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nel merito

Poste italiane: una decisione sbagliata

di Salvatore Biasco

mezzi ecologici poste italianeDopo giorni in cui abbiamo visto campeggiare sui giornali a tutta pagina “Il cambiamento siamo noi” Poste Italiane, è giunta alla quotazione. Il cambiamento (almeno parziale) è certamente quello della proprietà: lo Stato ha venduto ai privati circa il 35% della sua quota di possesso, finora totalitaria, (20% a investitori istituzionali), associandoli nella gestione. La prospettiva in cui questo si iscrive è, però, più nebulosa.

Occorre chiedersi in nome di quale strategia per il Paese ciò stia avvenendo e se non ricominci la stagione delle alienazioni del patrimonio pubblico per puro scopo di cassa. Non voglio entrare nella discussione generale sulle privatizzazioni - che poi tanto generale non è, perché abbiamo studi specifici sul loro esito in Italia (dal quarto volume sulla Storia dell’Iri, ai lavori puntuali di Massimo Florio, al giudizio della Corte dei Conti) – ma voglio fermarmi sulla specificità del patrimonio che ora viene sottoposto alla logica della Borsa.

Parto da una considerazione (ormai) inconsueta che prescinde per un momento dalle logiche aziendali. L’assetto attuale e l’evoluzione inevitabile (e annunciata) verso un azionariato di tipo public company, oppure di tipo Enel, fa perdere a Poste la vocazione come parte di uno spazio condiviso tra Stato e cittadini, che le è sempre appartenuto; quello spazio che è tra gli elementi della coesione sociale. Lo Stato italiano dalla sua formazione, era presente e identificato nel territorio con le Ferrovie, le Poste, la scuola elementare e i Carabinieri. E questo è entrato talmente nella coscienza popolare da aver radicato il convincimento che la presenza fisica dell’ufficio postale sia parte del servizio universale, quindi un diritto di cittadinanza (quando lo è di fatto solo la consegna della corrispondenza). Basta vedere quale allarme sociale ci sia quando viene alterato un qualsiasi carattere di svolgimento del servizio (dal cambiamento degli orari, alla rimozione di una cassetta postale, allo stesso spostamento di una sede, alla chiusura degli sportelli durante l’estate). Un disservizio in periferia è percepito come un’offesa sociale arrecata a una intera comunità. Questa missione “sociale” poteva essere mantenuta, e perfino accresciuta facendo di Poste Italiane un veicolo per la diffusione della banda larga su tutto il territorio nazionale. E, su questa base, si poteva far evolvere l’Ufficio postale periferico verso una sorta di centro sociale di comunità minori, utilizzando, fuori dagli orari di apertura e in sale dedicate, i televisori del circuito aziendale, offrendo un luogo di internet point e di ritrovo per happening specifici, al tempo stesso usufruendo di una dichiarazione di tali uffici come “pubblico interesse” per sottrarre alla sanzione comunitaria degli “aiuti di Stato” l’eventuale supporto degli enti locali.

Ripeto è un’ottica desueta perché il capitale sociale non entra più nelle funzioni del benessere collettivo. Di esso è parte quella fiducia che lo Stato genera in quanto garante e responsabile della vita collettiva e dell’erogazione di beni e servizi per fini comuni. Affidando ai privati (o alla logica privata) il perseguimento dei fini o cercando la mediazione del mercato nella soddisfazione dei bisogni sociali e dei servizi pubblici (o, peggio, lasciando decadere questi ultimi per qualità, copertura e spirito di servizio) lo Stato perde parte della sua legittimazione e svuota quella socialità insita negli spazi che condivide con la comunità.: «Se ci trovassimo a che fare unicamente o prevalentemente con agenzie private - scrive Judt -, non potremmo che diluire nel tempo la nostra relazione col settore pubblico per il quale non troveremmo una manifesta utilità».

Veniamo all’azienda. Questa va sul mercato prima che la classe politica attuale e passata si fosse chiesta come utilizzare in una strategia per il Paese il preziosissimo patrimonio di un’impresa del genere e le sue spontanee sinergie con la P.A.

