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La banalità del male nell'era dello spettacolo

di Mario Sommella

Quando l’assassinio politico diventa intrattenimento di massa

 

I. Il tempo delle abitudini impossibili

Esiste un momento preciso in cui ciò che era impensabile smette di essere tale. Non è un’esplosione: è un’erosione silenziosa, quasi impercettibile, che avviene nelle pieghe del dibattito quotidiano, nei toni di una breaking news, nell’intonazione con cui un conduttore introduce la notizia di un’eliminazione fisica. Lo stiamo vivendo adesso, e fingere il contrario sarebbe la più comoda delle menzogne.

L’assassinio politico — pratica antica quanto il potere stesso, ma lungamente confinata nel catalogo degli orrori che le democrazie liberali pretendevano di aver archiviato — è rientrato nel lessico ordinario della geopolitica contemporanea senza che quasi nessuno alzasse davvero la voce. Non è rientrato di soppiatto: è rientrato in pompa magna, con uno spot pubblicitario, una colonna sonora da discoteca e la soddisfazione ostentata di chi considera la storia del mondo una questione di brand management.

«La strada per l’inferno è lastricata di normalizzazioni progressive. Ogni generazione ha il suo contributo da versare nell’urna del tollerabile.»

Stiamo assistendo, in tempo reale, alla costruzione di una nuova soglia del socialmente accettabile. E come ogni processo di questo tipo, avviene con la complicità — attiva o passiva — di chi dovrebbe presidiare le frontiere del giudizio critico: i media, l’intellettualità, le istituzioni.

 

II. La «Macarena» e la fine del pudore

L’immagine che resterà, che dovrà restare, di questa fase storica è quella di una superpotenza che annuncia l’inizio di operazioni militari — con decine di vittime civili, con la morte di figure di rilievo politico e religioso di rango internazionale — accompagnando il comunicato con una canzone da spiaggia estiva. Non è una metafora. È accaduto. L’Amministrazione americana ha pubblicizzato la cosiddetta «decapitation strategy» contro l’Iran con uno spot che esaltava le capacità distruttive di una GBU-57 Massive Ordnance Penetrator sulle note della Macarena.

Il dato non è solo grottesco: è rivelatore. Rivela che non c’è più nemmeno la necessità della finzione istituzionale, quel minimo di paludamento retorico — «difesa dei valori democratici», «tutela della sicurezza internazionale» — con cui le potenze occidentali erano solite ammantare le proprie azioni militari. Siamo entrati in una fase di cinismo esibito, dove la performance della brutalità è diventata essa stessa strumento di proiezione del potere.

«Non è la violenza in sé a segnare un’epoca, ma il modo in cui la violenza viene raccontata, venduta, celebrata. Quella è la vera misura della barbarie.»

 

III. L’album di famiglia dell’Occidente

Sarebbe però un errore — oltre che una disonestà intellettuale — leggere questo momento come una rottura, come l’irruzione improvvisa di qualcosa di estraneo nel corpo sano di una tradizione democratica. La verità, più scomoda, è che stiamo raccogliendo ciò che abbiamo seminato. E il campo è stato lavorato a lungo, con cura e metodo.

Basta ripercorrere la cronologia recente. Nel 2011, Hillary Clinton commentò l’uccisione di Muammar Gheddafi — catturato, sodomizzato con una baionetta e linciato — con un autocompiaciuto «We came, we saw, he died», declinazione cesariana offerta con il sorriso di chi ha appena chiuso un buon affare. Nessuno scandalo duraturo. Nessuna conseguenza politica significativa. Il gesto fu assorbito, metabolizzato, archiviato.

Nel 2012, il New York Times rivelò l’esistenza di una «kill list» settimanale: ogni giovedì, un alto funzionario della CIA si recava nello Studio Ovale per sottoporre al presidente Barack Obama — premio Nobel per la pace in carica — l’elenco delle persone da eliminare nel corso della settimana. Il giornale descrisse quella procedura come una prova della tenuta morale del presidente. La riflessione sulla natura di quella pratica rimase, nella sostanza, ai margini del dibattito pubblico.

«L’assuefazione al male non è un evento: è un processo. E ogni passaggio del processo ha avuto i suoi complici, le sue giustificazioni, i suoi silenzi opportuni.»

