“L’energia è il principale campo di battaglia globale”
Giacomo Gabellini intervista Demostenes Floros
Giacomo Gabellini: “Buongiorno a tutti. La guerra israelo-statunitense contro l’Iran si sta rivelando un salasso, specialmente per l’Europa. In soli 60 giorni di conflitto la nostra spesa per l’import di combustibili è aumentata di oltre 27 miliardi di euro. “Stiamo perdendo quasi 500 milioni al giorno”, ha dichiarato la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Eurocamera.
“Tutti dobbiamo affrontare una dura realtà. Le conseguenze di questo conflitto potrebbero farsi sentire per mesi o addirittura anni”, ha aggiunto la von der Leyen.
Benvenuta. Oltre l’aumento forsennato dei prezzi che interessa praticamente tutti i benchmark petroliferi, incombe minaccioso un ancor più grave problema della scarsità, già materializzatosi in Asia e in Africa e destinato a declinarsi anche in Europa. In questo contesto gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’uscita dall’OPEC e dall’OPEC Plus, abbandonando l’organismo dopo quasi 60 anni e liberandosi così dai relativi vincoli di produzione.
Prima che il conflitto precludesse ai produttori arabi del Golfo la possibilità di esportare, gli Emirati Arabi Uniti estraevano quasi 3,4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 3% dell’offerta mondiale di greggio. A marzo 2026 il paese ha prodotto invece soltanto 2,37 milioni di barili al giorno a fronte di una capacità di quasi 4,3 milioni. Abu Dhabi ha investito 150 miliardi di dollari per espandere la propria capacità produttiva e da alcuni anni spingeva per ottenere quote più alte dall’OPEC, necessarie ad ammortizzare le spese sostenute fino ad ora.
Ma ancor più che da considerazioni meramente economiche, la decisione di Abu Dhabi sembra dettata da valutazioni geostrategiche che segnalano la rottura definitiva con l’Arabia Saudita, contestuale a un più rigoroso avvicinamento all’asse israelo-statunitense.
Sembra tuttavia che la scelta di campo di Abu Dhabi abbia esasperato le tensioni interne alla federazione, con l’emirato di Sharjah che, sostengono insistenti indiscrezioni, starebbe seriamente valutando l’ipotesi di secedere e proclamare la Repubblica di Sharjah indipendente. Un’iniziativa che, afferma il Times of Islamabad, nascerebbe dalla volontà dello sceicco Muhammad Al Qasimi, un convinto sostenitore della causa palestinese, di distanziarsi dall’allineamento degli Emirati Arabi Uniti a Israele e all’India, addirittura.
Addirittura l’emirato conservatore di Sharjah si distingue da Abu Dhabi e da Dubai anche per le sue ferme posizioni culturali e morali. A differenza dei vicini più liberali, mantiene un divieto totale di vendita e consumo di alcolici in pubblico.
Il quotidiano pakistano sottolinea come gli attriti montanti con gli Emirati Arabi Uniti sollevino nuovi pesanti interrogativi. Gli Emirati Arabi Uniti riusciranno a mantenere l’unità a fronte delle diverse, spesso inconciliabili visioni geopolitiche che ispirano i vari emirati? La voce conservatrice di Sharjah influenzerà la politica federale o rimarrà un’eccezione?
Si tratta di questioni di enorme rilevanza. Anche alla luce del fatto che l’oleodotto Habshan-Fujairah, l’unica conduttura che consente agli Emirati di aggirare lo stretto di Hormuz, transita attraverso il territorio dell’emirato di Sharjah.
Parliamo di tutto questo assieme a Demostenes Floros che è un analista geopolitico ed economico, saggista e docente a contratto di geopolitica dell’energia presso l’Università di Padova. Dal 2019 è senior Energy Economist presso il centro Europa Ricerche ed è coordinatore del corso di geopolitica organizzato dall’Università Aperta di Imola. È autore dei volumi “Guerra e Pace dell’energia, la strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e NATO”, pubblicato da Diarkos nel 2019, e “Crisi o transizione energetica come il conflitto in Ucraina cambia la strategia europea per la sostenibilità”, pubblicato da Diarkos nel 2022.
