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Prima che sia troppo tardi
di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
1. I conti tornano
Le elezioni politiche dell’aprile 2008 segnano un momento importante nella storia del nostro paese. Si tratta della fine della sinistra in Italia. Nel Parlamento italiano uscito da quelle elezioni non è presente nessun partito che si definisca, o possa essere definito, come “sinistra”. Non si tratta di un fatto congiunturale. Naturalmente continueranno ad esistere realtà politiche, sociali, culturali che si definiranno “sinistra”, e può anche darsi che tornino ad essere presenti in Parlamento. Ma si tratterà di realtà sempre più secondarie e residuali. La fine della sinistra ha infatti una radice profonda, strettamente legata ai caratteri della fase attuale e alla natura essenziale della sinistra stessa.
Come abbiamo cercato di mostrare ne "La sinistra rivelata” [1], la sinistra è stata caratterizzata, nei due secoli della sua esistenza, dal binomio “sviluppo ed emancipazione”: è stata cioè la parte politica, sociale e culturale che ha lottato per l’emancipazione dei ceti subalterni promuovendo lo sviluppo economico e tecnologico. Questa congiunzione è stata possibile perché, fino a tempi recenti, sviluppo ed emancipazione erano compatibili. Ma la situazione è completamente cambiata negli ultimi decenni. La fase storica che, utilizzando termini imprecisi ma ormai di uso comune, viene chiamata “globalizzazione” o “neoliberismo” rappresenta, fra le altre cose, il momento in cui sviluppo ed emancipazione si separano e si contrappongono.
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Dolce stil novo
Rossana Rossanda
A che servono le imprecazioni? A niente, salvo che a dare uno sfogo ai nervi di chi vi si abbandona. Ebbene stavolta lo farò io. Ho un'età venerabile e sono fuori di me per quel che succede da tre giorni in qua. Fossero infuriati tutti, o almeno un italiano su due, capirei. Ma no, quel che manda me fuori dei gangheri scivola tranquillo su tutti o quasi. Specie sull'opposizione. Il che non è l'ultima ragione di collera. Quindi non le sole note concettose e noiosette, ma uno sfogo furibondo.
Sono tre giorni che di notizie stupefacenti ne arriva una ogni mezz'ora. Cominciamo dal metodo. Prima riunione del governo nel Palazzo reale di Napoli. So bene che aveva cominciato il governo Prodi andando a Caserta. Scopo? Essere vicini alla gente del sud. Ma non mi pare che i casertani ne fossero stati coinvolti e rapiti. Stavolta poi Napoli era blindata, Berlusconi vi è entrato come un conquistatore, e guai a chi si avvicinasse. Unici a vederlo, i giornalisti accreditati alla conferenza stampa.
Arrivo, consiglio, partenza. A ogni buon conto, popolo niente. Che senso ha avuto e quanto è costata questa esibizione, compresi viaggi, pasti, trasferte, transenne e polizia, stavo per dire carri armati e mezzi di sbarco, lucidature extra del Palazzo Reale? Spero che un deputato lo chieda. Spero che un gruppo di deputati voti coralmente una mozione che impegni i ministri a riunirsi a Palazzo Chigi, recandovisi possibilmente in autobus, limitando le forze dell'ordine alle sentinelle che ci sono sempre. E che interdica ai futuri governi della Repubblica di farsi una per una tutte le regge d'Italia che, data la storia nazionale, sono troppe.
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La verità messa in scena
di Vladimiro Giacché
Giornali e televisioni ci offrono quotidianamente un'ampia fenomenologia della menzogna. La verità viene attaccata, negata e contraddetta nei modi più diversi. Può venire mutilata (come quando si parla delle foibe tacendo i precedenti crimini di guerra commessi dall'esercito italiano in Jugoslavia) o semplicemente rimossa, può venire capovolta o essere semplicemente imbellettata facendo uso di definizioni che distorcono il significato degli eventi (come quando si definisce la guerra "operazione di polizia internazionale"). Tutte queste modalità di negazione della verità sono importanti. Ma forse è la verità messa in scena quella che meglio esprime il nostro tempo.
