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losguardo

Il canone minore

di Giacomo Foglietta

R. Ronchi, Il canone minore. Verso una filosofia della natura, Feltrinelli 2017

John William WaterhouseIl canone minore. Verso una filosofia della natura di Rocco Ronchi ci pone subito di fronte ad un’idea insolita per chi si occupa di filosofia. La storia del pensiero filosofico conosce un canone ‘maggiore’ ma, al contempo, anche un canone minoritario, una chiave di interpretazione alternativa delle grandi domande teoretiche. Tradizione di pensiero che – sostiene Ronchi senza mezzi termini – sarebbe l’unica a poter fregiarsi propriamente del titolo di filosofia. Per cominciare a capire la proposta di Ronchi può essere utile allora provare a mettere in chiaro di cosa parliamo quando parliamo di canone maggiore. Quali sono e quali sono state le caratteristiche del pensiero filosofico dominante? Se è la filosofia a determinare la natura della modernità, allora per rispondere alla suddetta domanda bisognerà innanzitutto chiedersi che cosa significhi essere moderni in filosofia. Secondo Ronchi la contemporaneità, da Kant in avanti, ha assunto rispetto a questo problema una posizione ben precisa facendo della finitezza la chiave di interpretazione della realtà e della verità. La finitezza come dato immediato e come condizione di accesso all’ente è diventata la cifra della modernità filosofica, la quale ha visto nella millenaria consapevolezza della nostra mortalità, del nostro limite costitutivo, una nuova forma di assoluto. In questo nuovo orizzonte di riferimento la mancanza strutturale dell’essere umano, la sua sottomissione al desiderio, alla limitatezza della ragione, lo identifica quindi come l’unico essere veramente finito e come tale depositario di una comprensione più profonda della verità.

L’alternativa proposta da Ronchi si prefigge allora in prima istanza proprio la messa in discussione di questo dominio della finitezza e, di conseguenza, la messa in discussione dell’eccezione umana. Ronchi sceglie una via antica, frequentata prima di lui da teologi speculativi, filosofi della natura rinascimentali e, in epoca contemporanea, anche da autori pienamente moderni.

Si tratta della via dell’immanenza, dove però con tale termine non si intende un ritorno ad un realismo ingenuo, bensì ad una precisa forma di metafisica. Nel metodo della trascendenza, quello usato dai filosofi del canone maggiore, metafisica significa sostanzialmente ‘qualcosa che eccede l’esperienza’, e rispetto alla quale il mondo empirico sarà sempre, come si diceva poc’anzi, mancante, avendo bisogno d’altro – di un Assoluto – per reggersi. Nel metodo dell’immanenza invece, quello frequentato dai filosofi del canone minore, per metafisica si intende esattamente il contrario, ovvero un’esperienza che ‘basta a se stessa’, che non ha bisogno di alcun Assoluto per reggersi essendo essa stessa ab-soluta, in relazione con niente altro se non con se stessa. Questa ‘assolutizzazione’ dell’esperienza è allora il tratto principale che accomuna i pensatori della linea minore, alcuni lontanissimi nel tempo e nello spazio, tra i quali possiamo ricordare ad esempio teologi come Scoto Eriugena e Meister Eckart, filosofi come Cusano, Bergson, Deleuze e Gentile, psicologi sperimentali come William James, matematici come A. N. Whitehead, biologi come R. Ruyer. Cosa significa per tutti questi autori pensare l’esperienza (e quindi il mondo) nella sua radicalità? In fondo, significa una cosa tanto semplice ed immediata quanto sconvolgente per il nostro modo di intendere la conoscenza, addestrato alla scuola della rappresentazione mentale della linea maggiore. Per i filosofi della linea minore la sfida è stata quella di provare a pensare un’esperienza che precede la rappresentazione di qualcosa per qualcuno. In sintesi, l’esperienza nella sua radicalità è l’esperienza che precede la scissione in un soggetto conoscente e in un oggetto conosciuto, un’esperienza che quindi non è auto-cosciente, perché della coscienza è il fondamento irriflesso. Un’esperienza, in ultima istanza, impersonale. L’obiezione del filosofo della linea maggiore è a questo punto dietro l’angolo, un’obiezione che egli pensa sia un fendente mortale all’ipotesi cardine della linea minore. Questa esperienza depurata di qualsiasi caratteristica ‘umana’ assomiglia ad una forma di vitalismo ed è perfino in odore di irrazionalismo e di assolutismo.

