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La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze

di Dante Barontini

26229724 576241919385192 4756770682638861436 n 1Un fantasma si aggira per l’Europa. Il fantasma del sovranismo.

Ci perdonerete la parafrasi dell’immortale incipit di Marx, ma poche parole recenti hanno avuto successo quanto questa, anche se praticamente nessuno sa darne una definizione univoca, linguisticamente fondata. Eppure se chiedete a chiunque chi siano i “sovranisti” tutti ve ne indicheranno uno. Probabilmente molto diverso da altri che condividono l’identico stigma. “Quelli lì, insomma, no?”.

Proviamo a fare quel che ogni “bravo giornalista” fa quando si trova davanti a un termine ambiguo: consulta il dizionario. Siccome cerchiamo l’eccellenza – o l’incerta certezza di non scrivere fesserie – siamo andati a vedere sul dizionario più prestigioso, quello Treccani, per trovare una definizione scientifica..

Ma anche la mitica enciclopedia italiana, su questa parola, alza bandiera bianca. Citiamo:

sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.

«Dove il necessario affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale». (Andrea Manzella, Repubblica, 13 novembre 2002, p. 1, Prima Pagina)

«Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del “sovranismo” più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato». (Bernard Henry Levy, Corriere della sera.it, 27 giugno 2016, Politica, traduzione di Daniela Maggioni)

[tit.] «Altro che sovranismo e populismo, il 2017 / può essere l’anno dell’Europa / Le istituzioni europee rimangono solide nonostante gli attacchi. Incluso il fondo salva / stati con 500 miliardi di munizioni». (Foglio.it, 14 febbraio 2017, Economia)

«Un paesaggio democratico che credevamo conquistato per sempre, a garanzia di noi stessi e degli altri. Ma ecco che il sovranismo cambia la geografia emotiva e riduce l’orizzonte internazionalista in cui si muoveva la sinistra». (Ezio Mauro, Repubblica.it, 15 febbraio 2017, Politica).

Si deve notare che si citano quattro fonti dell’establishment giornalistico (due da Repubblica, una dal Corriere e una dal Foglio, giornale del “centrodestra pensante”, a lungo diretto da Giuliano Ferrara e di proprietà berlusconiana). Silenzio, invece, da parte dei filosofi della politica o dei politologi di un certo livello, che sembrano attendere che il polverone si posi per tratteggiare più chiaramente l’oggetto misterioso.

La Treccani prova a sintetizzare:

posizione politica propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione”.

Messa così, lo diciamo sinceramente, tanto valeva continuare ad usare la categoria più antica e scientifica: nazionalismo.

Se infatti si deve indicare una posizione politica che cerca di sottrarsi alla globalizzazione dell’economia e/o alle politiche sovrannazionali di concertazione (elaborate dentro istituzioni con quel compito, dall’Unione Europea al G7, dal Wto al Fmi, ecc) in riferimento a un determinato territorio unito da lingua e tradizioni culturali omogenee, governato da uno Stato di qualsiasi natura e orientamento, stiamo parlando di nazionalismo. Puro e semplice. Più o meno ammodernato negli ultimi due secoli, ma niente affatto originale…

D’altro canto veniamo da almeno tre secoli in cui la conquista o riconquista della sovranità nazionale conculcata da uno o più Stati stranieri è un valore positivo, che il diritto internazionale e la filosofia politica hanno sintetizzato in diritto all’autodeterminazione dei popoli. Naturalmente questa aspirazione alla libertà e autonomia decisionale di ciascun popolo può essere politicamente declinata in molti modi, e il Novecento ci ha consegnato un’ampia gamma di movimenti di liberazione nazionale progressisti, comunisti, rivoluzionari (Vietnam, Cuba, Mozambico, Angola, Kurdistan, Algeria, ecc), ed anche movimenti analoghi molto di destra (le repubbliche ex sovietiche dell’Est europeo indulgono spesso alla rivalutazione del passato nazista, come in Ucraina e nei paesi baltici).