Oggi Poste Italiane è una doppia rete - quella logistica che serve la corrispondenza e quella fisica degli sportelli postali (13000 sparsi capillarmente); reti che potrebbero vivere indipendentemente l’una dall’altra, ma che in realtà si intersecano in una serie di punti nodali e sono rette da una rete informatica unica interamente posseduta. Questa non solo è cresciuta fino a essere la seconda in Italia (dopo quella Telecom, sempre più a proprietà francese), ma ha fatto e fa da traino tecnologico all’indotto, in gran parte italiano. Nell’immaginario collettivo Poste è percepita come impresa di corrispondenza e in subordine anche come impresa di raccolta di risparmio. Ma è un’impresa complessa multiservizio (che ha tematiche di internazionalizzazione, di hub finanziario per una rete europea di cash point, di assicurazione, di logistica, immobiliari, telefonia, centrali tipografiche, negozi virtuali, ecc.) –

Tutto ciò potrebbe avere poca importanza dal punto di vista della parziale privatizzazione se non fosse per le sinergie che vocazionalmente e per posizione strategica Poste può sviluppare con la PA (e che solo in parte sviluppa). Combinando sportelli, consegna e rete informatica Poste è innanzi tutto partner ottimale della P.A. nel suo ammodernamento e questa partnership avrebbe giustificato maggiore cautela nell’apertura del suo capitale ai privati.

Poste presenta sinergie ideali per i progetti di e-government e di informatizzazione dell’Amministrazione Pubblica e per l’obiettivo di allargare il ventaglio della comunicazione tra la Pubblica Amministrazione e i cittadini. Basti pensare che oggi Poste Italiane, possiede un archivio relativo a oltre 20 milioni di famiglie, e non so di quante imprese, ed è in grado di dare un indirizzo elettronico a ciascuna di esse: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it., il che potrebbe essere utilissimo per l’Amministrazione, e, in particolare, per l’amministrazione fiscale. Vi è poi, il campo della dematerializzazione dei documenti, nel quale è stato avviato qualche progetto con le Asl per l’archiviazione delle cartelle cliniche, ma che potrebbe estendersi alla gestione, produzione, software e archiviazione dati delle tessere sanitarie (rese più ricche di informazioni anche ai fini di efficacia di politiche di welfare) o estendersi all’utilizzo sistematico della rete di corrispondenza per le consegne a domicilio delle medicine, certificati medici ecc. Sezioni diverse della Pubblica Amministrazione potrebbero essere messe in comunicazione tra loro e affidare a Poste i loro archivi (le scuole, ad esempio). La rete fisica potrebbe dedicare uno sportello per fornire intermediazione tra cittadini e uffici della Pubblica Amministrazione nel caso di funzioni che possono essere svolte su base informatizzata (quali consegna documenti, inoltro domande, ecc.), sull’esempio di quanto già oggi è anticipato dallo Sportello Amico per i contratti di allacciamento delle forniture di servizi e altre funzioni che interessano gli Enti Locali. Ne scaturirebbe la possibilità di una riorganizzazione di interi uffici della P.A, che oggi svolgono funzioni di front office per il passaggio di carte e che domani potrebbero essere riconvertiti. Altri esempi sono possibili.

Il ruolo avuto da Poste nel processo di concessione dei permessi di soggiorno già prefigurava questa partnership sui generis con la Pubblica Amministrazione, sebbene improntata a autonomia e a rapporti di mercato. I permessi di soggiorno sono stati tutti scannerizzati (incluse le fotografie), sistematizzati e corretti, in modo tale che la Questura non abbia che collegarsi e stampare il documento quando lo ritenga. Anche la consegna passaporti e il servizio integrato (stampa e consegna) degli atti giudiziari vanno già nella stessa direzione. Poste opera anche nella riscossione delle entrate dei Comuni (dove sarebbe auspicabile una sinergia con Equitalia, che è sempre stata riluttante a prendere in considerazione l’eventualità). La stessa telefonia potrebbe essere fatta rientrare in questo quadro di rapporti di interesse pubblico, ad esempio nella tele-salute.

