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ilponte

Sovranismo e nazionalismo

di Luca Michelini

SovranismoSe avessimo una stampa degna del nome, potremmo conoscere la situazione politica e sociale francese. Purtroppo non è così e stentiamo perfino a capire la situazione del nostro paese, che ogni volta, infatti, consegna sorprese politiche di ogni genere. Se avessimo, poi, investimenti pubblici nell’istruzione pubblica di ogni grado e livello degni del nome, anche la capacità di lettura e di governo della realtà sarebbe ben maggiore di quella attuale. Stante la situazione disastrosa nella quale viviamo, non possiamo che dare il peso appropriato alla televisione pubblica e privata, che ancora esercita un’influenza notevole sui costumi anche politici della nazione.

Ebbene, una rinnovata Rete 4, cioè quella rete che ora Berlusconi ha deciso di distaccare dal leghismo montante per proporre un più moderato liberalismo, ha trasmesso (il 9 ottobre) un’interessante intervista e confronto politico-giornalistico con Marine Le Pen. Ad affrontarla c’era un aggressivo Bersani e altri giornalisti, anch’essi più o meno antinazionalisti e antisovranisti.

La prima cosa che colpisce ascoltando la Le Pen è la sua caratura politico-intellettuale: ben diversa e senz’altro superiore a quella dei politici italiani, anche di quelli che con lei vorrebbero allearsi. Non ha avuto alcun timore del confronto, che è stato libero e sereno, e ha sempre argomentato con precisione e calma, alla fine avendo la meglio di interlocutori che partivano già dalla presunzione di avere comunque la ragione dalla loro parte.

Uno dei concetti che ha espresso Bersani è che il sovranismo in effetti è nazionalismo, il che ha una pesante responsabilità storica, quella di aver portato per secoli la guerra sul suolo europeo. Sono ormai numerosi i politici italiani che si aggrappano a questo tipo di ragionamento. Anche Cuperlo lo propone all’interno del Pd.

Naturalmente, ha avuto facile gioco la Le Pen nel sottolineare come sia proprio questa Europa a sollevare i conflitti interstatali, come comprova il caso greco. E a questo proposito potremmo aggiungere il caso molto significativo del conflitto franco-italiano sulla Libia (e non solo, invero), che nulla ha a che vedere con i sovranisti in senso stretto, ma anzi ha avuto fautori francesi che a parole si dicevano, e si dicono, europeisti e pacifisti.

La Le Pen ha poi sottolineato come sia questo tipo di Europa che sta portando la guerra sociale al proprio interno. La Le Pen, insomma, è contro le politiche di “austerità”, un termine che ha utilizzato esplicitamente. Sentirsi dire da persone che per anni hanno avuto in mano le sorti del paese e dell’Europa, cioè sentirsi dire da Bersani, che solo un’Europa politica può essere la soluzione alla crisi europea attuale, fa veramente male. Infatti è stato il neoliberismo di sinistra italiano a promuovere questo tipo di Europa, trovando ascolto in altrettanti liberismi-di-sinistra europei; salvo poi accorgersi, quando era troppo tardi, che questo tipo di Europa provocava una destabilizzazione economica pericolosissima, sia sul piano sociale sia su quello politico. E a certificarlo non sono difficili letture intellettuali, ma lo spuntare dirompente in termini elettorali in tutta Europa di forti partiti sovranisti.

