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Trent'anni di sviluppo, e molti di crisi

Mario Cedrini

Non si trattava di una lettura da ombrellone, d'accordo. Ma l'estate critica che abbiamo appena vissuto, segnata appunto dalla crisi economica e da tristi presagi per l'autunno – nonostante le rassicurazioni montiane – forniva più di una ragione per rinunciare alla spensieratezza dei romanzi. Di qui la scelta d'inserire in lista – la lista dei partenti, e cioè dei libri che avrebbero accompagnato il viaggio verso l'ombrellone – un piccolo saggio, di economia, e in particolare di economia dello sviluppo, a cura poi di un'organizzazione di cooperazione internazionale, e per giunta in lingua inglese. Al peggio non v'è mai fine?


Non esageriamo. Si tratta di un volumetto della serie Trade and Development Reports dell'Unctad, una delle poche agenzie specializzate delle Nazioni Unite degne di resistere al logorio del tempo storico: la United Nations Conference on Trade and Development nasceva nel lontano 1964 (con il meeting di Ginevra, e il grande economista argentino Raul Prebisch come primo segretario generale) con l'intento di affrontare quei problemi che l'ordine politico-economico internazionale scaturito dalla seconda guerra mondiale lasciava di fatto irrisolti, incapaci com'erano d'imporsi nel gioco degli interessi contrapposti della guerra fredda.

I problemi dello sviluppo, appunto, quelli di paesi che presentavano ritardi storici strutturali, in un contesto che obiettivamente li sfavoriva (premiando i manufatti del centro industriale del sistema-mondo e aggravando la situazione dei paesi esportatori di commodities). I problemi, in particolare, di quelle nazioni che pochi anni prima, nel 1955 (alla conferenza di Bandung), avevano dato vita alla più grande organizzazione internazionale dopo l'Assemblea generale dell'Onu, quella dei paesi non allineati.


L'Unctad offrì un contributo decisivo alla realizzazione del Nuovo ordine economico internazionale, auspicato dal vertice dei paesi non-allineati del 1973 (conferenza di Algeri) – chi ancora riuscisse a trovarlo sulle bancarelle, acquisti e legga, anche solo per cogliere lo zeitgeist nel lessico degli atti dell'incontro, Noi, “paesi non-allineati” (curiosa la vicinanza con il titolo delle memorie di Christiane F.), Jaca Book 1974 – e ratificato dall'assemblea delle Nazioni Unite nel 1974, con un voto che sanciva la coesione (nonché la conquista della maggioranza stessa dei voti presso l'assemblea) del “gruppo dei 77” non-allineati. Naturalmente, la “Carta dei diritti e doveri economici degli stati” (qui il testo ufficiale) approvata in quella sessione, carta che consentiva tra l'altro l'espropriazione e la nazionalizzazione degli investimenti diretti esteri, restò, di fatto, lettera morta, e non produsse alcun nuovo ordine. Anzi, la stagflazione nei paesi occidentali e l'avvento (“spontaneo” da noi, forzato nel mondo in via di sviluppo) del neoliberismo su scala mondiale avviarono un tentativo di ordine (stimolato, paradossalmente ma non troppo, dalla caduta del sistema di Bretton Woods) squisitamente fondato sulla disciplina e la repressione, in nome delle presunte capacità auto-regolative dei mercati internazionali, del cosiddetto policy space, dell'autonomia di scelta nazionale che il sistema di Bretton Woods aveva comunque difeso, anche per i paesi in via di sviluppo.


Voce fortemente critica, com'è facile immaginare, nei confronti della teoria mainstream della disciplina economica, l'Unctad iniziò a pubblicare nel 1981 – quando il malign neglect delle politiche del presidente americano Reagan e del chairman della Federal Reserve Volcker trascinavano i paesi dell'America Latina in una spirale di debito dalla quale riuscirono tardivamente a salvarsi, persi uno o più decenni di crescita, malgrado il Fondo monetario internazionale – un rapporto annuale sullo sviluppo (a cura dei migliori specialisti della disciplina) che è in realtà probabilmente il miglior testo aggiornato di economia internazionale a disposizione non solo di accademici e policy-makers, ma anche degli studenti universitari, che nel Trade and Development Report (TDR) troverebbero certamente un bel manuale, non manualistico, di economia dello sviluppo, in chiave storica (da affiancare ai classici lavori di Albert O. Hirschman), e - con un po' di coraggio da parte dei docenti - un bellissimo affresco ragionato dei problemi dell'economia mondiale tutta, non solo di quelli dei paesi emergenti.


Chi non avesse consultato gli ultimi trenta rapporti potrà consolarsi con il Trade and Development Report 1981-2011: Three Decades of Thinking Development, un sunto – liberamente scaricabile in formato pdf, senza costi – delle raccomandazioni proposte dall'Unctad nel corso dei turbolenti decenni del neoliberismo (cui si aggiungono i testi degli interventi di segretari ed economisti del passato e del presente dell'organizzazione alla conferenza celebrativa dei trenta del TDR), delle crisi finanziarie ma anche del folgorante successo del Sud-Est asiatico e della Cina. E leggendolo, potrà magari realizzare che se solo qualche decision-maker in più avesse letto il TDR dell'anno (eresia!), oltre al World Economic Outlook dell'FMI, avremmo avuto qualche strumento, teorico e pratico, aggiuntivo per comprendere le cause della crisi, e qualche alternativa di pensiero in più (ne avremmo così avuta almeno una) per schivare il disastro. Perché quello che sta accadendo oggi in Europa non è solo il lascito del collasso finanziario americano, e di una crisi di debito del continente, ma anche la logica conseguenza di un movimento lungo condotto dalle nazioni occidentali, un movimento di cui un tempo erano vittime solo i paesi in via di sviluppo, e che oggi torna alla base, a farsi beffe dei sostenitori della teoria dei mercati auto-regolati. L'insensata finanziarizzazione, la visione moralistica del rapporto tra creditori e debitori nell'assenza di procedure simmetriche e multilaterali di risoluzione per i debt collapses, il modello unico di crescita (quello del Washington Consensus: sound macroeconomics, e cioè lotta all'inflazione, con buona pace della crescita; apertura completa alla concorrenza internazionale, e riduzione violenta del ruolo dello stato in economia) e la cancellazione del policy space: non è ciò di cui soffrono oggi quei paesi che tutto ciò avevano imposto ieri, con soft e hard powers, ai (pochi) non-allineati (al modello unico) del pianeta?


Purtroppo, a condurre alla crisi è stata quella stessa teoria che oggi viene riproposta come l'unica in grado di salvarci. Peccato, perché le alternative non mancherebbero, come dimostra il TDR 1981-2011. Perché gli economisti dell'Unctad non si sono mai occupati unicamente dei problemi dello sviluppo. Anzi, si sono principalmente dedicati all'analisi delle drammatiche ripercussioni, per i paesi in via di sviluppo, di politiche nazionali decise unilateralmente dalle nazioni già sviluppate. La lezione che oggi l'Unctad, a differenza di altri, è in grado di offrire, è che i paesi occidentali non sono stati in grado di imparare ciò che la storia recente aveva insegnato loro. I problemi dello sviluppo sono in realtà i nostri problemi: il sistema che imponiamo agli altri è quello che domani s'imporrà a noi stessi. Ciò che l'Unctad aveva compreso e spiegato, suscitando l'ilarità dei colleghi (Banca Mondiale e Fondo Monetario), senza dover attendere la nostra crisi.

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