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Ciao Demos e grazie come sempre.
Demostenes Floros: “Ciao Giacomo, grazie a te per l’invito.”
Giacomo Gabellini: Bene Demos, io approfitterei della tua specializzazione, della tua conoscenza approfondita dell’argomento, insomma, per valutare questa uscita degli Emirati dall’OPEC. Non è la prima defezione. Era uscito il Qatar, era uscito l’Ecuador, era uscita l’Angola. Insomma, paesi che si trovano insoddisfatti da queste politiche o per valutazioni economiche di cassa o per letture di carattere geostrategico. Però gli Emirati Arabi Uniti sono un attore di primissimo piano, grande produttore di petrolio che evidentemente non si sentiva più a suo agio. Tu che lettura dai di quello che è accaduto?
Demostenes Floros: “Per la verità era uscita anche l’Indonesia, per essere proprio precisi. Quindi lo dico perché è un paese che sempre di più, giorno dopo giorno, entra nel dibattito politico internazionale con riflessi anche nazionali, per cui un grande paese che era uscito anch’esso dall’OPEC.
Cerchiamo di analizzare questo tema e non è facile farlo a mio avviso, tenendo conto di tutta una serie di interessi spesso e volentieri anche divergenti tra loro, e cerchiamo di dare forse più che diverse interpretazioni, proprio di vedere diverse angolature del tema che sollevi oggi.
Ora, leggendo i principali mezzi di informazione a livello globale, anche quelli del nostro paese, evidentemente, la prima impressione è quella di un’uscita degli Emirati Arabi Uniti che sostanzialmente avvantaggia gli Stati Uniti d’America, avvantaggia l’attuale amministrazione Trump; anzi, l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC sarebbe avvenuta su esplicita richiesta da parte dello stesso presidente Trump e quindi, da questo punto di vista, l’uscita emiratina avvantaggerebbe l’asse Israele-Stati Uniti.
Ora, in questa considerazione, a mio avviso, ci sono degli elementi di verità o perlomeno da tenere in seria considerazione. In primo luogo, perché sappiamo – perlomeno questa è l’analisi che hanno avanzato gli Stati Uniti d’America, che non è stata in toto confermata dagli stessi emiratini – e cioè di un currency swap, cioè della necessità di dollari da parte degli emiratini che, evidentemente, come hai fatto capire tu nell’introduzione, stanno vivendo una situazione di grande difficoltà. Producevano 3,4 milioni di barili al giorno all’incirca e sono precipitati a 2,2. Probabilmente tale ammontare calerà ancor di più nei prossimi giorni, visto che i loro stoccaggi stanno raggiungendo un limite, se non l’hanno già addirittura raggiunto, e la capacità che hanno di utilizzare la loro pipeline che esce dallo stretto di Hormuz senza appunto attraversarlo. La pipeline “onshore” ha una capacità che è tra i 3 e i 5 milioni di barili di petrolio al giorno, per cui con ogni probabilità la loro produzione non potrà che calare nelle prossime settimane se, evidentemente, la situazione continuerà ad essere quella che noi conosciamo.
Per cui gli Stati Uniti d’America sarebbero, a loro dire, intervenuti in favore degli Emirati Arabi Uniti con lo strumento finanziario, appunto, dello swap, fondamentalmente dando dollari agli emiratini che si trovano in difficoltà non soltanto da un punto di vista della rendita per eccellenza, quella petrolifera, ma anche, ad esempio, per quanto attiene il tema del turismo, che è un’altra voce per loro piuttosto importante.
E queste considerazioni, però, devo dire la verità, per quanto mi riguarda, non sono state confermate, intendo dire quella dello swap con gli Stati Uniti d’America non è stata confermata da parte degli Emirati Arabi Uniti. Capiremo nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, chi tra i due ha sostanzialmente ragione.
Però è, a mio avviso, corretto evidenziare che nel corso degli ultimi mesi sicuramente gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una postura in politica estera, diciamo così, prossima a quelle che erano le volontà degli Stati Uniti d’America e di Israele. Per cui, da questo punto di vista, ripeto, questa chiave interpretativa che va per la stragrande maggioranza nei nostri mezzi di informazione, più in generale nei mezzi di informazione occidentali, ha degli elementi di verità ed è portatrice di interessi ben precisi.