La risposta di Ronchi alla suddetta obiezione è altrettanto diretta: l’irrazionalismo e il vitalismo sono esattamente il prodotto speculare della posizione della linea maggiore, che avendo posto al centro l’eccezione umana, ha determinato poi di conseguenza una relativizzazione di tutti i saperi, rispetto alla quale le posizioni irrazionaliste sono nate come reazione allo scetticismo e al relativismo dominante nella cultura europea del primo ‘900. In questo consiste, secondo Ronchi, la dismissione della filosofia operata dai filosofi del canone maggiore. Non bisogna pensare però alla distinzione tra canone minore e canone maggiore come ad un confine rigido ed invalicabile che determina una frattura insanabile all’interno del pensiero filosofico. Si tratta piuttosto di una sorta di ‘spettro’ con innumerevoli livelli che mutano gradualmente l’uno nell’altro. Nessun filosofo ‘minore’ è completamente estraneo ad elementi ‘maggiori’, e così, parimenti, anche in quegli autori che sembrerebbero essere i rappresentanti per eccellenza della linea maggiore si trovano, se sappiamo andarli a cercare, elementi tipici del canone minore. Si prenda ad esempio la fenomenologia di Husserl. Da un lato il pensiero husserliano è certamente uno degli apici del canone maggiore, dal momento che, come tutti sanno, pone come fondamento apodittico il principio di correlazione tra la coscienza e il mondo. Tutto quindi è dato per una coscienza, perché coscienza significa sempre ‘coscienza di qualcosa’. L’apriori dell’esperienza è quindi il soggetto, la condizione prima e ultima di possibilità dell’esistenza del mondo e del suo senso.

Chi conosce tutta l’opera di Husserl e lo ha letto attentamente sa però che egli stesso, mentre definisce nel tempo la nozione di ego trascendentale, si pone al contempo un problema che è tipicamente ‘minore’ quando si chiede se esista una forma di intenzionalità ‘passiva’, cioè non cosciente. Un’intenzionalità che sarebbe rivelata innanzitutto nella costituzione della coscienza interna del tempo e che andrebbe a collocarsi ‘a monte’ della correlazione soggetto-mondo. Tale ‘sintesi passiva’ sembra allora adombrare in Husserl l’idea che esista un livello più radicale di esperienza, o quantomeno diviene lecito porre l’attenzione sulla genesi, all’interno della fenomenologia stessa, di una domanda così dirompente per il programma fenomenologico husserliano. D’altra parte, un altro filosofo principale del canone maggiore come Heidegger può aiutarci a comprendere meglio la portata dell’operazione filosofica proposta da Ronchi. La svolta esistenzialista che Heidegger imprime alla fenomenologia husserliana è stata infatti cruciale per quella mutazione della filosofia in antropologia e in teoria critica della cultura che Ronchi identifica come l’esito principale del canone maggiore.

