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Italia sotto shock: il paese rientra a scuola, ma invece dei prof ci trova Flavio Briatore

di OttolinaTV

briatore 740x437 1Oltre 7 milioni di studenti e poco meno di 700 mila insegnanti (oltre i quasi 200 mila tra personale amministrativo, tecnico e ausiliario); da stamattina si rimette completamente in moto quella che potremmo definire, in assoluto, la più grande industria del paese e anche quella che - probabilmente più di ogni altra – è indicativa del nostro stato di salute e del nostro grado di civiltà: l’industria della conoscenza o, come la definisce il nostro Federico Greco, l’industria della d’istruzione pubblica (con la d davanti). La scuola che infatti finiamo di ripopolare con oggi è una scuola che, in ossequio ai dettami del neoliberismo più fondamentalista, è stata e sarà sempre di più spogliata del suo ruolo fondamentale: la formazione di una cittadinanza consapevole che abbia tutti gli strumenti per partecipare attivamente e consapevolmente alla vita pubblica; un progetto di lunga durata, coltivato meticolosamente nel tempo, che rappresenta uno dei pilastri fondamentali di quella che noi definiamo, appunto, la Controrivoluzione Neoliberista – che, in soldoni, significa la guerra delle classi dominanti contro la democrazia. Io sono Letizia Lindi, di mestiere insegno storia e filosofia nelle scuole superiori e, con questo video, Ottolina Tv oggi ha deciso di salutare il ritorno sui banchi di scuola dei nostri ragazzi e dei miei colleghi ricostruendo, passo dopo passo, gli snodi fondamentali di questo crimine contro il popolo italiano che è stata la devastazione della scuola pubblica e cercando di fare una proposta concreta per riprendercela.

Il termine scuola significa oggi “luogo nel quale si attende allo studio”; in realtà, però, deriva dal latino schŏla che, a sua volta, deriva dal greco scholé e che in origine significa – udite, udite – tempo libero, un po’ come l’otium dei latini: quella parentesi dalle fatiche quotidiane durante la quale ci si dovrebbe poter occupare liberamente di coltivare le proprie predisposizioni intellettuali senza necessariamente avere secondi fini, giusto per il gusto di farlo.

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ilpungolorosso

Il DDL 1660: vivisezione di una legge liberticida

di Il Pungolo Rosso

Militanza graficaDa molti anni, con i più svariati pretesti, governi di diverso colore hanno introdotto leggi per limitare l’agibilità di scioperare, lottare, manifestare.

Il governo Meloni è deciso a proseguire questa operazione facendo fare alla repressione statale delle lotte e dello stesso dissenso un salto qualitativo e quantitativo attraverso il disegno di legge 1660, che dal 10 settembre è alla Camera per la discussione e la rapidissima approvazione.

Con questa “legge-manganello” il governo vuole regolare i conti con tutte le realtà ed esperienze di lotta in corso e creare gli strumenti giuridici necessari per prevenire e stroncare sul nascere i futuri, inevitabili conflitti sociali. La sempre più marcata tendenza alla guerra sul fronte esterno richiede sul fronte interno un contesto sociale pacificato, e a questo “lavorano” tutti gli apparati dello stato.

Introducendo nuovi reati e nuove aggravanti di pena, il DDL 1660 colpisce a un tempo le manifestazioni contro le guerre, a cominciare da quelle contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, e quelle contro la costruzione di nuovi insediamenti militari; i picchetti operai; le proteste contro le “grandi opere”, la catastrofe ecologica, la speculazione energetica; le forme di lotta di cui questi movimenti si dotano per aumentare la propria efficacia come i blocchi stradali e ferroviari; le occupazioni di case sfitte. E contiene norme durissime contro qualsiasi forma di protesta e di resistenza, anche passiva, nelle carceri e nei Centri di reclusione degli immigrati senza permesso di soggiorno, perfino contro le proteste di familiari e solidali a loro supporto.