C’è una seconda interpretazione, o un secondo, diciamo così, angolo di visuale del problema che invece vedrebbe maggiormente l’uscita emiratina come figlia di uno scontro a tutto tondo con quello che è de facto il leader dell’organizzazione dell’OPEC, e cioè l’Arabia Saudita. Anche questa è una considerazione valida che ha le sue ragioni politiche che vanno ben oltre il tema dell’energia all’interno dell’OPEC: lo scontro tra gli emiratini affinché aumentassero la propria quota produttiva, e colui che tiene tutti quanti sotto controllo, cioè l’Arabia Saudita. Negli ultimi anni questo scontro si è indubbiamente accentuato e quindi gli emiratini avrebbero deciso in questo momento di uscire dall’alleanza.
Ed è interessante notare anche lo scontro tra diplomatici ed esperti dell’energia emiratini da una parte e sauditi dall’altra. Questi ultimi, non a torto, devo dire la verità, hanno accusato gli emiratini e insomma hanno esplicitamente chiesto loro: ‘Ma che senso ha un’uscita del genere proprio in questo momento con una crisi del genere? Non potevate aspettare la fine di questa crisi per compiere un’operazione del genere?’ Oppure un’altra accusa che viene avanzata dai sauditi agli emiratini, e cioè il fatto che loro siano usciti per perseguire interessi di lungo periodo, così cita il comunicato emiratino. E i sauditi hanno accusato gli emiratini dicendo: ‘Beh, scusate, non conoscevate prima i vostri interessi di lungo periodo? Proprio in questo momento sono venuti fuori questi interessi di lungo periodo?’ A nostro avviso, dicono i sauditi da parte loro, la questione delle quote è sostanzialmente una scusa. Probabilmente le ragioni sono altre.
Ora, anche questa seconda interpretazione, a mio avviso, non ha tutti i torti e presenta degli elementi di verità. Se non altro, perché non è che gli emiratini abbiano sempre giocato pulito, come ben sappiamo. Quindi anche loro che in questo momento criticano gli emiratini, insomma, forse qualche scheletro nell’armadio, e più di uno, probabilmente lo hanno.
Dopodiché c’è un terzo punto di vista del problema, del tema che stiamo affrontando, che non è stato affrontato nei nostri mezzi di informazione, che io invece trovo più attinente alla realtà o che potrà, a mio avviso, emergere forse non in un primo momento, ma in una situazione, diciamo così, di medio periodo. Evidentemente, se il conflitto sul campo in Medio Oriente, ma non soltanto in Medio Oriente, anche in Ucraina, prenderà una determinata strada.
Mi spiego meglio. La mia impressione è che gli Emirati Arabi Uniti tengano conto di un contesto politico internazionale che sta muovendo sempre di più verso la direzione del multipolarismo. E in un contesto del genere noi non dobbiamo dimenticare mai, che gli Emirati Arabi Uniti sono entrati a far parte, ad esempio, dei BRICS e non solo, sono entrati a far parte dei BRICS insieme all’Iran, che accusano di colpire i loro impianti senza essere stati provocati, il che fa evidentemente ridere e loro lo sanno questo, ma per l’appunto hanno deciso comunque di entrare a far parte dei BRICS.
Non solo, ma già da qualche anno, pur non essendo membri né osservatori, hanno lo status di partner dialogante della stessa SCO, cioè quell’organizzazione, diciamo così, non strettamente militare, paragonabile alla NATO senza dubbio, ma con tratti anche militari e non solo economici, guidata da Cina e da Federazione Russa. Gli Emirati Arabi Uniti sono entrati a far parte come appunto partner dialogante anche della SCO.
