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espresso

Contro le sinistre "codiste"

di Emiliano Brancaccio

Stralci dell’intervento di Emiliano Brancaccio alla conferenza GUE/NGL tenuta a Napoli il 25 settembre 2018

a populismoPochi mesi fa alcuni giornalisti molto noti in Italia, che potremmo definire “liberali”, parteciparono a una serie di dibattiti con il leader di CasaPound, tenuti proprio nelle sedi dell’organizzazione neofascista. Enrico Mentana è la più nota delle illustri firme del giornalismo italiano che hanno preso parte a quelle iniziative.

Le motivazioni di Mentana e degli altri giornalisti liberali si possono riassumere nella celebre massima attribuita a Voltaire, peraltro apocrifa: “non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire purché tu possa dirlo”.

Ebbene, non saprei esattamente spiegare il perché, ma da qualche giorno la mia mente viene continuamente catturata da un’immagine: quella del militante fascista tipo che ascolta con attenzione e deferenza questa massima, mentre lucida la sua spranga in attesa di qualche nuova testa da spaccare.

***

Naturalmente Mentana non è l’unico responsabile di una sottovalutazione del potenziale di sviluppo della violenza fascista.

La minimizzazione della minaccia nera, talvolta persino le connivenze con essa, sono aspetti tipici del rapporto controverso che molti liberali hanno storicamente intrattenuto con i fascisti.

Persino Benedetto Croce, il più celebre filosofo liberale italiano, commise in fin dei conti un errore di sottovalutazione: egli concepì il fascismo come una banale “ubriacatura”, un accidente pressoché casuale, una fugace “parentesi” causata dalla guerra. Altri studiosi, di orientamento analogo, hanno aggiunto che il fascismo è stato una mera reazione alla minaccia comunista e che in assenza di questa non potrà mai riaffiorare.

Gli odierni liberali la pensano più o meno in questi modi, direi tutti piuttosto rassicuranti. A loro avviso, ieri il fascismo fu una parentesi accidentale e oggi non costituisce una reale minaccia.

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Io però seguo una diversa storiografia. A mio avviso, pur in forme continuamente rinnovate, il fascismo è un virus interno alla meccanica stessa del capitale, che si alimenta delle contraddizioni innescate dalle crisi capitalistiche.

Sebbene in forma blanda e mimetizzata, oggi il virus fascista è di nuovo attivo, la sua influenza sulle azioni di alcuni governi è già un dato di fatto.

Ovviamente non stiamo ancora parlando di un fascismo che si fa regime. Ma se qualcuno azzardasse che già ora stiamo rischiando un’egemonia culturale di stampo neofascista, ebbene io non lo troverei assurdo.

Per adesso, nelle arene politiche circolano solo emulazioni grottesche e persino un po’ ridicole, ma forme surrettizie di fascismo stanno realmente fiorendo e sembrano destinate a guadagnare forza ad ogni successiva crisi economica.

Si cita spesso il “18 Brumaio”, dove Marx sosteneva che la Storia tende a presentarsi prima come tragedia e poi come farsa. Io aggiungerei che a volte la sequenza si rovescia: prima la farsa, poi la tragedia.

Se vogliamo evitare di passare dall’odierna farsa a una futura tragedia, allora faremo bene a considerare la militanza antifascista un discrimine fondamentale per la politica del nostro tempo.

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Qui però occorre fare una precisazione. Militanza antifascista significa innanzitutto comprensione delle cause materiali del fascismo.

A questo riguardo, la tesi che cerco di sostenere da tempo è che i liberali non sono semplicemente colpevoli di minimizzare il fenomeno fascista. I liberali, con le loro politiche economiche di “laissez faire”, sono la causa principale del revival fascista del nostro tempo.

L’anno scorso, intervistato dall’Espresso, sostenni che al secondo turno delle elezioni presidenziali francesi non avrei votato nessuno: cioè, non avrei votato Macron per cercare di contrastare l’avanzata della Le Pen. Dichiarai che se fossi stato francese non avrei votato il delfino del più retrivo “laissez faire” finanziario per tentare di bloccare l’ascesa della signora fascista all’Eliseo.