Il DDL 1660 arriva a punire anche il “terrorismo della parola”, cioè la detenzione di scritti che inneggiano alla lotta – dal momento che, gratta gratta, dietro il ricorso alla categoria “terrorismo”, usata apposta per creare paura, non c’è altro che la lotta di classe, la lotta al colonialismo e le lotte sociali ed ecologiste.

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lantidiplomatico

La «transizione energetica», Gramsci e la rivoluzione passiva

di Cristiano Sabino*

njosdbvnDavanti alla sconfitta rappresentata dal fascismo, Gramsci, in carcere, riflette sulle ragioni che hanno determinato il collasso del movimento progressista e – in generale – la crisi profonda degli stessi apparati e dei valori legati al liberalismo moderno e il contestuale prevalere di posizioni barbariche laddove si pensava che ormai dominassero l’alta cultura, il progresso, la civiltà e i diritti civili.

Contro le interpretazioni ottimistiche che dominavano all’interno del mondo liberale che derubricavano il fascismo a un fenomeno passeggero (Benedetto Croce) e in antitesi alle letture superficiali del mondo socialista e comunista che riconducevano il fascismo a niente di nuovo e di originale rispetto alle vecchie destre borghesi e nazionaliste (Amadeo Bordiga e Giacinto Menotti Serrati), Gramsci aveva capito che la forza del fascismo risiedeva proprio nella capacità di assumere elementi di modernizzazione provenienti dai settori sociali più avanzati e allo stesso tempo di sterilizzare la partecipazione popolare.

La "rivoluzione passiva" è dunque un concetto chiave nella teoria politica di Antonio Gramsci, utilizzato per descrivere un tipo di trasformazione sociale e politica in cui i cambiamenti avvengono senza una mobilitazione attiva delle masse popolari. Gramsci lo impiega per analizzare processi storici in cui il cambiamento non avviene attraverso una rivoluzione diretta e aperta, ma piuttosto come un processo graduale e controllato dall'alto, spesso senza sconvolgimenti radicali e con un compromesso a ribasso tra le classi dominanti per tagliare fuori i subalterni.

Il contrario di «rivoluzione passiva» è la «rivoluzione integrale», cioè l’«irruzione delle masse nella storia», il protagonismo popolare, la voce dei subalterni.

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lavoroesalute

L’Italia s’è destra…., destrissima, anzi fascista

Alba Vastano intervista Ascanio Celestini, artista antifascista

Schermata del 2024 07 08 16 47 28.png“… la celebrazione che di più si presenta come identitaria (parola che piace tanto ai fascisti in democrazia) per l’estrema destra è il giorno del ricordo istituito con una legge del 2003 quando è presidente del Consiglio proprio Silvio Berlusconi, quello che dichiarava di aver costituzionalizzato i fascisti. Primi firmatari sono due cresciuti nel partito di Almirante, cioè Roberto Menia e Ignazio La Russa. Quest’ultimo protagonista della politica di estrema destra da molti anni anche per le sue dichiarazioni contro l’azione partigiana di via Rasella e per la bizzarra collezione di cimeli fascisti.” (Ascanio Celestini)

“Se non si può parlare di “ritorno del fascismo”, è solo perché dall’Italia il fascismo non se n’è mai andato, ma ha continuato a scorrere sotterraneo, come un fiume carsico, riemergendo di tanto in tanto. Le sue riemersioni, da una trentina d’anni a questa parte, sono diventate sempre più frequenti, e il revisionismo storico, nella sua forma estrema, il rovescismo, ha svolto un ruolo determinante”. (Angelo D’Orsi, storico, saggista, studioso del pensiero gramsciano).

E’ evidente che la subcultura di estrema destra è dominante nel nostro Paese e non solo perché oggi vige un governo marcatamente di matrice fascista, ma perché quel modo di vedere la società e la teoria del capo che tutto può e a cui tutti devono essere subalterni prevale da sempre nella storia del nostro Paese. C’è l’uomo solo al comando dalla notte dei tempi a oggi: il principe, il re, il papa, il dittatore. E poi ci sono i sudditi, il popolo ‘bue’, quella porzione di maggioranza del popolo che necessità di essere comandata, sottomessa, svilita per sentirsi protetta.

