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aldous

Un'arte iniqua

di Alberto Giovanni Biuso

Un libro potente, originale e spudorato. Così viene definito L’arte del capitale dal suo prefatore Davide Miccione (Giuseppe Sapienza, L’arte del capitale, Algra Editore 2020). Vero. Ed è anche un libro esatto, visionario e rigoroso.

Rigoroso nel metodo che non sta in qualcosa di separato dai suoi contenuti, metodo che consiste in una esatta visione della storia umana, dei suoi secoli-tempo, dei suoi luoghi-spazio: «Il metodo è misurare le cose dell’uomo in secoli […] / Imparare da Proust l’arte dell’universale e del particolare, / da Balzac a vedere la bestia umana […] / dai greci e dai cinesi che bisogna scrivere come se / fosse una volta per tutte […] / dalla sofferenza capire che la scrittura è un mondo / migliore di quello reale» (p. 19).

Come si vede da questa prima citazione, molto originale è anche lo stile. Si tratta infatti di frasi composte al modo di versi, nelle quali parole, metafore e informazioni acquisiscono l’evidenza di un poema tragico. L’arte del capitale diventa il canto del capitale che celebra se stesso, i propri crimini, la propria gloria e soprattutto la propria necessità.

Il libro descrive le forme di tale arte in modo sintetico, molteplice e, appunto, esatto. Modo che diventa visionario poiché queste pagine parlano non soltanto dei caratteri costanti del capitalismo e di alcuni degli eventi che li inverano ma anche di altri che sono accaduti dopo la pubblicazione del libro. Proviamo a formulare un sintetico e certamente non esaustivo elenco.

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piccolenote

La minacciosa lettera aperta di Zelensky a Putin 

di Davide Malacaria

Della lettera, riportiamo solo la minaccia conclusiva: “….dovrete anche lottare molto di più per la vostra esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell'Ucraina. Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti. Possiamo lavorare su questo tipo di stanchezza"

La lettera aperta di Zelensky a Putin, spacciata come un tentativo di avviare un negoziato, è tutt’altro. Non un’apertura diplomatica, ma una sequela di vanterie, sfide, insulti, intimidazioni, bugie invero inspiegabile.

Non si comprende, infatti, a che scopo una tale missiva, che dice a Putin di prendere atto che la situazione della Russia è disastrosa sotto tutti i punti di vista, che gli accordi di Anchorage sono sepolti, e con essi Trump, e che lui stesso è finito o quasi e che deve affrettarsi ad accettare un negoziato alle condizioni di Kiev.

Queste le condizioni: un incontro tra i due presidenti in un Paese neutrale previo cessate il fuoco sulla linea del fronte con scambio di prigionieri nella formula “tutti per tutti”; un summit al quale deve partecipare una delegazione della Ue, perché ha “realmente la capacità di influenzare la situazione”, e degli Stati Uniti, di fatto solo comprimari inevitabili.

Non fa altro che ribadire le proposte pregresse di Zelensky: incontro tra presidenti senza previo negoziato diplomatico, il cessate il fuoco lungo la linea del fronte, l’irrinunciabile ruolo della Ue nelle trattative.

Proposte che la Russia ha respinto al mittente più volte dichiarando che non può accettare una tregua che serva solo a Kiev per riorganizzarsi e che l’incontro tra i leader può aver luogo solo per firmare un accordo maturato in un negoziato.

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Popolo, democrazia e alcuni fraintendimenti

di Andrea Zhok

Il problema posto dalla democrazia è il problema dell’esistenza e funzionalità di un popolo (demos). Affermare che “la sovranità appartiene al popolo” è un passo indispensabile ma insufficiente.

La sinistra di progressisti e liberali ha creato una finzione, destituita di ogni fondamento storico e pratico, per cui possono esistere democrazie senza popoli. DI fatto queste “democrazie senza popoli” sono semplicemente la riduzione della democrazia a non-luogo totale (globale) degli scambi volontari. Questa è la “democrazia” per cui “un dollaro è un voto” e in cui la volontà dei popoli si esprime con gli atti d’acquisto sul mercato. Ovviamente qui non esiste alcuna identità collettiva e dunque non esiste nessun orizzonte politico, che richiede la possibilità di una discussione orizzontale tra tutti i decisori. Questo è il “villaggio globale” dei “cittadini del mondo”. La politica è sostituita dall’economia, la democrazia dal mercato. Che ne siano consapevoli o meno, questa è esattamente la direzione in cui si muovono tutti i vari “no border” e tutti coloro i quali pensano che una cittadinanza sia un orpello inutile o un’onoreficenza politicamente corretta.

Le democrazie hanno cominciato a esistere quando sono venuti alla luce ordinamenti politici territorialmente definiti, dove le leggi, decise da chi appartiene stabilmente al territorio, si applicano a ciò che avviene su quel territorio. (E' questa la ragione per cui esistono quelle eccezioni – l’extraterritorialità - che sono ambasciate o navi, in cui si applica, in via del tutto eccezionale, una legge definita da un popolo per un territorio distante e diverso.) 