Ma chi usa il termine sovranismo come definizione spregiativa non ha affatto in mente questa dimensione storica dell’indipendentismo nazionale (che nell’Europa continentale ha avuto importanti momenti di lotta nei Paesi Baschi, in Irlanda, in Catalogna), bensì – e molto più modestamente – qualunque tipo di opposizione allo sviluppo dell’Unione Europea come concentrazione di poteri esplicitamente sottratti agli Stati nazionali che la compongono. Non a caso il termine non viene usato fuori dal perimetro europeo, né per indicare movimenti indipendentisti extraeuropei. Che anzi vengono supportati entusiasticamente se diretti contro Stati considerati nemici dell’Occidente (Russia e Cina, fondamentalmente), fino a fiancheggiare movimenti terroristici capaci di rivoltarsi contro i propri supporter, quando questo appoggio viene meno (Al Qaeda, Isis).

Una prima valutazione si può dunque fare: sovranismo è una definizione a geometria variabile – come “terrorismo”, per cui neppure l’Onu è mai riuscito a trovare una definizione universalmente condivisa – adottata per mettere in cattiva luce chi contesta uno specifico potere “quasi statuale” chiamato Unione Europea. Una definizione, insomma, contingente, elastica, strumentale e priva di struttura solida. Passata la moda, finirà nel dimenticatoio, come “un attimino”…

L’establishment “culturale” l’ha forgiata e imposta come stigma usando come esempio negativo prevalentemente la destra politica nei vari paesi (Le Pen, Orbàn, Salvini, Meloni, Afd tedesca, ecc), ma viene abitualmente usata anche per chi si oppone alla Ue da sinistra (Mélénchon e la France Insoumise, il movimento Aufstehen appena nato in Germania, Eurostop qui in Italia e dunque in parte anche Potere al Popolo, Stefano Fassina e i suoi pochi amici, gli indipendentisti catalani, ecc). Come un coltellino svizzero, ha cento usi possibili. Tutti estremamente utili per chi controlla il manico…

Ma cerchiamo di approfondire il fondamento concettuale di questo termine, così da svelarne l’intento in modo chiaro. Dice sempre la Treccani:

Derivato dall’agg. sovrano con l’aggiunta del suffisso -ismo, sul modello del fr. Souverainisme.

E dà la seguente, classica, definizione di sovrano:

Riferito a un potere o un’autorità, che non ha altro potere o autorità da cui dipenda nell’ordinamento politico-giuridico di cui fa parte.

In altri termini, è sovrano chi prende decisioni senza dipendere da nessun altro potere, che non ha nessuno al di sopra di sé. Gli unici vincoli possibili per questo potere decisionale sono i trattati internazionali (con altri poteri altrettanto sovrani) e il consenso o l’arrendevolezza della popolazione sottoposta alle sue decisioni.

I concetti di sovrano e di sovranità (potere originario e indipendente da ogni altro potere) hanno avuto con la modernità un cambiamento radicale, perché si è passati da una attribuzione di potere di origine semi-divina (“dio me l’ha data e guai a chi me la tocca”) ad altre assai più terrene. Anche le monarchie sono sopravvissute solo “costituzionalizzandosi”, ossia accettando che il proprio potere fosse sottoposto a vincoli superiori, come un Parlamento eletto da una platea variabile, a seconda dei paesi e dell’evoluzione storica. E infine le democrazie – anche quelle socialiste – hanno attribuito la sovranità al popolo, non più a un “prediletto da dio” né a una singola classe sociale di “eletti” (oligarchia). Chi volesse approfondire di più può consultare una bibliografia praticamente sconfinata, con variazioni sul tema che vanno dalle estreme destre dittatoriali alle estreme sinistre comuniste, e perfino agli anarchici.

Ma se la sovranità è semplicemente il potere di decidere su un certo ambito (territoriale e di popolazione), ne discende che non si può abolire o combattere la sovranità in quanto tale (neanche gli anarchici lo teorizzano, in fondo), ma solo discutere e combattere per definire chi decide. Ovvero su quale sia il detentore collettivo di questo potere concretamente insopprimibile. Si può insomma combattere contro il sovrano di turno, non contro il sovranismo, perché un centro decisionale ci sarà in ogni caso.

In una democrazia in senso lato questo potere sovrano appartiene al popolo, come recita anche l’articolo 1 della Costituzione nata dalla Resistenza. Ma forse anche la nostra Costituzione potrebbe esser definita sovranista, secondo qualche testa fine…

La questione a questo punto dovrebbe esser chiara: le cessioni di sovranità operate dai singoli Stati nazionali aderenti all’Unione Europea – soprattutto in materia economica, commerciale e monetaria – si traducono in decisioni prese in questo ambito e vincolanti per tutti i paesi membri. Sulla democraticità di queste decisioni si può naturalmente eccepire, e anche radicalmente. Le istituzioni di Bruxelles affermano che la loro investitura democratica deriva da trattati liberamente sottoscritti da governi liberamente eletti a suffragio universale. Ma è evidente che questa “democraticità derivata”, di secondo grado, si presta a critiche devastanti.

