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Il Mediterraneo è l'avvenire dell'Europa
Dialogo fra Alain de Benoist e Danilo Zolo (*)
Alain de Benoist. Lei è stato l'architetto, insieme a Franco Cassano, di un libro collettivo di oltre 650 pagine intitolato L'alternativa mediterranea (1). Citando Peregrine Horden e Nicholas Purcell - che nella loro opera monumentale The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History (2000) scrivono: «l'unità e la coerenza dell'area mediterranea sono indiscutibili» - aggiungete: «"Unità" non significa uniformità culturale o monoteismo», ma al contrario «pluriverso». Nel corso della storia, dalle guerre di Atene contro Sparta o dal grande scisma d'Oriente alla divisione attuale dei paesi arabi, passando per le avventure coloniali francesi e britanniche, non è che il Mediterraneo sia sempre stato profondamente diviso? Aldilà dei conflitti di cui il Mediterraneo è stato testimone, secondo Lei, cosa crea questa unità mediterranea, sia a livello storico e geografico che a livello spirituale, ambientale o simbolico?
Danilo Zolo. Come è noto, un contributo di grande rilievo al dibattito sulla questione mediterranea, e quindi sull'unità del Mediterraneo, è stato offerto da Fernand Braudel. Ed è appunto al suo pensiero storiografico che si ispira il libro che Franco Cassano ed io abbiamo recentemente curato per l'Editore Feltrinelli. Mentre Henry Pirenne aveva elaborato lo schema della cesura dell'unità mediterranea a causa della conquista araba del Medio Oriente e dell'Africa del Nord, Braudel ha valorizzato il pluralismo delle fonti culturali che hanno dato vita alla civiltà mediterranea.
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Senza stupore: eccezione e norma ai tempi di Arcore
Laboratorio Sguardi sui generis
Walter Benjamin, 1940.
Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all'eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.
«Lo stupore non è filosofico». In prima istanza, la massima suggerisce di sgomberare il campo dalle posizioni che – se pur in modi e con intenti differenti – considerano l'accaduto una deviazione rispetto alla regola dell'esercizio del potere, il risultato scabroso di vizi e perversioni private da cui difendere il corpo sano della democrazia. Questa, come si evince dai maggiori quotidiani nazionali, è l'opinione dominante nella sinistra istituzionale, condivisa anche da molti cittadini italiani e fondata su una sorta di soglia etica minima, equiparabile al buonsenso. I comportamenti del premier – si legge nei vari editoriali e appelli – offendono la dignità delle donne e della democrazia.
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La politica come mitologia
di Cesare Del Frate
La filosofia è piena di miti politici, dal Leviatano di Hobbes, il mostro biblico chiamato a rappresentare il terribile e onnicomprensivo potere dello Stato, alla Città del Sole di Campanella, utopia in terra, fino al Katéchon di Schmitt, la forza che resiste, trattiene e dilaziona la fine dei tempi, che per il filosofo tedesco era nientemeno che il Sacro Romano Impero da lui tanto rimpianto.
Ben poco, tuttavia, la filosofia ha detto e scritto sulla mitologia politica, cioè sul mito che la politica è essa stessa: insomma, la narrazione fantastica e archetipica non è solo uno strumento per illustrare questo o quel concetto, separando emozione e raziocinio, bensì ha a che fare con il cuore dell’esercizio del potere nonché, ovviamente, con la ricerca del consenso.
Il Leviatano di Hobbes
Il mito è, essenzialmente, racconto: delle origini da cui veniamo e del futuro che ci attende. Di questo parlano i miti indigeni della “nascita” della comunità, ma pensiamo anche a Romolo e Remo, che fondando Roma col duro lavoro le assegnarono il destino dell’operosità, o a Didone la quale, erigendo Cartagine grazie a un inganno, ne prefigurò il fato legato al commercio e all’astuzia.
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I padri ingannevoli
di Christian Raimo
Piccolo quiz di inizio anno: di chi sono queste parole?
“Giovani, combattete sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile, che per alcuni si risolve semplicemente nella libertà di morire di fame. Libertà e giustizia sociale sono un binomio inscindibile. Lottate con fermezza, giovani che mi ascoltate, e lo dico senza presunzione, ma come un compagno di strada, tanto mi sta a cuore la vostra sorte. Io starò sempre al vostro fianco”. La soluzione completa la trovate a quest’indirizzo. È il discorso di Capodanno del Presidente della Repubblica. Del 1983, era Pertini. Fa impressione, eh?