Un tempo le verità inconfessabili del potere potevano agevolmente essere coperte dal segreto (gli arcana imperii). Oggi, nell'epoca dei mezzi di comunicazione di massa e della politica mediatizzata, il silenzio e il segreto sono armi spuntate.
Perciò, quando serve (e serve sempre più spesso), la verità deve essere occultata o neutralizzata in altro modo. In particolare sostituendo una realtà virtuale a quella reale: offrendo versioni di comodo dei fatti, dando il massimo rilievo a questioni di scarsa importanza (così da distrarre l'attenzione dai problemi reali), inventando pericoli e nemici inesistenti per eludere quelli veri.
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Immaginario e senso comune
di Enrico Livraghi
L'alluvione ha investito tutti. Ha spazzato via la sinistra cosiddetta arcobaleno (impronuciabile sintagma), ma ha fatto franare anche la supponenza autocratica del PD di Walter Veltroni (un vero e proprio stratega da pizzicheria). E però non ha lasciato indenni neppure i movimenti, che infatti, se non hanno mai smesso di formicolare, ora sono obbligati a dirigere lo sguardo oltre le macerie.
Dunque, questo si sente dire: ripartiamo dai movimenti. Lo dicono perfino quelli che si erano distratti, e che oggi, après le déluge, intrappolati nella ritualità verticistica dei redde rationem, cercano una ben faticosa palingenesi. Riportiamo dunque in primo piano quella prassi di intercettazione del mutamento, quella capacità di percezione dei frantumi antropologici che solo chi è immerso nei pori fisici del tessuto sociale è in grado oggi di praticare. Rimettiamo almeno in gioco la ricerca sul campo, vale a dire quella lente di ingrandimento che può portare in primo piano l'origine e le conseguenze della scomposizione cosiddetta postfordista delle forme del lavoro, ossia i travestimenti e le metamorfosi odierne del processo di auto-valorizzazione del valore.
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Il Riformismo che non c'è
Intervista a Carlo Donolo
Una sinistra che non affronta le grandi questioni nazionali irrisolte difficilmente può dichiararsi riformista; la tendenza a chiamare riforme i tentativi di adeguarsi alla globalizzazione tramite la flessibilizzazione del lavoro; le grandi questioni del divario fra nord e sud, della centralità del lavoro, della sostenibilità ambientale dello sviluppo; un sistema di potere abbastanza impermeabile che vede l’alleanza fra rendita immobiliarista e pubbliche amministrazioni. Intervista a Carlo Donolo, docente di Sociologia Economica all’Università di Roma “La Sapienza”, ha pubblicato, tra l’altro, Sostenere lo sviluppo. Ragioni e speranze oltre la crescita, Bruno Mondadori 2007. L’intervista è stata realizzata prima delle elezioni.
La domanda riguarda i destini della sinistra in Italia…
Già, l’eterna interrogazione sulla sinistra che oggi, nel contesto europeo, forse si può declinare in un’interrogazione sul destino del riformismo. E parto col dire che il riformismo oggi fa parte di uno scenario in disuso. A mio avviso il riformismo è tale se va a toccare alcuni nodi cruciali, che una volta chiamavamo le grandi questioni nazionali.
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Un risultato elettorale "maggioritario"
Domenico Moro
L'analisi dei flussi di voto può essere uno strumento importante per cominciare a capire, sulla base di una analisi oggettiva, il significato politico delle elezioni del 2008 e le cause di quanto accaduto, in primis della scomparsa della sinistra dal Parlamento. A questo scopo, utilizziamo i dati, già ripresi da alcuni quotidiani, contenuti nell'indagine condotta da Consortium, l'istituto di ricerche di Nicola Piepoli.Da tali dati si evincono alcune conferme di ragionamenti fatti a caldo, ma anche delle interessanti novità.
