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orizzonte48

La nuova oggettività scientifica

... e la democrazia controllata dalla "fallacia epistemologica"

di Francesco Maimone

Arbeit schändet Georg Scholz1 Nella scienza possono dire la loro solo quelli che per anni hanno sudato sui libri, hanno sottoposto le loro ipotesi a una rigorosa procedura di esperimenti e controlli, possiedono un metodo che consente di distinguere la verità dalla bugia …”. E di seguito, “… il nostro intuito non è sufficiente a stabilire un rapporto di causa-effetto. Per stabilirlo ci vuole la scienza, con i suoi numeri, il suo metodo, il suo rigore e soprattutto la sua statistica” [pagg. 2 e 26]. Esplicitata la questione in tal modo a dir poco riduzionostico, per il popolo dei “somari” sembra all’apparenza non esservi davvero alcuno scampo. Ma è proprio così? Il Blog si è già occupato del problema della scienza con riferimento specifico ai vaccini obbligatori; il presente lavoro deve intendersi un approfondimento anche di quel post nel tentativo di dare, a beneficio dei lettori, una compiuta coerentizzazione sia dal punto di vista storico che filologico.

1.1 In generale, bisogna avvertire che il pensiero testualmente sopra riportato non è che un cascame di quella più generale tendenza del pensiero filosofico degli ultimi secoli di affrancarsi da ogni discorso ontologico sull’essere, sulla sua specificità e sulle sue determinazioni categoriali (nel nostro caso, sull’uomo “lavoratore sociale” con i suoi reali bisogni e che con il lavoro produce e si riproduce):

… gli ultimi secoli di pensiero filosofico sono stati dominati da gnoseologia, logica e metodologia e il loro dominio è ben lontano dall’essere sorpassato. La preponderanza della prima di queste discipline è divenuta talmente forte da far dimenticare all’opinione pubblica che la missione storica della gnoseologia…consisteva…nel fondare e garantire il diritto alla egemonia scientifica della scienza naturale sviluppatasi a partire dal Rinascimento, ma di farlo in termini tali che restasse salvo… lo spazio ideologico che l’ontologia religiosa si era storicamente conquistato.

In questo senso storico si può considerare padre della moderna gnoseologia il Cardinal BellarminoIl moderno positivismo al suo apogeo ha dichiarato ANACRONISTICA ASSURDITÀ NON SCIENTIFICA OGNI DOMANDA INTORNO ALL’ESSERE, addirittura ogni presa di posizione circa il problema se qualcosa sia o non sia …” [G. LUKÁCS, Prolegomeni all’ontologia dell’essere sociale, Napoli, 1990, 1].

Domanda che perciò, in nome dell’oggettività, è stata relegata semplicemente nel campo della “metafisica”.

 

2 Sappiamo, tuttavia, che qualunque pensiero non nasce come Minerva dalla testa di Zeus, ma ha carattere storico-sociale, ha le proprie radici “nei rapporti materiali dell'esistenza… e che l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica”, come il pensiero liberista ha ben compreso (qui, p.4). In tal senso:

… Soltanto la produzione capitalistica ebbe profonde motivazioni economiche e attitudini sociali per elaborare ai propri scopi in maniera consapevole la scienza particolare nel senso odierno. Nelle crisi spirituali del periodo di transizione, comunque, fu ancora molto forte il legame delle scienze con le questioni generale della concezione del mondo. Se non avesse liquidato quei conflitti, la scienza non sarebbe mai pervenuta all’autonomia necessaria all’industria. Una volta però ottenuta questa autonomia, quell’iniziale legame con le questioni della concezione del mondo poté sempre più attenuarsi…

Questa situazione si accentua per l’indissolubile vincolo con alcune tendenze ideologiche che emergono nel dispiegarsi della società e dell’economia capitalistiche…Non va mai dimenticato…che la prima grande avanzata, non più reversibile, della scientificità moderna si situa nel momento in cui la produzione capitalistica comincia a diventar dominante. La sua classe dirigente, dunque, e per conseguenza gli ideologi di quest’ultima non potevano essere ancora in grado di imporre un dominio integrale di una ideologia che corrispondesse al loro essere sociale. Una tale ideologia si dispiega solamente nel secolo XVIISi trattava perciò di trovare per intanto forme, infrastruttura, fondazione ecc. per la prassi che, da un lato si adeguassero agli interessi del capitalismo nascente (scientificità inclusa) e, dall’altro lato, non suscitassero conflitti irrisolvibili con la monarchia assoluta, con i residui feudali in essa molto potenti e con l’ideologia cristiana” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 28-30].

2.1 Il compromesso venne trovato nella ideologia c.d. “doppia verità”, ben riassumibile dalle parole che B. Brecht nel suo dramma su Galileo fa esporre al cardinal Bellarmino:

Perché non dovremmo adeguarci ai tempi, Barberini? Se l'uso di carte costruite sulle nuove ipotesi facilita il compito ai nocchieri delle nostre navi, tanto vale adoperarle. Dobbiamo solo confutare quelle dottrine che contraddicono la Sacra Scrittura” [B. BRECHT, Vita di Galileo].

Dalla rivoluzione scientifica del ‘600 (che segna, è bene ricordarlo, il passaggio dal modo di produzione agricolo a quello industriale e manifatturiero), con la sua matematizzazione della realtà, il suo interesse per i meri aspetti formali-quantitativi a discapito di quelli sostanziali-qualitativi, si dipanerà un percorso che, in coincidenza con l’imporsi del capitalismo come forma di produzione dominante completamente dispiegata, porterà alla separazione definitiva della gnoseologia da ogni aspetto ontologico, segnando così quel predominio a vocazione scientista che la prima conserverà via via fino ai nostri giorni.

