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Il capitale chiude il mondo

di Nicolò Bellanca

Brancaccio vede la grande tendenza alla centralizzazione del capitale. Ma non basta opporre piano a mercato

Emiliano Brancaccio ha il merito raro di scrivere libri inattuali in un tempo che scambia l’attualità per intelligenza. Libercomunismo è inattuale fin dal titolo: pronuncia una parola che il lessico pubblico ha sepolto, deriso, musealizzato, e la riporta al centro non come nostalgia, ma come provocazione teorica. Comunismo, pianificazione, espropriazione del grande capitale, libertà individuale: termini che sembravano appartenere a famiglie incompatibili vengono ricombinati in una formula volutamente urticante. La tesi è che il capitalismo contemporaneo non sia semplicemente ingiusto o instabile, bensì attraversato da una tendenza storica: la centralizzazione del capitale in sempre meno mani, una concentrazione di potere che cattura ecologia, scienza, politica internazionale, democrazia liberale e libertà individuale.

Da decenni, il pensiero pubblico occidentale vive di crisi senza tendenza. Crisi finanziaria, climatica, migratoria, democratica, geopolitica: tutto appare come somma di emergenze, accumulo di incidenti, sfortuna storica, cattiva gestione. Brancaccio rifiuta questo linguaggio della contingenza. Il capitalismo non procede a caso. Ha un movimento, una direzione, una logica di selezione. La concorrenza non produce armonia pluralistica, ma vincitori capaci di assorbire i vinti. Il libero scambio non livella il mondo, ma approfondisce squilibri. La democrazia non contiene automaticamente il capitale, perché il capitale centralizzato tende a svuotare dall’interno le istituzioni che dovrebbero limitarlo.

In La guerra capitalista, scritto con Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli, questa diagnosi assume forma ancora più dura. La centralizzazione non è solo questione interna alle imprese o ai mercati finanziari: diventa principio di lettura del conflitto mondiale. La competizione produce squilibri tra creditori e debitori, i creditori assorbono capitale, i debitori reagiscono, il protezionismo sostituisce il liberoscambismo, e la guerra torna come braccio violento della contesa tra blocchi imperiali. Non siamo davanti a follie individuali di leader irrazionali, ma a una catena materiale che lega crisi economica, protezionismo e conflitto militare.

Brancaccio costringe il lettore progressista a uscire da due consolazioni. La prima è liberale: il capitalismo sarebbe compatibile con la democrazia, salvo eccessi da correggere. La seconda è moralistica: la guerra nascerebbe soprattutto da cattivi governanti, ideologie aggressive, autocrazie arretrate. Contro entrambe, egli argomenta che il capitale lasciato alla sua libertà non produce la libertà di tutti. Produce centralizzazione. E quando la centralizzazione incontra confini geopolitici in mutamento, debiti, crediti, risorse strategiche, può produrre guerra.

Ma proprio perché questa diagnosi è forte, va interrogata nel suo punto più ambizioso. La centralizzazione del capitale basta a spiegare la chiusura del mondo contemporaneo? O occorre guardare anche a un secondo movimento, meno visibile ma altrettanto decisivo: la trasformazione delle condizioni della vita comune in serrature sociali?

Le società si chiudono non soltanto perché il capitale si concentra, ma attraverso i modi in cui casa, scuola, salute, cura, cittadinanza, infrastrutture, tempo e conoscenza diventano passaggi obbligati concatenati. Il denaro compra educazione, l’educazione compra reti, le reti comprano lavoro, il lavoro compra residenza, la residenza compra salute, la salute compra voce pubblica. La disuguaglianza non è più solo distanza tra alto e basso: è conversione del vantaggio da una sfera all’altra. Chi parte avanti occupa tutti gli accessi. Chi parte indietro non resta semplicemente povero: resta bloccato.

È questo il tratto più inquietante delle democrazie avanzate. Esse restano formalmente aperte: si vota, si compete, si studia, si cerca lavoro. Ma l’apertura procedurale convive con una chiusura materiale crescente. Le porte esistono; solo che alcune persone possiedono tutte le chiavi, mentre altre devono attraversare una sequenza di serrature. Una società può non diventare autoritaria e tuttavia restringere drasticamente la possibilità effettiva di cambiare posizione, contestare le regole, riaprire le scelte collettive. Può restare liberale nella forma e diventare bloccata nella sostanza.