Necessita di non pensare se non con un pensiero omologato, unico. Una sorta di sindrome psicotica e masochista.

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lafionda

La banalizzazione dell’antifascismo

di Francesco Ricciardi

Ieri, sul palco dell’Associazione Nazionale Partigiani italiani, è andato in scena quella che definirei l’ultimo episodio della banalizzazione dell’antifascismo, che segue a quella analoga del fascismo stesso, che sta caratterizzando questo secolo

banalizzazioneAntifascismo.jpgIl presidente dell’associazione, Pagliarulo, ha proposto ai segretari dei partiti dell’opposizione presenti una nuova unità antifascista contro questo governo. Allora, uno potrebbe chiedersi il perché di una tale proposta estrema. Forse, perché staranno abolendo le elezioni o vi sono violenze di piazza contro gli oppositori, si propongono leggi razziste, si chiudono giornali, partiti o sindacati, vi si vedono uomini di governo che inneggiano palesemente a Mussolini o alle “cose buone” che avrebbe fatto e cose del genere, Tra questi esempi avrei voluto aggiungervi anche l’ipotesi che ci si stia preparando a una partecipazione in guerra ma– ahimè! – quest’ultima cosa già ci coinvolge e con il consenso convinto di buona parte dell’attuale opposizione, in aperta contrasto con l’art. 11 della nostra Costituzione.

Eppure, l’attuale governo non è lì a seguito di un colpo di stato o per un atto unilaterale del Capo dello Stato, come accadde con Mussolini ovvero con Monti o Draghi. Esso è lì perché ha vinto le elezioni. E sì: oltre alla sinistra, anche la destra può, evidentemente, vincere le elezioni ed esprimere un governo. E’ la democrazia, bellezza! A chi scrive spiace constatare che queste cose le faccia notare anche la Meloni, ma la cosa più grave e che non le faccia, invece, notare la sinistra; quella stessa sinistra che è stata protagonista, di governi, appunto, a dir poco democratici e caratterizzati da riforme antisociali.

Insomma, con la predetta proposta di Pagliarulo, che pare abbia riscontrato i consensi dei presenti all’iniziativa, si sta praticamente sostenendo il principio che la destra in Italia non può andare al governo e che, se invece ci arriva al posto della sinistra – a meno che quest’ultima non trovi spazi per aggirare il consenso democratico, ritornandoci attraverso un c.d. governo tecnico – nel Paese scatta l’”emergenza democratica”.

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effimera

La doppia natura del suffragio universale

di Gianni Giovannelli

Elezioni del 2 giugno 1946 in Italia.jpgBenché ad essi l’intorbidar l’altrui pace
guadagno sommo paresse, molti pure
vollero chiarire a quai patti s’avrebbe
a far guerra, quai sarebbero stati i premi
donde le speranze e gli aiuti.
Sallustio (La guerra di Catilina, 21, trad. V. Alfieri, Asti, 2004, pag. 89)

La cronaca della guerra, in queste ultime giornate, è costretta a dividere lo spazio della comunicazione mediatica con i risultati elettorali, sia sulla carta stampata sia in rete. Mentre il giudizio sulla guerra, nella nostra vecchia Europa, si riduce a un coro quasi unanime di sostegno alle posizioni americane e di condanna a qualsiasi forma, anche tenue, di opposizione-diserzione, i commenti ai risultati elettorali sono invece di contenuto contrastante, diversi nel valutare le possibili conseguenze, discordanti nell’individuare le soluzioni più utili, quelle più adatte a risolvere i problemi di controllo sociale e a mantenere l’ordine. Il contrasto che caratterizza le posizioni assunte dagli analisti di regime non si limita all’esito delle consultazioni concluse, ma affronta pure quelle in arrivo, proponendo anzi complicate strategie volte a ottenere, per il tramite delle urne, la stabilità necessaria della cabina di comando creata per garantire il potere (sempre più chiaramente biopotere) del capitalismo contemporaneo. L’idea forza, a modo suo non priva di un certa genialità creativa, lanciata da Mario Draghi ormai più di dieci anni or sono con la formula del c.d. pilota automatico, comincia a sentire gli effetti del tempo, ogni tanto si inceppa o quanto meno lascia spazio a possibili imprevisti. Nulla, del resto, dura in eterno.

