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Cessate il fuoco di due settimane, l’Iran impone a Trump le condizioni base del negoziato. Riapre Hormuz, incognita Israele
A cura di Redazione CDC
Secondo quanto riportano le principali agenzie di stampa sia occidentali che di parte iraniana, è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco di due settimane mediato dal Pakistan. Dopo quaranta giorni di conflitto, l’Iran dichiara vittoria. Gli Usa avrebbero accettato tutti e 10 i punti chiave messi da Teheran come condizione irrevocabile per la cessazione delle ostilità: secondo quanto dichiara il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, gli Stati Uniti avrebbero accettato il controllo dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, il diritto all’arricchimento dell’uranio e la revoca di tutte le sanzioni. Avrebbero accettato di pagare un risarcimento per i danni di guerra e di ritirare le proprie forze dalla regione.
“Ora diamo alla grande nazione iraniana la buona notizia che quasi tutti gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti, e i vostri coraggiosi figli hanno ridotto il nemico a una storica impotenza e a una sconfitta duratura”, prosegue la dichiarazione del Consiglio.
“A questo proposito, e in conformità con la direttiva della Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, l’Ayatollah Sayyed Mojtaba Khamenei (che Allah lo protegga), e l’approvazione del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale — e data la superiorità dell’Iran e della Resistenza sul campo di battaglia, l’incapacità del nemico di mettere in atto le sue minacce nonostante tutte le sue affermazioni, e l’accettazione ufficiale di tutte le legittime richieste del popolo iraniano — è stato deciso che si terranno negoziati a Islamabad per definire i dettagli.”
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“Salvare il pilota” o “rubare l’uranio” di Teheran?
di Dante Barontini
La «nebbia di guerra» è più fitta quando le cose arrivano a un punto decisivo, E si stende su tutto. Sia sulle trattative per arrivare a un accordo, sia per quanto accade realmente sul campo di battaglia.
Andiamo con ordine, per aiutare i nostri lettori a orizzontarsi il più possibile.
Il sito statunitense Axios, solitamente molto attendibile e con diverse «fonti anonime» nell’amministrazione Trump, ma considerato in Medio Oriente come un’agenzia di disinformazione manovrata dal Mossad, riferisce che «i mediatori stanno discutendo con le parti i termini di un accordo in due fasi; la prima fase consisterebbe in una potenziale tregua di 45 giorni durante la quale verrebbe negoziata una fine permanente della guerra.»
Per la parte americana, primo problema, i «mediatori» sono sempre costituiti dalla “strana coppia” Kushner-Witkoff, indicati da tutti gli addetti ai lavori come «agenti israeliani», più che statunitensi. E dunque senza alcuna credibilità presso gli iraniani.
La questione è dunque come «costruire fiducia» sul fatto che qualsiasi accordo sarà poi rispettato sia da Washington che da Tel Aviv. Si tratta qui di offrire a Teheran garanzie concrete, ma allo stesso tempo con molta rapidità. L’ultimatum è stato per ora prorogato alle 20 (ora di Washington) di martedì 7 aprile.
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Perché l’alleanza con gli USA è un danno non più sostenibile
di Piero Bevilacqua
Quale democrazia?
È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto, offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente ineliminabile della modernità europea.
Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti, comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre immaginarie.
Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni), sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano.
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Dies Iran
di Pierluigi Fagan
Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?
1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.
2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.
3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.
4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza.
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Dall’Ucraina europea all’Europa ucrainizzata
di Angelo d'Orsi
Recentemente qualche giornale (in prima fila, al solito, “Il Fatto Quotidiano”) si è occupato di una vicenda accaduta a Recanati, dove, nel liceo Leopardi, uno studente è stato “processato” per aver organizzato nella settimana di autogestione, un incontro, on line, con due reporter di guerra in Donbass, Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso. Il suo nome e il suo volto erano stati addirittura resi pubblici da un giornalista ucraino, principale informatore, sembra, dell’on. Pina Picierno, la quale infatti si è subito scatenata contro i “propagandisti putiniani”. Con seguito di ispezione ministeriale e così via. E io stesso con Lucidi, Francesco Toscano, sono stato a Recanati a portare solidarietà allo studente, e a denunciare pubblicamente questo ennesimo episodio di russofobia e di ucrainofilia, grottesco ma grave, specie per le conseguenze cadute sulla testa dello studente.
