Le ragioni del crollo della produttività italiana
Nanismo aziendale o nanismo politico?
di Riccardo D'Orsi
La stagnazione dell’economia italiana ha radici profonde che precedono lo scoppio della Crisi finanziaria globale del 2007/08. Mentre il reddito pro-capite medio dell’Italia ha viaggiato a lungo sugli stessi livelli di Francia e Germania, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, le sue performance economiche sono peggiorate drasticamente.
In contrapposizione ad alcuni studi che tendevano ad ascrivere i problemi dell’economia italiana a un presunto minor numero di ore lavorative rispetto ai suoi competitor [1], la letteratura sul tema è pressoché unanime nel ritenere il declino italiano un problema di produttività [2]. Mentre infatti fino agli inizi degli anni ’90 l’efficienza del processo produttivo italiano aveva tenuto il passo con le due maggiori economie europee, tra il 1990 e il 1993, e poi ancora dal 1996, la produttività italiana è crollata.
Sulla scia della teoria neoclassica dominante, che non ammette alcun ruolo della domanda aggregata nel lungo periodo, la maggior parte dei contributi accademici si è concentrata sulle cause di tale tendenza da una prospettiva che enfatizza il ruolo dell’offerta.

Secondo tale approccio, si è spesso sostenuto che la bassa produttività italiana fosse dovuta al “nanismo” della sua impresa, che non le avrebbe consentito di beneficiare degli effetti di economia di scala e ricerca e sviluppo (R&D) [3].
Tuttavia, le spiegazioni del crollo della produttività italiana che enfatizzano il ruolo dell’offerta non risultano convincenti. L’arresto della crescita dell’efficienza del processo produttivo italiano avviene infatti a partire da un preciso momento storico coincidente con la fase in cui l’Italia ha perseguito risolutamente l’ingresso nell’Unione Economica Monetaria [4]. D’altro canto, i fattori produttivi spesso enfatizzati da chi si concentra sul lato dell’offerta sono strutturalmente presenti nel nostro sistema industriale, e non hanno impedito al paese di crescere in passato al pari dei suoi partner europei mantenendo livelli di produttività pressoché analoghi.
La spiegazione di come l’adesione a Maastricht sia stata determinante nel crollo della produttività italiana viene plasticamente fornita dalla teoria economica che sottolinea il ruolo della domanda aggregata nei processi produttivi. Petrus Johannes Verdoorn [5] ricorda infatti come vi sia una relazione bilaterale tra crescita economica e produttività: così come una maggiore produttività determina un maggior tasso di crescita, un aumento del reddito si rifletterà positivamente sulla produttività. Come riconosciuto da Nicholas Kaldor [6], la ragione è da ricondursi al fatto che maggiore è la crescita, più le imprese dovranno investire per far fronte alla crescente domanda di beni e servizi, e più aumenterà la produttività. La validità strutturale della legge Kaldor-Verdoorn per l’economia italiana è stata recentemente confermata da uno studio di Emanuele Millemaci e Fernando Ofria [7].
Il proseguimento naturale di quanto detto al fine di verificare il ruolo della domanda aggregata nel calo della produttività italiana, è quello di investigarne le dinamiche storiche e compararle a quelle dei maggiori paesi europei. Un simile lavoro è stato portato avanti da Stefano Perri e Roberto Lampa [8], che mostrano come, analogamente a quanto avvenuto per la produttività, a partire dagli anni ’90 il livello di domanda aggregata italiano abbia cominciato a divergere rispetto a quello dei partner europei. La dinamica più rilevante è quella legata all’andamento della domanda interna italiana, che a seguito di continui avanzi primari scelleratamente conseguiti per rientrare dei parametri macroeconomici di Maastricht, risulta al di sotto della media europea per tutto il periodo considerato [9].
Piuttosto che di “nanismo aziendale”, quando si guarda alle dinamiche di stagnazione della produttività e declino economico del Bel Paese sarebbe dunque più corretto parlare di “nanismo politico”. Non può che essere meritevole di tale epiteto una classe dirigente che tanto superficialmente decide di imbrigliare il proprio paese in una serie di vincoli non idonei alle caratteristiche strutturali del suo sistema produttivo, causandone la “mezzogiornificazione” nell’arco di poco più di due decenni. Qualsiasi prospettiva di rilancio, non può che partire da questa constatazione, affiancata al ripudio di politiche di deregolamentazione, privatizzazione e austerità come ricetta di sviluppo [10].










































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