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Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale

di Massimiliano Cappello

[È uscito in questi giorni per Quodlibet Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale di Massimiliano Cappello. Ne proponiamo la Premessa, per concessione dell’autore]

Una stanza circolare, simile alla sala di lettura del British Museum: è lì che scrittrici e scrittori di ogni lingua ed epoca si troverebbero, immuni per miracolo allo scorrere del tempo, a comporre simultaneamente i loro romanzi. Così, almeno, suggerisce un saggio di un secolo fa sull’arte del narrare.[1] Tra i libri che da questa immagine traggono una sorta di scenografia,[2] ce n’è uno in particolare dedicato alla lunga crisi apertasi in Italia (ma non solo) alla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Crisi della riproduzione sociale, dell’economia, della legittimazione delle istituzioni:[3] ma anche di una figura che, dopo la generazione degli anni Venti-Trenta, non era più stata in grado (o nelle condizioni) di legare pratiche compositive e teoria politica, attività saggistica e progetto di una società più giusta: quella dell’«intellettuale-scrittore».[4] Continuare a immaginare quella stanza – dove, esorcizzato il demone della cronologia, queste figure continuano a tessere la realtà in un disegno di senso compiuto – è forse un atto doveroso, specie in un’epoca come la presente. Eppure, è altrettanto doveroso ricordare che quella stanza è tutt’al più un riparo. La letteratura come ricomposizione della vita offesa: ecco il miglior modo per convincersi che non esistono altri modi di viverla. Questo libro, d’altronde, è dedicato all’opera poetica di un intellettuale-scrittore – e di un autore di “romanzi”, per così dire – che in quella sala di lettura non ci è mai davvero entrato. Perché non voluto? Forse. Ma sicuramente, e anzi in primo luogo, perché non lo voleva.

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Guerra fredda: quando gli intellettuali si ritrovarono al servizio della Cia 

di Frances Stonor Saunders

Le trame invisibili della propaganda psicologica statunitense nell’Europa del Dopoguerra

L’editore Fazi ripropone il celebre saggio in cui Frances Stonor Saunders svela come, alla fine della Seconda guerra mondiale, lo spionaggio Usa abbia reclutato l’intelligencija occidentale in funzione anti-sovietica. Con dovizia di particolari, la giornalista britannica mostra come riviste, concerti e mostre d’arte influenzarono l’immaginario europeo, diventando sofisticate armi di persuasione di massa. Nell’introduzione del libro, pubblicata qui di seguito, ricostruisce i meccanismi di questa sofisticata operazione di conquista delle menti.

* * * * 

Nel pieno della Guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la Cia, Central Intelligence Agency.

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lantidiplomatico

Voci di guerra da San Pietroburgo. Sulle (agghiaccianti) dichiarazioni dell'ex agente segreto Andrey Bezrukov

di Giuseppe Masala

Ieri ha avuto inizio il Forum Economico di San Pietroburgo, il più importante simposio economico del paese, nato con l'ambizione di ridare slancio all'economia russa dopo il crollo del sistema sovietico e impostosi, negli anni, come uno dei più attrattivi forum economici a livello mondiale perché porta d'ingresso all'enorme spazio economico euroasiatico. Da notare che proprio in questa edizione si è avuto il ritorno di una delegazione statunitense, dopo gli anni del boicottaggio causato dal conflitto tra Mosca e Kiev. Al contrario, latitano ancora i paesi europei che insistono nella loro ostilità ostentata nei confronti di Mosca.

Proprio nel giorno dell'inaugurazione di questa importante manifestazione, San Pietroburgo è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Molto probabilmente negli intendimenti di Kiev vi era quello di rovinare quella che - soprattutto in occidente - viene intesa come una manifestazione che ha lo scopo di glorificare Putin e il putinismo economico. Il risultato dell'attacco è stata l'esplosione di alcuni depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta del Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa, quella di Kiev, certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a lunghissima distanza dal proprio territorio: chiaramente un attacco del genere non può non aver sorvolato lo spazio aereo della NATO, sempre che – addirittura - il lungo di partenza dei droni non fosse direttamente situato in territorio NATO. Ciò sempre di più chiarisce, anche a chi si è recato a San Pietroburgo per partecipare al Forum Economico, che la Russia è in realtà in guerra con buona parte dei paesi europei.

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Perché l’Occidente fa bombardare San Pietroburgo

di Alessandro Volpi*

L’Ucraina spara droni contro San Pietroburgo nel giorno in cui proprio nell’ex città imperiale si apre il St. Petersburg International Economic Forum (SPIEF), giunto alla ventinovesima edizione.

Si tratta di un incontro, che durerà fino al 6, a cui partecipano i rappresentanti di governi e aziende di 130 paesi del mondo, con una chiara predominanza della rete dei Brics, a cominciare da Cina, rappresentata dal vice presidente Han Zheng, India e Brasile.

Un ruolo centrale avranno i paesi africani e quelli del Golfo, con la presenza degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, ospite speciale, a cui si affiancano colossi come l’Indonesia e il Vietnam. Naturalmente ci saranno quasi tutte le grandi aziende di questi paesi, sia le grandi corporation pubbliche, dall’energia, all’acciaio, all’automotive, all’IA fino alle comnmodities, sia quelle private.

Solo per fornire tre dati di riferimento è possibile ricordare che questi paesi muovono un terzo delle merci globali, il loro interscambio è superiore a un quinto del commercio internazionale e, soprattutto, controllano quasi per intero le risorse energetiche e minerarie critiche, necessarie al resto del mondo.

In particolare nei prossimi tre giorni, saranno oggetto di discussione, tra le altre, la questione delle rotte commerciali, della dedollarizzazione e dell’interazione finanziaria.