 

3 Non è possibile in questa sede addentrarsi, se non per cenni, nell’analisi specifica delle singole correnti di pensiero che hanno sostanziato quel percorso di divorzio a cui si è fatto riferimento. Ciò che bisogna sottolineare è tuttavia il tratto comune del pensiero filosofico che corre dal XVII al XIX secolo, ovvero la sua sostanziale e costante “RIMOZIONE DELLA PRAXIS”, la scissione tra pensiero ed essere, quella “… insopprimibile distanza tra soggetto ed oggetto che ovunque incontriamo nella vita moderna…” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, Milano, 1967, 209], e che invece sappiamo non sussistere perchè: “… alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore” (qui, p. 1.2).

3.1 I dualismi soggetto conoscente-oggetto conosciuto (res cogitans e res extensa) in Cartesio, fenomeno-cosa in sé (quest’ultima inconoscibile ed immutabile) in Kant devono essere letti già agli esordi dell’epoca moderna come la volontà di non attribuire alcun significato ontologico alle conoscenze sul mondo materiale. La filosofia del XIX secolo incrementerà tale effetto:

Le correnti dominanti della filosofia borghese restano fedeli al compromesso bellerminiano, anzi lo consolidano nella direzione di una teoria della conoscenza pura, risolutamente antiontologica; si pensi a come i neokantiani sempre più energicamente espugnano dalla gnoseologia la kantiana cosa in sé non volendo ammettere neppure una realtà ontologica inconoscibile per principio…il dominio esclusivo della teoria della conoscenza, l’allontanamento sempre più risoluto e raffinato di tutti i problemi ontologici…Per quanto il neokantismo sia riscontrabile nelle filosofie fuori della Germania, il positivismo lo sopravanza largamente in ubiquità…E’ importante rilevare come le diverse correnti di questa tendenza (empiriocriticismo, pragmatismo ecc.) mettono sempre più da parte l’oggettivo valore di verità della conoscenzae tentano di sostituire la verità mediante finalità PRATICO-IMMEDIATE.

La sostituzione della conoscenza della realtà con la manipolazione degli oggetti indispensabili nella prassi quotidiana va molto più in là del neokantismo…Si può quindi tranquillamente parlare di una tendenza generale dell’epoca che in ultima analisi mira alla DEFINITIVA ELIMINAZIONE DI OGNI OGGETTIVO CRITERIO DI VERITÀ e tenta di sostituire questa con procedimenti che rendano possibile una libera manipolazione, correttamente funzionante, dei fatti praticamente importanti [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, Roma, 1976, I, 20-21].

3.2 Il neopositivismo rappresenta sicuramente la tappa più avanzata di tale parabola. La sempre più larga matematizzazione e la simbolizzazione diventano così la chiave ultima per decifrare i fenomeni:

“… il linguaggio della matematica qui non è semplicemente lo strumento più preciso, la mediazione più importante per interpretare nell’ambito della fisica (cioè che esiste fisicamente, essente in sé), ma l’espressione semantica ultima, puramente ideale, di un fenomeno significativo per gli uomini mediante cui questo può ormai essere manipolato praticamente all’infinito. Quesiti che, al di là di questo, muovano verso la realtà essente in sé, secondo tale teoria non hanno dal punto di vista scientifico alcun significato. LA SCIENZA DI FRONTE A TALI PROBLEMI – QUELLI ONTOLOGICI – HA UN ATTEGGIAMENTO DEL TUTTO NEUTRALE…la formulazione più elegante, matematicamente più semplice, più probabile in quanto ipotesi, esprime tutto quello di cui la scienza ha bisogno per dominare (manipolare) i fatti al loro rispettivo grado di sviluppo. La generalizzazione di questi concetti in una “immagine del mondo” esce completamente fuori dall’ambito della scienza”[G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., 30].

Con questi risultati:

“… la gnoseologia [ha] acquista[to] una doppia funzione: da un lato quella di dare saldo fondamento al metodo della scientificità (anzitutto nello spirito delle rigorose scienze particolari), dall’altro lato quella di allontanare dalla realtà riconosciuta come la sola oggettiva, a causa della sua non-fondabilità scientifica, le eventuali basi e conseguenze ontologiche dei metodi e risultati scientifici. Questa impostazione ideologica è una IMPOSTAZIONE CONDIZIONATA DALLA STORIA DELLA SOCIETÀ ” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 31].

 

4 La separazione tra ontologia e gnoseologia indica che la scienza moderna sino ai nostri giorni ha operato il proprio distacco dalla vita materiale, disinteressandosi della “priorità ontologica” dell’essere sociale e concentrandosi invece sull’immediatezza della realtà quantificabile fino a perdere di vista la complessità al di là dei propri campi specialistici:

“…Quando Engels nel discorso funebre per Marx parla del “fatto elementare che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto, e vestirsi…” non sta parlando di nient’altro che di questa priorità ontologica” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., 288].