L’uomo è l’unico ente che sa di dover morire, l’unico ente conscio della propria finitezza, e per questo ha un mondo, a differenza degli animali e delle piante che, invece, sono mondo. Heidegger rappresenta allora proprio l’apice di quella prospettiva antropocentrica, di quella ‘rivoluzione copernicana’ iniziata da Kant, che il canone minore si propone di rovesciare, per recuperare un rapporto tra la filosofia e le scienze della vita. Per la linea minore si tratta allora di mostrare come la suddetta rivoluzione copernicana sia stata invece un’operazione radicalmente anti-copernicana, consistendo nel porre il soggetto al centro del mondo, in posizione dominante rispetto all’oggetto. Il che significa, in altre parole, instaurare una prospettiva radicalmente antropocentrica rispetto alla conoscenza. La linea minore vorrebbe allora compiere la vera rivoluzione copernicana, reintegrando l’uomo nel Tutto in quanto sua ‘piega’. Per Tutto la linea minore intende però qualcosa di ben preciso, concependo tale Tutto come Processo, ovvero l’evento della natura nel suo aspetto in atto di natura naturans. Se dunque il canone minore appare poco comprensivo nei confronti della dimensione privata e psicologica del soggetto, ciò avviene in virtù di una detronizzazione dell’uomo necessaria al ripristino di un equilibrio tra homo sapiens ed ecosistema, funzionale ad una più profonda e proficua comprensione del regno naturale. Per la linea minore la filosofia deve essere allora anche un’etica, ma non nel senso comune del termine, bensì nel senso di un ‘modo di abitare’ il Processo della natura. L’aspetto più importante di questa nuova bio-etica sarà dunque la riconsiderazione del significato della tecnica. Anche in questo caso la linea minore si definisce a partire dalla concezione della tecnica che ha dominato il ‘900, il quale ha visto nella tecnica qualcosa di minaccioso principalmente perché estraneo alla natura e quindi capace di corrompere l’equilibrio edenico dell’uomo. Non solo, in quest’ottica fin dall’antichità greca la tecnica è stata intesa come protesi migliorativa, strumento per neutralizzare la debolezza fisica umana, per supplire alla mancanza di autosufficienza che invece è propria degli animali.

A questa concezione la linea minore oppone quella di una tecnica in assoluta continuità con la natura (idea sostenuta, tra gli altri, da autori come Gilbert Simondon e Georges Canguilhem), una tecnica che, in ultima analisi, è natura. La mossa strategica proposta da Ronchi consiste quindi nel pensare il vivente, in tutte le sue manifestazioni, non come qualcosa che tende perennemente (senza peraltro mai riuscirci ed essendo quindi sempre frustrato) verso un’ipotetica perfezione, un’ipotetica ‘salute’, bensì come qualcosa che, proprio come l’esperienza pura, basta a se stesso, il suo atto d’essere essendo il suo stesso fine, la sua stessa verità. Si tratta in fondo della tesi portante della scienza moderna (ma anche del movimento pragmatista americano), la quale sostiene che non c’è verità, bensì un divenir vero. Anche la verità è un processo, un accadimento, e quindi noi ne siamo massimamente responsabili, sebbene non possiamo mai garantirla una volta per tutte, non essendo la verità, così come il vivente, data una volta per tutte da nessuna parte.

Nel complesso l’ipotesi del canone minore proposta da Ronchi mi sembra meritevole di attenzione perché si prefigge un radicale ritorno alla filosofia speculativa, intendendo con ciò un recupero di alcuni grandi temi del pensiero teoretico, primo fra tutti il rapporto con l’Assoluto. Si tratta di una sfida certamente ardua, innanzitutto per la necessità di pensare un modelle di Assoluto – mi si passi il termine – ‘moderno’. Le nozioni di immanenza e di Processo sono quelle su cui Ronchi punta maggiormente per definire questo Uno che è anche molti, questa unitas multiplex che è il Processo senza essere nessuno dei molti in cui transita. Concettualizzazioni, queste, che mettono a dura prova il comune senso filosofico, abituato ad una metafisica tradizionale dove lo iato tra l’Uno e i molti costituisce anche lo spazio all’interno del quale esiste la creatura. Così intende questo rapporto tutto il pensiero aristotelico-tomista, lo stesso pensiero con cui si confronterà Descartes quando saggerà la sua tenuta attraverso la riduzione dell’essere al cogito. Ed ecco che, ad esempio, Ronchi ci permette di pensare un Descartes che aveva intuito il cogito non come sostanza bensì come atto puro, trovandosi d’improvviso sulla stessa linea minore di un teologo alessandrino come Gregorio Palamas e di un filosofo come Plotino, per i quali Dio/l’Uno non è essere ma atto in atto. Sono questi gli scenari che di continuo si spalancano all’interno de Il canone minore, sta al lettore decidere se lasciarsi catturare dalle argomentazioni ronchiane oppure restare guardingo sulla soglia, senza vincere la naturale diffidenza. In entrambi i casi, però, quando un libro genera simili reazioni ha sortito il suo effetto: ricordare al filosofo il senso di inquietudine che la stessa filosofia, sempre minacciata dall’impossibilità di un vero e proprio inizio, si porta appresso.

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