizioni riconducibili all’antisemitismo, rivolge atteggiamenti razzisti e denigratori nei confronti di interi assetti sociali (antichi e contemporanei).

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L’omicidio di Saif Gheddafi: cui prodest?

di Francesco Fustaneo

In un giardino della remota area di Zintan in Libia, martedì scorso si è consumato l’ultimo atto della parabola di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio più noto del colonnello Muammar, ucciso da un commando di quattro persone. Una fine violenta che sigilla non solo la storia di un uomo, ma sembra disegnare con precisione chirurgica gli equilibri di una Libia perennemente in cerca di stabilità.

Saif, 51 anni, non ricoprì mai una carica formale di vertice sotto il regime paterno, ma dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011 fu considerato il numero due, il volto pubblico più modernizzante.

Catturato dalle milizie proprio mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale a Zintan divenne per anni l’emblema plastico della frammentazione del potere libico.

Rilasciato nel 2017 grazie a una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma strategicamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte tribale. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso e anche per questo era temuto; l’avversione per lui era poi acuita dalle intricate divisioni regionali e tribali del paese.

 

Un personaggio ingombrante per le fazioni contrapposte

“La decisione di Saif al-Islam di candidarsi alle elezioni presidenziali, previste per il 2021, era stata una delle ragioni che ne hanno causato il rinvio fino ad ora”.

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manifesto

La sola rivoluzione davvero nostra, non possiamo restare a guardare

di Luciana Castellina

Cuba. Erano gli anni ’50, si parlava di uno strano gruppo di giovani isolato e senza aiuti nella Sierra Maestra. Un paio d’anni dopo, nel 1959, fecero fuori il dittatore Batista e la sua cricca 

La grande corazzata americana, una floating power plant, come scrivono orgogliosi i giornali trumpisti, è ancorata nella baia dell’Avana già da parecchi giorni prima dell’arresto del presidente venezuelano Maduro.

È lì per bloccare tutti i convogli diretti a Cuba, innanzitutto quelli che portano petrolio. Quello che proveniva da Caracas ma poi anche da altri Stati. Arrivava regolarmente anche dal Messico, fino a che la presidente di quel paese – appena Trump ha dichiarato che chi insisterà nel fornire a Cuba il prezioso combustibile verrà punito con un consistente aumento dei dazi – ha fatto retromarcia. Il Messico, ha detto Claudia Sheinbaum, non può permettersi di affrontare questo rischio.

Quanto all’Unione europea, la signora Kallas, alto rappresentante per la politica estera, rimangiandosi rapidamente qualche debole apertura concessa qualche mese fa in occasione di una interrogazione parlamentare, si è pienamente allineata. Il problema di Cuba, si è azzardata a dichiarare in relazione al drammatico strozzamento dell’isola, «sono i diritti umani». (63 anni di strangolamento economico imposto all’isola con l’embargo, sarebbe invece un diritto umano?)

L’OCCIDENTE, come si vede, in barba ai suoi “valori” accetta disciplinato il diktat di Trump. Il quale, nel frattempo, soddisfatto per non aver trovato ostacoli al suo programma, ha mandato a dire all’Avana che lui è pronto a un accordo e che, anzi, lui «sarà molto gentile» e farà quanto necessario per rendere finalmente Cuba libera.

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andreazhok

Vizi privati, pubbliche virtù

di Andrea Zhok

Discussioni come quella recente su Chomsky e gli Epstein file mi hanno fatto riflettere su un problema profondo nelle società occidentali odierne.

Per arrivare al punto devo fare una digressione.

Partiamo da una questione antropologica e sociologica elementare. Posto che ciò che caratterizza gli esseri umani in termini di efficacia nel mondo è la capacità di cooperare, chiediamoci: come si può costruire una rete di cooperazione?

Esistono naturalmente le istituzioni formali, ma esse dipendono a loro volta da un livello motivazionale più profondo: tu puoi avere formalmente uno stato e una magistratura con delle leggi, e tuttavia questo può essere del tutto vuoto e ineffettivo se la gente non ci crede, se non sente una ragione per riconoscervisi. Il mondo è pieno di stati e istituzioni che esistono solo sulla carta, ma che di fatto coprono altri meccanismi di potere.