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«“Agorà”. Una proposta contro il “sistema guerra”, contro il bipolarismo politico, per un nuovo patriottismo della Costituzione»

Ezio Locatelli intervista Angelo d'Orsi

Il concetto gramsciano di “intellettuale organico” ben si confà ad Angelo d’Orsi. Noto per essere uno dei massimi studiosi a livello internazionale della figura di Antonio Gramsci, d’Orsi non si è mai tirato indietro dall’impegno civico, politico in una prospettiva critica del neoliberismo e del capitalismo. Non lo ha fatto cinque anni fa quando si è trattato di dare la disponibilità a candidarsi a sindaco nelle elezioni comunali di Torino e a fare campagna davanti alle fabbriche, agli ospedali, nei quartieri popolari. Non lo ha fatto in occasione delle ultime tornate politiche. Non lo ha fatto in questi anni quando si è trattato di girare la Penisola in lungo e in largo per perorare una politica di opposizione alla guerra. Ora d’Orsi ha deciso di lanciare un movimento su scala nazionale denominato Agorà, il termine che indicava la piazza principale delle antiche polis ma che nei suoi propositi vuole essere anche una possibile forma politica contemporanea.  Un movimento politico rivolto a tutti coloro che in questi ultimi anni hanno manifestato per Gaza, contro la guerra o che si sono mobilitati per il No al referendum costituzionale ma che non hanno voce politica.

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La “soluzione” al problema di Gaza è ben avviata

di Gideon Levy*

Israele ha un piano postbellico per Gaza. L’idea che ne fosse privo era un grave errore. Vorrei che questo piano non esistesse. Lontano dall’attenzione dell’opinione pubblica globale e israeliana, l’attuazione della fase successiva della strategia graduale di Israele è già in pieno svolgimento.

Ora che il Genocidio ha fatto il suo corso e la Striscia è stata quasi completamente distrutta, Israele sta avanzando con sicurezza verso la fase successiva del piano: rendere l’intera popolazione di Gaza permanentemente disabile, ferita, malata, affamata, senza casa e disoccupata.

Una volta che la popolazione di Gaza sarà ridotta a una massa disomogenea senza una società organizzata, senza servizi di base, istituzioni essenziali e, naturalmente, senza un governo, la completa disgregazione del tessuto sociale renderà più facile per Israele passare alla fase successiva, che non ha mai abbandonato, la fase dell’espulsione. Solo allora il problema di Gaza sarà finalmente risolto. Solo in questo modo

Un chiaro eco di questo piano si è potuto sentire la scorsa settimana nelle dichiarazioni dei suoi due architetti ed esecutori: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che la sua “direttiva” è quella di espandere al 70%, dal 60%, l’area della Striscia controllata da Israele. Il Ministro della Difesa Israel Katz ha scritto su X: “Abbiamo promesso che Hamas non governerà Gaza né civilmente né militarmente, e così faremo.

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Disarmare l’Intelligenza Artificiale

di Carla Filosa

Lunedì scorso 25 aprile, è uscita la prima enciclica di papa Prevost intitolata “Magnifica Humanitas”, che presenta un interesse generale per le popolazioni di tutto il mondo, al di là di ogni riduttivo giudizio di appartenenza confessionale o di condivisione di valori spirituali, magari anche poco conosciuti.

Sembra oggi necessario fuoriuscire dall’angustia non solo sterile, ma ormai retrodatata, della separazione tra credenti e non credenti di fronte a un messaggio vaticano, al fine di raggiungere una maturità coscienziale che permetta di riconoscere le dinamiche politiche di un mondo in rapida evoluzione e partecipare attivamente, di conseguenza, alle scelte che il mutamento impone.

L’interesse preminente, che coinvolge popolazioni e non solo direttamente istituzioni e governi, in particolare quelli che perseguono obiettivi dispotici o suprematisti, riguarda un’umanità centrata nell’enciclica che non prevede di approfondire le attuali diseguaglianze né puntare a obiettivi di potere.

L’interesse particolare di questo messaggio riguarda anche l’IA, analizzata dalla personalità di un papa scientificamente competente, ma anche autorevole su un piano politico generale, in netto contrasto con le ambizioni imperiali tuttora impegnate a resistere all’estinzione progressiva dell’Occidente.

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comidad

Suprematismo occidentale per tutti i gusti

di comidad

Mai sottovalutare la futilità; perciò può valere la pena di occuparsi persino di uno come Vannacci, se occuparsene serve a demistificare un po’ l’ambiente. C’è chi sostiene che il generale sia l’ennesima esca lanciata dall’establishment per manipolare e fuorviare le istanze di opposizione. Certamente le cose stanno anche così, ma non è l’unico aspetto del problema, che si presenta più complicato. Gran parte dell’elettorato ha sicuramente metabolizzato la fintocrazia e ne ha interiorizzato i rituali, perciò in personaggi come Vannacci l’elettore non scorge tanto una alternativa politica concreta, bensì cerca un personaggio con il quale identificarsi; si tratta di un voto del tutto simile a quello che gli spettatori esprimono per i reality show come il Grande Fratello o l’Isola dei Famosi. La “sinistra” mainstream si identifica con una serie di tabù: magistratolatria, eurolatria e vaccinolatria; perciò molti cittadini la percepiscono come quella che li vuole colpevolizzare, quella che cerca di farli sentire brutti e cattivi se non si fanno piacere i migranti, i gay e le tasse ecologiche.

In questo contesto di frustrazione e di colpevolizzazione, si può facilmente vendere agli elettori una figura di spregiudicato istrione in guerra contro la tirannia del politicamente corretto. Anche il Buffone di Arcore e l’attuale cialtrone della Casa Bianca si sono venduti all’elettorato come liberi e selvaggi iconoclasti nei confronti dei tabù del politicamente corretto. Insomma, l’elettore fintocratico non cerca soluzioni ai suoi problemi materiali, bensì psicodrammi che lo aiutino a liberarsi dall’oppressione della polizia del pensiero.

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clarissa

Armi nucleari nel Vicino Oriente

Federico Dal Cortivo intervista Gaetano Colonna

In occasione della pubblicazione del libro Lo Spettro della Bomba di Gaetano Colonna e Luca Serafini, editi dalle edizioni Il Cerchio di Rimini, il giornalista Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il nostro storico collaboratore Gaetano Colonna. Riportiamo il testo integrale dell’intervista, per gentile concessione de L’Adige di Verona.