Quella intervista fece discutere. Venni criticato da molti esponenti della sinistra, anche della cosiddetta sinistra radicale. Alcuni sostennero che il Brancaccio astensionista aveva torto, mentre il Varoufakis che appoggiava Macron aveva ragione.

Ebbene, oggi decisamente confermo la mia posizione di allora. Questo non solo perché Macron ha rivelato una chiara istanza di emulazione delle destre reazionarie in molte materie: dagli immigrati, alla sicurezza, alla gestione del conflitto sociale, a una lettura nazionalista dello scontro in Europa. Ma più in generale, io confermo quella mia scelta perché votare il cosiddetto “meno peggio” è oggi più che mai sbagliato: il “meno peggio” di oggi rappresenta la causa scatenante del “peggio” di domani.

Il punto è che la cultura di stampo neofascista, reazionaria e violenta, nemica delle libertà civili e nemica della classe lavoratrice, questa cultura nera non sta riaffiorando per caso.

Le ricerche del National Bureau of Economic Research e di altre autorevoli istituzioni evidenziano che il seme del fascismo fiorisce a seguito di  feroci politiche di deregolamentazione dei mercati: politiche deflazioniste e di austerity, politiche di liberalizzazione dei mercati finanziari, politiche propagatrici di crisi e sperequazioni. Politiche che alimentano la peggiore reazione oscurantista.

Qualche giorno fa ho rilasciato un’intervista al Venerdì di Repubblica, rivista glamour e liberale per eccellenza. In quella intervista cerco di spiegare una cosa che reputo cruciale: oggi bisognerebbe hegelianamente comprendere che la bruta reazione sovranista e fascistoide di questi tempi è figlia indesiderata del liberismo globalista degli anni passati.

Il fascismo, cioè, come eterogenesi dei fini del liberalismo.

Se comprendiamo questa fondamentale relazione di causa ed effetto, capiremo anche perché gli appelli di Massimo Cacciari e di altri, molto propagandati dalla stampa liberale di sinistra, appelli per organizzare per le prossime elezioni europee un grosso accrocco antifascista, che vada da Macron fino a Tsipras, questi appelli rappresentano un assurdo della logica politica.

Sono appelli sbagliati, perché l’antifascismo liberista e deflazionista di Macron e dei suoi epigoni è un ossimoro, è una contraddizione in termini. E’ un’ipocrisia politica ed è un fallimento annunciato.

Se vogliamo fare i conti con l’onda nera di stampo neofascista che affiora all’orizzonte, allora dobbiamo prima logicamente fare i conti con le politiche economiche dei liberali, che hanno alimentato quell’onda funesta.

Questo è un punto importante, perché la tentazione di accodarsi ancora una volta ai liberali incapaci di qualsiasi revisione critica, è una tentazione forte e diffusa. Ed è sbagliata.

***

Ma c’è anche un’altra tentazione di accodarsi, persino più perniciosa.

E’ la tentazione, che si diffonde anche tra le file della cosiddetta sinistra radicale, di scimmiottare maldestramente le destre sovraniste e reazionarie nei loro più neri propositi.

Io sono al tempo stesso politicamente inorridito e scientificamente affascinato dalla mostruosa trasformazione, degna del Dottor Jekyll di Stevenson, che alcuni ex compagni hanno subito in questi anni.

Ex compagni che oggi prendono gli immigrati come capro espiatorio di ogni male economico e che prendono le distanze da fondamentali battaglie per i diritti: come quelle per l’uguaglianza di genere, per la libertà e l’emancipazione sessuale e contro ogni discriminazione, le battaglie per l’aborto, per la critica della superstizione, per una cultura laica e progressista nelle scuole.

Vorrei dirlo con chiarezza anche agli esponenti della Linke, di France Insoumise e ai nostrani più o meno disorientati: cedere di un solo millimetro, compiere un solo passo verso le agende politiche delle destre reazionarie, significa rinnegare in un colpo solo una storia più grande di loro.