E sentire Bersani affermare, contro la Le Pen che stigmatizza il fenomeno incontrollato dell’immigrazione, che è una fortuna che ci siano gli immigrati, altrimenti nessun italiano andrebbe a lavorare negli altoforni, fa ancora più male: perché significa avere proprio una certa idea neoliberista del mercato, e di quello del lavoro in modo particolare. Perché una sinistra che si rispetti dovrebbe avere a cuore, cioè avere come fondamentale obiettivo, che il lavoro negli altoforni cessi di essere un lavoro abbruttente, destinato per forze di cose agli ultimi dell’umanità. Non può che venire in mente, a questo proposito, la penosa situazione dell’acciaieria di Taranto, incancrenitasi proprio sotto gli occhi del vario neoliberismo italiano, del resto all’origine della sua privatizzazione. Mi domando: siamo diventati a tal punto filocapitalisti e liberalborghesi di “primo Ottocento”, da riempirci la bocca sul progresso tecnologico solo quando si tratta di investimenti 4.0 da scontare fiscalmente? Ben vengano le badanti italiane, dice Bersani, sol che ci fossero: è dunque questo il modello sociale della cosiddetta sinistra? Fermare l’emigrazione è come fermare l’acqua con le mani, dice Bersani: e dunque non rimane che appiattirsi, assecondando, o al massimo smorzando in dosi omeopatiche, le semovenze oggettive e naturali del capitalismo mondiale attuale, che a modello ha preso le semovenze del capitalismo inglese di primo Ottocento? E, del resto, basta aggirarsi per le cittadelle che avrebbero dovuto rappresentare i modelli della socialdemocrazia italiana (Livorno, Bologna, Rimini e tante altre città) per accorgersi come in effetti un tentativo di creare una società almeno un po’ diversa da quella del capitalismo più selvaggio sia sostanzialmente fallita, forse addirittura mai nemmeno tentata. Un giorno vi sarà chi studierà i discorsi di Bersani e si accorgerà che la sua quasi totale incomprensibilità, fatta di immagini, di non detti, di tutta una serie di contorsioni linguistiche e fisiche e metaforiche, sta semplicemente a significare la perdita totale di una anche minima filosofia sociale e della storia.

Ma ciò che ritengo sia più importante sottolineare è un altro aspetto del dibattito odierno tra sovranisti e antisovranisti. Un aspetto ben messo in luce dalla Le Pen. Gli antisovranisti oggi dicono che il sovranismo è nazionalismo e dunque, in ultima analisi, bellicismo interstatale. Già ho detto del caso francese, ma forse si potrebbe ricordare anche il caso di Tony Blair, il padre del neoliberismo di sinistra, che ha portato il suo paese in una guerra che – lo ha dovuto ammettere – non aveva alcuna ragione democratica. Nulla dicono, invece, gli antinazionalisti a proposito del modello sociale di riferimento di questi sovranisti. L’unica cosa a cui accennano è la xenofobia e l’immigrazione, che lascia trasparire chiare semovenze autoritarie.

Ora ciò che distingue il sovranismo dal nazionalismo classico è il suo appello a favore alla democrazia rappresentativa. Sovranismo significa appunto ritorno alla sovranità degli Stati rappresentativi. L’avversario, se non il nemico da abbattere, ora sono le istituzioni sovranazionali, quelle europee, quelle finanziarie e forse industriali, che per proprio esclusivo tornaconto vogliono andare contro la sovranità popolare e le politiche degli Stati sovrani.

È bene ricordarsi che il nazionalismo, soprattutto quello italiano che innervò il fascismo, che a sua volta era una dottrina e una politica di portata europea e mondiale, era antidemocratico: temeva la democrazia rappresentativa, le masse organizzate, riteneva l’estensione del suffragio il veicolo principale della rivoluzione sociale e socialista. Solo lentamente, e non prima di aver distrutto sul piano sociale e squadristico-militare la democrazia e il movimento operaio, il nazionalismo ha imparato che le masse potevano essere inserite in uno Stato gerarchico e tendenzialmente totalitario. Fin da subito, del resto, questo nazionalismo ebbe una componente di sinistra, sindacale, talvolta anche eversiva e destinata ad alzare la testa nei momenti più drammatici della storia. Solo lentamente il nazionalismo si accorse che le masse potevano portarlo al potere grazie alle istituzioni democratiche, come in Germania.

Oggi il sovranismo non bisogno di portare un attacco profondo alle pratiche della democrazia. E il motivo è assai semplice, anche se tragico: queste pratiche sono state in gran parte minate e fatte a pezzi dai vari neoliberismi che si sono alternati al potere in Europa. Oggi, poi, il mondo del lavoro non rappresenta più alcun pericolo sociale-rivoluzionario, tanto meno riformatore. Un tempo il problema dei nazionalisti era quello di incanalare in modo autoritario le organizzazioni dei lavoratori. E questo proprio in virtù delle politiche svolte dalla cosiddetta sinistra. Oggi, addirittura, il mondo del lavoro deve sentirsi difendere proprio dalla destra sovranista, assai meno timida della sinistra nell’abbozzare qualche provvedimento di natura sociale. E quando questi provvedimenti sociali sollevano la dura reazione dei “mercati”, ecco che la cosiddetta sinistra si fa baluardo di questi mercati, ben oltre il realismo necessario per affrontarne la potenza e prepotenza.

