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sinistra

IL salvataggio di Milano

Raccontato da un economista

di Antonio Calafati

Milano sepavo 123rfcom m 101236 1Improvvisamente, scoppia il ‘caso Milano’... La magistratura inizia a contestare all’amministrazione comunale la legittimità giuridica dell’uso fatto del dispositivo dell’urbanistica contrattata. In numerosi casi, la procedura seguita avrebbe impedito che l’interesse pubblico fosse adeguatamente rappresentato nella negoziazione. La reazione di chi governa Milano è stata disinibita tanto nel dire quanto nel fare, come si conviene nella tradizione neoliberale: chiedere al Parlamento di promulgare una legge che legittimasse ex-post la prassi negoziale seguita per autorizzare gli interventi di trasformazione urbana. Ne scrive con cura Antonio Calafati, uno dei massimi esperti in Italia di economia urbana [Stefano Lucarelli].

* * * *

In occasione del 175° anniversario della sua fondazione, nel settembre del 2018 The Economist, iconico settimanale inglese, tra i più influenti nella scena internazionale, pubblica un lungo saggio dal titolo eloquente: 1843-2018. A Manifesto for renewing liberalism. Non conteneva novità, ma codificava il progetto neoliberale nella forma che ha trionfalmente preso in Europa dopo il 1989, ancorandosi al paradigma mercatista per interpretare e governare il capitalismo.

Nel 2018, in molte democrazie europee era stata in larga parte realizzata l’agenda politica che il Manifesto illustrava, ma da alcuni anni crescevano inquietudine e instabilità politica, e cresceva il consenso elettorale di movimenti ‘anti-mercato’. Ricapitolarne i temi principali era sembrato necessario alla redazione dell’Economist, consapevole che il suo Manifesto si sarebbe rivelato uno strumento utile per sostenere le ragioni del progetto neoliberale.

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lantidiplomatico

La "produttività" mafiosa

di Carla Filosa

Con la morte di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss delle stragi, in Italia si è voltato pagina”. Questo l’incipit dell’ultimo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso intitolato “Una cosa sola. Come le mafie si sono integrate al potere”

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L’altra settimana, il 14 di gennaio, sono stati arrestati 15 mafiosi a Messina, dediti allo smaltimento di rifiuti urbani, di rifiuti speciali e rottamazione di veicoli. L’attenzione investigativa alle condotte di queste persone è stata realizzata mediante intercettazioni che hanno rilevato l’impedimento di una rendicontazione aziendale mediante una denuncia sulla perdita di registri, cioè ostacolo alla verifica di utilizzo di un mercato nero in cui sarebbero avvenute vendite senza fatturazione. Abbandonando l’evento cronachistico non nuovo e soprattutto non ultimo in questo paese, e non solo, proviamo a riparlare di mafia chiedendoci come mai emerga solo in fase di arresti, merito di indagini e interventi di polizia, mentre a livello politico e culturale è silenziata ogni problematica o riflessione sull’esistenza, espansione e soprattutto attività mafiosa funzionale.

“Con la morte di Matteo Messina Denaro, l’ultimo boss delle stragi, in Italia si è voltato pagina”. Questo l’incipit dell’ultimo libro di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso intitolato “Una cosa sola. Come le mafie si sono integrate al potere”, Mondadori, 2024. Dato l’accattivante titolo, si è pensato di accedere alla loro analisi e condividere con altri ancora le riflessioni scaturite dai dati oggettivi riportati da questi autorevoli autori, tra i pochissimi che ancora parlano di mafia e soprattutto ne contrastano l’attività.

Continua il testo: “Sconfitta la violenta genìa di mafiosi che aveva osato sfidare lo Stato, tutto è stato messo a tacere. Le priorità ora sono altre, come l’abolizione dell’abuso d’ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze, la separazione delle carriere nella magistratura, l’impossibilità per i giornalisti di pubblicare il contenuto delle ordinanze di custodia cautelare, la stretta sulle intercettazioni e sull’uso dei trojan per i colletti bianchi. Fa meno notizia anche la stessa corruzione, se non fosse per qualche indagine che riesce ancora a far breccia nella promiscuità dei rapporti tra politici, mafiosi, faccendieri e boiardi di Stato”.