4.1 Husserl, negli anni ’30, intuì molto bene detta traiettoria:

Adottiamo come punto di partenza il rivolgimento, avvenuto allo scadere del secolo scorso, nella valutazione generale delle scienze. Esso non investe la loro scientificità bensì ciò che esse, le scienze in generale, hanno significato e possono significare per l'esistenza umana. L'esclusività con cui, nella seconda metà del XIX secolo, la visione del mondo complessiva dell'uomo moderno accettò di venir determinata dalle scienze positive e con cui si lasciò abbagliare dalla «prosperity» che ne derivava, significò un allontanamento da quei problemi che sono decisivi per un'umanità autenticaNella miseria della nostra vita…questa scienza non ha niente da dirci.

Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l'uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino…Questi problemi, nella loro generalità e nella loro necessità, non esigono forse, per tutti gli uomini, anche considerazioni generali e una soluzione razionalmente fondata? In definitiva essi concernono l'uomo nel suo comportamento di fronte al mondo circostante umano ed extra-umano, L'UOMO CHE DEVE LIBERAMENTE SCEGLIERE, L'UOMO CHE È LIBERO DI PLASMARE RAZIONALMENTE SÉ STESSO E IL MONDO CHE LO CIRCONDA. Che cos'ha da dire questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cos'ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di questa libertà? Ovviamente, la mera scienza di fatti non ha nulla da dirci a questo proposito” [E. HUSSERL, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Milano, 1983, 33-34].

4.2 Operato detto divorzio (che abbiamo definito “rimozione della praxis”), ci si trova di fronte ad uno scenario onirico: da una parte il mondo della realtà posto fuori dalla sfera del soggetto conoscente, postulato come inconoscibile e, dall’altra, la ragione che vaga tra parvenze intellegibili, tra rappresentazioni astratte ed ipotetiche, tra mere ombre di quella realtà che viene colta solo in modo quantitativo e con linguaggio matematico-simbolico. G. Gentile non aveva torto allorché denunciava già nei primi anni del ‘900 che in tal modo

“… il progresso della scienzanon può essere se non il vano sogno di un’ombra: un dileguarsi apparente di vana apparenza senza consistenza e senza significato nell’immutabile scena del mondo, in un teatro deserto…” [G. GENTILE, La dialettica del pensato e la dialettica del pensare, 1912, 6].

 

5 Ci si è dilungati nella ricostruzione di un tale quadro perché è nell’ambito dello stesso che bisogna cercare di capire come si atteggia quella presunta “OGGETTIVITÀ” non democratica della scienza, tutta fondata sul suo metodo fatto di “ipotesi”, “esperimenti” e “numeri” declinati dai suoi operatori specialistici con così tanta sicumera.

5.1 E’ nota, al riguardo, la lunga controversia sul metodo scientifico che, dal ‘600 in poi, ha visto fronteggiarsi induttivisti (metodo induttivo) e razionalisti (metodo deduttivo): i primi procedono empiricamente dal particolare all’universale, sostenendo che la conoscenza trae origine dai fatti dell’esperienza e dalle osservazioni; i secondi procedono in modo logico dall’universale al particolare, muovendo invece dal presupposto che l’esperienza sia significativa solo a partire da idee che consentono di interpretarla, di comprenderla e che, quindi, devono necessariamente precederla.

Ciò che tuttavia interessa rimarcare nell’economia del discorso è che la prospettiva che caratterizza il pensiero moderno nella teoria della conoscenza è la centralità del soggetto nel processo conoscitivo (la c.d. “rivoluzione copernicana” di Kant). Si tratta di una caratteristica che accomuna sia l’empirismo con Locke, che si propone di studiare non il mondo, ma l’intelletto umano, sia il razionalismo da Cartesio in poi [Kant, ad onor del vero, opererà una sintesi tra razionalismo ed empirismo salvaguardando così sia l’universalita` della conoscenza sia il suo arricchimento mediante l’esperienza, cfr. I. KANT, Critica della Ragion pura, Roma-Bari, 2000, I, 77-78].

5.2 Ora, a parte lo sterile dibattito che contrappone i sostenitori del metodo induttivo e quelli – come K. Popper - del metodo deduttivo (sterile, anche perché l’approccio scientifico è diverso in base al campo di applicazione, essendo per esempio il campo delle scienze naturali diverso da quello delle scienze umane), e salvi quindi gli aggiustamenti che riguardano appunto lo specifico ambito, possiamo rappresentare il metodo scientifico classico “galileano” nella seguente sequenza:

1) osservazione di un fatto fenomenico→2) formulazione di ipotesi (o teorie o congetture)3) messa alla prova sperimentale delle ipotesi (falsificazione popperiana)4) costituzione della legge scientifica (in caso di esito sperimentale positivo; oppure nuova ipotesi)

Nella versione metodica dei “razionalisti” manca addirittura il punto 1), dal momento che per loro la ricerca scientifica, di fronte ad un problema, prende direttamente le mosse dalla formulazione di una congettura. Proprio così. Scrive Popper:

“… Non sappiamo, possiamo solo tirare ad indovinare…Come Bacone, potremmo descrivere la nostra scienza contemporanea - “il metodo di ragionamento che oggi gli uomini applicano ordinariamente alla natura” - come consistente di anticipazioni “affrettate e premature” e di pregiudizi (a proposito della vittoria della scienza sui “pregiudizi” affermata dall’ex ministro Lorenzin)” [K. POPPER, Logica della scoperta scientifica, Torino, 1970, 306].

