
Una storia antica dell’Iran
di Eros Barone
Dopo le tre guerre del Golfo Persico (1980-1988, 1991, 2003), dopo l’aggressione alla Serbia e l’intervento nel Kossovo (1999), dopo l’occupazione dell’Afghanistan (2002), dopo l’assassinio di Gheddafi e la distruzione della Libia (2011), dopo lo scatenamento della guerra civile in Siria (2011-2024), dopo la “guerra dei dodici giorni” sferrata da Israele contro l’Iran (2025), dopo il colpo di Stato e il rapimento del presidente della repubblica in Venezuela (3 gennaio 2026), dopo l’assassinio della “guida suprema” dell’Iran (28 febbraio 2026), fermo restando nel corso del tempo (1948-2026) il totale appoggio alla politica espansionista e genocida di Israele nel Vicino Oriente, dovrebbe essere chiaro che le cause per cui l’imperialismo americano intraprende o sostiene una guerra sono sempre più di una. Pesano, infatti, almeno tre fattori: l’economia, la geopolitica e la storia. Rispetto a due di questi fattori (storia ed economia), determinanti per la conquista e il mantenimento dell’egemonia, gli Stati Uniti stanno segnando il passo. E questa è la ragione per cui sono sempre più pericolosi. Consideriamo dunque il fattore geopolitico.
Orbene, basta dare un’occhiata a una carta geografica per notare che nel ‘limes’ lungo circa 10.000 chilometri che, saldamente presidiato dalle forze armate statunitensi, parte dalla Turchia e, passando attraverso l’Iraq e l’Afghanistan, giunge al confine nord-occidentale della Cina, c’è solo un anello che manca: l’Iran, un paese che, con la sua estensione di oltre un milione e seicentomila chilometri quadrati, con le sue risorse naturali e con la sua posizione strategica, è il vero gigante del Medio Oriente.
E non è forse assolutamente chiaro che la Cina, assurta, secondo gli stessi esperti militari statunitensi, con la sua progressiva ascesa economica, tecnologica e militare, al rango di nuovo antagonista mondiale degli Stati Uniti, è il vero obiettivo strategico della guerra americana? Era dunque evidente, per chiunque usi il metodo del realismo nell’analisi dei rapporti internazionali, che gli Usa avrebbero attaccato l’Iran, che la diplomazia era soltanto la metafora di un ultimatum e che il vero obiettivo era quello di colpire a tradimento il nemico.
Ma quali sono le ragioni economiche e politiche di questo ‘modus operandi’? Il piano principale degli Usa prevede il controllo del petrolio nel Medio Oriente e la creazione di un dispositivo militare orientato in direzione della Cina. Finora soltanto due paesi si erano opposti a questo piano: l’Iraq e l’Iran. L’Iraq è stato neutralizzato con l’invasione militare e con la guerra civile; adesso è rimasto solo l’Iran ad ostacolare il piano principale degli Stati Uniti. Nulla è apparso allora più conveniente all’amministrazione trumpiana, per rinvigorire il consenso popolare declinante, di un’altra guerra, ancora una volta contro l’Iran.
D’altra parte, il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq è del tutto fuori discussione: un’azione simile equivarrebbe ad un’ammissione di debolezza, senza contare che gli Stati Uniti hanno compiuto grandi sforzi e speso molte risorse per andare in Iraq e costruirvi basi militari permanenti, e che tutto ciò si inscrive in una strategia di vasta portata che non riguarda solo il Vicino e Medio Oriente. Essi vi resteranno pertanto a lungo (presumibilmente qualche decennio).
La conclusione è che per l’amministrazione statunitense rimaneva soltanto una via: l’‘escalation’, attuata di concerto con Israele, attraverso una nuova guerra di aggressione contro l’Iran, definita come “attacco preventivo” proprio perché priva di qualsiasi giustificazione in termini di diritto internazionale. Naturalmente, vi sono delle controindicazioni e chi afferma che l’Iran si vendicherà fomentando l’insurrezione in Iraq e minacciando di bloccare il trasporto del petrolio attraverso il Golfo Persico non manca di segnalarle, mettendo in guardia dalle conseguenze dirompenti che provocherà l’attacco dell’asse israeliano-statunitense all’Iran (ad esempio, il coinvolgimento della Cina e della Russia). Chi afferma ciò pensa che gli Stati Uniti non metteranno in pericolo la vita dei loro soldati, passando dall’attacco aereo a quello terrestre, e che non correranno il rischio di far salire il prezzo del petrolio per imporre la propria volontà politica sull’Iran. Ma chi pensa così sbaglia. Uno degli obiettivi che gli Stati Uniti si prefiggono nel Medio Oriente è infatti il controllo del petrolio, costi quel che costi. Dunque sarebbero disposti a sacrificare qualche migliaio di soldati in una guerra “boots on the ground”? La risposta è sì. E che cosa succederebbe se l’Iran riuscisse a rallentare o fermare il flusso di petrolio attraverso il Golfo Persico? Ancora una volta, questo fatto potrebbe tornare a vantaggio degli Usa, poiché nel frattempo le compagnie petrolifere beneficerebbero di una riduzione globale delle scorte di petrolio e negli ultimi anni si è visto che, quando il petrolio è salito di prezzo, i profitti delle compagnie petrolifere sono saliti altrettanto vorticosamente.
