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sinistra

Una giornata [molto] particolare all’Ambasciata del Mali a Roma

di ALGAMICA*

situazione mali 750x4302 maggio 2026, ben oltre il 5 maggio 1821...

E’ stata una giornata molto – molto - particolare quella che si è svolta sabato 2 maggio all’interno degli spazi dell’Ambasciata del Mali a Roma. Attirati come da una calamita, insieme ad altri quattro compagne e compagni del coordinamento in solidarietà con il popolo palestinese di Roma, abbiamo assistito a un evento inedito qui in Occidente e in particolar modo in Italia. Una chiamata a raccolta di militanti e delle militanti maliani e saheliani presenti in Italia, così definiti dalla stessa portavoce dell’Ambasciata, in un momento di discussione e organizzazione politica riguardo gli attacchi della guerriglia “ribelle” del 25 aprile in diversi centri della nazione maliana.

Che cosa è accaduto e cosa sta accadendo in queste ore in quella regione strategica dell’area dell’Africa centrale subsahariana ricchissima di risorse minerarie e naturali?

In maniera coordinata, unitaria e simultanea forze paramilitari jidahiste e di separatisti Tuareg hanno attaccato importanti centri del Mali e in particolar modo sferrando un attentato all’interno della caserma - presso la città di Kati - che ospita il quartier generale dell’esercito maliano. Una autobomba che ha ucciso il generale Sadio Camara, Ministro della Difesa e uno dei principali ideatori della difesa unificata della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), realizzata dal Mali, Niger e Burkina Faso. E’ la prima volta che forze mercenarie jihadiste che imperversano in Centro Africa riescono a realizzare una operazione militare di così vasta portata e in un territorio così ampio, a Kati nel sud Ovest, a Kidal nel lontano Nord, a Gao, Sevarè a Mopti e Menaka.

Risulta chiaro che la modalità di questa operazione concentrica e coordinata da parte delle truppe “ribelli” non sarebbe potuta avvenire senza il supporto logistico, in mezzi militari e di intelligence da parte degli Stati Uniti d’America, Francia, Gran Bretagna e di apparati della EU.

Infatti, sia il Ministro degli Esteri russo che il Presidente Algerino Abdelmadjid Tebboune hanno denunciato pubblicamente l’interferenza straniera e Occidentale in Mali. D’altronde, il fenomeno del jihadismo in Centro Africa ha iniziato a trovare pianta stabile dalla dissoluzione della Libia per opera delle bombe USA, francesi e italiane.

Non nascondiamo il fatto che l’uccisione vigliacca di Saudo Camara, di sua moglie e delle sue nipotine, è un duro colpo per il processo di indipendenza rivoluzionaria dal neocolonialismo imperialista Occidentale. Alla notizia dell’operazione militare a tenaglia e dell’avanzata delle milizie jihadiste, così come di fronte alla temporanea ritirata delle forze dell’AfricaCorps (ex Wagner), tutti i ciarlatani della stampa liberista e democratica dell’Occidente si sono affrettati a recitare il medesimo monito ai popoli e alle nazioni africane del Sahel, al quale si è aggiunta la pletora delle ONG dell’umanitarismo peloso e paternalistico “decoloniale” sia cattolico che di sinistra ex noglobal:

« vedete cosa succede nel rinunciare alla presenza delle truppe francesi e americane? Vedete a quali conseguenze vi siete esposti consegnando le chiavi della vostra sicurezza a delle forze militari mercenarie - ex Wagner – legate alla Russia? Avete poi annullato anche la presenza delle missioni dei caschi blu ONU, chiuso i vostri paesi alle ONG europee e alla stampa internazionale? Avete pensato di poter fare da soli, rinunciando ai nostri buoni consigli e queste sono le conseguenze ».

Come dire: le nazioni africane non hanno via di scampo, non possono garantire la propria unità nazionale e la sicurezza delle persone senza la protezione e il patrocinio dell’Occidente.

Ora, il moto delle masse giovanili del Sahel, che negli ultimi anni ha fatto emergere una giovane leadership che non poteva che crescere tra i ranghi militari, ha chiarito che il caos jihadista è appunto una forza mercenaria alimentata proprio dai servizi di intelligence occidentali, che la finanziano e la utilizzano per giustificare o imporre la presenza neocoloniale militare a protezione del saccheggio dell’Africa. In sostanza fare nel Sahel quanto è stato fatto in Siria, in Iraq, in Sudan e altrove.

Si tratta di una necessità vitale per l’Occidente, che non è più capace come nel passato di sventolare dollari e pochi investimenti produttivi nel continente, attraverso i quali riusciva a corrompere non solo uno strato sociale parassitario - cosa che ancora avviene - ma anche determinare l’inazione verso la sottomissione della massa decisiva degli strati sociali più sfruttati.