 

6 Ora, quanto alla metodica della “scienza razionalista”, non è possibile esporre in modo specifico le irrisolvibili contraddizioni che la animano e che Husserl, nel suo menzionato Crisi delle scienze europee, ha esposto analiticamente in modo esemplare. Si rimanda, perciò, oltre che integralmente all’opera citata, a questo interessante lavoro di V. De Palma che sul punto ne compendia bene i tratti essenziali. E’ però sufficiente qui ricordarne la più evidente stravaganza evidenziata da Marcuse:

“… Paradossalmente…il mondo oggettivo, rimasto con la sola dotazione di qualità quantificabili, viene a dipendere sempre più, nella sua oggettività, dal soggetto [conoscente]… avvenimenti, relazioni, proiezioni, possibilità [espressi in forma matematica e postulati logici] possono essere oggettivamente significanti soltanto per un soggetto…In altre parole, il soggetto di cui si tratta ha funzione costitutiva; è un soggetto possibile, per il quale alcuni dati devono o possono essere concepibili come eventi o relazioni…” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, Torino, 1999, 156-158].

Veniamo così a scoprire che la presunta “oggettività” scientifica, ad una attenta analisi, si rivela nient’altro che un “un soggettivismo mascherato” il quale, con i propri costrutti astratti, logici e simbolici, finisce per impingere proprio in quella metafisica dalla quale aveva inteso emanciparsi. D’altronde è sempre Popper, da convinto razionalista, a ricordarci che “…i nostri tentativi di indovinare sono guidati dalla fede non-scientifica, metafisica, nelle leggi che possiamo svelare, scoprire…” [K. POPPER, Logica della scoperta scientifica, cit.].

6.1 Tuttavia, si intende insistere sul fatto che tende a passare sempre in secondo piano la circostanza per cui le ipotesi,

… l’osservazione e l’esperimento, l’organizzazione e la coordinazione metodiche di dati, proposizioni e conclusioni NON PRECEDONO MAI IN UNO SPAZIO NON STRUTTURATO, NEUTRALEL’intento conoscitivo implica operazioni su oggetti, o astrazioni da oggetti che si succedono in un universo dato di discorso e d’azione. La scienza osserva, calcola, teorizza a partire da un punto determinato di questo universo” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 165].

6.2 Gramsci era stato più esplicito quando si domandava in modo retorico: “… Pare che possa esistere una oggettività extrastorica ed extraumana? Ma chi giudicherà di tale oggettività? Chi potrà mettersi da questa specie di “punto di vista del cosmo in sé e che cosa significherà un tal punto di vista?”. E a tali domande così rispondeva:

“… oggettivo significa sempre UMANAMENTE OGGETTIVO”, ciò che può corrispondere esattamente a STORICAMENTE OGGETTIVO” …” [A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, 1975, 1415-1416].

Pertanto, la più volte menzionata divaricazione tra gnoseologia ed ontologia, in termini metodologici, non ha segnato in assoluto alcun punto a favore dell’oggettività scientifica; anzi, non poteva che finire necessariamente per svelarne l’ipocrita contraddizione:

“… il concetto di oggettivopare voglia significare una oggettività che esiste anche all’infuori dell’uomo, ma quando si afferma che una realtà esisterebbe anche se non esistesse l’uomo o si fa una metafora o si cade in una forma di misticismo. Noi conosciamo la realtà solo in rapporto all’uomo e siccome l’uomo è divenire storico anche LA CONOSCENZA E LA REALTÀ SONO UN DIVENIRE, ANCHE L’OGGETTIVITÀ È UN DIVENIREANCHE LA SCIENZA È UNA CATEGORIA STORICA ” [A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., 1416, 1456].

6.3 Come conseguenza di quanto detto, è parimenti una pia illusione pensare che la scienza sia “neutra”; come ci ricorda Marx “il mulino a braccia vi dà la società con il signore feudale; il mulino a vapore la società con l’industriale capitalista…”. Gramsci, in linea con Marx, prendendo spunto da una riflessione sul concetto di “materia”, specificherà:

“… la materia [è da considerare] come socialmente e storicamente organizzata per la produzione e quindi LA SCIENZA NATURALE COME ESSENZIALMENTE UNA CATEGORIA STORICA, UN RAPPORTO UMANO. L’insieme delle proprietà di ogni tipo di materiale è mai stato lo stesso? La storia delle scienze tecniche dimostra di no. Per quanto tempo non si curò la forza meccanica del vapore? E si può dire che tale forza meccanica esistesse prima di essere utilizzata dalle macchine umane?...” [A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., 1442].

Il modo sociale di produzione è sempre il fattore storico di base, ed ogni oggettività rimanda ad una soggettività altra storicamente connotata che – lo si voglia ammettere o meno - provvede a fissare scopi.

6.4 Marcuse, ancora, esprime bene tale concetto quando assume come ovvio il fatto che la matematica sia neutrale e che la sua oggettività non rechi in sé uno scopo; “… ma è precisamente il suo carattere neutrale che rapporta l’oggettività ad UNO SPECIFICO SOGGETTO STORICO, cioè alla coscienza che prevale nella società dalla quale e per la quale la neutralità è stabilita ” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 164]. E’ persin banale rammentare che le rappresentazioni matematiche di R. Oppenheimer e dei suoi colleghi, la loro “scienza”, erano “oggettive” e “neutre”, ma ciò nonostante l’energia atomica venne utilizzata da qualcuno per scopi non del tutto umanitari.