Ma perché citarlo? Nelle ultime settimane, qui sulle pagine del manifesto, si è molto parlato, a partire dalle analisi di Recalcati e del suo Uomo senza inconscio, del declino di un modello paterno che rappresentasse la Legge o la Responsabilità, sostituito da un modello che invece incita al godimento compulsivo.
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L’Italia senza inconscio. E senza desideri
Massimo Recalcati
Il recente rapporto annuale del Censis che descrive lo scenario sociale del nostro paese, come è stato notato da diversi commentatori, si nutre abbondantemente di concetti, figure e metafore tratte dalla psicoanalisi. Ida Dominijanni, sulle pagine del manifesto di sabato 6 dicembre, riconosceva nel mio ultimo libro, pubblicato a gennaio del 2010 da Cortina con il titolo L’uomo senza inconscio (Raffaello Cortina editore, Milano 2009), la fonte di ispirazione maggiore del ritratto che Giuseppe De Rita e il suo Centro Studi propongono per il nostro tempo. La sregolazione pulsionale e l’eclissi del desiderio, il dominio del godimento immediato, l’apologia del cinismo e del narcisismo, l’evaporazione del padre, sono tutti concetti che il lettore di L'uomo senza inconscio può facilmente ritrovare, alla lettera, nel rapporto del Censis. Lo stesso vale per la coincidenza tra la mia tesi di fondo e quella proposta da De Rita: la cifra nichilistica del nostro tempo si può sintetizzare parlando di una estinzione del soggetto del desiderio e di una apologia del godimento sregolato e immediato.
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L'effetto Berlusconi
Antonio Gnoli intervista Slavoj Žižek
Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual è da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizionare dal fastidio che l'«oggetto» in questione sovente provoca in chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo tra il volto-maschera, al quale ci ha abituati nelle sue molteplici apparizioni televisive, e l'anima-merce, nella quale albergano desideri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l'uomo del sogno: figura temibile e consolatoria a un tempo, le cui parole, quando vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nello schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all'idea del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dirle - come accade nei sogni - le parole hanno un carattere volatile e lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esilarante, minaccioso, imprevedibile, efficace. Ci ha colpiti il modo col quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books», Slavoj Zizek riportava quel potere all'ironica immagine di un Panda, protagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbiamo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e preferito il moderno al «post». Zizek non si considera un esperto di Berlusconi e soprattutto — tiene a precisare — pensa che per molti versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l'effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l'Italia. Il discorso, dunque, non può che cominciare dall'intreccio tra due figure cardine della modernità: politica ed economia.
Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e capitalismo. Com'è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame?
Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico Peter Sloterdijk mi confessò che, dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua risposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent'anni Primo ministro di Singapore. E stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare «capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le riforme e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina.
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I barbari e la peste
di Nicola Lagioia
Invasioni barbariche e fine della civiltà sono due paure che la cultura occidentale coltiva in maniera talmente ricorsiva – e spesso con tale voluttà – da far venire il sospetto che siano a essa addirittura costitutive. Perennemente scisso tra la brama paranoide di annichilire tutto ciò che è diverso da sé e il desiderio inconfessabile di un crollo rigeneratore, il cuore stesso dell’occidente è riuscito nella macabra e vertiginosa impresa di battere in virtù di ciò che non esiste: i nostri sogni sono alimentati dal terreno e dal mercato e dalle culture ancora da conquistare o assimilare, mentre una certa nostra profonda infelicità – che di quel sogno imperiale è il lato oscuro – arriva ciclicamente-ciclotimicamente a tali vertici negativi che un violento e disastroso rovesciamento del tavolo da gioco diventa addirittura una speranza. Sogni di conquista e speranze di crollo. Siamo, appunto, tutto ciò che ci manca.
Per limitarci al campo della cultura e della rappresentazione artistica, l’ultimo decennio (quello iniziato con l’attacco alle Due Torri) ha visto il rifiorire degli scenari apocalittici. The road di Cormac McCarthy è solo tra i più recenti e noti capitoli di una poetica che nel Novecento ha molti precedenti.
