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Il seme del dubbio

di Marco Palazzotto

friedman reaganAnti-Blanchard – Un approccio comparato allo studio della macroeconomia – è un saggio pubblicato nel 2012 e riedito nel 2017 da Franco Angeli. L’autore Emiliano Brancaccio parte dalla premessa che il pensiero dominante nella letteratura economica, il cosiddetto mainstream, vede tra i suoi rappresentanti di spicco Olivier Blanchard, capo economista al Fondo Monetario Internazionale fino al 2015, professore presso il MIT di Boston e autore di uno dei più importanti testi di macroeconomia. In Italia il testo di Blanchard viene adottato in molte facoltà di economia, grazie anche all’adattamento della versione italiana di Alessia Amighini e Francesco Giavazzi per Il Mulino editore.

Con questo saggio Brancaccio vorrebbe evidenziare che, oltre alla scuola dominante macroeconomica che trae le origini dalla cosiddetta “sintesi neoclassica”, esistono degli approcci alternativi. Entrambi gli approcci utilizzano la teoria keynesiana. Tuttavia, mentre la teoria dominante relega i principi dell’economista inglese in un orizzonte temporale di breve periodo e solo per poche e precise circostanze, il modello alternativo tiene conto dei contributi di Keynes anche in un orizzonte temporale di lungo periodo.

La considerazione sostanziale, per i sostenitori della sintesi neoclassica (nella quale ricordiamo possono essere ricompresi i cosiddetti nuovi keynesiani contemporanei come Blanchard, Krugman, Stiglitz, Mankiw), è che nel breve periodo gli interventi di politica economica e monetaria messi in atto dagli operatori pubblici, stimolano la domanda aggregata e riportano in equilibrio il sistema economico in momenti di recessione o depressione del ciclo economico. Ma nel lungo periodo, ed è qui la differenza tra neo-keynesiani e post-keynesiani (si veda a riguardo Marc Lavoie - Introduction to post-keynesian economics – Palgrave Macmillan - 2006) l’intervento pubblico nell’economia è superfluo (a volte anche dannoso) poiché le forze del mercato lasciate operare autonomamente portano infine il sistema in equilibrio.

Il lavoro di Brancaccio si può suddividere in due parti principali che rappresentano la comparazione dei due modelli: il modello mainstream di Blanchard e il modello alternativo. La terza parte è dedicata agli approfondimenti e l’ultima parte a un’appendice statistica.

 

Il modello mainstream

Il modello mainstream di Blanchard, familiare a tutti gli studenti di economia di primo e secondo anno, parte dall’analisi del modello IS-LM e del mercato del lavoro, per determinare rispettivamente domanda aggregata e offerta aggregata. Così il modello mainstream viene chiamato AS-AD (dall’inglese Aggregate Supply e Aggregate Demand).

Occorre premettere che il modello IS-LM (dall’inglese Investment and Savings – Liquidity and Money), è il modello di equilibrio di teoria keynesiana sviluppato dagli economisti John Hicks e Alvin Hansen (il modello IS-LM viene chiamato anche “modello Hicks-Hansen”). In pratica il modello determina tutte le combinazioni di tasso d’interesse e di produzione (ovvero di reddito “Y” nell’identità keynesiana) che pongono in equilibrio il mercato dei beni (curva IS) e mercato monetario (curva LM). Il punto di equilibrio è dato dall’intersezione delle due curve.

Intorno alla metà degli anni 50 gli economisti neoclassici si servirono dell’impostazione keynesiana del modello Hicks-Hansen per mostrare in quali condizioni sia possibile ritenere valida la tesi keynesiana. In parole povere viene fuori quell’ibrido teorico denominato “sintesi neoclassica”. L’obiettivo ideologico è quello di dimostrare l’efficacia del modello keynesiano solo per particolari circostanze (esempio la trappola della liquidità) e per un breve periodo. Nel lungo periodo le forze di mercato riescono a raggiungere l’equilibrio economico e di piena occupazione con aggiustamenti spontanei, evitando l’intervento dell’operatore pubblico superfluo e, a volte, dannoso.

