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Apartheid di classe

di Elisabetta Teghil

apartheidIl neoliberismo è caratterizzato da politiche di basso costo della manodopera, riduzione della spesa pubblica, precarizzazione del lavoro e viene realizzato tramite un braccio armato, il FMI, e in Italia attraverso il PD.

Essendo una scelta ideologica si irradia a tutto campo nella società e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e permeano anche la vita delle persone, addirittura entrano nella loro quotidianità. La miseria è sempre più grande nelle società così dette economicamente più avanzate e in particolare in quelle occidentali così come l’aumento del divario tra i redditi e la progressiva scomparsa degli universi autonomi di produzione culturale. E’ inaudito il cumulo di sofferenze prodotte da questo regime politico ed economico là dove si è imposto. Il termine regime non è usato casualmente e tanto meno eccessivo perché tale è il sistema politico in cui viviamo. E come tutti i regimi l’informazione è univoca e caratterizza tutti i media. Ma per l’Italia ha anche tratti di paese colonizzato dove le decisioni vengono prese altrove e gran parte della ricchezza prodotta espropriata dalle multinazionali.

Questa violenza strutturale che caratterizza il neoliberismo definisce tutti gli aspetti della società a partire dal mondo del lavoro che è stato svuotato dal ruolo dei contratti nazionali, dalla sanità pubblica divenuta inaccessibile, dall’istruzione pubblica che è diventata una chimera per tanti giovani.

L’ideologia neoliberista si è incarnata in una sorta di macchina infernale che passa attraverso una fortissima egemonia culturale che si è imposta grazie soprattutto al PD e a cui non è immune neanche il “movimento”.

Il fondamento di questo regime si pone sotto il segno di un lessico formalmente di sinistra e di parole tanto belle quanto false come libertà, democrazia, antirazzismo, antisessismo, guerre umanitarie, riforme, mentre è il regno della disoccupazione, della precarietà, della riduzione della libertà, del controllo esasperato e pervasivo e delle guerre neocoloniali. E’ in definitiva una società che ha ripristinato i valori del nazismo, dell’ottocento e del feudalesimo. Il primo recuperato attraverso lo Stato etico, l’annullamento delle istanze e delle strutture collettive capaci di contrapporsi, il secondo attraverso la criminalizzazione della povertà e delle economie marginali, il terzo bloccando la mobilità sociale compresa l’eventuale promozione attraverso l’istruzione.

Tutto questo si irradia anche negli aspetti più immediati e banali della vita quotidiana.

I colloqui di lavoro sono fatti dagli specialisti non del ramo, ma del comportamento, i rinnovi delle carte d’identità passano attraverso il rilevamento delle impronte digitali che i comuni devono mandare alle questure centrali, i costi degli studi universitari aumentano in maniera esponenziale… In definitiva un progetto a tutto campo.

Per contrastarlo, come alla vigilia dell’andata al potere del fascismo si sarebbero dovute aggregare tutte le forze che ad esso si opponevano, così oggi dovremmo fare quadrato con tutti gli strati sociali attaccati dal neoliberismo.

Il neoliberismo è sì lo sviluppo del capitalismo ma allo stesso tempo è anche un salto di qualità rispetto all’autosviluppo stesso.

E non si manifesta soltanto con i danni dovuti alla disoccupazione, ma anche nel dilagare degli orari senza fine, del lavoro a tempo parziale, della sottoccupazione, negli impieghi atipici termine generico che indica tutti quei lavori che in un modo o in un altro derogano dalle caratteristiche dei contratti a tempo indeterminato o a tempo pieno. E tutto questo si configura come rassegnazione, indifferenza alla politica, morte sociale e si materializza nell’illusione di risolvere i problemi attraverso le vincite al Totip, al Totocalcio e a tutti i vari e svariati giochi d’azzardo che impazzano, con una fatalistica sottomissione alle vicende del mondo. In breve una rimozione di ogni forma di esistenza sociale.

L’impiego a tempo parziale, costruito per le donne, si è esteso a tutto il mondo del lavoro e la femminilizzazione dello stesso intesa come proiezione dei meccanismi e delle modalità del lavoro di cura assegnato alle donne nella ruolizzazione patriarcale, si è irradiata a ogni forma lavorativa. Non sono previste differenze tra il tempo del lavoro e quello del riposo ed è richiesta una disponibilità totale emotiva e materiale e il coinvolgimento nelle sorti dell’azienda.