Iniziamo con la coalizione che ha vinto. Il Pdl è riuscito a prevalere sostanzialmente perché Forza Italia è riuscita a conservare i suoi voti, grazie alla struttura "forte" di partito azienda. Ben il 62% dei votanti del Pdl avevano votato per Forza Italia nel 2006. Inoltre, Fi è riuscita a rosicchiare preferenze all'Ulivo (450mila voti). Al contrario Alleanza nazionale ha subito una rilevante emorragia di voti all'interno dello stesso schieramento di destra, a favore, in misura preponderante, della Lega (345mila voti) e poi dell'Udc (147mila voti). La lega è, come si è detto, la vera vincitrice della competizione, quasi raddoppiando i suoi voti, che salgono da 1,7 milioni a più di 3 milioni.
Da chi pesca la Lega? Principalmente da Forza Italia e, come detto, da An, per un totale di 908 mila voti, il resto lo prende soprattutto ed in misura uguale da Udc e Ulivo.
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E' già domani
Rossana Rossanda
Scrivere oggi domenica 13 aprile, a meno di 24 ore dai risultati delle elezioni, è scrivere non al buio ma in una fitta penombra. Non al buio perché le possibilità non sono molte, arriveranno in testa Veltroni o Berlusconi, e la sinistra sulla quale la maggioranza di noi punta misurerà la sua consistenza. Ma ci sarà una grande differenza se Berlusconi vince solidamente, Veltroni non ce la fa e la sinistra non raggiunge il fatidico 4 per cento che questa legge elettorale impone, oppure se Veltroni ce la fa e la Sinistra Arcobaleno si consolida su quella frontiera. E un'altra negativa differenza se Veltroni ce la facesse ma la sinistra restasse esclusa dalla scena istituzionale.
Nel primo caso vorrebbe dire che la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa; nel secondo caso, se Veltroni la spunta con infinitamente meno mezzi del suo avversario, significa che l'Italia si attesta sugli spalti d'una democrazia moderata ma ancora praticabile e che una sinistra, minoritaria ma ragionata e consistente, può interpellare e incalzare. Se invece questa sinistra scomparisse dalla scena, vorrebbe dire che l'americanizzazione è andata così avanti, che qualsiasi spinta avanzata all'interno di una egemonia liberista sarebbe ridotta al silenzio e alla marginalità.
L'arretramento è già stato grave e la discesa dura da rimontare.
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Il paradosso innominabile della crisi democratica
Alberto Burgio
Cambiare il sistema politico a partire dalla mutazione della propria identità facendo propri molti elementi di quella che caratterizza l'antico avversario. Sempre in nome della concordia. E del mantenimento dello status quo
Sono elezioni davvero speciali, queste. La maggioranza dei partiti che vi partecipano non esistevano ancora alle ultime politiche, appena due anni fa. E per la prima volta dal '48, complice la zelante faziosità dell'informazione, agli elettori-spettatori è somministrato lo show di una partita a due, tra Pd e Pdl. Anzi, tra i loro «capi». Perciò, nonostante il profluvio dei sondaggi, non è per nulla facile prevedere cosa accadrà. Meglio cercare di capire che cosa sta succedendo. E qual è la posta in gioco in questo match.
Partiamo da una semplice considerazione, frutto dell'esperienza dell'ultimo quindicennio. Il bipolarismo (e persino il bipartitismo) tende a produrre posizioni politiche in larga misura coincidenti.
E per ciò stesso favorisce la (ri)nascita di un grande centro moderato. Le forti somiglianze tra i programmi di Pd e Pdl nel segno dell'interclassismo post-ideologico (né destra né sinistra) e della pace sociale (il «patto dei produttori», plasticamente sancito dall'abbraccio tra il sindacalista di «sinistra» e il falco confindustriale) sono solo uno dei tanti indizi di questo movimento centripeto. Responsabile anche della caccia ai candidati double face, adattabili ad entrambe le formazioni, e del fuoco incrociato sui partiti di centro tradizionali.