Per cui, a mio avviso, gli Emirati Arabi Uniti si stanno fondamentalmente preparando ad un contesto internazionale sempre meno unipolare e sempre più tendenzialmente multipolare, all’interno del quale loro potranno muoversi in più direzioni, tenendo insieme da una parte gli interessi eventuali con gli Stati Uniti d’America – e non a caso negli ultimi giorni, oltre al tema dello swap tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, c’è stata anche una discussione in merito ad una serie di investimenti da parte degli Stati Uniti d’America negli Emirati Arabi Uniti e viceversa. Quindi, evidentemente, continuano gli interessi convergenti tra gli emiratini e gli Stati Uniti da una parte, ma dall’altra c’è anche un rapporto con la Federazione Russa e, adesso entrerò un pochino più nello specifico, con quello che è il principale importatore di greggio al mondo, che è la Cina, di cui non soltanto gli Emirati Arabi Uniti, ma tutti i grandi produttori del Medio Oriente devono tener conto.
Non sono più gli Stati Uniti o l’Unione Europea che assorbono gran parte del loro greggio e dei loro prodotti raffinati, ma è l’Asia, è l’Estremo Oriente, a partire dalla Cina che è il principale importatore di petrolio, ma anche di gas naturale liquefatto per essere più precisi.
Dicevo prima anche un interesse con la Federazione Russa. Perché parlo di un interesse con la Federazione Russa? Perché noi sappiamo, che a livello globale, nel mercato petrolifero, il principale benchmark e greggio di riferimento è il Brent. Il Brent che al suo interno, all’interno di quello che è il proprio paniere, contiene anche il WTI statunitense e quindi è un Brent che unifica gli interessi di tutte e due le sponde dell’Atlantico. E noi sappiamo che è grazie al Brent che diamo un prezzo a tutte le altre qualità. Ci sono più di 100 qualità di greggio a livello mondiale; ci sono però anche dei greggi regionali, cioè che non hanno la capacità e la potenza del Brent, ma hanno un’influenza più regionale. E tra questi greggi regionali anche quelli emiratini sono sicuramente importanti. Il Dubai e il Murban hanno sicuramente un peso non indifferente e, a mio avviso, in prospettiva, o perlomeno nella visione prospettica degli emiratini, questo benchmark regionale potrebbe non solo rafforzarsi, ma potrebbe anche assumere un ruolo e un carattere internazionale, soprattutto se continueranno le sanzioni verso la Federazione Russa, che quindi è costretta a cercare non soltanto nuovi mezzi di pagamento e valute alternative di pagamento, ma anche altri benchmark di riferimento per prezzare i propri greggi, l’Urals, l’ESPO. E i russi potrebbero ad esempio scegliere di cominciare a prezzare la loro qualità di greggio non più rispetto al Brent, ma ad esempio rispetto ai greggi degli stessi emiratini. Questo già avviene non per il più importante greggio russo che si chiama Urals e che copre il 60% delle esportazioni russe, ma per un altro greggio che va in Oriente e si chiama ESPO che è prezzato rispetto al Murban. Quindi, in prospettiva, gli emiratini, a mio avviso, tengono aperta anche questa possibile strada.
Quale prevarrà? Quale di queste diverse opzioni prevarrà? Noi oggi non lo sappiamo. Non possiamo dare una risposta perché la risposta la darà il campo, la darà il conflitto militare, la darà l’esito del conflitto militare in Medio Oriente e l’esito del conflitto militare in Ucraina. E da questo punto di vista, a mio avviso, gli emiratini tengono tutte le strade aperte affinché possano, vuoi appoggiarsi agli Stati Uniti d’America se l’esito del conflitto prenderà una determinata strada, oppure, invece, alla Federazione Russa e alla Cina se il conflitto avrà un altro tipo di esito.
Per fare un parallelo forse un po’ azzardato ma che rende bene l’idea, gli emiratini si muovono quasi fossero la Turchia. La Turchia che all’interno della NATO, secondo esercito della NATO, ogni tanto è membro della NATO, ogni tanto è molto amica della Federazione Russa, da cui acquista materie prime, triangola greggio russo raffinato e non è certo una scoperta, la scoperta dell’acqua calda e via dicendo. Ecco, anche gli emiratini, a mio avviso, stanno intraprendendo una direzione del genere che ha un significato politico molto chiaro, e cioè quello di un mondo sempre più tendenzialmente multipolare e sempre meno unipolare. Come ho detto in precedenza, sarà poi l’esito dei due conflitti a dirci quale dei diversi interessi prevarrà.