6.5 L’oggettività, insomma, è sempre storicamente “umana, troppo umana: “… la scienza, nonostante tutti gli sforzi degli scienziati, non si presenta mai come nuda nozione obiettiva; essa appare sempre rivestita da una ideologia e concretamente è scienza l’unione del fatto obiettivo con un’ipotesi o un sistema di ipotesi che superano il mero fatto obiettivo…” [A. GRAMSCI, Quaderni del carcere, cit., 1458]. Ma tant’è, Marx ci ricorda che “non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di sé stesso” e gli scienziati, anche quelli in buona fede prigionieri ideologici del loro metodo, non fanno alcuna eccezione.

 

7 Se si rivolge l’attenzione al “momento empiristico” del metodo scientifico, i risultati sono altrettanto poco lusinghieri. Anche l’empirismo, innanzi tutto, è ovviamente intriso di quel soggettivismo sopra denunciato. Si consideri quanto segue:

…ogni conoscenza della realtà prende le mosse da fatti. Il problema è soltanto quello di sapere quale dato della vita … meriti di essere preso in considerazione come fatto rilevante per la conoscenza. … l'empirismo più ottuso nega che i fatti siano in generale tali soltanto all'interno di una simile elaborazione metodologica che può essere diversa secondo lo scopo che si persegue nella conoscenza.

Esso crede di poter trovare un fatto importante in ogni dato, in ogni statistica, in ogni factum brutum… [e] non si rende conto che l'enumerazione più semplice, la catalogazione di “fatti” più scarna di commenti è già una “interpretazione: che già sin d'ora I FATTI SONO APPRESI A PARTIRE DA UNA TEORIA, secondo un metodo, SONO STATI STRAPPATI AL CONTESTO DELLA VITA, nel quale in origine si trovavano, E INSERITI NEL CONTESTO DI UNA TEORIA ... Gli opportunisti più raffinati - nonostante la loro istintiva e profonda ostilità verso ogni teoria - non negano affatto ciò. Essi s'appellano tuttavia al metodo delle scienze della natura, al modo in cui queste sono in grado di esibire, attraverso l'osservazione, l'astrazione, l'esperimento, fatti “puri” e di giustificare le loro connessioni” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 7-8].

Nel procedimento scientifico, quindi, c’è sempre qualcuno che cataloga e sceglie quali siano i fatti empirici degni di essere conosciuti, cioè di essere sottoposti ad osservazione e (quando sia possibile) ad esperimento/falsificazione. Tuttavia, già quell’atto di scelta e quella ricreazione di un ambiente artificiale, in cui gli scienziati sperimentano “indisturbati”, sono tutto fuorché oggettivi, perché rimandano ancora una volta ad un soggetto conoscente determinato che opera in uno spazio storico già strutturato:

“… i processi di validazione e di verificanon avvengono mai nel vuoto, e mai hanno termine in una mente privata, individuale. Il sistema ipotetico di forme e funzioni viene a dipendere da un altro sistema – un universo di scopi prestabilito, nel quale e per il quale esso si sviluppa. Ciò che appariva estraneo, alieno al progetto teorico, si mostra come parte della sua stessa struttura (metodo e concetti); l’oggettività pura si rivela quale oggetto PER UNA SOGGETTIVITÀ CHE PREVEDE IL TELOS” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 175].

7.1 Mentre il razionalismo astrae dall’esperienza, l’”empirismo ottuso” ha quella tendenza congenita ad atomizzarla. Esso, infatti, fedele alla fattualità, lascia però i fatti nel loro splendido isolamento, pur continuando a illudersi di rappresentare il massimo della oggettività e della concretezza. E così:

… Sorgono fatti “isolati”, complessi isolati di fatti, settori parziali (economia, diritto, ecc.) con leggi proprie, che sembrano essere già ampiamente predisposti nelle loro forme fenomeniche immediate ad un'indagine scientifica di questo genere. Cosicché assume necessariamente un valore particolarmente “scientifico” sviluppare conseguentemente questa tendenza elevandola alla scienza. La non scientificità di questo metodo, apparentemente così scientifico, risiede dunque nel fatto che esso non tiene conto e trascura il carattere storico dei fatti che si trovano alla sua base LA TOTALITÀ CONCRETA È… LA CATEGORIA AUTENTICA DELLA REALTÀ” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, Milano, 1967, 9].

L’empirismo volgare è solo capace di predicare la conoscenza di fatti considerati tra di loro in modo disconnesso ed al di fuori di ogni contesto, impedendo la comprensione del reale ed occultando così l’ordine esistente. La scienza, in questo modo, “… finisce…per avere una funzione stabilizzatrice, statica, conservatrice…” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 172].

7.2 E cosa dire dei libri sui quali “per anni hanno sudato” gli scienziati? Anche quei libri sono un prodotto storico:

“… Può sembrare persino banale ripetere che ogni nuova “scoperta” di leggi scientifiche o nuova formulazione di teorie è frutto tanto “cumulativo” quanto “rivoluzionario” delle modalità con le quali gli operatori scientifici si appropriano del sapere ad essi precedente. Fondamentali sono…i metariali didattici entro i quali viene strutturata l’attività di ricerca: attraverso i testi, i manuali, le pubblicazioni, i convegni, infine lo stesso insegnamento, vengono veicolati contenuti e forme di un sapere già costituito che viene successivamente sttratificandosi fino a porsi…come “scienza…” [G. BARLETTA, Marx Engels Lenin – Sulla scienza, Bari, 1977, 15].

Ed anche quei “libri”, quel sapere “specialistico” sono condizionati dai rapporti di produzione e di forza che storicamente si sono costituiti, se è vero che da più di quarant’anni – per esempio, in campo economico - l’analisi keynesiana è stata praticamente bandita dall’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado.