La domanda dunque diventa: cosa consente di costruire reti di cooperazione a livello motivazionale profondo? Nel contesto odierno credo vadano nominati due modelli.

1) Il modello tradizionale si incardina nella natura umana e ha un passato glorioso: gruppi di persone si organizzano, coordinano e cooperano sulla scorta di ideali comuni, dando agli altri e ricevendo dagli altri riconoscimento. Gli elementi affettivi fondanti di questi ordinamenti sono cose come l’amicizia, la lealtà, l’onore, la reputazione.

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lantidiplomatico

Suprematismo e retorica anti Islam e Iran

La costruzione del mostro orientale sulla stampa italiana

di Pasquale Liguori

Lo scorso 3 febbraio, i due principali quotidiani italiani hanno pubblicato editoriali sull'Islam e, in particolare, sull'Iran che, pur provenendo da prospettive diverse in apparenza, condividono una struttura argomentativa profondamente problematica. L'articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e quello di Massimo Recalcati su la Repubblica costituiscono due varianti di quello che Edward Said ha definito orientalismo: una modalità di rappresentazione dell'altro che funziona come negativo speculare necessario all'autorappresentazione occidentale. Non si tratta semplicemente di analisi sbagliate o incomplete, ma di un costrutto ideologico che istituisce l'alterità radicale come conditio sine qua non per l'affermazione della propria superiorità civilizzatrice.

Entrambi gli autori operano attraverso una strategia di riduzionismo che schiaccia l'Islam politico e l’Iran su una dimensione immutabile e monolitica. Galli della Loggia si chiede se nell'Islam esista libertà, trasformando una religione praticata da oltre un miliardo e ottocento milioni di persone in un'entità omogenea, impermeabile alla storia e alle sue interne contraddizioni. Recalcati, da parte sua, descrive il governo iraniano come “un'ideologia della morte”, costruendo una dicotomia assoluta tra la vita (l'Occidente democratico) e la morte (il dispotismo orientale).

Tale operazione, ovviamente, non è neutra. Ciò che entrambi gli articoli sistematicamente omettono è la dimensione storica e politica delle dinamiche che descrivono.

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Tre controriforme e un solo obiettivo: rafforzare l’esecutivo indebolendo gli altri poteri

di Pier Paolo Caserta

Dal referendum Renzi al taglio del Parlamento fino alla riforma della magistratura, tre interventi diversi ma con un filo comune: indebolire l’equilibrio dei poteri a vantaggio dell’Esecutivo. Sullo sfondo, il ruolo delle Big Tech e il caso Meta-Barbero.

* * * *

Le tre controriforme

Le ultime de-forme costituzionali, o i tentativi di attuarle, hanno tutte avuto un comune umore di fondo e un comune intento politico generale. Le de-forme in questione sono quella renziana del 2016, rimasto un tentativo non andato a buon fine; il taglio del Parlamento, andato invece a buon fine; e, da ultimo, il tentativo in atto di indebolire il Consiglio Superiore della Magistratura.

La cornice all’interno della quale si muovono queste controriforme, o tentativi di attuarle, è per molti versi la stessa e identico è l’obiettivo politico di fondo: l’alterazione dell’equilibrio dei poteri a favore dell’Esecutivo. Tutte vanno valutate alla luce della loro capacità di proiezione verso questo obiettivo. Costituiscono altrettanti passi verso la sua realizzazione.

Ovviamente nessuno si presenterà ai cittadini dicendo che intende compromettere l’equilibrio tra i poteri e rafforzare in misura abnorme l’Esecutivo.

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Comunicazione strategica e guerra cognitiva

di Andrea Balloni

 

Comunicazione e guerra

Difficile poter intuire con immediatezza come due parole così distanti, solitamente relative ad ambiti semantici quasi opposti, possano talvolta unirsi concettualmente; e interessante è comprendere invece come il pensiero e l’esperienza umana riescano a rendere semplice, quasi normale, la loro convivenza nella descrizione di un metodo di controllo sociale e politico, dove tutto si riduce alla comunicazione, perfino la guerra.

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, sulla scia degli studi sulla psicologia umana e la pubblicazione di importanti lavori sulla propaganda e la manipolazione delle folle, si sviluppano ricerche sulle tecniche di comunicazione strategica che hanno indotto l’utilizzo dell’informazione e di operazioni psicologiche (Psyops, per gli anglofoni) nell’ambito delle strategie militari.