La prima, e principale, è che le decisioni prese in quelle istituzioni – perlomeno quelle che cambiano radicalmente l’architettura dei poteri, diciamo quelle “costituenti” un nuovo ordine – dovrebbero esser validate non solo da un Parlamento europeo (peraltro privo di potere legislativo autonomo), ma dal voto referendario popolare.

Cosa che, quando è avvenuta – in Francia e Olanda nel 2005, per esempio – ha fatto registrare una clamorosa bocciatura. Cui non è però seguita alcuna modifica o autocritica istituzionale; semplicemente non si sono più svolti altri referendum su questioni così importanti. Cancellare l’opinione dei popoli è più semplice che convincerli, pare…

Abbiamo dunque questa inedita situazione storica: la sovranità ceduta o sottratta con la forza economica ai singoli Stati (il caso della Grecia è stato paradigmatico), ovvero ai relativi popoli, si concentra in centri decisionali non elettivi, parlamento di Strasburgo a parte (con i limiti che abbiamo detto).

Il soggetto della sovranità è qui, insomma, una oligarchia tecno-burocratica, quasi una nuova “classe di prescelti” con criteri non democratici, che prende decisioni che riguardano oltre mezzo miliardo di esseri umani senza mai passare dalla verifica elettorale.

Comunque la si pensi, insomma, discutere di “sovranismo” in queste condizioni è un modo di confondere le acque: a rigor di logica la “posizione politica che attribuisce la sovranità all’Unione Europea” non è meno sovranista di quella che la rivendica per gli Stati nazionali. Semplicemente è una posizione che attribuisce la sovranità europea a un soggetto diverso dal popolo europeo.

A questo punto, però, la contrapposizione diventerebbe un’altra: quella tra sovranità oligarchica e sovranità popolare. E gli “antisovranisti” si troverebbe allo scoperto.

Proporre infatti, all’inizio del terzo millennio, un ritorno al “patriziato oligarchico” pre-medioevale, non sarebbe molto vendibile, sul piano del marketing delle idee politiche. Non è carino dire a mezzo miliardo di persone, peraltro dotate di un alto livello medio di alfabetizzazione e scolarizzazione, che la loro opinione non conterà mai più nulla. A meno che non approvino le decisioni prese da altri (è quel che accade al Parlamento di Strasburgo).

Abbiamo poi, nella realtà dei rapporto economici e politici, un altro e ben più potente potere decisionale, che sovrasta assolutamente quello dei singoli Stati nazionali (tutti) e persino quello dell’Unione Europea: i mercati.

Si tratta di un potere formalmente indefinito, privo di una identità riconoscibile e di un indirizzo geografico, privo persino di vere istituzioni in grado di concentrare davvero le decisioni in una sola fonte. Ma attentissimo a determinare un corso degli eventi economico-politici – come le scelte di politica economica e monetaria di ogni istituzione pubblica, sia nazionale, che sovranazionale – che sia adatto al proprio incontrastato sviluppo/arricchimento.

Il carattere indefinito del “potere dei mercati” – del capitalismo contemporaneo, insomma – ha favorito anche ricostruzioni mitologiche e complottistiche, narrazioni di comodo con cui riassumere e dare un volto a un’entità impersonale: il Bilderberg, la Trilateral, Davos, “i poteri forti”, ecc. Stiamo parlando di istituzioni reali, a volte semplici think tank, eltre volte “salotti buoni internazionali” in cui i manager che contano si annusano e si danno grandi pacche sulle spalle, ma raramente partoriscono “decisioni”. Orientamenti, sì, e anche abbastanza univoci; ma “decisioni” no, perché quei capitalisti d’alto bordo gestiscono società gigantesche in concorrenza tra loro (in parte o in tutto). Dunque hanno nemici comuni e interessi specifici diversi.

Ciò non toglie che, quando un governo adotta decisioni che minacciano anche marginalmente il loro business, i mercati si mettono in moto come se ci fosse un comando strategico, colpendo in modo durissimo i “reprobi” che osano tanto.