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Network clandestini nell’era del Web 2.0
di Geert Lovink*
“Occuparsi della luce, nella più oscura delle ore”. - Johan Sjerpstra
“I giorni in cui avevi un’immagine differente per i tuoi amici di lavoro e per i tuoi collaboratori e una per le altre persone che conosci probabilmente finiranno presto… Avere due identità per te stesso è un esempio di mancanza di integrità”. – Mark Zuckerberg
La questione dei siti di social networking negli ambiti artistici e di movimento è strategica e tocca alcuni temi chiave, dall’organizzazione interna all’articolazione di campagne di comunicazione e design. Ciò che sembra solo un altro livello di idiozia sociale sembra reclamare risposte di principio. Il panico morale condanna il web 2.0 come pubblicità (“Disarmiamo gli spacciatori!”). La frangia monofunzionale invoca la pubblica condanna della mania mainstream per i gadget più recenti e per le killer apps, le applicazioni di successo. Facebook ci sta friggendo il cervello e rovina le prospettive di successo negli studi (se mai ve ne sono state). Tale critica affrettata dell’ideologia ci impedisce di fare analisi accurate. I social media stanno invadendo tutti gli aspetti della vita. E’ un fatto. Dal tradizionale punto di vista ‘underground’, controculturale e/o clandestino che dir si voglia, sarebbe inconcepibile utilizzare Facebook o Twitter. Secondo la propria autopercezione il guerrigliero nei barrios comunica “faccia a faccia”, come disse un tempo Hakim Bey.
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L'Eguaglianza uccisa dal Progresso
Marco Revelli
Scompare una parola-chiave della modernità: tra le élite globali e il popolo delle "anime morte" locali la distanza si fa siderale
L'Eguaglianza era stata il grande motore culturale e politico della modernità - il suo valore identificante. Dalla constatazione della innata eguaglianza degli uomini aveva preso origine la modernità politica, con l'idea del contratto sociale, della legge eguale per tutti, dei diritti civili, e poi politici e sociali. Dalla domanda di eguaglianza - o per lo meno di una più giusta ripartizione dei beni essenziali, dall'idea di «giustizia sociale» - erano nati i moderni conflitti sociali e le relative forme istituzionali, le grandi organizzazioni politiche e sindacali, il «movimento operaio», i sistemi di sicurezza sociale e di assistenza. Persino il progresso delle nazioni era letto attraverso i gradi via via più estesi di riduzione delle distanze sociali e le condizioni via via più eguali tra gli uomini. L'Eguaglianza era la misura dell'avanzamento nel tempo delle società e l'ingrediente fondamentale dei movimenti di massa che ne hanno scandito la storia. Non è più così.
Lo vediamo tutti i giorni. Lo vediamo per quanto riguarda i poveri del mondo, i quali, certo, continuano a essere in movimento.
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L’Italia è un paese senza futuro
di Christian Raimo
Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.
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carta st[r]ampa[la]ta n.29
di Fabrizio Tonello
E’ bello avere degli amici. E’ bellissimo avere degli amici che ti difendono. E’ meraviglioso avere degli amici di cultura che guardano alla Storia (quella con la S maiuscola) per interpretare il presente. Così si dev’essere detto il ben noto trapiantato pilifero leggendo che il toscanissimo deputato del Pdl Maurizio Bianconi ha lanciato il grido di guerra: “Badogliano!” contro l’infame traditore Gianfranco Fini. Per qualcuno con la formazione politica di Fini, che ha nel suo DNA addirittura Julius Evola, si tratta della più infamante delle accuse. Bianconi ha precisato che Fini “E’ come Badoglio” in quanto ha fatto nascere i gruppi di Futuro e Libertà con un proclama “come quello di Badoglio che dopo il 25 luglio disse la famosa frase: continueremo la guerra a fianco dell’alleato tedesco. Salvo poi tradirlo” (Giornale della Toscana, 6 agosto).
Bianconi apparentemente non si sentiva minimamente imbarazzato dal trovarsi in compagnia dei gerarchi fascisti che fondarono la repubblica di Salò all’ombra delle SS, degli organizzatori del processo-farsa di Verona, delle varie bande di torturatori che si formarono nelle file repubblichine appunto in odio ai “banditi badogliani”. Del resto, se si fanno le fiction televisive in onore di Osvaldo Valenti, spacciandolo per un “semplice attore” e dimenticando di citare il suo ruolo come torturatore di partigiani, si può anche insultare Fini paragonandolo a Badoglio, si sarà detto l’audace deputato.
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Etica e stato di diritto
Franco Buffoni
1. Giosuè Carducci, nella sua storia della letteratura italiana (Dello svolgimento della letteratura nazionale 1868-1871), al termine del capitolo dedicato a Firenze alla fine del Quattrocento, considerando il passaggio dall’Umanesimo al Rinascimento, con riferimento a Savonarola descrive ciò che questi – a parer suo – non aveva compreso: “Che la riforma d’Italia era il rinascimento pagano, e che la riforma puramente religiosa era riservata ad altri popoli più sinceramente cristiani”.
Questa frase di Carducci continua a ronzarmi in testa.
Alla fine del Quattrocento altri europei erano più sinceramente cristiani degli italiani. Alla fine del Quattrocento altri popoli europei credevano fermamente nella incarnazione e nella resurrezione. E si comportavano di conseguenza.