 

8 Non ci si illuda che quanto appena esposto sia meramente casuale. Dovrebbe invece essere lampante che, se la scienza è una categoria storica, anche il metodo scientifico - come forma di rappresentazione operativa della prima - è a sua volta una categoria storica condizionata in concreto dallo sviluppo del modo di produzione e dai corrispondenti rapporti di forza: “… ogni metodo è necessariamente collegato con l'essere delle classi corrispondenti [e il] valore conoscitivo dei metodi appare un problema storico-sociale, come una necessaria conseguenza dei tipi di società” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, Milano, cit., 216]. Marx illustra bene il concetto quando afferma che: “…Cartesio, nella sua definizione degli animali come macchine pure e semplici, vede con gli occhi del periodo manufatturiero, ben diversi da quelli del Medioevo, quando l’animale era considerato come ausiliare dell’uomo…” [K. MARX, Il Capitale, Edizioni Newton a cura di E. Sbardella, 2016, 290].

Si vuole cioè affermare che la variazione delle modalità con le quali l’uomo si relaziona con la natura ed il mutamento della forma e dei rapporti di produzione modellano anche il tipo di conoscenza e l’aspetto della realtà conosciuta, riflettendosi sul corrispondente “metodo”: “… i rapporti di forza e i conflitti da essi suscitati determinano in definitiva ogni volta il contenuto, ogni volta la forma, IL METODO E’ IL RISULTATO DELLE GNOSEOLOGIE così venute in essere…” [G. LUKÁCS, Prolegomeni, cit., 31].

8.1 E “… ciò che colpisce a prima vista in un metodo di questo genere è il fatto che lo stesso sviluppo capitalistico tende a produrre una struttura della società che asseconda ampiamente una simile impostazione di pensiero” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 7], cioè favorisce una specifica organizzazione della società secondo i rapporti di forza delle classi antagoniste: “… I principi della scienza moderna furono strutturati a priori in modo tale da poter servire come strumenti concettuali per un universo di controllo produttivoIl metodo scientifico che ha portato al dominio sempre più efficace della natura giunse così a fornire i concetti puriper il dominio sempre più efficace dell’uomo da parte dell’uomo” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 164].

8.2 Non è per niente difficile rendersi conto in che modo, storicamente, razionalismo ed empirismo metodologico si siano trasferiti dall’universo della scienza a quello della vita quotidiana, in particolar modo nel campo del lavoro, attraverso la divisione e gestione scientifica dello stesso:

…dall'artigianato sino all'industria meccanizzata, attraverso la cooperazione e la manifattura, si può vedere una crescente razionalizzazione, mentre vengono sempre più messe da parte le proprietà qualitative, umano-individuali, del lavoratore… il processo lavorativo viene sempre più frazionato in operazioni parziali astrattamente razionali… Con il frazionamento moderno, “psicologico”, del processo lavorativo …questa meccanizzazione razionale giunge al punto di penetrare all'interno della stessa anima del lavoratore: anche le sue proprietà psicologiche vengono separate dalla sua personalità complessiva, obbiettivate di fronte ad essale qualità e le peculiarità umane del lavoratore appaiono sempre più come mere fonti di errori di fronte al funzionamento calcolato in anticipo di quelle leggi parziali esatte…” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 113-116].

La fuga della scienza dalla Lebenswelt husserliana o priorità ontologica marxiana, a partire dal lavoratore-macchina di Cartesio sino quello precarizzato odierno, che si vorrebbe tacitare con improbabili redditi di cittadinanza, ha prodotto mercificazione umana ed alienazione.

8.3 Questo è, a valle, il risultato di quel divorzio tra gnoseologia e ontologia che ha interessato tutti i campi del sapere (scienza economica in primis) in nome di una oggettività scientista e reazionaria messa al servizio dei soliti scopi della classe dominante ed €uro-globalizzata. Non si tratta, beninteso, di una demonizzazione ideologica della scienza (alla quale vanno invece attribuiti enormi meriti nel miglioramento delle condizioni di vita umane), dal momento che:

“… In condizioni storiche favorevoli la scienza può … compiere una grande opera di chiarificazionePossono tuttavia verificarsi costellazioni storiche nelle quali il processo si svolge in direzione inversa: LA SCIENZA PUÒ OSCURARE, dare una torsione scorretta[a proposito della vittoria sulla “visione oscurantista” affermata dall’on. Martina] Che tali deformazioni nel campo dell’essere sociale abbiano luogo con maggiore frequenza e intensità rispetto a quanto accade nel campo della natura, fu visto con chiarezza già da Hobbes, il quale indicò [nel Leviatano] anche la causa di tale fatto: L’AGIRE INTERESSATO… La specificità della relazione fra essenza e fenomeno nell’essere sociale arriva fino all’agire interessato, e quando questo, come accade di solito, riposa su interessi di gruppi sociali, È FACILE CHE LA SCIENZA ESCA FUORI DAL SUO RUOLO DI CONTROLLO E DIVENTI INVECE L’ORGANO CON CUI SI COPRE, SI FA SCOMPARIRE L’ESSENZA” [G. LUKÁCS, Ontologia dell’essere sociale, cit., I, 273-274].