Un’impresa di questo tipo non può rientrare in un ambito privato in cui queste funzioni o sono un “business” o non hanno vita (o sono spezzettate – se va bene - tra una serie di operatori).

Poste Italiane poteva essere ripensata dal suo azionista pubblico anche in ulteriori missioni. La rete logistica, che finora è stata strettamente servente della corrispondenza, poteva consentirle una evoluzione verso la logistica industriale in senso proprio, almeno nei trasporti standardizzati. Ma, ovviamente, con seri investimenti aggiuntivi e una vera e propria strategia di crescita dimensionale. Non che Poste non si sia indirizzata in questa direzione. Ma non può realizzarla in proprio (o con Ferrovie, che ne è partner). La realtà è che fare di Poste-Ferrovie (alquanto complementari) il perno della logistica in Italia e metterli in grado di competere nel nostro suolo con operatori internazionali non può essere una decisione presa a livello aziendale, ma deve essere una decisione del Governo, seguita da adeguata capitalizzazione, piani integrati per gli hub, acquisto di tracce ferroviarie all’estero (da parte di Ferrovie) connesse con qualche strategico porto europeo. Temo che con la liberalizzazione della rete ferroviaria avvenga il contrario e che soprattutto le ferrovie tedesche finiscano per intermediare e intercettare anche un notevole flusso di merci che passa per i nostri porti.

Penso che le missioni pubbliche e l’integrazione nel sistema paese – con il corredo di soluzioni giuridiche, normative, finanziarie e societarie che non esitassero, se necessario, a riportarla nel perimetro pubblico - ce le scorderemo. La classe politica non ha trovato niente di meglio che alienare l’impresa (in parte) in omaggio a una concezione e una mentalità che essa ha derivato dal consensus consolidato di conduzione degli affari economici. Non un grande esercizio di fantasia. Anche se, bisogna ammettere, è al limite meglio che sia privatizzata che ne sia ignorata l’esistenza, come è avvenuto negli anni. Di certo, la conoscenza dell’impresa è minima nella sfera politica, dove nessuno dei responsabili si è mai preoccupato di capire che farne delle sue potenzialità, pur nell’attenzione che ha sempre avuto per i colori degli organigrammi interni. Ma la botte dà il vino che ha.

Resta difficile capire cosa i privati possano apportare. Una più stringente logica di mercato? Più controllo e efficienza? Apporto di capitali? Know how? Mi sembra che nell’attuale operazione questa presunzione di principio, comune a tutte le operazioni di privatizzazione, sia alquanto debole se non nella retorica. Nella logica dell’apertura del capitale sarebbe stato meglio allora che Poste si fosse aperta verso un partner di dimensioni equivalenti (anche estero) capace di apportare, attraverso operazioni societarie, logistica o altre attività complementari. Oppure che fosse stata utilizzata per una ingegneria di integrazione tra CDDPP e Poste Italiane, che -scorporando (e allocando in altri veicoli) le partecipazioni e le attività della Cassa di sostegno alle imprese - desse vita a una banca – che in Italia è assente – di supporto agli enti locali, integralmente orientata al finanziamento delle infrastrutture e ai servizi (tenuta dei bilanci, finanziamento, consulenza finanziaria, analisi di prefattibilità dei progetti, project financing locale, mutui, tesoreria, servizi all’amministrazione locale, riscossione dei tributi, ecc).