La disoccupazione è strategicamente programmata perché è strumento di pressione sulle condizioni di lavoro e di impiego per tutti gli occupati e, in nome della disoccupazione voluta e creata, il lavoro stesso diventa precario, si ridefiniscono i ritmi, si accettano salari di mera sopravvivenza. Anche perché le economie marginali e di sussistenza vengono represse e criminalizzate.

Al di là di ogni personale opinione, l’esperienza neoliberista da sola negli ultimi due decenni ha rivelato tutta se stessa, ma continua ad imporsi grazie ad un apparato economico-politico-ideologico che coinvolge la così detta sinistra in tutte le sue articolazioni, non solo quella tradizionalmente socialdemocratica o neo riformista ma anche persone che si autodefiniscono bontà loro radicali ma il cui intento è solo di entrare a far parte del personale di servizio.

Di pari passo, con l’affermazione dell’ideologia neoliberista è emersa una nuova borghesia che possiamo chiamare iper borghesia o borghesia trans nazionale o borghesia imperialista, che ha scalzato i ceti medi nazionali e che al di là dei confini nazionali ha costruito una comunità politica, un senso di identità collettiva a partire dal lessico formalmente di sinistra applicato a progetti di chiara ispirazione neoliberista e perciò al di là delle belle parole, conservatrice e reazionaria. L’iper borghesia non si sovrappone alle borghesie nazionali, ma le sostituisce. La piccola e media borghesia nei paesi occidentali non avranno più il loro ruolo, ma vivranno soltanto dell’ombra della loro passata potenza oltre tutto strumentalmente usata da molta sinistra che continuerà ad indicarle come portatrici di potere gloriandosi di sconfiggere un uomo già morto e lavorando in effetti per l’iper borghesia vincente e per i suoi programmi imperialistici.

Questa operazione già realizzata negli Usa è un processo in atto anche in Europa. E’ questo il senso della lotta alla corruzione e alla mafia. Niente di romantico, di etico o di ideale, terra bruciata alla borghesia delle commesse statali, fallimento delle piccole e medie imprese, dequalificazione delle libere professioni.

L’iper borghesia punta alla destituzione della borghesia così come l’abbiamo conosciuta, quella che ha fatto parte del pur traballante patto sociale che ha governato il paese, e si costituisce come un villaggio multiculturale ed elitario tanto invisibile quanto presente, è una rete neocoloniale che pesa come tale anche nei paesi occidentali.

E’ violenta perché ha come unica finalità il denaro e questa si concretizza nella capacità di provocare l’altrui rovina. Ma come comunità si manifesta con due caratteristiche, la prima fondamentalmente è costituita  dall’odio per la cultura e in particolare per la borghesia colta socializzata dalle università, odio che si palesa anche nelle manifestazioni più pratiche, da qui l’istruzione svuotata dei suoi valori e ridotta a merce, l’altra è l’anticomunismo viscerale che viene divulgato attraverso i funzionari intellettuali che hanno il compito di trovare sempre tempo e modi per denigrare l’idea stessa di comunismo in maniera sottile, o più o meno eclatante e, possibilmente, sempre “da sinistra”,  rinnegando ipocritamente il padre materiale e spirituale che è stato il colpo di Stato in Cile e allo stesso tempo cogliendo sempre l’occasione per mettere in pratica i principi neoliberisti. Non a caso la prima vittima sacrificata sull’altare del neoliberismo sono stati i comunisti e i marxisti di quello sfortunato paese.

A conferma che i concetti di destra e sinistra non sono superati e che l’anticomunismo è per l’iper borghesia come il sangue nelle vene degli essere umani. Perché il comunismo è prima di tutto la tensione ideale verso una società in cui ciascuno/a dia secondo le proprie possibilità e riceva secondo i propri bisogni, un immaginario che il neoliberismo ha deciso che deve essere cancellato anche dai meandri più remoti delle coscienze.

L’iper borghesia si è affermata come classe internazionale e ha occupato lo spazio dell’ex impero britannico di cui ha ereditato l’ambivalenza, pensare liberale, mutato oggi nel pensare socialdemocratico, e vivere a destra. E un’altra cosa certamente il neoliberismo ha ereditato dall’imperialismo britannico, rimodulandola e rendendola più pervasiva, l’idea centrale della supremazia dell’uomo bianco che in questa stagione si concretizza nell’egemonia culturale e accademica di tutto quello che viene dal mondo anglosassone.