 

Guerra, elezioni, crisi

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jacobin

Doppio colpo all’università

di Lorenzo Zamponi

Dopo la guerra all'autonomia del sapere scatenata dalle destre nelle settimane scorse, il governo passa alle vie di fatto: con un decreto che aumenta la precarizzazione e una legge delega che ridisegna la governance

universita jacobin italia 1536x560.jpgUn doppio colpo all’università. Una riforma del precariato, che cancelli i passi avanti fatti nel 2022 tornando almeno alla Gelmini, se non a un suo peggioramento, da presentare subito, forse addirittura sotto forma di decreto da convertire in legge entro l’estate. E una riforma generale dell’università, che riveda governance, reclutamento, didattica e diritto allo studio, proposta sotto forma di legge delega in modo da permettere al governo di ridisegnare l’università a proprio piacimento.

Qualche settimana fa, su queste pagine, si parlava della guerra culturale scatenata dalla destra, non solo in Italia, contro l’università, come uno dei pochissimi luoghi di discussione comune e confronto tra idee rimasto nella nostra società. Nel giro di pochi giorni, ai primi di giugno, il governo ha aperto due fronti di conflitto molto concreti e materiali: prima, le anticipazioni fatte filtrare dalla commissione ministeriale sul precariato guidata dall’ex rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta, sull’impellente proposta di revisione al ribasso delle figure contrattuali precarie della ricerca universitaria rispetto alla parzialmente migliorativa riforma del 2022; poi, nel consiglio dei ministri di martedì 4 giugno, il varo del disegno di legge sulla semplificazione normativa, che prevede, all’articolo 11, una delega ad ampio spettro al governo per riformare l’università. Due fulmini a ciel sereno, arrivati senza il minimo coinvolgimento della comunità accademica (con la parziale eccezione della Conferenza dei Rettori, come vedremo) e che entrano a gamba tesa in una situazione molto delicata: quella di un sistema universitario mai così pieno di precari (grazie al Pnrr), che difficilmente accetteranno di buon grado un’ulteriore riduzione delle possibilità di accesso a un contratto dignitoso. Una bomba a orologeria in attesa di esplodere.

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sinistra

Perché le Regioni rappresentano il “vincolo interno” del capitalismo italiano

di Eros Barone

Fortunato depero Skyscrapers and Tunnels 1024.jpg1. La metamorfosi della “razza ladrona”

L’inchiesta condotta dalla magistratura genovese mostra quali mutamenti siano intervenuti nella mappa della corruzione dopo Tangentopoli. Anche se è ovviamente difficile acquisire dati precisi sulle esatte dimensioni del fenomeno, per sua natura solo parzialmente visualizzabile in termini statistici, la percezione che si ricava dalla lettura degli estratti, forniti dalla stampa cartacea e digitale, della enorme documentazione su cui i giudici genovesi stanno lavorando conferma non solo che la situazione è grave, ma che è in via di peggioramento. La corruzione è, peraltro, solo un lato della questione concernente la diffusa illegalità dell’amministrazione pubblica in Italia. Basti pensare alla commistione tra amministrazioni locali e criminalità mafiosa, che non è limitata al Sud ma investe l’intero paese e, segnatamente, quel Nord-Ovest in cui, come indicano la Liguria e la Lombardia, si trova oggi l’epicentro della corruzione.