Fin qui è tutto evidente. Ma vediamo di scavare più in profondità, guardando con attenzione il valzer delle candidature democratiche «eccellenti». Forse lo si può leggere come il sintomo di una tendenza non episodica. Forse in questo caso la storia insegna qualcosa.
Una «feconda trasformazione »
Lo shopping elettorale di Veltroni ai piani alti di viale dell'Astronomia richiama alla mente un precedente illustre. In vista delle elezioni del 1882, temendo le conseguenze «sovversive» della nuova legge elettorale, il leader della Sinistra costituzionale Agostino Depretis si accorda con esponenti di spicco della Destra moderata, a cominciare da Marco Minghetti.
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La Chiesa al suo posto
Rossana Rossanda
Che campagna elettorale! Poche idee, bassezze, graffi, scuse, perfino Vespa si annoia. Nel Popolo della Liberta gli slogan di sempre sono pieni di disprezzo per l'avversario. Berlusconi aggiunge una prudente allusione ai tempi difficili che verranno - recessione, euro troppo alto, petrolio alle stelle - per cui (ma non lo dice) si stringerà la cinghia. Invece Veltroni gioca la carte delle buone maniere anche se ieri gli è sfuggito un «chi vince comanda», a prova che della democrazia hanno la stessa idea.
Lui però non mette in guardia dalle imminenti vacche magre: macché pericoli provenienti dall'esterno, sono state la sinistra e i centro-sinistra a sbagliare tutto, facendosi legare le mani dalla nefasta ideologia che contrapponeva padroni e operai, proprietari e spossessati, beni privati e beni pubblici. Usciamo da questa paralizzante menzogna! Lo pensa anche Galli della Loggia. Passate le redini in mani più giovani e refrattarie alle fantasie sociali l'Italia rifiorirà.
Bankitalia e l'Ocse informano che abbiamo in Italia i salari più bassi dell'Europa, neanche la Grecia, ma solo Bertinotti raccoglie. Gli altri tacciono perché la Banca Centrale Europea comanda: guai ad alzarli, i salari, sarebbe l'inflazione. I salariati non hanno da fare che una cura dimagrante in attesa di tempi migliori.
Eppure all'aeroporto mi hanno avvicinato due giovani, due facce pulite: Questo Veltroni, quale speranza per noi! E lei che ne pensa? Rispondo ridendo: Il peggio possibile.
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Acque torbide
Rossana Rossanda
Siamo tutti adulti e vaccinati, non facciamo finta che queste siano elezioni come le altre. In ballo non è solo un cambio di governo, ma la cancellazione dalla scena politica di ogni sinistra di ispirazione sociale. Questa è la novità, reclamata ormai non più solo dalla destra ma dall'ex Pci, poi Pds poi Ds e ora confluito, assieme alla cattolica Margherita, nel Partito democratico. E' l'approdo della «svolta» del 1989 e il suo vero senso: non si trattava di condannare le derive del comunismo o dei «socialismi reali», ma di stabilire che il capitalismo è l'unico modo di produzione possibile.
Ci sono voluti diversi anni di manfrina ma ora Veltroni dichiara tutti i giorni che la sola società possibile è quella di «mercato», e a governarla «democraticamente» bastano due partiti come nel modello anglosassone, uno più «compassionevole» e l'altro più feroce. Che ci sia un conflitto di classe fra proprietari e non, che i primi possano sfruttare, usare e gettare i secondi, che questi siano riusciti a conquistarsi dei diritti extramercato è stata una favola cattiva, che ha seminato l'odio e spezzato l'armonia del paese.
Operai e padroni sono egualmente lavoratori, hanno un interesse comune che è l'azienda, anzi il padrone, detto più benevolmente l'imprenditore, vi rischia di più il suo capitale, mentre l'operaio solo il suo salario. Veltroni ha così liquidato due secoli di lotte sociali e ridotto la democrazia secondo il modello americano a sistema elettorale e poco più.