* * * *

D: Prof. Colonna mai come in questi ultimi mesi, dall’inizio dell’attacco israeliano statunitense contro l’Iran, si sente parlare di un possibile utilizzo di armi nucleari. Pare quasi che quello che una volta veniva appena sussurrato, come ai tempi della “guerra fredda”, oggi sia stato semplicemente sdoganato diventando quasi argomento da bar. A suo avviso il mondo sta correndo questo rischio?

A quanto pare l’utilizzo delle armi nucleari non è più un tabu nei conflitti in corso: dopo la fine dell’equilibrio del terrore (la cosiddetta Mutual Assured Destruction in acronimo MAD, cioè “pazzo” in inglese), che era in voga al tempo della contrapposizione dei due blocchi ideologici, occidentale e sovietico, si è diffusa negli ambienti militari l’opinione che sia possibile un uso “tattico” di questo tipo di armi, cioè con potenza distruttiva limitata.

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infoaut2

Libano: la forza della resistenza

di Infoaut

E’ passata una settimana in cui la mediatizzazione dell’escalation in Libano ha assunto contorni sfumati e volutamente incerti: che l’Unione Europea nella figura dell’Alta Rappresentante Kaja Kallas pallidamente parli di un “possibile allargamento della guerra e di cessate il fuoco nominale”, è solo l’ultima delle questioni.

* * * *

Il teatrino grottesco che coinvolge Trump e Netanyahu mostra l’importanza della propaganda e della nebbia di guerra. Telefonate furiose, accuse di ingratitudine, parole che vogliono mettere in risalto la responsabilità di Israele nell’aver indirizzato contro di sé l’odio di tutto il mondo. Axios, maggiore canale americano pressoché ufficio stampa del Presidente, ricorda che la pazienza con Netanyahu stava finendo anche già dalla precedente amministrazione Biden. Ma in alcune dichiarazioni rilasciate a Al Jazeera e riportate in questo articolo in merito ai rapporti tra Usa e Israele l’avvocata Isabelle Hayslip del DAWN Advocacy Manager (gruppo di avvocati, ricercatori e attivisti per i diritti umani in Medio Oriente), mette in dubbio la crisi tra Trump e Netanyahu sottolineando come la politica estera americana sia allineata con gli interessi israeliani nella regione.

Al di là delle disquisizioni su questo punto ciò che interessa ritenere è che una patina di confusione vuole essere gettata su quanto sta accadendo sul campo: il ministero della salute libanese conta a oggi 3433 morti e oltre 10mila feriti con una media di 11 bambini uccisi o feriti al giorno.

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Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell'Iran

di Pepe Escobar

L'arte di dominare l'escalation da parte di Teheran

L'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation rispetto agli Stati Uniti. E questo sta facendo dare di matto il farneticante Imperatore di Barbaria.

Ricapitoliamo rapidamente i momenti salienti della scorsa settimana. In diretta rappresaglia per un attacco aereo del CENTCOM alla periferia dell'aeroporto di Bandar Abbas – una rottura diretta della finzione del "cessate il fuoco" – lo stesso giorno in cui l'IRGC lanciò un attacco mirato contro una base statunitense in Kuwait. L'IRGC è stato inequivocabile: "Se dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più decisa."

La risposta estremamente calibrata dell'IRGC è stata presentata come un avvertimento deliberato, segnalando senza mezzi termini che qualsiasi provocazione statunitense sarà risposta a un attimo, ma senza scatenare il ritorno di una guerra totale.

All'inizio della scorsa settimana, due navi militari statunitensi hanno tentato un "transito oscuro" attraverso lo Stretto di Hormuz: transponder spenti, eludendo il monitoraggio della Marina IRGC e ignorando ripetuti avvertimenti di navigazione.

Eppure l'intelligence delle segnalazioni omanita ha segnalato le navi e, dopo che gli avvertimenti sono stati esplicitamente ignorati, la Marina IRGC ha effettuato un attacco mirato con droni.

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lantidiplomatico

"Non rivendicate diritti": come la sinistra ha dimenticato Marx

di Leonardo Sinigaglia

La prassi politica della moderna sinistra occidentale si basa sulla rivendicazione di “diritti” per gruppi di minoranza presentati come oppressi e marginali all’interno della società.

Tale prospettiva è condivisa anche con i settori più radicali della sinistra, che si limitano unicamente ad accentuare la radicalità delle rivendicazioni: se i moderati chiedono l’estensione del diritto all’interruzione di gravidanza, i radicali chiedono la fine di ogni limite in merito; se i moderati vogliono l’apertura dei confini ai flussi migratori, i radicali esigono l’abbattimento di ogni frontiera; se i moderati denunciano il cosiddetto “patriarcato”, i radicali arrivano a parlare di “decostruzione del maschio” e a presentare ogni uomo come un potenziale violentatore.

Tutto ciò è perfettamente coerente con la visione “intersezionale” fondata sulla credenza post-moderna dell’esclusiva validità di ogni prospettiva soggettiva rispetto a una realtà oggettiva in realtà inesistente, oltre che con l’individualismo estremo proprio del tardo liberalismo. Si tratta di posizioni però incompatibili con il marxismo e con la visione materialista-dialettica, al di là delle credenze degli esponenti della sinistra radicale e delle coloriture retoriche con le quali infarciscono i propri discorsi.

Già nel 1844, Karl Marx, nella sua Critica alla filosofia del Diritto di Hegel, arrivava a vedere nella classe lavoratrice quel “soggetto universale” la cui emancipazione avrebbe significato l’emancipazione generale dell’Umanità, e non la semplice sostituzione di una nuova gerarchia sociale a quella abbattuta, come accaduto per ogni rivoluzione precedente a quella proletaria-socialista.