Il filo rosso che collega questi episodi non è ideologico nel senso stretto del termine: attraversa amministrazioni democratiche e repubblicane, si nutre di retorica progressista non meno che di quella nazionalista. È strutturale. È il prodotto di un sistema di impunità costruito pazientemente, nel quale la potenza militare e tecnologica ha progressivamente eroso qualsiasi residua grammatica del diritto internazionale.

 

IV. Il «Frankenstein» e il ritorno del rimosso

In questo contesto, il ruolo di Israele — Stato cresciuto per ottant’anni in un regime di sostanziale impunità strutturale, che ha sviluppato un’expertise senza pari nell’assassinio politico sistematico come strumento di politica estera — non può essere letto semplicisticamente come causa di un processo di «israelizzazione» della cultura politica occidentale. Sarebbe riduttivo, e in parte anche fuorviante.

La relazione è più complessa e più perturbante: l’Occidente ha proiettato su Israele quella parte di sé che non poteva più esprimere direttamente, dopo Norimberga, dopo la decolonizzazione, dopo la codificazione dei diritti umani. Ha vissuto per interposta persona, attraverso quello Stato-di-eccezione istituzionalizzato, ciò che la grammatica pubblica delle democrazie liberali aveva reso inconfessabile. Ma il rimosso torna sempre. E quando torna, non bussa educatamente alla porta.

 

V. Chi è Trump? Una categoria politica inedita

Definire Trump è diventato un esercizio quasi impossibile, non per mancanza di strumenti analitici, ma per eccesso di categorie inadeguate. Non è Hitler: manca della dimensione tragica, del senso apocalittico della storia, dell’ideologia organica che trasformava la violenza in liturgia. Non è nemmeno il gangster del potere à la Savastano: a quel personaggio, pur nella sua brutalità, appartiene ancora una forma di coerenza interna, una logica d’accumulazione che implica una certa percezione delle conseguenze.

Trump sembra invece appartenere a una categoria politica genuinamente nuova, che potremmo chiamare il populismo dello spettacolo puro: un sistema in cui la realtà conta solo nella misura in cui può essere trasformata in contenuto, in cui la violenza è accettabile se accompagnata dalla giusta colonna sonora, in cui il calcolo politico è stato sostituito dalla logica dell’engagement. Non si odia, non si ama: si performa. E la performance, in questo momento storico, è la guerra.

«Quando il potere smette di sentire il bisogno di giustificarsi, non siamo di fronte a una crisi della democrazia: siamo di fronte alla sua sostituzione con qualcos’altro, che non ha ancora un nome preciso.»

 

VI. Dove porta questa strada

La domanda che dovremmo farci — con tutta la serietà che la gravità del momento esige — non è «come mai siamo qui?» ma «dove porta questa strada?». La risposta onesta è che non lo sappiamo con precisione. Ma alcune traiettorie sono già visibili.

La normalizzazione dell’assassinio politico come strumento di governance internazionale implica la dissoluzione di qualsiasi residua architettura multilaterale. Se i negoziatori possono essere eliminati fisicamente nella notte che precede i colloqui — come accaduto a Doha, come accaduto in Oman — allora la diplomazia cessa di essere uno spazio possibile e diventa semplicemente l’anticamera dell’esecuzione. Chi accetterà ancora di sedersi a un tavolo?

La banalizzazione dello spettacolo bellico attraverso la sua gamification — lo spot con la GBU-57, la Macarena come colonna sonora del bombardamento — produce un effetto di desensibilizzazione sistematica nelle opinioni pubbliche occidentali, che è già avanzato ben oltre la soglia dell’allarme. Non è fantascienza distopica: è la cronaca di questi giorni.

Infine — e questo è forse il dato più inquietante — l’assenza di qualsiasi reazione critica significativa da parte delle opposizioni politiche e dell’intellettualità nei paesi occidentali suggerisce che il processo di normalizzazione ha già raggiunto le sue istituzioni e i suoi corpi intermedi. Quando il male non scandalizza più chi avrebbe il compito di scandalizzarsi, la banalizzazione è compiuta.

Non è troppo tardi per aprire gli occhi. Ma non è mai stato così urgente farlo. L’inferno di cui si parla non è una profezia apocalittica: è il nome tecnico di ciò che accade quando una civiltà smette di fare i conti con se stessa e con il proprio album di famiglia. Quell’album esiste. Ha molte pagine. E alcune di esse le abbiamo scritte noi.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

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