Abbiamo ormai un frasario foltissimo di espressioni giornalistiche che riassumono questo ruolo dei mercati, che vanno dal “creare un ambiente favorevole agli investimenti stranieri” al “bisogna tagliare il debito, ossia la spesa pubblica, altrimenti i mercati si innervosiscono”.

Per quanto informale, insomma, il potere dei mercati costituisce una vera e propria sovranità molto concreta che – questa sì – “non ha nessun altro potere al di sopra di sé”.

Siamo ormai alla fine del nostro viaggio. Abbiamo scoperto che ci sono diversi livelli di sovranità e anche diverse fonti di legittimazione.

C’è quella popolare, che storicamente può avere un ambito territoriale di applicazione anche assai variabile (nazionale o internazionale, in prospettiva storica anche mondiale), orientamenti politici anche opposti (socialismo, democrazia liberale, fascismo).

C’è quella sovranazionale a dimensione quasi continentale, che viene incarnata tipicamente da trattati e istituzioni dell’Unione Europea.

C’è quella dei mercati, che non ha confini precisi, è tendenzialmente globale pur essendo orientata da interessi di piccolissimi gruppi (gli azionisti di controllo).

Queste ultime due vanno a braccetto in modo esplicito, addirittura rivendicato, imponendo scelte economiche e politiche senza che i popoli (singoli o in coalizione) possano interferire.

Nei fatti, al dunque, abbiamo due soli tipi di sovranità possibile: quella popolare e quella dei mercati. Il nazionalismo è un’altra cosa, abbastanza fuori dal tempo come possibile politica economica ,ma totalmente alla moda come narrazione semplificante i problemi esplosi in dieci anni di crisi.

Definire sovranismo ogni posizione politica che tende a contrastare – sul serio o per calcolo elettorale – il potere assoluto dei mercati e del loro quasi Stato sovranazionale europeo è una scelta coerente con la delegittimazione “morale” delle opposizioni popolari.

Diciamolo chiaramente: soltanto di quelle popolari. La volontà di creare consfusione tra “destra” e “sinistra” è assolutamente intenzionale, anzi: funzionale, di stampo orwelliano.

Se passa nel senso comune l’idea che sia “di destra” e “pericolosa” la voglia dei cittadini di poter contare, il desiderio di un popolo di poter decidere liberamente sulle proprie condizioni di vita… insomma che non sia “democratico” il fatto che un popolo sia sovrano, per i mercati il gioco è fatto. Le loro decisioni saranno sempre e assolutamente le migliori, “tecniche” e inappellabili, nel migliore dei mondi possibili, nonostante la devastazione che ogni loro scelta comporta. E l’Unione Europea resterà il loro migliore strumento, addirittura travestita da “baluardo liberale” contro le destre fascistoidi che quella stessa politica ha riportato in vita.

Balle.

Perché le destre europee – da Salvini a Orbàn passando per Le Pen – non sono affatto “euroscettiche” e non mirano a “disfare l’Unione”. Se ascoltate o leggete con attenzione i loro proclami in vista delle elezioni continentali del prossimo anno, stanno già pensando a come usare la loro possibile egemonia a Strasburgo per cambiare ben pochi trattati europei. Quelli sull’immigrazione, naturalmente, e forse qualcosa a difesa di singoli settori produttivi nazionali a rischio. Ma per l’essenziale, questa Unione Europea – feroce con i popoli, sdraiata a tappetino con i mercati – ai fascisti va benissimo.

Mentre per la sovranità dei mercati non c’è incubo più grande della più radicale forma di sovranità popolare: il comunismo.