Il suo «riformismo» non mira, come quello delle socialdemocrazie, a correggere il capitale: ma a «riformare i diritti del lavoro» fino a farne, com'era all'inizio del XIX secolo, una merce come le altre, abolirne ogni regolamentazione a cominciare dalla durata.
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TAV fra debito pubblico e profitto privato
di Marco Cedolin
Se esiste un campo nel quale l’Italia da sempre eccelle, questo è costituito dal foraggiare la grande imprenditoria privata sovvenzionandola a vario titolo ed in varia misura per mezzo del denaro pubblico. Praticamente la totalità delle grandi imprese italiane, FIAT su tutte, sono diventate tali grazie alle sovvenzioni statali che hanno permesso loro di sbaragliare la concorrenza non sovvenzionata ed accumulare profitti altrimenti impensabili.
L’esempio del Gruppo Benetton che da tempo sta ottenendo cospicui utili tramite la gestione disinvolta di parte della rete autostradale italiana, costruita per mezzo del denaro dei contribuenti, sembra destinato ad essere ricalcato anche in ambito ferroviario.
Il Presidente delle FS Innocenzo Cipolletta, durante la registrazione del programma tv “Economix” di Rai Educational, si è espresso in maniera adamantina lasciando intuire al di là di ogni ragionevole dubbio quale sarà il futuro del sistema ferroviario italiano.
Cipolletta, dopo avere affermato che gli aumenti dei biglietti ferroviari continueranno anche in futuro, ha precisato che il gettito derivante da tali aumenti non si tradurrà in miglioramenti del servizio, bensì sarà destinato in larga parte a compensare il disavanzo, pagare gli interessi alle banche e sanare i buchi di bilancio del passato.
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Francia, cattivo esempio
Rossana Rossanda
Non è serio ridurre la questione della legge elettorale alla solita rissa fra notabili. Quali che siano i limiti della democrazia rappresentativa, considerare il problema come inesistente è una frivolezza che non ci possiamo permettere.
Il sistema elettorale «alla francese», al quale inclina Walter Veltroni, è il peggiore nei dintorni. Un presidenzialismo secco, vera e propria monarchia, senza neanche un'adeguata informazione degli elettori: Nicolas Sarkozy, scelto dal suo partito nel giro di due sedute a 2007 già avanzato, era presidente della Repubblica quattro mesi dopo. Peggio che negli Usa.
Nel sistema statunitense come in quello francese l'obiettivo è ridurre più che si può la complessità delle espressioni politiche in una società complessa. Cosa che negli Usa è, molto parzialmente, corretta da una divisione dei poteri, in Francia assai meno. E non penso a quella elementare divisione che dovrebbe darsi fra presidenza, governo e parlamento; già era poca cosa dopo la costituzione di De Gaulle del 1958, adesso sarà ancora meno, dato che secondo la commissione nominata da Sarkozy se finora toccava al presidente e al governo decidere la linea della Repubblica, d'ora in poi questo toccherà soltanto al presidente.
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L'America che avanza
Rossana Rossanda
Romano Prodi canta vittoria: ho la maggioranza aritmetica e anche quella politica. Ma non è vero: ha avuto una fortunosa maggioranza contabile, frutto di diverse manovre, in testa quella di Lamberto Dini che ha votato la finanziaria per imporre il suo no a ogni emendamento o al pacchetto welfare, gettando sulla sinistra la patata bollente della caduta del governo. Stona ancora di più l'uscita di Berlusconi che agita i suoi gazebo ululando di avere con sé nientemeno che il popolo italiano per liquidare i dubbi dei suoi ex alleati e ricordare che il padrone è lui. I due leader protagonisti degli ultimi quindici anni si sentono accerchiati dalla loro stessa coalizione.