C’è il sostrato xenofobo, naturalmente, che è del tutto funzionale a stabilizzare proprio quella manodopera sottopagata cui si riferisce Bersani; ma a stabilizzarla in posizione di inferiorità, controllandone l’inserimento politico nella società con una politica della cittadinanza molto prudente e ricattatoria. C’è la sudditanza a un certo tipo di capitalismo, quale quello con il quale il sovranismo nostrano è stato alleato per un ventennio e che possiamo ritrovare nella recente vicenda delle concessioni autostradali. C’è l’esigenza di favorire il ceto della piccola e media impresa e dei ceti medi professionali, con i condoni e con la flat tax. Certo, c’è tutto questo: che poi altro non è che un tentativo di ricostruire almeno un germe di comunità nazionale, almeno un germe di interclassismo, di coesione sociale, almeno un piccolo argine all’implosione nel caos di un capitalismo selvaggio post-sovietico. Di fronte a questa politica, che ha un consenso crescente e probabilmente straripante, la sinistra non ha da opporre alcun tipo di ragionamento. Semplicemente, non esiste più.

Già: perché forse qualcuno vorrebbe farci credere che la cosiddetta sinistra non è stata succube della cultura xenofoba per un ventennio? Forse essa ha cercato di modernizzare il capitalismo italiano, allontanandolo dalle secche dell’intreccio indissolubile con la rendita di origine politica? Forse questa sinistra non ha rincorso disperatamente il ceto della piccola e della media impresa? Forse non ha contribuito a disarticolare l’asse portante della scuola pubblica e dei servizi sociali che sono, di fatto, l’unica forma attraverso la quale prende effettivamente corpo il principio della progressività del sistema fiscale? Forse ha difeso il mondo del lavoro? Forse non è ricorsa a varie forme di condono? Forse che alle parole che invocavano una moderna forma di egualitarismo, quello dei punti di partenza, non ha fatto corrispondere uno dei periodi storici di più accentuato disegualitarismo? E mentre l’Europa dell’austerità torna a ricattarci sul debito pubblico, nemmeno si vede l’ombra di un’analisi dei rapporti di forza europei che sottendono questo ricatto. Il mercato rimane un meccanismo perfetto a cui affidare le sorti sociali e politiche della nazione. Parlare di “piano B” è un’eresia; il reddito di cittadinanza una burla per fannulloni; le preoccupazioni fondate del presidente della Repubblica, una scusa per giocarsi le sorti delle elezioni e non per trovare i meccanismi istituzionali ed economici per impedire la deriva del paese. Elezioni che però saranno implacabili all’appuntamento, anche grazie alla propaganda pro-sovranista che svolgono tutti i mass-media schierati contro i sovranisti. Le elezioni vedranno la vittoria straripante del sovranismo. Unica speranza: che questo sovranismo non sia all’altezza del momento storico che si avvicina e che si diventi preda, un’altra volta nella storia, degli appetiti coloniali di civiltà superiori. Tanto peggio, tanto meglio: questa la filosofia sociale a cui invita quella che ancor oggi si presenta come sinistra italiana.