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Comments   

#8 Ennio Abate 2018-09-28 17:07
Secondo me in questo post e nei commenti si fa troppa etimologia e filologia (letteraria e giuridica) di un nome.
No, *sovranismo* non è «una definizione a geometria variabile – come “terrorismo”, per cui neppure l’Onu è mai riuscito a trovare una definizione universalmente condivisa – adottata per mettere in cattiva luce chi contesta uno specifico potere “quasi statuale” chiamato Unione Europea.», ma un modo semplice per indicare con sufficiente precisione dei soggetti politici in formazione o un’area politica più o meno delineata e proveniente in genere dalle precedenti formazioni di sinistra operanti almeno fino agli anni ’70.
È, appunto, « abitualmente usata anche per chi si oppone alla Ue da sinistra (Mélénchon e la France Insoumise, il movimento Aufstehen appena nato in Germania, Eurostop qui in Italia e dunque in parte anche Potere al Popolo, Stefano Fassina e i suoi pochi amici» , come dice l’autore dell’articolo. E non vedo che cisia di male a usare il termine, se permette di distinguere coloro che pretendono – attenzione! - di ricostituire una politica che *dovrebbe*- e qui è il nodo controverso che l’articolo non sfiora - essere più efficace delle politiche filo-UE (da Berlusconi a Monti a Renzi a Gentiloni) oggi più traballanti che mai. ( E qui salto i ragionamenti sulle cause di questa crisi dei filo-UE).

Quando l’autore sintetizza il suo lungo ragionamento così: «Nei fatti, al dunque, abbiamo due soli tipi di sovranità possibile: quella popolare e quella dei mercati. Il nazionalismo è un’altra cosa, abbastanza fuori dal tempo come possibile politica economica ,ma totalmente alla moda come narrazione semplificante i problemi esplosi in dieci anni di crisi», dovrebbe aggiungere che la “sovranità popolare” – figuriamoci poi se la si fa coincidere addirittura con l’oggi quasi innominabile *comunismo* ( «la più radicale forma di sovranità popolare: il comunismo») è al massimo un’aspirazione o forse una bandiera da risollevare dal fango dopo una tragica sconfitta storica. Mentre la sovranità della UE e/o dei mercati è un potere comunque operante e costrittivo.
E quando aggiunge che, «se passa nel senso comune l’idea che sia “di destra” e “pericolosa” la voglia dei cittadini di poter contare, il desiderio di un popolo di poter decidere liberamente sulle proprie condizioni di vita… insomma che non sia “democratico” il fatto che un popolo sia sovrano, per i mercati il gioco è fatto», secondo me elude il vero problema della critica che diversi – tra cui io pure - fanno ai sovranisti. E che, velocemente, riassumerei così: se oggi non esiste un *noi* che abbia consapevolezza delle attuali forme assunte dal capitalismo e sia capace di contrastarlo né su un piano mondiale né su quello regionale (Europa), cosa garantisce o permette che lo si combatterà meglio o di più su un piano nazionale?
Secondo me dire che bisogna ripartire *da zero* o dalle *buone rovine* o dal proteggere *le nostre verità* da ultimi mohicani è più chiaro che illudersi o illudere di poter usare lo Stato saldamente in mano ai capitalisti sia sul piano mondiale che nazionale, né *abbattuto* né *cambiato*, come si sloganizzava nel '68-'69.
Sarà pur vero, come dice Barontini, che «le destre europee – da Salvini a Orbàn passando per Le Pen – non sono affatto “euroscettiche” e non mirano a “disfare l’Unione” », ma non è che i “veri* euroscettici o i fautori che sono a caccia della sovranità popolare a livello di nazione (per «legittima difesa», vedo scritto nel commento di Paolo Selmi) siano sulla buona strada. Almeno per me.

P.s.

Ho articolato un po’ di più la mia posizione dialogando con due amici su FB qui:

https://www.facebook.com/groups/1632439070340925/permalink/2213182888933204/
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#7 Federico La Sala 2018-09-27 16:41
LA SOVRA-UNITA' DELLA COSTITUZIONE POPOLARE E IL "SOVRANISMO" DI UN PARTITO "POPOLARE": "FORZA FRANCIA" (italia, 1994-2018)!


"Non basta dire come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con queste spiegazioni l’enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo diverso. Rimane da spiegare come una nazione dì 36 milioni di abitanti abbia potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in schiavitù senza far resistenza" (K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, 1852).