E gli emiratini, e qui concludo questo primo aspetto, sono altresì consapevoli che lo stretto di Hormuz molto probabilmente non ritornerà allo status precedente e molto probabilmente vedrà, non dico un controllo, ma un’influenza iraniana che in precedenza non c’era. Per cui, ascoltando le loro ultime dichiarazioni, è chiaro che gli emiratini non possono far altro che continuare a criticare l’Iran dicendo che colpiscono le loro infrastrutture e non sono stati provocati. E fin qui sappiamo tutti che c’è abbastanza da sorridere, ma, a conflitto concluso, io credo che loro si riallineeranno a un contesto che, volenti o nolenti, li farà dialogare o incontrare anche con lo stesso Iran. Gli emiratini sono entrati dentro i BRICS nella totale consapevolezza che anche l’Iran entrava dentro i BRICS, per cui oggi tengono tutte le carte sul tavolo.”
Giacomo Gabellini: Demos, un’analisi che è molto convincente. Io, riguardo a quell’indiscrezione circa la richiesta emiratina di swap, abbiamo visto che Washington due giorni dopo ha detto: ‘Beh, è una proposta secondo me interessante’. E perché? Perché è utile, e fra l’altro questa richiesta c’è stata avanzata anche da diversi paesi asiatici. Ed è utile perché evita una vendita disordinata di asset americani. Perché? Perché gli Stati Uniti, provocando questa situazione nello stretto di Hormuz, hanno messo i propri creditori con le spalle al muro. Quindi tutti questi creditori che hanno attività in portafoglio denominate in dollari hanno necessità di tesaurizzare, di incamerare valuta necessaria da riciclare, per esempio, sotto forma di sussidio a famiglie e imprese. E il modo migliore per farlo qual è? Ottenere moneta sonante liquidando, per esempio, i Treasury, azioni, proprietà immobiliari, obbligazioni societarie, e questo pone seri problemi agli Stati Uniti, che hanno già interessi sul debito molto alti. La quota degli interessi sul debito assorbe risorse superiori al budget del Pentagono allo stato attuale, quindi è una cosa enorme.
E, a quanto pare, questo ce lo dice il vostro giornale, gli emiratini non avrebbero soltanto avanzato la richiesta, avrebbero messo la pistola sul tavolo: ‘Guardate che qui noi abbiamo la possibilità di passare allo Yuan Renminbi’. E ci sono alcuni dati interessanti.
Se si va a guardare l’ammontare delle transazioni giornaliere, la media delle transazioni giornaliere sul CIPS, che è il sistema di pagamento transfrontaliero alternativo allo SWIFT, si nota che queste transazioni sono letteralmente esplose nel mese di marzo e poi a inizio aprile. Perché? Perché l’Iran ha imposto un pedaggio sullo stretto di Hormuz da pagare in RMB o molto marginalmente in criptovalute, e quindi va nel CIPS. Poi ha imposto ai navigatori di commercializzare il carico in RMB e quindi altre transazioni che vanno nel CIPS. Poi c”è una fuga di capitali dalla piazza finanziaria di Dubai, che è in forte ascesa e che potrebbe spiegare questo aumento, questa esplosione delle transazioni nel CIPS cinese.
Noi guardiamo che tu, giustamente, dicevi: la Cina è ormai da tempo il principale acquirente di risorse energetiche dalla regione, mi pare il 53% degli approvvigionamenti di idrocarburi cinesi proviene da lì, dalla regione del Golfo. La Cina ha l’84% di autonomia energetica, quindi il 53% del 16% – se non ho capito male – quindi una cosa molto specifica, perché poi c’è la Federazione Russa. Quindi anche questa storia di strangolare la Cina mi suona un po’ male.