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lantidiplomatico

Accordo Starlink. Giù la MUSKera

di Emiliano Gentili e Federico Giusti

kjnvòmkkLa polemica contro un eventuale investimento di Starlink in Italia muove da considerazioni di vario tipo. Ad esempio c’è chi evidenzia i rischi per la sicurezza nazionale, perché gli oligarchi come Musk – quelli cioè in grado di sfidare gli Stati su alcune delle loro prerogative fondamentali (come il servizio di accesso universale alle connessioni di rete per la cittadinanza) – agiscono oggettivamente come «veri e propri contropoteri» (Mattarella).

A ben vedere, tuttavia, tali rischi non riguardano solo lo Stato come istituzione integra e sovrana ma anche i cittadini e le loro vite private, i loro dati sensibili, nonché i dipendenti della Pubblica Amministrazione: l’affare Starlink va infatti collegato anche con il DdL Sicurezza, che obbligherà le Amministrazioni pubbliche a fornire informazioni e comunicazioni sui propri dipendenti e sul loro operato (comprendendo la ricerca e l’insegnamento), in un’ottica, evidente, di controllo e repressione dell’autonomia sul lavoro. In generale, poi, far dipendere l’erogazione di un servizio universale dalla disponibilità a fornirlo da parte di un colosso privato multinazionale vuol dire trovarsi perennemente sotto potenziale ricatto, tanto più se le tecnologie reperite privatamente avranno un ruolo importante e strutturale nella fornitura del servizio: sarà molto difficile riuscire a svincolarsene per poi, in un futuro, tornare a essere indipendenti.

D’altro canto è pur vero, come evidenziato dai sostenitori di Musk e Meloni, che investimenti privati di grandi dimensioni su asset fondamentali dell’economia nazionale sono, ahinoi, perfettamente “normali” e di frequente praticati: l’intero Rapporto Draghi, i Pnrr, gli Ipcei e i vari accordi transnazionali stretti nel corso del tempo fra governi di ogni colore dei Paesi dell’Ue si basano, tutti, su strategie per ottenere investimenti privati e la stipula di nuovi accordi.

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sinistra

La "nuova destra" in Italia

Note sulla governance della guerra senza limitii

di Alessandro Russo

29desk2 f02 sotto giorgia meloni a un comizio di voxNel numero di Crisis & Critique su “Future of Europe” avevo sostenuto che l’attuale “governo dell’euro” è il risultato della crisi dei partiti del Novecento.ii Si può dire che la “Nuova destra” sia un fenomeno dello stesso ordine? In parte lo è, ma rispetto a quattro anni fa, quando già si poteva prevedere un futuro oscuro dell’Europa, la situazione è peggiorata.

Al momento della creazione dell’euro, i partiti parlamentari europei, quelli di sinistra in testa, si subordinarono unanimemente alla nuova autorità per ricevere in cambio una legittimazione che avevano perduto, cantando in coro “ce lo chiede l’Europa”. L’euro è stato per oltre trent’anni il vero governo dell’Europa. Oggi i resti di quei partiti si inginocchiano tutti davanti all’autorità di ciò che possiamo chiamare il “governo della guerra”, e lo fanno in nome di slogan ancora più vacui come “in difesa dell’Occidente”, o “democrazia contro autocrazia”. Negli ultimi due anni gli Stati europei sono stati trascinati nei prodromi di una nuova guerra mondiale, in cui emerge in modo ancora più nefasto la decomposizione del sistema dei partiti del Novecento. L’unificazione monetaria dell’Europa, che aveva rimpiazzato la perdita di autorità dei partiti parlamentari, è stata a sua volta rimpiazzata da un’unificazione militare in preparazione della prossima guerra mondiale.

Non si tratta però soltanto della subordinazione alla supremazia militare USA, che è l’aspetto più evidente della politica estera degli Stati europei. Ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi è un profondo mutamento della natura stessa della guerra. Non è più la “continuazione della politica con altri mezzi”, come nella formula classica di Clausewitz, e neppure dell’inversione foucaultiana della politica come continuazione della guerra. È iniziata l’epoca della guerra come continuazione della guerra stessa, o della “guerra senza limiti”, come la chiamano i teorici militari.iii

È in atto un cambiamento epocale della guerra, così come si è costituita dal Neolitico con le prime organizzazioni statali e con i primi apparati militari specializzati.