Nel modello di Blanchard l’equilibrio è costituito dall’intersezione della curva di domanda aggregata (AD) e di offerta aggregata (AS). La prima è determinata dallo sviluppo del modello IS-LM aggiungendo, rispetto a questo, la variabilità dei prezzi nella determinazione dell’equilibrio macroeconomico. La rigidità dei prezzi nel modello IS-LM viene quindi superata e viene introdotta la variazione dei prezzi che influisce sulle scorte monetarie e quindi sul mercato dei titoli. Conseguentemente si assiste a variazioni del tasso di interesse e, perciò, del livello degli investimenti, produzione e occupazione. La curva della domanda aggregata è decrescente e ci dice quale sarà il livello di produzione (e quindi di reddito) a un certo livello di prezzi.

La curva dell’offerta aggregata invece è derivata dal mercato del lavoro. Infatti, nel modello mainstream si parte dalle curve di offerta e domanda di salario monetario per arrivare all’equilibrio del mercato delle merci. Viene così introdotto, per avvalorare le tesi del pensiero economico dominante, il concetto di “disoccupazione naturale”. Nell’ottica del modello mainstream “ il tasso di disoccupazione naturale non solo è l’unico tasso in grado di rendere le richieste salariali dei lavoratori conformi alle offerte salariali delle imprese, ma è anche l’unico compatibile con una situazione di stabilità dei salari e dei prezzi”. Il tasso di disoccupazione naturale è quello in corrispondenza del quale la domanda e l’offerta di salario coincidono. Si precisa che l’offerta di salario delle imprese è una retta orizzontale e cioè qualunque livello di salario si discosti da quello offerto dalle imprese, è un salario non di equilibrio che genera squilibri nel mercato della produzione di merci e servizi. La spiegazione di Blanchard, criticata da Brancaccio, è una rappresentazione statica della realtà perché non offre spiegazioni su come varia un tasso di disoccupazione rispetto ad un altro a seguito di mutamenti di alcuni parametri come: margine di profitto, produttività del lavoro, grado di conflittualità nel mercato del lavoro. Un tasso di disoccupazione inferiore a quello di equilibrio provocherà, secondo l’impostazione prevalente, solo aumento d’inflazione.

Si arriva così alla curva di offerta aggregata che descrive la relazione tra livello di produzione e livello dei prezzi. La relazione è crescente. Al crescere della produzione aumenta l’occupazione necessaria a realizzarla quindi il tasso di disoccupazione diminuisce, il potere contrattuale dei lavoratori aumenta insieme al salario monetario. Ma le imprese per mantenere fisso il profitto dovranno aumentare i prezzi in proporzione ai salari. L’equilibrio è quel punto di intersezione tra le curve AS-AD.

Il modello mainstream AS-AD completo serve ad avvalorare alcune posizioni tipiche liberiste. La prima è che il mercato lasciato a se stesso tende in modo spontaneo verso il suo equilibrio naturale di produzione, di salario e di disoccupazione. Ciò implica che i tentativi di modificare i livelli naturali di equilibrio tramite l’intervento pubblico, con le politiche espansive o rivendicazioni salariali, è inutile e può rivelarsi dannoso.

In definitiva, le pressioni dal lato della domanda da parte del governo e le pressioni sociali da parte dei lavoratori e dei sindacati dal lato dei salari, non sono compatibili con l’equilibrio generale.

 

Il modello alternativo

Il modello alternativo spiegato da Emiliano Brancaccio abbandona “ l’idea armonica dell’equilibrio naturale per proporre un’idea conflittuale dei rapporti sociali e del meccanismo di funzionamento dell’economia capitalistica“, cercando di smontare l’esistenza della relazione inversa tra prezzi e domanda aggregata (curva AD decrescente) e il carattere esogeno del saggio di profitto e del parametro conflittuale nel mercato del lavoro.

Per quanto attiene la relazione inversa tra prezzi e domanda aggregata, Brancaccio espone alcuni motivi per i quali gli economisti critici avanzano dubbi sull’elevata elasticità tra le due variabili.