Intanto, in tutta Italia, chi, come il sottoscritto, teneva conferenze sul tema guerra, veniva fatto oggetto di intimidazioni, aggressioni, interrogazioni comunali, o persino parlamentari. Il sedicente Partito radicale, con il bel personaggetto che dicono ne sia presidente (il caporione dei miei aggressori a Napoli nello scorso dicembre), con i patetici “+europeisti”, stilavano e rendevano pubblico una mappa della Penisola con l’indicazione delle località, dei nomi, delle azioni inquadrate sotto l’etichetta di “peste putiniana”. Con grande faccia tosta non soltanto presentavano gongolanti l risultato del loro osceno monitoraggio, ma rivelavano che il tutto si era svolto “con la collaborazione” dell’Ambasciata di Ucraina in Italia.
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D’istruzione pubblica e di pensiero desiderante
di Gruppo di discussione Oltrelascuola
Come gruppo di discussione formato da docenti impegnati nella critica della scuola azienda, vorremmo prendere parte al dibattito aperto dal film D’istruzione pubblica.
Non possiamo certo dire di essere a conoscenza di tutti gli attacchi che il film ha subito, ma, dopo averlo visto, ci sembra che molti di essi presentino un tratto comune. Ci riferiamo all’applicazione al tema in questione di un noto artificio retorico dal seguente schema: il film contesta la scuola azienda, la scuola azienda si dichiara in contrapposizione alla scuola di un tempo, quindi il film sostiene la scuola di un tempo. Lo scopo è evitare un confronto con i contenuti dell’opera, adattando all’occasione slogan contro la “scuola del passato” già pronti all’uso.
A noi sembra che D’istruzione pubblica non sia una proposta programmatica di modelli nuovi o vecchi, ma una visione critica dell’attualità. Il confronto col passato è certo presente, perché l’opera è incardinata su interviste a persone che hanno conosciuto anche una scuola diversa e, nell’analizzare l’esistente, non possono evitare di riferirsi alla propria esperienza. Tuttavia ciò resta solamente uno degli approcci argomentativi usati. Tanto è vero che, fra le persone intervistate, molte sono prodighe di attacchi anche al passato della scuola italiana.
Da parte di costoro, infatti, un oggetto di elogio esplicito c’è, ma non è “la scuola di un tempo”: è un susseguirsi di interventi legislativi e di lotte che, dalla scuola media unica del 1962 ai Decreti Delegati del 1974, la trasformarono profondamente.
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Dall’ordine basato sul diritto internazionale alla proiezione di potenza multipolare
di Alex Marsaglia
“Stiamo combattendo guerre. Non è possibile per gli Stati Uniti occuparsi di asili nido, Medicaid e Medicare”, così Donald Trump nella serata del 1 Aprile proclamava la prosecuzione dell’aggressione in maniera sempre più brutale e indiscriminata all’Iran per altre 2-3 settimane, se necessario sino a “riportarlo all’età della pietra”.
E così l’assalto imperialista e colonialista alla Repubblica Islamica iraniana continua targettizzando sempre più spesso i civili, con costi enormi per le popolazioni coinvolte. E prosegue nel silenzio pressoché totale delle istituzioni internazionali che dovrebbero far rispettare il diritto, ma sembrano più preoccupate ad allinearsi al potere occidentale decadente mettendo sotto analisi l’esercizio della legittima difesa dell’Iran nel Golfo, così come nel 2022 e ancor prima nel 2014 si è fatto con il Donbass e la Russia che rivendicavano i loro legittimi diritti all’autodeterminazione e all’autodifesa dei civili.
D’altra parte siamo di fronte a questo: al diritto internazionale esercitato come strumento del potere occidentale che lo ha concepito, come ha fatto recentemente notare la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zacharova, “l’autodeterminazione dei popoli” è valida solo se questi si asserviscono al potere imperialista, altrimenti prevale “l’integrità territoriale” (vedi dal minuto 18.55: https://youtu.be/OVawyAj5N6E?is=cAzgh3MRpx0yPK_A). Alla luce dell’andamento di 12 anni di escalation e di conflitto permanente contro l’Oriente, continuamente sostenuto e giustificato in punta di diritto internazionale diventa veramente difficile riporre fiducia nel senso di giustizia di qualsiasi decisione giuridica in sede Onu.
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Cuba 2026, resistere all’assedio: il piano di Marrero nel nome di Fidel
di Geraldina Colotti
“Mucha gente no entiende que el Estado socialista, ningún Estado, ningún sistema puede dar lo que no tiene, y mucho menos va a tener si no se produce”.(“Molta gente non capisce che lo Stato socialista, nessuno Stato, nessun sistema può dare ciò che non ha, e tanto meno lo avrà se non si produce”).