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Tachipirina e vigile attesa? Solo un consiglio

di Alessandro Bartoloni

pina messina 7xs6ughuq w unsplashProsegue il nostro dibattito sulla gestione sanitaria durante la pandemia da SARS-CoV-2, utile a riflettere sulla più generale situazione della sanità nel nostro paese. In questo terzo articolo, si evidenzia alla luce dei fatti l’inconsistenza e la contraddittorietà di alcune delle indicazioni terapeutiche “ufficiali”, molte delle quali si sono rivelate successivamente infondate.

L’occasione per tornare a parlare di un grande tormentone pandemico ce la fornisce proprio il presidente della FNOMCeO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) Filippo Anelli che, accompagnato dal segretario generale Roberto Monaco, ha dichiarato alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione dell’emergenza sanitaria causata dal SARS-CoV-2 che, per quanto riguarda la gestione domiciliare dei pazienti, “la federazione non è mai intervenuta per limitare la libertà prescrittiva del medico. Anche perché, in quel periodo, il ministero più della Tachipirina poteva dire ben poco perché non c’erano linee guida, quindi non c’erano evidenze che potessero sostenere indicazioni di carattere diverso”. Per capire la portata orwelliana di tali affermazioni ripercorriamo quei tragici giorni.

Tutto comincia il 25 marzo 2020, quando il ministero della Salute emette la circolare n. 7865 nella quale si stabilisce che, “per individuare possibili opzioni terapeutiche efficaci nei confronti dell’infezione da COVID-19 è necessario condurre studi clinici in grado di dimostrare che i benefici superino i rischi. Per questa ragione, tenuto conto della straordinarietà della situazione, la Commissione tecnico scientifica dell’AIFA ha il compito di valutare tutti i possibili protocolli di studio con la massima rapidità (entro pochissimi giorni dal momento della sottomissione). La stessa tempestività è garantita per la successiva valutazione condotta dal Comitato Etico Unico a livello nazionale che ha sede presso l’INMI Lazzaro Spallanzani.

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ilponte

La Corte nel mirino

di Giancarlo Scarpari

Img ITA 05 01.jpgNel maggio del 1950, in un articolo dal titolo emblematico, Difendiamoci dal comunismo, don Luigi Sturzo aveva indicato alla Dc la linea da seguire per stabilire le modalità di nomina dei giudici della Corte costituzionale, la cui legge istitutiva era allora in discussione. Il messaggio era chiaro: «I comunisti, finché stanno all’opposizione non hanno diritto di partecipare all’amministrazione dello Stato e degli organi e degli enti» e, di conseguenza, non si potevano eleggere i cinque giudici di nomina parlamentare col sistema del Regolamento della Camera, che prevedeva l’assegnazione di due posti alla minoranza.

L’iter della legge era stato sofferto, perché, come ricordava Calamandrei su questa rivista[nota 1], vi erano stati quattro «viaggi di andata e ritorno» tra Camera e Senato per via degli emendamenti introdotti in relazione alla nomina dei giudici che dovevano essere scelti dal Parlamento e dal capo dello Stato.

Sulla base dell’indicazione di Sturzo, l’on. Riccio (Dc) aveva proposto che per l’elezione dei giudici eletti dal Parlamento fosse sufficiente la maggioranza semplice, per cui, scavalcando il Regolamento, tutti i giudici sarebbero stati nominati dalla coalizione di governo; poi per la massiccia opposizione dei partiti di sinistra e l’insostenibilità manifesta di questa posizione radicale, era stato deciso che la maggioranza necessaria doveva essere “qualificata”, almeno nella misura dei 3/5. Con i numeri allora esistenti in Parlamento, il governo non aveva la possibilità di eleggere tutti i giudici, ma con la prevista vittoria alle elezioni questo non sarebbe stato più un problema, vista l’entità numerica del premio.