"Io mostro, invece, come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe".(K. Marx, cit., 1869)

Federico La Sala
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#6 Eros Barone 2018-09-27 14:53
Come ha giustamente osservato Paolo Selmi analizzando l’ètimo latino del termine, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere superiore e “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico, tra Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica.
Per il resto, condivido al 100% gli obiettivi intermedi e le grandi linee del programma di transizione al socialismo abbozzato da Paolo.
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#5 Paolo Selmi 2018-09-27 13:29
PS una piccola precisazione: tutto il ragionamento verte sulla nozione di "sovranità", non certo su un'idea autarchica di "bastare a sé stessi". Anzi, la sfida per un Paese a vocazione esportatrice come il nostro, potrebbe essere proprio quella di produrre diversamente, ovvero in un sistema a proprietà sociale dei mezzi di produzione, continuando a mantenere quote di mercato estero grazie agli aumenti di produttività dati da una maggiore efficienza nel processo produttivo stesso, frutto a sua volta di un maggior coordinamento fra produzione, trasporto, ricerca, innovazione, queste ultime finanziate e finanziabili dal prodotto sociale esportato in misura decisamente superiore all'attuale. Anzi, al di fuori da sistemi sanzionatori e discriminanti, riallacciare rapporti bilaterali con Paesi attualmente esclusi e ridisegnare la cartina geografica dei nostri rapporti commerciali col mondo, ridisegnare l'idea stessa di rapporti commerciali basandoli su prezzi equi, introducendo vincoli sociali e ambientali in fase di acquisto e incoraggiando progetti di cooperazione internazionale che puntino a creare un numero sempre maggiore di produttori liberi dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e consapevoli del loro ruolo nell'economia del loro Paese e nel mondo, ovvero dando prospettive a chi oggi non ne ha.
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#4 Paolo Selmi 2018-09-27 12:10
Ciao Eros,

concordo al 100% con la tua analisi, che puntualizza come la stessa sovranità sia una categoria borghese. Forse, potrebbe venire da molto prima, da quel latino volgare “superanus” (ovvero “che è a livello superiore”… e che non è una parolaccia!) e che ha dato origine sia all’italiano “soprano” inteso proprio come voce più alta, che al francese “souverain”, contrapposto al “subtanus”, da cui è invece uscita una bella “sottana”!

Dal nostro punto di vista, sarebbe anzi interessante individuare A CHE PUNTO DELLA STORIA questo termine è stato impiegato in politica e non per fare un riassunto in un manoscritto in latino volgare chessò, del lupo e dell’agnello di Fedro. Nel feudalesimo? O già prima nel modo di produzione schiavistico? E’ bello vedere la storia delle parole, vedere le loro trasformazioni di senso, perché quasi sempre corrispondenti a mutamenti storico-sociali importanti, dove le dinamiche di classe appaiono, riaffiorano e offrono bella vista di sé.

Infine, parlando dell’oggi, direi che siamo in un “passaggio intermedio". Nel senso, l’autogoverno dei produttori associati è il fine. Opporlo oggi già come mezzo praticabile in pieno imperialismo è impensabile, come giustamente peraltro noti. A mio modesto modo di vedere,
- Occorrerebbe definire un campo di esistenza della nostra azione; per non risultare marginale, quantomeno dovrebbe essere nazionale; in quanto tale,
- Recuperare le quote di sovranità nazionale “concesse” dai nostri cari amati politici alla UE, alle potenze imperialistiche e al capitale transnazionale (e che non è “sovranismo”… siamo alla legittima difesa)
- Se in questo processo siamo riusciti a resistere a tutti i tipi di attacco (perché questo liberarci dalle catene di cui sopra ci porterà al conflitto, la nostra storia recente ce lo insegna) mantenendo un ampio consenso nazionale, tale da soffocare ogni tentativo di guerra civile, dovremo partire con il contrattacco sempre su base nazionale. Mi piacerebbe poter dire, su base internazionale, ma abbiamo fatto già una volta (ben più di una volta) l’errore di contare su altri per risolvere i nostri problemi, meglio non ripeterlo.
- Restiamo quindi su base “nazionale”... partiamo e arriviamo per primi, che sarebbe una novità storica soprattutto per la seconda parte, ma occorre porci davanti a scenari, per quanto irrealistici, tuttavia almeno teoricamente realizzabili, almeno per metterci in condizioni fare considerazioni e poi aggiustare il tiro.
- A questo punto l’idea di “sovranità nazionale”, almeno per qualche decennio, con già in tasca la sua lettera di dimissioni ci mancherebbe, dovremmo portarcela con noi.

Cosa ne pensi? Cosa pensate? Ci può stare?

