La guerra contro l’Iran svela i limiti della potenza americana?
di Giuseppe Gagliano
La vera fragilità degli Stati Uniti in questa guerra non è la mancanza di mezzi in senso assoluto, ma la crescente sproporzione tra ambizione strategica, disponibilità materiale e capacità di sostenere un conflitto lungo. Il problema si manifesta anzitutto sul piano logistico ed economico: gli intercettori e i sistemi americani costano da dieci a cento, fino a mille volte più dei droni e dei missili impiegati dall’Iran.
Questo significa che il rapporto tra spesa e rendimento si sta capovolgendo. Washington può anche conservare una superiorità tecnica, ma la paga a un prezzo tale da rendere sempre più difficile la durata. Quando la risposta costa infinitamente più dell’attacco, la superiorità rischia di trasformarsi in una trappola.
Il complesso militare-industriale
Per capire questa crisi bisogna tornare alla genesi del sistema americano. Il complesso militare-industriale nasce tra il 1939 e il 1940, quando gli Stati Uniti comprendono che la loro tradizionale struttura militare da tempo di pace è troppo ridotta per affrontare una guerra mondiale.
La funzione originaria era semplice e formidabile: trasformare in tempi brevi una grande potenza economica in una macchina bellica capace di mobilitare risorse gigantesche. Era già accaduto durante la guerra civile americana, quando un esercito minuscolo fu ampliato fino a mobilitare quasi due milioni di uomini; accadde di nuovo nella Seconda guerra mondiale contro Germania e Giappone.
Ma col passare dei decenni il meccanismo ha cambiato natura. L’avvertimento di Eisenhower nel 1960 non riguardava soltanto il rischio per le libertà pubbliche: riguardava il fatto che il complesso militare-industriale avrebbe potuto smettere di lavorare prioritariamente per l’efficacia sul campo e iniziare invece a lavorare per la propria riproduzione. È esattamente ciò che oggi appare.
La guerra del Vietnam, in questa lettura, segna una svolta: da quel momento una parte crescente dell’apparato della difesa non punta più in primo luogo a produrre sistemi realmente decisivi, ma a generare profitto, proroghe, finanziamenti e nuove rendite.
Gli esempi evocati sono eloquenti: il caccia F-35 e il cacciatorpediniere stealth Zumwalt, pensato in quindici esemplari e ridotto infine a tre, diventano il simbolo di un’industria che non costruisce per vincere, ma per continuare a finanziare sé stessa. Non è un dettaglio tecnico: è il segno che la logica della rendita ha preso il sopravvento sulla logica dell’efficacia.
La rendita industriale divora la strategia
Il meccanismo politico che sostiene questa degenerazione è altrettanto importante. Dirigenti e funzionari ruotano tra Pentagono, ministeri e grandi imprese della difesa; quando cambia l’amministrazione, rientrano nelle aziende, poi tornano negli apparati pubblici e orientano nuovamente leggi e commesse. In questo circuito, l’efficienza del materiale acquistato diventa secondaria rispetto alla protezione degli interessi del sistema.
L’episodio ricordato sul Congresso americano è rivelatore: un parlamentare ammette di votare comunque i rifinanziamenti del programma F-35, pur sapendo che non funziona come promesso, perché nella sua circoscrizione lavorano centinaia o migliaia di persone legate a quella filiera. In altre parole, la decisione non dipende dalla validità strategica del programma, ma dalla sua utilità elettorale. Così la guerra viene subordinata alla geografia della rendita.
In questo quadro si inserisce anche il richiamo a un atto presidenziale del 2026 volto a colpire la distribuzione di dividendi e le operazioni finanziarie delle imprese del settore: un segnale che una parte del potere politico americano percepisce ormai il sistema come una macchina quasi mafiosa, capace di assorbire fondi pubblici senza garantire né i tempi, né la qualità, né le quantità richieste dallo Stato federale.
È qui che il nodo industriale si trasforma in nodo strategico: come si può elaborare una vera strategia di guerra se i mezzi materiali non bastano, non perché siano cattivi, ma perché sono pochi, costano troppo e arrivano tardi? Gli Arrow e i THAAD vengono descritti come buoni sistemi, ma insufficienti in numero e gravati da costi enormi. La guerra, allora, non è frenata dall’assenza di qualità, ma dalla scarsità quantitativa prodotta da un modello industriale divenuto disfunzionale.