Com’è noto, infatti, la legge elettorale varata in vista delle elezioni del giugno del 1953 prevedeva una distorsione dei principi della rappresentanza, in quanto stabiliva che la coalizione che avesse ottenuto il 50% più 1 dei voti avrebbe ottenuto il 65% dei seggi e cioè 380, mentre alle altre liste ne sarebbero spettati solo 209: per una simile maggioranza e con il contributo di alcuni volonterosi “soccorritori”, sarebbe stato perciò agevole raggiungere i 3/5 necessari dei parlamentari per nominare tutti i giudici di suo gradimento.

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Rivolta sociale?

di Vladimiro Merlin*

minatori disegno.jpgUn’ipotesi plausibile, viste le condizioni del lavoro in Italia ma, più che evocata, la rivolta sociale andrebbe praticata.

Il segretario della Cgil, Landini, l’ha evocata in relazione alla situazione che ha portato la Cgil e la Uil a proclamare lo sciopero generale per il 29 novembre.

In effetti, la condizione dei lavoratori italiani è tragica da tutti i punti di vista.

Gli stipendi, dal 1990 al 2020, in Italia sono diminuiti del 2,9%, in tutta Europa si è registrata una crescita, la più bassa, in Spagna, è stata del 10%.

Su 17 milioni di lavoratori del settore privato 7,9 milioni sono lavoratori discontinui, 2,2 milioni sono part-time, assieme sono il 60% dei lavoratori privati.

A questi lavoratori con redditi stabilmente bassi andrebbero aggiunti tutti quelli in cassa integrazione, che hanno uno stipendio ridotto tra il 50 e il 60% del normale.

Ma, come abbiamo già visto, anche ai lavoratori stabili non è andata bene, in questi ultimi 30 anni il loro stipendio non solo non è cresciuto ma si è ridotto del 3%.

Da anni, varie fonti, dai sindacati alla Caritas, ma anche l’Istat, registrano un aumento progressivo della povertà anche tra persone che hanno un lavoro.

Una progressiva povertà che i ceti popolari misurano ogni giorno quando fanno la spesa.

Sulla situazione già tragica dei salari si è innestata l’impennata inflazionistica di questi ultimi anni, impennata che, nonostante i dati ufficiali manipolati, continua; infatti, i rincari dei generi di prima necessità, in primo luogo gli alimentari, sono ancora attorno al 9/10%.

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carmilla

Bologna 1980. «La bomba, per me, scoppiò la sera»

di Luca Baiada

Strage di Bologna 1980.jpgCome titolo, Cento milioni per testa di morto, pubblicato nel 1989, fa pensare a un western. La veste tipografica è orrenda: imprecisa, disadorna. La carta sembra da razionamento: quasi da pacchi, tagliata male, e sa di polvere. La stampa è cattiva. La prosa è appesantita da ripetizioni e pignolerie. La punteggiatura è confusa (qui, nelle citazioni, l’ho modificata). Quanto al marchio editoriale, da trent’anni non pubblica nulla. Però.

Un libro formidabile. Il contrasto tra la forma scadente e la sostanza aurea insegna cosa conta davvero.

L’autore, Torquato Secci, durante la guerra mondiale torna dalla Grecia e si arruola nel Corpo italiano di Liberazione. Poi lavora come perito industriale. Il 2 agosto 1980, nella strage di Bologna, perde il figlio Sergio, ventiquattro anni.

È un uomo, un padre: «La bomba, per me, scoppiò la sera di quel tragico giorno al ritorno a casa da una passeggiata». La notizia che il figlio è fra le vittime si mischia ai primi commenti, al comportamento della città, alle reazioni. Sergio è ferito in modo spaventoso; morirà dopo qualche giorno. Il padre non nasconde la debolezza iniziale:

Non potevo credere ai miei occhi, la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. […] Sergio, malgrado stesse a occhi chiusi a causa delle gravi ustioni, aveva riconosciuto la mia voce, aveva capito che ero lì, quindi malgrado la gravità del suo stato era cosciente di ciò che era accaduto, di ciò che stava accadendo, e realisticamente non nutriva alcuna speranza di salvarsi. […] Dopo averlo visto me ne uscii precipitosamente dal reparto rianimazione, come se volessi fuggire per allontanarmi da un pericolo.