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Comments   

#8 Paolo Selmi 2018-10-22 18:27
Bella domanda Ernesto!
Io mi sento di risponderti per quello che vedo passare sotto le mie mani e per cui faccio dogane e documenti di trasporto in uscita dall'aeroporto, così come qualche anno fa facevo i carichi dei camion per la Russia. Vedo merci che escono e ditte che creano occupazione e reddito. COME lo facciano, è non solo suscettibile di critica radicale, ma il motivo per cui non mi rassegno al fatto che ci possa essere in futuro una transizione a un sistema economico basato sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e sul piano. E quando sarà, se sarà, saremo sicuramente in grado di farlo meglio di loro. Perché non ci muoveremo guardando interessi particolari, o di bottega, ma l’interesse collettivo, generale, i bisogni sociali. Perché avremo abolito lo sfruttamento, creando un plusvalore che sarà immediatamente socializzato, senza finire nelle tasche di qualcuno. Perché la somministrazione di beni e servizi risponderà a logiche che non saranno quelle del profitto del capitalista, ma al bisogno sociale.
Detto questo, è un dato di fatto che questo tipo di aziende, rispetto anche a quelle che ho descritto nel mio intervento precedente e che ho definito “compradore”, mantengano un carattere di differenza. Se non altro perché la transizione al socialismo in quel caso sarebbe più una transizione, che una ricostruzione dal nulla (secondo caso, dove non ci sarebbe nulla su cui ricostruire). In altre parole, partendo dalle basi materiali che costituiscono la gallina d’oro da spennare (produzione vs distribuzione, per esempio), è possibile differenziare fra spazi dove il ciclo della merce e il sapere tecnologico possono essere ricondotte a una socializzazione e a un piano, e spazi dove la merce è prodotta altrove e concorre al profitto del capitalista unicamente come rendita commerciale. E lì, c’è poco da grattare, occorrerà ricostruire ex-novo.
Scusami la prolissità, che purtroppo non riesco a scrollarmi di dosso. Concordo su tutto quanto scrivi, ma sono anche convinto che il nostro tessuto produttivo, agricolo, industriale e artigiano, merita di essere studiato per essere rifondato da un punto di vista socialistico. Proprio perché l’Italia non è la Francia, né la Spagna, né la Germania. E riconoscere, alla luce di un progetto di società nuova, una funzione progressiva (perché possibile incorporarne gli elementi strutturali, sia di capitale fisso, che di conoscenze, di capitale mobile, in tale progetto) anziché regressiva (perché soltanto produttrice di una rendita parassitaria), penso che sia un compito imprescindibile per chiunque si faccia portatore di istanze realmente rivoluzionarie e abbia presente, anche a solo grandi linee, quali potrebbero essere i gradi di un processo di transizione al socialismo.
Non penso che questa posizione sia “sovranistica” o “rossobruna”, e se sbaglio, ti prego di correggermi.
Un caro saluto.
Paolo
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#7 Ernesto09 2018-10-22 14:57
Caro Paolo Selmi
la distinzione tra borghesia nazionale e borghesia straniera poteva avere senso nell'Ottocento , ma ora ( da tanto tempo ormai ) è 1) falsa , 2) fa il gioco dell'attuale egemonia culturale della destra neonazionalista ( egemonia culturale a cui partecipano entusisti gli attuali codisti di sinistra , detti altrimenti sovranisti patriottici , detto più correttamente neoBombacci , o neoBenitoMussolini ) .

Per capirci , Amazon , che subappalta a imprenditori con sede fiscale in Italia il servizio di recapitare le sue merci ai clienti italiani .. dicevo , Amazon , è posseduta anche da molti italiani tramite il mercato azionario . Italiani che ricavano un importante profitto annuo , tassato al 12,5 per cento , dal possesso di queste azioni . Stesso discorso vale per la maggioranza delle imprese . Le poche che non sono quotate sono comunque inserite , dato il livello della capacità produttiva raggiunta , in una catena di divisione internazionale del lavoro che rende il loro marchio solo un componente tra i tanti che compongono la merce finale venduta .