Gli studiosi del fenomeno della corruzione parlano infatti di una metamorfosi della “razza ladrona”, che si è imposta dopo “Mani Pulite” e che ha visto tale “razza” radicarsi su un terreno differente da quello che alimentò il fenomeno di Tangentopoli. E invero, il territorio di caccia prediletto del politico disonesto non sono più i ministeri e il Parlamento, ma gli assessorati comunali e i consigli regionali. Parimenti, è cambiato l’obiettivo a cui si rivolge l’azione di tale politico, che non è più quello di finanziare le segreterie nazionali dei partiti, bensì quello di arricchire la sua camarilla personale. Dunque, si tratta di una “razza ladrona” che, nei primi decenni di questo secolo, è tornata a proliferare nel Meridione e in parte nel Nord-Ovest, mentre sembra decrescere nelle “vecchie regioni rosse e bianche”, dove si è conservata, in qualche misura, una tradizione di efficienza e di correttezza nell’amministrazione della cosa pubblica.

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insorgenze

Manipolare i testimoni per deformare la storia

di Paolo Persichetti

Ancora una domenica bestiale su Rai tre, stavolta
 Report si inventa l’infiltrato della Cia nelle Brigate rosse. In azione il “metodo Mondani”: manipolare i testimoni per deformare la storia

img 3019.jpgNella puntata di Report di oggi, domenica 12 maggio 2024, Paolo Mondani intervista lo storico Giovanni Mario Ceci che ha studiato tutti i documenti desecretati delle amministrazioni Usa degli anni 70 e dei primi 80: Dipartimento di Stato, Cia, Security Concil, rapporti dell’Ambasciata americana a Roma. Ricerca poi raccolta in un volume, La Cia e il terrorismo italiano, uscito per Carocci nel 2019.

Nei report desecretati si può leggere che «Nessuno è stato in grado di trovare nemmeno uno straccio di prova convincente del fatto che le Brigate rosse ricevevano ordini dall’estero». L’affermazione era giustificata dal fatto che solo la prova di una interferenza straniera che avesse messo a rischio la sicurezza e gli interessi statunitensi avrebbe legalmente giustificato l’intervento diretto della Cia negli affari interni italiani, più volte richiesto dal governo di Roma a cominciare dallo stesso Aldo Moro pochi mesi prima di essere rapito dalle Brigate rosse.

Nonostante il libro di Ceci, documenti alla mano, sostenga questa tesi, Mondani riesce a censurare l’intero contenuto del volume, ben 162 pagine, capovolgendone il senso.


I documenti raccolti da Ceci dimostrano come la Cia intervenne per reprimere le Brigate rosse, non certo per sostenerle o manipolarle, alla fine del 1981 quando queste rapirono il generale americano James Lee Dozier. L’intervento degli uomini di Langley fu tale che il governo Spadolini non esitò ad autorizzare le forze dii polizia all’impiego sistematico della tortura durante le indagini.


Importanti testimonianze di esponenti delle sezioni speciali antiterrorismo dei carabinieri emersi recentemente hanno dimostrato (leggi qui) che a cercare di avvicinare le Brigate rosse non fu la Cia ma il Partito comunista italiano con l’accordo del generale Dalla Chiesa dopo il gennaio 1979.

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sinistra

Un oggetto di speculazione storiografica: le Brigate rosse

di Eros Barone

Image99762.jpg1. Una tesi che piace alla borghesia “di sinistra”

È vero che, come diceva Marc Bloch, “lo storico è come l’orco delle favole, va là dove sente odore di carne umana”, ma Sergio Luzzatto, a furia di scrivere biografie (fra queste quella del “Corpo del Duce” relativa alla sorte del cadavere di Mussolini, quella della “Mummia della repubblica” relativa alla sorte del cadavere di Giuseppe Mazzini, nonché quella di Padre Pio anch’essa incentrata sulla corporeità del santo); a furia di scrivere biografie, dicevo, si è talmente ingozzato di quel cibo da farne indigestione.