Tali studi non furono certamente di pertinenza esclusiva dell’Occidente, ma con certezza il Fuhrer del Terzo Reich, il suo ministro della Propaganda Goebbels e Churchill affidavano gran parte della loro strategia di guerra alla propaganda e alla manipolazione del pensiero, mentre lo stesso Mussolini intratteneva addirittura rapporti epistolari con Gustave Le Bon e teneva il suo saggio “Psicologia delle folle”1 sul comodino, accanto al letto.

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sollevazione

Azzoppare l'anatra

di Leonardo Mazzei

Primo obiettivo, colpire il governo della guerra, della repressione, dei bassi salari, dell’austerità, del sostegno a Israele

I pacchetti sicurezza del governo Meloni sono come quelli dell’Ue per le sanzioni alla Russia, ed entrambi assomigliano molto ai rotoloni Regina: non finiscono mai.

Lasciando perdere la pur rispettabile carta igienica, cosa accomuna la compulsività securitaria a quella russofobica? La domanda può apparire peregrina, ma non lo è. Queste due ossessioni dei tempi nostri hanno infatti in comune gli stessi soggetti e un’identica origine. I dominanti dell’Occidente collettivo non sanno come venir fuori dalla crisi del modello neoliberista, non hanno più nulla di buono da offrire ai propri popoli. Da qui la postura guerrafondaia all’esterno e la torsione autoritaria all’interno.

Certo, non tutti i paesi sono uguali e ancor meno lo sono i mutevoli governi. Ma, fatte le debite differenze, a nessuno può sfuggire la tendenza di fondo verso un autoritarismo sempre più dispiegato che va dagli Usa all’Italia, dalla Gran Bretagna alla Germania, solo per citare alcuni casi. Un autoritarismo che ha uno scopo ben preciso: impedire che i popoli possano avere voce in capitolo nell’attuale fase di crisi politica del modello occidentale, fare in modo che i nuovi equilibri vengano giocati (magari anche duramente) solo tra i dominanti. I dominati, viceversa, devono essere passivizzati, meglio ancora annichiliti.

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marxismoggi

Venezuela bolivariano, petrolio e propaganda di guerra

di Gianmarco Pisa

“Stiamo aprendo le porte - ha osservato la presidente incaricata, Delcy Rodriguez - a un’alleanza strategica per aumentare la produzione, garantendo che ogni goccia di petrolio che aggiungiamo si traduca in maggiori investimenti sociali e maggiore stabilità economica per il Paese”. Né privatizzazione né, tantomeno, “tradimento” dunque; e la stessa pretesa statunitense, di “appropriarsi del petrolio” del Venezuela, è stata respinta.

La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non pochi commenti e reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una nuova ondata di guerra mediatica e di propaganda ostile, da parte di settori legati all’imperialismo occidentale, ma anche disinformazione e mistificazione, spesso condite di retorica ideologica e frasi scarlatte. Il contesto della riforma è noto: la resistenza all’aggressione, la continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano; la mobilitazione delle forze politiche e sociali bolivariane e socialiste; la resistenza, a difesa delle istituzioni politiche e delle conquiste sociali della Rivoluzione bolivariana, nel contesto dell’aggressione, della pressione militare e della campagna ostile posta in essere dagli Stati Uniti, che hanno portato, come si ricorderà, il 3 gennaio scorso, al sequestro manu militari di un presidente legittimo, in carica, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, e della prima combattente, la giurista e deputata Cilia Flores. Respinti l’assalto e il tentativo di colpo di stato, Delcy Rodriguez, già vicepresidente esecutiva con Maduro, svolge ora la funzione di presidente incaricata del Venezuela bolivariano.

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Crisi del liberalismo. L’Italia verso un ritorno degli anni di piombo?

Federico Dal Cortivo intervista Andrea Zhok

Il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok, filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Oggetto dell’intervista la crisi della società in cui viviamo.

* * * *

Una crisi profonda: culturale ma anche materiale

Prof. Zhok, siamo in un periodo di grandi cambiamenti a livello internazionale, dove la geopolitica la fa da padrona e molte carte vengono rimescolate. Ma la cosa che salta all’occhio è la profonda crisi che avvolge il sistema liberista, che sembrava destinato a governare il mondo per i secoli a venire e su cui l’Occidente aveva poggiato le sua fondamenta. Ora dagli Stati Uniti all’Europa questo modello sembra scricchiolare, vorrei un suo parere al riguardo.