Non hanno torto. All'orizzonte di tali agitazioni si delinea un altro scenario, che liquida tutti e due - un «centro» bizzarro, meta confessata di Veltroni, Casini e frattaglie del centrosinistra e della Cdl, ma con poderose radici fuori delle Camere e in un'opinione ormai spostata, a cominciare dalla grande stampa. Bizzarro perché destinato a prefigurare non una nuova Dc onnireggente, ma un bipolarismo più simile all'agognato modello americano. Una destra (diciamo i repubblicani) condotta da Gianfranco Fini - se a Berlusconi non riusciranno gli ultimi azzardi - e una «sinistra» (diciamo i democratici) guidata da Veltroni.
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Al posto della sicurezza sociale il buon vecchio capro espiatorio
di Luigi Ferrajoli
Si è sviluppata una grave forma di espansione patologica del diritto penale - l'enorme aumento delle pene carcerarie -, frutto di una politica indifferente alle cause strutturali dei fenomeni criminali, promotrice di un diritto penale massimo, incurante delle garanzie, interessata soltanto a assecondare, o peggio a alimentare, le paure e gli umori repressivi nella società.
Criminalità di sussistenza
Il terreno privilegiato di questa politica è quello della sicurezza. Le statistiche storiche sulla criminalità ci dicono che il numero dei delitti, in particolare di quelli contro la persona - omicidi, risse, violenze, lesioni -, è diminuito, in proporzione alla popolazione, rispetto a qualche decennio fa e ancor più rispetto a un secolo fa. Eppure in tutti i paesi occidentali una domanda drogata di sicurezza, enfatizzata dalla stampa e dalla televisione, ha accentuato le vocazioni repressive della politica penale, orientandole unicamente nei confronti di quella che ho chiamato «criminalità di sussistenza».
Il messaggio espresso da questa politica è duplice. Il primo è quello classista, oltre che in sintonia con gli interessi della criminalità del potere, secondo cui la criminalità - la vera criminalità che attenta alla «sicurezza» e che occorre prevenire e perseguire - è solamente quella di strada; non dunque le infrazioni dei potenti - le corruzioni, i falsi in bilancio, i fondi neri e occulti, le frodi fiscali, i riciclaggi, né tanto meno le guerre, i crimini di guerra, le devastazioni dell'ambiente e gli attentati alla salute -, ma solo le rapine, i furti d'auto e in appartamenti e il piccolo spaccio di droga, commessi da immigrati, disoccupati, soggetti emarginati, identificati ancora oggi come le sole «classi pericolose».
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Diritti kaputt
Rossana Rossanda
Nel «nuovo che avanza» e cui bisognerebbe abituarsi viene messa la precarietà del lavoro. I media portano abbondante acqua a questo mulino. Ah ah, soltanto gli inetti pretendono la sicurezza dell'impiego o, peggio, del posto: inetti, pigri e spesso fannulloni. Il rischio invece è il sale della vita come ben sa l'imprenditore. La Montezemolo francese, boss del Medef, ha avuto la seguente uscita: «La vita, la salute, l'amore sono a rischio, il lavoro non dovrebbe esserlo?».
La signora Parisot ha molti titoli nel suo portafoglio, per cui rischiarne una parte le è agevole. Ma come accusare coloro che non sono proprietari di nulla, salvo talvolta i tre locali in cui abitano, di avere timore dell'avventura, cioè di restare disoccupati? Non si è mai sentito questo ragionamento da un «atipico», soltanto (e di rado) da chi ha un posto fisso.
E quel posto fisso se lo tiene con cura, o una professionalità così forte - architetto, medico, George Clooney -, da poterla spendere sul mercato con tranquillità e ad alto compenso. Il precario normale - e sono da quattro e mezzo a cinque milioni e mezzo - conosce lunghi periodi di inattività, che può reggere soltanto con il paracadute dei genitori, generazione a posto fisso. Non può amare il rischio chi ha bisogno di un lavoro e non può trovarlo, o non decentemente compensato, neanche se ha un titolo di elevata qualità; sono ormai una folla i precari nella ricerca, nell'università, negli ospedali, privati e pubblici.
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