Con questo richiamo di Fidel Castro Ruz si apre il Programma Economico e Sociale 2026 presentato dal Primo Ministro Manuel Marrero e già disponibile sulle piattaforme Soberanía e sul sito web della Presidenza di Cuba. Il documento – ha spiegato Marrero (il capo del governo cubano, che ricopre la carica di Primo Ministro dal 21 dicembre 2019) – è stato elaborato sulla base dell’analisi di oltre due milioni di persone di diversi settori della società. Come dire che l’epigrafe non è solo un omaggio formale, ma il cuore di una strategia politica: in un sistema socialista, la distribuzione della ricchezza e la protezione dei più vulnerabili presuppongono la sovranità produttiva, che proviene dalla forza del potere popolare.
Ma come si produce sotto un assedio che oggi, nel 2026, ha raggiunto livelli di ferocia chirurgica? La cronaca di quest’anno è segnata da un’escalation imperialista senza precedenti. La strategia di Donald Trump, che ha cristallizzato l’ostilità di Washington attraverso l’inclusione grottesca di Cuba nella lista dei paesi “sponsor del terrorismo”, è oggi arrivata a una fase parossistica. Non si tratta più solo di bloccare le rimesse o il turismo; l’obiettivo è il collasso totale del Sistema Elettroenergetico Nazionale (SEN).
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Il metodo di guerra a Gaza è diventato la normalità
di Branko Marcetic
Usa e Israele, nelle guerre contro Iran e Libano, distruggono infrastrutture civili, massacrano bambini e assassinano operatori sanitari. Esportano così le pratiche brutali adottate nella Striscia
Uno degli aspetti più agghiaccianti del genocidio di Gaza – oltre al massacro quasi senza precedenti di bambini e altri innocenti e al quasi totale annientamento di un’intera società, evento senza eguali nell’era moderna – è che i funzionari sia degli Stati uniti che di Israele speravano apertamente di farne il nuovo, orribile, modello per la guerra moderna. Come stiamo vedendo in questo momento in Iran e in Libano, non stanno perdendo tempo nell’applicare lo stesso modello anche altrove.
L’anno scorso, mentre Gaza era tra le rovine con oltre il 10% della sua popolazione uccisa o ferita, il New Yorker ha pubblicato un articolo agghiacciante sul genocidio di Gaza. Secondo quanto riportato, diversi avvocati militari ed esperti legali statunitensi consideravano la scia di omicidi e distruzioni perpetrata da Israele a Gaza non solo un modo del tutto accettabile di condurre una guerra, ma anche una «prova generale» per un futuro conflitto con un avversario degli Stati uniti come la Cina: ovvero, un conflitto senza freni, senza rispetto del diritto internazionale e senza scrupoli nell’uccidere civili. In altre parole, ciò che Israele ha fatto a Gaza con il pieno appoggio degli Stati uniti dovrebbe diventare la nuova normalità in tempo di guerra, almeno quando a farlo è «la nostra parte».
Il rapporto si inseriva in modo stridente nel contesto di una consolidata prassi di funzionari statunitensi e israeliani intenti a invocare i bombardamenti a tappeto degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale per giustificare il loro genocidio. Per quasi tutto il periodo successivo alla guerra, quei bombardamenti sono stati universalmente considerati crimini di guerra e un orrore morale – persino da Curtis LeMay in persona, il generale psicotico che guidò i bombardamenti incendiari del Giappone e che in seguito invocava una guerra nucleare con l’Unione Sovietica – un orrore che il mondo civilizzato mise immediatamente al bando dopo la guerra, creando il sistema di diritto internazionale che oggi sopravvive a stento.
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Il salvataggio del pilota sembra un film: brutto e inverosimile
di Alessandro Robecchi
Mi perdonerete se per una volta mi concentro sulla trama. Cioè, nei film d’azione la trama è tutto, no? Uno paga il biglietto e vede Tom Cruise che si butta da un aereo su una torta alla panna, si sistema il papillon e sposa Miss Mondo, giusto? Ecco.
La ricostruzione delle eroiche gesta dell’esercito americano che salva il suo pilota abbattuto è un po’ così, e la trama – dritta dritta – è stata accettata senza che nessuno si alzasse a farsi una risata (intendo la grande stampa italiana e i telegiornali). Il famoso pilota, colpito dalla contraerea, si espelle con il seggiolino. “Ferito”, dice la versione ufficiale; “gravemente ferito” dice un’altra fonte.