Il risultato è un tomo di 700 pagine, del quale, tenuto conto dei puntuali rilievi mossi da vari critici alla base documentale e testimoniale della ricostruzione e alla rielaborazione spesso romanzesca, fuorviante quando non fallace, cui quella base mette capo, il meno che si possa dire è, secondo un famoso adagio degli antichi, che “mega biblíon mega kakón” (un grosso libro è un grande male). In effetti, la tesi sostenuta dall’autore – essere state le Brigate rosse un prodotto confezionato da alcuni professori universitari di via Balbi (rione di Genova dove si trovano le sedi delle facoltà umanistiche) - è una mezza verità, che può piacere a quella frazione della borghesia intellettuale cui piace flirtare con i rivoluzionari, ma l’altra mezza verità, quella che qualitativamente è decisiva per l’interpretazione della genesi della lotta armata in Italia, ci dice che le radici più profonde delle Br vanno ricercate in una certa composizione di classe operaia e popolare, quindi non ad Albaro, quartiere residenziale alto-borghese di Genova, o in via Balbi o a San Martino, quartiere quest’ultimo dove si trovano le facoltà scientifiche, ma, oltre che a Oregina, a San Teodoro e nel Centro Storico, nel Ponente industriale, nella Valpolcevera delle grandi e piccole aziende, fra Sampierdarena, Cornigliano e Campi, quartieri schiettamente proletari.

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lavoroesalute

Sulla XII Disposizione, vecchi e nuovi fascismi

Alba Vastano intervista Raul Mordenti

maxresdefault 29.jpgEsiste un nesso assai stretto fra la guerra e il fascismo. Ciò fu evidente nel caso della I° guerra mondiale, senza la quale il fascismo sarebbe stato impensabile. Si può ben dire che la guerra produce fascismo come il fascismo produce guerra” (Raul Mordenti)

“L’antifascismo è vissuto per decenni imbalsamato in una retorica stucchevole che lo ha reso debole ed impotente, soprattutto di fronte ai nuovi fenomeni neofascisti e neonazisti. Non ha saputo di conseguenza parlare ad ampie fasce giovanili che lo hanno vissuto come lontano e, a volte, come vuota espressione istituzionale…ad aggravare la situazione non va dimenticata la storica mancata volontà politica a perseguire i casi di apologia e riorganizzazione dei movimenti fascisti, sottovalutati, lasciando così campo aperto ai nostalgici di ogni risma”. (Saverio Ferrari, Osservatorio democratico sulle Nuove Destre)

Il fascismo è finito con la fine di Mussolini. Parlarne è inutile, dopo 80 anni dalla fine della dittatura fascista. Quindi perché parlare di antifascismo?” Mantra triti e ritriti menzionati dalla gente comune e dai politici di destra nei talk show televisivi. Eppure, sarebbe falso negarlo, il fascismo serpeggia latente, ci affianca e vuole tentarci, seduttivo e con fare ambiguo riaffiora nei comportamenti più usuali e comuni a molte persone, senza che i più se ne rendano conto.

Così’ il professor Angelo D’Orsi, illustre storico (ndr, più volte ospite in questa rivista) “Se non si può parlare di “ritorno del fascismo”, è solo perché dall’Italia il fascismo non se n’è mai andato, ma ha continuato a scorrere sotterraneo, come un fiume carsico, riemergendo di tanto in tanto. Le sue riemersioni, da una trentina d’anni a questa parte, sono diventate sempre più frequenti, e il revisionismo storico, nella sua forma estrema, il rovescismo, ha svolto un ruolo determinante. Forse occuparsene, non è fare sfoggio di sapere accademico, ma fare esercizio di pensiero critico e insieme di militanza civile”.

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perunsocialismodelXXI 

AL COMPAGNO CARLO FORMENTI

Lettera aperta di Fosco Giannini

Carissimo Carlo, carissimo compagno Formenti,

ho avuto l'onore di conoscerti personalmente solo da pochi anni e il conoscerti come persona ha confermato in me la grande stima che già nutrivo per il tuo lavoro politico-teorico, che invece avevo già “frequentato”. Conoscendoti, dunque, ho potuto apprezzare, moltissimo, sia l'uomo, il compagno, che l'intellettuale.