Una storia che parte dall’illuminismo, che passa per le grandi rivoluzioni rosse, che attraversa il secolo con l’ecologismo, con il femminismo, con la critica della famiglia borghese. E’ la storia di chi interpreta e agisce nel mondo sulle basi scientifiche del materialismo storico e della lotta di classe. Basi che sono oggi paradossalmente note e apprezzate dai grandi magnati della finanza globale, e che invece sfuggono inesorabilmente ai sedicenti tribuni degli oppressi del nostro tempo.

Questa storia eccezionale è l'unica ragione di fondo per cui, sia pure in questo tempo così cupo, si può tuttora scommettere razionalmente su un futuro di progresso civile e di emancipazione sociale.

Gettare al macero questa storia straordinaria per portare avanti una strategia “codista”, al traino delle peggiori destre reazionarie, è l’idea politica più ottusa e perdente che mi sia toccato di commentare in tutta la mia vita. Confido che i fatti rivelino presto l'insulsaggine di questa idea.

***

Permettetemi un’ultima considerazione sulle proposte.

Elaborare un punto di vista autonomo e di classe, sia contro l’agenda stantia delle destre liberali sia contro la propaganda delle destre reazionarie in ascesa, è un’impresa colossale. E’ un’impresa che richiede un lavoro continuo sul durissimo terreno della conquista di credibilità nel campo della politica economica.

Conferire credibilità a una politica economica alternativa: l’egemonia passa anche per questo difficile compito.

Perseguire l’obiettivo della credibilità significa avere piena coscienza della portata gigantesca dei problemi dinanzi ai quali ci troviamo.

Significa quindi di evitare scorciatoie inverosimili, come quella delle piccole enclaves eque e solidali, o dell’autonomismo municipale in campo monetario, tanto per citare un esempio di cui si discute in questi giorni nella mia città.

Ma soprattutto, perseguire l’obiettivo della credibilità significa mettere ordine tra le cose. Significa ad esempio comprendere che la riduzione dell’orario di lavoro o il reddito di base, che sono citati nel titolo di questa sessione, sono obiettivi che possono essere realisticamente perseguiti in un’ottica di classe solo in un contesto di lotte per la rottura dell’attuale regime di accumulazione del capitale basato sulla centralità del mercato finanziario. Un regime che trae forza dalla indiscriminata libertà di circolazione globale dei capitali, e che attraverso di essa diffonde crisi, iniquità, sprechi e inefficienze nel mondo.

Contro la barbarie che affiora all'orizzonte, l’edificazione di un futuro alternativo, di progresso civile e di emancipazione sociale, passerà necessariamente per una critica dell’illusione di efficienza e di equità dei mercati, a partire dai mercati finanziari.

Nella fase attuale, di caos e disorganizzazione, questo gigantesco obiettivo può esser perseguito anche tramite semplici parole d'ordine, intorno alle quali cercare di riunificare un'opposizione efficace alle ipocrisie "populiste" delle destre reazionarie. Ad esempio, contro la proposta oscurantista del rigido controllo dell’immigrazione, su cui queste destre fanno proseliti, ci si può riunire intorno alla proposta alternativa, razionale e progressista, di uno "standard sociale" per il controllo dei movimenti internazionali dei capitali. Si tratta di una proposta che oggi trova riscontro persino nei ripensamenti di grandi istituzioni liberiste come il Fondo Monetario Internazionale, ma che tuttora fatica ad attecchire nelle agende delle forze sedicenti progressiste.

Ma più in generale, oltre le angustie della fase attuale, il punto di fondo è che la costruzione di un futuro di progresso e di emancipazione richiederà necessariamente una ripresa e una rielaborazione, in chiave moderna, di un discorso molto più ampio e di sistema. E' il discorso sulla pianificazione: sulla storicizzazione dei gravi limiti e degli errori della pianificazione sovietica; sulle possibilità della pianificazione discusse persino dal Congresso degli Stati Uniti nel 1975, poco prima dell’avvento della disastrosa Reaganomics; e sul potenziale di sviluppo dei diritti di libertà nel contesto di rinnovati esperimenti di pianificazione democratica e socialista. Perché è anche ora di superare l’ingenua concezione hayekiana del capitalismo come garanzia in sé di libertà.

