
Un ricordo di Bettino Craxi tra autobiografia e storia
di Eros Barone
Quando avevo sedici anni ed ero uno studente liceale, entrai una sera nella sede di una sezione del Partito Socialista Italiano, invitato dal segretario di tale sezione, che era mio vicino di casa e conosceva le mie giovanili simpatie per il suo partito. Quella fu, esattamente cinquantaquattro anni fa, la prima esperienza che ebbi di quel mondo politico (la sinistra del nostro paese non è infatti un mondo ma un insieme di mondi).
Ricordo lo stupore e anche il senso di rispetto che provai, all’interno del piccolo scantinato che ospitava quella sede, nel vedere campeggiare in fondo al locale, oltre le seggiole di legno e paglia disposte in file ordinate, sopra la scrivania davanti a cui sedeva il presidente della riunione, due dipinti, uno dei quali ritraeva l’uomo che, proprio a Genova nel 1892, fondò il partito, ossia Filippo Turati, con la folta barba che scendeva fin sopra la scura redingote e con lo sguardo profondo e bonario, mentre l’altro dipinto rappresentava un classico tema della iconografia del movimento operaio italiano, ossia ‘Gesù socialista’, e recava, ben visibile nella parte inferiore del quadro, una scritta che da allora non ho più dimenticato: “Il socialismo è la grande speranza di tutti coloro che soffrono e che lavorano”.
Poco tempo appresso ricordo che assistetti, sempre a Genova, ad un comizio del vecchio Nenni, non senza prima essermi infilato nell’occhiello della giacca, come si usava nelle manifestazioni socialiste, un bel garofano rosso.
Le vicende e le scelte che orientarono la mia attiva partecipazione ai conflitti politico-sociali negli anni successivi (dopo l’iscrizione alla Federazione Giovanile Socialista Italiana, che derivò da quel primo contatto) mi condussero a vivere, come marxista e come comunista, quel grande ciclo storico che, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, avrebbe lasciato un segno duraturo nella vita del nostro paese (e non solo del nostro paese). La consapevolezza, maturata attraverso quelle vicende e quelle scelte, del ruolo di classe che svolgono i partiti e i ‘leader’ che li dirigono mi ha insegnato pertanto che i termini di ‘destra’ e di ‘sinistra’ possono semplicemente indicare lo specifico nesso fra economia e Stato che caratterizza il sistema capitalistico nelle attuali società borghesi: più esattamente il rapporto di non coincidenza e di autonomia relativa, necessario a garantire la governabilità capitalistica, fra la classe dominante e la classe dirigente.
La condizione che trae origine dalle esperienze e dalla consapevolezza or ora richiamate mi permette quindi di collocare la figura e l’opera di Bettino Craxi nel contesto reale a cui appartiene non solo la storia del socialismo italiano, ma anche la storia di altre famiglie politiche della sinistra italiana (come quella togliattiana, come quella bordighiana, come quella saragattiana, come quella morandiana, come quella bobbiana…): il contesto della ristrutturazione del nesso fra economia e politica in un paese dominato dal capitalismo monopolistico.
In questo senso, si può affermare che la vicenda di Bettino Craxi risulta più affine a quella di Enrico Mattei che non alle vicende di altre personalità politiche cui è stata paragonata (come, ad esempio, quella, richiamata dai suoi sostenitori più accesi, dello stesso Turati costretto all’esilio dalla dittatura fascista). Sia Mattei che Craxi hanno svolto infatti un ruolo decisivo nella riorganizzazione, rispettivamente, del capitalismo e del potere politico, determinando conseguenze di lungo periodo e di segno ambivalente. Non è possibile ignorare, a tale proposito, che tutta una serie di scelte e di battaglie politiche impostate e iniziate da Craxi – dall’orientamento verso il decisionismo autoritario, determinato dall’impotenza di un Parlamento sempre meno autorevole e sempre più autoreferenziale, all’individuazione dell’insorgenza leghista da lui definita come ‘questione settentrionale’, dalla franca denuncia del ‘male oscuro’ che si esprime nella corruzione pubblica e partitica che attanaglia la democrazia borghese in Italia e non solo in Italia (come dimostrarono le inchieste giudiziarie che travolsero lui e il suo stesso partito e come dimostrano i casi recenti e meno recenti di altri paesi, giacché là dove c’è mercato è inevitabile che vi sia corruzione o, per dirla in termini più asettici, il mercato economico determina il mercato politico), al costante anticomunismo inteso non tanto come contrapposizione ideologica ad un Partito Comunista Italiano sempre più socialdemocratizzato quanto come avversione irriducibile, questa sì di carattere schiettamente ideologico, al modello di ‘socialismo reale’ incarnato dall’Unione Sovietica – sono state riprese e portate avanti dalle forze politiche della ‘destra’ e, in parte, della stessa ‘sinistra’.