Di fronte allo spauracchio jihadista in Centro Africa e un primo duro colpo portato a segno, i ciarlatani al servizio del banditismo occidentale hanno iniziato a sfregarsi le mani nella speranza che il Mali, per stato di necessità, si sarebbe appellato alla comunità internazionale, all’ONU e a testa china si sarebbe rivolto alla “solidariatà” dei democratici d’Occidente.

A questo ruolo si è subito adattato, per quanto concerne l’Italia, l’insieme composito dell’antirazzismo democratico, da Nigrizia fino al personaggetto Soumahoro, il quale anche lui ha posto in una intervista pubblica l’urgenza della presa in carico della crisi attuale nel Mali da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: ovvero le stesse grandi potenze che viceversa le nazioni di Mali, Niger e Burkina Faso hanno messo alla porta a furor di popolo in questi ultimi quattro anni.

Vorremmo dire ad Abou Soumahoro, conosciuto più di vent’anni fa nelle lotte degli immigrati, che forse sarebbe meglio fare ammenda e tacere, iniziando a comprendere la funzione dell’antirazzismo democratico italiano e delle ONG come parte non secondaria del problema e a servizio della nuova tratta degli schiavi che si dà in particolare nei flussi di immigrazione logisticamente organizzata di tipo irregolare.

Per farla breve, di fronte a una situazione riportata dalla stampa occidentale di un governo maliano indebolito e a rischio di capitolazione, ci si aspettava che dal Mali, anche per mezzo dei suoi organi istituzionali della sua Ambasciata, arrivasse un messaggio di apertura verso le denunce formali e di facciata, come quella di Tajani e della Farnesina, nei confronti degli attacchi terroristici dei Jidahisti e per l’assassinio di Saudo Camara, ovvero di piegarsi alla clemenza dei criminali mandanti che vogliono assestare un colpo al moto unitario dell’insorgenza rivoluzionaria e antioccidentale del Sahel.

E invece l’attivo di sabato mattina 2 maggio all’Ambasciata a Roma ha ribadito con forza: «Un popolo, un esercito, una bandiera, un destino»!

Dunque, contrariamente alle aspettative dell’establishment occidentale, l’Ambasciata del Mali organizza una vera e propria assemblea militante nella quale sono confluiti da tutta Italia più di 300 giovani uomini e donne che hanno riempito tutti gli spazi all’aperto della piccola ambasciata. Senza alcuna pubblicità a mezzo di comunicati stampa, nessuno invito a partecipare ai buffoni dell’antirazzismo e del paternalismo decoloniale di sinistra, a personalità di singoli parlamentari o intellettuali di sinistra o a realtà di “movimento antagonista”. Un momento di discussione politica e di organizzazione, in lingua bambara, per non far comprendere a eventuali intrusi questioni riservate, che ha celebrato la figura di Sadio Camara, morto sulla breccia, e che ha rinnovato l’adesione da parte della gioventù della diaspora africana alla necessità rivoluzionaria di combattere l’Occidente. Nessun piagnisteo, nessun vittimismo, nessun richiamo alla comunità internazionale, al diritto internazionale, ovvero all’ONU quale garante delle sovranità nazionali. Un vibrante susseguirsi di interventi politici, interrotti da applausi da parte dei giovani militanti presenti, non solo maliani ma anche burkinabè e nigerini.

Verso di noi, capitati non per caso, ospiti inaspettati, perché non era nelle intenzioni della locale Ambasciata chiedere la partecipazione al pubblico europeo e italiano, sono state fatte delle brevi sintesi in italiano dei nodi politici affrontanti: «il Mali, insieme alle nazioni del Sahel, sono impegnati da anni in una guerra portata avanti da milizie jihadiste, dietro le quali sappiamo esserci le manovre delle grandi potenze straniere occidentali. La crisi apertasi il 25 aprile, che stiamo fronteggiando come Confedrazione degli Stati del Sahel, ha posto con maggiore forza all’attenzione dei nostri popoli la questione dell’investimento nella difesa militare, che è di fondamentale importanza per la nostra indipendenza dalle ingerenze esterne. Noi non rinunciamo alla nostra dignità ». Una lezione non da poco nei confronti di chi intende esasperare l’aspetto formale – la giunta militare – per rimuovere la vera sostanza della questione: le necessità delle masse giovanili del Sahel organizzate in esercito nazionale rivoluzionario di liberazione.