Potranno volerci molti anni e molto duro lavoro per rendere egemonici la critica dell’efficienza del mercato e il discorso sulla modernità della pianificazione. Ma è l'unica seria via praticabile. Il mio auspicio è che si cominci a lavorare collettivamente su di essa, anziché agitarsi ad ogni appuntamento elettorale dietro l'angolo.

Questa dunque è la mia unica speranza. Che le nuove generazioni lavorino su una rinnovata dialettica tra lotte per il progresso e l'emancipazione civile e sociale e teoria della politica economica, e che invece si tengano alla larga da qualsiasi tentazione di assecondare le patetiche strategie “codiste” di questo tempo: delle combriccole che si affannano a ricavarsi un piccolo ruolo servente tra i portatori d’acqua della destra liberale in declino o della destra reazionaria in ascesa. O della loro funesta sintesi prossima ventura.

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Comments   

#35 GrazianoF 2018-10-06 11:53
Quoting Domo:
GrazianoF
chissà perchè Soros la pensa come te !

Cosa ne so io di cosa pensa Soros .. E sei sicuro che la pensi come ? Se la pensa come me vuol dire che pensa cose di sinistra .. Poi magari farà soldi sfruttando le differenze di condizione tra gli esseri umani ( come credi che funzioni il capitalismo ? ) , ma su un altro piano ( se la pensa come me ) vuol dire che pensa cose di sinsitra . Tanto che gli frega dire la verità ( sempre se è vero che la pensa come me ) ? E' vecchio e meliardario ....

Dimenticavo : i codisti delle destre sovraniste e reazionarie si vedono anche dagli argomenti da bar e dal discorso complottista , che fa sempre rima e coppia con il discorso nazionalista .
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#34 Domo 2018-10-06 11:35
GrazianoF
chissà perchè Soros la pensa come te !
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#33 GrazianoF 2018-10-06 11:07
Bravo Brancaccio .
Queti codisti delle destre sovraniste e reazionarie li vedi subito di come respingono i diritti dei migranti o delle coppie omosessuli .
Sono fantastici . Non c'è nulla di più borghese del sovranismo , della Nazione e della famiglia tradizionale , ma per loro sostenere che un lavoratore migrante debba avere i tuoi stessi diritti civili e politici o che una coppia omosessuale debba avere gli stessi diritti civili di una eterosessuale , vuol dire diventare servi del Capitalismo . Ti usano il marxiano esercito industriale di riserva contro i migranti ( che non era quello che sosteneva Marx ) , ma poi in nome dei valori identitari sostengono le nascite "italiane" : e qui , ca va sans dire , niente più discorsi sull'esercito industriale di riserva . Oppure ti dicono che lottare per i diritti dei migranti "fa perdere tempo" e "distrae" dal vero problema , che è la lotta di classe . Ma non sono lavoratori anche questi cazzarola ? Le comiche .
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#32 Mario Galati 2018-10-04 13:22
Prima di parlare di scorrettezza, leggi ciò scrivo, non ciò che ti fa comodo. Non ho detto che tu hai sostenuto l'importanza di Judith Butler nella scoperta dei ruoli sociali, ma che, alla fine, la sua decostruzione perviene sostanzialmente a questa banalità. Questo è ciò che penso di Judith Butler, no ciò che tu pensi di lei. Se tu vuoi dissociartene e criticare questa tesi "confusa", fallo pure. Le tesi lineari, chiare e semplici non sempre colgono la complessità della realtà. A volte lo fanno più le tesi confuse. Tenere dei cassettini da cui tirar fuori citazioni per ogni occasione non equivale a ragionare. Somiglia più all'abitudine del momento di cercare aforismi su internet e poi postarli.
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#31 Anna 2018-10-04 12:01
@MarioGalati