Torquato Secci, che voleva fuggire, invece si impegnerà, diventerà presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, pubblicherà questo volume dopo la sentenza di primo grado del processo. Adesso seguiamolo in un segmento narrativo che ha la forza di certi racconti dell’occupazione nazifascista. Indimenticabile, la bambina muta nel film L’uomo che verrà, col suo andirivieni nella terra della morte:

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fuoricollana

Narrare e insegnare l’Italia, le radici della questione identitaria

di Antonio Cantaro

La relazione di Antonio Cantaro al Convegno di Proteo-Fare-Sapere e del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre (19 novembre 2024). Il tema dell’identità nazionale merita di essere preso sul serio. Problematizzato nella sua declinazione generale e criticato in quella di identità italiana proposta da Galli della Loggia e Loredana Perla

IMG 20241118 154929.jpgIdentità nazionale. Un significante vuoto?

L’espressione identità nazionale è una scatola vuota, un significante che può essere riempito di molteplici, opposti, significati. Tuttavia, come tante ‘formule magiche’ (populismo, resilienza, e così via), i significanti vuoti si prestano, proprio in virtù della loro indeterminatezza, a essere riempiti di significati pregnanti, ‘normativi’, lato sensu costituenti.

Quando? Quando, veicolano una domanda di senso alla quale viene attribuito, a torto o a ragione, un superiore significato.

La domanda alla quale ci riferiamo oggi quando parliamo di identità nazionale è una domanda di appartenenza a una comunità, la Nazione. Una comunità candidata a coprire le insicurezze e lo smarrimento degli uomini del mondo globalizzato, specie di quelli che si sentono esclusi dai suoi benefici. Gli orfani della belle époque della globalizzazione, da tempo esemplarmente incarnati da quegli americani che al grido di USA USA hanno nuovamente incoronato le scorse settimane Donald Trump capo della nazione americana.

È questo l’auspicio anche di coloro che oggi cantano le “magnifiche e progressive sorti” dell’identità italiana. Un tema, dunque, da prendere sul serio. Ma che per essere preso sul serio sino in fondo esigerebbe che i suoi provinciali ‘apostoli’ giocassero a carte scoperte, rivelando innanzitutto le fonti intellettuali e ideologiche del significante identità nazionale.

E invece no. I neo-apostoli dell’identità italiana si ‘astengono’ dall’indicare persino la fonte internazionale più autorevole, lo scrittore nippoamericano Francis Fukuyama, della riabilitazione del tema dell’identità nazionale. Preferiscono rifugiarsi in citazioni aneddotiche e fuori contesto sul nazional-popolare, tema che andrebbe rimeditato anche alla luce delle perspicue considerazioni di Massimo Baldacci sulla pedagogia gramsciana (https://www.ospiteingrato.unisi.it/wordpress/wp-content/uploads/2021/05/9.4.-BALDACCI-La-scuola-attraverso-Gramsci.pdf.).

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lavoroesalute

Ndo sta Roma? I guai di Roma Capitale, più dramma che farsa

di Alba Vastano

immagine 27.pngScrivere di Roma e di come vive la città chi vi risiede è come fare un viaggio in escalation nel degrado totale. Un viaggio attraversando al contrario i tre canti della commedia dantesca, senza la guida di Virgilio. Da Roma aurea con Petroselli e Nicolini a Roma stracciona con Gualtieri.

Roma, caput mundi, ‘la Grande Bellezza’ con i suoi palazzi monumentali, le piazze storiche, le fontane artistiche. Un tripudio di storia e arte. Una città unica che al turista fa vivere un sogno, un tuffo incantevole nel passato. E poi c’è un’altra Roma, quella reale, quella di chi la vive ogni giorno. E qui cala il sipario sulla grande bellezza e si apre un altro scenario. Quello che ruota intorno al degrado che si tocca con mano ogni giorno, non appena si varca l’uscio di casa e si affronta la città, come fosse un nemico che ostacola i nostri tempi di vita quotidiana, intralciandoli in ogni azione legata ai tempi di lavoro, ad esempio. Ecco Roma è diventata la città del tempo avverso, il tempo che rema sempre contro ogni azione quotidiana dei residenti.