Ok, si salva e si mette al sicuro in una grotta, ma… a un centinaio di chilometri dall’abbattimento, cioè in ventiquattrore, fa due maratone e mezza, in salita (fino a 2100 metri, temperatura sotto lo zero), si suppone appesantito dall’equipaggiamento.
Gli americani mandano a salvarlo una specie di esercito, perché gli MC130 (due) non sono aeroplanini agili e leggeri, ma affari giganteschi che trasportano truppe e mezzi, una vera invasione. Intanto la Cia – mai sottovalutare la Cia, ragazzi – crea una falsa pista, cioè fa credere all’Iran che il pilota sta da un’altra parte, astuti come faine, e quegli altri ci cascano con tutti i turbanti. Mah.
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Il più grande furto nucleare della storia è fallito
di Tahar Lamri*
Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.
Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.
Poi succede qualcosa che non torna.
I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza.
A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60% materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130.
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Non è vero, ma se è vero…
di WS
L’ ultimo articolo di Simplicius qui https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/
snocciola dati che fanno sempre più credere che l’ Iran stia affrontando questa aggressione U$raeliana ben più preparata di quanto fosse mai ipotizzabile prima e che i suoi aggressori, o di certo quantomeno gli U$A, ne siano rimasti sorpresi e privi di una qualche strategia che non sia una pericolosa escalation.
E infatti qui https://smoothiex12.blogspot.com/2026/04/here-is-colonel-general.html una persona competente prospetta ora l’ ipotesi strategica che fu anche la mia il 7-10-23; si fosse cioè in presenza di un “gioco triplo” in cui Israele certamente usava la reazione palestinese alle proprie provocazioni per risolvere i suoi problemi strategici cacciando i palestinesi dalla Palestina, ma che al contempo l’ Iran avrebbe poi potuto usare la reazione israeliana all’ attacco di Hamas per risolvere i propri problemi strategici cacciando gli U$A dal MO.
Se questo fosse , quello iraniano sarebbe un piano lucido e complesso finalizzato a farsi aggredire sul proprio terreno simulando una debolezza pagata col sangue delle proprie elites prima ancora che di quelle del popolo. Una mossa che ai nostri occhi di “moderni” pare assurda fino all’ impossibile, ma che è stata spesso usata in passato da élites moralmente superiori alle nostre attuali e per le quali il termine “noblesse oblige” non era allora un modo di dire usato per giustificare spese da nababbi.
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La follia dell'Europa in un mondo impazzito
di Davide Malacaria
I neocon vogliono un Europa nemica di Mosca e che la guerra ucraina non finisca. Così la leadership europea, che non può concepirsi se non come serva obbediente ai neocon, condanna alla canna del gas i propri cittadini
Non è un mistero che la guerra all’Iran stia provocando disastri al mondo a motivo delle restrizioni energetiche e degli altri prodotti che passano per il vitale Stretto di Hormuz. Né è un mistero che Trump sta usando questa guerra per attuare un punto del suo programma elettorale: distaccarsi dall’Europa e uscire dalla Nato.
Una prospettiva già delineata nel suo programma isolazionista, quell’America First che con l’attuale conflitto ha assunto una forma nuova, sotto steroidi. Non più un ritiro dal mondo per concentrarsi sullo sviluppo del proprio Paese e la prosperità dei cittadini americani, ma il rilancio del primato statunitense sul mondo attraverso la Forza bruta.
Nulla di nuovo, essendo la vecchia dottrina neocon declinata in altro modo: non più gli Usa come gendarme globale necessario a punire gli asseriti cattivi e a vigilare sulle Regole, ma più semplicemente il perseguimento degli interessi imperiali attraverso il mero dispiegamento della Forza.
Non che in precedenza l’Impero fosse meno brutale, ma la nuova declinazione rende obsoleto il soft power, né richiede una retorica che legittimi la Forza né ricerca il consenso, interno e internazionale, al suo esercizio; infine dichiara decaduta la pulsione verso la globalizzazione, essendo ormai evidente lo scacco irrevocabile di tale prospettiva.
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Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto
di Roberto Iannuzzi
Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.
Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.
Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.
Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.
Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.
Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.
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Oltre lo stallo dell'apocalittismo
di Vando Borghi
Recensione a Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025)
Vando Borghi si confronta con le tesi sviluppate in Medusa di Agostino Petrillo (MachinaLibro, 2025), interrogandosi sulle implicazioni dell’apparente incapacità delle scienze sociali di pensare un futuro non già interamente inscritto nel presente e nelle forme di dominio che lo strutturano. Più in generale, la riflessione si estende al rapporto che le nostre società intrattengono con il futuro.