Ma allora c’è del metodo nella tua scorrettezza . Non ho per nulla sostenuto che a J.Butler vada riconosciuto il merito di aver scoperto che la società assegna ruoli agli individui .
Il tema a cui ho replicato è la tua tesi secondo la quale le idee libertarie a favore di certi diritti , come quelli di genere , favoriscono l’affermarsi “della fase capitalistica della massima espansione dei consumi” e , a sostegno di questa tua tesi , hai espresso delle idee molto confuse su J.Butler . Ho replicato a questa tua tesi , a questi tuoi due argomenti . Questo è il tema . Non ho sostenuto che a J.Butler vada riconosciuto il merito di aver scoperto che la società assegna ruoli agli individui .
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#30 Mario Galati 2018-10-04 10:59
Ogni soggetto è provvisto di corpo. Devo starci di più su questo concetto. Ogni tanto me ne dimentico e vado a sbattere contro qualcosa.
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#29 Mario Galati 2018-10-04 10:48
Naturalmente, come dicevo, per Anna ogni cosa è a se stante, non esistono relazioni oggettive. Quindi, nella sua logica, Judith Butler è Judith Butler e Carlotta Cossutta è Carlotta Cossutta. Ogni cosa al suo posto e tutto va bene.
A Judith Butler va riconosciuto il grande merito di aver scoperto che esistono ruoli sociali, che la società assegna ruoli agli individui. Forse avrà scoperto pure l'acqua calda, ma non se ne è preso il merito.
Già che ci sono devo fare un mea culpa. Sono un sempliciotto senza il minimo senso dell'umorismo. Prendete questa espressione nell'articolo del Manifesto che ho riportato: "I corpi, di cui ogni soggetto è provvisto...". Ma è Woody Allen!
Come ho fatto a cascarci? Dovevo capirlo che si trattava di un articolo di Woody Allen sotto altro nome. Come ho potuto pensare che su un quotidiano "comunista" di cotanto livello intellettuale potesse comparire un articolo serio con questi concetti? E' chiaro che si tratta un pezzo umoristico.
"I corpi, di cui ogni soggetto è provvisto..."; "il diritto plurale e performativo dell'apparizione del corpo all'interno del campo politico". Potevo pensare che un quotidiano "comunista" giungesse ad offrire un tale bagaglio teorico ai lavoratori (e alle donne) di tutto il mondo? Che un quotidiano "comunista" potesse pensare di parlare così ai lavoratori, in una lingua comprensibile, interpretandone le ansie e il ruolo storico?
Ha ragione Anna, ci deve essere stato un equivoco.
P.S. mi sembra che Davide abbia centrato ed esposto più efficacemente un nodo centrale della discussione, eluso da altri.
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#28 Anna 2018-10-03 23:52
@Davide
Credo ci sia un equivoco . Non ricordo se l’ho scritto ( nel caso è perché lo consideravo scontato ) .Lo faccio ora : i rapporti di proprietà capitalistici devono essere superati .