Mentre a Roma l’Ambasciata del Mali dismetteva i panni di organo istituzionale di uno Stato per le relazioni diplomatiche con le grandi potenze imperialiste, per rivestire quelli per l’organizzazione della discussione politica e della mobilitazione di militanti rivoluzionari africani residenti in Italia, nel Mali accadeva un fatto ancora più inedito e di una novità assoluta sul piano storico. Per la prima volta nella storia moderna, le questioni di stabilità e sicurezza e le crisi interne a un paese africano, vengono affrontate nella pratica senza alcuna supervisione, patrocinio e eterodirezione da parte delle potenze imperialiste dell’Occidente, senza alcun avallo e pianificazione via “caschi blu” dell’ONU e del suo Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Anzi, entro le 72 ore previste, la forza militare unificata dell’AES ha trasformato la “guerra in Mali” in una guerra d’area. I 15 mila soldati dell’esercito unificato di Niger, Mali e Burkina Faso – AES - di cui il comando unificato dispone, si sono affiancati nelle operazioni militari ai ranghi dell’esercito del Mali e dell’AfricaCorps (ex Wagner), a quanto pare riprendendo il controllo di Gao, Sevare, Mopti e di altre zone rurali. Respingendo e facendo battere in ritirata le truppe mercenarie jidahiste supportate dalla logistica Franco-Statunitense e EU a Kati e nei dintorni di Bamako. Nell’estremo nord e nell’area di Kidal, l’esercito congiunto dell’AES ha anche mostrato una capacità autonoma di usare per la propria difesa attacchi aerei usando i droni acquistati recentemente dall’Iran. Una reazione che non era scontata. In particolar modo il sentimento delle masse non ha ceduto all’”afropessimismo” tipico di certe correnti di intellettuali africane, anche marxiste, che ritengono gli sforzi di emancipazione dell’Africa o vani, perché costretti a tornare sotto il patrocinio occidentale, o velleitari in assenza della guida della classe operaia d’Occidente, ovvero del moderno proletariato più “avanzato” in termini di “coscienza” e visione.

Nell’attivo militante nei locali dell’Ambasciata del Mali, non potevano non esserci anche diversi giovani figli della diaspora africana in Occidente, chi dall’Etiopia, chi dal Ghana, forti di una percezione che emerge dalla materialità dei fatti: la crisi storica di un modo di produzione che sta facendo arretrare l’Occidente su tutti i piani decisivi dell’accumulazione, da quella della produzione di macchinari, a quello della produttività a costi competitivi nei confronti dell’Asia, a quello altrettanto decisivo del declino della popolazione e del calo demografico in Europa e negli Stati Uniti. Una percezione che include anche la scomposizione delle classi sociali in Occidente che si sono sviluppate in modo complementare all’ombra dell’accumulazione e nello scambio conflittuale della relazione tra salario e profitto. Una relazione che la storia ha insegnato essersi sviluppata sulle spalle dei popoli di colore.

Viceversa, loro sentono di avere il futuro in tasca. Per questo motivo l’iniziativa non era “pubblica” e aperta ai “bianchi”. Non potevano inizialmente che guardarci con circospezione e diffidenza, anche se con le buone maniere di circostanza. Per poi accoglierci in amicizia e simpatia avendo intuito dai nostri cartelli – e da due brevissimi interventi - che non eravamo lì a dar lezioni.

Abbiamo voluto semplicemente rimarcare il nostro sostegno incondizionato alle necessità rivoluzionarie nel Sahel contro l’Occidente, spogliati dalla superstizione circa la democrazia e la superiore civiltà della “coscienza di classe” del movimento operaio dei paesi più avanzati. Il moto della rivoluzione che sta attraversando in modo discontinuo il Sahel (così come in Palestina e sul fronte più allargato in Iran) insegna altro per chi lo vuol vedere. E’ parte di una crisi generale di un modo di produzione, che per stato di necessità chiama alla lotta contro l’insieme dell’Occidente da parte del resto del mondo che è stato sfruttato e rapinato da almeno mezzo millennio. Una crisi di tipo scompositiva e generale che sta solcando un bivio per le classi sociali e il proletariato occidentale, sempre più atomizzato e socialmente fluido: o essere trascinati come transfughi dell’Occidente che affonda nella crisi ed eco riflesso contro l’insieme dell’Occidente e lo scambio diseguale; o tutto sommato conservativi in quella complementareità della legge impersonale dello scambio combinato e diseguale sulla pelle dei popoli di colore, in nome del feticcio delle superiori libertà civili delle società occidentali, che sta conducendo le relazioni dell’uomo con i mezzi della produzione e la natura verso la catastrofe. Vale al riguardo del Sahel, come per la Palestina e il Medio Oriente, come al riguardo della resistenza dell’Iran contro USA e Israele.


* Alessio Galluppi, Michele Castaldo
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