Ma le ragioni per cui ho voluto, attraverso il presente incastro di esperienze personali e soggettive e di dati storici e oggettivi, ricordare Bettino Craxi hanno innanzitutto due titoli, che assumono un significato esemplare nella storia politica dell’Italia repubblicana: Sigonella e il ‘caso Moro’. Pur con tutte le limitazioni che queste vicende richiedono (fra le quali va citata in primo luogo, se non l’assenza, il carattere frammentario di una linea alternativa in cui inserire organicamente le scelte allora compiute dal ‘leader’ socialista), occorre riconoscere che si trattò di due atti politici fondamentali. Il senso del primo va ricercato, come ognuno comprende, nella priorità accordata alla difesa dell’indipendenza nazionale rispetto alla servile acquiescenza verso il potente alleato; il senso del secondo va individuato invece nella priorità accordata al criterio umanitario della trattativa e della salvezza di una vita umana rispetto alla difesa intransigente dello Stato borghese e della sua teologica superiorità. Sono due atti che, da soli, bastano a riservare a chi li ha compiuti un posto significativo e importante nella storia del nostro paese.









































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"La sera del 14 [agosto 1892] in una trattoria di Genova (- assente il Costa, che nell'insieme ha fatto una pessima figura -) vi risolveste a tenere un'altra riunione [quella da cui scaturì la fondazione del Partito dei Lavoratori italiani, denominazione poi cambiata nel successivo congresso di Reggio Emilia (1893) in quella di Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, finché nel congresso di Parma del 1895 venne adottata la denominazione di Partito Socialista Italiano] ...". Così si rivolse Antonio Labriola a Filippo Turati in una lettera scritta una settimana dopo l'avvenimento. Gaetano Arfé, autore di una fondamentale "Storia del socialismo italiano (1892-1926)" (Einaudi, Torino 1965, p. 10), espone in merito quanto segue: "Il congresso di Genova appare come il coronamento di un lungo sforzo compiouto dai vari gruppi socialisti... La turatiana Lega socialista milanese e la non meno turatiana 'Critica Sociale' avevano avuto in quest'opera una parte di primaria importanza, indicando con precisione l'obiettivo da raggiungere - la fondazione in Italia di un partito socialistA - ". Rispedisco pertanto la precisazione al mittente.
Per me personalmente (e qui mi riallaccio ai ricordi di Eros Barone) che mi iscrissi da ragazzo al Psi nel '63 per poi passare al Psiup l'anno dopo,Craxi era solo il tirapiedi di Nenni, Natali e tutta la cricca "autonomista" milanese, la federazione più sfrenata d'Italia. I veri socialisti, che ricordo con devozione: Lelio Basso, Tullio Vecchietti, Rodolfo Morandi, Oreste Lizzadri persero la partita. Il Psi da partito operaio diventava partito delle aristocrazie operaie o peggio, comunali e si sganciava dal proletariato. Il Pci avrebbe imboccato lo stesso cammino e declino venti anni dopo, ma questa è un'altra storia, sia pure connessa a quella precedente.