@MarioGalati
J. Butler analizza , tra i tanti altri argomenti , il pensiero della differenza e decostruisce le identità di genere ( i due argomenti che hai introdotto tu ) in “Questioni di genere” ( scritto nel 1989 o 1990 ) non ne l’Alleanza dei Corpi ( che non ho ancora letto , per altro ) . E Carlotta Cossutta e il Collettivo Macao non sono J. Butler , sono Carlotta Cossutta e il Collettivo Macao.
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#27 Davide 2018-10-03 22:04
Dubito che nella sua critica alla sinistra liberale americana Nancy Fraser si ispiri alle idee di Fusaro, comunque chiederò e nel caso, come suggerito, mi premurerò di abbandonare letture sconvenienti…
Al di là delle provocazioni chi sostiene che sia ingenuo universalizzare un diritto particolare se non si modificano prima i rapporti di forza all’interno dei quali tale diritto si manifesta coglie nel segno. Prendere un diritto “tendenzialmente” borghese e universalizzarlo non è la via per rendere tutti emancipati ma la via per rendere tutti borghesi. E qui una certa subalternità ideologica al pensiero borghese io la ravviso.
Ritengo comunque opportuno non perdere di vista la concretezza storica, e qui mi sembra che negli ultimi trent’anni la condizione dei lavoratori sia nettamente peggiorata mentre per quel che riguarda i diritti delle minoranze si sia quantomeno messi meglio. Mi domando quindi se, data l’attuale situazione storica nella quale è costretta a muoversi la classe lavoratrice, si debba fare in modo che il lavoro torni ad essere la premessa per l’emancipazione dell’essere umano più che il contrario (e dunque che il mutamento strutturale torni ad essere il preludio della modificazione sovrastrutturale e non viceversa).
Si potrà riflettere a riguardo in seno alla sinistra senza per questo subire alcuna “Reductio ad Fusarum”? Per ora picche mi sa, ma continuiamo a sperare, non si sa mai.
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#26 Mario Galati 2018-10-03 16:54
Ciò che ho scritto non c'entra minimamente con Fusaro. Mi riferivo allo sciopero mondiale delle donne secondo la filosofia di Judith Butler. Forse nelle letture di qualcuno c'è troppo Manifesto (il quotidiano "comunista", intendo) ed area culturale di riferimento (il postmodernismo, ovviamente, per la più grande opera di destrutturazione del marxismo, più che del disciplinamento borghese).
È un post lungo, ma offro alla lettura il risvolto di un libro di Judith Butler e alcuni articoli ad esso ed al suddetto sciopero riferiti. Dopo "il diritto plurale e performativo dell'apparizione del corpo all'interno del campo politico" e la via masturbatoria al comunismo, ogni ulteriore commento sarebbe superfluo, ma ho aggiunto una piccola coda. Spero che tutta questa roba mi dia il diritto di esimermi dal replicare a tutto il resto. Dovrebbe bastare. Buona lettura.

L’alleanza dei corpi, Nottetempo

Risvolto
Al centro di questo libro di Judith Butler è l’indagine sulla “politica della strada” e sul diritto plurale e performativo di apparizione del corpo all’interno del campo politico, attraverso l’esperienza del raduno collettivo. Dal movimento Occupy alle proteste di Atene, dalle cosiddette “primavere arabe” al Parco Gezi di Istanbul, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati irregolari, negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi delle manifestazioni di dissenso contro le logiche neoliberiste o contro governi e poteri repressivi. Al di là delle differenze, l’alleanza dei corpi in queste azioni collettive affronta ed “espone” all’attenzione di tutti una serie di temi interconnessi come la precarietà, la vulnerabilità, la rivendicazione di una vita vivibile e l’esclusione dalla sfera pubblica di apparizione. La tesi di Butler è che, nelle lotte democratiche, questi raduni possano esprimere forme di resistenza e solidarietà radicali da cui emerge una nuova idea di “popolo” – un popolo che sperimenta una ricomposizione contro la frammentazione e le disuguaglianze indotte, interrogando in modo inaggirabile le frontiere dell’etica.

Disobbedire godendo: prendersi il proprio tempo
Carlotta Cossutta Effimera
... Vorrei pensare lo sciopero come un momento di eterotopia, in cui sottrarsi al lavoro (soprattutto a quello del genere) per immaginare nuove forme di relazione con sé e con altr*, in cui provare a sovvertire le norme di genere che tengono in vita il patriarcato fornendo sempre nuova linfa alla violenza, in cui sperimentare gesti e posture da portare con sé. Immagino lo sciopero come un modo di prendersi del tempo per sé, non come individualismo, ma come tempo in cui raccogliere le forze e trovare nuovi passi per poi camminare insieme. Uno sciopero che sappia essere un momento di condivisione, pubblico e potente, ma anche di riflessione intima, di un’intimità politica perché consapevole strumento di sovversione.
Ed è per questo che penso ad uno sciopero che assuma come simbolo (e come pratica) la masturbazione: un gesto capace di scardinare sia la produzione che la riproduzione, un gesto sfaccendato eppure carico di significato e di potere. La masturbazione, infatti, agisce alle fondamenta del potere patriarcale, mettendo in scacco una sessualità pensata solo per essere riproduttiva e, quindi, solo eterosessuale e penetrativa...

