
Eataly e il Rinascimento
Una polemica tra Tomaso Montanari e Antonio Scurati
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Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly
di Tomaso Montanari
«Eataly presenta il Rinascimento»: è scritto all’ingresso del nuovo negozio di Firenze. E senza un filo di ironia.
Esattamente come fa Mac Donald’s, che a Roma dipinge sulle pareti rovine classiche e in Toscana i cipressi, anche la catena di Oscar Farinetti adotta in ogni luogo una cifra ‘indigena’. Lo fa con lo stesso grado di fantasia (minima) e omologazione commerciale (massima). E, visto che Firenze vive da secoli alle spalle del mito usuratissimo del Rinascimento, a cosa altro si poteva pensare dovendo aprire giusto in faccia a Palazzo Medici di Via Larga?
Tutto ovvio dunque? Forse sì, ma è il modo ad offendere.
«Antonio Scurati, celebre scrittore e professore universitario, ha curato in esclusiva per Eataly un percorso museale che racconta i luoghi, i valori e le figure storiche che hanno contribuito al periodo artistico e culturale più fulgido di sempre», recita un cartello con foto fatale di questo nuovo Vate del Brand Italia.
E lasciamo fare il trombonismo grottesco, e l’idea che la storia sia una top ten: la cosa incredibile è definire «percorso museale» alcuni piccoli pannelli con al centro una fotografia accompagnata da un breve testo, tutti appesi intorno alla scala che sale al primo piano (ma, beninteso, fruibili anche attraverso un’audioguida con la viva voce del «celebre scrittore e professore»).
La prima cosa che ti viene da pensare è: ma non c’era un modo più intelligente e meno tristemente standardizzato di alludere a Firenze? E poi tutto ciò avrebbe, forse, un senso a Sidney, o a Pechino: ma perché un fiorentino, o perfino un turista, dovrebbero perdere tempo a sentire una sfilza di inevitabili banalità invece di andare a vedere con i propri occhi, a camminare, a entrare materialmente in quel Rinascimento che si trova a pochi metri dall’uscita dal negozio? È qui capisci che lo spirito di Eataly è proprio il contrario di quello dello Slow Food, del chilometro zero o, per rimanere a Firenze, di uno chef come Fabio Picchi: qui quello che conta è il packaging, la confezione. Che è capace di venderti tutto, perfino il Rinascimento ai fiorentini.
La cosa diventa imbarazzante quando si leggano i testi. Prendo a caso: «La Cupola di Santa Maria del Fiore è a tutt’oggi la più grande mai costruita». Eccoci nel guinness dei primati: ma cosa vuol dire esattamente (altezza, diametro?). E quelle in cemento?
E poi scorre un fiume di aneddoti triti e ritriti (e raccontati senza comprenderli: come quello sui due crocifissi di Donatello e Brunelleschi, che manca del finale), riassuntini da wikipedia, slogan a effetto (Lorenzo il Magnifico è «una simmia squisita»), tentativi penosi di stupire (come il David di Donatello, definito «rilievo a tutto tondo» e fotografato di culo). Una specie di bignamino del Rinascimento da terza media, a tratti talmente ridicolo da sembrare Guzzanti che fa la parodia di Superquark: ma raccontato come se fosse una rivelazione storico-letteraria sconvolgente.
Ad andare sul sito di Eataly Firenze, poi, c’è da piegarsi in due dal ridere: «Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati» (e supponi che l’abbiano pagato più degli 8 euro lordi all’ora che Farinetti concede ai commessi, per convincerlo ad accostare il suo nome ad un’idea tanto demenziale). Quindi si susseguono una serie di affermazioni incredibili, in un italiano che non può essere del «celebre scrittore e professore universitario»: «Si abbandona la brutalità del Medio Evo per valori più raffinati e nobili quali la bellezza e la gentilezza che diventano norme del comportamento» (e addio allo Stilnovo e alla cavalleria medioevale); «Le leggi matematiche lasciano spazio all’idea di infinito tramite la prospettiva centrale che durante il Rinascimento viene teorizzata da Leon Battista Alberti» (dove Alberti è scambiato per Giordano Bruno, e annegato in una specie di maionese storica impazzita). Ma ancora: «Si parte da Piazza Annunziata dallo Spedale degli Innocenti, l’edificio realizzato da Brunelleschi è il simbolo dell’origine dell’architettura rinascimentale e il protagonista indiscusso Cosimo de’ Medici, sovrano di Firenze ma soprattutto mercante d’arte». Allora: la piazza si chiama della Santissima Annunziata (ma questo è un dettaglio); non ha molto senso dire che un edificio è il «simbolo dell’origine» di uno stile. Ma soprattutto Cosimo non fu il sovrano di Firenze, e non faceva un mercante d’arte (e questi non sono dettagli). E poi: «Donatello, artista e uomo del popolo, Brunelleschi e la Cupola di Santa Maria del Fiore realizzata nel 1420 grazie alla quale cambiò la visione architettonica con il modello senza armatura.