Mi sembra che l’importanza data all’episodio di Sigonella e all’atteggiamento di Craxi nel sequestro Moro, o la presa di posizione sul colpo di stato in Cile (ci mancherebbe che non fosse stato così, quando la cesura con la tradizione socialista non era ancora stata completata) o rispetto ai palestinesi (anche la Dc, lo stesso Andreotti che forse ne pagò le conseguenze, manteneva una posizione relativamente autonoma di attenzione verso i palestinesi, i paesi arabi e il medio oriente) non siano sufficienti ad assegnare al PSI una posizione più autonoma e meno statolatrica rispetto al PCI (del quale, però, occorrerebbe distinguere fasi diverse, anche se gli si volesse assegnare una certa continuità di percorso).
Craxi, mentre faceva simbolicamente la voce grossa nell’episodio di Sigonella, faceva anche installare i missili nucleari in Sicilia, totalmente prono alla volontà USA-Nato. E mentre Craxi installava i missili nucleari in Sicilia, il comunista "piccino" Pio La Torre pagava con la vita l’opposizione a quella scelta di guerra e di aggressione al campo socialista. Mi sembra evidente che Pio La Torre fu ucciso perché era l’animatore e la guida di un movimento popolare di opposizione all’aggressivo riarmo NATO. Non credo che si voglia credere davvero che Pio La Torre fu ucciso dalla mafia per la sua legge contro i patrimoni mafiosi. Questa versione legalitaria fa comodo al soporifero e conservatore legalitarismo piccolo borghese in auge da decenni.
Se si privilegia Sigonella e il caso Moro, la selezione propone in una luce tutto sommato positiva il PSI di Craxi, contrapponendolo al PCI "sempre" difensore dello stato borghese. Il ragionamento è: se, in fondo, sia il PSI che il PCI, anche quello togliattiano, sono stati partiti interni alla gestione dello stato borghese, allora il PSI ha almeno avuto dei guizzi di autonomia rispetto a un PCI vestale dello stato sempre e comunque.
Mi sembra un ragionamento errato.
Alla base dell'autonomismo socialista e della concorrenza col PCI vi era un sentimento ostile non tanto e non solo al campo sovietico, ma al PCI come forza popolare di operai, braccianti, ecc. Vi era, in fondo, un sentimento piccolo borghese espresso da una larga base sociale socialista (nel mio paese, per es., la base socialista era costituita da artigiani e la base comunista da braccianti), poi ripresa da movimenti esterni al PCI e extraparlamentari.
Che questo sentimento si esprimesse negli anni di Craxi come ostilità verso un PCI ormai simulacro di se stesso e soltanto simbolo di quel campo internazionale osteggiato dal PSI ha poca importanza; ciò che conta è che l'ostilità era indirizzata al valore simbolico del PCI.
Di Craxi c'è da ricordare positivamente il suo invito ad andare al mare riguardo al referendum sulla preferenza unica. Egli aveva lucidamente compreso la torsione uninominale e reazionaria del nostro sistema elettorale e in questo, rispetto ai vari D'Alema, Occhetto e dirigenza dell'allora ancora PCI, si trovava anni luce più avanti. Calcoli di partito o sensibilità democratica? Credo più alla prima ipotesi, ma oggettivamente la sua posizione era più democratica e avanzata rispetto al populismo reazionario del PCI agonizzante e degenerato.
Come si vede anche da questa vicenda, l'anticraxismo dell'ultimo PCI non era tutto rose e fiori. C'era senz'altro una componente genuina di classe, ma questa componente è stata orientata verso la semplice concorrenza con Craxi su un piano dislocato a destra. I vari Occhetto e D'Alema erano gelosi di Craxi, non alternativi a lui. Craxi si proponeva come il punto di riferimento dei capitalisti nella riorganizzazione capitalistica e nella fase reazionaria di attacco ai lavoratori. D'Alema e Occhetto intendevano contendergli questo ruolo. E ci sono riusciti, se pensiamo a cosa è stato ed è il PDS-DS-PD.
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