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lantidiplomatico

Come il resto del mondo vede gli Stati Uniti d’America (e la Cina)

di Paolo Arigotti

Gli anni Novanta del secolo scorso e i primi del nuovo millennio sono oramai passati alla storia come il momento unipolare, caratterizzato dall’egemonia dell’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, in grado di imporre la propria volontà a quasi tutto il mondo. Tra fine della storia e unica nazione indispensabile, le definizioni si sono sprecate.

In realtà, sempre per restare alla storia, nessun impero è eterno. E se la potenza a stelle e strisce è ancora in piedi, quel che sta venendo scalfito sempre di più, specie agli occhi dei “non occidentali”, è il prestigio e la percezione globale degli Stati Uniti. In una ricerca condotta tra marzo e aprile di quest’anno è emerso che nell’opinione di decine di migliaia di persone, sparse per oltre ottanta paesi, Washington viene avvertita come la più grande minaccia alla pace e sicurezza mondiale, specialmente dopo le recenti aggressioni contro Venezuela e Iran, per non citare le minacce e guerre dei dazi rivolte perfino nei confronti degli “alleati” (o presunti tali). Al contrario, risulta in crescita il prestigio della Cina, che vede la sua popolarità in costante aumento.

In base all’Indice per la percezione della democrazia per l’anno 2026, un’indagine effettuata ogni anno su decine di stati in tutto il mondo, per conto dell’organizzazione Fondazione Alleanza delle Democrazie, gli USA sarebbero la nazione percepita come una delle maggiori minacce alla stabilità, assieme a Russia e Israele. La percezione netta degli Stati Uniti è precipitata da un +22 per cento a un meno 16, collocandosi dietro alla Russia (-11%) e alla Cina (+7%).

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osservatoriorepressione

Dalla Diaz alla Flotilla: il volto feroce dello Stato di polizia

di Osservatorio Repressione

Le torture e le umiliazioni contro gli attivist3 della Sumud Flotilla non sono un eccesso: sono il linguaggio di un potere fondato su guerra, razzismo e impunità

Bolzaneto, la Diaz, le umiliazioni, i pestaggi, gli insulti, i corpi costretti, spogliati, piegati, trasformati in oggetti nelle mani di chi indossa una divisa. Lo spettacolo di violenza brutale esercitato dai militari e dalla polizia israeliana contro gli attivisti e le attiviste della Global Sumud Flotilla non ci appare estraneo. Lo conosciamo. Lo abbiamo già visto all’opera.

Non perché ogni contesto sia identico. Non perché si possano sovrapporre meccanicamente Genova 2001, le carceri israeliane, Ashdod, Ketziot, Gaza, la Cisgiordania occupata. Ma perché in quelle immagini, in quei racconti, in quelle pratiche di degradazione dei corpi, torna una grammatica del potere che attraversa lo Stato moderno quando si sente minacciato, quando ritiene di essere legittimato dalla necessità, quando la sicurezza diventa parola magica capace di sospendere ogni limite.

È lì che il fascismo riemerge non come nostalgia folkloristica, non come semplice repertorio di simboli, ma come possibilità interna agli apparati dello Stato. Riemerge quando i contrappesi democratici si svuotano, quando l’opinione pubblica viene educata all’indifferenza, quando la vita dell’altro non conta più come vita, quando chi dissente viene trasformato in nemico, quando la nazione si percepisce sfidata e pretende obbedienza assoluta.

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lantidiplomatico

L'Ucraina bombarda una centrale nucleare e i media incolpano chi la difende 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

Sei autobus distrutti, un buco nel muro della sala turbine, un drone pilotato via fibra ottica. Nessuna casualità, solo terrorismo. Eppure l'Occidente cerca ancora una scusa per assolvere Kiev e incolpare Mosca

Ennesimo attacco terroristico. Ennesima provocazione che rischia di far finire mezzo continente in una nube radioattiva. Ennesimo silenzio complice, anzi peggio: ennesimo tentativo di minimizzare, rigirare la frittata, incolpare la Russia. Il copione lo abbiamo mandato giù quasi a memoria. Succede quando le Forze Armate ucraine colpiscono ancora una volta la centrale nucleare di Zaporozhie, la più grande d'Europa. Obiettivo: l'officina mezzi di trasporto. Sei autobus e due furgoni distrutti. Fortunatamente nessun morto tra il personale, questa volta. Ma la fortuna non può durare per sempre.

Il giorno prima un drone da combattimento ucraino, pilotato via fibra ottica – dunque quasi impossibile parlare di errore o di casualità - aveva centrato l'edificio del blocco macchine dell'unità numero 6. Il punto di impatto? A pochi metri dal reattore. Un buco nel muro della sala turbine. Alexei Lijachov, numero uno di Rosatom, non usa mezzi termini: “Non solo oltrepassano le linee rosse, ma anche i limiti del buonsenso”. Perché questa è la verità dei fatti: il regime di Kiev morente ha appena compiuto un attacco mirato e deliberato della storia contro equipaggiamenti chiave di una centrale nucleare.

Ora, fermiamoci un attimo e usiamo il cervello. Chiunque al mondo, anche un bambino, sa che colpire una centrale atomica è follia pura. È terrorismo allo stato puro, l'unica definizione adatta a tale modus operandi.

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Fuga da Big Tech

di Chiara Pedrocchi

YouTube, Facebook, Instagram, TikTok: sono le piattaforme social più utilizzate dagli italiani. Social media, e non social network, visto che – come sottolinea Kenobit nel suo nuovo saggio “Assalto alle piattaforme” (Agenzia X) – l’obiettivo è tenerci agganciati a consumare passivamente contenuti multimediali, invece che mobilitarci per creare rete.