In più però c’è un altro dato fondamentale: la Cina è il principale investitore diretto in questi paesi, non soltanto in Iran con cui ha un accordo da 400 miliardi, ma anche con Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman. Quindi questi paesi dicono: ‘Sì, gli Stati Uniti c’hanno le basi militari, ma gli Stati Uniti sono anche i principali produttori di petrolio al mondo, non esportatori ma produttori, e hanno anche intenzione di espandere e consolidare questa loro posizione perché Trump sta liberalizzando tutto il liberalizzabile per aumentare le trivellazioni ovunque’. C’è un mega progetto per il gas naturale liquefatto in Alaska, con proiezione verso l’Asia, e naturalmente un periodo di alti prezzi aumenta la realizzabilità di questo progetto.
Insomma, io vedo interessi del Golfo e interessi statunitensi in forte antitesi. Non so se sei d’accordo con questa mia lettura.
Demostenes Floros: “Guarda, e tra l’altro il progetto in Alaska, con ogni probabilità, gli Stati Uniti potrebbero riuscire a portarlo a termine solo ed esclusivamente con l’aiuto della russa Novatek, data la tecnologia che Novatek ha nell’Artico, e credo che qualche contatto con Michelson, che è l’AD di Novatek, sia già stato avanzato. Anche se io ho forti dubbi in merito al fatto che si possa effettivamente arrivare poi ad estrarre dall’Alaska, ma a ogni modo questo lo vedremo. È un tema, a dire la verità sono anni che si parla dell’Alaska, ma poi, insomma, quando si va nella realtà dei fatti, tra costi e problemi ambientali, alla fine si fa sempre un passo indietro.
Guarda, io dico una cosa molto semplice: non c’è alcun dubbio in merito agli investimenti cinesi in Medio Oriente, in tutti questi paesi, e che questi investimenti abbiano sopravanzato quelli degli Stati Uniti d’America. Proprio ieri ai miei studenti facevo vedere una slide che evidenziava come gli investimenti cinesi in Arabia Saudita abbiano oltrepassato quelli degli Stati Uniti in Arabia Saudita già dal 2014-2015. E questi investimenti, questo era il dato più interessante di questa slide, non contemplano soltanto l’energia, perché qualcuno potrebbe pensare che si tratti soltanto, tra virgolette, di una situazione figlia delle importazioni di greggio. Certo, lo è come prima ragione, ma non è soltanto questa.
Per cui è evidente che queste petromonarchie, nonostante da un punto di vista politico-ideologico, siano ovviamente più filo-statunitensi, il portafoglio però tende ad andare sempre più verso l’Asia, e di questo loro devono tenere profondamente conto. E io leggo il comportamento degli emiratini proprio in questa direzione, cioè da una parte non possono mettersi ovviamente contro gli Stati Uniti d’America, ma devono sempre più tenere conto del fatto che il portafoglio guarda a Oriente. Per cui terranno un piede non in due, ma in tre o quattro scarpe, e nel corso dei prossimi mesi, se non nei prossimi anni, noi vedremo questi paesi fare di volta in volta delle scelte che andranno una volta nella direzione degli interessi con gli Stati Uniti o più in generale con qualche paese occidentale, mentre in altri casi privilegeranno un rapporto con la Federazione Russa, con la Cina o con entrambi. Per cui ci dovremmo abituare a queste contraddizioni e a questi passi indietro.
D’altronde, lo dicevo anche prima, i sauditi si sono lamentati degli emiratini, ma i sauditi erano quelli che prima degli emiratini dovevano entrare nei BRICS e qualche giorno prima dell’ufficializzazione dei nuovi membri, i cosiddetti BRICS Plus, hanno detto ‘No, fermi tutti’ e sono rimasti alla porta. Forse dopo aver ricevuto una telefonata dall’altra parte dell’Atlantico, forse sono cattivo in questa considerazione, ma insomma, qualcuno diceva che a pensar male non si fa peccato.
E per cui io credo che noi ci dovremmo abituare, per un lungo periodo di tempo non quantificabile, ad una lettura dove molti paesi, in particular modo quelli del Medio Oriente, si muoveranno in maniera opportunistica, o molto più semplicemente seguendo i loro interessi nazionali. Ecco, ma forse non è neanche un aspetto negativo, o forse è l’ultima campanella che suona anche per qualche paese dell’Unione Europea, che da questo punto di vista potrebbe capire che ci sono interessi nazionali che vanno ben oltre la necessità di essere sempre subalterni a decisioni altrui.
E io credo che poi alla fine, in base a questo scontro globale tra mondo multipolare da una parte e mondo unipolare dall’altra, se prevarrà una visione più multipolare noi vedremo sempre più questi paesi del Medio Oriente schierarsi dalla parte della Federazione Russa e della Cina, non tanto da un punto di vista politico-ideologico, perché rimangono delle petromonarchie con tutte le loro caratteristiche, ma sicuramente dal punto di vista degli interessi economici. Da ultimo mi sento però di aggiungere, che gli Stati Uniti d’America faranno di tutto per mantenere sotto il loro controllo gli Emirati Arabi Uniti e non soltanto.”
Giacomo Gabellini: Sì, comunque Demos, dal punto di vista ideologico c’è un punto dei cinesi che secondo me è molto gradito a tutte le monarchie: i cinesi fanno affari, punto. Non interessano le ingerenze. Ricordiamo invece, per esempio, che sotto l’amministrazione Obama, le primavere arabe cominciarono a creare seri grattacapi ad alcune monarchie del Golfo Persico. L’Arabia Saudita, il Bahrain, ricordiamo che l’Arabia Saudita fu costretta a intervenire per evitare il rovesciamento della giunta sunnita collaborazionista con i sauditi. Quindi io credo che da quando, guarda caso, era intorno al 2010-2011, gli Stati Uniti si preparavano ad acquisire la semi-autonomia energetica, perché poi anche qui c’è da discutere: gli Stati Uniti hanno raffinerie in Louisiana e in Texas tarate per petroli pesanti e acidi, come quelli del Messico, del Canada e del Venezuela, che non sono però adatte al petrolio estratto tramite fracking (tight oil), che invece è leggero e dolce, e quindi va esportato mentre si importano grosse quantità di petrolio pesante dal Messico e dal Canada soprattutto.
Però un dato cruciale, Demos, è il controllo dei flussi, cioè noi vediamo che l’interesse degli Stati Uniti è promuovere la commercializzazione di petroli dollarizzati. Il Venezuela adesso richiede decine di miliardi di dollari per portare la produzione ai livelli degli anni ’70, perché le infrastrutture sono devastate da decenni di sanzioni, e soprattutto le grandi compagnie sono riluttanti perché non ritengono che le garanzie siano sufficientemente solide – sono stati nazionalizzati più volte i loro interessi, quindi nulla assicura che qualcosa del genere non si riproduca. A quanto pare Washington ci vuol mettere la faccia, la garanzia dello Stato statunitense. Vedremo come andranno le cose. Però il petrolio degli Stati Uniti continua a uscire, e l’idea magari è quella di mettere sotto controllo altri fornitori della regione come il Brasile, che è un grande produttore di petrolio, e comunque promuovere la circolazione di petrolio dollarizzato. Quindi non è tanto strozzare la Cina, quanto tenere in piedi il sistema del dollaro.
Demostenes Floros: “Assolutamente sì. Strozzare la Cina è particolarmente difficile. La Cina si è preparata in maniera adeguata ad un’ipotesi come quella che stiamo vivendo nello stretto di Hormuz. È riuscita a incrementare l’import di petrolio iraniano già dal 2025, creando stoccaggi per oltre 1 milione di barili di greggio al giorno, che sono aumentati nel 2026. Almeno fino a fine marzo, ci sono 166 milioni di barili di greggio iraniano fuori dai porti cinesi. Insomma, la Cina si è preparata in maniera adeguata, perlomeno nel breve periodo, a una situazione del genere.