Qui la centralizzazione brancacciana va integrata, non respinta. I grandi capitali tecnologici, finanziari, energetici, logistici e farmaceutici sono certamente fabbri potentissimi delle nuove serrature. Ma non tutte le chiusure passano dalla proprietà del capitale. Alcune passano da procedure amministrative, regimi migratori, mercati abitativi, debiti studenteschi, degrado dei servizi pubblici, segregazione territoriale, algoritmi di selezione, vincoli climatici. La società chiusa non coincide interamente con il monopolio economico: è un sistema in cui ogni condizione della vita diventa prerequisito per accedere alla successiva.

Questo spostamento cambia anche il giudizio politico. Brancaccio propone di infrangere il tabù moderno: pianificazione collettiva e libertà individuale non vanno opposte, ma pensate insieme. Il grande capitale deve essere espropriato, le forze produttive democratizzate, la libertà sottratta alla sua riduzione liberale a libertà del capitale. È una provocazione salutare, perché costringe a riconoscere che molte riforme ragionevoli – capitalismo progressista, missioni pubbliche, redistribuzione fiscale – rischiano di essere troppo deboli davanti alla forza della tendenza centralizzatrice.

Tuttavia, qui si apre il problema decisivo. Se il rimedio alla centralizzazione capitalistica è una nuova capacità collettiva di pianificazione, quale garanzia abbiamo che il piano non diventi a sua volta una serratura? Non basta dire che esso sarà democratico. Ogni piano sceglie priorità, distribuisce costi, sacrifica alternative, produce residui. La transizione ecologica più razionale può distruggere territori e lavori. Una politica industriale pubblica può creare nuove dipendenze. Un welfare espansivo può reggersi sul lavoro invisibile di migranti e donne. Anche una soluzione giusta può lasciare dietro di sé comunità sacrificate.

Perciò la libertà non può essere soltanto il risultato promesso dal piano. Deve esserne un limite interno permanente. Una pianificazione emancipativa dovrebbe essere contestabile, correggibile, reversibile. Dovrebbe prevedere istituzioni capaci di nominare i costi, dare voce a chi li sopporta, riaprire decisioni divenute intollerabili, impedire che l’interesse generale venga definito una volta per tutte da chi dispone della competenza, dell’apparato o della maggioranza momentanea. Il problema non è scegliere tra mercato e piano come tra due macchine alternative. Il problema è impedire che qualunque macchina – mercato, Stato, piano, transizione ecologica – trasformi le condizioni della vita comune in un sistema di porte chiuse.

Anche il soggetto politico va pensato con più cautela. Una tendenza che centralizza il capitale non centralizza automaticamente il contro-potere: spesso frammenta i danneggiati. Gli operai dell’industria fossile possono temere la transizione ecologica; i lavoratori della cura possono dipendere da regimi migratori ingiusti; i giovani istruiti ma precarizzati possono non riconoscersi nei lavoratori manuali; le comunità esposte all’estrazione di minerali critici possono pagare il prezzo della decarbonizzazione altrui. Non esiste un popolo già pronto, né una classe magicamente ricomposta dalla violenza del capitale. Esiste una costellazione di feriti, spesso divisi proprio dalle soluzioni che dovrebbero salvarli. La politica non consiste nel presupporne l’unità, ma nel costruirla istituzionalmente: servono contro-poteri capaci di impedire la conversione automatica del vantaggio da una sfera all’altra, sedi ricorsive in cui le scelte tragiche possano essere riaperte, garanzie di uscita e di voce per chi altrimenti resta intrappolato in una sola dipendenza. Senza queste architetture, il richiamo alla rottura rischia di restare più forte come gesto teorico che come progetto politico.

Brancaccio ha ragione su un punto essenziale: senza colpire il potere del grande capitale, la democrazia si riduce a un teatro in cui si alternano tecnocrati e reazionari. Ma bisogna aggiungere che senza istituzioni di contro-potere, revisione e conflitto regolato, anche l’attacco al capitale può produrre nuove forme di chiusura. Il Novecento non ha fallito perché ha osato troppo contro il capitale; ha fallito anche perché ha pensato la libertà come esito futuro, non come vincolo presente. Da Brancaccio bisogna prendere la serietà della tendenza, la critica dell’illusione liberale, il rifiuto della guerra come incidente morale. Ma bisogna affiancargli una grammatica della riapertura: non basta chiedersi chi possiede il capitale, occorre chiedersi chi possiede le condizioni della vita comune.

Il capitale chiude il mondo non soltanto perché si concentra. Lo chiude perché trasforma ogni condizione comune in un passaggio selettivo, ogni crisi in una dipendenza, ogni soluzione in una possibile nuova serratura. Brancaccio ci ricorda chi possiede molte delle chiavi. Il passo successivo è costruire istituzioni che impediscano a chiunque di possederle tutte.

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