In una situazione come questa , e dove soprattutto l'imprenditore italiano ( e financo il suo dipendente ) , possiedono ( o comunque possono possedere ) azioni di Amazon ( per fare un esempio ) , ha ancora senso parlare di borghesia nazionale e borghesia straniera ? O forse non sarà che questa narrazione porta acqua al mulino dell'attuale egemonia culturale rossobruna e delle sue semplificazioni ?
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#6 Paolo Selmi 2018-10-22 13:36
Caro Ernesto,
concordo su tutto, ma permettimi di dissentire su ruolo e dinamiche di classe all'interno della borghesia italiana. Partiamo da un presupposto: la nostra è sempre più un'economia che si sta riconfigurando su strutture di dipendenza dal capitale straniero. Non interamente, ma in buona parte si. Non sono solo le filiali delle multinazionali straniere, ma anche chi è acquistato (pensiamo alla Candy, ultima arrivata), chi promuove "corridoi commerciali" prestando il porto di Vado Ligure e quello di Trieste alla Coscos, chi delocalizza, chi non ha mai neppure prodotto qui e lucra come "trader", o come galoppino, del capitale straniero. Questa borghesia, che non solo lucra, ma addirittura favorisce progressive strutture di dipendenza economica e quindi prevalentemente importatrici, è compradora. Ancora oggi, in pieno XXI secolo. Altrimenti chiamiamola come vogliamo. Viceversa, esiste un'altra borghesia, che è quella che si ostina a cercare il proprio profitto sul territorio, con vocazione prevalentemente esportatrice, perché sente che sia giusto così oppure perché giustamente gelosa dei propri segreti industriali oppure, più semplicemente e banalmente, perché costa meno fare e tenere sotto controllo produzioni di un certo tipo in loco. Sfruttano anche loro, in parte delocalizzano anche loro, e in parte assumono tramite interinale o cooperative. Ma, in assenza di un sistema a proprietà sociale dei mezzi di produzione, sono coloro che tengono in vita il tessuto produttivo di questo paese. E le cui contraddizioni con i primi capitalisti (una flat tax uguale per tutti, per esempio), dovremmo essere in grado di cogliere e sfruttare a nostro vantaggio. Contraddizioni non di tipo antagonistico, certo, ma già abbastanza per dividere il fronte opposto.
Per il resto, Ernesto, sono totalmente d'accordo con te.
Un caro saluto.
Paolo
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#5 Ernesto09 2018-10-22 13:17
La distinzione tra borghesia nazionale e borghesia compradora è riferita esclusivamente alla fase storica e a quei paesi ancora interessati dal passaggio tra il feudalesimo o semi-feudalesimo e il pieno sviluppo capitalistico.
Quindi la distinzione se abbiamo a che fare con una borghesia nazionale o compradora è un problema anacronistico .
Questo è un governo reazionario , catalizzatorie delle pulsioni demagogiche e xenofobe . Anche se in forme per forza diverse dalla crisi del '29 , la storia sembra ripetersi : dopo i governi liberisti , e dopo i momenti di crisi ciclici del capitale , non emergono le idee progressiste di sinistra come sarebbe auspicabile ( per chi la pensa come me ) , ma le destracce nazionaliste .
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#4 Paolo Selmi 2018-10-22 09:30
Caro Massimo,
non è un problema di essere "duri e puri". E' un problema di capire chi rappresentare e come. Se chi, come te, pensa che la "classe" (virgolette d'obbligo visto che classe non è) progressiva in italia sia quel conglomerato di interessi che ammetti pure tu sia persino difficile definire come "soggetto politico" in grado di esprimere una propria linea, significa che siamo arrivati al grado zero della ricerca teorica.
Banalizzando, ma proprio banalizzando, al grado 0,1 di ricerca teorica, occorrerebbe almeno differenziare nell'analisi fra "borghesia nazionale" e "borghesia compradora": la prima, in una fase, svolge una funzione progressiva, la seconda neanche col lanternino; la prima, in certi momenti, limitatamente alla propria funzione storica e indirettamente dai fini diretti della propria azione economica, votata a quella cosa che si chiama profitto, produce lavoro e innesta circoli virtuosi di produzione e riproduzione della merce, la seconda produce impoverimento delle classi subordinate e desertificazione economico-sociale. La flat tax mette tutte e due sullo stesso piano. Se fossi un padrone della prima categoria, sarei il primo a incazzarmi con questo governo.
Torniamo però al primo punto: il problema è di capire chi rappresentare e come. Se l'obbiettivo è la socializzazione dei mezzi di produzione, la classe progressiva non è quel padrone/padroncino "buono" di cui occorre tener conto ma che non spingerà mai a una trasformazione sociale in quel senso. Tu dirai... ma chi oggi ha interesse a una trasformazione sociale in quel senso? Chi oggi non sa neanche che esiste questa possibilità, perché nessuno glielo dice. E pensa che il grado massimo di rivoluzione sia fare tiè a Moscovici salvo poi dire che era uno scherzo (conferenza stampa congiunta di due giorni fa).
Ciao e buona settimana!
paolo
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#3 Massimo 2018-10-22 08:43
Se, e sottolineo se, ci sarà questa flat tax per le piccole partite Iva si capirà a cosa serve. Chi non fa la libera professione o piccola impresa non potrà mai capirlo. Capisco anche che in una logica di lotta di classe l'idea di questo ibrido fatto di piccoli capitalisti/artigiani/lavoratori automi non è facilmente inquadrabile. I marxisti, duri e puri, continuano a considerare questo piccolo universo alla stregua di bottegai di destra pronti a serrate, a fornire braccia per le squadracce fasciste. Li lascio volentieri alle loro convinzioni. La perdurante crisi economica probabilmente gli riserverà, prima o poi, il favore di fare un'approfondita indagine sul campo, in prima persona.
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#2 Paolo Selmi 2018-10-21 16:14
Tra i punti di disaccordo, c'è questo che penso, spero, di aver capito male.