Chi ci vive deve farci i conti ogni giorno e ad ogni spostamento da un luogo all’altro della città. A Roma il tempo quotidiano non è programmabile, anzi non esiste. E’ una chimera. Si esce, ma non si sa l’orario in cui si arriva destinazione. E non è possibile programmare un orario decente di ritorno a casa. Roma è totalmente ricoperta di vetture in continuo transito. Vetture che non trovano mai sosta, ovunque sia il luogo di arrivo previsto. Vetture che circolano e brancolano come povere anime erranti e, soprattutto, inquinanti. Altro stressante martirio avviene sui bus, laddove si sale senza tempo, si viene pressati come sardine e si esce stravolti. Il turista è, fortunatamente, esente da questo inferno su ruote. Lui, solitamente, va a piedi per il centro e cammina, cammina incessantemente con il naso all’insù a sconvolgersi davanti all’Altare della Patria e a percorrere i Fori Imperiali.

Intanto il romano de Roma sta tardando alla grande per raggiungere il lavoro o qualsiasi altra destinazione che si trovi nel perimetro della città comprensivo del raccordo anulare (ndr, che se lo imbocchi in fasce orarie di punta salta totalmente il concetto di tempo). Il romano de Roma smoccola de brutto, a volte bestemmia anche.

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Il caso del caso Moro Parte 5: Il superkiller

di Davide Carrozza

whatsapp image 2024 11 02 at 00.17.12.jpegNello splendido film noir del maestro Jean Pierre Melville del 1970 “I senza nome” (Le cercle rouge) gli indimenticabili Alain Delon e Gian Maria Volontè sono due criminali incalliti le cui strade si incrociano quasi per caso. Arrestato e fuggito alla sorveglianza lanciandosi da un treno in corsa, Genco (Volontè), per nascondersi si infila nel bagagliaio della macchina di Corey (Delon), quasi guidato da un sesto senso. Quest’ultimo, appena reduce da 5 anni di gattabuia ha ricevuto una soffiata da un secondino ed ha pronto un colpo sensazionale in una gioielleria, gli serve solo un partner spregiudicato come lui, con esperienza nel settore e senza nulla da perdere….quando si dice il destino. Troverà il compagno per il colpo del secolo proprio dentro al suo bagagliaio. Un episodio in particolare dimostrerà come Corey non potesse essere più fortunato perché l’uomo che il fato gli aveva messo nel baule si sarebbe rivelato qualcuno di cui fidarsi ciecamente. Quando due loschi figuri, probabilmente due federali, si infilano nella macchina di Corey per portarlo in aperta campagna e giustiziarlo, sono costretti a fare i conti con l’astuto Genco che fuoriuscito dal bagagliaio li tiene a tiro garantendo all’amico la sopravvivenza. Quando Genco spara a entrambi, all’uno con la pistola dell’altro, dimostra allo spettatore medio di essere un fine esperto. Chiaramente la cosa passerà per una faida interna ai servizi segreti e i due potranno pensare al loro sodalizio criminale ormai scontato. Rifugiatisi in un appartamento della periferia di Parigi i due cominciano a ragionare sul colpo alla gioielleria…hanno bisogno di un tiratore scelto e per qualche strano motivo Corey è convinto che Genco sia la persona adatta a ricoprire il ruolo. Il bandito con il volto di Volontè però riporta l’amico con i piedi per terra “Io? Ti sei sbagliato. Fra ammazzare due persone a due metri di distanza e fare colpo su un bersaglio a 30 metri c’è una bella differenza.” Per il colpo verrà precettato Jansen, ex tiratore scelto della polizia. Gli sceneggiatori del film quindi dimostrano di essere a conoscenza di una regola della balistica nonché della logica abbastanza elementare: per sparare e uccidere una persona da distanza molto ravvicinata non bisogna essere necessariamente dei tiratori scelti.