Si può obbiettare che l’impresa rimarrà saldamente in mano pubblica. Ma questo non mi fa credere che il suo assoggettamento alle logiche di Borsa e di “creazione di valore” lasci inalterate natura e mentalità. Anzi è proprio questo che si vuole “cambiare” E’ un segnale che in vista della quotazione si siano ridotti i giorni di consegna della posta e sia stata resa esplicita la futura politica di distribuzione dei dividenti (fissata nell’80% dei profitti). Posta non era questo; era una società che la collocazione nel perimetro pubblico faceva orientare, sia pure con carenze, verso la preminenza della responsabilità sociale (che non ha certo inciso sulla redditività). Non sono così sicuro, poi, che la presenza dei privati non imponga una forte riduzione degli sportelli (quelli che non risultino remunerativi) e dell’occupazione, cui convergono la logica privatistica e la scarsa voglia dello Stato di retribuire i costi del servizio universale. Non saranno quelle riportate le cifre che circolavano in uno studio di qualche anno fa (4.000 sportelli e 20-30.000 unità in meno), ma attenzione allo short termism proprio della Borsa, che impone l’accrescimento dei profitti e che, nell’esperienza delle imprese privatizzate, lo ottiene anche riducendo sia i costi, sia gli investimenti e le spese in ricerca. Nella logica della creazione di valore non mi sorprenderei se si fosse indotti a mettere sul mercato singole branche snaturando l’impresa, che è un tutto integrato. Forse tutto ciò non avverrà, ma perché allora portare l’impresa in borsa? Mi chiedo, poi, che ne sarà di quell’immenso asset immateriale che ha portato finora i lavoratori a identificarsi con l’impresa e che ha consentito tre lustri di assenza di vertenze importanti - pur in presenza di alti ritmi di lavoro, bassi salari, assemblamenti produttivi e vari cambiamenti dell’organizzazione del lavoro. Di quel sentimento è componente anche il vissuto soggettivo che assimila l’impiego in Poste all’impiego pubblico (sicurezza nell’occupazione, welfare aziendale, ecc.); assimilazione che alcuni vedranno con orrore, ma che rientra anch’esso in un capitale sociale di fiducia.

In cambio di ciò che sfuma sapremo ogni giorno se Poste Italiane vale l’1 o il 2% in più o meno rispetto al giorno prima o se le sue oscillazioni stanno seguendo nel tempo un andamento discendente o crescente. Eravamo in ansia di saperlo. Non un grande progetto. Tutto ciò in nome di 3400 miliardi di incasso (che poi non sono altro che un anticipo – neppure equo - dei dividendi che lo Stato mancherà di incassare in futuro). Speriamo che se ne faccia buon uso; a poco serve dire che andranno contabilizzati in conto capitale, quando a, ben guardare, sono l’equivalente (per giunta una tantum) dei costi della detassazione della proprietà immobiliare.

Comments   

#3 Vincesko 2015-12-02 20:01
Ottimo articolo! La privatizzazione pro quota di Poste Italiane è una scelta vergognosa di un governo pro tempore, di un PdC pro tempore, di un ministro dell'Economia pro tempore, per ubbidire alla richiesta ideologica neo-liberista dell'Unione Europea a trazione tedesca, con la motivazione risibile della riduzione del debito pubblico.
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#2 Lidia 2015-11-23 15:33
Hai detto bene: una comunità pensa di aver riconosciuta la propria identità con l'ufficio postale, i carabinieri, la scuola e un presidio sanitario corrispondente ( MMg oppure ospedale o ambulatorio) Un tema cruciale è' il rapporto di fiducia tra cittadini e PA ( vedi sanità, sicurezza età). Tempo fa avevo studiato un'esperienza della Svezia, in cui al postino era riservata anche una funzione di sentinella vigilante sul territorio, specie per i paesini sparsi, di consegna dei medicinali, di segnalazione di anomalie nelle abitazioni . Poteva essere con una Telecom diversa anche una rete anche di intervento sociale a costi bassissimi
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#1 anna soci 2015-11-23 11:25
Salvatore, è un articolo molto ben fatto, e GIUSTISSIMO. Ma l'avevi fatto circolare o in un qualche modo pervenire agli ambienti governativi PRIMA di questa decisione? Decisione che anch'io disapprovo totalmente, per tutte le ragioni che dici, ma più di tutte, forse, per quella MENO economica: la dissoluzione del rapporto Stato/cittadini/territorio.
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