Nonostante la tua scelta di dichiarare pubblicamente la tua non adesione (che personalmente mi fa molto male, proprio per la stima che ho nei tuoi confronti) al Movimento per la Rinascita Comunista, non nutro certo sentimenti avversi verso di te. Rimane, intera, la stima e, anche se non ci siamo frequentati tanto, anche l’affetto, cresciuto verso di te per un tuo particolare modo d’essere: quello di rimanere, senza “posa” alcuna, un “giovane rivoluzionario”.

E’ mia colpa non aver interloquito con te negli scorsi giorni, quando, con molta correttezza, hai posto il problema di pubblicare sul tuo blog la dichiarazione di non adesione al MpRC. Mi scuso sinceramente e, a mia parziale scusante, ti dico solo che, in questa fase del nostro lavoro politico, con tante iniziative su buona parte del territorio nazionale, con l’obiettivo della riuscita della nostra Assemblea dell’11 maggio a Roma e con la costruzione in atto di nuove e importanti relazioni con altri gruppi/movimenti comunisti, non ho il tempo nemmeno per la mia vita, per la mia compagna, per le mie figlie.

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lantidiplomatico

I “Concilianti”

di Carla Filosa

720x4mfibghfA chi sarà stato in Piazza dei Partigiani la mattina del 25 aprile sarà stato offerto un volantino con su scritto “Riconciliazione”. E’ diventato di moda, nel dibattito televisivo, ma anche altrove, porre la necessità di una riconciliazione nazionale, come avvenuto in Germania. Dal dopoguerra a oggi, in Italia ciò non è avvenuto come esito della guerra civile, o come si preferisca chiamare l’intervento della Resistenza nella sconfitta del nazi-fascismo. I giovani volantinanti in questione hanno suscitato tenerezza, sebbene con un po’ di disappunto per la loro fresca ingenuità, mentre sul contenuto del volantino c’è di che argomentare.

Se la riconciliazione venisse proposta con le persone che furono protagoniste 79 anni fa dello scontro bellico, ben pochi anziani troveremmo ancora in grado di condividere la proposta di una stretta di mano, che nell’arco di tutta la loro vita è mancata, o non è mai stata una priorità, un desiderio, un bisogno reale vissuto da una società civile, condotta a scelte politiche per lo più insabbiate o comunque obbligate a negare verità scomode. Gli amministratori e i funzionari del periodo fascista furono in molti casi reintegrati nei loro posti, o amnistiati.

Con i morti, sopraggiungerebbe poi una valutazione storica, necessariamente priva di interlocuzione, guidata da criteri quanto più possibile oggettivi, legata a circostanze, eventi e condizioni umane irripetibili, che non darebbero adito a “conciliazioni” rese ineseguibili dal mutamento incommensurabile e irreversibile del tempo trascorso.

La conciliazione ipotizzabile è dunque solo nel presente, con i coevi, ma qui si pone il problema centrale. Rispetto a cosa dovrebbe avvenire una conciliazione e in funzione di che, a favore di chi?

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sbilanciamoci

Ponte di Messina, dalla commedia alla farsa

di Stefano Lenzi

Smontato da 534 pagine di osservazioni redatte da esperti di 9 atenei e presentate dalle associazioni ambientaliste e dai comitati dei cittadini messinesi, il Ponte sullo Stretto è stato grottescamente confermato dal governo. Cosa resterà dell’incredibile progetto già accantonato 11 anni fa?