Siccome la conoscenza della storia, a partire da quella antica, è oggi fortemente trascurata e l’ignoranza, oltre ad essere in sé deprecabile, è anche dannosa in termini di comprensione delle dinamiche di lungo periodo sottese alle relazioni internazionali, è sicuramente utile dare un’idea, sia pure a grandi linee, della storia politico-militare da cui proviene l’Iran attuale, ossia la Persia, tenendo conto che, contrariamente a ciò che spesso nei commenti giornalistici viene sottinteso, la popolazione che viene indicata con questi etnonimi appartiene alla razza (non semitica ma) indoeuropea. La tribù iranica dei Parti, guidata dalla dinastia degli Arsacidi, resse dal 250 a.C. al 230 d.C. un impero che comprendeva gran parte dell’Iran, la Media e la Babilonia, e rappresentò sempre un argine insuperabile per l’espansione dell’impero romano. Non fu facile per i generali di Roma mettere a punto una tecnica e una tattica che consentissero di fronteggiare la cavalleria pesante e leggera degli iranici. I cavalieri “pesanti” erano infatti corazzati dall’elmo del guerriero fino al ventre del cavallo e sui loro scudi si spuntavano i giavellotti scagliati dai legionari romani, che non erano in grado di resistere all’urto di quei “carri armati” ‘ante litteram’. Dal canto loro, i cavalleggeri montavano cavalli addestrati a lasciarsi guidare dai colpi di tallone, e quindi i cavalieri, avendo le mani libere, scagliavano frecce anche girandosi all’indietro, colpendo i nemici che commettevano l’errore di inseguirli, convinti che essi si fossero dati alla fuga: questa finta fuga era il cardine della loro tattica. Gli inseguitori venivano così decimati dalle frecce di un nemico che fuggiva: da qui è scaturita la metafora della “freccia del Parto”, cioè il colpo che ti coglie di sorpresa, tirato da un avversario che sta fuggendo.
Quando i tre triumviri, Cesare, Pompeo e Crasso si divisero i settori d’intervento, Crasso volle l’Asia Minore, essendo attratto dalle favolose ricchezze della Siria, della Palestina e dell’impero dei Parti. Pompeo e Cesare forse lo avvertirono che con i Parti non si scherzava, o forse tacquero, prevedendo che Crasso avrebbe attaccato quel nemico invincibile e ne sarebbe stato eliminato. Fu così che il 9 giugno del 53 a.C. Marco Licinio Crasso venne sconfitto a Carre. Stando agli storici del tempo, gli dèi avevano cercato di dissuaderlo dall’ingaggiare la battaglia inviandogli una serie di segni nefasti: non solo fulmini e tuoni, ma anche lenticchie e focacce d’orzo, che furono distribuiti ai soldati pur sapendo che i Romani consideravano tali prodotti come cibo da riservare ai banchetti funebri. Infine, mentre stava celebrando il sacrificio in onore del dio del fiume Eufrate, che i Romani avevano attraversato, Crasso si fece sfuggire dalle mani le viscere della vittima e, notando che i presenti erano terrorizzati, diede la colpa alla vecchiaia e garantì che nessun’arma gli sarebbe sfuggita di mano. Insomma, quel giorno maledetto il triumviro contribuì a produrre segni nefasti, l’ultimo dei quali fu quello di avviarsi al campo di battaglia indossando non il tradizionale mantello di porpora, ma un mantello nero. Prima di essere ucciso, toccò al triumviro di vedere la testa del figlio Publio conficcata su una lancia che un Parto agitava sotto gli occhi dei soldati romani gridando che non era possibile che da un uomo così spregevole come Crasso fosse nato un figlio tanto valoroso. Secondo Plutarco, quella testa tronca venne usata da un attore come arredo di scena: questi la prese tra le mani mentre recitava alcuni versi delle “Baccanti” di Euripide durante il banchetto in cui Orode, re dei Parti, e Artavasde, re dell’Armenia, festeggiavano la loro riconciliazione. Si narra anche che Orode, volendo porre in evidenza la cupidigia di Crasso, abbia fatto versare oro fuso nella bocca della testa tronca di Crasso.
È vero che la storia non si ripete, ma è altrettanto vero che una delle sue costanti è proprio la cupidigia che, se spinge gli esponenti delle plutocrazie ad impossessarsi delle risorse altrui con la forza delle armi, li espone prima o poi a conseguenze non dissimili da quelle che toccarono a Crasso.








































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