App come queste sono infatti caratterizzate dall’apparente gratuità e da un algoritmo esplicitamente progettato per generare dipendenza, stimolando uno scrolling destinato a non finire mai. Lo stesso Aza Raskin, il designer che nel 2006 ha ideato lo scrolling infinito (cioè il caricamento continuo e automatico di nuovi contenuti durante lo scorrimento, senza un punto di arresto naturale), a distanza di 20 anni si è dichiarato pentito della sua invenzione. Inoltre queste piattaforme intrappolano gli utenti in modo che non clicchino su link che rimandano a siti esterni, inibendo così l’uscita dalle piattaforme.

“Il gioco è sempre lo stesso”, scrive Kenobit. “Visto che il profitto delle piattaforme è direttamente proporzionale al tempo che gli dedichiamo, i loro meccanismi sono studiati scientificamente per aumentarlo il più possibile. Produciamo valore quando creiamo contenuti, ma anche quando li consumiamo”.

Per un utente che non cerca altro che intrattenimento, luoghi del genere sembrano l’Eldorado. E invece si tratta, antropologicamente parlando, di veri e propri non luoghi: spazi in cui non si creano connessioni, ma che si attraversano di passaggio per andare da un contenuto a un altro senza che resti all’utente alcun valore aggiunto.

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L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene

di Dante Barontini

Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come (non) funziona più l’informazione occidentale.

Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, si hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.

Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev, descrivendo i danni la rilevato che: “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale“.

I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.

I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.

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piccolenote

Dalla guerra fino all'ultimo ucraino a quella fino all'ultima ucraina?

di Davide Malacaria

A surriscaldare ancora più il clima, l'attacco di un drone alla centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dai russi. Kiev ha negato l'attacco, ma gli ispettori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) hanno confermato che è stata colpita da un drone e vicino a un reattore

Si surriscalda la guerra ucraina. La scorsa settimana l’attacco ucraino al pensionato studentesco di Starobelsk, nel Donbass, che Kiev ha bollato come una fake News (ma i video sono inequivocabili), 21 i morti tra studenti e studentesse, portato, secondo i russi, con la tattica del doppio colpo, che all’iniziale fa seguire quello contro i soccorritori (tattica usata più volte a Gaza).

L’attacco ha suscitato l’ira di Putin, che non poteva ignorare la rabbia popolare, il quale ha annunciato una risposta durissima, avvertendo gli stranieri di allontanarsi da Kiev e i cittadini della capitale di stare lontani dagli obiettivi sensibili. Un attacco duro che, però, tarda a venire: o c’è stato un ripensamento, improbabile, o stanno selezionando gli obiettivi e preparando i relativi piani di attacco.

Pochi giorni dopo, il drone caduto su un palazzo di Galati, in Romania, due i feriti. Un attacco accreditato alla Russia nonostante il presidente romeno abbia spiegato che era diretto contro obiettivi ucraini di Odessa e che, colpito dall’antiaerea, ha deviato in territorio romeno.

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contropiano2

“Washington, abbiamo un problema…”

di Dante Barontini

Riassumere le ultime 24 ore relative alla guerra in Medio Oriente è relativamente semplice, trarne qualche conclusione attendibile un po’ meno.

Andiamo con ordine, seguendo la freccia del tempo.

Dopo diversi giorni passati a ricevere dagli Usa “correzioni restrittive” al Memorandum di intesa concordato dagli stessi negoziatori statunitensi, mentre Israele allargava oltre ogni immaginazione la sua invasione del Libano, l’Iran ha deciso che “dal momento che il Libano faceva parte delle precondizioni del cessate il fuoco, e poiché questo cessate il fuoco è stato violato su tutti i fronti, incluso il Libano, il team negoziale iraniano fermerà i colloqui e scambierà testi con gli Stati Uniti attraverso il mediatore”.

Il gioco era diventato di fatto insostenibile, con Israele che considera il Libano “fuori” dalla trattativa tra Usa e Iran, da cui è stato escluso per decisione di Trump, e quindi conquistabile a piacere, persino al di là della strombazzata “necessità di disarmare Hezbollah”. Rendendo così palese quel che tutti – Tel Aviv in testa – provavano a negare: Israele non ha alcun a “necessità di difendersi”, ma soltanto una pervicace volontà di espansione militare in tutto il Medio Oriente, fino ai limiti di una “Grande Israele” vagamente accennata in alcuni versetti biblici particolarmente deliranti.

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acropolis

Il boom dei data center per l’intelligenza artificiale sta creando le infrastrutture per la tokenizzazione e il controllo?

di Curro Jimenez

Immaginate di dover giustificare una spesa di miliardi – molti dei quali provenienti da istituzioni finanziarie e finanziamenti statali tramite contratti – e di dover mettere a dura prova le risorse energetiche e idriche per costruire data center alla capacità attuale, con il solo scopo di tokenizzare l’economia, implementare le valute digitali delle banche centrali (CBDC) e abilitare il monitoraggio tramite intelligenza artificiale. Ci sarebbe una forte resistenza. Tuttavia, se tutto ciò fosse accompagnato dalla promessa di costruire una sorta di futuro utopico, allora tale resistenza potrebbe essere neutralizzata. Almeno per coloro che ci credono.

I conti non tornano e la logica non regge. Questa potrebbe essere la sintesi dell’attuale bolla dell’IA (leggi la teiera). Se ciò fosse vero e l’IA non mantenesse le sue promesse, a cosa servirebbe l’enorme accumulo di data center?