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comedonchisciotte.org

Al varco della sconfitta. Trieste 2021, come è stata uccisa la rivolta no green pass in Italia

A cura di Konrad Nobile

Un'analisi e delle riflessioni sulle giornate che segnarono il destino del movimento contro il lasciapassare vaccinale

comedonchisciotte org informazione alternativa insieme.jpgA tre anni esatti dai fatti del porto di Trieste e dal vile sgombero del Varco IV, apice della protesta contro la tessera verde e punto di svolta per tutto il movimento “No Green Pass”, torna utile analizzare ciò che allora accadde.

Fare un’autopsia di quelle dense giornate d’ottobre e proporre delle riflessioni in merito è essenziale non solo per preservarne la memoria, ma anche per comprendere ciò che allora non funzionò e che portò al declino di un intero movimento, avviatosi verso la sua parabola discendente proprio dopo quel fatidico 18 ottobre 2021.

Lo scopo ultimo di questa riflessione è infatti tentare, scovando le mancanze e i limiti che si ebbero allora, di fare tesoro di quella grande esperienza affinché, nelle mobilitazioni presenti e future, non si ricada negli stessi errori e si possa invece intraprendere la strada della lotta in maniera più matura, organizzata ed efficace.

Per svolgere al meglio questa nostra disamina ci siamo affidati, oltre alle nostre conoscenze, memorie ed esperienze dirette, anche a preziose testimonianze di alcuni triestini, membri del locale “Coordinamento No Green Pass e Oltre”, che hanno voluto con entusiasmo raccontarci la loro versione dei fatti e narrarci quelle giornate.

Su quello che accadde e sui giudizi relativi a come fu gestita la piazza in quei giorni non vi è accordo all’interno del Coordinamento, e dunque le dichiarazioni qui pubblicate (che sono solo una parte di quelle a noi rilasciate) vanno intese come contributi dei singoli intervistati e non come un giudizio unanime del comitato triestino sui fatti del porto.

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ilpungolorosso

Chi finanzierà la finanziaria?

Falsari professionali

di Il Pungolo Rosso

incontro fra meloni salvini e tajani in mattinataEntro il 31 dicembre il governo approverà la Legge Finanziaria per il 2025. Le anticipazioni hanno riempito le cronache con promesse e buffonerie à la Salvini che sono state largamente disattese. Intanto abbiamo scoperto le attitudini filo-proletarie del ministro Giorgetti in virtù delle quali egli dichiara di sapere dove stanno i soldi e a chi bisogna chiederli. Le sue prime esternazioni – l’intervista a Bloomberg – hanno fatto davvero temere che si fosse convertito al bolscevismo, ma le smentite alla sua volontà di tassare qualche patrimonio, un po’ di case e qualche rendita sono arrivate a stretto giro. Contro l’ipotesi di tassare le abitazioni che hanno usufruito della ristrutturazione col bonus al 110% si è levata la voce tonante di Angelo Bonelli. Lo sciagurato verde-sinistro non ne azzecca una: dopo aver dichiarato tutto il suo disgusto – come il nostro per lui – per la libertà di manifestare per la Palestina, unendosi al trio Piantedosi-Nordio-Crosetto, si è spinto in un impetuoso intervento alla Camera in difesa dei beneficiari del superbonus ristrutturazioni che, a detta dello stesso Giorgetti, sono per gran parte ville e villini “… di chi i sacrifici li può fare”.

Tornando al merito, bisogna dire che il consiglio dei ministri di mercoledì 16 ha varato il Documento programmatico di bilancio, una anteprima della finanziaria vera e propria e lo ha fatto con un netto anticipo rispetto al previsto per poter rispettare i tempi della Commissione Europea. Lo zelo è dovuto soprattutto al rischio di essere messi sotto procedura d’infrazione per eccesso di debito pubblico: l’Italia ancora non riesce a diminuirlo e nemmeno ad alzare il Pil e il famoso rapporto debito/Pil anche nel ’25 sarà del 3,3% – superiore a quanto chiedono gli accordi europei (3%) – e solo nel ’26 l’Italia arriverà al 2,8%. Il Documento (Dpb) si presenta essenzialmente come una serie di garanzie e di impegni a raggiungere gli standard europei.