Non si ritiene necessario spiegare con approfondito dettaglio ai lettori del Blog cosa tutto ciò significhi in un contesto globalizzato interamente assoggettato al modo di produzione capitalistica. Solo una notazione generale che ci si auspica possa fungere da base per una seria riflessione già ben declinata (qui, p.1) da Bazaar: in un contesto storico-istituzionale in cui gli scopi della Costituzione (art. 3, comma II) sono stati interamente sostituiti con altri scopi esattamente contrari previsti nei Trattati ordoliberisti (“economia sociale di mercato”, art. 3, parag. III, del TUE), davvero si può pensare che la scienza sia così “oggettiva” e “neutrale” da non mettersi al servizio di questi ultimi? Basterà ricordare la vicenda farsesca degli OGM portata all’attenzione della CGUE o l’istruttiva storia raccontata dal prof. Bagnai.

 

9 A questo punto del discorso, si può ipotizzare che lo scienziato di turno, pervicacemente aggrappato al “metodo” e alla “oggettività” come sopra tratteggiati, non esiterebbe a strabuzzare gli occhi e ad insistere ancora più rabbiosamente che “La scienza non è democratica. La velocità della luce non si decide per alzata di mano, come ha detto Piero Angela. Una palla di ferro gettata in mare andrebbe invariabilmente a fondo anche se un referendum popolare stabilisse che il peso specifico del ferro è inferiore a quello dell’acqua” [pag.1]. Siano allora consentite alcune chiose conclusive per evitare fraintendimenti spiacevoli e bassamente strumentali.

 

10 Allorché si parla di “Scienza”, è bene enunciare sempre con precisione a quale “epistemologia” (intesa come “teoria della conoscenza”) ci si intende riferire. In questa sede, e per estrema chiarezza, preferiamo al riguardo prendere le mosse dalle parole di G. Barletta:

… l’epistemologia quale noi la intendiamo non può che porsi COME CAMPO INTERDISCIPLINARE che inscriva in sé le due seguenti aree: a) gnoseologia; b) metodologia o epistemologia di “grado debole”, non risultando però la pura somma aritmetica di a) e b), bensì un prodotto qualitativamente nuovo…Accettiamo, per primo, la divisione fra i due livelli di epistemologia.

Infatti, mentre, da un lato, riteniamo la dimensione epistemica “interna” ad ogni disciplina, cioè la dimensione metodologica della particolare scienza di cui l’epistemologia si pone come logica, d’altro lato crediamo remunerativo lo sforzo di definire l’epistemologia maior o “forte” perché essa sola, data la sua interdisciplinarità, delimita il campo della riflessione scientifica, identificandosi con la sua stessa costituzione…” [G. BARLETTA, Per un’epistemologia materialista, Bari, 1976, 17-18].

10.1 Nessuna persona sana di mente oggi metterebbe in dubbio che il prodotto di 2x2 sia 4, che l’acqua raggiunga l’ebollizione a 100 °C o che la velocità della luce (per la tranquillità dell’ottimo Piero Angela) si misuri attraverso talune procedure e non per alzata di mano. Davvero non è questo il problema. E’ chiaro, infatti, che “l'isolamento astrattivo degli elementi sia di un intero campo di ricerca sia dei particolari complessi problematici o dei concetti all'interno di un campo di ricerca è certamente inevitabile” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 36].

Lo stesso A. Gramsci, senza nulla concedere al positivismo “neutralista” e con le dovute precisazioni, rivendicava sin dagli scritti giovanili il carattere scientifico e non meramente mitico dello sperimentalismo galileano:

… Il metodo sperimentale e positivo, come metodo di ricerca scientifica spassionato e disinteressato è anche del materialismo storico, ma non è dipendente da esso: è il metodo proprio delle scienze e il primo a dargli una sistemazione logica è stato Galileo Galilei…Il materialismo storico… ha integrato il metodo sperimentale e positivo applicato allo studio e alla ricerca degli accadimenti umani, dei fenomeni sociali, e non si confonde neppure con esso come non si confonde col positivismo filosofico” [A. GRAMSCI, Scritti giovanili: 1914-1918, Torino, 1958, 328].

Pertanto, eliminare la “dimensione epistemica interna” ad ogni disciplina (quella, per intenderci, entro cui si muove esclusivamente ed in modo bigotto la maggioranza degli odierni “scienziati”) è impensabile e, allo stesso tempo, nemmeno auspicabile.

10.2 Dovrebbe però essere altrettanto comprensibile che quella “dimensione epistemica interna” ad ogni disciplina, quella gnoseologia positivo-sperimentale e metodologica - che nel suo “isolamento astrattivo” abbiamo esaminato e definito “epistemologia di grado debole” - rappresenta solo il primo livello per un ragionamento non dogmatico in materia scientifica. Si rivela infatti:

… una tesi dogmatica ritenere che l'unico modo possibile…di apprendere la realtà, in contrasto con la datità a “noi” estranea dei fatti, sia quello di una conoscenza razional-formalistica”, mentre “… il fatto decisivo è se si intende questo isolamento soltanto come mezzo per la conoscenza dell'intero, cosicché esso resta sempre integrato nel corretto contesto complessivo che presuppone e richiede, oppure se si pensa che la conoscenza astratta del campo parziale isolato mantenga la propria “autonomia”, resti fine a sé stessa” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 159 e 36-37].