* * * *
Il libro di Agostino Petrillo (Medusa. Figure dell’apocalittismo contemporaneo, MachinaLibro/DeriveApprodi, Bologna, pp. 173, 15 euro) si colloca nell’oscuro e ambiguo territorio in cui avanziamo a tentoni, muovendoci con incertezza nella «dialettica tra presenza ossessiva dello sfondo apocalittico e mancanza di un’azione all’altezza della questione». Le cose crollano, proprio come nel fondamentale romanzo che il candidato al premio Nobel Chinua Achebe pubblicò nel 1958. Ma a fare esperienza del frantumarsi del proprio orizzonte di esperienza materiale e immateriale e dell’eclisse del proprio mondo non è più il lottatore Okonkwo, abitante di un villaggio sulle sponde del Niger dal quale assiste all’imporsi di un mondo altro, quello dei missionari e degli emissari del governo britannico.
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Quando Dio incontra la Bomba
di Vincenzo Pellegrino
Dio, la bomba e la fine della deterrenza nucleare razionale
C’è una domanda che il mondo preferisce non farsi, con la stessa ostinazione con cui si evita di guardare un precipizio da troppo vicino: cosa accade quando la logica della deterrenza nucleare smette di essere una fredda equazione militare e diventa una questione di fede? Quando il dito sul grilletto appartiene a chi si crede strumento di un mandato divino irrevocabile?
Non è un esercizio di fantapolitica. È il nodo irrisolto al centro della sicurezza globale — uno che l’architettura di pace costruita dopo il 1945 ha scelto di non affrontare, con la stessa sistematicità con cui si rimuove ciò che fa più paura. Ed è attorno a questa vertigine che ruota La Bomba di Abramo: l’arma nucleare alla luce della Rivelazione biblica, il dossier curato dal Centro Studi Aurora — che ho l’onore di dirigere — e di cui questo articolo riprende e sviluppa le linee essenziali. Un’analisi interdisciplinare che attraversa geopolitica, teologia comparata e teoria della deterrenza per guardare con occhio sgombro a uno dei nodi più esplosivi — nel senso più letterale del termine — della contemporaneità: il rapporto tra le tre grandi tradizioni abramitiche e l’armamento nucleare.
Un sistema che si smonta pezzo per pezzo
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L’IA: il disallineamento di un paese di geni
di Giorgio Griziotti
Mentre si consuma una svolta storica — un’offensiva tecnofascista su scala mondiale che instaura un regime di guerra permanente — l’IA diventa il sistema nervoso centrale di questa volontà di potenza. Si integra con tutte le tecnologie belliche: dalle piattaforme esistenti, compresi i sistemi nucleari di comando e controllo (NC3), ai nuovi sistemi autonomi, in particolare i droni. Il risultato è già visibile: il targeting algoritmico seleziona a Gaza gli obiettivi individuali — annientati insieme alle loro famiglie — e pianifica a ritmi di centinaia di obiettivi quotidiani i bombardamenti sull’Iran e sul Libano, con errori clamorosi come il bombardamento della scuola elementare femminile a Minab, che ha ucciso oltre 160 bambine iraniane; in Ucraina i droni colpiscono autonomamente oltre la soglia del controllo umano — quando il segnale viene bloccato, la macchina decide da sola. Dalla decisione umana alla delega letale alle macchine, in tempo reale e su scala industriale.
Il 27 febbraio 2026 Dario Amodei, CEO di Anthropic — la società che produce Claude, modello IA concorrente di ChatGPT — ha rifiutato l’ultimatum di Pete Hegseth, il fanatico post-crociato ministro della guerra, che pretendeva un accesso illimitato al sistema, sorveglianza di massa e armi autonome incluse. La controversia con l’amministrazione Trump mette in evidenza il pericolo reale dell’IA in mani sconsiderate.
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Sigonella, Aviano, Napoli Capodichino. Così le guerre Usa si servono dell’Italia
di Antonio Mazzeo
Ciò che la Difesa non dice Il ruolo chiave assunto dalla base siciliana, ma non solo, per le operazioni militari in Iran
Nessun’altra notte di Sigonella. Quel che è accaduto la notte di tre giorni fa sui cieli siciliani non ha niente a che vedere con il confronto armato tra avieri italiani e marines Usa, il 10 ottobre 1985, all’interno della stazione aeronavale in Sicilia, dopo il dirottamento dell’aereo in cui viaggiavano gli autori del sequestro dell’Achille Lauro. Il mondo era diverso, c’era ancora la Guerra fredda e l’Italia, nonostante la partnership con Washington, interpretava un ruolo di mediazione nello scenario mediorientale, riconosciuto dalle parti.