Tutorial verso l’8 marzo .
Collettivo MacaoL’uso imprevisto del corpo collettivo nello spazio pubblico è sovversivo. Cerchiamo un gesto che racconti l’alleanza radicale tra corpi che eccedono i confini angusti dell’immaginario dominante: vogliamo alzarci le gonne, vogliamo farlo insieme e, insieme, vogliamo ridere con tutta la forza della nostra rabbia.
Scioperiamo il lavoro, la precarietà, il genere, i confini spaziali tracciati da governi che non riconosciamo; ci ribelliamo alla violenza economica, a quella discorsiva, a quella domestica e di strada; ci opponiamo alla sessualità eteronormata e al controllo medico sui nostri corpi; ci alziamo le gonne, infine, per scioperare il ruolo di vittima, così funzionale all’esproprio del nostro piacere.
Ana suromai è il gesto di alzarsi le gonne e mostrare la vulva. Questo gesto ha origine nei culti arcaici della Dea e ricorre come elemento di conflitto in un numero significativo di lotte contro il potere patriarcale e sessuofobico in ogni parte del mondo.
Oggi vogliamo riproporre questo gesto insieme a tutti i corpi favolosi con cui lottiamo ogni giorno. A un sistema binario che comprime i corpi in una norma mitica rispondiamo con la potenza della molteplicità delle nostre forme, forti delle nostre differenze. Perchè il corpo non sia un destino, ma uno strumento di resistenza, piacere e di rivoluzione.
Partecipa anche tu! L’8 marzo sciopera (qui il vademecum https://nonunadimeno.wordpress.com) e se vuoi crea il tuo video tutorial e invialo a