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La Meloni riceve Larry Fink (BlackRock) a Roma e gli svende l’Italia

di OttolinaTV

Schermata del 2024 10 07 19 50 48.pngNei giorni in cui l’Iran e l’asse della resistenza mandavano un messaggio chiaro e forte all’imperialismo di tutto il mondo, anche l’Italia – e, in particolare, con il suo eroico presidente del consiglio Giorgia Meloni – non ha voluto essere da meno: da poco rientrata da New York dopo aver ritirato l’infame premio di miglior atlantista dell’anno, Giorgia la collaborazionista ha infatti ricevuto a palazzo Chigi Larry Fink, il presidente e amministratore delegato di BlackRock. Il messaggio è stato chiaro: oligarchi di tutto il mondo, unitevi! E fate dell’Italia quello che volete. Nel corso del colloquio, la madre cristiana e Fink hanno infatti discusso dei possibili investimenti del fondo finanziario americano nell’ambito dello sviluppo di data center e nelle infrastrutture energetiche di supporto; e il presidente dell’amministrazione coloniale ha inoltre prospettato al fondo di investimento americano l’opportunità di investire in Autostrade e in altri settori di natura strategica. Ma i due punti principali dell’incontro sono stati la possibilità di creare strumenti finanziari specifici da parte di BlackRock nell’ambito del famoso Piano Mattei e la definizione di prestiti obbligazionari per la ricostruzione dell’Ucraina, concepiti da BlackRock e garantiti politicamente dall’Italia; Blackrock che, ricordiamolo, gestisce un patrimonio di 10 mila miliardi di dollari (il valore del PIL di Germania e Giappone messi insieme) ed è tra i primi azionisti di gran parte delle grandi aziende occidentali, Italia inclusa. Negli ultimi giorni, Giuliano vi aveva raccontato della scalata di UniCredit a Commerzbank proprio grazie alla collaborazione del fondo di investimento e del suo ingresso con una quota del 3% in Leonardo, la principale industria degli armamenti italiana; in fatto di infrastrutture, strategiche o quasi, è bene ricordare che un altro grosso attore statunitense, il fondo KKR, ha recentemente comprato la rete fissa di Telecom Italia per 22 miliardi di euro.

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volerelaluna 

La sinistra necessaria: nuovi soggetti e nuove forme organizzative

di Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni

9782262065959 0 536 0 75 290x220.jpgLe elezioni europee hanno confermato, al di là del dato numerico, l’egemonia della destra. Il loro esito, inoltre, ha assunto una rilevanza che va oltre il nuovo assetto dell’Europa. Lo scenario politico ne esce, anche sul versante nazionale, profondamente segnato. All’analisi dei risultati abbiamo dedicato, nell’immediato, due ampie analisi di Marco Revelli (https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/ e https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/19/europa-occidente-il-canto-stonato-delle-anatre-zoppe/) e un primo intervento di Livio Pepino (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/06/17/dopo-le-europee-la-necessita-di-un-dibattito-senza-reticenze/) teso a mettere sul tappeto alcune questioni aperte. La situazione interpella, peraltro, anche noi di Volere la Luna e i gruppi e movimenti che compongono il variegato arcipelago che ci ostiniamo a chiamare sinistra alternativa. Che fare? La domanda di sempre richiede oggi analisi particolarmente accurate e risposte all’altezza dei tempi bui che stiamo vivendo, in cui all’ormai consolidata vittoria del mercato si affiancano, in Italia, il consolidamento di una svolta autoritaria che non tollera dissenso e, sul piano internazionale, una guerra mondiale “a pezzi” che rischia di degenerare in guerra nucleare. Abbiamo, dunque, deciso di aprire, sul punto, un dibattito franco e – lo speriamo – capace di non fermarsi all’esistente e di individuare nuove modalità e nuove strade da percorrere. Le analisi e le proposte pubblicate rappresenteranno uno sforzo collettivo ma saranno tra loro assai diverse e impegneranno, per questo, solo i loro autori. Poi, a suo tempo, forti del confronto realizzato, proveremo a trarre delle conclusioni, magari in un’iniziativa di carattere nazionale su cui stiamo cominciando a ragionare. (la redazione)

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Non ci vuole solo coraggio, ma anche una buona dose di temerarietà nel cercare di rispondere alla domanda che Volere la Luna ci pone: “Che fare?”.