Il divieto all’atterraggio a Sigonella di velivoli diretti in Iran che la Difesa italiana avrebbe imposto all’Aeronautica militare degli Stati uniti non condurrà di certo a una crisi nelle relazioni del governo Meloni con l’amministrazione Trump. Tropo stretti sono i legami con Washington e soprattutto mai è stato fatto mancare in queste settimane il sostegno diretto e indiretto alle operazioni di guerra Usa-israeliani. Ancora top secret il numero e la tipologia dei velivoli che si voleva far transitare da Sigonella. Gli analisti hanno tracciato il volo di 4 cacciabombardieri F-35 dei marines sullo spazio aereo della Sicilia orientale, sabato 28 marzo; lasciato il Regno Unito i velivoli hanno raggiunto il Medio Oriente dopo essere stati riforniti dagli aerei cisterna. Erano quelli non autorizzati dalla Difesa?
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Israele e neocon bombardano l'Iran, Vance e i negoziati
di Davide Malacaria
Ieri le bombe israeliane hanno ferito gravemente l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, incaricato in via riservata da Teheran di negoziare con gli Stati Uniti, compito che Trump aveva conferito al vicepresidente J.D. Vance. A spiegare tale retroscena è stato il New York Times, aggiungendo che, secondo alcune fonti iraniane, si è trattato di “un tentativo di far deragliare la diplomazia”.
L’aggressione a Kharazi è avvenuta poco prima del discorso alla nazione di Trump, che ora si comprende perché è stato così inconcludente, tanto da sembrare un sarcastico pesce d’aprile: semplicemente il presidente non sapeva più che dire ed è andato in confusione.
Probabilmente si preparava ad annunciare l’apertura di negoziati concreti, rispondendo in qualche modo, in maniera più o meno indiretta, alla lettera aperta agli americani resa pubblica nello stesso giorno – tempistica che a posteriori non sembra un caso – dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, i cui toni erano fermi, ma pacati, e nella quale apriva al dialogo, pur senza concedere nulla ai diktat statunitensi.
Le bombe israeliane hanno chiuso, almeno al momento, la finestra di opportunità. A indicare che le trattative avevano un fondamento anche l’appello lanciato ieri sera dalla Cina – che sta spingendo il Pakistan, partner privilegiato di Pechino insieme all’Iran, a impegnarsi a fondo nella mediazione – nel quale ha chiesto “la fine immediata delle operazioni militari”.
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Minacce per coprire le difficoltà, il solito Trump
di Francesco Piccioni
Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le vere intenzioni.
Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.
Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.
Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).
Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità».
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Il "Metodo Trump": Insider trading e speculazione sulle macerie della guerra all'Iran
di Alessandra Ciattini
Già dai tempi delle famose e belle tasse lanciate entusiasticamente da Trump molti analisti avevano notato una costante relazione tra le sue dichiarazioni e l’andamento delle borse, alimentando il sospetto, più che ragionevole, che i componenti della sua stessa famiglia e della sua cerchia più stretta, tra cui stanno anche i donatori per le campagne elettorali, avessero accesso a informazioni privilegiate, del tutto illegali, per investire o disinvestire a seconda delle decisioni prese, accaparrandosi così straordinari guadagni. Del resto, un video registrato alla Casa Bianca circa un anno fa mostra il presidente, sulla cui salute mentale ormai si esprimono apertamente molti dubbi, che loda alcuni suoi amici per i loro recenti guadagni in borsa. In particolare, in questo video si riferisce a Charles Schwad e Roger Penske i quali, entrambi organizzatori di gare automobilistiche, si sarebbero messi in tasca il primo 2.500 milioni di dollari, il secondo solo 900 milioni.
Tutto ciò si sta ripetendo con quanto sta avvenendo in seguito all’imperialistica e folle guerra non provocata degli Usa e di Israele contro l’Iran, che si sta difendendo eroicamente e in maniera notevolmente abile, mirando a far sì che il conflitto diventi economicamente insostenibile per gli spietati nemici grazie, per esempio, all’uso dei droni Shahed. Questi costituiscono una delle armi più distruttive ed efficaci, per il fatto che sono droni d'attacco unidirezionali e costano assai poco, mentre i missili necessari per abbatterli costano milioni di dollari (per es. i famosi Patriot) e le grandi produttrici occidentali di armi non riescono a costruirli nella quantità necessaria per sostituire quelli abbattuti.