La pittura rinascimentale con i suoi artisti, Sandro Botticelli e le sue opere “La primavera” e “La Venere” , la sua musa ispiratrice Simonetta Vespucci che rappresenta la bellezza assoluta del Rinascimento fiorentino. Masaccio più rivoluzionario e realistico con l’opera “Adamo ed Eva”. Il “David” dell’artista con la “A” maiuscola, Michelangelo, che dietro di se lasciò opere di ogni genere e la ricerca della bellezza». Dove davvero si è schiacciati dal cumulo di errori di fatto, approssimazioni, luoghi comuni, fraintendimenti, slogan da bar. Ma come è possibile – ci si chiede – strumentalizzare con tanta arroganza e superficialità qualcosa che pure si dichiara di voler amare e far conoscere. È questo che intende Oscar Farinetti quando dichiara ai giornali toscani: «Caravaggio non può esser tenuto in cantina, non so se mi spiego»? E «gli studi e le ricerche inutili» che – come ha detto al «Fatto» – andrebbero eliminati, sono per caso quelli di storia e storia dell’arte?
Esci da Eataly pensando all’uso del Rinascimento che fa il grande amico di Farinetti, Matteo Renzi: che non scrive un libro senza condirlo di strafalcioni su Leonardo, Michelangelo e Brunelleschi, che fora i muri di Palazzo Vecchio per cercare affreschi inesistenti e annuncia di voler costruire facciate progettate 500 anni fa.
È la stessa idea di cultura ridotta a strumento per venderti qualcosa: poco importa se il prosciutto, o una candidatura. E ormai non riesci a capire se è Renzi che imita Farinetti, o Farinetti che imita Renzi.
L’unica cosa certa è che il Rinascimento non è mai stato così lontano.
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Stare in società
di Antonio Scurati
Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.
Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione. Non i mercanti nel tempio ma un richiamo al “tempio” nel mezzo del mercato. Essendo convinto che la divulgazione sia oggi una delle grandi sfide poste al mondo della cultura, ed essendo da sempre interessato a rintracciare possibili punti di contatto tra arte colta e cultura di massa, ho accettato. Non sono, purtroppo o per fortuna, uno storico dell’arte ma ho grande rispetto per questa disciplina. Si trattava, mi son detto, di far leva sulle mie abilità di narratore. Trenta micronarrazioni, e altrettante immagini, che rievocassero, o in alcuni casi evocassero per la prima volta, agli occhi e nelle menti di visitatori intenti ad altro, alcuni aspetti salienti di una delle più grandi imprese di civiltà mai realizzate dall’uomo. Dei “punti luce”, per così dire.
Montanari depreca scandalizzato questo piccolo tentativo. Lo accusa innanzitutto di essere banale (ma non esiste critica più banale di questa), lo rimprovera poi di ripercorrere luoghi comuni (ma dovrebbe sapere che l’impianto retorico del sistema educativo europeo, e anche del sistema artistico e letterario, finché hanno funzionato, si fondava sulla forza conoscitiva dei loci communes, come spiegano magistralmente Ernst Robert Curtius e Aby Warburg), gli imputa infine di essere un “Bigino” (ed in effetti lo è ma Montanari dimentica quanto l’arte dell’insegnamento abbia perso rinunciando alla forza educativa dell’aneddotica, delle sintesi ad usum delphini, degli exempla, dei racconti gnomici). Fin qui, però, quello di Montanari rimaneva un giudizio sommario, tendenzioso e fazioso ma legittimo. Un’opinione come un’altra.