* * * *

Ecco che entra in gioco la tokenizzazione dell’economia: il processo mediante il quale i diritti di proprietà legale su beni del mondo reale (RWA), materie prime e valute vengono convertiti in token digitali basati su blockchain. In teoria, ciò consente scambi commerciali globali più efficienti, istantanei e sicuri. In pratica, si tratta di una trasformazione del funzionamento dell’economia, attraverso la fusione tra finanza e tecnologie digitali.

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metis

Uscire da Hormuz

di Enrico Tomaselli

Mentre la situazione del conflitto nel Golfo Persico sembra fluttuare in un limbo di incertezza, vorrei provare a fare un esercizio pericoloso, ovvero cercare di riassumere la situazione globale per ipotizzare come possa evolvere. Il pericolo, ovviamente, sta nella difficoltà di applicare un processo deduttivo razionale, a un quadro in cui gli elementi non razionali sono purtroppo numerosi. Quindi ogni mia successiva ipotesi deve essere considerata come probabilisticamente incerta.

Dal punto di vista iraniano, la questione è in realtà molto semplice. La leadership di Teheran considera non solo di aver inflitto al nemico danni strategici ben superiori a quelli subiti, ma di essere in una posizione negoziale di assoluta forza. Quando Qalibaf dice che l’Iran afferma la sua posizione con i missili, e che la spiega col negoziato, non sta semplicemente offrendo una versione persiana dello slogan americano sulla “pace attraverso la forza”, ma sta esplicitando il fatto che la Repubblica Islamica è pronta a tornare alla guerra cinetica assai più di quanto non lo siano gli Stati Uniti. Inoltre, gli iraniani sono consapevoli di avere dalla propria altre due importanti leve. Innanzitutto, le conseguenze della crisi energetica (e non solo) derivante dal blocco dello Stretto di Hormuz, mordono soprattutto le economie dei paesi amici degli USA, ed in qualche misura degli USA stessi.

In una straordinaria dichiarazione congiunta, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il FMI, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio, hanno lanciato un allarme circa l’imminenza della crisi globale.

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lafionda

Essere rivoluzionari oggi: una provocazione

di Alessio Mannino

“Il problema del socialismo è che impegna troppe serate”, diceva Oscar Wilde. Lo stesso può dirsi della democrazia. Nell’angoscioso eterno presente dei consumi usa e getta, con il passato reciso e il futuro troncato, il tempo è una variabile dipendente dal mercato: ritmato dal lavoro e da quel secondo lavoro che è l’intrattenimento permanente. Così, di tempo non ne resta molto per impegnarsi a fondo in cause che mettono a rischio la quiete del suddito. Tutto si svolge nella breve durata autoreferenziale. Compresa la politica, dove i partiti ridotti a sigle nascono e muoiono come funghi, e con un assembramento di poche ore (flashmob) pare di aver fatto già una mezza rivolta. La gente di certa kual cultura si compiace di sé in convegni dove ce la si canta e ce la si suona, o al massimo prova il brividino della sfilata in piazza. Dopodiché, salvata la coscienza, rincasa. E al più, sforna un video per la fanbase col proprio faccione in primo piano.

Questo, quando va bene. Quando va male, si assiste passivi a una politica liquida, inconsistente, omologata, insopportabilmente ilare e di corta visione. Un supermercato di luoghi comuni. Eppure, se usciamo dal perimetro mentale dell’Occidente e ci trasferiamo con l’immaginazione dove riaffiora il bisogno di reale, della vitalità si può trovare. Le sorgenti di salute restano quei legami senza i quali ci sentiamo persi, monchi, handicappati: il vincolo affettivo e familiare, i circoli d’amicizia, gli spazi a misura d’uomo, la riconnessione con ciò che di relativamente intaccato persiste nonostante l’invadenza dell’artificiale.

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AI e futuro del capitalismo da un punto di vista marxista e neoclassico

di Branko Milanović*

Quali sarebbero i probabili effetti dell’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia, dal punto di vista marxista? Curiosamente, questa domanda, per quanto ne so, non è stata posta.

Inizialmente, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o con le nostre aspettative. L’IA implica l’introduzione di tecniche produttive estremamente intensive in capitale, o per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica del capitale molto elevata. In altre parole, l’IA implica un rapporto c/v molto alto. Ovvero il rapporto tra capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v).

Se la presenza del lavoro è piccola, e forse in casi di produzione completamente automatizzata, vicina allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere piccolo o vicino allo zero. Indipendentemente da quanto alto sia il tasso di sfruttamento, una v molto piccola implica una s (plusvalore) molto piccola.

Stabiliamo così che il tasso di profitto (s/(c+v)) deve essere anch’esso molto piccolo, in linea con una delle più famose “leggi dello sviluppo capitalistico” di Marx, ossia la tendenza del saggio di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi più intensivi in capitale.

Nel caso di produzione quasi interamente automatizzata, il tasso di profitto dovrebbe diventare zero o avvicinarsi a zero. Come ci dicono Marx, Schumpeter e il senso comune, il capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità.

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L’ucrainizzazione dell’Europa è già cominciata

di Pino Cabras

𝘋𝘢 𝘎𝘢𝘭𝘢𝘵̦𝘪 𝘢𝘭 𝘉𝘢𝘭𝘵𝘪𝘤𝘰, 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘦𝘯𝘵𝘳𝘢 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘦𝘳𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘨𝘶𝘦𝘳𝘳𝘢 𝘱𝘦𝘳𝘮𝘢𝘯𝘦𝘯𝘵𝘦

Nella notte tra il 28 e il 29 maggio un drone ha colpito un condominio a Galați, nel sudest della Romania, ferendo due persone. Un drone Shahed russo, dicono a Bucarest. Falso, risponde Mosca. Il copione è noto. Ma stavolta qualcosa è irrevocabilmente cambiato, e i giornali e gli intellettuali organici del Partito del Riarmo fanno finta di non vederlo.