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La ormai insostenibile ipoteca delle basi militari Usa in Italia
di Sergio Cararo
Lo scossone innescato dal rifiuto del governo italiano a concedere l’atterraggio dei bombardieri Usa diretti alla guerra in Iran, sembra essersi già ridimensionato.
Lo aveva già stemperato ieri all’ora di pranzo il ministro Crosetto con un post su X, ma con il passare del tempo quanto avvenuto somiglia sempre meno al “gesto di dignità” di Sigonella nel 1985 e sempre più alla conferma dell’incatenamento dell’Italia ai vincoli dei trattati internazionali – bilaterali o multilaterali – che da troppo tempo la coinvolgono e la espongono alle guerre scatenate dagli Stati Uniti ed esercitano una non più sopportabile ipoteca sulla collocazione e le scelte internazionali del nostro paese.
Alla richiesta di chiarimenti de La Repubblica su quanto avvenuto su Sigonella, il Pentagono aveva risposto così: “Il Comando europeo degli Stati Uniti ospita regolarmente velivoli militari statunitensi (e relativo personale) in transito, in conformità con gli accordi di accesso, stazionamento e sorvolo stipulati con alleati e partner. Tenuto conto della sicurezza operativa degli asset e del personale statunitensi, al momento non è possibile fornire ulteriori dettagli”.
La stessa Repubblica scrive che due ore e 14 minuti dopo questa dichiarazione, ma non sollecitato, il Pentagono ha aggiunto un altro messaggio: “L’Italia fornisce attualmente sostegno, garantendo accesso, basi e diritti di sorvolo per le forze americane”.
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"Dissonanza imperiale": quando la menzogna diventa l'unico pilastro del sistema
di Mario Petri
C’è qualcosa di sempre più evidente — e sempre meno sostenibile — nel modo in cui Washington gestisce le crisi globali: non siamo più semplicemente di fronte a una distanza tra realtà e rappresentazione, ma a una frattura che ha assunto i tratti di una narrazione schizofrenica, nel senso quasi strutturale del termine. Elementi tra loro incompatibili convivono senza alcun tentativo credibile di ricomposizione, producendo una sequenza di enunciati che richiama il teatro dell’assurdo: dichiarazioni che si contraddicono nel giro di poche ore, escalation militari presentate come strumenti di stabilizzazione, atti di forza descritti come necessità difensive. Il punto non è più la violenza — che appartiene da sempre alla dinamica del potere — ma la leggerezza con cui l’incoerenza viene ormai esibita come normalità.
Non si tratta più nemmeno di costruire una versione alternativa dei fatti, ma di sovrapporre piani inconciliabili senza preoccuparsi della loro compatibilità, come se il linguaggio avesse smesso di essere uno strumento di mediazione per trasformarsi in un atto di imposizione pura, una dichiarazione performativa che pretende di sostituire la realtà stessa. Ed è proprio qui che si inserisce una delle crepe più evidenti emerse nelle ultime settimane: mentre la Casa Bianca continua a parlare di “negoziati produttivi” e “progressi significativi”, le controparti negano apertamente che tali negoziazioni esistano, arrivando a definire queste dichiarazioni come costruzioni funzionali alla manipolazione dei mercati energetici.
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La guerra dei petro-monarchi del Golfo
di Tahar Lamri
C’è una frase che spiega la guerra contro l’Iran. Una sola. Donald Trump, il 27 marzo, davanti a una platea di investitori sauditi riuniti a Miami per il Future Investment Initiative – il forum finanziario dell’Arabia Saudita – parla di Mohammed bin Salman [MbS] e dice: “Non pensava che avrebbe finito per leccarmi il culo. Davvero no. E ora deve essere gentile con me”. Fermiamoci qui. Non sulla volgarità quella è stile, non sostanza. Fermiamoci sulla scena: Trump che umilia pubblicamente il principe ereditario saudita davanti ai suoi stessi uomini d’affari. Non in un’intervista, non in un comizio per la base MAGA. Lì. In quella sala.
Perché quella sala è il cuore del problema. Il Future Investment Initiative è il braccio mondano del fondo sovrano saudita il luogo dove i miliardi del petrolio si trasformano in relazioni, influenze, favori. Ed è esattamente attraverso quella macchina che le monarchie del Golfo hanno costruito, pazientemente e nell’ombra, la guerra all’Iran che volevano.
Il prezzo era già stato pagato da tempo, e in contanti. Durante il primo mandato di Trump, l’Arabia Saudita aveva versato 450 miliardi in accordi e investimenti negli Stati Uniti. Non bastava. Al ritorno di Trump alla Casa Bianca, MbS ha promesso 600 miliardi nei successivi quattro anni, cifra che Trump ha subito rilanciato pretendendo mille.