Oggi non ci credono più e si comportano di conseguenza. Più sinceramente cristiani allora. Più sinceramente illuministi oggi. Sono popoli seri. Hanno buone leggi sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico, sulle adozioni, sulle coppie di fatto e non disprezzano le unioni omosessuali.
E gli italiani, meno sinceramente cristiani allora? Ipocriti quant’altri mai oggi. E cinici. E pavidi. E senza più speranza di Rinascimento.
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Come si costruisce un evento durante i mondiali di calcio?
Nique la Police
Queste giornate di coppa del mondo di epico hanno solo il fastidio provocato dalle vuvuzela. Basta alzare l’audio di pochi decibel per trovarsi immersi nel suono di un vespaio grande quanto un condominio.
In rete esistono software che, secondo i siti che li propongono, liberano l’audio dal micidiale ronzio. Come questi software funzionino non è poi così comprensibile, ma per fortuna non c’è il caldo di altre stagioni: l’accoppiata tra vuvuzela e temperature da record potrebbe creare fenomeni di intolleranza collettiva.
Il mondiale spesso si impone come un evento globale sganciato da quel fenomeno che l’evento l’ha creato: ci riferiamo al gioco del calcio in sé. L’evento, come in altre edizioni, è l’organizzazione del campionato, non tanto ciò che accade sul campo. In fondo questo è comprensibile: si passa dalla valorizzazione dell’evento che avviene tramite l’inatteso e la sorpresa, ed è quello che accade grazie alle trame incerte del gioco, a quella dell’evento come certezza. Il mondiale come evento organizzativo è una certezza: inaugurazione, fase a gruppi, eliminatorie, semifinali, finali. Quella la si può vendere con ragionevole anticipo agli sponsor e nei pacchetti tv.
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Stallman: "iPad? Io lo chiamo iBad"
di Elisa Manacorda
"iPad? Quale iPad? Ah, certo, l'ultimo prodotto dell'Impero del Male. Ma io lo chiamo iBad. Perché è un vero attentato alle libertà dell'individuo". Nella lunga lista di cose contro le quali Richard Stallman, padre di Gnu/Linux e fondatore del free software movement, chiama il mondo a combattere, l'iPad si trova al momento nelle prime posizioni, appena prima dei documenti di identità, Facebook, gli aeroporti di Londra e Parigi, i libri di Harry Potter, i tag Rfid, l'ingresso di Israele nell'Ocse, l'azienda Caterpillar, la Coca Cola e naturalmente la British Petroleum.
Ma l'impressione è che anche i giornalisti non siano visti con occhio benevolo. Giacché per ottenere un'intervista con lui è necessario sottoporsi a una sorta di giuramento che recita più o meno così: "prometto di non fare confusione tra software libero e software open source. Prometto di parlare sempre di Gnu/Linux, e non solo di Linux o solo di Gnu. Prometto di distinguere tra software libero e software gratis. E soprattutto, prometto di portarmi un registratore". Date queste premesse, l'approccio con il personaggio non è dei più semplici.
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Giù la mascherina: nuovo al cinema italiano
Giampaolo Simi
Per anni abbiamo visto in molti film italiani grandi appartamenti borghesi, graziose mansarde con affaccio mozzafiato, loft ristrutturati e impreziositi dal design con studiata nonchalance. In quegli interni si è consumato un lungo divorzio, per altro del tutto consensuale. Si è trattato del divorzio fra il tanto invocato Paese reale e coloro che si prendevano la responsabilità – o si sentivano capaci – di raccontarlo o, per meglio dire, di provare a interpretarlo. Fra una parte dell’élite culturale e la working class, per tagliarla un po’ alla grezza. Con il ceto medio preso in mezzo e diviso, come spesso succede ai figli nelle separazioni. I professori di liceo e gli impiegati da una parte, i metronotte e i piastrellisti dall’altra, nonostante un medesimo status di lavoratore dipendente e magari stipendi con il medesimo potere d’acquisto in caduta libera.
Un divorzio consumatosi parallelamente in altre forme artistiche, come la narrativa. Ma in quel caso risultava più naturale, meno vistoso e preoccupante, perché investiva un ambiente (almeno in Italia) storicamente più ristretto ed estraneo all’intrattenimento di massa.
C’è voluto del tempo perché un film italiano non indipendente indugiasse significativamente su un angolo cottura da magazzino della convenienza. O su una modesta scarpiera che ingombra un angusto disimpegno. È successo a distanza ravvicinata con “Cosa voglio di più” di Silvio Soldini e con “La nostra vita” di Daniele Luchetti.
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