L’illusione americana della campagna breve
Da qui nasce l’illusione di poter risolvere il confronto con l’Iran attraverso una campagna di bombardamenti relativamente breve, come se bastasse colpire duro e abbastanza a lungo da piegare la volontà politica del nemico. Il modello implicito è quello della Serbia nel 1999: bombardare, logorare, costringere alla resa. Ma il paragone è profondamente sbagliato. La Serbia usciva da dieci anni di guerre, aveva capacità limitate, e soprattutto non era in grado di colpire in profondità i Paesi aggressori.
L’Iran invece dispone di mezzi per attaccare infrastrutture avversarie, ha una profondità territoriale incomparabile, una popolazione di circa novanta milioni di abitanti ed è preparato da tempo allo scontro. Pensare che bastino settanta giorni di raid, o anche cento, per ottenere il collasso di Teheran significa non comprendere né la scala né la natura del conflitto.
Il punto decisivo è proprio questo: nel 1999 Belgrado poteva difendersi, ma non aveva quasi la possibilità di portare il conflitto nel territorio degli aggressori. L’Iran invece questa possibilità ce l’ha, e la esercita. Può colpire infrastrutture, aumentare i costi per l’avversario, imporre una guerra di logoramento. Per questo la promessa di una guerra rapida appare velleitaria.
Le formule cambiano continuamente: prima quattro giorni, poi una settimana, poi dieci giorni, poi due mesi, ora cento giorni. Ma quando la durata prevista si allunga di continuo, il messaggio reale è uno solo: non esiste un piano coerente, esiste un’improvvisazione che si corregge strada facendo.
La regionalizzazione del conflitto e il ritorno di Hezbollah
La crisi, inoltre, non resta confinata all’asse Washington-Teheran. La guerra si è già regionalizzata di fatto. Hezbollah è tornato in conflitto con l’esercito israeliano, e questo da solo basta a demolire l’idea di un’operazione limitata e rapida. Non si è più davanti a un semplice duello bilaterale, ma a una crisi che può coinvolgere simultaneamente Iran, Israele, Libano, Iraq, Siria e l’intero spazio della proiezione regionale sciita e anti-israeliana. In questo scenario ogni calcolo lineare crolla, perché l’attore colpito non risponde soltanto con mezzi propri ma attraverso una profondità strategica costruita nel tempo.
La scorciatoia della guerra civile
A questa impasse si aggiunge una seconda illusione: quella della decapitazione politica e della destabilizzazione interna. L’idea sarebbe semplice: colpire i vertici, fomentare una guerra civile, utilizzare minoranze e gruppi periferici come leva per spezzare la Repubblica islamica dall’interno.
Ma anche qui la lettura proposta è tagliente: la decapitazione non basta, perché in un Paese di novanta milioni di abitanti una leadership può sempre essere sostituita. Uccidere i vertici non significa distruggere la struttura. Gli israeliani possono anche sostenere che continueranno a colpire senza tregua, ma un sistema statale di quelle dimensioni non si dissolve automaticamente sotto la pressione aerea.
Ancora più fragile appare l’ipotesi di usare i curdi come strumento di frattura. Qui il richiamo storico è preciso e severo: nel 1991 i curdi iracheni furono incoraggiati a muoversi contro Saddam, salvo poi essere esposti alla repressione. L’avvertimento è evidente: riproporre oggi qualcosa di simile sul lato iraniano significherebbe vendere ai curdi una promessa che potrebbe trasformarsi in un massacro.
E il contesto è persino più difficile, perché l’esercito iraniano viene descritto come ancora integro in termini di uomini, anzi forse più determinato che mai. Se gruppi curdi dovessero alzare il livello dello scontro, si troverebbero davanti non uno Stato crollante, ma un apparato militare compatto e radicalizzato dall’aggressione esterna.
Lo stesso discorso vale per il Belucistan iraniano. Pur in presenza di tensioni e di conflitti aperti con il potere centrale, affiora l’idea che di fronte a un’aggressione straniera anche elementi ostili a Teheran possano scegliere la solidarietà nazionale.
È un meccanismo classico, e spesso sottovalutato in Occidente: la pressione esterna, anziché disgregare uno Stato complesso, finisce per ricompattare pezzi che in tempo ordinario restavano divisi. La guerra non indebolisce automaticamente il regime; talvolta gli fornisce la legittimazione della sopravvivenza. In questo senso la strategia americana rischia di produrre l’esatto contrario dell’obiettivo dichiarato: invece di aprire faglie interne, le sigilla.