 

11 Si badi bene che non si tratta qui della vexata quaestio dei rapporti fra episteme e doxa. Al di là delle suggestioni positivistiche, è piuttosto da riconoscere che il contesto teoretico entro il quale si giustifica una “legge scientifica” risulta in modo ineliminabile interconnesso con il contesto storico-culturale il quale fa sorgere dal suo interno la disciplina che procede a costituirsi come scienza (metodo incluso, come detto). Perciò:

… A torto Popper ritiene indifferente il punto di partenza dell’indagine positivalo schema di conoscenza proposto da Popper (P1 – TT – EE – P2: problema – teoria provvisoria – verifica falsificativa della soluzione – nuovo problema), risulta impraticabile qualora non venga inserito in un meccanismo diacronico e sociale in grado di sottrarre all’arbitrarietà del ricercatorela formulazione di EE, per inserirlo, invece, nel quadro della storicità degli apparecchi di conoscenza (tecniche, linguaggio, strumenti) di cui si dispone al momento considerato.

Ma tale storicità diventa a sua volta comprensibile solo se intesa non come pura diacronia ma…come socialità e/o produzione sociale di quel complesso di credenze ideologiche (miti, religioni, filosofia), che, lo si voglia o meno, sono alla base della produzione scientifica in senso proprio e sono generate a loro volta DALLA PRODUZIONE DELLA VITA MATERIALE” [G. BARLETTA, Marx Engels Lenin – Sulla scienza, cit., 11-12].

 

12 Di conseguenza, assunta la piena legittimità e necessarietà di quella “epistemologia di grado debole”, è però indispensabile che il ragionamento teorico si innalzi ad un livello superiore, integrando la prima con una “epistemologia maior o “forte” che sia eminente luogo di incontro fra scienza, logica e storia. Non è per nulla un caso, giustappunto, che tale integrazione - cioè il punto di vista della totalità concreta - manchi pressochè completamente negli odierni dibattiti pubblici intorno alla scienza:

“… L’interazione più essenziale, il rapporto dialettico tra soggetto ed oggetto nel processo storico NON VIENE MAI MENZIONATO NELLA CONSIDERAZIONE METODICA il metodo dialettico tende alla conoscenza della società come totalità” mentre “la scienza borghese attribuisce con ingenuo realismo una “realtà effettiva” … un'autonomia [alle] astrazioni utili e necessarie dal punto di vista metodologico delle scienze particolari” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 4 e 36].

Ma nonostante tali enormi deficienze teoriche, dimenticando che “il vero è l’intero”, con presunzione “Lascienza” si arroga il compito di spiegarci ciò che è verità e ciò che è bugia!

 

13 Finché “Lascienza” continuerà a distinguere metodologicamente tra pura teoria e storia, separando empiricamente, per principio, i problemi singoli gli uni dagli altri e perseverando nel rimuovere il problema della totalità concreta (ovvero, della prassi, che per il Popolo italiano è necessariamente PRAXIS COSTITUZIONALE), in nome di questa sorta di “gnoseologia assoluta”, “… la storia del problema diventa… un'inutile zavorra di dati espositivi; qualcosa che può avere interesse solo per gli specialisti, che può estendersi all'infinito mascherando così sempre più la vera sensibilità verso i problemi reali ed alimentando uno specialismo senza idee” [G. LUKÁCS, Storia e coscienza di classe, cit., 46]. Ovvero, un orwelliano materiale per Talk show. Con tifosi al seguito.

13.1 Tale è difatti la manovra che sta portando avanti l’indottrinato circolo degli “scientisti” il quale, forte di una ostentata aurea specialistica e spalleggiato, come al solito, dai media asserviti, non vede l’ora di snocciolare ad ogni occasione quella “inutile zavorra di dati espositivi” (quasi sempre a senso unico) per zittire qualunque dissenziente “laico” tacciato come somaro. Nel frattempo, però, Lascienza, dietro la facciata di un progresso disinteressato e competente, e per conto dei suoi mandanti che continuano a fissare scopi, mira ad imporre una democrazia controllata da una simile fallacia epistemologica, vale a dire: “Razionalità scientifica e manipolazione sono saldate insieme in nuove forme di controllo sociale” [H. MARCUSE, L’uomo a una dimensione, cit., 154].

Attualmente, dunque, la seguente proposizione:“La scienza non è democratica” - con i suoi cosmetici corollari (neutralità, oggettività e fantasie assortite) e nella cruda epifania semantica - non rappresenta che una delle voci con le quali si esprime l’Antisovrano.

 

14 Agli “scientisti” nemici della Costituzione ci preme però rammentare, come viatico per ulteriori e più propizie riflessioni, queste note di un immenso ed imperituro A. Gramsci:

… Porre la scienza a base della vita, fare della scienza la concezione del mondo per eccellenza, quella che snebbia gli occhi da ogni illusione ideologica, che pone l’uomo dinanzi alla realtà così come essa è, significa ricadere nel concetto che la filosofia della prassi abbia bisogno di sostegni filosofici all’infuori di sé stessa. Ma in realtà anche la scienza è una superstruttura, una ideologia. Si può dire, tuttavia, che nello studio delle superstrutture la scienza occupi un posto privilegiato, per il fatto che la sua reazione sulla struttura ha un carattere particolare” [A. GRAMSCI, Scritti giovanili: 1914-1918, Torino, 1958, 1457-1458].

Di fronte ai modelli di cui si ammanta l’ideologia liberal-borghese della scienza a trazione liberista per coprire le sue sempre più profonde contraddizioni, si tratta di proporre un modo diverso di fare Scienza, un modello alternativo che non si ha alcuna remora a definire “materialista”. Un modello che – in linea con il Telos della Costituzione – si assuma il carico di un progetto di riappropriazione sociale della Scienza e del suo prodotto in grado di spezzarne l’odierna privatizzazione. Tale argomento, però, potrà semmai formare oggetto di un separato post.

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