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Il fuorviante accostamento tra Israele e la Germania nazista
di comidad
Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.
Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce.
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L’impossibile trilemma: le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni
di coniarerivolta
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta a una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.
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“Le alleanze della terza guerra mondiale stanno diventando sempre più evidenti”
di Aleksandr Dugin, alexanderdugin.substack.com
L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale.
In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha fatto di questa guerra la guerra di Trump. E Trump non sta facendo marcia indietro.
Si è così formato un asse: Stati Uniti/Israele contro l’Iran. Alle altre potenze regionali viene offerta una scelta – ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi all’Iran (la Resistenza). Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Qui non c’è neutralità. Il treno è partito.
Il secondo asse: UE/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (principalmente il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev. Si tratta di una guerra molto reale e feroce, alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. Il Partito Democratico negli Stati Uniti sta promuovendo proprio questa guerra; per questo polo, l’Ucraina è la priorità.
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Guerra che fai, resistenza che trovi
di Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?
Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?
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Dalle cene di Manhattan alle bombe su Gaza: il filo nero che lega Epstein, Thiel e i Rothschild
di Fabrizio Verde
Dagli Epstein Files emergono i legami tra Peter Thiel, la famiglia Rothschild e l'apparato militare israeliano. Un'impresa criminale globale che dalla finanza è arrivata a fornire gli algoritmi per il massacro di Gaza
Nel febbraio del 2016, un periodo in cui i riflettori del mondo iniziavano a illuminare le zone d’ombra di Jeffrey Epstein, quando il finanziere scriveva una email a Peter Thiel. Non chiedeva consigli sulla Silicon Valley, né offriva affari leciti. Voleva sapere se il suo essere finito sulle prime pagine di tutti i giornali per lo scandalo sessuale con una minorenne e il principe Andrea potesse spaventare l’uomo più potente della tecnologia statunitense. "La mia cattiva reputazione ti fa riflettere?", chiese Epstein.
La risposta di Thiel, oggi uno dei più spietati oligarchi tecnologici alleati di Donald Trump, fu una pietra tombale gettata sopra ogni parvenza di morale. "Se mi facessi intimidire dalla cattiva stampa, non sarei arrivato da nessuna parte nella vita", scrisse. Per poi aggiungere: "Spero che tu stia resistendo e che questo ciclo non vada oltre".
Non è andato oltre. Quello che è emerso dai milioni di pagine dei cosiddetti "Epstein Files" rilasciati dal Dipartimento di Giustizia è la fotografia nitida di un capitalismo criminale che non conosce confini, imbarazzo o ritegno. È la storia di come un mostro sia diventato il collante tra un miliardario della tecnologia e l’apparato di sicurezza di uno Stato straniero, un intreccio che oggi si traduce in bombe sganciate su bambini, grazie all’intelligenza artificiale fornita da Palantir, l’azienda di Thiel.
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Il movimento ” No Kings” e l’americanizzazione della sinistra italiana
di Gerardo Lisco
Basta poco, oggi, perché una parte della sinistra italiana si senta chiamata alla mobilitazione. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è quello del movimento “No Kings”, nato negli Stati Uniti come forma di protesta contro le politiche della presidenza di Donald Trump. Un nome evocativo, che richiama i valori della guerra d’indipendenza del 1776 e l’opposizione a ogni forma di potere percepito come arbitrario. Eppure, nel passaggio dal contesto americano a quello italiano, quel richiamo perde gran parte della sua specificità e viene rapidamente adattato al dibattito interno, fino a diventare l’ennesimo segnale di un presunto rischio autoritario domestico. È una dinamica ormai ricorrente: categorie, simboli e mobilitazioni nati altrove vengono importati e reinterpretati senza un reale lavoro di mediazione.
Più che dire qualcosa sugli Stati Uniti, questo meccanismo rivela molto sulla trasformazione della cultura politica della sinistra italiana. Il punto, infatti, non è tanto il movimento “No Kings” in sé, quanto ciò che esso rappresenta: un ulteriore tassello nel processo di americanizzazione del lessico, delle categorie e dei riferimenti politici. Un processo che in Italia appare più marcato rispetto ad altri Paesi europei come Germania, Francia o Spagna, dove le tradizioni politiche nazionali hanno mantenuto una maggiore capacità di resistenza. In Italia, al contrario, la fine della Prima Repubblica ha segnato non solo la crisi dei partiti, ma anche la dissoluzione delle culture politiche che li sostenevano: quella comunista, socialista, cattolico-democratica e laica.
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