«Si tratta di una crisi molto profonda perché insieme culturale e materiale. Sul piano culturale la modernità liberale presenta da sempre elementi di fragilità, in quanto ha promosso un processo di secolarizzazione senza riuscire a costruire un’etica normativa condivisa che rimpiazzasse la precedente etica di matrice religiosa. Al posto di un’etica normativa condivisa ha pensato bastasse un appello ai diritti individuali e ai piaceri del consumo, ma queste istanze non forniscono alcuna base effettiva per fondare un’etica pubblica».

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lafionda

Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra

di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera

La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli1, scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi e paesi asiatici, disposti anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale. In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.

 

Riarmo e speculazione

Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita.

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linterferenza

Epstein

di Alessandro Visalli

La vicenda della pubblicazione, molto parziale a quanto sembra, dell’archivio di Epstein (e dei suoi complici e forse mandanti) illumina, al di là della pur orrenda cronaca nera, qualcosa di profondo sulla natura del potere in Occidente. O del potere attraverso il denaro senza freni. O, ancora, del potere come complicità di gruppo, di ricattabilità – forse paradossalmente -. Perché, mi chiedo, come è possibile – che metodo c’è – nel fatto che persone potenti abbiano partecipato a riti espressamente illegali e chiaramente degradanti, orrendamente degradanti, “in piena aria”. Ovvero all’aperto, gli uni davanti agli altri. Quale profondità antropologicamente densa, quale abisso “costituente”, mostra questo esporsi? Perché, in ultima analisi, esporsi?

1- Abbiamo, qui da noi proprio nella radice del razionalismo occidentale, o del suo nichilismo, una tradizione – da Sade a Bataille ai “Helfire Clubs” inglesi del settecento, o le comunità aristocratiche libertine – che lega il potere alla trasgressione “visibile”. Un Panoptico delle élite. L’idea che nel violare la morale e la legge davanti a tutti riposa la sovranità. Una sovranità condivisa che esibisce. Una esibizione costitutiva. Un atto performativo, che crea.Troviamo, qui, un ‘rito’ fatto di trasgressione condivisa. Dunque un rito sacrificale, che cementa, separa dall’umanità. Una secessione.Noi sapevamo che le élite erano separate, si erano separate (tanta letteratura sociologica ce lo aveva detto), ma così. Tanto così. Non era visibile.

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piccolenote

Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa

di Davide Malacaria

Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.

Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.

In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.

Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.

Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.

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quodlibet

Bilinguismo e pensiero

di Giorgio Agamben

Noi viviamo nella nostra lingua come dei ciechi che
camminano sull’orlo di un abisso… la lingua è gravida
di catastrofi e verrà il giorno in cui essa si rivolterà
contro coloro che la parlano.
G. Scholem

Tutti i popoli della terra stanno oggi sospesi sull’abisso della loro lingua. Alcuni stanno sprofondando, altri sono già quasi sommersi e, credendo di usare la lingua, ne sono invece senza accorgersene usati. Così gli ebrei, che hanno trasformato la loro lingua sacra in una lingua strumentale d’uso, sono come larve negli inferi che devono bere il sangue per poter parlare. Finché era confinata nella sfera separata del culto, essa forniva loro un luogo sottratto alla logica delle necessità economiche, tecniche e politiche, con le quali si misuravano nelle lingue che prendevano in prestito dai popoli presso i quali vivevano. Anche ai cristiani il latino ha offerto a lungo uno spazio in cui la parola non era soltanto uno strumento di informazione e di comunicazione, in cui si poteva pregare e non scambiarsi messaggi. Il bilinguismo poteva anche essere interno alla lingua, come nella Grecia classica, in cui la lingua di Omero – la lingua della poesia – trasmetteva un patrimonio etico che poteva in qualche modo orientare i comportamenti di coloro che parlavano ogni giorno dialetti diversi e mutevoli.
Il fatto è che il nostro modo di pensare è più o meno inconsapevolmente determinato dalla struttura del linguaggio in cui crediamo di esprimerlo.

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sinistra

Borghesia manipolatrice

di Silvia Borgese

Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.