In primo luogo, gli economisti critici ritengono che non sia necessariamente vero che movimenti dei prezzi influiscano sempre sul mercato dei titoli e quindi sui tassi di interesse. In questo senso viene introdotto il concetto keynesiano di “trappola della liquidità”, nella quale gli operatori finanziari anche in situazioni in cui i tassi di interesse sono molto bassi, possono decidere di trattenere moneta senza consumarla in attesa che i tassi aumentino.

Il secondo motivo per il quale gli economisti eterodossi avanzano dubbi sulla relazione prezzo-domanda aggregata è che gli investimenti non dipendono sempre dal tasso di interesse, ma principalmente dalle aspettative sui futuri profitti, e quindi dalla domanda aggregata.

Per le superiori considerazioni nel modello alternativo è rappresentata una curva AD verticale e cioè una curva in cui le variazioni dei prezzi non influiscono sui tassi di interesse, negando la relazione diretta tra tassi e investimenti.

Il secondo punto su cui s’incentra la critica del modello alternativo riguarda il carattere esogeno del profitto del capitalista e del parametro della conflittualità del mercato del lavoro, come rappresentato nell’economia ortodossa. Gli eterodossi così riprendono un’idea tipicamente ‘marxista’, secondo la quale laproduzione e la distribuzione reddituale tra salari e profitti dipendono dai rapporti di forza tra le classi sociali. Al mutare di questi rapporti si modifica anche il livello di produzione e distribuzione. Ciò significa che, ad esempio, la produttività del lavoro non è una variabile dipendente dallo sviluppo tecnologico dei macchinari, ma diventa essa stessa oggetto di contrattazione tra lavoratori e imprese. Anche i livelli di domanda e di produzione diventano soggetti a pressione da parte dei gruppi sociali. Infatti, i capitalisti desidereranno sempre un certo livello di disoccupazione per tenere più bassi i salari (ed ottenere conseguentemente un maggior margine di profitto – Kalecki, 1942), mentre le rivendicazioni della classe lavoratrice tenderanno verso la piena occupazione.

Alla fine di questa parte l’autore critica il modello alternativo evidenziando che le politiche economiche favorevoli al lavoro sarebbero efficaci solo se gli interventi avvenissero sulla struttura del modo di produzione, ovvero modificando quelle che vengono a volte definite “condizioni di riproducibilità” del capitale.

 

La crisi

Il capitolo terzo è dedicato a due interpretazioni della crisi attuale. L’interpretazione mainstream di Blanchard è quella dell’assenza di regolamentazione finanziaria, mentre quella degli economisti critici fa riferimento alla mutata distribuzione di reddito a sfavore del salario. Interessante è a tal proposito la rappresentazione grafica trentennale della caduta della quota salari rispetto al reddito nazionale nei paesi più ricchi al mondo. Il periodo di riferimento corrisponde alla modifica dei rapporti di forza tra classe dei capitalisti e dei lavoratori a favore dei primi, che si può far coincidere con l’indebolimento dei partiti di sinistra e dei sindacati, e della sconfitta in campo accademico della teoria keynesiana che ha influenzato la politica economica del “trentennio glorioso”.

 

La flessibilità del lavoro riduce la disoccupazione?

Nell’ultima parte del terzo capitolo e nel quarto Brancaccio cerca di dimostrare, grazie all’utilizzo di strumenti statistici come gli indici di correlazione e la regressione lineare, che non sussiste una relazione diretta tra flessibilità del lavoro e disoccupazione. Studiando i dati presenti nel data base dell’OCSE, si dimostra che tra i 28 paesi in esame (tra i quali l’Italia), mettendo in correlazione due serie statistiche, da un lato l’indice di protezione del lavoro e dall’altro i tassi armonizzati di disoccupazione, il legame tra le due serie di variabili non ha un andamento lineare (con indice di correlazione vicino allo zero).

Il saggio di Brancaccio rappresenta, a parere di chi scrive, un utile strumento per chi si approccia in maniera critica alla macroeconomia dominante e fornisce degli strumenti teorici utili per instillare il seme del dubbio nei lettori. L’idea che il sistema capitalistico corrisponda a quello rappresentato dagli economisti convenzionali nelle università e nelle istituzioni pubbliche ed economiche rimane ancora tutto da dimostrare.

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