Sì, è vero, il neoliberismo è un’ideologia, ma ideologia non è una parolaccia, come diceva Gramsci è una visione onnicomprensiva della società e pertanto il problema è la natura dell’ideologia i suoi contenuti e i suoi principi, altrimenti si butta il bambino con l’acqua sporca e succede che gli stessi/e che hanno decretato la fine delle ideologie, oggi, dotti e colti, ci dicono che il neoliberismo è un’ideologia e la paragonano, bontà loro, al comunismo. Gira e rigira, infatti, questo è il loro obiettivo. Qualsiasi lettura facciano di questa società alla fin fine ci tirano in mezzo per i capelli il comunismo che avrebbe la colpa di tutte le disavventure dell’essere umano. Rimuovono, così, le responsabilità del capitalismo e allontanano l’ipotesi che il comunismo possa diventare una speranza per l’umanità. La borghesia si è guardata bene dal fare questa operazione quando l’esperienza di Cromwell è fallita, da quel fallimento è ripartita per approdare alla rivoluzione francese.

Alla fin fine, dietro filosofi e storici arruolati si nasconde non solo un antirazzismo razzista e un antisessismo sessista, ma anche un apartheid di classe tanto discreto quanto ferreo. E, come del resto negli Usa, la politica è stata esautorata dal suo ruolo e i governi sono composti da funzionari politici che realizzano legislativamente le direttive delle multinazionali.

Una forma di resistenza al neoliberismo può essere sicuramente la formazione di un’aggregazione di tutte le forze che si oppongono allo stesso.

Ma, proprio perché il patto sociale è stato rotto in maniera unilaterale dall’iper borghesia, è necessario ribaltare assolutamente l’approccio e l’approdo.

Denunciare i crimini neoliberisti, andare in piazza o scioperare o manifestare contro la mancanza di lavoro, la precarietà, la devastazione della “Buona Scuola”, il “Jobs Act”, la militarizzazione, l’abbattimento dello Stato sociale… ha un senso e, soprattutto un esito, solo e soltanto se si individuano i meccanismi intorno a cui tutto ciò si è realizzato e si continua ad imporre e se, questi meccanismi, si tenta di scardinarli.

Vale a dire la meritocrazia, la competitività, la gerarchia, la legalità, il controllo, la convivenza civile, il ruolo della socialdemocrazia riformista e quindi del PD.

Siamo arrivati/e a questo punto perché tanta, troppa sinistra, anche di movimento, ha sostenuto e sponsorizzato la legalità, perché nei posti di lavoro i sindacati e gli stessi lavoratori/trici continuano a sostenere il così detto merito che mette i lavoratori gli uni contro gli altri, sviluppando competitività e individualismo invece di solidarietà e consapevolezza della propria collocazione, senza peraltro ottenere nessun risultato se non asservimento e ricattabilità, perché la meritocrazia non è altro che la capacità di servire. E’ necessario battersi per la retribuzione uguale per tutti, per i tempi di lavoro uguali per tutti, per gli incentivi a pioggia. Chi organizza il lavoro deve essere un primus inter pares e non un “capo” o una “capa” termine tanto di moda quanto devastante dal punto di vista dell’introiettare la gerarchia. E’ necessario rivendicare il tempo della vita, quindi battersi contro i tornelli, contro i badge, contro il controllo dell’orario. Fare la spesa non è rubare tempo al lavoro, ma è lavoro vero e proprio come il tempo di percorrenza per andare e tornare dal luogo lavorativo. I trasporti pubblici devono essere gratuiti e considerati salario integrativo. Rifiutare le telecamere, trattare con il disprezzo che merita chi ci controlla, compresi i lavoratori che accettano di assumere questo tipo di incarico. Assumere la disobbedienza civile come metodo di lotta, inorridire se vengono staccate le utenze, l’acqua, la luce, il gas a qualcuno o se qualcuno viene multato perché non ha il biglietto dell’autobus…rifiutare le operazioni “caritatevoli” e “umanitarie”. Dichiarare e smascherare in ogni lotta il ruolo del PD e rifiutarsi di collaborare a qualsiasi titolo.

L’iper borghesia che è la classe dirigente espressa dal neoliberismo è fuori controllo, intrisa di onnipotenza, ingorda di saccheggio e incline alla guerra.

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