Ponte sullo Stretto 4 3.jpgLavorate con la fantasia, siete nelle prime file con me a teatro dell’antica Roma repubblicana a vedere l’ultima strepitosa commedia di Plauto “De ponte Messanae”, sì, “Sul ponte di Messina”. Nell’attesa dell’inizio dello spettacolo, in platea risatine degli spettatori solo per il titolo. Nelle idi di Aprile dell’Anno 200 AC (15 aprile) ci troviamo in un teatro che ha al centro della scena un’ambientazione austera, con colonne poste ad anfiteatro, siedono alti funzionari della Repubblica (compiaciuti) e popolani espropriandi (piuttosto irati). Silenzio e poi brusio, ha inizio lo spettacolo. Passato poco tempo, entra in scena un messaggero trafelato, irrompe in scena e annuncia: “Sono 240, sono 240 le richieste di integrazione del progetto, è una battuta d’arresto per il ponte sullo Stretto di Messina, non può stare in piedi!”. Si agitano alcuni dignitari. L’autorevole Pichetto (ministro), imperturbabile, risponde: “È del tutto ordinario che ci siano osservazioni e richieste di dati e informazioni tecniche”, mormorio in sala. Lancia il cuore oltre l’ostacolo Salvini (ministro): “Vado avanti dritto, i lavori partiranno entro l’estate”. Chiosa, tale Ciucci (amministratore delegato della Stretto di Messina SpA – SdM SpA): “Contiamo entro la fine dell’estate, che finisce a settembre, di avere l’approvazione del Cipess”. Fragorose risate del pubblico in sala per la protervia dei personaggi, ma soprattutto per la confusione tra estate e autunno: i protagonisti della commedia non sanno nemmeno in quale stagione collocare, nel calendario, il mese di settembre (Plauto è geniale). E non sanno nemmeno distinguere, gli attori principali, tra approvazione e apertura dei cantieri.

Facciamola breve, arriva a concludere la commedia, ormai tramutata in farsa, la dea ex machina Minerva – dea della saggezza, dell’ingegno e delle arti utili…tra cui c’è l’ingegneria – che entra impetuosa e intima ai dignitari di sgomberare il campo.

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crs

L’Italia tra verticismo e disgregazione*

di Daniela Lastri

Dalle amministrazioni locali e regionali la verticalizzazione sbilanciata del potere si traduce a livello statale nella figura del "sindaco d'Italia". A ciò si affianca l'autonomia differenziata, che dividerebbe ancor più un Paese già fortemente diseguale. Per scongiurare entrambi i processi la sinistra deve elaborare adeguate risposte culturali, politiche e sociali

crepa.jpgVerticismo

Per “verticismo” non intendiamo solo la proposta di modifica costituzionale portata vanti dall’attuale maggioranza di destra (l’elezione diretta del Presidente del Consiglio). Allo stesso modo, per “disgregazione” non intendiamo solo la cosiddetta autonomia differenziata e il disegno di legge Calderoli che indica le modalità di attuazione del celebre articolo 116, terzo comma della Costituzione. Però è chiaro che questi due processi istituzionali costituiscono un passaggio decisivo della nostra battaglia contro il verticismo e la disgregazione.

Di verticismo è impregnata tutta la politica che ha caratterizzato la svolta maggioritaria degli anni ‘90. L’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci aveva, in realtà, qualche rilevante fondamento, e forse i meno giovani ricordano l’estrema incertezza in cui versavano le amministrazioni comunali in tante zone del Paese. L’amministrazione locale richiedeva probabilmente un intervento “stabilizzatore”, le crisi politiche locali hanno spesso effetti pesanti nell’amministrazione quotidiana delle comunità e nella qualità della politica.

L’elezione diretta del sindaco ha però portato con sé effetti che dovevano essere visti con maggiore attenzione, e corretti a tempo debito. Penso non solo al ruolo dei consigli comunali, che avrebbero dovuto essere potenziati nelle capacità di controllo, di indirizzo e di promozione della partecipazione dei cittadini. Penso anche al ruolo delle giunte comunali, politicamente ridimensionate nelle capacità di governo collegiale in favore dell’unicità di direzione esercitata dall’organo monocratico. E penso anche a un’accentuata concentrazione di potere amministrativo di apparati sempre più serventi l’organo monocratico.