Ciao
Paolo
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#3 Eros Barone 2018-09-27 10:13
"Il comunismo: la più radicale forma di sovranità popolare"? E' una definizione che ricorda la definizione kruscioviana dello "Stato di tutto il popolo". Il comunismo come "forma della comunità" (Marx, "Grundrisse") e come "autogoverno dei produttori associati" (idem) getta invece nel letamaio della storia sia le categorie economiche della legge del valore (merce, denaro, capitale, salario...) sia le categorie politiche del 'contratto sociale' liberaldemocratico (sovranità, popolo, parlamento, Stato di diritto, eguaglianza giuridica...). In realtà, la crisi congiunta del concetto di sovranità popolare e del concetto di sovranità nazionale, posta in essere dal sistema
capital-imperialistico e impropriamente rappresentata dall'autore dell'articolo con la metafora giornalistica della "sovranità dei mercati", mette a nudo la natura borghese del concetto di sovranità. Pertanto, nel contesto del capitalismo transnazionale la sovranità non va riconquistata, ma condotta al termine della sua traiettoria storica, cioè distrutta. Il che non significa naturalmente né che i passaggi intermedi, necessari nel corso della transizione dal capitalismo al comunismo (cfr. Lenin, Stalin, Mao), debbano essere obliterati né, all'inverso, sacralizzati. E coloro che assumono come divisa di un movimento politico la parola d’ordine di "potere al popolo" dovrebbero essere i primi a comprendere questa istanza (storico-critica e critico-pratica) in tutta la sua radicalità.
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#2 Paolo Selmi 2018-09-27 08:13
"Quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del ’55 del babbo di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson… e poi lo traduci in italiano e dici: quella sera partimmo sulla vecchia 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Pelago“.

Bravo Dante! "Gli americani ci fregano con la lingua"... chiosava il buon Guccini dopo aver fatto ridere il pubblico con questa spiegazione di "Statale 17" prima dell'attacco di chitarra elettrica.

Leggendo il tuo lavoro mi sono reso conto che oggi siamo regrediti da allora, complice forse la maggiore ignoranza della nostra lingua, l'induzione immediata - praticamente già dopo il ciclo di studi - di un analfabetismo di ritorno che privilegi, all'elaborazione complessa da realizzarsi attraverso una padronanza matura di linguaggio, l'espressione dei nostri stati d'animo e non solo attraverso "faccine, pollici in su, pollici in giù, ecc.", provvedendo massicciamente alla rimozione della prima e all'adozione della seconda in tutte le sfere della vita sociale ("politica" e "cultura", con o senza virgolette, comprese).

Oggi basta che uno inventi e dica "sovranista" perché tutti gli corrano dietro, e la reazione riesca a fregare un popolo "sovrano" come neppure Renzi col suo sciagurato referendum era riuscito a fare. La logica è impeccabile, come acutamente notava Federico. Una specie di proprietà transitiva dove basta che nessuno si accorga che le relazioni di identità sono false, quindi tutto il costrutto è falso: A = B, B = C, A = C. Peccato che neppure A è uguale a B... che sovranità e "sovranismo" non sono la stessa cosa, che non tutto è "sovranismo".

Minaccia linguistica qualitativamente superiore e maggiormente pericolosa: perché fatta con la nostra stessa lingua, che ormai sempre in meno padroneggiano.

Grazie ancora e
ciao!
Paolo
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#1 Federico La Sala 2018-09-26 18:21
COSTITUZIONE (Sovranità), PARTITI (sovranismi) e ... DELIRI DI ONNIPOTENZA, in Italia, in Europa, e nel mondo...

SUL TEMA, FORSE, vale la pena rileggere "I DUE CORPI DEL RE" di Kantorowicz..... e considerare che ogni cittadino e ogni cittadina della Repubblica d'Italia (artt. 1, 2, 3) è un sovrano e una sovrana e, in quanto tale, è tenuto/a a rispettare come "re" e come "regina" il "patto di alleanza" (la Costituzione) sottoscritto e, all'interno di essa, le decisioni del Governo (il "patto di sudditanza"), come "suddito" e "suddita". In ogni società COSTITUZIONAL-MENTE organizzata, a questi DUE PATTI tutti e tutte sono legati/e... se si vuole evitare la guerra di tutti/e contro tutti/e, a tutti i livelli. O c'è ancora qualcuno/a che vuole e pretende di essere al di sopra della Costituzione, della Legge, "come Dio", un "Diavolo in persona", e lavorare per la "pace perpetua" di tutto il Pianeta?!

Federico La Sala
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