Quando, però, Montanari passa dalla riprovazione all’argomentazione, cade nella disonestà. Volendo fornire esempi di questa scrittura a suo dire sciatta, dozzinale e scorretta, invece di citare dal mio lavoro cita da qualche testo di presentazione, a me ignoto, e probabilmente redatto dagli uffici comunicazione di Eataly. Sono, effettivamente, parole un po’ grossolane, enfatiche e approssimative, come quasi tutte le parole del marketing, ma sono paratesti e Montanari li presenta come se fossero il testo in questione. Sarebbe come se si criticasse un romanzo sulla base della quarta di copertina composta da un redattore editoriale. O come se si disprezzasse un dipinto a causa di una didascalia improvvida o inesatta. Il mio lavoro svolto per Eataly, torno a dire, non è certo un’opera d’arte ma solo una piccola, anzi piccolissima, opera di divulgazione culturale, ma la scorrettezza dell’attacco nei suoi confronti rimane. Poiché, però, Montanari è intellettuale onesto, voglio credere che questa scorrettezza sia frutto di accecamento dovuto a furore polemico e non a malafede. Attendo, dunque, volentieri le sue scuse.
Mettiamo, però, da parte questa secondaria questione personale. La polemica di Montanari solleva, forse, indirettamente un paio di altre questioni interessanti e meritevoli di approfondimento. La prima riguarda il rapporto tra intellettuali e imprenditori. Un rapporto che in Italia nel dopoguerra ha avuto una storia anche mirabile e che poi è scaduto a servaggio o cessato del tutto. Farinetti, amicizia a parte, rappresenta ai miei occhi un caso d’imprenditoria virtuosa, forse addirittura un modello. È un imprenditore e come tale va giudicato (se poi si vuole criticare il suo sostegno a Renzi, lo si faccia apertamente e onestamente senza intorbidare le acque e avvelenare i pozzi; io stesso, pur guardando al sindaco di Firenze con interesse e speranza, in passato non gli ho risparmiato le critiche). Farinetti è un imprenditore che ha reinvestito in una nuova impresa (Eataly) ingenti capitali risultanti dalla vendita della sua precedente attività (Unieuro) in anni in cui molti imprenditori italiani passavano alla finanza speculativa. È un imprenditore che reinveste sistematicamente i profitti nell’impresa in un Paese in cui sempre più spesso i suoi colleghi li occultano in società offshore. È un imprenditore, insomma, che rischia il capitale, non lo presta, e rischia i propri capitali, non quelli delle banche. È, inoltre, un imprenditore che investe su di una formidabile idea imprenditoriale (Eataly, con la sua visione di portare il cibo di alta qualità a tutti) e non su economie di relazione. È un imprenditore estraneo a ogni illegalità in un Paese di concussi e corruttori; che fa impresa con una forte attenzione al suo valore sociale (l’agricoltura sostenibile, la filiera corta, le produzioni artigiane, sotto il patrocinio di Slow Food) e all’educazione alimentare. È un imprenditore che contribuisce significativamente a rendere desiderabile – “appetibile”, se preferite – l’Italia nel mondo in un momento in cui il mondo ci tiene in discredito. È, infine e soprattutto, un imprenditore che assume a tempo indeterminato, dopo un periodo di prova, con stipendi di quindici mensilità, migliaia di lavoratori in un momento in cui ovunque se ne licenziano a migliaia. Ebbene, a mio modo di vedere, collaborare con un’impresa del genere, soprattutto nell’Italia di oggi, non è affatto deprecabile per un intellettuale. Rimarrò convinto che questo tipo di collaborazione possa, anzi, essere un’opportunità feconda di conseguenze positive, su entrambi i versanti, finché qualcuno non mi convincerà del contrario. Ma per far questo ci voglio argomenti e ragionamenti, non bastano le insinuazioni, i sarcasmi da bar, le calunnie o le suggestioni veteromarxiste.
L’altra questione interessante è quella relativa ai rapporti tra cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica. Diciamoci le cose come stanno: viviamo in un mondo in cui le espressioni della cultura materiale, o delle arti applicate, hanno soppiantato e talora espropriato quelle della cultura artistica e intellettuale. È accaduto prima con il design industriale, poi con la moda e ora, infine, con l’enogastronomia. Non vi è dubbio che la cultura del vino e del cibo stia progressivamente occupando – usurpando? – nell’immaginario sociale il luogo che fino a ieri fu della pittura, della musica colta, della letteratura, della filosofia (anche io ho descritto, raccontato e criticato nei miei libri questo processo storico). Il fatto che il negozio fiorentino di Eataly sia stato inaugurato in uno stabile che ha a lungo ospitato una libreria è da questo punto di vista emblematico. All’estero, del resto, quando guardano con ammirazione alle espressioni della cultura italiana guardano alla gastronomia, alla moda, all’arredamento d’interni, all’arte culinaria molto più che all’arte poetica, cinematografica o pittorica (salvo che si tratti di un’arte del passato). Food, fashion and interior design, questo siamo oggi agli occhi del mondo. Ci piaccia o non ci piaccia (e a me non piace). A fronte di ciò, la domanda che, però, un’intellettuale si pone – ammesso che riesca per un attimo a deporre lo sdegno al cui fuoco fatuo il suo ego tanto si scalda – è: dove sono io in questa impietosa corrente? Come assumo al fondo della mia produzione le contraddizioni di questo processo storico?
La separazione. Questa la risposta che sembra dare uno come Montanari anche quando riflette, e non solo quando polemizza (molto spesso, a dire il vero). La sua difesa dell’arte come bene comune e della funzione civile del patrimonio artistico e storico della Nazione – difesa che mi trova pienamente solidale e schierato con lui – pare suggerire che questo patrimonio debba rimanere rigidamente separato da tutti gli altri aspetti della vita di quel popolo cui appartiene e che gli appartiene. Ogni contatto tra le diverse sfere di vita, tra gli ambiti differenti eppure prossimi dell’esistenza, è stigmatizzato quale fonte d’impurità, di sacrilega contaminazione. È una concezione dello spazio dell’arte quale luogo sacro, nel senso etimologico di separato, inviolabile (ma anche di “maledetto”). Chiunque violi con il proprio comportamento la pax deorum, il concorde equilibrio stabilito tra la cittadinanza e gli dei dell’arte, viene sottoposto a bando morale. Montanari, e quelli che la pensano come lui, si autonominano guardiani del confine.
Ebbene, non sono d’accordo. Dei tre regimi di pensiero che si possono adottare quando posti di fronte al processo storico in cui la cultura materiale prevarica sulla intellettuale – regime confusivo, separativo, distintivo – io opto per il terzo. Rifiuto il regime confusivo. Quello, per intenderci, proposto dalla scena, cui tutti in questi anni abbiamo assistito, nella quale chiunque affetti un salame proclama: “Io faccio cultura”. Ma rifiuto anche quello separativo. La scultura di Michelangelo e la viticoltura toscana sono e devono rimanere cose ben distinte ma non separate. La distinzione presuppone un’intelligenza dei legami, la separazione li recide. Dei legami e del discernimento. Se un mercante spregiudicato trova il modo di commercializzare i propri prodotti nelle gallerie degli Uffizi, è giusto opporsi. Se un brillante imprenditore desidera rendere omaggio, tra gli scaffali del suo negozio, ai maestri esposti agli Uffizi, si può magari invece perdere l’occasione per una cieca indignazione.
L’aneddoto riguardante la vita di Michelangelo narrato tra le mura di Eataly è un nodo passante, non chiude il discorso in un cosmo asfittico dominato dal culto smodato del food. Fa, anzi, segno verso ciò che ne esorbita. Ti dice che c’è dell’altro e dell’oltre. Fa segno verso la città di Firenze come immenso, inestimabile ecosistema artistico – giustamente tanto cara a Montanari – e come sistema culturale e sociale nel quale gli uomini per lo più faticano, mangiano, dormono e, talvolta, nei giorni fortunati, alzano gli occhi verso la bellezza e verso il pensiero delle cose ultime. Il pensiero della distinzione non emargina l’arte in uno spazio separato ma la colloca al centro. Ne fa il nodo di una laica religiosità che, anche qui seguendo l’etimo (quello lattanziano), lega l’individuo in un vincolo di pietà a tutto ciò che è umano attraverso l’onnipresenza del “divino”.
Il che significa che per difendere l’arte bisogna stare in società. Il polemismo di Montanari sembra suggerire, invece, una nostalgia neo-comunitaria. Contrappone una Kultur dei valori essenziali della piccola comunità degli eruditi a una Zivilization incivile della cultura di massa dominante in società. Al di qua della linea di separazione la piccola ma feroce comunità di monaci guerrieri agli ordini di Marco Travaglio, al di là della linea, nell’impurità, tutto il popolo, quel popolo al quale lo stesso Montanari rivendica la proprietà consapevole delle pietre sacre della Nazione. (Va notato, però, che, d’altro canto, Montanari dimostra di saper stare in società quando accetta di fare da consulente di un ministro il cui vicepresidente è Angelino Alfano).
Io credo, invece, che il luogo del conflitto per la difesa affermativa, non meramente reattiva, del valore culturale dell’arte non possa che essere la società. Se abbiamo la volontà, o la vocazione, a renderci parte attiva dei rapporti di forza dispiegati nel campo culturale, dobbiamo difendere la società e, per farlo, dobbiamo stare in società. Per difendere la società ce ne dobbiamo appropriare ma la società è sempre il “luogo dell’altro”, il campo del molteplice eterogeneo, irriducibile, irredento. Nell’“aperto della società” non vi sono che tattiche, nessuna strategia è possibile, perché, come insegnava De Certau, la tattica ha come luogo solo quello dell’altro, è un calcolo che non può contare su una base propria, né dunque su una frontiera che distingue l’altro come totalità visibile. Non disponendo più di un luogo che possa essere circoscritto come proprio, isolato in un ambiente, l’intellettualeè chiamato a insinuarsi dappertutto portandovi la propria conflittualità, e portando nel fondo della propria produzione la contraddizione che questo comporta – avrebbe detto Adorno – non per rimanere ciò che è ma per diventarlo, di volta in volta, nella zona di bruciante contatto con l’altro da sé.
Questa linea di condotta discende da una teoria: si tratta di capire che la marginalità oggi non assume più la figura dei piccoli gruppi ma quella dell’emarginazione diffusa, che la marginalità si universalizza perché, svanite le culture popolari e tradizionali, è l’intera massa sociale a trovarsi ai margini dei processi di produzione culturale, confinata nella posizione del consumatore. Nella comunità si è identici, alla comunità si appartiene; la società, invece, è il luogo dove tutti sono esclusi, nessuno escluso. Il romanzo, diceva Kundera, è il paradiso degli individui. La società individualizzata nella quale viviamo, che c’impone come un obbligo istituzionale la solitudine dell’individuo, ne è l’inferno. Proprio per questo motivo, è la società il luogo della critica. E nel margine di questa emarginazione di massa, oggi l’intellettuale si ritrova in società con quello che un tempo si chiamava popolo. Oggi, infatti, non sono più l’arte e la letteratura a filtrare la cultura diffusa. La Nazione italiana la fecero nell’Ottocento scrittori e popolo cantando all’unisono le opere di Verdi ma gli italiani di oggi sono stati rifatti negli anni ’80 dagli esperti di marketing distaccati alla televisioni da Berlusconi. Da quest’altro lato dello schermo, ammassati tutti assieme, stanno oggi scrittori e popolo. Soli tra le rovine delle loro pietre sacre.
Il fantasma della comunità adombra, mi sembra, una reazionaria nostalgia di trascendenza. Ci seduce e ci commuove tutti. Ma di fronte a una visione laica, materialista, anche disperata, se vogliamo, c’è solo il piano d’immanenza dei rapporti di forza sociali o anti-sociali. Se la cultura di massa della nostra società non attribuirà un valore alle comunità intellettuali, le comunità intellettuali non sopravvivranno (si veda l’attuale, veloce agonia dell’Università). Se la cultura di massa non attribuirà un valore al capitale culturale dell’arte rinascimentale, essa non sopravvivrà. Ma è la fuori, nell’aperto del permanente criticismo sociale che si darà battaglia. Anche tra gli scaffali di Eataly. Anche e soprattutto quando un popolo impoverito invece della rivoluzione sogna il tonno di coniglio.
Se, invece, gli intellettuali onesti imboccano la via del biasimo professionale, il rischio è che i moralizzatori (vedi il nome di questo blog) diventino diffamatori, che la loro difesa della cultura scada a un perenne sindacato in difesa di loro stessi, che i professionisti dello scontento diventino piccoli untori in tempo di peste. L’arte è patrimonio della Nazione non degli storici dell’arte. Ma sono certo che, almeno su questo, Montanari sarà d’accordo con me.
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Stare in società sì, ma per cambiarla
di Tomaso Montanari
«E come avvien quand’uno è riscaldato, / Che le ferite per allor non sente, / Così colui, del colpo non accorto,/ Andava combattendo, ed era morto». Così Antonio Scurati: molto riscaldato, ma assai poco vivo. Grandi fendenti («basso attacco», «polemico», «malafede», «stare in società», «diffamazione»…; e poi massimi sistemi, e l’immancabile fisarmonica delle citazioni da bravo intellettuale), ma nessuna risposta sul merito del mio discorso. Sarebbe stato più onesto dire: «ho fatto una marchetta, succede». Non avrei riaperto bocca. Ma di fronte alla giustificazione teorica della marchetta, tocca provare a rispiegarsi: se mi riesce, in meno battute dello scrittore.
1. Il fatto.
Il nuovo negozio Eataly di Firenze annuncia di contenere un «percorso museale» dedicato a Rinascimento e affidato a «Antonio Scurati, celebre scrittore e professore universitario». Incuriosito, vado a visitarlo. E scopro che NON è affatto un percorso museale, ma una serie di pannelli, ciascuno con una fotografia e un breve testo. Leggo i testi, trovandoli terribili per scelta dei temi, retorica da supermercato, contenuti da Bignami. Per capire meglio il contesto dell’operazione vado sul sito di Eataly, e trovo un testo intitolato «Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati». Testo che riesce ad essere ancora peggiore di quello del negozio: anzi grottesco.
Nel mio intervento parlo di entrambi questi scritti. Dico che il primo è certamente di Scurati, e documento il mio giudizio stroncatorio citando tra virgolette tre brani. Poi passo al testo sulla rete, pure citandolo abbondantemente. E precisando che questo secondo è scritto «in un italiano che non può essere del “celebre scrittore e professore universitario”», e chiedendomi quanto sia stato pagato Scurati «per convincerlo ad accostare il suo nome ad un’idea tanto demenziale». Accostare il nome: non firmare.
Non metto i due testi sullo stesso piano, avverto il lettore della differenza: dove sarebbe dunque la mia «disonestà» (ecco, questa è esattamente diffamazione, caro Scurati) per cosa dovrei scusarmi?
Detto questo, ribadisco la mia censura. Scurati ha un credito presso una parte del pubblico. Spenderlo per avallare l’idea che trenta pannelli siano un «percorso museale» è – questa sì – una scorrettezza deontologica grave. Riempire questi testi di banalità mal digerite (cosa diversa dai topoi, caro Scurati: non bariamo come bambini) è imbarazzante. Scrivere una replica senza entrare nel merito di nessuna delle critiche puntuali è ancora più imbarazzante. Non controllare il testo che viaggia in rete abbinato al suo nome nell’ambito di un incarico professionale («Gli otto valori del Rinascimento secondo Scurati») è segno di autolesionismo (legittimo), ma anche di un certo disprezzo per i lettori (meno legittimo).
2. Rapporto intellettuali-imprenditori
Il tema mi appassiona fino ad un certo punto. Ricordo solo che Scurati si ritaglia il ruolo che, quando Farinetti era il padrone d Unieuro, toccava a Tonino Guerra, ridotto alla macchietta che gridava: «Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!». Ad onore di Guerra bisogna ricordare che era vecchio, malato, bisognoso di quattrini.
Per il resto, non so se Scurati si senta un novello Fortini. Certo Farinetti non è Olivetti. C’è una bella differenza tra il Farinetti del santino d’autore confezionato dall’agiografo Scurati e quello che dichiara al «Fatto qutodiano» di far perquisire le commesse di Eataly a Roma e a Bari perché «gli spogliatoi sono vicini ai magazzini» e «il senso civico manca». O che, nella stessa intervista, mette a fuoco la sua idea di partito: «il Pd deve essere un club … Non servono i militanti che danno dieci o venti euro ogni anno. Ci vogliono poche centinaia di migliaia di iscritti che pagano 100, 200 o 300 euro ogni anno e in cambio ricevono dei servizi».
3. Renzi.
La frase di Scurati che, da suo lettore, mi ha deluso di più, perché lo mette al livello del più triviale dei commentatori anonimi da blog, è quella per cui avrei attaccato lui per attaccare Farinetti, e «Farinetti per attaccare Renzi».
Ho scritto un libro che è per un quarto dedicato a Renzi, visto proprio dal punto di vista del suo uso della ‘cultura’. Un buon tratto di quel mio libro sviscera il problema dello sciacallaggio del Rinascimento, che da secoli inchioda Firenze alla vita di rendita: e la vicenda Scurati-Eataly sembra uscita da un mia pagina, ma riscritta fantasy.
Non ho mai nascosto cosa penso del mio sindaco, e l’ho fatto a viso aperto, argomentando puntualmente il mio giudizio (e subendo un certo numero di ritorsioni). Non ho bisogno di Farinetti (e, chiedo scusa, nemmeno di Scurati) per continuare a farlo.
Il punto è un altro: ed è l’omogeneità ‘culturale’ (peraltro dichiarata, rivendicata, esplicitata, tradotta in programma politico) tra Renzi e Farinetti. Un’omogeneità che si estende anche ad Antonio Scurati, come ho appreso grazie alla sua esplicita replica.
4. Cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica.
Riassumo la tesi centrale di Scurati, a beneficio di chi (come me) si perde tra i cascami retorici e la fumisteria: «parlare di Rinascimento da Eataly è utile perché riesce a correggere la deriva consumistica di Eataly, e diffonde la cultura; Montanari non lo capisce perché è un sacerdote, elitista e corporativo, della sua disciplina, e non gliene frega niente della vita della gente».
Così, però, Scurati si nasconde dietro il caso teorico, buttandola sui massimi sistemi. Si chiede, retoricamente: «È forse illegittimo parlare di storia dell’arte in un supermercato?».
A questa domanda – furbetta, astratta e generica – rispondo concretamente: «Dipende come». Non si tratta di preclusioni ideologiche: si tratta di vedere come lo fai.
Nel caso concreto del negozio Eataly di Firenze il risultato è l’opposto a quello teorizzato da Scurati. A causa del tono aneddotico, degli errori storici e delle banalità dei suoi testi. A causa della posizione dei pannelli nel negozio. A causa della millanteria del «percorso museale». Che Scurati se ne renda conto o no, l’effetto è esattamente il contrario: il Rinascimento, e l’intellettuale stesso fanno la figura di imbarazzanti foglie di fico messe a nascondere la vergogna della riduzione dell’uomo a ciò che mangia e a quanto può spendere. O, se preferite, fanno la figura di prigionieri costretti a correre in catene di fronte al carro del vincitore, raccontandosi pure che in fondo lo precedono. Il messaggio che buca le pareti di Eataly è: tutto è in vendita; anche la dignità della conoscenza, e quella del lavoro intellettuale. È Eataly che, come dice l’epigrafe del negozio, «presenta il Rinascimento».
Allora, l’alternativa è la separazione? No, caro Scurati, è troppo comodo sostenere che non c’è scelta tra fare marchette commerciali e chiudersi in biblioteca e scrivere saggi per dieci persone.
Mi scuso di dover ora ricorrere ad una serie di rinvii molto personali, ma è stata chiamata in causa esattamente la mia credibilità personale in questa direzione.
Si possono, per cominciare, scrivere libri seri e senza sconti, ma rivolti ad un pubblico più vasto. Spiegando perché ho accettato di scrivere un libro sul Barocco mi sono trovato a fare i conti proprio con la deriva che porta supermercati chic a millantare musei del Rinascimento a costo mentale zero:
«Esiste poi un ottimo motivo per cui uno storico dell’arte abituato a indagare circa il ‘come’ e il ‘quando’ di singole opere accetti, talvolta, di misurarsi, non dico con il metafisico ‘perché’, ma almeno con il ‘come’ e il ‘quando’ dell’intero periodo storico di cui si occupa. Ed è che se egli si sottrarrà a questa sfida, essa verrà raccolta da qualcun altro, presumibilmente meno afflitto da dubbi. Lo diceva assai bene Johan Huizinga, quasi un secolo fa (ne Il compito della storia della cultura, 1929): “Lo storico specialista, rendendosi conto di quanto lavoro critico è necessario per definire anche la più piccola particolarità, e ricordandosi di quanto la materia sia multicolore e complicata, dispererà anche troppo spesso della capacità di adempiere al suo ruolo culturale, e scuoterà la testa e forse si nasconderà dietro alla seguente illusione: “Per trattare come si deve questo quesito, mancano ancora del tutto i necessari studi preliminari”. Dopodiché chiude la porta alla cultura e decide di non essere architetto, ma semplice scalpellino, e di continuare a spaccare pietre e cuocere mattoni. Qui interviene con grande prontezza la mano veloce del dilettante, che intravvede tutte le prospettive necessarie a comprendere rapporti complessi. Il sentimento, che comincia a farsi sentire tanto facilmente nella vita dello spirito, crea in lui l’illusione di avere dei pensieri ordinati. Lo spirito moderno non esige, per comprendere, nessuna formulazione di pensieri logici e neppure di un fondamento esplicito di concetti ben definiti. Con una visione profetica Tocqueville ha previsto il formarsi di questo abito mentale. “I popoli democratici – scrive (e mi si conceda che per lui démocratique significa semplicemente ‘moderno’) – amano appassionatamente i termini generici e le parole astratte, perché queste espressioni amplificano il pensiero e permettono di racchiudere molti oggetti in poco spazio, aiutano il lavoro dell’intelligenza … Dunque gli uomini che abitano nei paesi democratici hanno spesso dei pensieri vacillanti, hanno bisogno di pensieri molto ampi per circoscriverli”. Ecco qui il razionalista classico che registra i sintomi premonitori della scomparsa dal pensiero di ogni razionalità”. Ebbene, oggi la profezia di Tocqueville raccolta da Huizinga appare compiutamente realizzata. Ogni traccia di razionalità sembra esser irrimediabilmente scivolata via da un discorso culturale pubblico ridotto al ‘fascino’ commerciale dei cosiddetti ‘misteri’: dalla ricerca del graal ai complotti dei templari, dagli affreschi di Leonardo occultati dietro ai muri al marketing delle attribuzioni improbabili. E tra le ragioni per cui la diffusa passione per la storia e la storia dell’arte rischiano, paradossalmente, di tradursi in un incremento dell’ignoranza e della superstizione c’è anche la rinuncia dello storico specialista ad adempiere al suo ruolo culturale, per dirla con le parole di Huizinga».
Certo non basta scrivere libri. Ho organizzato serie di lezioni in cui si parlava di storia dell’arte nei teatri, di fronte a centinaia di persone, o in televisione e perfino nei ristoranti . Ed è esattamente per questo che ogni lunedì (sull’esecrando «Fatto»), tengo una rubrica in cui parlo di opere d’arte ai bambini.
Il punto è cercare di farlo sapendo quello che si dice. Facendo il gioco della conoscenza, non piegando quest’ultima ad altri giochi.
E qua vorrei dedicare due righe all’insinuazione più velenosa di Scurati. Non sono un consulente del ministro Bray: ho accettato di far parte (a compensi e rimborsi viaggio pari a zero) di una commissione che aveva il compito di riformare radicalmente il Ministero dei Beni culturali. Fino al giorno prima avevo scritto che quel Ministero era da riformare radicalmente: e dunque ho accettato, dando pubblicamente conto di tutto ciò che lì ho detto e ho fatto, e senza smettere di dire ciò che penso di Enrico Letta e del suo governo.
Quanto al corporativismo accademico. Un capitolo del mio primo libro era dedicato agli storici dell’arte: e non era tenero. E mi pare di aver continuato su questa strada. E forse persino Scurati sarà d’accordo con la conclusione del mio ultimo saggio :
«Una delle cause più indicibili della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione è proprio l’incapacità degli storici dell’arte di parlare ai cittadini. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per spiegare «quanti e quali valori si trattava di proteggere»? Abbiamo provato ad essere davvero ‘popolari’, cioè a parlare al popolo sovrano, che del patrimonio è l’unico padrone? Abbiamo fatto in modo che la storia dell’arte non serva solo agli storici dell’arte? Senza una nuova alfabetizzazione figurativa degli italiani, il patrimonio non si salva (perché è muto, inutile, inerte), e l’articolo 9 della Costituzione non si applica, perché i cittadini non hanno strumenti per esercitare quella proprietà del patrimonio che li manifesta come i nuovi sovrani dell’ordinamento democratico».
Ecco, il punto è proprio questo: il lavoro dell’intellettuale è restituire ai cittadini strumenti intellettuali per esercitare la propria sovranità. Al contrario, la morale del negozio Eataly di Firenze è che la sovranità appartiene ai mercati, e che il Rinascimento e la nostra stessa intelligenza sono ostaggi in catene.
Non credo che il nostro compito sia quello di consacrare – a pagamento – lo stato presente delle cose. Bisogna stare in società, è vero: ma per cambiarla.











































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