Turchia: il convitato di pietra
Ed è qui che entra in scena la Turchia, che non è un dettaglio marginale ma uno dei cardini nascosti dell’intera crisi. Qualunque tentativo di utilizzare i curdi iraniani come leva destabilizzante si scontrerebbe prima o poi con Recep Tayyip Erdogan.
La ragione è evidente: Ankara non può accettare che la questione curda venga trasformata in uno strumento geopolitico capace di incendiare ulteriormente l’area, perché ciò avrebbe ricadute dirette sulla sicurezza turca. In questa chiave il fattore turco non è soltanto una variabile diplomatica: è un limite strategico imposto a Washington e a Tel Aviv.
Il passaggio più rilevante è che, nel momento in cui la situazione iraniana si sarebbe maggiormente cristallizzata, i servizi turchi avrebbero perfino fornito informazioni direttamente ai servizi iraniani per contenere una parte delle dinamiche curde.
È un elemento cruciale perché rivela una convergenza tattica tra Ankara e Teheran su un punto decisivo: impedire che il dossier curdo venga usato come detonatore di una trasformazione regionale incontrollabile. In altre parole, la Turchia può restare rivale dell’Iran su molti terreni, ma non per questo accetta che altri ridisegnino lo spazio anatolico-mesopotamico attraverso la destabilizzazione curda.
Perché Erdogan non resterebbe neutrale
C’è poi una valutazione ancora più profonda. Erdogan, in questa ricostruzione, avrebbe compreso un messaggio strategico più ampio: dopo l’Iran, il prossimo bersaglio potenziale potrebbe essere la Turchia, poi l’Egitto, poi l’Algeria. Che questa gerarchia sia percepita come reale o come minaccia implicita, l’effetto politico è lo stesso: Ankara non può guardare alla distruzione dell’Iran come a un vantaggio automatico, perché potrebbe leggerla come il precedente di un futuro ridisegno coercitivo dell’intera regione. È qui che il calcolo turco cambia segno.
Se il conflitto contro Teheran viene visto come il primo atto di una più ampia offensiva di riassetto regionale, allora la Turchia è spinta a frenare, non ad assecondare, la spirale.
In più Erdogan mantiene un rapporto di lavoro con Vladimir Putin. Questo aggiunge un ulteriore livello geopolitico: irritare Ankara significa rischiare di rafforzare l’intesa tattica tra Turchia e Russia su un dossier che tocca direttamente la stabilità mediorientale e caucasica. Una guerra pensata per isolare Teheran potrebbe così produrre un effetto opposto, cioè avvicinare attori che non vogliono essere i prossimi nella lista e che vedono nella sopravvivenza dell’Iran un argine, o quantomeno un precedente da non abbattere troppo facilmente.
Se non c’è una strategia, c’è solo una fuga in avanti
La conclusione è netta. Non emerge una grande strategia americana, ma una successione di adattamenti improvvisati. I tempi cambiano, gli obiettivi si allungano, la promessa della guerra breve si allontana, mentre il sistema industriale che dovrebbe sostenerla appare logorato da costi, inerzie e rendite.
Sul piano militare, l’Iran non è un bersaglio paragonabile alla Serbia; sul piano politico, la decapitazione e la destabilizzazione interna non garantiscono nulla; sul piano regionale, Hezbollah e la rete degli alleati trasformano il conflitto in una crisi estesa; sul piano geopolitico, la Turchia può diventare un fattore di blocco decisivo contro qualsiasi uso destabilizzante della questione curda.
Resta allora l’ultimo paradosso. La retorica americana continua a presentare la guerra come una missione di liberazione, come se bombardare, colpire, distruggere e destabilizzare fosse il prezzo inevitabile della salvezza altrui. Ma quando una potenza arriva a giustificare la devastazione come condizione della libertà, significa che si è già separata dalla realtà politica del conflitto. Ed è per questo che il problema degli Stati Uniti, oggi, non è la carenza di forza. È qualcosa di molto più grave: la disconnessione tra la forza di cui dispongono, la strategia che dicono di avere e il mondo reale in cui pretendono di imporla.










































Comments
L'avanzata della Nato ... ma che bello, gli europei continueranno a foraggiare illimitatamente l'ucraina per l'avanzata della nato zombie?