"C’è l’esigenza di favorire il ceto della piccola e media impresa e dei ceti medi professionali, con i condoni e con la flat tax. Certo, c’è tutto questo: che poi altro non è che un tentativo di ricostruire almeno un germe di comunità nazionale, almeno un germe di interclassismo, di coesione sociale, almeno un piccolo argine all’implosione nel caos di un capitalismo selvaggio post-sovietico."...

Quindi, ricapitolando, se ho capito bene, io che ho trattenuto tutto sulla busta paga mi dovrei sentire più "comunitario" con i miei concittadini borghesi sapendo che, dall'altra parte, tutti pagano meno di me (o non pagano del tutto). Tralasciamo, per un attimo, l'articolo 53 della Costituzione (anche se poi qualcuno mi dovrebbe spiegare come mai gli stessi che, il 4 dicembre 2016 chiamavano alle barricate per difenderla, adesso ci camminano sopra con lo schiacciasassi).

Quale sarebbe "l'esigenza"? Andiamo per esclusione.
L'esigenza di rilanciare l'economia, no. Il problema del capitalismo italiano è di essere in gran parte piccolo, familistico, generazionale.
Dati endemici validi ancora oggi, come per esempio sottolinea l'ISTAT parlando del nostro export: "La distribuzione degli operatori per valore delle vendite conferma la presenza di un’elevata fascia di microesportatori; sono, infatti, 135.084 (pari al 62,6 per cento) gli operatori che presentano un ammontare di fatturato all’esportazione fino a 75 mila euro, con un contributo al valore complessivo delle esportazioni nazionali pari al solo 0,5 per cento. All’opposto, gli operatori con un fatturato esportato superiore a 15 milioni di euro sono 4.256 (2,0 per cento del totale degli operatori), ma realizzano il 71,9 per cento delle vendite sui mercati esteri." (https://www.istat.it/it/files/2017/12/C15.pdf)

Piccole imprese quelle che in gran parte esportano, in tutti i sensi. Dati ISTAT del 2016:
Imprese esportatrici: 195.745
(www.annuarioistatice.it/Parte_3_ATTIVITA_INTERNAZIONALI_DELLE_IMPRESE/Cap.2_Imprese_esportatrici_e_importatrici_di_merci/p3_c2_1.xls)

Viceversa, le imprese importatrici sono di gran lunga più numerose... un terzo in più!
Imprese importatrici: 293.739
(www.annuarioistatice.it/Parte_3_ATTIVITA_INTERNAZIONALI_DELLE_IMPRESE/Cap.2_Imprese_esportatrici_e_importatrici_di_merci/p3_c2_11.xls)

Quindi, io Stato metto una bella tassa fissa alle seconde, come alle prime. AMMESSO E NON CONCESSO CHE LE PRIME REINVESTANO IN ATTIVITÀ PRODUTTIVE E ASSUNZIONI (cronica pia illusione di una gestione indiretta dell'economia), le seconde non hanno capitale fisso da rinnovare, visto che anche le scaffalature dove tengono la merce la appaltano a terzi con "cooperative" malpagate di poveri cristi che lavorano su turni e quando si fanno male, si fanno male sempre "fuori dal magazzino" e dall'orario di lavoro. Hanno invece da cambiare il Porsche Cayenne, quello si. E ringraziano.

Io quindi, con l'IVA al 22, con trattenute ovunque, mi devo sentire più "comunitario" con questa bella gente, a cui ABBASSANO LE TASSE SENZA IMPORRE ALCUN VINCOLO DIRETTO, COGENTE, DI REINVESTIMENTO IN ATTIVITÀ PRODUTTIVE O ASSUNZIONI A TEMPO INDETERMINATO! Senza nemmeno chiedere a loro di salvare una facciata ipocrita, un sepolcro imbiancato, di do ut des!

A furia di "sfogliare verze", rimane questa l'unica, ultima esigenza rimasta.

Buona settimana a tutti.
Paolo
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#1 Francesco Zucconi 2018-10-21 15:38
""questa la filosofia sociale cui invita quella che ancor oggi si presenta come sinistra italiana."
Sì questa è la sinistra "italiana" dopo che le hanno
ucciso Aldo Moro! Infatti da allora la
sinistra italiana non ha più alcuna vera
prospettiva culturale e politica che non sia
subalterna ai valori della grande borghesia
globalista. Bersani & Co hanno anche
due grandi pregi rispetto a certo ceto politico
democristiano:
1) costano pochissimo e
2) non capiscono alcunché di geopolitica.
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