Come ogni grande guerra degli ultimi anni, anche questa si sta riorganizzando attorno al drone. Non tanto come arma accessoria, quanto come sistema gravitazionale intorno al quale si riarticolano tattiche, strategie, logistiche, catene di comando, persino il diritto internazionale. Il problema ormai non è più se un drone attraversi un confine, ma chi riesce a imporre la lettura politica dell’evento. E per anni la lettura politica l’ha imposta la NATO, con la complicità entusiasta di premier maggiordomi, presidenti della Repubblica servili, e di un sistema mediatico che sul drone di Galați spalanca gli occhi mentre li teneva invece accuratamente chiusi sui crimini di guerra sistematici su vastissima scala della coalizione Epstein, da Gaza a Rafah, dall’assassinio di massa dei civili alle stragi di giornalisti e operatori umanitari.

Il caso baltico è rivelatore. In Lettonia due droni ucraini avevano colpito impianti petroliferi del paese, provocando la caduta del governo Silina. Le autorità baltiche avevano scelto la formula della doppia verità: attribuire l’episodio alle conseguenze della guerra russa, evitando di mettere al centro la macroscopica responsabilità operativa ucraina.

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lantidiplomatico

Cina, socialismo e IA contro occidente

di Pino Arlacchi*

Per due secoli l’Occidente ha raccontato a se stesso una storiella confortante: il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa, e ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento.

Il crollo del Gosplan sovietico parve sigillare per sempre tale verità, e da allora il termine “pianificazione”, nel linguaggio economico e politico, è divenuta una parolaccia. Così, messi di fronte al più grande miracolo economico della storia, la rinascita della Cina, gli analisti occidentali hanno distolto lo sguardo dal fattore chiave di tale rivoluzione, attribuendo tutto alla magia del mercato.

Pechino non ha abbandonato la pianificazione: l’ha trasformata. Ha imparato dalla tragedia del Grande Balzo in Avanti che la pianificazione rigida e cieca produce catastrofi, ma ne ha tratto una lezione di segno opposto a quella dell’Urss: non rinunciare alla direzione cosciente dell’economia, ma renderla sperimentale e capace di autocorrezione. “Attraversare il fiume tastando le pietre”, la geniale formula di Deng Xiaoping, non è la resa al mercato: è un metodo di programmazione dell’economia: si sperimenta in piccolo, si misura, si corregge, si estende ciò che funziona. La pianificazione smette di essere comando e diventa apprendimento.

Qui entra in scena la novità che rovescia un secolo di certezze.

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lantidiplomatico

La "sinistra estrema" e la sovranità nazionale

di Leonardo Sinigaglia

Il recente scontro tra Andrea Zhok ed Emiliano Brancaccio ha fatto finalmente fatto emergere in maniera chiara l’irrisolvibile dissidio in seno alla cosiddetta “estrema sinistra” italiana.

Il dibattito sul tema del “sovranismo” intercorso tra i due ha raggiunto l’attenzione di centinaia di migliaia di italiani sulla rete, trasformandosi rapidamente nello scontro tra due visioni inconciliabili, che rappresentano le due opposte tendenze che caratterizzano la galassia “marxista” italiana.

Da un lato abbiamo chi, come Brancaccio, si fa portatore di una visione messianica, postmoderna, liberal-libertaria del socialismo, rifiutando qualsiasi ipotesi concreta di presa e gestione del potere, negando la dimensione nazionale a favore di un cosmopolitismo astratto e celando con una retorica massimalista una prassi fondata sul compromesso e la connivenza con le strutture di potere imperiali dell’Occidente collettivo.

Dall’altro abbiamo chi rimane ancorato alla realtà materiale di qualsiasi processo di trasformazione in senso socialista, riconoscendo il ruolo imprescindibile dello Stato, e, conseguentemente, della sovranità nazionale, fondamento di qualsiasi azione politica autonoma.

Si ripropone quindi in chiave moderna quella lotta già più volte manifestatasi in seno al movimento socialista e comunista tra chi, nonostante la retorica incendiaria, risulta ideologicamente subalterno alla borghesia (anarchici prima, economicisti poi, “marxisti occidentali” oggi) e chi porta avanti una linea politica fondata sulla visione del mondo materialista dialettica.

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analisidifesa

Nell’Europa in crisi si sgonfia la “bolla” del riarmo e degli aiuti all’Ucraina

di Gianandrea Gaiani

I media ne parlano poco, la politica ancor meno specie presso le istituzioni della UE, ma la “bolla” del riarmo europeo, insostenibile per gli elevatissimi costi e per lo più a debito, si sta sgonfiando, trainando con sé la disponibilità delle nazioni europee a sostenere lo sforzo militare dell’Ucraina.

Indizi concreti non mancano certo, anche in Italia dove ormai è in piena discussione negli ambienti politici e militari la rivisitazione dei programmi di acquisizione, ambiziosi ma i cui costi continuano a salire progressivamente in modo inaudito e apparentemente inarrestabile.

Ieri un lancio dell’agenzia di stampa La Presse spiegava che l’Italia è intenzionata a rivedere al ribasso la sua adesione al fondo SAFE Security Action For Europe), ovvero lo strumento finanziario dell’Ue istituito per supportare gli stati membri negli investimenti nel settore della difesa.

Lo ha reso noto in collegamento da Cipro al programma Mediaset Dritto e Rovescio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani nel giorno in cui la premier Giorgia Meloni ribadisce che “non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”, e all’indomani della riunione a palazzo Chigi con la stessa Meloni, l’altro vice Matteo Salvini, i ministri dell’Economia e della Difesa Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto.