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senso comune

Servitù e padronato

Contratto sociale e repressione salariale in Italia

Domenico Cortese

salary 1140x700Qualche giorno fa è stato reso pubblico uno di quei dati che per chi è nato negli anni ’80 o ’90 è tutto fuorché sorprendente: secondo l’Istat, a Giugno

i dipendenti a termine (leggi precari) hanno toccato quota 2,69 milioni, il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche. Ma la vera impresa è viverci, con quel lavoro. Perché i figli dei baby boomer guadagnano, in media, il 36% in meno dei padri.[1]

Nell’epoca della massima libertà data alla circolazione delle merci, dei capitali e delle persone (per il volgo, “globalizzazione”), in cui il potere di negoziazione di chi può delocalizzare e assumere un impiegato sottopagato del Sud-Est Asiatico è ai massimi storici, questi dati non sono in effetti sorprendenti. Ciò che è sorprendente, piuttosto, è che nell’epoca della rivoluzione digitale e dello sviluppo esponenziale delle tecnologie ciò che stiamo vivendo è soprattutto un crollo della qualità dei lavori disponibili. Le indagini Ocse attraverso «l’analisi dei dati sull’inchiesta internazionale delle competenze della forza lavoro adulta (PIAAC) ci confermano come lo “skill premium” ovvero la remunerazione delle competenze, è molto basso in Italia».[2]

Inoltre, questa stagnazione delle remunerazioni non può essere spiegata dal lato dell’offerta, poiché gli stessi studi indicano come «l’Italia si caratterizzi per un’offerta netta relativa di lavoro altamente qualificato inferiore a quella dei paesi Ocse». A completare il quadro del declino qualitativo dell’occupazione Italiana, abbiamo poi il dato per cui la crescita della produttività media del lavoro nel Belpaese ha un arresto inesorabile a metà degli anni ’90.[3]

Repressione salariale unita a collasso della qualità dell’occupazione. Un trend ancora più preoccupante se si considera che il calo delle retribuzioni in Italia non è un fenomeno recente ma ha le sue radici proprio nelle scelte attuate a metà degli anni ’90. E, in effetti,

secondo le stime dell’Ocse in Italia, tra il 1996 e il 2002, le retribuzioni nette hanno segnato la crescita reale largamente più sfavorevole non soltanto di tutti e 15 i paesi dell’Unione europea, ma anche di tutti i paesi di nuova accessione, ad esclusione di Cipro che presenta andamenti negativi (Istat, 2004a)[4]

Con il così detto protocollo di Luglio 1993 deliberato dall’intesa tra governo, parti sindacali e Confindustria, infatti, si ufficializzava l’abolizione della Scala Mobile (l’indicizzazione automatica dei salari all’inflazione, effettuata per la maggior parte del tempo 6 mesi dopo gli aumenti dei prezzi) sostituendola col seguente sistema, illustrato da Leonello Tronti (docente di Statistica all’Università della Sapienza):

Alla contrattazione nazionale settoriale (primo livello), articolata in un quadriennio normativo e due bienni economici, fu demandato il compito di salvaguardare il potere di acquisto delle retribuzioni. Gli incrementi salariali, fissati ogni due anni, dovevano essere coerenti con il tasso di inflazione programmata; in caso di scostamento tra questo e l’inflazione effettiva, era previsto un meccanismo di recupero nel secondo biennio economico. Alla contrattazione decentrata (secondo livello) era affidato, invece, il ruolo di regolare le erogazioni salariali eccedenti l’inflazione, sulla base dei risultati di produttività, redditività e qualità realizzati a livello aziendale o territoriale. In altri termini, con le nuove regole, la retribuzione di fatto potevano muoversi con la produttività del lavoro, e la quota del lavoro nel prodotto rimanere invariata, solo nel caso in cui la retribuzione di secondo livello sia contrattata in modo da assorbire tutti i guadagni di produttività realizzati dal sistema economico.

Tuttavia, continua Tronti,

Nel corso del decennio […] né la retribuzione di primo livello ha tenuto il passo con l’inflazione né, soprattutto, la retribuzione di fatto ha tenuto il passo con la produttività del lavoro, così che la quota del lavoro, già in declino dagli anni ’80, si è ulteriormente ridotta».[5]

Il Patto sociale di inizio anni ’90 si basava su di una logica di filosofia politica apparentemente corretta. L’Italia, infatti, sembrava soffrire di un male – l’inflazione sostenuta – che

1 – in primo luogo appariva essere causata (seppur già su ciò ci sono obiezioni[6]) da un’allocazione di ricchezza determinata automaticamente attraverso il meccanismo della Scala Mobile, determinata cioè in maniera “dogmatica”, indipendente da un ragionato accordo fra le esigenze e i progetti a lungo termine delle varie parti sociali

2 – in secondo luogo appariva, proprio in mancanza di questa ponderazione, allocare la ricchezza in un modo che diminuiva gli incentivi e la competitività di chi era demandato a investire e coordinare la produzione (tramite effetti come prezzi troppo alti, insicurezza della tenuta della Lira nel sistema di cambi fissi Europeo Sme, tassi d’interesse elevati, ecc..).

La logica era quella per cui la creazione di un nuovo “contratto sociale” deliberato fra soggetti liberi e consapevoli potesse calibrare l’allocazione di liquidità in modo da riflettere obblighi e benefici futuri reciproci sui quali consapevolmente ci si impegna. Infatti,

la logica di reciprocità indispensabile al successo delle politiche di concertazione avrebbero richiesto che le imprese, con il coordinamento dell’operatore pubblico, impiegassero i profitti accumulati grazie alla moderazione salariale per promuovere una strategia di sviluppo basata sulla riorganizzazione dei luoghi di lavoro ai fini della ripresa della competitività all’esportazione dei prodotti italiani[7]

Essendo questo l’obiettivo esplicito del governo e delle parti sociali in un momento storico delicato, la filosofia del contratto sociale appariva la più consona, sia a livello etico che pragmatico, per uscire dalla logica dei valori pratici precostituiti che non parevano riflettere più le necessità del tempo.

Perché tale filosofia non ha funzionato? Perché la concertazione ha portato a un’involuzione dei fondamentali economici piuttosto che a uno sviluppo programmato in maniera razionale e relazionale? Si può leggere questo fallimento come risultato di una incomprensione dell’ insufficienza del concetto di contratto tout court allo scopo di dirimere contenziosi che hanno un interesse di portata nazionale, ovvero che sono intrinseci alla natura di una comunità nazionale intera e non circoscrivibili a questioni private. Questa insufficienza è stata già ben posta da Georg Wilhelm Friedrich Hegel due secoli addietro, nella sua critica del contrattualismo, conseguente alle sue obiezioni al giusnaturalismo di Locke e Kant. Secondo quest’ultima visione i singoli individui o, comunque, i singoli contraenti di un contratto si trovano prima della stipula del contratto stesso – in maniera antecedente sia in senso logico che cronologico – in uno “stato di natura”. Questo stato li vede slegati dai vincoli sociali ma prefigura largamente, tramite i “diritti di natura” che esso rende evidenti, la condizione della società civile, poiché il contratto sociale deve solo assicurare l’effettività dei diritti di natura già evidenti. Questa è, in effetti, la logica sottostante ad ogni stipula di un contratto: l’accordo tra soggetti indipendenti e liberi da vincoli sociali che mirano a garantire ciò che la loro “natura intrinseca” comanda loro.

Ma sta proprio in ciò la fallacia che ha causato l’esagerata fiducia in questa forma istituzionale: all’interno della coesione dello Stato, dell’interrelazione delle parti sociali già costituite, tale indipendenza – che sarebbe una libertà dalla forza degli altri o dall’influenza delle loro ideologie – è semplicemente una chimera. Per dirla con Hegel, «l’idea del contratto introduce un elemento di indipendenza e di indifferenza nel rapporto fra le componenti costitutive dello Stato. Il contratto, infatti, può essere stipulato fra privati cittadini, ma può anche non essere stipulato se una delle parti non vi trova il proprio tornaconto»[8]

Il fatto che per Hegel il concetto di contratto sia inservibile per comprendere la realtà dello Stato ci spinge a prendere atto che in una situazione in cui i rapporti di forza sono già costituiti dalle contingenze storiche, come anche le convinzioni ideologiche e le alterazioni ideologiche (se possiamo chiamare così la compiacenza dei sindacati alle prese di posizione di Confindustria che tanto sono state oggetto di critiche da parte del mondo del lavoro[9]) nessun metodo concertativo può rendere giustizia ai bisogni di tutti e, soprattutto, può massimizzare i risultati di un accordo le cui condizioni sarebbero la massima reciprocità nello svolgimento degli impegni assunti. Anche se il mondo dei lavoratori non dovesse trovare l’accordo vantaggioso la sua interdipendenza con gli strumenti del settore padronale rende inevitabile che esso stipuli un accordo, al contrario di come vorrebbero le condizioni di un contratto sociale equo. Infatti, come denota ancora Tronti,

seppure in un clima di generalizzata moderazione salariale e bassa conflittualità (o, forse, proprio con il favore di questo clima), soprattutto dopo la firma del Patto di Natale (1998) si sono mostrate carenze nella capacità dei contraenti del Protocollo di rispettare e/o far rispettare l’accordo, o meglio ancora di conservare il senso, il livello di corresponsabilizzazione e i comportamenti necessari al suo successo anche ai fini della crescita economica […] Sulla parte sindacale […] ricade la responsabilità di non essersi dimostrata in grado di pretendere il rispetto dei patti da parte degli altri contraenti e, inoltre, quella di non essersi impegnata nella costruzione di un sistema territoriale di rappresentanze e di regole tale da assicurare il decollo della contrattazione decentrata, favorendo con ciò (o, quanto meno, non ostacolando) il declino della quota del lavoro. In mancanza di un atteggiamento critico e di concreti comportamenti di reciproca vigilanza, il sistema di relazioni industriali non ha garantito il rispetto attento dei patti[10]

L’asimmetria, lo squilibrio di potere che è strutturale in un contesto che (come tutti i contesti) è formato da allocazioni storicamente arbitrarie e “casuali” di tendenze culturali, mezzi di produzione e influenza politica fa sì che esista un’asimmetria di riconoscimento reciproco tra le parti. Un problema che, per riprendere ancora Hegel, è alla base dell’instabilità della dinamica servo-padrone. Il riconoscimento reciproco, infatti, sorge dalla volontà di ottenere potere di negoziazione reciproco per mezzo dell’ottimizzazione della propria utilità nel soddisfare i desideri dell’altro e richiedere, così, qualcosa in cambio. Ma se il padrone ha meno necessità di ottimizzare questa utilità perché già di fronte ad un soggetto debole e sottomesso esso sarà meno produttivo verso la società intera. Non solo: il servo sarà meno produttivo perché mancante della libertà e dell’energia mentale necessaria (comprendente anche aspettative ecc..) per riconoscere pienamente i desideri dell’altro e massimizzare la sua utilità nei confronti del “padrone” per volere chiedere qualcosa di più in cambio. Da qui il paradosso per cui nella dinamica servo-padrone il padrone non otterrà mai la sua più piena identità, l’ottimizzazione del suo benessere e della sua posizione sociale, che dipenderebbe dal pieno riconoscimento da parte dell’altro che il padrone stesso o non percepisce come necessario o, semplicemente, non può avere. Da qui, insomma, la prevedibilità della performance assolutamente deludente degli investimenti in innovazione che ha reso il sistema industriale Italiano, dopo il patto Tripartito, basato più sulla rendita che la deflazione dei salari ha favorito che sulla produttività. I numeri presentati da Tronti non lasciano scampo e denotano ciò che l’economista stesso chiama un “cullarsi” delle imprese Italiane sull’inerzia delle parti sociali nel rivendicare i propri diritti:

A livello macroeconomico, la persistenza del differenziale inflazionistico dell’Italia in assenza di pressioni salariali sulla distribuzione primaria del reddito segnala l’insufficienza dell’esperimento di politica dei redditi varato con il Protocollo di luglio, non perché esso non consenta di contenere la crescita delle retribuzioni (anzi), ma perché non basta ad estendere un’analoga disciplina a tutti i redditi. Nel dilemma del prigioniero della politica dei redditi, prezzi, tariffe e margini scaricano l’onere della tenuta competitiva sui salari. Per questo, la politica dei redditi mantenuta dall’Italia dopo il luglio ‘93 va correttamente giudicata come un caso di vera e propria deflazione salariale, piuttosto che di sola moderazione salariale […] Per sintetizzare la portata delle modifiche della relazione tra crescita economica, profitti e investimenti è sufficiente constatare che dal 1993 al 2003, nonostante il rallentamento del tasso medio di crescita del Pil dal 2 all’1,7 per cento l’anno, per ogni punto di crescita del prodotto netto i profitti lordi sono cresciuti di 3,6 punti (con un picco di 6,5 punti tra il 1993 e il 1997), mentre tra il 1980 e il 1992 l’elasticità apparente era di poco superiore a 1,5 punti (Figura 5). Purtroppo però, nonostante le privatizzazioni e le riforme dei mercati varate dai governi che si sono succeduti nel tempo, un aumento così vistoso della profittabilità della crescita non ha comportato un analogo miglioramento della capacità del sistema economico di trasformare i maggiori profitti in investimenti. Anzi: l’elasticità apparente degli investimenti ai profitti, che nel periodo 1980-92 era stata mediamente pari a 0,6, dopo il 1993 si riduce a 0,4[11]

A quali conclusioni generali porta tutto questo discorso? In primis, alla necessità che uno Stato forte si prenda l’onere di massimizzare ed equalizzare il potere reciproco di tutte le parti produttive, cosa non automatica. Uno Stato che prenda atto della contestuale debolezza delle parti sociali e che sia responsabile nel creare una legislazione che favorisca l’aumento dei redditi e del potere negoziale dei lavoratori. Un dislivello di potere sociale, abbiamo visto, può solo far male in aggregato e un vero Stato “etico”, cioè interessato alle conseguenze umane delle dinamiche del mercato, non può restare indifferente a ciò. Di conseguenza, la risoluzione dei problemi causati dall’inflazione sarebbe dovuta passare per aggiustamenti che toccassero fattori che, appunto, non danneggino l’equilibrio dei poteri delle parti sociali. Uno di questi fattori sarebbe potuto essere il recupero della normale competitività attraverso la “naturale” flessibilità della valuta sganciata dallo Sme. Soprattutto, si sarebbero potuti mettere su incentivi fiscali all’innovazione e un piano di investimenti pubblici e partecipati dallo Stato nelle imprese private che puntassero all’innovazione in settori in cui il privato, da solo, è maggiormente timoroso ad investire. Proprio quelle soluzioni spazzate via dal mantra dell’austerità di bilancio che guida la nostra politica monetaria dal 1993 ormai, anno in cui il primo avanzo primario della lunga serie che si protrae fino ai nostri giorni è stato realizzato. Altre misure si sarebbero potute prendere, come la protezione di settori nevralgici dalla concorrenza in dumping salariale di alcuni paesi “in via di sviluppo”. O, andando nella direzione opposta a quella intrapresa, imporre la partecipazione dei dipendenti agli utili delle aziende e alle scelte programmatiche delle stesse (vero incentivo, questo, alla produttività del lavoro).

Il crollo della conflittualità sociale avvenuto nei primi anni ’90 con il collasso delle ore di sciopero rispetto ai decenni precedenti[12], invece di creare quel paradiso armonico che i teorici della concertazione desideravano, ha creato un tessuto produttivo che punta alla rendita da potere. La situazione odierna, conseguenza in parte del quadro descritto, porta in sé ancora non sopite queste problematiche che siamo ancora in tempo a risolvere (siamo nonostante tutto la seconda manifattura d’Europa). L’inversione del nostro senso di marcia passa dalla consapevolezza della politica etica che si occupa di dare potere alle fasce più svantaggiate.


Note
[1]https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/12/giovani-e-lavoro-stipendi-piu-bassi-del-36-rispetto-a-quelli-dei-padri-i-neolaureati-prendono-il-15-in-meno-di-10-anni-fa/3782965/
[2] http://www.linkiesta.it/it/article/2015/07/09/il-mercato-del-lavoro-italiano-non-premia-i-giovani-ne-le-competenze/26618/
[3] http://goofynomics.blogspot.it/2012/03/cosa-sapete-della-produttivita.html
[4] Leonello Tronti, “Protocollo di luglio e crescita economica: l’occasione perduta”, Rivista Internazionale di Scienze Sociali, Anno 113, No. 2 (Aprile-Giugno 2005), pp. 345-370, Nota a p. 350.
[5] Protocollo di luglio e crescita economica, p. 347.
[6] http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=495
[7] Protocollo di luglio e crescita economica, p. 358.
[8] Claudio Cesa (ed), Guida a Hegel. Bari: Laterza, 1997, p. 198.
[9] http://www.libreidee.org/2015/09/cremaschi-dopo-44-anni-lascio-la-cgil-ha-tradito-i-lavoratori/
[10] Protocollo di luglio e crescita economica, p. 365.
[11] Protocollo di luglio e crescita economica, p. 352 e 355.
[12] Protocollo di luglio e crescita economica, p. 359.
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