Quando parliamo di breve periodo nel mondo dell’energia intendiamo almeno i 3 mesi. Infatti, in questo momento, la Cina è il paese che meno soffre tra quelli asiatici le conseguenze economiche. Questo ovviamente non vuol dire che non ci siano ripercussioni. C’era ad esempio un bellissimo report dell’Oxford Institute for Energy Studies per quanto riguarda le conseguenze nel settore chimico cinese, che invece potrebbero essere sicuramente gravose, oppure conseguenze dovute alla necessità da parte cinese di dover utilizzare greggio di minore qualità nel caso in cui venissero meno i greggi pesanti che sono invece necessari per alcune infrastrutture, per le strade e via dicendo. E quindi questo sicuramente avrà conseguenze negative su alcune infrastrutture cinesi. Bisogna sempre valutare sia gli aspetti positivi che negativi, ma nel complesso la Cina si è adeguatamente preparata alla situazione attuale.
E non da ultimo, di qualche giorno fa, anche la notizia da parte cinese di voler iniziare a pagare il GNL in Yuan Renminbi, e questo è un secondo fronte particolarmente interessante che sicuramente non è stato gradito dagli Stati Uniti d’America.
La mia impressione a proposito dello swap: adesso capiremo nei prossimi giorni com’è andata effettivamente questa storia, ma io credo che qualcuno abbia minacciato qualcun altro di cominciare a vendere le proprie materie prime in valute diverse dal dollaro, e quindi è arrivato l’eventuale aiuto dello swap o comunque la garanzia di una serie di investimenti nel paese. Vedremo nelle prossime settimane, ma ormai il tema del processo di de-dollarizzazione come elemento centrale che si cela dietro sia il conflitto in Medio Oriente sia il conflitto in Ucraina è chiaro a tutti quanti.
L’andamento del decennale degli Stati Uniti d’America a marzo, da questo punto di vista, è stato un segnale chiarissimo: i rendimenti sono aumentati, quando invece storicamente i rendimenti del decennale sul debito statunitense scendevano in un periodo di crisi e di guerra. Qua invece sono quasi arrivati al 4,5%, che equivalgono a 1700 miliardi di interessi passivi all’anno da parte degli USA. Una cifra superiore alle loro spese militari, quando anche queste assumessero gli 1,5 trilioni di dollari che Trump dice di voler raggiungere.
Giacomo Gabellini: Questo è un dato veramente cruciale. Peraltro, le detenzioni di titoli di debito statunitensi da parte delle banche centrali sono state sorpassate da quelle dei privati. Quindi qualcuno parlava di ‘nazionalizzazione’ dei mercati, cioè di fatto Trump, da quello che si capisce, sta costringendo i grandi fondi e le grandi banche a fare incetta di titoli di Stato, e tra un po’ le costringerà a diventare acquirenti di ultima istanza anche a fronte di rendimenti piuttosto bassi. Questo perché non c’è alternativa, dato che le emissioni aumentano e i tassi salgono.
Eppure le banche centrali si cautelano approvvigionandosi di oro e di valute alternative, e noi vediamo soprattutto che il cuore del sistema non è tanto la riserva di valore – il dollaro come riserva di valore viene dopo – ma è la centralità del dollaro nel commercio, il fatto di prezzare le materie prime in dollari e a ricaduta tutto il risparmio mondiale, per poi diventare riserva di valore in dollari. La Cina non vuole che lo Yuan diventi riserva di valore, sono perfettamente d’accordo, ma io credo che la Cina ambisca a far sì che il commercio internazionale, quantomeno quello cinese, sia regolato in RMB, anche perché la Cina ha da vendere molto al resto del mondo.
Demostenes Floros: Quindi, il punto di vista dei cinesi, ma anche di chi vuole una de-escalation, è quello di affiancare al ruolo del dollaro la propria valuta. E questo, secondo me, è quello che dobbiamo auspicare tutti quanti, quello che ogni sincero democratico e chi si batte contro la guerra dovrebbe supportare al di là delle proprie visioni politiche e ideologiche, che è esattamente quello che non sta facendo Israele, fregandosene completamente e facendo il contrario.”
Giacomo Gabellini: Sì, da sempre. Perfetto Demos, io ti ringrazio molto.
Demostenes Floros: “Sono io che ti ringrazio. Un caro saluto anche ai tuoi ascoltatori.”











































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