In prossimità dell’altro
Scaffale. «L’alleanza dei corpi» di Judith Butler, per Nottetempo. I punti di contatto e di incontro (anche rivoluzionari) delle vite indispensabili
Alessandra Pigliaru Manifesto 8.3.2017, 18:27
C’è un filo stretto che lega i dissensi di Atene con il movimento di Occupy, e poi le sollevazioni di Piazza Tahrir e di Ferguson insieme alle recenti proteste degli immigrati clandestini. Se Judith Butler avesse scritto oggi il suo Notes Toward a Performative Theory of Assembly (pubblicato due anni fa negli Stati Uniti), forse avrebbe dedicato alcune pagine anche alle manifestazioni femministe che stanno occupando la scena mondiale. Tradotto per Nottetempo da Federico Zappino, L’alleanza dei corpi (pp. 347, euro 17) fa la sua comparsa come pietra angolare per comprendere e discutere alcune recenti forme incarnate di «raduno collettivo».
CON IL PREGIO RARO di seguire il rintocco del presente, Butler entra subito nel merito di cosa significhi, e come si rappresenti, l’agire di concerto come contestazione delle concezioni dominanti del potere. Per decifrare cosa accade in simili episodi, la prima idea che va sistemata è quella concernente il popolo, una porzione – complicata da demarcazioni e conflitti – di una popolazione. In colloquio critico con Foucault, si tratta di strategie discorsive specifiche che assolvono a una «dichiarazione di egemonia» più che a una scommessa inclusiva.
Allo stesso tempo, viene a configurarsi una distinzione necessaria; se infatti l’assembrarsi richiama il protagonismo della folla dotata, in generale, di una certa carica rivoluzionaria, è pur vero che non potremmo in nessun modo gioire per un raduno neofascista né per manifestazioni razziste o di gruppi paramilitari e polizieschi tesi alla repressione. In effetti, bisogna conoscere le ragioni di quelle persistenze prima di gridare alla emersione di occasioni democratiche che rendono vitale l’agone politico. Concentrandosi su alcuni speciali casi di raduno collettivo, Butler indaga quelli in cui ad apparire è una promessa di vivibilità, di giustizia.
CON PASSO SOSTENUTO e più disteso rispetto i suoi precedenti volumi, colloca le insorgenze come transitorie e degne della massima attenzione. Al centro è il corpo che, allontanato l’orizzonte identitario e monolitico, è crocevia di «assemblate» istanze. Politico e pensato come «impossibile totalità», il corpo segue il tragitto imperfetto e mosso in cui è implicato dai tempi di Gender trouble. Puntella e racconta anche qui la performatività del genere, si interroga sui limiti discorsivi del «sesso» e su ciò che essi escludono. Ma fa qualcosa in più. Alla parodia, intesa come postura imitativa senza un’origine, si sostituisce ora l’aspra e aperta lotta con il presente. È adesso che la pluralità di corpi arriva a piena maturità, ora che le «vite dispensabili», quelle precarie di cui Butler ha già molto scritto in passato, scoprono nuovi punti di contatto. E di incontro. Ora che sanno di sé, quei corpi, di potersi rappresentare come una azione politica anche là dove tutto apparentemente viene loro negato.
L’ALLEANZA non è tuttavia un affastellarsi di individui che si ritrovano alla rinfusa, né una partita a scacchi per spartirsi punti o sconfitte, è piuttosto qualcosa che accade in presenza, in un «tra» che emerge nella contingenza del trovarsi prossimi. Nelle proteste e manifestazioni, negli scioperi e nei raduni recenti, nelle occupazioni di luoghi già connotati e da sovvertire, Butler precisa come quel «tra» sia uno spazio privo di vuoto e niente affatto ideale seppure componga – eccome – comunità.
Diverso da un medio istituzionale e sottratto dalla dicotomia arendtiana di corpo privato versus corpo pubblico, è anche il terreno in cui si agisce. Irriducibile, si crea a partire da chi decide di farne parte. Non può essere uno spazio neutro né ibrido perché si manifesta da una tensione di corpi che sono anzitutto sessuati, disposti a mettere in gioco una privata e differenziale precarizzazione ed enunciare la «domanda di giustizia» che precede tutte le altre. La domanda di giustizia è già una asserzione di potente e pronunciabile libertà. Un modo della resistenza, un esito dell’essere in relazione. È infatti nel riconoscersi in relazione che si disfa il potere.
NEL FARE E DISFARE, che segue nel movimento ciò che Butler attribuisce anche alla performatività, si viene a verificare qualcosa di imprevisto, uno spostamento. Se infatti il corpo, di cui ogni soggetto è provvisto, è implicato già all’origine nel potere che, prima di essere individuato esternamente, è «sentito» psichicamente da una soggettivazione originaria, oltre che normativa, in quel campo relazionale che ora lei stessa individua avviene qualcosa che scalza e che libera. L’alleanza è già latente poiché, conferma Butler, conferisce struttura alla nostra stessa soggettività. Ribadisce la preferenza della relazione all’ontologia, mostra l’insufficienza della mera «forma sociale futura». Allo statuto «minoritario» dunque, di precarietà parziali, che si fanno largo e che stabiliscono appuntamenti, rivolte e brevi o medi exploit, non si sostituisce una trasversalità della comunanza bensì l’idea che prima di riconoscere l’apparizione pubblica dell’alleanza dei corpi, quegli stessi corpi si debbano riconoscere da sé per fare largo alla complessità da cui si è abitati e distillarne l’«io». E sentire ciò che nell’altro è vivente.
Il piano etico della buona vita avanza, a questa altezza, nell’individuazione della vulnerabilità come forma di attivismo politico. È su questo punto che si presenta la vera posta in gioco: connotare, ascoltare e praticare la vulnerabilità – che è anzitutto del corpo e di cui Butler ha già consegnato una notevole (e al momento insuperata) narrazione – per leggere la grammatica politica della strada.

Mario Galati
Ma guarda. Prima che ce lo rivelassero queste "narrazioni" così profonde, non sapevamo che facendo una manifestazione in realtà esercitavamo "il diritto plurale e performativo di apparizione del corpo all'interno del campo politico".
Avanti o "popolo" alla ribalta. Nei teatri di cabaret, nei parchi come esibizionisti o nei locali di spogliarello. Anzi, di burlesque.
Quote

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