Chiedo, per un amico...
Mi limito a prendere a pretesto il titolo per commentare altro. Sono reduce dal siparietto di Ispi delle ultime 24 ore e, parafrasando il titolo di Gaiani affermo, non domando, che l'aggressione contro l’Iran svela i limiti dell'intelligenza e della dignita' occidentali. Anche di quelle non ufficialmente all'attacco.
Non ho vomitato per il semplice motivo che non avevo ancora fatto colazione.
Il siparietto di questi analisti in giacca e cravatta con interlocutrice di bell'aspetto, buone maniere e dizione decente.
Era da molto che non mi capitava, youtube ha fatto da solo https://m.youtube.com/watch?v=UEG1KEtliNw&pp=QAFIAQ%3D%3D
Questi sono quelli che hanno studiato, non i complottisti del menga. Sono quelli della borghesia razionale e razionalista, sono esattamente specchio di un cinismo piccolo piccolo e bottegaio, per sintetizzate.
Nessun dispiacere per chi e' stato aggredito in corso di trattative, vigliaccamente. Nessuna prece, amen, per le vittime a caso, civili, bambine. Si sorvola sui motivi che pero" potrebbero essere, alle loro menti strategiche, persino condivisibili. Si cala con lutto su quello che ci aspetta da un punto di vista energetico e di recessione. Li c'e' preoccupazione, ma con distacco e mai un accidenti o vaffa ai due bulli vigliacchi che attaccano in fase di negoziati e quasi a conclusioni positive. Sia mai, c'e' comprensione e, chiadiamoci:perche' c'e' comprensione, accettazione o 90 gradi? Chiediamocelo e diamoci la risposta
Questi e altri con cui ho a che fare in questi giorni pensano che dovranno ridurre le docce e avere la servitu' per meno ore, tutto li. Nessuno dei due si chiede se domani potra' avere camicie immacolate o un trattamento estetico impeccabile.
Se solo si ponessero il problema con corollario di carenze medicinali e pidocchi e parecchi altri accessori ... sarebbero cosi ridicolmente algidi?
Perche' questi non hanno ancora capito che a breve potremmo dover riaprire le miniere di carbone e che il loro prossimo lavoro potrebbe essere quello di scavare, sempre se va bene e dopo avere visto la loro nazione e le persone in fiamme il medio oriente non decide di recidere cavi sottomarini di comunicazione e mettere un blocco fisico totale tra continenti. Tra cavi della rete che passano nelle loro coste e hormuz e suez possono fare parecchio. Potrebbero e potremmo essere costretti a parlarci vis a vis tra non molto e pure a recuperare quella carta che avevamo fatto sparire. Sempre che il conflitto resti li e noi europei non ricominciamo a scannarci tra di noi. Non lo facciamo da troppo tempo, ma certe abitudini ogni tanto ....
non mi sembra improbabile che si ripresentino....
Forse a quel punto una bestemmia si farebbe strada tra l'aplomb? Ammesso che abbiano il tempo di pensarci tra uno spidocchiamento di testa e un incubo su cosa mangiare.
Ps per chi pensa che sono apocalittico, vi ricordate la Siria prima che qualcuno foraggiasse l'isis? Le citta" siriane, i commerci, forse non come in europa, ma e' utile fare le proporzioni con ora. Avete presente il qatar e gli emirati di qualche settimana fa? Aspettiamo a vedere tra qualche settimana, tra acqua e infrastrutture e affari. Avete presente il Libano Svizzera del medio oriente prima che un vicino avido cominciasse a cercare di divorarlo? Si si, la storia i palestinesi rifugiati, gli attacchi iecc... oggi che vediamo il progetto della grande israele (gia' ben disegnata negli stemmi dell'irgun) stiamo ancora a pensare ai palestinesi che attaccano dal Libano? Se a qualcosa dobbiamo pensare magari Sabra e Chatila sarebbe meglio... un anteprima di Gaza.
Tutte cose successe o in un fiat o in anni di logoranti attacchi... perce' l'europa e le sue citta' dovrebbero fare eccezione? Ricordiamoci Berlino post seconda guerra... tutte cose fatte in casa, autoctone e pensate come erano Dresda e Berlino, ma anche Marsiglia prima delle ultime ammazzatine tra europei ...
divago e non va bene
Saluti